di Riccardo Lo Verso
livesicilia.it, 5 marzo 2020
L'avvocato Mario Bellavista scrive al capo dello Stato in polemica con l'Ordine di Palermo. È in aperta polemica con il direttivo dell'Ordine degli avvocati che l'avvocato Mario Bellavista ha deciso di scrivere direttamente al ministro della Giustizia, al premier Conte e al capo dello Stato Mattarella per chiedere "l'estensione delle misure alternative alla detenzione per prevenire e affrontare l'emergenza corona virus nelle carceri italiane".
"Avevo chiesto al mio ordine di condividere questa iniziativa, ma non ho avuto inspiegabilmente l'appoggio sperato - spiega il penalista e consigliere -. Forse il fatto di essere un consigliere di minoranza ha spinto i miei colleghi a rispondere più al logiche politiche che all'interesse di cittadini. Sì perché i detenuti sono cittadini che, in questo momento particolare, si trovano in una situazione ad alto rischio.
E allora, senza strumentalizzare richieste provocatorie di amnistia, si chiede che si decreti con urgenza l'estensione delle misure alternative alla detenzione in carcere quando le pene da scontare siano brevi e che vengano sospese le esecuzioni delle pene fino a cinque anni finché non verrà superata la emergenza corona virus. La estensione di misure alternative alla detenzione in carcere non vuol dire mettere in libertà dei condannati. Vuol dire garantire la loro salute ed eseguire la pena in luoghi e in modi diversi dalla detenzione in carcere".
ivg.it, 5 marzo 2020
"A quattro anni dalla chiusura del carcere Sant'Agostino di Savona, la nostra provincia ha bisogno di un nuovo penitenziario in tempi rapidi e penso che Albenga possa essere la soluzione ideale per tutti". Questa la proposta di Eraldo Ciangherotti, consigliere provinciale di Savona e capogruppo di Forza Italia in Comune ad Albenga. A seguito della chiusura del carcere savonese, avvenuta nel 2016, sono state ipotizzate diverse soluzioni, ma nessun progetto è mai stato seguito fino in fondo.
"In questi quattro anni di immobilismo si sono creati disagi sempre maggiori per il Tribunale di Savona, che continua ad essere la sede dei procedimenti giudiziari, per la Polizia penitenziaria e per i familiari dei detenuti - ha spiegato Ciangherotti. A questi disagi e ai maggiori costi che vengono quotidianamente sostenuti per trasportate i detenuti e le forze dell'ordine tra i carceri di Genova, Imperia e Sanremo, recentemente si sono aggiunti anche i noti problemi sulla viabilità, che hanno reso sempre più insostenibile la situazione".
"Già due anni fa, insieme a Ginetta Perrone, in Consiglio comunale avanzai la proposta di costruire un nuovo carcere della provincia, moderno e funzionale, ad Albenga - ha ricordato Ciangherotti -. Abbiamo gli spazi adeguati per realizzare questo presidio indispensabile alla sicurezza dei cittadini, evitando le situazioni fatiscenti e degradate dei centri storici, che non sono più idonee".
Sulle possibili proteste che una tale proposta potrebbe far scatenare tra i cittadini albenganesi, Ciangherotti ha le idee chiare su quali argomenti usare. "In primis, sarà banale, ma penso che sia sempre meglio avere i delinquenti dietro le sbarre che in giro a piede libero - ha sottolineato il capogruppo ingauno di Forza Italia -. In secondo luogo avere un carcere nel nostro comune determinerebbe l'assegnazione delle forze di Polizia necessarie a garantire quella sicurezza della struttura e quindi anche del territorio, che ormai manca ad Albenga".
