askanews.it, 3 marzo 2020
Dialoghi serrati sulla vita, sull'arte, sul teatro e sul suo approdo in carcere. Sono gli spunti che condiscono "Un'idea più grande di me" (Luca Sossella edizioni), l'autobiografia artistica di Armando Punzo, drammaturgo e regista teatrale, fondatore nel 1988 nel carcere di Volterra della Compagnia della fortezza, scritta con Rosella Menna, studiosa di teatro e critico tra gli altri di Doppiozero.
Più di venti incontri in giro per l'Italia con prima tappa il 6 marzo alle 18.45 al cinema "La Compagnia" di Firenze (via Cavour 50/r) per raccontare un'opera che può definirsi una sorta di romanzo di formazione sui generis, incentrato sull'esperienza della Compagnia della fortezza del carcere di Volterra, la prima e più longeva esperienza di lavoro teatrale, spaziando da Shakespeare alla prosa contemporanea, in un istituto penitenziario. Una forma di conversazione, scandita dagli interventi di Menna che immortalano una collaborazione pluriennale iniziata nel 2012. Alla presentazione, promossa da Stefania Ippoliti, responsabile area cinema di Fondazione Sistema Toscana, parteciperanno, oltre agli autori, il presidente della regione Toscana Enrico Rossi; Franco Corleone, ex parlamentare; Teresa Megale, delegata del rettore dell'Università di Firenze per le attività artistiche e spettacolari di ateneo.
ottopagine.it, 3 marzo 2020
Promosso da Camera penale e Associazione Libero Teatro. Era in programma domani ma, causa il protrarsi dell'epidemia da Coronavirus, è saltata la presentazione, presso la casa circondariale di Benevento, del progetto "Cortincarcere", un'iniziativa che porta il cinema in carcere, come percorso di formazione e di riabilitazione.
Tale percorso, al via nei prossimi giorni, attraverso il linguaggio cinematografico - si legge in una nota-, inteso quale strumento di reinserimento sociale di persone sottoposte a limitazione della libertà personale, insieme ai film, porta oltre le sbarre anche autori, attori e studiosi del settore. È un progetto ambizioso, che sarebbe stato impossibile immaginare e realizzare senza l'apporto e la collaborazione di tutto il personale della Casa Circondariale.
A promuoverlo la Camera Penale di Benevento insieme all'Associazione Libero Teatro di Benevento, con il supporto tecnico-logistico della Direzione del carcere. La Direzione artistica di "Cortincarcere" è affidata all'Associazione Libero Teatro, organizzatrice del Social Film Festival ArTelesia, concorso internazionale del cinema sociale, giunto alla XII edizione.
Il corso - che si svilupperà nell'arco di tre mesi e riguarderà il reparto comuni, alta sicurezza e sex offender - è strutturato in due parti: una destinata a fornire le conoscenze di base dell'analisi del film, privilegiando un punto di vista tecnico, l'altra finalizzata al dibattito sulle tematiche sociali soggetto dei corti proiettati.
Fino al 19 maggio, nelle sale predisposte dalla Casa Circondariale, i migliori cortometraggi in concorso saranno proiettati e valutati da una Giuria formata da detenuti e presieduta da un professionista. Si tratta, dunque, di un momento di grande apertura del carcere sul mondo del cinema, in un progetto comune di elevata qualità artistica che avrà ricadute positive anche sul territorio.
di Giuseppe Simeone
osservatoreromano.va, 3 marzo 2020
Seminiamo bellezza e non inquinamento. Con le parole di una preghiera proposta da Papa Francesco alla fine dell'Enciclica "Laudato sii" inizia il nuovo cammino di tanti studenti e docenti della città di Santa Maria Capua Vetere. Questa la tematica principale che verrà affrontata nel corso del nuovo anno scolastico con gli alunni degli otto istituti scolastici aderenti al Protocollo d'intesa "Educazione alla Legalità".
Il 18 ottobre il primo incontro con gli insegnanti e successivamente il tour nelle scuole. Programmata anche la pubblicazione di un libro per fine anno scolastico. Arrivato alla terza annualità, il progetto ha come fulcro centrale non solo il valore educativo e culturale ma anche la scuola come esperienza di vita. Una scuola da amare per ricordare le parole di papa Francesco. Migliaia gli studenti incontrati nel corso di questi anni per confrontarsi e sensibilizzarli su tante tematiche.
