di Piero Sansonetti
Il Riformista, 4 marzo 2020
Le prigioni stanno per scoppiare. Oggi i detenuti, in Italia, sono più di 61mila. Nel 2006, dopo il varo dell'indulto, erano meno di 40mila. I dati ufficiali dicono che le celle sono in grado di ospitare circa 50mila persone. Quindi potete capire quanto sia alto il grado di affollamento.
di Riccardo Borsari
Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2020
L'intelligenza artificiale e il machine learning rappresentano una sfida senza precedenti per il mondo moderno e, nel panorama giuridico, uno dei principali ambiti di diffusione di tali strumenti è costituito dal perseguimento della condotta vietata: si fa riferimento alla sempre più diffusa applicazione dell'intelligenza artificiale nell'ambito dei sistemi di giustizia predittiva.
Ciò è possibile grazie ai Big Data, le ingenti quantità di dati che provengono da una serie di fonti diverse e che sono oggetto di trattamento automatizzato mediante algoritmi informatici e tecniche avanzate di trattamento dei dati, al fine di individuare correlazioni, tendenze o modelli.
Il più famoso software di giustizia predittiva è Compas (acronimo di Correctional offender management profiling for alternative sanctions), sviluppato da un'azienda privata e utilizzato dai giudici di diversi Stati americani per valutare il rischio di recidiva dell'imputato attraverso l'elaborazione dei dati emersi dal fascicolo processuale e dall'esito di un test a 137 domande.
Non è pubblicamente noto il meccanismo di funzionamento dell'algoritmo e tale circostanza è stata rilevata come una violazione del principio di giusto processo da Eric Loomis, il quale - dando vita al celebre Loomis case - ha impugnato la sentenza che lo ha condannato a sei anni di carcere per non essersi fermato a un controllo di polizia: nella determinazione della pena il giudice aveva tenuto conto del fatto che Compas aveva classificato Loomis come persona altamente propensa a ripetere lo stesso reato.
Nel 2016, la Corte Suprema del Wisconsin ha rigettato l'appello, sostenendo che il verdetto sarebbe stato lo stesso anche senza l'uso di Compas. La sentenza di secondo grado, tuttavia, ha invitato alla cautela e a esercitare il dubbio nell'uso dell'algoritmo. Peraltro, uno studio del 2016 ha analizzato le valutazioni svolte da Compas su oltre settemila persone arrestate nella contea di Broward, in Florida: l'inchiesta sostiene che l'algoritmo abbia dei pregiudizi nei confronti degli afroamericani. In particolare, i neri avrebbero quasi il doppio delle possibilità dei bianchi di essere etichettati come "ad alto rischio" pur non incorrendo poi in recidiva; secondo il gruppo di ricerca, peraltro, Compas commetterebbe l'errore opposto tra i bianchi, i quali avrebbero più possibilità dei neri di essere etichettati "a basso rischio", salvo poi commettere altri reati.
L'utilizzo degli algoritmi in ambito processuale si estende anche all'esercizio della professione forense: in Francia è stata implementata una piattaforma che "predice" gli esiti giudiziari, anticipando il risultato potenziale della causa e agevolando così la decisione sull'opportunità o meno di promuovere un determinato giudizio.
Il software Predictice, destinato agli avvocati, calcola la probabilità statistica di successo della causa, l'ammontare dei risarcimenti ottenuti in contenziosi simili e gli argomenti su cui sia conveniente insistere. L'algoritmo utilizza un database che include un milione di righe di documenti, sentenze, codici e testi giuridici: facendo leva sul linguaggio giuridico (che segue determinati standard), viene automatizzata l'indicizzazione e l'interpretazione dei dati, con l'aggiunta di metadati con le caratteristiche delle controversie. La piattaforma consente, addirittura, di confrontare le diverse strategie processuali in modo da poter costruire, sulla base delle variabili del caso, l'argomentazione che ha più probabilità di successo.
