di Andrea Sparaciari
businessinsider.com, 8 marzo 2020
Una rivolta in un carcere è un evento che in Italia non si vedeva da una buona trentina d'anni. Oggi è accaduto a Salerno-Fuorni, dove un centinaio di detenuti ha danneggiato il primo piano della struttura e poi è salita sul tetto. A far scattare le proteste, l'annunciata sospensione dei colloqui per l'allerta Coronavirus.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 marzo 2020
Le misure per quanto riguarda gli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni. Nessuna apertura per pene alternative per malati e anziani. Nella bozza dello schema di decreto legge recante "misure straordinarie ed urgenti per contrastare l'emergenza epidemiologica del nuovo coronavirus e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell'attività giudiziaria", si contemplano anche le misure per quanto riguarda le carceri italiane. Negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni, a decorrere dal giorno successivo alla data di entrata in vigore del presente e sino alla data del 31 maggio 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati, saranno svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che può essere autorizzata anche oltre i limiti previsti dall'ordinamento penitenziario.
di Dario Del Porto
La Repubblica, 8 marzo 2020
L'emergenza coronavirus incendia le carceri. L'episodio più grave si registra a Salerno, dove la sospensione dei colloqui con i familiari dei detenuti fino al 31 maggio, una delle misure annunciate per contenere la diffusione del Covid-19, scatena la rivolta.
di Giorgia Gay
Redattore Sociale, 8 marzo 2020
Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, ha raccolto via mail le impressioni dei detenuti del carcere di Padova dove per evitare i contagi sono state sospese le attività dei volontari: "Cresce la tristezza di sentirsi già in parte abbandonati".
ansa.it, 8 marzo 2020
"Lo sforzo di adeguamento alle nuove direttive sarà notevole e anche il senso di responsabilità da parte delle persone detenute finora è stato elevatissimo". Lo sottolinea il Provveditore delle carceri della Campania Antonio Fullone che così commenta le nuove disposizioni varate dal Governo per fronteggiare l'emergenza Coronavirus, anche nelle strutture di detenzione italiane. Adeguamento.
"Noi ci stiamo adeguando alle nuove disposizioni - spiega Fullone - e lavoriamo in sinergia con le articolazioni locali del Ministero della Salute. La situazione è sotto monitoraggio. Inoltre le misure di prevenzione hanno retto bene finora: non è emerso alcun caso di positività al Coronavirus nelle nostre strutture detentive".
Nuove misure - Fullone auspica che le nuove disposizioni varate ieri "vengano accolte, accettate ma anche compensate all'interno delle carceri. Ho chiesto una nuova organizzare delle attività trattamentali - informa - in funzione al nuovo scenario che ci troviamo di fronte. Nei prossimi giorni valuteremo una serie di misure, ovviamente nel perimetro della discrezionalità delle nostre leggi, per poter compensare le nuove direttive, che sono sempre più drastiche. Il colloquio visivo con il familiare è la cosa alla quale il detenuto tiene di più e dobbiamo provvedere.
Anche la vita all'interno delle carceri va ripensata: le attività scolastiche e universitarie sono state sospese e dobbiamo ripensare a come reimpiegare il tempo di queste persone, che ora sono ancora meno impegnate. Le crisi - conclude Fullone - rappresentano anche occasioni per rivedere certi aspetti della vita dei detenuti in termini qualitativi".
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 8 marzo 2020
Il carcere ai tempi del Coronavirus. La decisione di sospendere tutti i colloqui, prima con i parenti e adesso anche con gli avvocati di fiducia, scatena la rabbia dei detenuti in Campania. Da Poggioreale a Secondigliano, fino a Salerno, quella di ieri è stata una giornata ad altissima tensione. La situazione più grave è senza dubbio quella verificatasi nell'istituto penitenziario di Fuorni, a Salerno.
