di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 4 marzo 2020
Udienze ridotte all'osso nel Tribunale penale e in quello civile di Milano per contrastare la diffusione del coronavirus. Mentre Roma ha scelto una strada differente, dispenser di Amuchina attaccati con lo scotch al muro nei punti strategici della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. Al Csm, invece, per i giornalisti che affollano palazzo dei Marescialli, in vista dell'elezione del nuovo procuratore capo di Roma, è stato stabilito un ingresso limitato. Un numero pianificato di cronisti alla sala del Plenum, per consentirne la collocazione in posti a sedere distanziati. Per tutti gli altri sarà allestita (con le stesse modalità) la sala stampa dove potranno assistere alla seduta grazie alla diretta streaming.
Ma è a Milano che si sono prese le misure più drastiche. Soprattutto in virtù del contagio che ha riguardato due magistrati. Lunedì sera sono risultati positivi e sono stati ricoverati all'ospedale Sacco. Per gli uffici, le aule e le cancellerie delle due sezioni coinvolte sono scattate le procedure di sanificazione. Dopo una riunione fiume si è deciso di continuare a garantire le attività "essenziali", ma sono state sospese le udienze civili e penali non urgenti.
Non è finita qui perché - come si legge nel provvedimento firmato da tutti i vertici, tra cui il procuratore Greco, il presidente vicario della Corte D'Appello Giuseppe Ondei e l'Avvocato generale Nunzia Gatto - "sono in corso operazioni di monitoraggio per censire la presenza di ulteriori ipotesi di necessario isolamento" per "soggetti che, pur non lavorando presso le sezioni interessate, possano avere avuto contatti stretti con i due contagiati". Il presidente del Tribunale Roberto Bichi spera che il contagio "rimanga isolato".
E proprio perché le risorse di giudici e personale si stanno riducendo, e probabilmente si ridurranno ancora, i capi degli uffici hanno deciso, ognuno a seconda delle proprie peculiari attività, di garantire "la continuità delle essenziali attività giurisdizionali", ma con "limitazioni dei servizi". Da qui, ad esempio, la decisione di Bichi di sospendere le udienze civili non urgenti e di disporre che i giudici "del settore penale procedano al rinvio" dei processi "a data congrua, comunque successiva al 31 marzo", escluse le convalide di arresti o fermi, i procedimenti a carico di detenuti, le udienze del Riesame e quelle che saranno ritenute "di urgenza".
Un modo questo per limitare il fiume di persone che affollano il Palazzo di Giustizia di Milano, frequentato ogni giorno da oltre 5mila persone. Nel Tribunale di Roma si è, invece, scelta una linea soft. Il numero dei contagiati in Lombardia è infinitamente più alta rispetto a quelli del Lazio. Per questo le udienze vengono regolarmente celebrate. Tuttavia è necessario prendere una serie di precauzioni. Indicazioni che sono rappresentate da numerose locandine affisse all'ingresso delle aule del Tribunale penale che ricordano quali sono i comportamenti da seguire.
L'unico Tribunale, nella Capitale, che limita l'accesso è quello di Sorveglianza. Ai detenuti che vogliono partecipare all'udienza vengono date due opzioni: con un collegamento audiovisivo, se invece si vuole presenziare l'udienza verrà rinviata.
A Napoli è in atto un braccio di ferro tra ordine degli avvocati e vertici del Tribunale. Con i legali che hanno stabilito l'astensione dopo che un loro collega, rientrato da Milano, è risultato positivo al Covid-19. Lo sciopero riguarderà le udienze civili e penali della Corte di Appello di Napoli e della Circoscrizione del tribunale di Napoli, nonché amministrative davanti al Tar Campania (sezione Napoli) fino all'undici marzo.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 4 marzo 2020
Il Tribunale dei ministri sul caso della Alan Kurdi: lo Stato di primo contatto è quello della nave. La responsabilità di assegnare un "porto sicuro" alle navi con i profughi soccorsi in mare spetta allo "Stato di primo contatto", che però non è sempre facile individuare. Tuttavia, volendo seguire "alla lettera" le indicazioni che si possono ricavare da Convenzioni e accordi, "lo Stato di primo contatto non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio"; dunque se un'imbarcazione che ha raccolto i naufraghi batte bandiera tedesca, è alla Germania che deve rivolgersi per ottenere l'approdo.
Così ritiene il tribunale dei ministri di Roma, che anche per questo motivo, il 21 novembre, ha archiviato le accuse di omissione di atti d'ufficio e abuso d'ufficio nei confronti dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini e del capo di Gabinetto Matteo Piantedosi, per aver negato lo sbarco ai 65 migranti che si trovavano a bordo della nave tedesca Alan Kurdi, della Ong Sea Eye, nell'aprile scorso. "L'assenza di norme di portata precettiva chiara applicabili alla vicenda - hanno scritto i giudici Maurizio Silvestri, Marcella Trovato e Chiara Gallo - non consente di individuare, con riferimento all'ipotizzato, indebito rifiuto di indicazione del Pos (Place of safety), precisi obblighi di legge violati dagli indagati, e di conseguenza di ricondurre i loro comportamenti a fattispecie di rilevanza penale".