Tra i vantaggi riconducibili all'utilizzo di questo tipo di strumento possono riconoscersi la diminuzione delle vertenze pretestuose e il perseguimento di una certa qual prevedibilità delle decisioni. Il rischio, tuttavia, è l'affermarsi di una giustizia predittiva, automatizzata ma soprattutto omologata e ripetitiva. Il potenziale di operatività dell'intelligenza artificiale nell'amministrazione della giustizia è, a ben vedere, enorme. Di ciò hanno preso contezza anche le istituzioni europee: la Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa (Cepej) ha, infatti, recentemente approvato la prima carta etica sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari.
Tra i principi affermati spiccano il principio di non discriminazione, di qualità e di sicurezza, di trasparenza e neutralità nell'utilizzo degli strumenti tecnologici. In particolare, si afferma l'importanza di preservare il potere del giudice di controllare in qualsiasi momento le decisioni giudiziarie e i dati utilizzati, nonché di continuare ad avere la possibilità di discostarsi dalle soluzioni proposte dall'Intelligenza Artificiale, tenendo conto delle specificità del caso concreto.
di Amedeo Santosuosso
Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2020
Negli ultimi anni non vi è istituzione europea, in senso ampio, Unione europea, Consiglio d'Europa o Network dei Consigli superiori delle magistrature dei singoli Paesi Ue, che non abbia preso posizione circa l'uso dell'intelligenza artificiale (Ia) nell'amministrazione della giustizia. È un segno delle preoccupazioni che sono presenti nelle nostre società e che fino a poco tempo fa impedivano persino la semplice associazione di Ia e diritto. Oggi, probabilmente, quel tabù è infranto. Ma tra infrangere un tabù e usare effettivamente l'Ia nei sistemi giudiziari vi è un gran salto.
La stessa Commissione europea per l'efficienza della giustizia (Cepej, 2018) intitola, un po' pomposamente, un suo documento come Carta etica europea sull'Ia nei sistemi giudiziari, ma poi deve riconoscere che "nel 2018, l'uso di algoritmi di intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari europei rimane principalmente un'iniziativa commerciale del settore privato rivolta a compagnie assicurative, dipartimenti legali, avvocati e singoli individui".
Per il momento i giudici negli Stati membri del Consiglio d'Europa non sembrano fare alcun uso pratico e quotidiano di software predittivi e di tecniche di machine learning. Questo è il punto di partenza realistico, che avrebbe forse consigliato un titolo un po' meno altisonante. E l'intelligenza artificiale? Al momento si tratta spesso di discussioni ipotetiche, che non aiutano la comprensione e talora creano allarmi ingiustificati. Non vi è necessariamente Ia nei processi di digitalizzazione, se essi sono meramente intesi a trasferire su supporto digitale le tradizionali attività cartacee o le comunicazioni (giudici-avvocati-cancellerie-cittadini).
È bene chiarire che si può parlare di Ia solo laddove la grande quantità di dati prodotti quotidianamente, in sistemi digitalizzati, sia organizzata in un modo che consenta operazioni di big data analytics usando tecniche di machine learning, al fine di estrarne informazioni. Ciò richiede una struttura di raccolta e organizzazione di quei dati, cioè di grandi insiemi sui quali applicare algoritmi.
Il ministero della Giustizia italiano ha costituito il datawarehouse della giustizia civile per scopi statistici e di analisi organizzativa, e attualmente si propone di "basare lo sviluppo dei nuovi sistemi sulla condivisione dei dati e la circolarità delle informazioni: la valorizzazione del dato e della sua aggregazione si tradurrà nella progettazione, realizzazione ed evoluzione di datawarehouse sempre più performanti. La gestione del dato, nella prospettiva futura e più aderente alle attuali tecnologie deve infatti superare la dicotomia di sistemi registro-centrici o documento- centrici. In particolare, gli sviluppi in corso tendono [...] alla costruzione di sistemi di rappresentazione cognitiva" (2018).
