di Marco Palombi
Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2020
Un giudice di Torino solleva questione di costituzionalità su uno dei due punti criticati pubblicamente da Mattarella ad agosto. Nella maggioranza com'è noto, non c'è accordo su come modificare i due decreti Sicurezza di Matteo Salvini e allora sarà la Consulta a decidere su alcuni pezzi dell'eredità giuridica del leghista: se il Tribunale di Milano ha già rinviato alla Corte il divieto per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe previsto dal testo del 2018, è notizia di ieri che il Tribunale di Torino abbia sollevato una questione di costituzionalità su un pezzo del decreto bis, quello approvato ad agosto 2019.
Nel sonnecchiare del Parlamento, infatti, il giudice Andrea Natale chiede ora alla Consulta di decidere su uno dei due punti critici indicati da Sergio Mattarella promulgando il decreto: il primo riguardava la (non) proporzionalità della sanzione pecuniaria per violazione del divieto di ingresso in acque italiane (in linguaggio giornalistico, "le multe alle Ong"); la seconda, che è quella di cui ci occupiamo, il divieto di applicare la non punibilità per "particolare tenuità del fatto" ai tre reati di resistenza, oltraggio e violenza e minaccia a un pubblico ufficiale "nell'esercizio delle proprie funzioni".
Questa norma non era presente nel decreto originale, ma è frutto di un emendamento del deputato leghista Gianni Tonelli, già segretario del Sap, sindacato di polizia distintosi in dichiarazioni incresciose su casi come la morte di Stefano Cucchi.
Il treno in arrivo alla Consulta è partito il 7 gennaio alla periferia nord di Torino: due carabinieri trovano un cittadino cinese, regolarmente residente in Italia, sdraiato a terra sul marciapiede ubriaco fradicio. L.J. aveva appena saputo che suo padre era in fin di vita, ricoverato nella regione di Fujian. Sconvolto, aveva fatto due cose: prima s'era comprato un biglietto per la Cina, poi sbronzato fino a svenire.
Durante le procedure di arresto fu quasi sempre tranquillo, tranne in un paio di momenti in cui colpì o tentò di colpire gli agenti. Il giudice ritiene che si tratti di "resistenza a pubblico ufficiale", ma vorrebbe non punire L.J. per la "particolare tenuità del fatto": è incensurato, non risulta un habitué dell'alcol, nessuno s'è fatto male.
Si ricade, scrive il giudice, nei criteri espressi dalla Cassazione per la "tenuità": "Lo scopo è quello di espungere dal circuito penale fatti marginali che non mostrano bisogno di pena e, dunque, neanche la necessità di impegnare i complessi meccanismi del processo". Problema: col "sicurezza bis" non si può fare.
Il Tribunale di Torino ritiene però che questa eccezione per i reati ai danni dei pubblici ufficiali - che, ad esempio, non vale per il reato di oltraggio a magistrato in udienza - sia irragionevole e sproporzionata e, soprattutto, violi gli articoli 3 e 27 della Costituzione quanto a uguaglianza di trattamento e funzione rieducativa della pena.
I criteri per applicare la "tenuità del fatto" erano infatti già stati stabiliti dal legislatore: reati con pena massima fino a 5 anni, condotta non crudele o non motivata da futili motivi, conseguenze non gravi. "È ragionevole - si chiede il giudice - ricavare per alcune tipologie di reato delle sotto-soglie o delle sotto-categorie di reato che sono, di per sé, esclusi dall'applicazione?".
Non bastasse la logica, c'è vasta giurisprudenza: citeremo, tra le altre, solo la sentenza che nel1994 dichiarò illegittima la pena minima di sei mesi proprio per oltraggio a pubblico ufficiale censurando una "concezione sacrale dei rapporti tra pubblici ufficiali e cittadini" sottesa alla norma. Difficile, e specie dopo l'uscita pubblica di Mattarella, che la Corte voglia autosmentirsi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 marzo 2020
"I principi affermati dalla sentenza della Cedu del 14 aprile 2015, Contrada c. Italia, non si estendono nei confronti di coloro che, estranei a quel giudizio, si trovino nella medesima posizione quanto alla prevedibilità della condanna per il reato di concorso esterno in associazione a delinquere di tipo mafioso, in quanto la sentenza non è una "sentenza pilota" e non può considerarsi espressione di una giurisprudenza europea consolidata". Così le sezioni unite della Cassazione, con la sentenza depositata martedì scorso, rigetta il ricorso proposto dal marsalese Stefano Genco e difeso dagli avvocati Stefano Giordano e Michele Capano.