La decisione sul nuovo carcere spetterà al Ministero della Giustizia, ma per Ciangherotti sarà fondamentale arrivare ad una proposta che prima sia condivisa dalle istituzioni locali. "Su una decisione del genere serve una compattezza istituzionale, al di là dei colori politici, tra Comune, Provincia e Regione - ha concluso Ciangherotti. Su una vicenda così importante auspico poi che intervenga anche l'onorevole Franco Vazio, che dovrebbe rappresentare il nostro territorio, e che ricopre il ruolo di vicepresidente della Commissione Giustizia a Roma".
di Stefano Colasurdo
vesuviolive.it, 5 marzo 2020
L'associazione "Gli ultimi saranno" ha indetto una lodevole iniziativa che lega tutti noi ai detenuti. Il progetto che sta portando avanti si chiama "Parole luminose dietro le sbarre", con la quale chiunque aderisca, può inviare un libro ad un carcerato.
La vita nelle carceri è davvero molto dura, d'altronde sono lì per scontare una pena. Questa punizione però non deve essere fine a se stessa, ma deve essere un modo per poi reinserirsi nella società. Ecco allora che iniziano tante attività all'interno delle carceri: musica, teatro, scrittura creativa e tanto altro. Si cerca di far avvicinare il detenuto ad lavoro, ad una passione che possa coltivare una volta che ha scontato la sua pena.
"Gli ultimi saranno" allora ha deciso di proporre questa iniziativa che possa donare non solo un libro al detenuto, ma soprattutto regalare un messaggio di speranza, una luce nuova per i detenuti. Per questo il titolo del progetto porta con sé la parola luminosa, perché tra le righe c'è un forte messaggio. Un progetto che assume tutto il sapore della solidarietà verso delle persone che non conosciamo e che può essere tramandato da detenuto a detenuto. Allora ecco che chiunque volesse può donare il libro comprandolo in una delle librerie che hanno aderito al progetto, o recandosi personalmente in carcere.
di Sergio Valzania
Il Dubbio, 5 marzo 2020
Parla Loretta Malan, direttrice dei servizi di inclusione della Diaconia Valdese. Incontro Loretta Malan, direttrice dei Servizi di inclusione della Diaconia Valdese, alla stazione di Roma Termini, mentre si prepara a tornare in Piemonte dopo una serie di incontri nella capitale.
"La Diaconia corrisponde in qualche modo alla Caritas della Chiesa Cattolica, è il braccio esecutivo della Tavola, l'organo di rappresentanza delle chiese metodiste e valdesi. I Servizi di inclusione si occupano di tre attività: accoglienza degli immigrati attraverso progetti istituzionali o finanziati da privati, contributo alla soluzione dei problemi di disagio abitativo e gestione di otto sportelli, distribuiti sul territorio nazionale, che offrono servizi di orientamento e di supporto per attività di aggregazione.
Dove siete attivi?
Soprattutto in Piemonte. Gestiamo centri di accoglienza a Torino, Pinerolo e Torre Pellice, che è una sorta di capitale delle valli valdesi. Ma siamo presenti anche a Milano e Roma, abbiamo una collaborazione con il comune di Trezzano sul Naviglio. In Sicilia gestiamo un centro di accoglienza a Vittoria, nel ragusano, e a Firenze un altro per minori.
Come valuta le trasformazioni in corso nel settore dell'accoglienza dei migranti?
Il passaggio dagli Sprar ai Siproimi ha causato parecchi problemi. Dopo l'approvazione dei decreti Salvini, nel novembre del 2018, le persone accolte non possono più avere i permessi di soggiorno umanitari, che sono stati aboliti. Ci sarebbero i nuovi permessi denominati speciali, ma durano poco, un anno soltanto, e sono così speciali che non vengono rilasciati quasi mai. Le persone alle quali non sono stati rinnovati i permessi umanitari sono finite per strada, sono divenuti irregolari, senza nessuna forma di supporto sociale. Molto vulnerabili, preda di organizzazioni malavitose. I rimpatri sono impossibili, sia per motivi economici che per la mancanza di accordi bilaterali.
Quindi cosa succede?
A fronte di un decreto chiamato sicurezza abbiamo ottenuto l'effetto opposto. Inoltre abbiamo interrotto per molte persone un percorso di integrazione, in alcuni casi anche molto avanzato.
Che cosa è importante in questo percorso?