Questo è il salto oggi possibile, sapendo che a livello internazionale l'Italia è in una posizione che potrebbe essere ottima e che sarebbe un peccato se non si passasse dalle intenzioni alla loro realizzazione valorizzando la grande quantità di dati che il processo civile telematico ogni giorno produce. A livello accademico pubblico si può citare, tra alcuni pochi altri, il progetto Laila, finanziato dal ministero dell'Università (Prin 2019), promosso dalle Università di Pavia, Torino, Napoli e Bologna ("principal investigator" Giovanni Sartor) e avente a oggetto proprio la sperimentazione di tecniche di machine learning alla casistica giudiziaria e alla legislazione italiana. Sarebbe una sinergia importante tra istituzioni pubbliche nell'interesse della giustizia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 marzo 2020
L'allarme dal Garante nazionale e del portavoce della Conferenza dei territoriali. Da più parti vengono segnalate delle restrizioni ingiustificate, mentre ancora non risultano compiute misure sanitarie specifiche come la sanificazione degli ambienti e notizie di tamponi a campione.
Parliamo della recente nota trasmessa dal garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma e da Stefano Anastasìa, il portavoce della conferenza dei garanti territoriali, sui provvedimenti assunti sulla prevenzione del nuovo coronavirus (Covid-19) nelle carceri per adulti e minori.
di Ornella Favero*
Il Riformista, 4 marzo 2020
Alla fine di luglio del 2006 nelle carceri italiane erano rinchiusi 60.710 detenuti, a fine settembre 2006 per effetto dell'indulto i detenuti erano 38.326, il picco più basso. Oggi i detenuti sono 60.791, abbiamo già superato il livello di guardia che aveva spinto la politica a decidere un rimedio così impopolare, ma anche così importante come l'indulto.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 4 marzo 2020
Un ragazzo di 15 anni finisce a terra, morto, dopo una tentata rapina con una pistola giocattolo a Santa Lucia, quartiere in agonia da decenni, da quando è finito il contrabbando di sigarette che lo aveva reso "la Fiat di Napoli". Da un lato i palazzi della burocrazia, i condominii borghesi, dall'altro il quartiere popolare, che arranca tra affitti ai turisti e disoccupazione cronica.
È l'alchimia della città che costringe a vivere vicini ricchi e poveri, magistrati e criminali, onesti lavoratori e disonesti, laureati e persone che a stento hanno un diploma di terza media. Tutti insieme a tifare Napoli negli stessi bar, a giocare a pallone nelle stesse piazze: figli della borghesia e figli della strada. Un'origine comune del proprio sentire che è svanita in quasi tutte le capitali occidentali e che invece a Napoli resiste, rendendola speciale: l'uomo si affanna a creare barriere ma poi ci pensano le strade e le piazze, l'accesso al mare e la comune minaccia del mansueto Vesuvio ad azzerare tutto, a rendere la vita fluida, vera, promiscua, comune.
Un ragazzo di 15 anni finisce a terra, morto, colpito da un carabiniere fuori servizio che doveva essere la "vittima" a cui sottrarre il bottino e che invece diventa il carnefice. Ugo Russo non sapeva che il 23enne a bordo della Mercedes e con il Rolex al polso era un carabiniere: come avrebbe potuto? Era Ugo a essersi travestito da cattivo; era lui a dover fare paura, anche se con una pistola giocattolo. Non poteva immaginare che si sarebbe trovato di fronte un carabiniere che avrebbe impugnato un'arma, che avrebbe sparato e ucciso.
Questa è una tragedia di cui Napoli è responsabile. Questa è una tragedia di cui siamo responsabili tutti noi che ci occupiamo e preoccupiamo di ciò che accade al Sud, di ciò che accade a Napoli. Questa è una tragedia che dimostra, senza possibilità di smentita, che abbiamo fallito ancora e che dobbiamo cambiare passo.
"Noi non siamo Gomorra!" sento ripetere all'infinito. Ma Gomorra è la descrizione di un sistema economico: quando manca tutto, investimenti, opportunità, istruzione, lavoro, risorse, imprese, quando le infrastrutture lottano con la perenne mancanza di fondi, lì c'è Gomorra. Gomorra non è sinonimo di camorrista; essere Gomorra non significa impugnare armi, minacciare, spacciare, uccidere. E non essere Gomorra non significa indignarsi, incazzarsi, ma lavorare per curare, non smettere di cercare l'antidoto al veleno, creare un sentiero, non il nulla, non la devastazione, non l'incuria, non le macerie.