Niente reati quindi, e niente processo. Qualche giorno fa Salvini aveva esultato alla notizia dell'archiviazione: "Finalmente un tribunale riconosce che bloccare gli sbarchi non autorizzati non è reato"; ora le motivazioni del provvedimento potrebbero accrescere la sua soddisfazione. Oltre a stabilire la responsabilità dello Stato di appartenenza della nave che ha soccorso i profughi, infatti, il tribunale romano aggiunge che quando - come nel caso della Alan Kurdi, e come spesso accade - le coste di quel Paese sono troppo lontane, "la normativa non offre soluzioni precettive idonee ai fini di un intervento efficace volto alla tutela della sicurezza dei migranti in percolo". Le leggi sono inadeguate, e tutto è rimesso a "una concreta e fattiva cooperazione tra gli Stati interessati che, fino a oggi, è di fatto scritta solo sulla carta".
L'interpretazione di norme e regolamenti, però, sembra tutt'altro che scontata. E difficilmente il provvedimento del tribunale porrà fine a denunce e inchieste. Come dimostra la richiesta della Procura di Roma, che aveva sollecitato i giudici ad archiviare il fascicolo con motivazioni ben diverse. Secondo le conclusioni del pm Sergio Colaiocco (avallate dai procuratori aggiunti Michele Prestipino, Paolo Ielo e Francesco Caporale), una volta interpellata l'Italia aveva l'obbligo di concedere il Pos, in forza della Convenzione di Amburgo. Ma non il ministero dell'Interno (e dunque Salvini), bensì la Guardia costiera, che fa capo al ministero delle Infrastrutture. Il quale con un atto del 2015 ha delegato la pratica al Viminale per accelerare le procedure: ma ciò non fa venire meno la propria responsabilità, e le eventuali omissioni.
Nel caso della Alan Kurdi, Salvini fece scrivere a Piantedosi una direttiva di divieto d'ingresso e transito nelle acque italiane che per i pm "appare in contrasto con più di una disposizione di legge". Tuttavia per contestare l'abuso d'ufficio serve un "dolo intenzionale" mirato a provocare danni a terzi, mentre l'ex ministro e il suo capo di Gabinetto avevano altri intenti. Di qui la richiesta di archiviazione per ragioni del tutto differenti da quelle del tribunale: l'illecito di Salvini ci fu, senza però rientrare nei reati di omissione o abuso d'ufficio.
di Mario Tozzi
La Stampa, 4 marzo 2020
Per prenderci cura della nostra salute dobbiamo iniziare a difendere il pianeta. Se c'è una cosa che oggi non vogliamo proprio sentirci dire è che anche questa epidemia da Covid-19 dipenda dalle azioni scriteriate dei sapiens ai danni dell'ambiente. Ma, forse, dobbiamo iniziare a ricrederci, e riconsiderare anche altri casi recenti, come Ebola, Sars e Zika, ma pure H1N1 e Mers.
I ricercatori partono da una semplice considerazione, che il minimo comune denominatore di tutte queste patologie è indubbiamente la trasmissione animale. Il 70% delle Eid (Emerging Infectious Diseases, malattie infettive emergenti) deriva da un'interazione più o meno diretta fra animali selvatici, addomesticati e sapiens. In questo senso vanno tenuti in conto diversi fattori scatenanti e/o aggravanti. Per primo le alte densità di popolazione delle aree urbane: più sapiens in aree ristrette vuol dire più rischio di contagi. I nomadi cacciatori-raccoglitori, ovviamente, si ammalavano molto meno dei cittadini agricoltori e non sviluppavano certo epidemie. Ed è, peraltro sotto gli occhi di tutti, sebbene non inquadrabile scientificamente, che sia la provincia di Hubei, sia, vorrei dire soprattutto, la Pianura Padana sono regioni estremamente degradate dal punto di vista della qualità ambientale in generale e dell'aria in particolare. In Europa non c'è un'altra area così inquinata come la nostra. Una questione che va presa con le molle, ma che non andrebbe trascurata.
In secondo luogo, i cambiamenti di uso del suolo e l'intensificazione degli allevamenti intensivi, specialmente in regioni cruciali per la biodiversità, sono fattori che intensificano i rapporti sapiens-fauna domestica-fauna selvatica. Di particolare gravità è la deforestazione, necessario preludio a queste attività, come dimostra il caso del virus Nipah, comparso in Malesia nel 1998, e probabilmente legato all'intensificarsi degli allevamenti intensivi di maiali al limite della foresta, dove cioè si disboscava per ottenere terreni a spese dei territori di pertinenza dei pipistrelli della frutta, portatori del virus. E sia Sars che Ebola sono da ricondursi a pipistrelli, sia cacciati che comunque conviventi con i sapiens nelle aree metropolitane, oltre che a scimmie, preda di bracconaggio e vendita illegale.
Lo spillover (il salto di specie) è sempre possibile, ma viene favorito dove ci sono attività umane che impongono grandi modifiche ambientali, per esempio impiantare allevamenti intensivi e monoculture, come le palme da olio, a spese della foresta tropicale, cioè proprio dove la fauna selvatica è più importante per numero di specie e di individui e dove, di conseguenza, i patogeni sono più presenti e importanti. Quando vediamo arrivare storni e gabbiani nelle nostre città, non ci sorprendiamo forse poi più di tanto, ma bisogna considerare che questi animali portano con loro un corredo di microrganismi che andrebbe conosciuto. E la loro migrazione è dovuta esattamente alle stesse cause: crescita delle aree metropolitane, disboscamenti selvaggi, deserti agricoli, caccia.