Il ricorrente, ricordiamo, era stato condannato alla pena di quattro anni di reclusione in quanto ritenuto responsabile di concorso esterno in associazione mafiosa. Il fatto che lui avrebbe commesso questo reato in periodi antecedenti al 1994, rappresenta uno dei cosiddetti "fratelli minori" di Bruno Contrada. Il caso è stato sollevato dall'avvocato Stefano Giordano del foro di Palermo che ha presentato un ricorso contro una sentenza della Corte d'Appello di Caltanissetta, accolto dalla Sesta Sezione penale della Cassazione.
Il ricorso dell'avvocato Giordano avverso una sentenza della Corte d'Appello di Caltanissetta (che aveva ritenuto non estensibili a terzi gli effetti della sentenza emessa nell'aprile 2015 dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a favore di Bruno Contrada per la condanna inflitta per concorso esterno in associazione mafiosa), è stato quindi accolta dalla Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione e, con ordinanza emessa il 22 marzo dell'anno scorso, ha rimesso alle Sezioni Unite la decisione circa la questione dell'estensibilità o meno degli effetti della sentenza Contrada a favore dei cosiddetti "fratelli minori".
La Corte Europea, il 14 Aprile del 2015, aveva stabilito che la sentenza è legittima solo per fatti commessi dopo il 1994. Lo ha stabilito per Contrada, ma ha identificato un deficit sistemico nell'ordinamento: fino a quel momento il reato non era infatti, per la Corte, configurato in modo sufficientemente chiaro. Da ricordare che Contrada era stato condannato per il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa che avrebbe commesso tra il 1979 ed il 1988. Per la Corte Europea, in questo arco temporale in giurisprudenza non era stato ancora univocamente risolto il quesito circa la configurabilità della fattispecie ravvisata e, di conseguenza, non era possibile prevedere il carattere illecito della condotta e la connessa sanzione.
Un principio che riguarda proprio quella "certezza della pena" che oggi però viene citata confondendolo con altro. La pena è certa quando il cittadino che tiene una certa condotta sa se essa costituisce reato oppure no, e in caso positivo quali sono le sanzioni previste. Si è cercato di annullare le conseguenze che la pronuncia Contrada avrebbe avuto nel sistema, perché si sarebbero dovute revocare tutte le sentenze di quelli che, pur non avendo fatto ricorso a Strasburgo, erano comunque nelle stesse condizioni di Contrada.
"Tanti sono i giuristi - sottolinea a Il Dubbio l'avvocato Giordano - che si sono schierati a favore di questa pronuncia, da Francesco Viganò a Giovanni Fiandaca, osservando che, per garantire l'uniformità di trattamento, gli effetti della pronuncia Contrada si dovevano riconoscere anche agli altri casi, essendo una sentenza che riguarda aspetti generali".
Ma, di fatto, si è cercato di evitare che ciò accadesse. La sentenza della Cassazione ha messo il sigillo decidendo che il principio della sentenza Contrada non si estende a tutti gli altri "fratelli minori". L'avvocato Stefano Giordano annuncia Il Dubbio che farà ricorso alla Corte Europea.
"Rispettiamo la sentenza delle sezioni unite - spiega - ma la motivazione è piena di contraddizioni e finisce col reiterare, aggravandole, le numerose violazioni convenzionali denunciate col ricorso. Stiamo già preparando i ricorsi per tutti gli altri "fratelli minori" di Bruno Contrada. Che - conclude l'avvocato - a questo punto sono più che fratelli, figli di un dio minore".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 5 marzo 2020
La Commissione Giustizia del Senato ha dato il via libera alla calendarizzazione di una giornata per la memoria. "L'ufficio di presidenza della Commissione Giustizia del Senato ha dato il via libera, con votazione unanime, alla calendarizzazione del ddl n. 1686, per Istituzione della Giornata nazionale in memoria delle vittime di errori giudiziari.