Ugo Russo era iscritto a un istituto tecnico che non frequentava. Non si può a 15 anni, a Napoli, lasciare la scuola. Se lasci la scuola, in generale, avrai più difficoltà ad avere accesso a un lavoro dignitoso, ma se poi in un contesto economicamente depresso lasci la scuola, se a Napoli lasci la scuola, sei fottuto, perché perdi l'unica opportunità che avrai nella vita per non essere schiavo non solo delle organizzazioni criminali, ma soprattutto del lavoro nero e mal retribuito, schiavo di datori di lavoro senza scrupoli che approfittano della disperazione per pagare poco e pretendere tutto.
E dove non c'è lavoro, dove non ci sono opportunità, dove c'è dispersione scolastica, dove andare a scuola e istruirsi è considerato un lusso, o una perdita di tempo, dove non ci sono risorse per riportare a scuola i minorenni che decidono di abbandonare gli studi senza altra prospettiva, senza alcuna alternativa alla strada, proprio lì c'è Gomorra. E c'è nella peggiore delle derive possibili perché nessuno aveva mai pensato che oltre Gomorra potesse esserci qualcosa di peggio.
Chissà, mi sono chiesto, se di Ugo Russo si ricorderà qualche assistente sociale. Chissà se qualcuno si era premurato di capire perché Ugo avesse lasciato la scuola. E mentre scrivo so che, oltre alla famiglia, oltre agli amici, c'era chi pensava a Ugo, chi a Ugo ancora ci pensa e immagino non riesca a darsi pace per quello che è successo. L'Associazione Quartieri Spagnoli Onlus posta su Facebook una foto di Ugo impegnato, credo, in attività laboratoriali. Insieme alla foto c'è un verso straziante di Dietrich Bonhoeffer: "Oh, se sapessi dov'è la strada che torna indietro, la lunga strada per il paese dei bambini".
La foto ritrae Ugo bambino, quando tutto era ancora possibile. Prima di abbandonare la scuola, prima di crescere pensando che puoi solo ottenere strappando ad altri ciò che vuoi, perché altri strappano e strapperanno a te ciò che vogliono. E non ci accorgiamo che tutto questo è davvero troppo perché possa gravare su famiglie che non ce la fanno, su associazioni di volontari che aiutano perché sanno che manca tutto? Non ci accorgiamo che serve aiuto vero, costante, perenne? Sembra una banalità, ma dalle 8 del mattino alle 4 del pomeriggio, dai 3 almeno fino ai 14 anni bambini e ragazzi devono stare a scuola, perché solo standoci, vivendola, decideranno di non abbandonarla, di continuare quel percorso, che poi è l'unico che può generare emancipazione dai contesti più difficili. La conoscenza è un diritto che abbiamo, un diritto inalienabile e gratuito, un diritto a cui non dobbiamo rinunciare. Un diritto che dobbiamo pretendere e per cui dobbiamo lottare. La conoscenza è padre e madre di tutti i diritti.
Se non c'è conoscenza non esiste consapevolezza di ciò che siamo, di ciò che potremmo essere, di ciò che vogliamo o che non vogliamo essere. Senza conoscenza non c'è passato e non c'è futuro, ma solo le necessità del momento. Senza conoscenza siamo prede anche se ci travestiamo da carnefici. Quando finalmente daremo alla scuola l'importanza vitale che merita, con soldi veri e non parole, capiremo che pronto soccorso e ambulanze sono di tutti e che non vanno devastati, che vanno anzi presidiati, protetti, soprattutto oggi che stiamo tutti insieme vivendo un momento delicato per la diffusione del coronavirus. A Napoli c'è un sentire comune che però non ci consente di comunicare davvero. C'è diffidenza da un lato, paura dall'altro; manca una lingua comune che va cercata, imparata ed esercitata sui banchi di scuola.