Dipendenze da gioco d'azzardo, alcol e droghe, la violenza di genere, cyberbullismo, il processo di beatificazione di Aldo Moro, il sinodo dei giovani, lo spettacolo teatrale Epoché, con magistrati e detenuti sul palco del Teatro Garibaldi, il pellegrinaggio degli studenti in aula Paolo vi per l'udienza con il Santo Padre e il suo saluto a tutti coloro che hanno aderito al progetto di formazione alla legalità dell'Arcidiocesi di Capua. Sacerdoti, magistrati, rappresentanti delle Istituzioni e di ordini professionali, forze dell'ordine, dirigenti scolastici, insegnanti e docenti universitari hanno incontrato migliaia di giovani a cui l'arcivescovo di Capua, monsignor Salvatore Visco, ha parlato anche al Duomo in occasione della Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Le attività rientrano nel protocollo stipulato il 3 luglio 2017 presso la Presidenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e che vede uniti 20 partner sul tema dell'educazione degli studenti. I sottoscrittori sono il Comune di Santa Maria Capua Vetere, l'Arcidiocesi di Capua, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, la Procura della Repubblica, la Questura di Caserta con il locale commissariato di Polizia di Stato, l'Università degli Studi della Campania Dipartimento di Giurisprudenza, il Consiglio dell'Ordine degli avvocati, l'Associazione nazionale magistrati sezione di Santa Maria Capua Vetere, le dirigenze scolastiche degli istituti di Santa Maria Capua Vetere, l'Ufficio di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, il Centro per la Giustizia minorile della Campania, l'Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Caserta e l'Asl di Caserta.
siciliafan.it, 3 marzo 2020
Grande emozione e felicità per Ruggero Battaglia, attualmente recluso nella Casa circondariale di Agrigento, vincitore della V edizione del Concorso Internazionale. A fine marzo una grande manifestazione di tre giorni organizzata dall'Ass. cult. Athena assieme all'organizzazione del Concorso. Il Concorso di poesia "Il Parnaso - Premio Angelo La Vecchia" si avvia alla conclusione della V edizione.
"Una edizione particolare e carica di emozione" dice subito il direttore artistico Gero La Vecchia, "quest'anno ricade il centenario dalla nascita di mio padre e abbiamo voluto realizzare una edizione con diverse novità".
In effetti questa edizione si presenta "arricchita" da altre sezioni di grande interesse: la prima è la sezione dedicata alla "Poesia sperimentale e destrutturalista", una sezione curata dalla blogger Mary Blindflowers che vive in Inghilterra; altra sezione di grande importanza è quella dedicata alle scuole del primo ciclo "La Poesia è la mia lingua" che ha visto la partecipazione di oltre 50 ragazzi da tutto il mondo.
Anche quest'anno il Concorso ha il Patrocinio del Ministero della Cultura Italiano e del Ministero della Cultura del Daghestan oltre che il patrocinio "naturale" del Comune di Canicattì. Intanto sono già usciti fuori i risultati dei premiati a questa quinta edizione. A vincere il primo premio della sezione principale, che consiste nella edizione di un libro con le poesie dell'autore primo in classifica, è Ruggero Battaglia.
"Siamo rimasti contenti ed emozionati per questo risultato che, sinceramente non ci aspettavamo" dice Gero La Vecchia "la poesia, in lingua siciliana, si intitola "Li vriogna di via Maqueda" ed ha la capacità di "dipingere" senza sbavature un fatto storico con una capacità espressiva non banale. Il fatto che sia stata apprezzata dai vari giurati fa piacere e dimostra ancora una volta che la poesia non conosce barriere!".
Più volte il Concorso e i suoi organizzatori si sono espressi esaltando il potere trasversale della cultura e della poesia che non conoscono barriere e confini ma le "barriere" cui si riferisce il prof. La Vecchia sono anche quelle "materiali" della reclusione nella quale si trova il vincitore.