Contiamo di portare subito il testo in Commissione per l'avvio dell'iter di discussione e la successiva approvazione. La data indicata per le celebrazioni è il 17 giugno, nella ricorrenza dell'arresto di Enzo Tortora": è quanto annunciato ieri dal senatore della Lega Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia a Palazzo Madama. "Se le Camere dimostreranno la necessaria sensibilità, non dovremo aspettare il 2021 per indire la prima giornata.
Ogni anno - ha aggiunto Ostellari - ci sono 1000 italiani che finiscono in carcere ingiustamente, quasi tre al giorno. Approvare questo ddl è importante per ricordare, anche a chi non vuole ammetterlo, che nel nostro Paese ci sono innocenti che vanno in carcere. E per le istituzioni, in modo che si adoperino per ridurre e infine cancellare queste insopportabili ingiustizie".
Per quanto concerne l'iter, "la sede deliberante più veloce sarebbe quella in Commissione", ha spiegato Ostellari ai microfoni di Radio Radicale, "però così si eviterebbe il dibattito in Aula", udibile anche per i cittadini. Forse, ha aggiunto il senatore, "la si potrebbe lasciare in sede ordinaria, prevedendo quindi prima il dibattito in aula Senato e poi in aula Camera". Non dovrebbe esserci la necessità di fare audizioni. L'iniziativa era nata da una proposta del Partito Radicale che l'aveva ufficialmente presentata lo scorso 29 gennaio alla presenza di diverse esponenti della Lega, di Forza Italia e Italia Viva.
Proprio Maurizio Turco ed Irene Testa, rispettivamente Segretario e Tesoriere del Partito Radicale, esprimono soddisfazione per "l'impegno e la celerità del Presidente della commissione giustizia del Senato, Andrea Ostellari, per aver sottoposto al voto della commissione giustizia, la calendarizzazione del disegno di legge promosso dal Partito". Essendo stata la votazione in Commissione unanime, ciò - concludono - "ci lascia ben sperare che la proposta possa diventare presto legge dello Stato già dal prossimo 17 giugno".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 5 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 3 marzo 2020 n. 8601. Il meccanismo di rinnovata negoziazione della pena per l'applicazione in sede esecutiva della continuazione o del concorso formale, non può essere un modello processuale generale di riferimento per rideterminare il trattamento punitivo. Una rimodulazione utile ad adeguarlo alla sopravvenuta illegalità della pena, per effetto della pronuncia di illegalità della pena in seguito alla pronuncia di incostituzionalità.
Ad impedire che diventi un modello generale è la constatazione che è stato individuato dalla giurisprudenza delle Sezioni unite con esclusivo riferimento al caso in cui il titolo di condanna sia rappresentato dal patteggiamento. Partendo da questo principio la Corte di cassazione, con la sentenza 8601, respinge il ricorso contro la decisione della Corte d'Appello di determinare la pena per spaccio di stupefacenti aggravata dall'ingente quantitativo in modo difforme rispetto a quanto concordato tra le parti.
Secondo la difesa la Corte territoriale non aveva accolto il nuovo negoziato sulla pena raggiunto dalle parti ma esercitato autonomamente i propri poteri per rideterminare la pena, malgrado mancasse il presupposto dell'accordo. Ad avviso del ricorrente erano stati così violati gli articoli 599-bis del Codice penale e l'articolo 188 delle disposizioni attuative del Codice di rito penale.
La Cassazione precisa però che l'accordo raggiunto tra le parti, in base all'articolo 599-bis del Codice di procedura penale, inserito dalla legge 103/2017, che ha reintrodotto nell'ordinamento la possibilità di negoziare la pena in appello previa rinuncia agli altri motivi, "non dà luogo ad un rito alternativo a quello ordinario dibattimentale e non è assimilabile al patteggiamento".
anconatoday.it, 5 marzo 2020
Un invito a riporre fiducia nel sistema sanitario e nelle istituzioni. Previsto un incontro anche con il direttore dell'Ufficio scolastico regionale e pronta una lettera ai direttori delle carceri.