Soprattutto l'apprendimento della lingua. Le prefetture promuovono dei progetti in tal senso e i comuni li gestiscono. A volte con solo 6/8 ore settimanali di lezione, che sono troppo poche. Noi affianchiamo queste attività con nostri insegnanti, per arrivare almeno a 12/ 15 ore settimanali, con le quali in sei mesi di frequenza un immigrato arriva a esprimersi nelle frasi basilari. In un anno comincia a padroneggiare la lingua ed è in grado di iniziare a lavorare o a seguire corsi di formazione.
Tutti gli immigrati hanno il permesso di lavorare il Italia?
Due mesi dopo aver avanzato la richiesta i richiedenti asilo possono lavorare. Trascorre un anno dalla richiesta alla prima convocazione da parte della commissione e in caso di esito negativo è possibile fare ricorso. Può darsi che dopo tre anni trascorsi come richiedente l'asilo non venga concesso e una persona già integrata, con casa e lavoro fisso perda tutto. Si ritrovi per strada in stato di illegalità.
Quante sono queste persone? Come vivono?
Fare delle stime è difficile. Si calcola che in Italia ci siano mezzo milione di persone senza un titolo legale di residenza. Vivono di espedienti, finiscono in una condizione di semi schiavitù, dall'accattonaggio al caporalato. Allo spaccio. Non esistono strumenti legali per sostenerli.
Cosa sarebbe necessario fare?
Sicuramente una sanatoria a favore di chi è integrato e lo può dimostrare. Vanno poi modificate le politiche di ingresso nel nostro Paese. Non ci sono più visti per lavoro, o almeno ne sono esclusi tutti i paesi interessati dal fenomeno migratorio. Persone che hanno la possibilità di pagarsi il viaggio e avrebbero un lavoro assicurato finiscono in mano a trafficanti e scafisti. Noi valdesi accogliamo alcune centinaia di persone che sono arrivate in Italia attraverso i corridoi umanitari organizzati dalla Comunità di Sant'Egidio, lo facciamo attingendo ai fondi che ci arrivano dall' 8 per mille. In due anni gli immigrati sono tutti perfettamente integrati.
Qual è il problema più grave da affrontare, in tema di immigrazione?
Penso il peggioramento della situazione culturale. Molti si sentono autorizzati a esprimere sentimenti xenofobi e razzisti che prima coltivavano di nascosto. Si sta facendo una guerra tra poveri, la paura dello straniero cattivo non esiste: una volta che le persone si conoscono, quando si trovano a vivere insieme, tutte le problematiche si sciolgono. C'è una narrazione sbagliata che suscita il timore di vedere consumato il poco welfare che c'è.
Che rischi comporta questo?
Lo smantellamento di un sistema di accoglienza che cominciava a funzionare, con la perdita di 35.000 posti di lavoro e la scomparsa di una ricchezza della quale abbiamo bisogno. I flussi umani continueranno e vanno gestiti, per questo occorrono gli strumenti adatti, smettendo di operare in un contesto emergenziale e costruendo invece un sistema strutturato per persone che si spostano, come la modernità consente di fare. E tutto questo va concordato e reso efficiente a livello europeo.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 5 marzo 2020
A Filakio, tra filo spinato e barriere dove la polizia greca è inflessibile e non fa passare nessuno. La risposta più comune è "non so". Ovvero: non so quanto tempo resterò qui, non so dove andrò, non so a chi chiedere, da chi farmi difendere.
Parlare con i migranti-detenuti attraverso le reti metalliche e i fili spinati che circondano la prigione posta alla periferia del villaggio di Filakio significa scoprire un universo sospeso, dominato dall'incertezza, dove centinaia di persone, compresi tanti bambini, appaiono totalmente ignari del loro futuro, alla mercé delle autorità che li hanno rinchiusi.
"Stiamo arrivando numerosi negli ultimi giorni. La polizia greca ci cattura nei campi, appena superiamo il confine dalla Turchia. Gli agenti non sono violenti. Devo dire che ci trattano abbastanza con rispetto. Ma poi ci chiudono dietro le reti e noi non sappiamo più nulla. Io sono qui già da cinque giorni. Mi danno da mangiare e un letto. Meglio che sotto le bombe in Siria", dice rassegnato Diler Othman, un curdo 29enne originario della città siriana di Afrin.