"Coltivare la bellezza della poesia può cambiare il mondo, ci crediamo e crediamo profondamente che la cultura e la poesia possono contribuire al riscatto umano e sociale di chi, come il sig. Ruggero, si trova in una condizione contingente di restrizione della propria libertà.". Continua ancora Gero La Vecchia: "Grazie all'amica prof. Wilma Greco che da volontaria si occupa da tempo del recupero culturale all'interno delle carceri, ho potuto conoscere una realtà che, nella negatività di una condizione chiusa e ristretta da tutti i punti di vista, può trovare un motivo, una speranza proprio nella cultura in genere e nella poesia in particolare".
Menzione d'Oro del Premio "Angelo La Vecchia", per "La ragazza curda" di Tania Anastasi, "Disperso in un tilt" di Sergio D'Angelo e "Posparu addrumatu" di Girolamo La Marca. Tutti gli altri vincitori sono pubblicati sulla pagina Facebook del Concorso "Il Parnaso - Premio Angelo La Vecchia". Nella sezione dedicata alle scuole, "La Poesia è la mia lingua" il primo premio andrà ad uno studente dell'Istituto Manzoni di Ravanusa, Fausto Contrino; premiati anche altre ragazzi dal Brasile, Daghestan, Bielorussia, Caserta, Cerda, Trapani, Aragona, ecc.
Come ogni anno ci sono delle sezioni del Concorso gestite con paesi stranieri: sez. spec. "Rasul Gamzatov" con il patrocinio del Min. della Cult. del Daghestan, "Ante Popovski" con la Macedonia e "Amdi Giraybay" con la Crimea.
Intanto si sta preparando l'evento che conterrà la manifestazione finale del Concorso. L'Associazione Culturale Athena assieme al Concorso e al Comune di Canicattì stanno organizzando tre giorni di manifestazioni che si terranno al Centro Culturale San Domenico mentre la manifestazione finale si svolgerà al Teatro Sociale di Canicattì il 29 marzo. Sono previste presenze dalla Macedonia, Bielorussia, Daghestan e Azerbaijan ma c'è il problema contingente del virus che potrebbe modificare gli ambiziosi piani.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 3 marzo 2020
Rinviato il voto sulla riclassificazione del Thc nelle tabelle internazionali. Niente da fare, la riclassificazione della cannabis nelle tabelle internazionali subirà un ulteriore rinvio. Doveva essere la 63esima Commission on Narcotic Drugs a deliberare la rimozione della cannabis dalla tabella IV, quella delle sostanze più pericolose con nessuno o scarso valore terapeutico. Questa era la più importante fra le numerose raccomandazioni inviate dall'OMS alla CND nel gennaio 2019. Ma non è ancora il momento, almeno in questa sessione di marzo.
Infatti, la scorsa settimana si è giunti ad una mediazione fra le diverse posizioni presenti fra i paesi membri dell'organo deputato a gestire le convenzioni internazionali. Da una parte Russia, Cina, Giappone e molti stati africani, contrari alla declassificazione, dall'altra Canada, USA, Uruguay e l'Unione Europea che chiedevano almeno di procedere con il riconoscimento del valore terapeutico, rimuovendola dalla tabella IV.
La decisione, che mentre scriviamo non è stata ancora resa pubblica, è quella di non votare in questa sessione la raccomandazione, ma al tempo stesso di fissare modalità di approfondimento e tempi certi affinché questa venga discussa e votata durante la riconvocazione di dicembre o al massimo alla prossima sessione di marzo 2021.
La Russia, che non si è spostata di un millimetro, ha sfruttato il metodo del "consensus" di Vienna per ingessare il processo decisionale. Lo ha fatto con motivazioni puramente ideologiche, ritenendo una eventuale decisione di accoglimento della raccomandazione dell'OMS come un "via libera" alle esperienze di regolazione legale dell'uso ricreativo che fermamente osteggia.
Non si tratta certo della migliore raccomandazione possibile, in particolare resta un mistero su quali basi scientifiche la cannabis venga mantenuta, a seguito della review dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, nella tabella I delle sostanze più pericolose. La stessa motivazione dell'OMS, ovvero il fatto che la cannabis è la sostanza più usata nel mondo fra quelle tabellate, sembra avere più a che fare con valutazioni politiche che con le evidenze scientifiche sulla pericolosità della sostanza in quanto tale e quindi sulla sua collocazione nelle tabelle.