Il commercio illegale della fauna selvatica è un terzo motivo di preoccupazione, e non deve essere sottovalutato. Nel caso di Covid-19 è il caso del pangolino cinese, le scaglie della cui "corazza" lo rendono ambito dai bracconieri. Fatte di cheratina, come le nostre unghie, secondo diverse superstizioni sarebbero una panacea per molti mali e vengono utilizzate, come le ossa di tigre e il corno di rinoceronte, dalla medicina orientale. Inoltre la carne di pangolino viene considerata da alcune comunità locali una vera e propria prelibatezza: ecco perché oggi questo mammifero, mite e innocuo, è divenuto l'animale più contrabbandato al mondo. In Cina la sottospecie è declinata del 90% dagli anni Sessanta, proprio a causa del commercio illegale. Il genoma del virus rinvenuto nei pangolini (che si suppone essersi sviluppato originariamente nei pipistrelli) è quasi identico al Coronavirus 2019-nCoV rinvenuto nelle persone infette. Sembra quindi che il commercio illegale di animali selvatici vivi e di loro parti del corpo sia veicolo per vecchie e nuove zoonosi, aumentando il rischio di pandemie i cui contraccolpi sono sotto gli occhi di tutti. In particolare, non è la prima volta che si sospetta che l'ospite intermedio di una malattia infettiva sia un animale vivo venduto in un mercato cinese: circa 17 anni fa, la sindrome respiratoria acuta grave (Sars), è comparsa in un mercato cinese che vendeva civette delle palme.
A questo dobbiamo aggiungere la caccia, spinta a livelli insostenibili, e tutta una serie di pratiche tese alla massima resa dei terreni agricoli che impoveriscono la ricchezza della vita e abbattono le difese naturali degli ecosistemi. Varrà anche la pena di ricordare che il cambiamento climatico è un incubatore perfetto per le uova delle zanzare anofeli, che si riproducono oggi a ritmi impressionanti, colonizzando regioni che mai avevano conosciuto prima i deliri della malaria. Lo stesso accade con l'Aedes aegypti, la zanzara che trasmette dengue e febbre gialla, che, già da qualche anno, si spinge fino a oltre i 1300 metri in Costa Rica e, addirittura ai duemila in Colombia, Uganda, Kenya, Etiopia e Ruanda.
Tutto questo sotto la nostra responsabilità. Però, qui c'è anche parte della soluzione del problema: basterebbe infatti ridurre l'intensità e il livello di quelle attività distruttive per gli ecosistemi per ridurre, di conseguenza, i rischi di pandemie e, anzi, irrobustire le nostre difese. Purtroppo, però, nonostante esistano modelli di previsione dell'insorgenza di epidemie abbastanza precisi, a questi studi non vengono dedicate risorse in tempo di pace, salvo poi rimpiangerlo quando le malattie scoppiano. Fermare la distruzione degli habitat naturali comporta una revisione del nostro modello di sviluppo, solo che stavolta a indicarla non sono i soliti ambientalisti, ma i medici.
di Tommaso Frosini
Il Dubbio, 4 marzo 2020
È con le situazioni di emergenza che si misura la forza di uno Stato di diritto. Anzi, direi di più: lo Stato di diritto è tale proprio perché riesce a gestire l'emergenza senza dovere piegare la sua natura garantista. Le vicende, lontane e recenti, del terrorismo hanno messo a dura prova la stabilità di Paesi, in Europa e in America, che si fondano sul e che praticano il costituzionalismo, quale tecnica di libertà degli individui.
Certo, sono stati emanati provvedimenti legislativi rigorosi e restrittivi, al fine di combattere una guerra che era stata mossa contro la democrazia liberale. Il cui nemico un tempo era interno al territorio e quindi individuabile, poi è diventato esterno e sparpagliato in giro per il mondo, animato da una furia anti- occidentale e da una esaltazione religiosa. Nei giorni del coronavirus la situazione è diversa. È un'emergenza sanitaria da non sottovalutare e da reprimere ma non mette certo a repentaglio le fondamenta della democrazia liberale. Piuttosto esige un rafforzamento delle strutture statali, una maggiore efficienza amministrativa nel settore della sanità pubblica e una solidarietà tra cittadini, nella consapevolezza che chiunque potrebbe rimanere contagiato.
Quindi, in una emergenza come quella che stiamo vivendo non occorrono leggi e atti ammnistrativi rigorosi e restrittivi ma soltanto, e non è poco, un buon governo della cosa pubblica, da gestire con competenza e senza procurare allarmismi. E invece, purtroppo, anche in questa vicenda epidemica lo Stato di diritto sta conoscendo forme di attenuazione se non di lesione dello stesso. Mi riferisco all'annoso problema della privacy, che nel nostro Paese non ha mai veramente attecchito come cultura giuridica e nonostante l'impegno che a suo tempo dedicò Stefano Rodotà.
Dovrebbe essere noto che ci sono dei dati "sensibilissimi" che non devono assolutamente essere divulgati a terzi, fra questi quelli concernenti lo stato di salute delle persone (come anche le scelte sessuali, politiche, religiose). Lo afferma la legge e lo conferma il recente regolamento europeo. Il divieto di diffusione di questi dati è dato dalla salvaguardia della dignità della persona, architrave dello Stato di diritto, che potrebbe essere menomata. Anche attraverso forme di discriminazione sociale, che potrebbero essere compiute a danno di coloro di cui si conoscono scelte intimistiche oppure situazioni di sofferenza sanitaria.