A parlare è il Garante dei diritti, Andrea Nobili, che invita a riporre "fiducia nei confronti del sistema sanitario, nel personale medico e paramedico che, con incommensurabile impegno e dedizione, lavora quotidianamente per il bene dell'intera comunità. Non può mancare un nostro ringraziamento incondizionato".
Secondo il Garante stessa fiducia va rivolta alle istituzioni che, pur tra mille difficoltà, "stanno affrontando un'emergenza straordinaria. In questa direzione è da apprezzare la scelta della Regione Marche di emanare una nuova ordinanza, che dispone la sospensione delle attività didattiche e delle manifestazioni pubbliche su tutto il territorio regionale".
Tra gli interventi predisposti dal Garante un incontro con il direttore dell'Ufficio scolastico regionale per "monitorare il quadro complessivo anche sul versante del calendario delle lezioni. L'auspicio è che il Ministero e chi di competenza apporti a quest'ultimo tutte le modifiche del caso, affinché gli studenti non abbiano a registrare conseguenze sul loro percorso scolastico".
Lettera anche ai direttori degli istituti penitenziari marchigiani con l'invito a "rispettare scrupolosamente le raccomandazioni contenute nei provvedimenti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria in materia di prevenzione, contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid - 19" ed a porre in essere "tutte le misure e le indicazioni relative alla sanificazione degli ambienti e alla diffusione di norme igieniche".
Nell'ambito della prevenzione si invita a "richiedere al personale che entra in Istituto autodichiarazioni di non aver avuto contatti a rischio ed a predisporre strumenti che possano rilevare la temperatura corporea di chi entra nella struttura penitenziaria". Il Garante fa presente che "le segnalazioni di diffusione del virus nel territorio nazionale e regionale inducono ad elevare il livello di allerta ed a rafforzare, in collaborazione con il personale dell'area sanitaria intra-penitenziaria, le misure di protezione negli istituti".
redattoresociale.it, 5 marzo 2020
La Toscana a un passo dalla nomina del nuovo garante regionale dei detenuti. Il nome uscito dalla Commissione affari istituzionali del Consiglio è quello di Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo e nipote del celebre Amintore Fanfani.
Il futuro garante ha 72 anni e milita nel Partito Democratico. È stato deputato in Parlamento, oltre che sindaco di Arezzo per due mandati consecutivi (dal 2006 al 2014). Dal 2014 al 2018 è stato componente del Consiglio superiore della magistratura. Prenderà il posto, se il Consiglio darà il via libera come previsto, a Franco Corleone, che ha ricoperto la carica di garante regionale dei detenuti dal 2013.
La nomina è arrivata con sei voti favorevoli, due schede bianche e un voto a Francesco Ceraudo, un altro degli otto candidati insieme a Roberto Bocchieri, Francesco Ceraudo, Sofia Ciuffoletti, Paola Foti, Bianca Maria Giocoli, Saverio Migliori ed Emilio Santoro. Adesso, la nomina di Fanfani dovrà essere approvata in aula dall'assemblea regionale toscana, nella seduta in programma il prossimo 10 marzo. "Avevamo già ampiamente analizzato in commissione le otto autocandidature pervenute - ha detto il presidente della Commissione Giacomo Bugliani (Pd) - Quella fatta è una votazione importante che va ad individuare una delle principali figure di garanzia del nostro ordinamento regionale".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 marzo 2020
In città il Coronavirus avanza ma nessuno si occupa di chi sta dentro. E Giachetti "scrive" a Bonafede. Mentre nelle carceri della Lombardia, in particolare quelle di Milano - grazie anche all'occhio vigile del garante locale dei dritti delle persone private della libertà Francesco Maisto - sono stati incrementati i controlli sanitari attraverso tendoni per il triage, c'è il carcere di Parma che al momento sembra non essere raggiunto da alcune misure precauzionali.