Almeno un centinaio di detenuti hanno fatto scattare una rivolta, riuscendo a barricarsi addirittura sul tetto. La protesta è esplosa nel pomeriggio e si sono vissute ore di lunga tensione: mobilitato d'urgenza tutto il personale della Polizia Penitenziaria per fronteggiare l'emergenza. Sul posto sono dovuti intervenire anche i carabinieri, il questore di Salerno e un elicottero.
I rivoltosi, circa duecento a quanto si apprende dall'Unione dei sindacati di polizia penitenziaria, sono riusciti a salire sul tetto del carcere di Salerno armandosi di spranghe di ferro ricavate dalle brande e distruggendo tutto quello che capitava a tiro.
La rivolta è durata fino a tarda sera, quando i detenuti sono rientrati nelle sezioni. Forti fibrillazioni anche negli istituti penitenziari di Napoli. A Poggioreale e a Secondigliano i reclusi si sono rifiutati di tornare nelle celle dopo il periodo di "socialità", e c'è voluta tutta la professionalità degli agenti penitenziari per far rientrare la situazione.
Un fatto è certo: nella popolazione detenuta, e soprattutto in quella di Poggioreale, che resta il carcere più sovraffollato d'Italia, il malumore comincia a serpeggiare in maniera preoccupante. Niente più incontri con i familiari, e zero colloqui con i propri legali: l'unico filo che li mantiene in contatto con il mondo esterno restano i pacchi che devono essere rigorosamente consegnati ai baschi blu, i quali poi provvedono ai controlli e allo smistamento.
Identiche restrizioni valgono naturalmente anche per le strutture di accoglienza per i minori, a cominciare da Nisida e Airola. La sensazione diffusa è che i detenuti, mai come in questo momento, cominciano a sentirsi prigionieri anche di un virus che - ove mai riuscisse a fare ingresso oltre le mura delle carceri - genererebbe un'ondata di panico difficilmente controllabile. Mercoledì i responsabili dell'associazione "Antigone" avevano inviato una lettera al presidente del Consiglio Conte e al Guardasigilli Bonafede sollecitando misure urgenti da adottare per la popolazione carceraria in questi che sono i giorni del grande contagio da Covid 19.
E l'altra sera il governo ha deciso. Stop ai colloqui per i detenuti con gli avvocati e uniformazione delle direttive già in vigore al Nord, dove erano stati sospesi anche quelli con i familiari, anche per gli istituti penitenziari del resto d'Italia. In prima linea sono ovviamente impegnati gli uomini del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e un ruolo importante lo stanno svolgendo in queste ore anche tutti i sindacati della Polizia Penitenziaria. Intanto proprio a Napoli si è verificato un caso inatteso e imprevedibile.
Tre sere fa la polizia ha arrestato due fratelli padovani: la coppia era arrivata nel capoluogo campano, contravvenendo peraltro ad ogni buona regola dettata dalle necessità di prevenire i contagi, per acquistare una mitraglietta e centinaia di proiettili. I due sono persone già note alle forze dell'ordine, e con ogni probabilità preparavano un assalto in grande stile contro un portavalori in Veneto.
Ebbene, una volta finiti in manette i due sono stati tradotti nel carcere di Poggioreale, dove hanno trascorso la prima (e unica) notte: fino a quando il giudice, nel convalidare l'arresto il giorno successivo ha disposto i domiciliari nel comune di residenza.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 8 marzo 2020
Adesso la trincea è il carcere. I 13 istituti lombardi sono la frontiera da difendere a tutti i costi, per scongiurare - o quantomeno ritardare e ammortizzare il più possibile - che il virus Covid 19 contagi qualcuno anche in carcere e rischi così di innescare una catena di infezioni che sarebbe difficilissima da gestire in ambienti e tra persone già di per sé stressati dall'"ordinario" e sempre ignorato sovraffollamento (61.230 reclusi su 47.230 posti disponibili in tutta Italia), dove due metri di distanza tra un detenuto e l'altro sono una amara barzelletta prima ancora che un agognato miraggio, e dove già in situazioni normali l'assistenza sanitaria ha il fiatone.