E invece, purtroppo, leggiamo tutti i giorni nomi, abitudini, comportamenti di persone affette dal Coronavirus, addirittura vediamo i loro volti nelle fotografie, che circolano sui giornali e sul web. Senza che nessuno abbia detto nulla, ovvero si sia preoccupato di tutelare la privacy di questi cittadini incidentalmente colpiti da una epidemia contagiosa.
Senza che il Garante della privacy sia intervenuto se non altro per ricordare e affermare il precetto normativo, nazionale ed europeo, a tutela dei cittadini e dei loro dati sensibili. Sebbene, l'ufficio del garante sia da un anno scaduto e quindi ancora in proroga, e senza che il Parlamento abbia provveduto alla sua sostituzione, nell'attesa di individuare il candidato più anziano di età per farlo diventare presidente. Meglio no comment. Il Coronavirus ha poi messo a dura prova anche la tenuta del sistema regionale, che si è dimostrato quantomeno schizofrenico. Ma questo, per ora, è un altro discorso. Prima pensiamo ai diritti degli individui e allo Stato di diritto.
di Valerio Nicolosi
Il Manifesto, 4 marzo 2020
Attivisti aggrediti a Lesbo, in mare la guardia costiera spara. I profughi in cammino lungo il fiume Evros sognando l'Europa. Sul confine gruppi di residenti imbracciano i fucili, polizia ed esercito ellenici restano a guardare La Grecia ora pensa di usare una nave come centro temporaneo per i migranti. La tensione continua a salire nelle isole greche, il flusso di rifugiati siriani non si arresta e la gestione in terra dell'ordine pubblico continua a essere un problema.
Nella notte tra il 2 e il 3 marzo, una nave dell'ong Mare Liberum che effettua il pattugliamento e il soccorso dei migranti a largo dell'isola di Lesbo, è stata avvicinata da un gommone con a bordo persone incappucciate, che prima hanno minacciato di sparare contro l'equipaggio volontario e successivamente gettato benzina sul ponte della barca minacciando di darle fuoco. Altri attivisti hanno denunciato atti di vandalismo nei confronti dei loro mezzi e alcuni continuano a non poter entrare a casa per paura delle ronde dell'estrema destra.
"Stanotte ho dormito in una tenda del Campo di Moria - ci dice Nawal, attivista italo-marocchina da tempo attiva a Lesbo - Il posto più sicuro è paradossalmente proprio il campo, almeno le ronde non riescono a entrare dentro. Sotto casa mia è stata completamente devastata una macchina di un volontario e le altre hanno le ruote forate e i vetri rotti". Alle 18 di ieri è stata convocata una manifestazione a Mitilini in solidarietà con i migranti, ma invertire la tendenza sembra oggi difficile: la polizia continua a non voler intervenire e lasciare campo libero ai gruppi d'estrema destra organizzati.
Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivata un'altra notizia di spari contro i gommoni dei migranti: a darla è stata la piattaforma Alarm Phone, che ha riportato tramite Twitter la vicenda di due imbarcazioni che provavano a attraversare il confine di Kastellorizo, quando la Guardia Costiera ellenica ha sparato contro entrambe. Una delle due è riuscita a tornare indietro e dare l'allarme, mentre sull'altra sembra ci siano feriti.
Per alleggerire la pressione sull'isola di Lesbo, le autorità greche vogliono utilizzare una nave come centro temporaneo per i migranti, visto che il campo di Moria è pieno ormai da settimane e il governo presieduto da Mitsotakis non ha intenzione di spostare i migranti sulla terra ferma. La situazione è completamente differente lungo il fiume Evros, dove la polizia e l'esercito ellenici pattugliano quasi ogni angolo degli oltre cento chilometri di confine con la Turchia. Dall'altro lato da giorni sono ammassate migliaia di persone che dopo mesi hanno potuto lasciare i centri di detenzione turchi.
La strada che costeggia il confine con la Turchia corre in mezzo a campagne sterminate, tra un paese e l'altro ci sono almeno 15 minuti di macchina. Per i migranti questa parte di terra non è facile da attraversare senza essere visti: i paesi sono piccoli e tutti si conoscono, le pianure di campi arati non offrono ripari durante il giorno e l'esercito a ogni incrocio controlla tutto quello che avviene, anche grazie alla collaborazione dei cittadini. "Di qua i migranti non passano, perché sanno che è molto pericoloso, quei pochi che l'hanno fatto sono stati presi a bastonate dai nostri concittadini", ci racconta Afroditi, donna quarantenne di Dikaia, piccola cittadina al confine tra Grecia, Turchia e Bulgaria.
Afroditi gestisce il supermarket del paese ma in passata è stata lei stessa migrante: "Ho studiato in Germania ma poi sono tornata per stare vicino alla mia famiglia". Ci racconta di aver chiamato la polizia quando ha visto qualche siriano aspettare il treno nella stazione che si trova proprio davanti al suo negozio. "Vogliono andare ad Alexandropolis e da lì proseguire verso la Macedonia ma io non capisco perché non vanno in altri paesi islamici, in Europa siamo cristiani. Inoltre qua paghiamo ancora la crisi economica, dobbiamo pensare a noi", chiosa mentre nel super market entra l'unico cliente degli ultimi 20 minuti.