In queste settimane il nuovo presidente dell'INCB, l'Agenzia ONU incaricata dell'applicazione delle convenzioni, Cornelis de Joncheere ha aperto alla revisione delle tabelle delle convenzioni dell'ONU "sulla base delle evidenze scientifiche proposte dall'OMS". "Una situazione confusa" ha commentato Steve Rolles di Transform. In effetti molto confusa lo è davvero, se pensate che il predecessore di de Joncheere è stato il thailandese Viroj Sumyai, fermo oppositore delle politiche di riforma sulla cannabis. Nel rapporto del 2018 dell'INCB aveva dedicato un intero capitolo alla cannabis per concludere che ci sono "prove scientifiche scarse o assenti per supportare l'efficacia di molti presunti usi medici. Sumyai è oggi Presidente della Thai Cannabis Corp., azienda che si propone di guidare il mercato locale e asiatico "con formulazioni sicure, efficaci e convenienti di questa antica medicina tailandese".
*Direttore di Fuoriluogo
di Valentina Errante
Il Messaggero, 3 marzo 2020
La prima vittima del nuovo esodo è ancora un bambino. Annegato nelle acque gelide dell'Egeo durante un disperato tentativo di sbarco a Lesbo. Gli altri 46 profughi, a bordo di un barcone che si è ribaltato quando si è avvicinata la guardia costiera, ce l'hanno fatta. Ma questa è la versione ufficiale. Perché le immagini mostrano proprio la guardia costiera greca che tenta di fare ribaltare i gommoni carichi di disperati e, dalle motovedette, bastona i profughi.
Alcuni migranti, che si avvicinavano alle isole remando con le mani, hanno riferito che il motore era stato sabotato da alcuni uomini con le maschere. Mentre altri video raccontano l'effetto sui bambini dei lacrimogeni lanciati nella zona di Evron, uno dei punti lungo il muro al confine con la Turchia. È uno dei punti di attraversamento dove circa 13mila tentano l'ingresso in Europa dopo la decisione di Ankara di interrompere i controlli.
La tensione, anche tra i residenti, è altissima. E le accuse più pesanti alla Grecia, che sta affrontando da sola l'emergenza, arrivano proprio da Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco che tra giorni fa aveva annunciato l'apertura delle frontiere. "Quelli che oggi usano gas lacrimogeni, granate stordenti, cannoni ad acqua e proiettili di gomma contro i migranti per respingerli - ha detto - un giorno dovranno pagare il prezzo davanti alla comunità internazionale".
Intanto Atene ha sospeso per un mese le nuove richieste di asilo. A Lesbo la tensione cresce anche tra la popolazione locale. Alcuni gruppi di estremisti, residenti nell'isola, si sono organizzati in squadre anti-migranti. Insulti e aggressioni sarebbero stati registrati anche contro giornalisti e fotoreporter, urla contro personale dell'Unhcr e sassi contro un pullman della polizia.
Un agente è stato ferito. Ma l'obiettivo principale è quello di fermare gli sbarchi di gommoni con diversi bambini a bordo. Sono milleduecento le persone arrivate in Grecia fra il 1 e la mattina del 2 marzo, sulle isole Egee orientali di Lesbo, Chio e Samo. L'Unchr, a fronte del nuovo esodo, ha rifornito le scorte di alimenti secchi e coperte per garantire sostegno ai nuovi arrivati e ha confermato come anche gli altri attori presenti sul campo abbiano beni supplementari stoccati a disposizione.
Save the children riferisce di 40 mila persone, di cui quasi 4 su 10 sono bambini, bloccate nei campi sulle isole dell'Egeo, esposte a condizioni disumane e "all'aggravarsi della loro salute sia fisica che mentale". Altre migliaia di richiedenti asilo sono bloccati "in un limbo sulla rotta tra la Turchia e la Grecia". Dormono all'aperto, a temperature gelide, "senza possibilità di ripararsi e di ricevere adeguata protezione". Dalla sera dello scorso sabato, almeno 13 mila persone, in gruppi che variano da molte decine sino a più di 3 mila, hanno raggiunto i punti di accesso formali del confine ad Pazarkule e Ipsala, così come i numerosi passaggi di accesso di fortuna. "Sono aumentati anche gli arrivi via mare - riferisce Save the children - mettendo così ancora più pressione sui campi già sovraffollati".