Gli avamposti sono talmente presidiati che un "triage" sanitario è stato allestito all'ingresso di ogni carcere e funziona da sorta di check-point per chiunque debba entrare o uscire dai penitenziari, qualunque sia la sua funzione o il suo motivo (detenuti, agenti di polizia penitenziaria, avvocati, magistrati, proprio tutti). A chiunque viene misurata la temperatura con due termometri elettronici, e l'asticella dell'attenzione è stata portata addirittura ad appena 37 gradi e mezzo: chi li ha, non entra in carcere.
Al punto che una giudice delle indagini preliminari del tribunale di Milano, che si era presentata a San Vittore per svolgere l'interrogatorio di garanzia di un arrestato, è stata bloccata e non fatta entrare perché, sebbene uno dei due termometri segnasse 36,2, l'altro indicava invece appunto 37,5: il magistrato ha dovuto rispondere al questionario, non tornare in ufficio, restare a casa per scrupolo e farsi sostituire da un collega per l'interrogatorio. In caso di positività di qualcuno al tampone, se non dovesse essere necessario il ricovero in ospedale, il Dap raccomanda di prevedere un isolamento sanitario all'interno dell'istituto con bagno ad uso esclusivo, isolamento però che in molte carceri le strutture materialmente non permetterebbero.
Aumenta la fatica di vivere in cella l'inevitabile blocco di ogni possibilità di uscita esterna, il che fa sì peraltro che il sovraffollamento cresca perché ogni giorno non c'è più neanche quella pattuglia di detenuti che escono temporaneamente in forza di qualche provvedimento (di lavoro esterno o semilibertà) firmato dai giudici di sorveglianza nell'ambito delle tappe di un percorso di avvicinamento a misure di esecuzione della pena alternative al carcere.
Stop anche alle visite dei familiari, con i quali si cerca di aumentare da 4 a 6 le telefonate possibili a settimana, anche se l'associazione Antigone chiede al ministro di aumentare a 20 minuti al giorno il tempo della telefonata con i familiari che per ordinamento penitenziario è invece di 10 minuti a settimana. E l'amministrazione penitenziaria cerca di occuparsi di consegnare i pacchi che le famiglie possono continuare a inviare ai detenuti, ritirando la biancheria pulita e consegnando quella usata.
Per legge una serie di udienze continuerebbero a richiedere comunque la presenza fisica del detenuto, e dunque o la sua uscita dal carcere o l'entrata di giudici e avvocati in carcere: per cercare di evitarlo nei limiti del possibile, il Tribunale di Sorveglianza, ad esempio, ha già sperimentato una decina di udienze utilizzando Skype con i detenuti in carcere grazie ai collegamenti in uso per i colloqui con i familiari e a un accordo con l'Ordine degli Avvocati, che per garantire la riservatezza dei colloqui tra detenuti e difensori mette a disposizione un telefono cellulare per ciascuna delle 13 carceri e uno per l'aula di udienza del Tribunale.
Uno schema che da lunedì tenterà di adottare anche l'Ufficio Gip per le convalide degli arresti operati dalle forze dell'ordine nel turno del giorno prima, con l'accortezza di assicurare ai difensori sia la disponibilità fisica del fascicolo prima dell'udienza (e qui saranno le cancellerie a rendersi disponibili), sia la possibilità di poter prima confrontarsi con i propri assistititi, e in questo saranno le direzioni delle carceri ad allungare le fasce orarie dei colloqui se necessario.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 8 marzo 2020
Il tribunale di Sorveglianza di Roma ne ha disposto il trasferimento dal Gemelli "anche perché rientra nelle categorie a rischio Covid 19". Un fisico provato dalla malattia, l'età avanzata e, ora, l'emergenza coronavirus che incombe. Quando la sua condanna è diventata definitiva e, la scorsa settimana, i carabinieri si sono presentati in ospedale per notificargli l'ordine di esecuzione per la carcerazione, un coro di proteste si è levato dal mondo dello spettacolo e da quello della politica.