Poco importa ai residenti se i rifugiati siriani qui siano solo di passaggio e che la loro volontà sia proseguire il viaggio il prima possibile. La gran parte di loro ha come meta la Germania, alcuni la Svezia ma quasi tutti quelli che riescono a passare queste zone saranno bloccati di nuovo in Serbia o in Bosnia, respinti dalla polizia di frontiera croata che nell'ultimo anno si è resa colpevole di diversi atti di violenza. "Per me qua non devono passare, noi siamo una zona forte, siamo rispettati da sempre e non possiamo permettere di essere invasi", ci dice Andreas, proprietario di una pompa di benzina e un piccolo hotel a Tichero, paese di poche anime a meno di 5 chilometri dal fiume Evros e quindi dal confine.
"Io tutte le sere prendo il fucile e vado lungo il fiume, controllo che nessuno passi. Prima che arrivasse l'esercito pensavamo noi a difenderci", aggiunge il benzinaio di Tichero, mentre sulla cartina mostra il punto dove la sera si immedesima in una guardia di frontiera. Mentre sul lato turco i rifugiati continuano a essere ammassati e a vivere accampati lungo il confine, da questa parte le uniche rassicurazioni che hanno avuto gli abitanti dall'Europa sono quelle dell'invio di altri militari di Frontex, come se i migranti e i rifugiati fossero un esercito da combattere.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 marzo 2020
Negli ultimi anni in molti paesi europei - come denuncia un rapporto presentato ieri alla stampa da Amnesty International - singole persone e organizzazioni della società civile che hanno aiutato rifugiati e migranti sono stati sottoposti a procedimenti penali infondati, limitazioni indebite alle loro attività, intimidazioni, vessazioni e campagne denigratorie.
Le loro azioni di assistenza e solidarietà li hanno messi in rotta di collisione con le politiche europee sulla migrazione, che hanno l'obiettivo di impedire a rifugiati e migranti di raggiungere l'Unione europea (Ue), di trattenere quelli che riescono a entrare in Europa nel paese di primo arrivo e di espellerne quanti più possibile verso i loro paesi d'origine.
Coloro che soccorrono rifugiati e migranti in pericolo in mare o sulle montagne, offrono riparo e cibo, documentano le violenze della polizia e delle guardie di frontiera e si oppongono alle espulsioni illegali sono diventati essi stessi bersagli delle autorità, che trattano atti di umanità alla stregua di minacce alla sicurezza nazionale e all'ordine pubblico. Nel suo rapporto, Amnesty International ha documentato casi di restrizioni e criminalizzazione dell'assistenza e solidarietà in otto paesi: Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Spagna, Svizzera e Regno Unito.
Per quanto riguarda il nostro paese, la persistente campagna denigratoria alimentata dagli ultimi governi contro le Ong che conducono operazioni di soccorso in mare è stata accompagnata dall'imposizione di un codice di condotta e dall'approvazione di leggi che hanno lo scopo di limitare e ostacolare le loro attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale.
Gli equipaggi della maggior parte delle Ong sono stati colpiti da indagini penali per favoreggiamento dell'ingresso irregolare e altri reati; e in molti casi le imbarcazioni di soccorso delle Ong sono state sequestrate.
Tra il 2015 e il 2018 158 persone sono state indagate o perseguite per favoreggiamento dell'ingresso o del soggiorno irregolari di cittadini stranieri in uno stato dell'Ue e 16 Ong sono state colpite da procedimenti penali. Nella maggior parte dei casi descritti dal rapporto di Amnesty International, le indagini e procedimenti penali si basano sul reato di favoreggiamento di ingresso, transito e soggiorno irregolari nel territorio di uno stato membro dell'Ue. Sin dal 2002 l'Ue ha tentato di armonizzare le legislazioni degli stati membri per combattere il traffico di esseri umani in Europa con una direttiva e una decisione quadro, conosciuta come "Pacchetto favoreggiatori".
Ma la vaghezza delle sue disposizioni e l'ampia discrezione lasciata agli stati membri nella loro applicazione hanno portato all'avvio di procedimenti penali contro coloro che non avevano fatto altro che mostrare solidarietà verso migranti e rifugiati. Uno degli obiettivi di Amnesty International è l'urgente revisione del "Pacchetto favoreggiatori". In particolare, dovrebbe essere introdotto il requisito di un vantaggio finanziario o materiale per poter criminalizzare la facilitazione dell'ingresso, transito e soggiorno irregolari di un cittadino straniero in stato di irregolarità. Inoltre, dovrebbero essere fatte le modifiche necessarie per evitare la criminalizzazione dei migranti vittime del traffico di esseri umani e dovrebbe essere prevista una clausola di esenzione umanitaria obbligatoria, per impedire i procedimenti contro persone che offrono assistenza a rifugiati e migranti.
All'Italia, Amnesty International chiede l'abrogazione del decreto sicurezza bis, il ritiro del "codice di condotta Minniti", sopravvissuto a due successivi governi, e una modifica della legislazione affinché l'ingresso irregolare sul territorio italiano - che, come altrove, può essere l'unica opzione per molte persone in cerca di protezione - non sia considerato reato.
di Rodolfo Calò
ansa.it, 4 marzo 2020
In un esercizio di trasparenza, l'Egitto è tornato ad aprire le porte di una sua prigione a media stranieri e Ong egiziane sostenendo di rispettare i diritti umani e di non aver "nulla da nascondere" dietro le sbarre. "Le prigioni sono aperte: chiedete il permesso e visitatele", ha detto questa settimana il generale Hisham El Baradei, assistente del ministro dell'Interno egiziano per il settore penitenziario, incontrando rappresentanti di media, tra cui l'Ansa, invitati a ispezionare parte del carcere femminile di Al Qanater, una trentina di chilometri a nord-ovest del centro del Cairo.