L'ultima emergenza è legata alla decisione di Ankara di aprire le frontiere, ma la situazione, nelle isole greche, era già drammatica. Il picco si era registrato nel 2016 Tra agosto e settembre scorsi erano più di 18 mila le persone arrivate. Il doppio dell'anno precedente. Già alla fine della scorsa estate in campi come quelli di Moria a Lesbo, nei tremila posti disponibili erano costretti a sopravvivere in condizioni disumane oltre 13mila.
Il 42 per cento minori tra i 7 e 12 anni, quasi mille bambini e ragazzi arrivati da soli. L'inferno dei bambini, intanto, si consuma anche in Siria. A denunciarlo è ancora Save the children che, in una nota riferisce che almeno in sette bambini, tra cui uno di soli sette mesi, sono morti a causa delle temperature gelide e delle terribili condizioni di vita nei campi profughi a Idlib.
"Due sorelle di 3 e 4 anni hanno perso la vita dopo che la tenda nella quale vivevano ha preso fuoco perché la stufa non era sicura e la loro mamma incinta ha riportato ustioni sul corpo. Mentre un ragazzo di 14 anni, che viveva con la sua famiglia di sette persone in un'altra tenda, non ha retto alle temperature gelide".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 marzo 2020
La Campagna LasciateCIEntrare e l'associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione (Asgi) hanno espresso forte preoccupazione per le condizioni di vivibilità all'interno del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Macomer (Nuoro).
Già a poche settimane dall'apertura del Centro (un'ex carcere di massima sicurezza), avvenuta lo scorso 20 gennaio, le associazioni riportano come la situazione sia apparsa da subito grave e preoccupante, viste le segnalazioni ricevute e come testimoniano anche le importanti criticità evidenziate dall'avvocata e Presidente della Camera Penale di Oristano Rosaria Manconi: "La struttura, in sé, non garantisce il rispetto dei diritti dei "trattenuti".
L'assenza di aree di socialità, il divieto di comunicazione con l'esterno attuato mediante il sequestro dei telefoni personali e la mancanza di strutture destinate alla, seppure momentanea, integrazione (biblioteche e luoghi di lettura, impegno lavorativo, pratica di attività fisiche, per esemplificare) fanno ragionevolmente ritenere che l'ozio, la convivenza forzata e la promiscuità, la condizione di ghettizzazione unita alla mancanza di speranza ed alla prospettiva di una permanenza sine die, possano dare vita a situazioni di tensione difficilmente controllabili".
Eppure, secondo le associazioni, si tratta di criticità che accomunano le condizioni di tutti i Cpr, ripetutamente segnalate dallo stesso Garante nazionale dei diritti delle persone private delle libertà nel corso delle attività di monitoraggio svolte e già oggetto di raccomandazioni al Ministero dell'Interno, ma fino ad ora sarebbero rimaste inascoltate.
"Ci troviamo - denunciano LasciateCIEntrare ed Asgi - di fronte a prassi registrate e denunciate da circa un ventennio, da quando tali centri sono stati istituiti e la cui stessa esistenza rappresenta una vergogna, poiché luoghi di detenzione su base etnica, dove l'abuso è ordinario, così come la privazione dei diritti sanciti dalla stessa Costituzione che si reitera nel tempo nel silenzio delle istituzioni" I Cpr sono strutture in cui le persone straniere senza un permesso di soggiorno sono private della libertà personale pur non avendo commesso alcun reato. "Rappresentano - denunciano le associazioni - una zona grigia del diritto e risulta sempre più difficile monitorare quanto accade al loro interno. Per questo devono essere chiusi".