Napoli è una città che ama guardarsi in uno specchio deformante per vedersi normale. Napoli è La cupa di Mimmo Borrelli, un capolavoro mostruoso, opera teatrale di un genio disperato. Napoli è città avvelenata, come la cava di Giosafatte 'Nzamamorte, dove tutti sono in guerra con tutti. Napoli è Giosafatte 'Nzamamorte e cioè un padre che non riesce a fare il padre, è città immobile anche se sembra in continuo movimento. Napoli è Maria delle Papere, ragazza ingenua, cieca, quasi ferina. Napoli è Tummasino Scippasalute, che rovina la vita degli altri solo perché è la sua vita a essere stata compromessa per prima e per sempre.
"Noi non siamo Gomorra" e mentre lo diciamo, abbiamo dimenticato cos'è Gomorra e quindi abbiamo dimenticato cosa non vogliamo essere: un cancro che si nutre del sangue dei suoi ragazzi e delle sue ragazze, e degli errori che non hanno soluzione.
di Alessandro Galimberti
Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2020
Che cos'è la giustizia? Un servizio reso ai cittadini o piuttosto un rito chiuso, autoreferenziale e "perfetto"? È un percorso con regole chiare e certe, o sono regole inintellegibili ai più e che assorbono anche il senso percorso?
Attorno a queste due domande, che possono apparire retoriche, ma non lo sono per nulla, si sta giocando - e ripensando - il futuro di tante professioni, non ultima quella dei giudici e degli avvocati. A spingere una rivoluzione silente, qui come in ogni altro ambito delle relazioni socio-economiche dell'era digitale, è la crescita esponenziale del machine learning e dell'intelligenza artificiale.
"Cosa si aspetta un consumatore quando acquista un trapano? Di praticare un foro nella parete, nulla più" sostiene Richard Susskind, professore a Oxford, consulente indipendente di studi professionali internazionali e governi nazionali, vero guru dell'AI (intelligenza artificiale) applicata al mondo di toghe e parrucche, recentemente ospite di Deloitte a Milano per dialogare con il mondo forense sul suo ultimo "Online courts and the future of justice".
E cosa si aspetta un cittadino che si rivolge alla giustizia? "Di risolvere il suo problema, nulla più" ribadisce Susskind per spiegare la disruption digitale che sta travolgendo e travolgerà sempre più il mondo delle Corti.
Anche perché il futuro è gia iniziato: ogni anno eBay gestisce 60 milioni di contenziosi tra utenti senza lasciare strascichi, senza ricorso a legali e senza mai varcare la soglia di un tribunale. Del resto quale tribunale?, considerato che la dematerializzazione dei contratti e la "a"-localizzazione digitale dei contraenti pone dei problemi enormi in tema di giurisdizione, prima ancora che di competenza territoriale.
L'esperienza del sito di scambi peer-to-peer forse più famoso e utilizzato apre lo scenario sulle Odr - le Online dispute resolution - evoluzione digitale delle Adr (Alternative dispute resolution). Oggi negli Usa e in Uk le Odr stanno diventando la regola, e non solo per motivi di celerità. "L'ambiente della rete ha sviluppato anche su temi giuridici un linguaggio semplificato, accessibile, condiviso" argomenta il professore oxfordiano, e forse non è un male se il cittadino capisce di poter esercitare i suoi diritti in piena consapevolezza (almeno apparente) e senza dover investire tempo e denaro in quantità incerte e sempre difficilmente prevedibili.
Perché tra l'altro, spiega Susskind, il 54% della popolazione mondiale (anche) per questi motivi non ha accesso al servizio giustizia (che peraltro nelle forme tradizionali ha costi non sempre e non da tutti affrontabili), mentre il restante 46% a volte ne rimane incagliato. A questo proposito, cita il professore britannico, in Brasile ci sono oggi 100 milioni di fascicoli giudiziari arretrati, in India sarebbero 30 milioni, ma anche in Italia - dato non citato da Susskind nelle sue presentazioni internazionali - secondo l'ultimo rapporto del Ministero giacciono 3,3 milioni di procedimenti civili e 2,7 penali, pur in sensibile recupero rispetto al passato.