"Che ci guadagneremmo a picchiarli?", ha chiesto retoricamente l'alto funzionario alla richiesta di un commento sulle accuse di abusi sui detenuti delle carceri egiziane mosse da diverse ong soprattutto internazionali. "Non abbiamo nulla da nascondere", le carceri "sono aperte a chiunque le voglia vedere", ha sostenuto dal canto suo Maya Morsy, Presidente del Consiglio nazionale egiziano per le donne, anch'ella in sopralluogo al "Centro correzionale e di riabilitazione" (questa la dicitura ufficiale) da circa mille posti presentata come "il più grande" carcere femminile in Egitto.
La visita non è stata ispirata dal caso di Patrick George Zaky, lo studente dell'università di Bologna arrestato in Egitto per propaganda sovversiva. A novembre vi sono state visite in altre due carceri, con altrettanti sopralluoghi ciascuno, al Cairo (Tora) e Borg El Arab (nei pressi di Alessandria), ha ricordato Morsi sottolineando che questi sopralluoghi sono relativamente frequenti. Ai giornalisti di quattro-cinque media e ad un analogo numero di rappresentanti di organizzazioni non-governative sono stati mostrati diversi spazi del carcere di Al Qanater (La Chiusa).
Innanzitutto asilo, parlatorio, poliambulatorio-farmacia fra l'altro con studio dentistico e oculistico. E un'attività di fisioterapia che una ex-detenuta ha ottenuto di poter continuare a fare anche dopo la scarcerazione non potendosela permettere fuori, ha raccontato Morsi.
Ma anche un'aula scolastica da 22 posti con massicci banchi di legno che ricordano quelli italiani degli anni Sessanta per l'alfabetizzazione delle detenute; e un laboratorio di cucito che punta alla riqualificazione professionale delle incarcerate perseguito pure con lavori di ricamo e piccolo artigianato che viene rivenduto all'esterno attraverso vari canali.
Alla "Chiusa" sul Nilo c'è poi anche un campetto di pallavolo usato dalle più giovani e una sala adibita a chiesa cristiana dove si tiene messa ortodossa ogni lunedì: "una struttura presente in ogni carcere egiziano", ha sottolineato una fonte sul posto dopo che era stato intonato un inno che diceva "Dio è qui, sempre in mezzo a noi".
Non mostrate invece sono state le celle da 2-4 posti o le camerate che arrivano fino a 20 e presso le quali "le toilette vengono pulite giornalmente", ha dichiarato il generale El Baradei.
All'asilo le madri (che Morsi considera così ben trattate da poterle definire "residenti" e non "detenute") ogni settimana ricevono la visita dei loro piccoli sopra i due anni (prima stanno sempre con loro nella struttura). Nel parlatorio, dove le detenute si distinguono perché vestite di bianco, le visite avvengono ogni 15 giorni per le condannate e ogni settimana per le "indagate", riconoscibili per una scritta blu sul vestito: l'altro giorno, tra bustoni con coca-cola, arance e assorbenti, si sono viste lacrime di una anziana abbracciata da un giovane ma anche qualche sorriso.
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 4 marzo 2020
Nel disinteresse più o meno generale dei grandi mezzi di comunicazione, si sta celebrando il processo a Londra contro il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. L'estetica del tribunale è il messaggio. Provo a spiegarmi. Nel disinteresse più o meno generale dei grandi mezzi di comunicazione, si sta celebrando il processo a Londra contro il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange.
Il tribunale è il messaggio, si potrebbe dire. Come testimoniano le cronache di Craig Murray (sul blog "L'antidiplomatico") e di Stefania Maurizi (su "il Fatto Quotidiano") il luogo e il clima del dibattimento sono indice di scelte aprioristiche molto nette: ad essere messo in stato di accusa è il giornalismo libero e lo status di colpevole per l'imputato è già scritto. Alla faccia della britannica (presunta) "terzietà" della Corte. Infatti, il "Woolwich Crown Court", che ospita il "Belmarsh Magistrates Court", è parte integrante dell'edificio al cui interno sta la prigione di massima sicurezza in cui vive il detenuto.
E dire che le udienze di estradizione, quale quella in corso, generalmente si svolgono presso il tribunale dei magistrati di Westminster, centrale e vicino ai luoghi istituzionali. Ma il Regno Unito, buon alleato degli Stati Uniti, sembra avere già condannato l'uomo al quale non aveva rilasciato il permesso per uscire dall'ambasciata dell'Ecuador di Londra, dopo avere di fatto sconsigliato alla giustizia svedese di concludere favorevolmente la vicenda sulla vita privata di Assange. Eppure, le stesse Nazioni Unite avevano preso una posizione netta - nel 2015 - contro la detenzione.