In tanti avevano chiesto che Vittorio Cecchi Gori, quasi 78 anni, ricoverato in ospedale, pagasse il suo debito con la giustizia - 8 anni di carcere per bancarotta - ai domiciliari. Ieri, il giudice del tribunale di Sorveglianza di Roma ha accolto l'istanza della difesa: il produttore cinematografico sconterà la pena a casa, nel suo appartamento ai Parioli. Il magistrato ha infatti disposto che, appena le condizioni di salute lo consentiranno, l'ex proprietario della Fiorentina venga trasferito dal Policlinico Gemelli, dove si trova piantonato da 9 giorni, all'abitazione romana. La decisione dovrà essere ratificata dal tribunale di Sorveglianza in seduta collegiale.
Il provvedimento del giudice relatore Angela Savio è stata imposto anche dall'emergenza Coronavirus: come ha sottolineato la difesa, Cecchi Gori rientra in una categoria a rischio in caso di contagio, considerando sia l'età che le condizioni di salute. Il produttore nel 2017 ha avuto un ictus e pochi mesi fa, in settembre, è stato operato d'urgenza per una peritonite.
Nel dispositivo il magistrato sottolinea che per "l'avanzata età e per le patologie importanti da cui è affetto", l'imprenditore toscano - che da decenni vive a Roma - "rientra nella categoria di persone più esposte, per le quali le recentissime disposizioni impartite degli organi governativi hanno esplicitamente consigliato la permanenza in ambito domiciliare o comunque l'adozione di comportamenti di distanziamento sociale, sulla base dell'indicazione scientifica, per dette persone, di uno specifico fattore di rischio di complicazioni anche fatali collegato al rischio di contagio derivante dall'epidemia di Coronavirus".
Per il giudice, l'ex patron della Fiorentina "si trova in una condizione fisica tale che necessita di molteplici e costanti interventi terapeutici e riabilitativi non eseguibili efficacemente e tempestivamente in ambito carcerario".
Una decisione che è stata accolta con soddisfazione dal difensore dell'imprenditore, l'avvocato Massimo Biffa: "Esprimo soddisfazione, oltre che per il risultato, anche per la celerità. È la dimostrazione che la giustizia, se vuole, può essere rapida".
L'ultima condanna definita per il produttore - 5 anni e mezzo - è arrivata il 27 febbraio scorso e riguarda il fallimento della Safin Cinematografica. Un crac da 24 milioni di euro che nel 2008 lo aveva già fatto finire in carcere per 4 mesi. Cecchi Gori in passato era stato condannato anche per il fallimento della Fiorentina. La Cassazione nel 2006 aveva infatti reso definitiva la sentenza di 3 anni e 4 mesi - coperta dall'indulto - e nel settembre scorso il tribunale civile di Firenze ha disposto il pagamento di oltre 19 milioni di euro di danni.
La settimana scorsa, quando la condanna è diventata esecutiva, in molti hanno protestato. Una delle prime è stata l'ex moglie di Cecchi Gori, Rita Rusic: "In carcere la sua salute verrà compromessa, per lui sarà la morte". Poi era stato il turno di molti esponenti del mondo dello spettacolo, da Vittorio De Sica a Lino Banfi, fino ai registi Marco Risi e Giovanni Veronesi.
Oltre a loro, in tanti hanno firmato una lettera promossa dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici, in cui si chiedeva la fine del carcere per il produttore: Paolo Virzì, Matteo Garrone, Stefania Sandrelli, Gigi Proietti, Diego Abatantuono, Roberto Benigni, Fiorella Infascelli, Fabrizio Bentivoglio, Antonio Albanese, Maurizio Totti e Pino Quartullo, Vito Zagarrio, Italo Moscati, Antonio Frazzi.
Ieri, dopo la notizia dei domiciliari, è arrivata una nota di Pupi Avati e dell'Associazione Nazionale Autori Cinematografici, in cui si esprimeva soddisfazione per la fine di un "provvedimento che poteva rivelarsi eccessivamente gravoso" e in cui si ringraziavano i colleghi che hanno sostenuto la campagna di protesta.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 8 marzo 2020
I dettagli del decreto: udienze sospese, le eccezioni ridotte rispetto alla bozza. Adesso è ufficiale, manca solo la firma del presidente della Repubblica. Il coronavirus fa scattare una paralisi senza precedenti nella storia della giustizia italiana: tribunali blindati, udienze sospese, diritti dei detenuti sospesi per decreto.