La digitalizzazione delle dispute muove quindi su tre piani, alcuni dei quali già sperimentati e da lungo tempo in Inghilterra e Galles (con il Money Claim online del 2002): dalle Odr appunto - che rappresentano la prevenzione del contenzioso giudiziario, dispute avoidance - alla dispute containement (il ricorso al giudice specializzato) fino all'estremo, affascinante ma ancora acerbo utilizzo dell'algoritmo per la definizione dei processi, futuri ma anche passati (quelli pendenti).
Ma siccome lo sviluppo degli applicativi dell'AI ha una velocità ultrasonica, la questione di "arginare" la toga totalmente automatica va affrontata ora, senza dimenticare che un alleato potente alla dematerializzazione di corti e processi potrà essere (se già non lo è) la tecnologia blockchain. Contratti automatici, criptazione dei processi di formazione degli atti, totale "a"-territorialità degli accordi tra persone (o tra computer?) sembrano già spingere oggi verso una soluzione ineluttabile, dove la presenza di una giurisdizione "terza" - e cioè affidata agli Stati (che tra l'altro dal 1997 ad oggi hanno già perso tutta la partita dell'Internet 2.0, stravinta dagli oligopolisti di rete) - appare totalmente svincolata dalle stesse aspettative della generazione nativa digitale.
L'ultimo baluardo dl processo novecentesco, "fisico", rituale e professionalizzato probabilmente sarà - e neppure nella sua interezza - il processo penale, quantomeno nella forma solenne dei maestosi procedimenti per fatti di grande impatto sociale e, spesso proprio per questo, di grande rinomanza dei protagonisti. Una sorta di zona franca dove, più della performance dei dati, continuerà a prevalere l'idea di una giustizia che sappia essere equa e, entro certi limiti, anche innovativa.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezioni Unite penali - Sentenza 3 marzo 2020 n. 8544. Non tutti i condannati per concorso esterno in associazione di stampo mafioso possono invocare la sentenza europea "Contrada" per azionare la cosiddetta "revisione europea" della sentenza italiana o l'incidente di esecuzione della pena. Così le sezioni Unite penali della Corte di cassazione con la sentenza n. 8544/2020, depositata ieri, hanno risolto il dubbio giurisprudenziale sugli effetti dispiegati sul caso singolo dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Le decisioni "pilota" della Cedu - Le sezioni Unite penali affermano che due sono i presupposti per l'invocabilità in altre controversie di una pronuncia europea pronunciata su un caso italiano:
- l'essere stata definita nell'ambito della giurisprudenza sovranazionale come sentenza "pilota" e - il riscontro di una lacuna strutturale all'interno dell'ordinamento nazionale rilevata dal giudice europeo. In assenza di tali presupposti - spiegano le sezioni Unite - la via principale resta quella del rinvio pregiudiziale alla Corte costituzionale italiana. O la proposizione direttamente alla Corte europea dei diritti dell'Uomo della specifica vicenda.
Il reato in questione - Tornando alla vicenda concreta risolta con la sentenza di ieri, la Cassazione esclude l'applicazione estensiva della decisione del 2015 sulla causa Contrada contro lo Stato italiano "nei confronti di coloro, che estranei a quel giudizio, si trovino nella medesima posizione quanto alla prevedibilità della condanna per il reato di concorso esterno in associazione a delinquere di tipo mafioso, in quanto la sentenza non è una sentenza pilota e non può considerarsi espressione di una giurisprudenza europea consolidata". Non passa neanche l'argomento sulla prevedibilità della responsabilità penale di una condotta tenuta dall'agente affinché sia stata rilevata la sua antigiuridicità. Infatti, non basta invocare un'oscillazione giurisprudenziale per affermare l'incertezza di una fattispecie penale.
Il reato che viene in questione con la pronuncia delle sezioni Unite è frutto dell'incrocio tra l'articolo 416 bische istituiva un reato a sé per colpire le associazioni "mafiose" in Italia (voluto dai giudici antimafia di allora) e l'articolo 110 del codice penale che prevede la punibilità per chi concorre in un reato. Non si tratta quindi - come sostenuto dal ricorso - di un'illegittima elaborazione giurisprudenziale che ha codificato una fattispecie di reato.