La pubblica accusa, sostenuta in nome e per conto degli Stati uniti dall'avvocato James Lewis, ha centrato la sua argomentazione sulla specificità delle colpe del coraggioso australiano, da non confondere - ha sottolineato - con il comportamento degli stessi giornali (New York Times, Guardian, Spiegel, ad esempio) che hanno pubblicato l'immane lavoro di WikiLeaks. Parliamo delle migliaia di file segreti sulla guerra in Afghanistan, dei cablogrammi della diplomazia d'oltre oceano, delle centinaia di schede dei detenuti di Guantanamo. E così via.
Il principale accusatore, dunque, ha tenuto l'arringa non per la giudice Vanessa Baraitser, bensì per i media che vanno per la maggiore: considerati innocenti, pur avendo pubblicato le notizie procurate da Assange. Il consenso val bene una menzogna, vale a dire l'incriminazione in base all'Espionage Act, malgrado sia stato dichiarato dal Pentagono che non vi è stata nessuna conseguenza per le notizie diffuse.
Quindi, è chiaro il disegno: Julian Assange non è un giornalista, bensì una volgare spia. E come tale viene trattato in un luogo che assomiglia ad uno dei tristi e famigerati tribunali speciali dei regimi autoritari, con tanto di gabbiotto isolato per l'imputato e pubblico ridotto all'osso (sedici posti in aula). Altro che giustizia indipendente e aperta al controllo popolare. In verità, il caso di Assange sembra davvero così una prova generale di processo post-democratico. La condanna è scritta prima e il resto è solo una cerimonia mediatica. Chi osa mettere il naso nelle attività criminose dei potenti della terra rischia anche 175 anni di carcere.
In Italia, malgrado le prese di posizione della Federazione della stampa e qualche (pur poco affollata) significativa mobilitazione di piazza, l'informazione dominante tace. Non ci si rende conto, forse, che l'eventuale estradizione di una persona peraltro fisicamente provatissima è l'inizio di una vendetta contro la libertà di espressione. In una deriva culturalmente sempre più conservatrice e reazionaria, il diritto dei diritti è un lusso che non ci si può permettere. Il silenzio non è d'oro. È solo il suicidio della democrazia, in uno dei suoi assi portanti.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 4 marzo 2020
È il caso più fortuito e minuscolo, alla fine, che separa Lesbo da Lodi. Guardiamolo negli occhi, il nostro mondo. Si stipula una pace in Afghanistan, affare elettorale di Trump, di cui vedremo gli svolgimenti. Intanto si può fondatamente prevedere che il ritorno dei talebani moltiplicherà il numero di afghani in fuga dal paese, che già oggi sono una quota ingente della pressione alle frontiere europee, specialmente sud-orientali.
C'è la moltitudine di famiglie soprattutto siriane spinta di colpo nella fossa comune d'acqua e di scogli fra terraferma turca e terraferma greca, senza poter andare né avanti né indietro: in trappola. E in trappola con lei, benché confortevole ancora e anzi lussuosa, è l'intera classe dirigente dei paesi d'Europa, che sa di dover pagare un prezzo carissimo al ripudio di quelle migliaia e decine e centinaia di migliaia di sventurati intrappolati e pieni di bambini, e sente di doverne pagare uno per lei ancora più alto cedendo al soccorso e consegnandosi alla rabbia popolare e al cinismo delle opposizioni razziste.
Mors tua vita mea: è inevitabile opinare che la classe dirigente europea scelga così coi migranti nella rete balcanica, facendo della minaccia che si è tenacemente procurata, l'avvento dell'estrema destra, un alibi a una propria disumanità: senza che questo ne assicuri la salvezza. Tutti vedono che la signora Angela Merkel, pur alla vigilia del commiato personale, non ripeterebbe mai il gesto audace di cinque anni fa.
E d'altra parte l'azzardo di Erdogan si è fatto col tempo tanto più esoso quanto più esasperato. Guardano a questo scenario, i nostri spettatori, come se il destino baro stesse accumulando più disastri in una volta, l'uno separato dall'altro, il lusso del coronavirus per l'Europa e l'acqua alla gola e il gelo e il tifo e fame e sete ai dannati delle belle isole greche. (Il tifo, infatti, che vi è endemico, come l'ebola in Africa, come il dengue in America latina, morbi micidiali ma altrui, in questa parte di mondo che battibecca sulle vaccinazioni).
Ma Lesbo e Lodi non sono separate se non dal caso più fortuito e minuscolo: fate che un contagio del coronavirus raggiunga quella moltitudine di fuggiaschi e immaginate come infurierebbe e infierirebbe. Mosche nel bicchiere, i grandi d'Europa sbattono di qua e di là e cominciano a spararle grosse e del resto antiche: trovare un posto, un ghetto, un recinto, in cui avviare e confinare la moltitudine che preme nuda contro i fili spinati.
Fra poco, vedrete, qualcuno si ricorderà del Madagascar, o dell'Uganda. Naturalmente un posto c'è per le decine di migliaia di profughi siriani naufragati fra due confini, e per gli altri milioni sprofondati nelle cantine della Turchia e del Libano e del Kurdistan: quel posto si chiama Siria. Era 1 che dovevano tornare, era là che i miliardi dei paesi ricchi dovevano andare a incoraggiare e finanziare quel ritorno e la ricostruzione di case e anime.