Arrivare a Filakio non è semplice. Situato a 16 chilometri dal punto di passaggio con la Turchia a Kastanies, il campo, circondato da robusti e alti filari di reti metalliche, costituisce la rappresentazione perfetta del nuovo pugno di ferro greco, sostenuto dai partner europei in nome della comune opposizione alla politica del presidente turco Erdogan. Per visitarlo occorre una lunga trafila burocratica. I giornalisti sono malvisti.
Lo hanno notato i reporter che cercano di raccontare in diretta l'operato di esercito e polizia per bloccare al confine i migranti. Tanti tra noi sono stati fermati e rimandati indietro dalle pattuglie con l'accusa di aver superato una non meglio definita "zona militare chiusa". Anche parlare a distanza con i migranti rinchiusi può creare seri problemi. E ciò nonostante la stessa responsabile civile del campo, Irina Logotethi, spieghi paziente che in realtà questa "non è una prigione, bensì un Ric, ovvero un Centro di Ricevimento e Identificazione, dove i migranti non sono veri prigionieri, ma stranieri momentaneamente trattenuti".
Comunque, è ovvio che vi sono assiepati vecchi e nuovi arrivi. Che non possono uscire. "Sono qui da oltre cinque mesi assieme a mia moglie. Non abbiamo figli. Ci hanno detto che nei prossimi giorni saremo trasferiti d'ufficio nella prigione, che è proprio di fronte a noi", spiega il 25enne Murtaza Hashemi, catturato assieme alla 21enne Unulbanim. Sono entrambi afghani della regione di Wardak. "Non torneremo mai indietro. L'Afghanistan ci fa paura. I talebani stanno vincendo e noi siamo stanchi della loro violenza fanatica e religiosa", spiegano. A loro dire i migranti sono rinchiusi in quattro blocchi di edifici prefabbricati dove vivono assiepate oltre 600 persone. In maggioranza afghani, ma anche iraniani, marocchini, iracheni, siriani. Il cortile di cemento è costellato di fili per far asciugare il bucato.
I bambini giocano a palla dribblando tra la gente. E, anzi, visto che noi siamo fuori dal recinto, chiedono di recuperare un paio di palloni finiti oltre le barriere. Reza Huhabbi, 36enne di Teheran, è stato catturato quattro giorni fa assieme alla moglie e la figlia Mariam di tre anni. "I soldati turchi ci hanno riuniti a Edirne, quindi hanno indicato la strada per la Grecia. Io spero di diventare falegname ad Atene", dice.
Ma poco lascia credere che il suo sogno possa avverarsi. La questione migranti dalla Turchia alla Grecia è ormai componente centrale di una partita politica e geo-strategica ampia e complessa, che comprende il degenerare della guerra in Siria, il difficile rapporto Putin-Erdogan e le gravi frizioni tra Ue e governo di Ankara. Atene blinda sempre più i suoi confini, mentre accusa Ankara di diffondere fake news sulle violenze della polizia greca, accusata di aver sparato sui migranti causando almeno un morto e cinque feriti.
Ieri mattina abbiamo assistito a numerosi scontri tra migranti e agenti a suon di lacrimogeni e tiri di pietre. "Il confine è chiuso. Non si passa", ripetevano gli altoparlanti montati sui blindati. Il premier "falco" dell'Ungheria, Viktor Orbán, annunciava che "130 mila migranti" sarebbero già entrati in Grecia da venerdì. Ma il numero non combacia affatto con le poche migliaia segnalate dai portavoce ad Atene.
di Francesca Paci
La Stampa, 5 marzo 2020
"Erdogan apre il rubinetto dei migranti per guadagnarci il massimo". E più d'un impressione quella della proprietaria della taverna Koytoyki, un paio d'isolati a piedi dal varco di Kastanies, dove da venerdì Ankara e Atene si sfidano sul corpo di sopravvissuti a diversi inferni.