Anche se gli orientamenti dei giudici non sono affatto privi di rilievo nell'applicazione del diritto e anzi la realizzano, anche s e non in maniera sempre univoca. E la stessa Corte europea dei diritti dell'Uomo - dando rilevanza al ruolo della giurisprudenza nella sentenza Contrada - indica il 1994 come anno spartiacque sulla ravvisabilità del reato di concorso esterno ed è l'anno della decisione sul caso Demitry risolto dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione: non alla condanna per fatti precedenti quell'anno.
di Valter Vecellio
Il Riformista, 4 marzo 2020
In piena facoltà, Signor Presidente, parafrasando Boris Vian - che pure si riferiva a vicende ben più tragica e terribili - le scrivo la presente, che spero leggerà. Anch'io ho ricevuto una cartolina, che "terra terra" mi dice che non sono un cittadino di questo Stato, come per svariate decine d'anni ho creduto d'essere; sono piuttosto un suddito di un'entità che mi considera solo per i doveri, e non mi riconosce diritto. È una storia non breve, Signor Presidente. Una storia che comincia nel lontano 1996. Si tratta di spese sostenute per una vicenda cominciata nel 1996. Quel giorno Erich Priebke, uno dei responsabili dell'eccidio alle Fosse Ardeatine, viene assolto da un tribunale militare; dopo la guerra si è rifugiato in Argentina. Il Centro Wiesenthal, specializzato nella caccia ai nazisti, lo rintraccia a San Carlos de Bariloche; un giornalista dell'americana "ABC", messo sull'avviso, lo intervista. Scoppia il caso: Priebke viene espulso, estradato in Italia.
Processato per il massacro alle Ardeatine, un tribunale militare lo assolve. Mezza città di Roma si ribella. Il tribunale per tutta la notte è come cinto d'assedio, fino a quando non interviene il ministro della Giustizia di allora, Giovanni Maria Flick; trova un marchingegno giuridico che consente di riprocessare Pribke; che alla fine di un lungo iter giudiziario è riconosciuto colpevole, condannato all'ergastolo (data l'età, lo sconta ai domiciliari). Per ragioni imperscrutabili Priebke ritiene chi scrive e l'allora capo della comunità ebraica Riccardo Pacifici, responsabili di quello che definisce un sequestro di persona.
Siamo assolti in primo, secondo, terzo grado. Per quello che mi riguarda, la storia finisce. Pago di tasca mia l'avvocato, non chiedo un centesimo di risarcimento: ne avrei avuto ribrezzo. Qui subentra il teatro dell'assurdo. Anni dopo i fatti si fa via l'Agenzia delle Entrate: bisogna pagare le spese processuali. Ho vinto, perché devo pagare? La risposta: "Priebke risulta nullatenente". E allora? "Allora lo Stato non può rimetterci: paga chi vince". Danno e beffa: "Se crede però si può rivalere nei confronti di Priebke".
Per farla breve: lo Stato non riesce a farsi pagare, si rivale sull'innocente; poi l'innocente se la veda lui con il colpevole. Ecco, Signor Presidente: da questa risposta, "Lo Stato non può rimetterci", ho cominciato a prendere coscienza che io - sia pure in parte infinitesima, non faccio parte dello Stato, non ne sono un piccolissimo membro. Io devo pagare, lo Stato, il "mio" Stato, non può rimetterci. Mi ribello; mi rivolgo a quelle istituzioni in cui ancora credevo; sollevo il caso mediaticamente. Qualcuno allora s'inventa un escamotage: un anonimo benefattore paga per noi. Non è vero: non c'è nessun anonimo benefattore. È una bugia, raccontata per metterci a tacere.
Quest'anno arriva una nuova ingiunzione; c'è anche da pagare una mora. Il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Beppe Giulietti si schiera al mio fianco; mi rivolgo ai presidenti di Senato e Camera, al ministro della Giustizia, ai leader di partito presenti in Parlamento; chiedo: è giusto quello che accade? Devo davvero pagare? Silenzio. Indifferenza.