Le associazioni chiedono perciò un accertamento delle condizioni in cui vengono trattenuti i migranti nel Cpr di Macomer in seguito alle criticità raccolte e trasmesse anche al Garante Nazionale dei diritti delle persone private delle libertà, in quanto figura indipendente di garanzia dei diritti delle persone ristrette. Criticità segnalate anche dal coordinamento dei Garanti dell'isola che, anche per la mancanza di un Garante regionale, ha già espresso l'urgenza di accedere al Cpr per evitare che il persistere di situazioni di violazioni di diritti o di abuso possano cristallizzarsi e degenerare. "Al di là delle azioni da attuare nell'immediato per la salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone trattenute - proseguono le associazioni nella denuncia - deve essere ribadita con forza l'inopportunità di mantenere attivi i Centri per il rimpatrio, simbolo di una politica migratoria repressiva e lesiva dei diritti delle persone".
Nel frattempo ancora una volta l'agenzia dell'unione europea per i diritti umani bacchetta l'Italia per quanto riguarda i centri di accoglienza per i migranti. In particolare, l'agenzia sottolinea - citando il progetto Melting pot Europa - la grave situazione nell'hotspot di Lampedusa, dove i minori non accompagnati condividono gli spazi con gli adulti. La mancanza di protezione per i minori - scrive l'Agenzia - fa aumentare il rischio di esclusione sociale, di sfruttamento lavorativo e sessuale. Parliamo del rapporto quadrimestrale pubblicato il 18 febbraio 2020 dall'Agenzia europea, che copre il periodo dal 1° ottobre al 31 dicembre 2019 e mostra una situazione indegna per l'Europa, con hotspot del tutto pieni e condizioni di vita atroci.
Ma non solo. L'agenzia europea è preoccupata visto che il nostro belpaese ha individuato 13 Paesi, rendendo così più difficile l'accoglimento delle istanze di protezione internazionale. Proprio l'Italia è al centro delle preoccupazioni dell'Agenzia europea per il rinnovo del Memorandum of Understanding con la Libia. Aumentano poi i casi di "hate speech" (incitamento all'odio) in particolare in Germania, Grecia, Malta, Spagna e, ancora una volta, l'Italia.
di Gianni Dominici*
Il Manifesto, 3 marzo 2020
Pubblica amministrazione. In pochi mesi siamo passati dal dibattito sui tornelli e le impronte digitali per controllare meglio la presenza fisica negli uffici pubblici allo smart working libero causa coronavirus. Dall'informatizzazione per legge a quella di emergenza. E così il nostro paese ha finalmente scoperto la modernità insieme alle fantastiche proprietà taumaturgiche della tecnologia. Serviva un'emergenza (in questo caso sanitaria) perché questo avvenisse?
Siamo ultimi in tutte le classifiche internazionali sulla diffusione della tecnologia e condannati a recitare i numeri del DESI (Digital Economy and Society Index, che misura il grado di digitalizzazione dei paesi) come in uno stanco e poco convinto eterno mea culpa. Releghiamo alla precarietà i nostri migliori ricercatori, quelli che nel frattempo non sono scappati all'estero. Abbiamo la più bassa percentuale europea di cittadini che utilizzano i servizi on line. Abbiamo la popolazione di dipendenti pubblici più anziana d'Europa a cui, oltretutto, e di fatto, non diamo alcuna possibilità di formazione e di aggiornamento.
Un paese dove ci si divide sulla nutella, dove si aprono e si chiudono i porti neanche fossero le porte di un ascensore. Un paese che però, quasi mai, parla di giovani e di futuro. Un paese dove per decenni si è pensato che l'innovazione potesse essere promossa dagli amministrativisti concentrati a rinovellare norme e codici. Un paese convinto, e che ha tentato di convincere, che si potesse innovare per decreto, per legge, per riforma, trasformando e banalizzando i processi più importanti di cambiamento in mero, ulteriore adempimento. In scadenze sistematicamente prorogate. In questo contesto, ad inizio anno abbiamo individuato (e descritto presentando il nostro rapporto annuale) tre importanti segnali che potrebbero finalmente dare il via ad un percorso di normalizzazione:
Il primo è di natura politica. Per la prima volta la nostra politica ha condiviso scenari di sviluppo: il tema dello sviluppo sostenibile, il tema della quarta rivoluzione industriale sintetizzato dal presidente del consiglio con lo slogan "Smart Nation", il piano "2025 - strategie per l'innovazione tecnologica e la digitalizzazione del paese", presentato a fine 2019 dalla ministra Pisano.