Fatto singolare visto che, secondo i dati più recenti, sono 335 i casi positivi al Coronavirus accertati in Emilia Romagna e di questi, ben 61 provengono da Parma. Eppure il carcere di Via Burla è particolare. Non solo perché ha una sezione dedicata al 41 bis dove non mancano detenuti 80enni con numerose patologie fisiche, ma è un carcere che ha la peculiarità di ospitare un numero spropositato di detenuti malati, anche nelle sezioni ordinarie, tutti in attesa di essere assegnati all'ex centro diagnostico terapeutico, oggi denominato Sai.
Persone di difficile gestione dal punto di vista sanitario che un contagio da Coronavirus può essere devastante. Il garante locale Roberto Cavalieri è andato a far visita al carcere ieri pomeriggio e ha potuto constatare che non si sta facendo nulla, nonostante le circolari e le disposizioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
"Hanno ripristinato i colloqui ed è un bene, ma non c'è alcun tendone per i controlli sanitari - spiega il garante a Il Dubbio - in compenso hanno solo incontrato i detenuti, anche stranieri, per spiegare le regole di comportamento del ministero della sanità".
Al carcere di Parma poi si aggiunge un altro grande problema. Le direttive per prevenire il contagio all'interno delle carceri, hanno disposto anche che i penitenziari coinvolti nelle regioni dove c'è un numero consistente di persone positive al nuovo virus siano predisposti per isolare al livello sanitario con scopo precauzionale i cosiddetti "nuovi giunti".
Quelli, in pratica, che varcano per la prima volta la soglia del carcere. Però le sezioni di isolamento del carcere di Parma sono tutte occupate da diversi ergastolani giunti da altri penitenziari. Come mai? Sono in isolamento da settembre dell'anno scorso per essersi rifiutati di condividere le celle con altri detenuti.
Il caso è giunto oggi in parlamento tramite l'interrogazione parlamentare a firma del deputato di Italia Viva Roberto Giachetti. Chiede al ministro della giustizia Alfonso Bonafede se ritiene di dover adottare le iniziative di competenza per assicurare ai condannati alla pena dell'ergastolo detenuti nel carcere di Parma la possibilità di usufruire di una cella individuale.
Nell'interrogazione si fa riferimento all'articolo de Il Dubbio del 29 ottobre 2019 in cui si è data notizia della protesta degli ergastolani trasferiti da Voghera a Parma, puniti con l'isolamento in "cella liscia" per essersi rifiutati di condividere la cella con un altro detenuto.
Il deputato di Italia Viva, nell'interrogazione, fa presente che ci sono diversi articoli come quelli del regolamento penitenziario e, non da ultimo, l'articolo 6 dell'ordinamento penitenziario (legge n. 354 del 1975), comma 5, il quale stabilisce che "fatta salva contraria prescrizione sanitaria e salvo che particolari situazioni dell'istituto non lo consentano, è preferibilmente consentito al condannato alla pena dell'ergastolo il pernottamento in camere a un posto, ove non richieda di essere assegnato a camere a più posti".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 5 marzo 2020
Un sostituto procuratore è risultato positivo al test del coronavirus nella notte. Il terzo piano bloccato a qualsiasi ingresso. Scattate le operazioni di sanificazione degli uffici.
Terzo magistrato contagiato a Milano dal coronavirus: l'intera Procura Generale, al terzo piano del Palazzo di Giustizia, è in questo momento bloccata a qualunque ingresso dopo che nella notte un sostituto procuratore generale è risultato positivo al test ed ha dovuto essere soccorso per una crisi respiratoria: ora si troverebbe ricoverato in isolamento al Policlinico. I tecnici della Ats hanno subito iniziato le operazioni di sanificazione in tutta l'area interessata, mentre altri esperti stanno verificando con i dirigenti dell'ufficio, l'elenco delle persone che hanno avuto contatti con il magistrato.
Il tipo di lavoro che fa questo sostituto procuratore è tale però da avergli fatto avere moltissimi contati sia con colleghi sia con avvocati. Anche per questo, ad esempio, al primo piano un'aula di Corte Appello è stata appena chiusa perché lì si era tenuta un'udienza nella quale molte persone si erano trovate a contatto con il magistrato. Nelle prossime ore i vertici di Palazzo di Giustizia decideranno quali provvedimenti adottare per gli ingressi o meno nell'intero complesso di Porta Vittoria.