Non è senno di poi: qualcuno lo ha avvertito da principio, e ha avvertito delle condizioni necessarie per renderlo possibile. Soffrire e reagire al mattatoio che tocca i nove anni e supera il mezzo milione di ammazzati e i milioni di sfollati ed esuli. Credere in una forza internazionale e dispiegarla. Rispettare almeno le proprie linee rosse. Non essere, oltre che così disumani, così ciechi da guardare alle bande di ogni risma, dalle masnade islamiste alle potenze regionali, l'Iran e la Turchia, il Libano degli sciiti e Israele, e mondiali, la Russia svelta di mano e gli Stati Uniti svelti di piede, come a un parapiglia estraneo e caratteristico, il solito Medio oriente, che si massacrino fra loro.
È tardi, naturalmente. Ora forse dopo aver tirato sui miliardi si otterrà dal sultano qualche rinnovo contrattuale, qualche dilazione. Nel frattempo, qualcuno dovrà fare il lavoro sporco, lo sta già facendo. Qualcun altro soccorrerà, noti ignorando le conseguenze più distanti ma sapendo che quando il proprio prossimo annega in mare o stramazza su una strada di ladroni bisogna solo soccorrerlo, avvenga quello che vuole. Gli uni e gli altri, quelli che sparano ai gommoni e alla ressa sui fili spinati e quelli che riscaldano e nutrono col poco che hanno, lo fanno anche per noi, tutti coinvolti. Ciascuno scelga i suoi.
di Riccardo De Vito
Il Manifesto, 4 marzo 2020
L'annuncio della ministra dell'Interno ancora una volta imbocca la scorciatoia repressiva del carcere, che non risolverà il problema. I governi italiani di qualsiasi colore hanno smesso di occuparsi di politiche sulle droghe. Non può essere letta altrimenti la mancata convocazione della Conferenza Nazionale sulle Droghe da oltre dieci anni. Il dibattito sul bilancio delle scelte repressive prosegue nel mondo dell'associazionismo, ma le istituzioni non danno impulso all'acquisizione dei molti saperi necessari per confrontarsi con un universo, quello delle droghe e dei consumi, sempre più differenziato. In questo vuoto c'è spazio per l'improvvisazione, che ancora una volta imbocca la scorciatoia repressiva del carcere.
Muove in questa direzione l'annuncio della ministra dell'Interno Lamorgese (19 febbraio 2020), dal quale apprendiamo che è allo studio una norma che consenta l'arresto "immediato" e la custodia cautelare in carcere per i piccoli spacciatori ovvero, tradotto in termini tecnici, per i responsabili dei fatti di lieve entità (art. 73, comma V, Dpr 309/90).
A mettere in fila le dichiarazioni della ministra riportate dalla stampa (sulle quali poi è calato, per fortuna, il silenzio), capiamo che la proposta scaturirebbe da un tavolo di lavoro con il ministero della giustizia, che avrebbe come destinatari gli spacciatori "al secondo fermo", e che sarebbe volta a contrastare la demotivazione delle forze dell'ordine che, in assenza di custodia in carcere, tornerebbero a rivedere il pusher nello stesso angolo di strada.
Alcune considerazioni si rendono obbligatorie. Una viene prima delle altre. Lo scoraggiamento delle forze dell'ordine è un sentimento che va compreso e approfondito per decifrarne le cause e approntare i rimedi; non può essere addotto, viceversa, a giustificazione di un intervento legislativo in materia di droghe, il quale dovrebbe tenere conto di una pluralità di fattori e della multidimensionalità del fenomeno. E dovrebbe, anche, partire da elementi di realtà.
Il primo dato di esperienza è che i piccoli spacciatori, in carcere, ci finiscono eccome. Nonostante la fattispecie dell'art. 73, comma V, Dpr 309/90 non consenta l'arresto obbligatorio in flagranza e la misura della custodia cautelare, le prigioni italiane traboccano di piccoli spacciatori (spesso consumatori coatti allo spaccio dalla necessità di approvvigionamento della sostanza). Sono diversi i meccanismi che lo consentono, alcuni dei quali ben analizzati nell'indagine commissionata dal Garante regionale dei diritti dei detenuti della Toscana e condotta dalla Fondazioni Michelucci. Si va dall'espansione dell'arresto facoltativo al cumulo di più condanne "piccole", dalla contestazione della fattispecie grave (poi derubricata nella lieve in sede di sentenza) alla contestazione di altri reati che consentono l'arresto in flagranza (tra tutti, la resistenza a pubblico ufficiale). E così ci ritroviamo con un carcere che trabocca di tossicodipendenti (un quarto della popolazione detenuta) e di condannati per violazioni della legge sulle droghe (poco meno di un terzo).
Tutto questo è servito per contrastare il fenomeno dello spaccio da strada? No. Si tratta di un mercato più florido che mai, gestito in larga parte dalla criminalità organizzata. Basterebbe questo per constatare il fallimento delle politiche di repressione penale, se non si vogliono scomodare i documenti internazionali (Ungass 2016) o le dichiarazioni del Procuratore Nazionale Antimafia Roberti in tema di depenalizzazione dell'uso della cannabis. Occorre un cambio di passo: governo sociale del fenomeno droghe, strategie diversificate in relazioni alle diverse sostanze e ai diversi consumi, fine della politica dei tagli lineari che hanno demolito i servizi, garanzia per tutti della prospettiva della riduzione del danno, politiche preventive. Con l'improvvisazione non si va lontano. Se ne sono accorti nelle Americhe, speriamo che il vento cambi anche da noi.