Il secondo segnale è che finalmente in Italia c'è una chiara governance dell'innovazione con una Ministra dedicata e un dipartimento, a cui risponde l'Agenzia per l'Italia Digitale.
Infine, il terzo segnale riguarda la diffusa consapevolezza, ai diversi livelli, della centralità delle persone, dell'importanza del fattore umano nel portare avanti processi di cambiamento che si sostanzia, ad esempio, nello sblocco del turnover, nell'attenzione per le competenze digitali, nel diffondersi della cultura dello Smart Working, nelle iniziative di facilitazione, formazione e mentoring per accompagnare i nuovi assunti nella PA.
Nel corso di quello che sembrava un processo di lenta normalizzazione è accaduto però l'imprevisto, la sociologica variabile interveniente, quella che sicuramente è una discontinuità nell'agenda del paese. E così in una nazione in cui una manciata di mesi fa si discuteva ancora di tornelli e di impronte digitali per meglio controllare la presenza fisica nei posti di lavoro ora, si inneggia improvvisamente alla flessibilità, alla formazione a distanza, allo smart working.
Ci mancherebbe altro, per fortuna, era ora, dovremmo dire. Se penso che esattamente 20 anni fa diventai amministratore delegato di Atenea, una società di formazione a distanza creata dalla Fondazione Censis e da Agorà telematica con "l'obiettivo di affiancare la pubblica amministrazione nel processo di modernizzazione e digitalizzazione in atto, per trasformare contenuti e conoscenze attraverso la rete internet ". Ne è passato di tempo e i temi in primo piano non sono poi così cambiati, nonostante le tecnologie abbiano fatto un salto epocale.
Come ForumPA siamo sempre stati convinti della necessità di affiancare soluzioni virtuali ad eventi in presenza, "click and brick" si diceva una volta. Nell'ultimo triennio abbiamo organizzato 64 webinar con 20.700 partecipanti totali; realizzato 560 tra interviste e reportage pubblicati sui nostri canali Youtube e Vimeo; registrato 362 podcast, pari a 51 ore di audio sul nostro canale Spreaker; prodotto 238 tra videolezioni, videopillole formative e video academy; trasmesso 115 ore di diretta streaming. A questo si aggiunge il patrimonio prodotto quotidianamente dal Gruppo Digital 360. Siamo quindi convinti che sia davvero importante cogliere questa occasione e siamo pronti a dare il nostro contributo.
Ma c'è un però. C'è il rischio che, dopo che per decenni ci si è illusi che si potesse informatizzare il paese per legge, ora ci si illuda, spinti dalla psicosi collettiva, che lo si possa fare per decreto d'emergenza. La Direttiva Dadone, che incoraggia le pubbliche amministrazioni a potenziare il ricorso al lavoro agile, è un provvedimento positivo non soltanto per arginare l'emergenza "coronavirus", ma anche perché potrebbe accelerare la diffusione dello smart working e dello smart learning nel settore pubblico. Per essere davvero una svolta, però, non deve restare una misura di emergenza, ma diventare un modello da sperimentare e applicare anche in tempi ordinari e inserirsi in un progetto più ampio di rinnovamento della PA, in cui l'utilizzo delle tecnologie smart è solo un elemento.
L'innovazione del paese, e della PA in particolare, può e deve essere prioritariamente un'innovazione istituzionale, culturale e organizzativa. Per potersi diffondere, lo smart working è necessario in primo luogo ripartire dalle persone, passare dalla cultura dell'adempimento alla collaborazione, puntare allo scambio di soluzioni e di esperienze all'interno degli enti e tra enti. Nel nostro lavoro di facilitatori e di accompagnatori della PA nei processi di innovazione, abbiamo notato che cresce il bisogno di "imparare come si pratica il cambiamento". Le persone chiedono strumenti, modelli operativi, cassette degli attrezzi.