Intanto sono in fase di miglioramento le condizioni di salute degli altri due magistrati risultati positivi lunedì sera al virus: entrambi si trovano ricoverati all'ospedale Sacco. A mercoledì sera erano già più di 40 le persone che si sono messe o sono state messe in "quarantena" a casa per prudenza. Ora, dopo il nuovo contagio, il numero è destinato a aumentare.
Il livello di allerta è stato ribadito dall'assessore al Welfare delle Regione Lombardia, Giulio Gallera: "La situazione del contagio da coronavirus in Lombardia è in costante crescita" ha detto, sottolineando "il grande sforzo per evitare la diffusione del contagio. E dunque, a parte il procedimento è importante che rispettino uno stile di vita prudente (con poche uscite, distanza di sicurezza) non solo "per gli over 65 ma per un periodo per tutti".
E ha poi ricordato gli ultimi dati del contagio: "Basti pensare che il 28 di febbraio avevamo 52 persone in terapia intensiva", mentre mercoledì "ne avevamo 209 e sono passati 6-7 giorni. Questo per dire la velocità della diffusione del virus. Non abbiamo indicatori che dicano da qui ai prossimi 2-3 giorni ci sarà un rallentamento - ha ribadito Gallera - Dobbiamo modificare i nostri stili di vita, si possono fare provvedimenti come la chiusura delle scuole, dei teatri e dei cinema ma questo serve per dare la dimensione che dobbiamo rallentare la nostra vita sociale. Dirlo da milanese è particolarmente duro e difficile, ma è così.
O noi per le prossime due-tre settimane riusciremo a rendere rarefatte le nostre uscite e la nostra vita sociale oppure noi non ridurremo il contagio e prima o poi qualunque sistema sanitario regionale anche uno dei più strutturati come quello in Lombardia e Veneto non sarà in grado di reggere".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 5 marzo 2020
L'avvocato al giudice: "Devo lanciarle le carte?". I due magistrati risultati positivi lunedì sera al virus sono in buone condizioni all'ospedale Sacco. Più di 40 le persone già in quarantena per prudenza. Deserto ma non troppo. Normale ma non del tutto. Davvero chiuso no, il Palazzo di Giustizia milanese, ma nemmeno davvero aperto; limitazioni alle udienze sì, ma entro certi limiti; e modifiche agli assetti lavorativi del personale in qualche ufficio sì e in qualche altro invece no.
Il problema è che una macchina come il Palazzo di Giustizia (5 mila ingressi in media al giorno, 2 mila persone che vi lavorano a vario titolo) è un po' come una centrale nucleare: anche a volerla spegnere (e qui peraltro non la si vuole intenzionalmente "spegnere" perché si ritiene non ve ne sia sensato motivo pur dopo i due episodici contagi di magistrati), non si può fare di colpo. E persino per fare alzare il piede dall'acceleratore e far girare il motore "al minimo", ci vuole tempo. Così ieri mattina la scena cambia a seconda del punto da dove la si guardi.
I corridoi del Tribunale sono in effetti abbastanza vuoti perché, come da circolare del presidente martedì, vengono rinviate di alcuni mesi le udienze ordinarie già calendarizzate sino al 31 marzo quelle penali e sino al 9 marzo quelle civili (ma nel pomeriggio questo termine è portato al 16 marzo). Nei corridoi e nelle stanze dei giudici invece della Corte d'Appello, specie della sezione Lavoro e del civile, molte udienze in mattinata si tengono lo stesso - con grande disapprovazione degli avvocati - perché un analogo provvedimento di tendenziale rinvio delle udienze ordinarie non urgenti viene emesso nel pomeriggio, e peraltro per quelle calendarizzate solo fino al 15 marzo (da oggi nel civile, da domani nel penale).
Già qui si coglie una differenza di postura organizzativa tra uffici giudiziari, dovuta al fatto che, di fronte ad autorità sanitarie che non ravvisano alcuna emergenza nell'universo del "Palazzaccio", c'è chi avverte di più la pressione degli avvocati (che caldeggiano una soluzione più generalizzata) e del personale amministrativo (che manifesta timori per la salute), e chi invece ritiene ci siano tutti gli estremi - pur una volta ridotti alcuni servizi e apprestati gli accorgimenti anti assembramento - per continuare a lavorare in maniera relativamente normale.