Nel frattempo arriva la terza ingiunzione. A questo punto, mi arrendo. Vergognandomi come un ladro, pago. Sono stato accusato per qualcosa che non ho fatto; sono stato riconosciuto innocente; devo pagare al posto del colpevole: un criminale nazista condannato all'ergastolo per le Ardeatine. Mi brucia, non lo nascondo; ma più di tutto il silenzio, l'indifferenza di chi avrei voluto trovare al mio fianco e invece mi ha voltato le spalle. Ecco perché mi "dimetto" da cittadino, mi considero parte della folta legione dei sudditi di questo disgraziato Paese.
Colgo l'occasione per ringraziare Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica di Roma: volevano pagare loro al mio posto. Preferisco che quella somma sia dirottata verso qualche ente che assiste i membri più bisognosi della comunità. Ringrazio i colleghi che mi sono stati vicini. Assicuro che ricordo bene quanti hanno taciuto, voltato la testa senza muovere un dito. È un ricordo che porterò sempre con me. L'ultimo gesto è rivolgermi a Lei, Signor Presidente, che finora non mi sono sognato di scomodare, sapendola impegnata in cose molto più urgenti, necessarie, importanti. La mia vuol essere solo una notifica.
Da oggi nel mio studio campeggia, incorniciato, il modulo dell'"Agenzia delle entrate" che intima, pena il sequestro, di pagare 302 euro e 23 centesimi per le spese processuali sostenute.
Ora non chiedo più nulla. Non mi sento più cittadino con doveri che osserva (il pagare, per esempio le tasse al centesimo; credere che votare non sia solo una facoltà, ma anche un atto di rispetto verso le istituzioni); da oggi mi considero un suddito oppresso da una entità nemica. Vinto e preda di radicale amarezza; vittima di quello che ritiene essere un sopruso consumato in nome del popolo italiano. Mi scusi per il tempo che le ho sottratto. Le auguro buon lavoro e buona giornata.
di Daniela Borghi
La Stampa, 4 marzo 2020
Al via sopralluoghi della Protezione civile negli istituti penitenziari di Sanremo e Imperia, fino a La Spezia. Il sindacalista Fabio Pagani (Uilpa Pp): "Impedire contagio all'interno delle carceri". "Ieri la Protezione civile ha iniziato il sopralluogo negli istituti penitenziari della Regione Liguria, compresi Sanremo e Imperia, per l'installazione di tende mobili per il Triage sanitario riservato prevalentemente agli arrestati", dice Fabio Pagani, per la Uilpa, Polizia penitenziaria.
Aggiunge: "In seguito ai chiarimenti e alle indicazioni del Ministero della Salute e alla Circolare del Capo Dap Ministero della Giustizia, ribadiamo di non voler creare allarmi, ma chiediamo che non ci sia alcuna sottovalutazione del fenomeno e si faccia tutto il possibile per impedire l'arrivo nelle carceri del nuovo coronavirus, che sarebbe evidentemente devastante".
Nel frattempo, l'altro pomeriggio, a Sanremo, ha fatto ingresso un detenuto arrestato a Milano e trasferito in seguito ad ordinanza del Gip di Savona: è isolato sanitario in via precauzionale al Piano Terra (Nuovi Giunti) del carcere di Valle Armea "Ci auguriamo che il triage sia stato rispettato. Noi, sia come operatori sia come sindacato - conclude Pagani - siamo disponibili a fare la nostra parte con lo spirito di servizio e l'abnegazione di sempre, ma è necessario, appunto, che vi sia una regia istituzionale e univoca che si muova su solide basi scientifiche".
- Toscana. "Garante dei detenuti, prima le competenze"
- Sardegna. Aumentano i detenuti nelle carceri, superati i limiti regolamentari
- Firenze. Armando Punzo, un'autobiografia in forma di romanzo
- Bologna. Ipotesi triage fuori da carceri e avvocati contro autocertificazione anti-sintomi
- Covid-19. Viviamo in una storia surreale che sembra scritta dai fratelli Marx