Il testo portato venerdì sera dal ministro della Giustizia Bonafede al consiglio dei ministri viene ieri limato ma anche inasprito. Viene ridotta di un mese la durata della paralisi sanitaria della giustizia: fino al 31 maggio, anziché il 30 giugno come proponeva il ministro. Ma si tratta comunque dello stop più lungo deciso finora dal governo alla vita quotidiana del paese per fronteggiare l'avanzata del Covid-19.
Le udienze, come prevedeva la bozza originaria, vengono rinviate tutte, nel settore civile e penale, con poche eccezioni: nel civile quelle per espulsioni di profughi, trattamenti sanitari obbligatori, richieste di aborto di minorenni. Nel penale saltano tutte le udienze, e qui le poche eccezioni previste dalla bozza originaria si riducono ulteriormente. Si dovranno fare le udienze di convalida degli arresti, mentre quelle con imputati detenuti si faranno solo se a chiedere che si tengano ugualmente saranno gli avvocati difensori: che si vedono in questo modo rifilata la responsabilità di scegliere tra il diritto alla difesa e quello alla sicurezza propria e dei propri assistiti. In ogni caso, le poche udienze che si terranno dovranno tenersi per teleconferenza, con gli arrestati collegati via Internet con l'aula del giudice.
Al lungo rinvio delle udienze - che di fatto farà slittare quasi tutta la vita giudiziaria a dopo la pausa estiva - il governo accompagna la sospensione dei termini per istanze, ricorsi, deposito di atti, e anche della prescrizione. Mentre nel settore civile la sospensione dei termini non è destinata ad avere effetti traumatici, nei processi penali il congelamento della prescrizione previsto dalla bozza originaria di Bonafede è suonato a una parte del governo come una compressione inaccettabile dei diritti della difesa. Alla fine, il testo che verrà portato alla firma del capo dello Stato costituisce una sorta di mediazione. Il testo originario stabiliva che la prescrizione restasse congelata fino alla ripresa del processo dopo il rinvio per il coronavirus. In base alla versione definitiva, la sospensione della prescrizione non andrà oltre il 31 maggio. Stesso limite per il congelamento del calcolo della durata del "giusto processo".
Ai capi degli uffici giudiziari vengono dati, come previsto, pieni poteri nel limitare l'accesso dei cittadini ai tribunali di tutta la penisola. Orari ridotti, uffici sbarrati al pubblico, udienze a porte chiuse. Misure draconiane ma necessarie, che renderanno i palazzi di giustizia delle spettrali ghost town. Dove il provvedimento in fase di emanazione è di durezza ancora maggiore è sul fronte carcerario. Questo capitolo, che non compariva nella prima versione, dà la misura del timore estremo con cui il ministero della Giustizia guarda alla eventualità di contaminazione da parte del virus di comunità chiuse e affollate come quelle carcerarie. Per cui: basta colloqui faccia a faccia con i familiari, che verranno sostituiti da collegamenti via internet o da semplici telefonate; e, soprattutto, facoltà per i tribunali di sorveglianza di sospendere con effetto immediato i permessi premio e la semilibertà. Sono misure emergenziali che stanno creando già proteste e rivolte all'interno delle carceri (come ieri a Salerno) ma che per il governo costituiscono l'unico modo per far sì che le prigioni restino incontaminate dal virus.
di Maurizio Caprino e Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 8 marzo 2020
In campo un meccanismo che prevede, fino a tutto maggio, una valutazione preliminare dei vertici di Tribunali e Procure con le autorità sanitarie. La giustizia si fermerà. Incertezza però sulla durata del blocco e sulla sua estensione. Il Consiglio dei ministri di venerdì 6 ha affrontato uno dei (tanti) temi urgenti provocati dall'emergenza coronavirus: l'impatto per gli uffici giudiziari. Sul tavolo un decreto legge per disciplinare lo svolgimento dell'attività giudiziaria nelle prossime settimane.