Così se il procuratore Francesco Greco e il dirigente Roberto Candido scrivono al personale amministrativo del loro ufficio che "sarà riconosciuta la presenza in servizio a tutti i lavoratori genitori di figli minori a casa per le scuole chiuse", in Corte d'Appello il personale che chiede altrettanto margine non trova invece sponda, anche perché l'input del Ministero della Funzione Pubblica è che chi è retribuito per assicurare un servizio sul posto di lavoro lo assicuri nelle aree che (come allo stato Milano) non sono interessate da una specifica emergenza sanitaria da "zona rossa".
Qualche ulteriore disomogeneità si crea così lo stesso, perché i rinvii di udienze ordinarie non sono "coperti" dal decreto legge che ha congelato i termini solo dei processi che in qualunque parte d'Italia abbiano un magistrato, un avvocato, un testimone, un imputato o una qualunque parte provenienti da una delle "zone rosse": e quindi, mentre ad esempio in questi ultimi casi la prescrizione si blocca, nei casi invece di prudenziale rinvio organizzativo "alla milanese" i termini di prescrizione (così come tutte le altre scadenze) continuano a scorrere e a consumarsi. Ragione per cui tra i processi che si continuano a celebrare ci sono non soltanto le "direttissime" (con gli arrestati della notte prima) e quelli con detenuti, ma anche quelli di cui sia appunto prossima la prescrizione.
I due magistrati risultati positivi lunedì sera al virus sono intanto in buone condizioni all'ospedale Sacco, ma sono diventate già più di 40 le persone che si sono messe o sono state messe in "quarantena" a casa per prudenza. E non soltanto a Milano, visto che da ieri anche un giudice di Firenze è a casa: "Ieri mi ha contattato e mi ha detto di aver partecipato il 22 febbraio a un convegno insieme a uno dei giudici di Milano risultato positivo al coronavirus - spiega la presidente del Tribunale fiorentino, Marilena Rizzo -, così gli ho detto di stare a casa fino al termine del periodo di incubazione di 14 giorni".
internapoli.it, 5 marzo 2020
Nell'ambito della gestione dell'emergenza coronavirus, tra le misure di contenimento dell'infezione da Covid-19, non ci risultano particolari interventi in atto nelle strutture detentive del nostro Paese, siamo preoccupatissimi che, ancora una volta, carceri e case circondariali possano diventare la periferia dimenticata dei diritti umani e civili, mettendo di fatto a serio rischio la salute di migliaia di persone, dei loro familiari e di riflesso della cittadinanza tutta, con il rischio reale di trasformare le strutture detentive in veri e propri lazzeretti.
Ci preoccupa in modo particolare la conformazione di grandi strutture, come Poggioreale, la più grande struttura detentiva dell'Europa occidentale, che dal punto di vista sociale e sanitario, proprio per il sovraffollamento, sono già in condizioni critiche, anche senza particolari emergenze e che potrebbero collassare se si dovesse diffondere l'infezione di Covid-19.
Chiediamo che il Governo, le Regioni e le direzioni carcerarie intervengano con celerità per monitorare cosa sta succedendo su tutto il territorio nazionale e per prendere provvedimenti straordinari, cercando comunque di preservare i diritti dei detenuti, volti ad evitare una rapida e pericolosissima diffusione del virus nelle strutture detentive.
Nota dei Radicali Napoli Ernesto Rossi e Antinoo Arcigay Napoli
- Palermo. Rischio coronavirus in carcere: "più misure alternative per i detenuti"
- Savona. Nuovo carcere, la proposta di Ciangherotti (Fi) "apriamolo ad Albenga"
- Napoli. "Parole luminose dietro le sbarre": il progetto che regala un libro ai detenuti
- "Altro che sicurezza, con i decreti gli immigrati finiscono in strada"
- Tra i migranti-detenuti in Grecia: "Catturati nei campi dopo il confine turco"