Il governo di Mitsotakis e i greci tutti sono convinti che quest'ultima crisi sia la posta alzata da Erdogan per sedersi oggi con Putin e rivendicare, oltre a un ruolo decisivo nella partita siriana, la capacità d'intimidire seriamente l'Europa, l'avversario politico condiviso con una Russia da cui invece lo separano, armi in pugno, la Siria e la Libia.
"Contiamo di raggiungere un accordo su Idlib" annuncia il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov poche ore dopo l'alba di un mercoledì di fuoco, con i militari schierati lungo il confine sul fiume Evros come contro un'invasione di ottomana memoria. Sono ore tesissime: gli altoparlanti che, intervallati dai colpi di lacrimogeni e cannoni ad acqua, promettono l'arresto per attraversamento irregolare della frontiera e, dall'altra parte, centinaia di migranti che gridano "Giornalisti!" sperando nei media per aprire gli occhi a un'Europa le cui porte, contrariamente alle aspettative alimentate da Ankara, hanno trovate chiuse.
La guerra di posizione è anche guerra comunicativa. "Ci sono un morto e cinque feriti, tutti caduti per mano greca" annunciano dal fronte turco, allegando foto da verificare e l'accusa d'ipocrisia a un'Europa terrorizzata da "povera gente" (la Turchia ospita oltre 3,5 milioni di profughi e brandisce la minaccia del milione in attesa di scappare da Idlib).
"I turchi spingono i migranti al confine con le pistole" rilanciano da Atene, dopo aver smentito "categoricamente" di aver ucciso qualcuno. Secondo i primi oltre 130 mila persone bussano in queste ore alla fortezza Europa, per gli altri si tratta di un numero cinque volte minore. Di sicuro c'è che il flusso, respinto con violenza, martella sulle isole ma qui si va spostando a Sud, dato che anche il passaggio bulgaro è bloccato, con Sofia a mediare tra Ankara e Bruxelles ipotizzando una zona cuscinetto di 30 km lungo tutta la frontiera.
Tra i rovi e il filo spinato, gimkana estrema di chi buca la barriera, l'eco delle promesse recapitate martedì ad Atene dai presidenti Ue si perdono come i poveri averi di chi scappa. "I migranti non devono essere usati come strumenti politici" denuncia la Croce Rossa, ma da Bruxelles la commissaria Ue agli aiuti umanitari Ylva Johannsons insiste: "I nostri confini non sono aperti". Basta venire a Kastanies.
di Greta Marchesi
Il Dubbio, 5 marzo 2020
È stato liberato solo chi è risultato negativo al virus e la misura riguarda unicamente le condanne più lievi, sotto i 5 anni di carcere. Il coronavirus si è diffuso praticamente "in tutte le province dell'Iran", ha confermato il presidente Hassan Rohani.
Il capo della Repubblica Islamica, però, ha attaccato i. media stranieri, sostenendo che vogliono seminare il panico nel Paese con "fake news" sulla diffusione del coronavirus. "La Repubblica Islamica", ha detto Rohani in dichiarazioni riportate da Pres s Tv, ha chiesto al ministero della Sanità "piena trasparenza" e ha sollecitato la diffusione di informazioni alla popolazione. La misura è stata annunciata dal portavoce della magistratura, Gholamhossein Esmaili, il quale ha precisato che ai detenuti è stato concesso di uscire dal carcere dopo che erano risultati negativi al coronavirus.
La misura riguarda solamente le condanne più lievi, infatti Esmaili ha sottolineato che i prigionieri condannati a più di cinque anni di carcere non saranno rilasciati. Inoltre, per il secondo venerdì consecutivo le tradizionali preghiere del venerdì salteranno a Teheran e in molte città dell'Iran.
"Per questa settimana sono annullate le preghiere del venerdì nei capoluoghi di tutte le province", ha detto Mohammad Javad Haj Ali Akbari, responsabile dell'ufficio che gestisce le preghiere del venerdì. Infine, dopo vari rinvii, il governo iraniano ha dichiarato che le persone con sintomi evidenti che cercheranno di lasciare la città di Qom, principale focolaio dell'epidemia, saranno messe in quarantena.