A magistrati (con la decisa presa di posizione dell'Anm) e avvocati a favore di un intervento generale di sospensione delle udienze, almeno di quelle non urgenti, la bozza di decreto legge oppone una regolamentazione più articolata dove le decisioni sono prese dai capi degli uffici giudiziari. Non previsto (per ora?) alcun intervento sul fronte della giustizia tributaria.
Le misure di emergenza - In campo un meccanismo che prevede, sino a tutto maggio, a monte una valutazione dei vertici di Tribunali e Procure con le autorità sanitarie e il consiglio dell'ordine locale egli avvocati, per decidere poi a valle misure che possono andare dalla limitazione dell'accesso al pubblico all'adozione di linee guida vincolanti per la fissazione e trattazione delle udienze, alla celebrazione a porte chiuse di tutte le udienze penali pubbliche.
Cruciale però la possibilità del rinvio delle udienze a data successiva al 31 maggio prossimo. Per tutto il periodo di efficacia dei provvedimenti di rinvio delle udienze civili è sospesa "la decorrenza dei termini di prescrizione e decadenza dei diritti che possono essere esercitati esclusivamente mediante il compimento delle attività precluse dai provvedimenti medesimi".
Le udienze escluse - Al rinvio però è ammessa una serie di eccezioni. Innanzitutto non vi potranno rientrare le udienze nelle cause di competenza del tribunale per i minorenni, nelle cause relative ad alimenti o ad obbligazioni alimentari derivanti da rapporti di famiglia, di parentela, di matrimonio o di affinità, nei procedimenti cautelari aventi ad oggetto la tutela di diritti fondamentali della persona, nei procedimenti per l'adozione di provvedimenti in materia di tutela, di amministrazione di sostegno, di interdizione, di inabilitazione. Come pure, nel penale, le udienze di convalida dell'arresto o del fermo, nei procedimenti nei confronti di persone detenute, internate o in stato di custodia cautelare, nei procedimenti a carico di imputati minorenni e, in genere, nei procedimenti che presentano carattere di urgenza.
Le scelte locali - Il Dl arriva a dare regole in più in un quadro estremamente frastagliato sul territorio, a prescindere dalle condizioni ambientali delle singole sedi. Se n'è avuta una riprova nella giornata di venerdì 6, quando si trattava di decidere se ritenere l'astensione degli avvocati proclamata dall'Ocf come motivo legittimante per disertare le udienze. A livello nazionale, dopo una videoconferenza tra ministero e presidenti delle Corti di appello, era emerso un orientamento negativo. Ciò non ha impedito eccezioni locali: il presidente della Corte d'appello di Torino, dopo aver sentito i presidenti delle sezioni penali e civili, ha invece scritto che "reputa opportuno che le sezioni (...) prendano in considerazione l'eventuale dichiarazione di astensione dalle udienze" per disporre rinvii "indicativamente in epoca successiva al periodo pasquale". Intanto, a Sassari è stato l'Ordine degli avvocati a proclamare lo sciopero, fino al 20 marzo. Si moltiplicano le segnalazioni di misure prese anche da presidenti di sezione. A Matera, dopo la notizia che è stato contagiato anche il prefetto, le attività ordinarie a Palazzo di giustizia sono state sospese fino al 14 marzo per sanificare i locali.
- Salerno. Stop ai colloqui con i familiari, scoppia la rivolta dei detenuti
- Sardegna. Coronavirus, allarme dei Sindacati per il trasferimento di detenuti nell'isola
- Dal carcere Punzo racconta 30 anni di teatro con i detenuti
- Salerno. Antigone: cresce la preoccupazione tra i detenuti e i famigliari degli stessi
- Migranti. Erdogan ordina alla Guardia costiera di fermare l'esodo verso la Grecia