La decisione segna un deciso cambio di passo delle misure adottate dal governo iraniano che in un primo aveva minimizzato gli effetti dei primi contagi per poi mutare radicalmente la propria posizione dopo che 23 esponenti del parlamento iraniano sono risultati positivi al virus e a seguito del decesso di uno dei consiglieri della guida suprema iraniana, Ali Khamenei.
di Giordano Stabile
La Stampa, 5 marzo 2020
La pace in Afghanistan è finita ancora prima di cominciare. Ieri l'aviazione americana ha condotto il primo raid contro militanti talebani, quattro giorni dopo la firma a Doha dell'accordo per il ritiro del truppe statunitensi e la fine della "guerra più lunga", quasi 19 anni.
Gli studenti barbuti, ha spiegato il Pentagono, hanno assaltato un check-point dell'esercito governativo afghano e i cacciabombardieri sono intervenuti "per fermare l'attacco". Il portavoce della forze Usa nel Paese, colonnello Sonny Leggett, ha precisato che gli Stati Uniti "mantengono l'impegno per arrivare alla pace ma difenderanno le forze afghane se necessario: i taleban hanno promesso che avrebbero ridotto la violenza, non aumentato gli attacchi. Chiediamo loro di sospendere queste azioni inutili e mantenere gli impegni".
Il raid è stato il primo in 11 giorni, da quando, prima dell'intesa in Qatar, Washington e i Taleban avevano concordato una settimana di "riduzione della violenza" per spianare la strada al ritiro americano. Ma già da domenica scorsa sono cominciati i problemi. L'accordo di Doha, oltre al ritiro di tutte le forze della Nato entro 14 mesi, prevedeva anche il rilascio di cinquemila prigionieri talebani da parte del governo di Kabul.
Il presidente Ashraf Ghani si è però rifiutato di farlo, perché i guerriglieri islamisti non hanno preso impegni sul rispetto della tregua nei confronti delle truppe governative. Lunedì gli studenti barbuti hanno allora annunciato che le "operazioni" riprendevano come sempre. Martedì hanno ucciso cinque poliziotti a un check-point vicino a una miniera di rame. Ieri ci sono stati scontri "in nove province", compresa quella dell'Helmand, dove gli americani hanno condotto il raid di risposta, con un totale di venti morti, compresi 4 civili.
Un bollettino di guerra che non promette nulla di buono. In realtà Ghani non è per niente convinto dell'accordo fra Usa e taleban. Il loro mediatore capo, Abdul Ghani Baradar, ex braccio destro del Mulah Omar, si è impegnato con Donald Trump a rispettare i patti, a rompere i legami con Al-Qaeda, e a combattere le cellule dell'Isis nel Paese.
Ma la dirigenza non ha mai rinunciato all'instaurazione di un emirato islamico, come quello fondato nel 1996 e distrutto dall'intervento americano nel 2001. Ghani è convinto che appena le forze della Nato se ne saranno andate comincerà l'assalto a Kabul. Lo stesso scenario che era seguito al ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, con il Mullah Omar che alla fine aveva conquistato la capitale, nel 1996, e fatto impiccare l'ex presidente Mohammad Najibullah.
di Antonio Ciccia Messina
Italia Oggi, 4 marzo 2020
Il nuovo decreto sull'epidemia ferma i termini per cause, prescrizione, legge Pinto. Il Coronavirus mette la giustizia in stand-by. Rinviate le udienze e congelate le scadenze per qualsiasi atto, processuale e contrattuale, per uffici e persone dei comuni già inseriti nella zona rossa e per quelli che dovessero esserlo in futuro.
Il Dubbio, 4 marzo 2020
La decisione di Teheran e l'allarme delle nostre carceri sovraffollate. L' Iran ha rilasciato in via temporanea oltre 54mila detenuti, nello sforzo di combattere la diffusione del nuovo coronavirus nelle affollate celle del Paese. A quanto riporta la Bbc, il portavoce della magistratura, Gholamhosse in Esmaili, ha riferito alla stampa che ai detenuti è stato concesso un congedo, dopo essere risultati negativi ai test del Covid-19 e aver pagato una cauzione.
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