È importante per questo puntare su due grandi leve:
l'empowerment, l'accrescimento delle competenze e la condivisione di strumenti utili per governare la trasformazione digitale dentro la PA. Le risorse per la formazione e l'aggiornamento sono state di fatto anullate, è difficile usare gli strumenti di lavoro a distanza se non si hanno le competenze adatte di base per cui è necessario al più presto favorire la formazione diffusa dei dipendenti pubblici sulle competenze digitali di base;
lo sblocco del turn over. Nell'arco dei prossimi 3-4 anni 500mila dipendenti pubblici avranno maturato i requisiti per ritirarsi dal lavoro e saranno sostituiti da nuovo personale grazie allo sblocco del turn over di compensazione al 100%. Non basta sostituire le persone che andranno in pensione, è necessario capire di quali competenze ha bisogno la nostra PA e formarle.
Da non sottovalutare, infine, il ripensamento dell'organizzazione, la creazione di un clima di fiducia, l'attenzione e il focus su obiettivi di sviluppo e non su adempimenti. È questo il contesto indispensabile da creare e da alimentare per far sì che le soluzioni tecnologiche diventino strumenti abilitanti di una pubblica amministrazione in grado non solo di reagire alle crisi del momento ma di essere protagonista nel costruire il futuro del paese.
*Sociologo, è direttore generale del Forum Pa, il più grande evento nazionale sulla modernizzazione della pubblica amministrazione
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 3 marzo 2020
C'è da domandarsi: chi ha messo nella testa di questi ragazzi che l'odio è un diritto? Non sarebbe male chiederselo con una certa preoccupazione. Uno studente di liceo si alza compunto e con aria molto seria ribatte alla mia dichiarazione di rifiuto dell'odio con una precisa rivendicazione: "Io voglio avere il diritto di odiare". Cerco di ragionare: "I diritti non possono essere assoluti, non ti pare? altrimenti uno potrebbe alzarsi e dichiarare, con la stessa tua determinazione: io voglio avere il diritto di uccidere!".
"Ma io non voglio uccidere, voglio solo odiare, se qualcuno mi fa un torto io voglio poterlo detestare". "Ma tu credi che l'odio rimedi al male fatto?". "Per me l'odio è un diritto primario", ribatte lui. E io cerco ancora di ragionare: "Guarda che l'odio avvelena chi lo prova e spesso porta ad azioni irrazionali e pericolose, per esempio alla vendetta, ti pare giusto vendicarsi?". "Beh, se posso farlo, mi vendico".
"Ecco, vedi che l'odio non sta fermo ma tende all'aggressione verso l'odiato, che a sua volta vorrà vendicarsi e la catena non si fermerà più". "Perché non va bene la vendetta?" chiede con voce innocente e sicura. "Perché ti comporteresti come un animale, secondo istinto e non come dovrebbe comportarsi una persona che ragiona, che riflette e che vive in un sistema di istituzioni che agiscono secondo leggi precise e non secondo istinti primordiali. La più grande conquista, pensaci, del mondo moderno è stato proprio questo passaggio dalla vendetta privata alla giustizia, delegata a un sistema indipendente e sopra le parti che si chiama magistratura. Ricorda poi che la vendetta è proprio la pratica di tutte le mafie che rifiutano ogni legge civile e democratica che non sia la propria legge del potere". Il ragazzo non mi sembra convinto, ma mi dice che ci penserà. Intanto si alza una ragazza che incalza il suo compagno: "Metta che uno mi violenti, non ho il diritto di odiarlo?".
Cerco rifugio in un bellissimo esempio di non odio che ci ha dato in questi giorni la senatrice Liliana Segre, che continua a ripetere che lei non odia i suoi aguzzini, li giudica e li condanna, ma non vuole essere deturpata da un sentimento che avvilisce la persona che lo prova. A questo punto c'è da domandarsi: chi ha messo nella testa di questi ragazzi che l'odio è un diritto? Non sarebbe male chiederselo con una certa preoccupazione.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 3 marzo 2020
Torna "Adotta uno scrittore" in venti tra scuole e università più dodici carceri italiane. L'iniziativa del Salone di Torino compie 18 anni e ha superato gli 11mila studenti coinvolti. La parola adottare viene da "optare", scegliere. Preceduta da A "ad", la particella della vicinanza. Scegliere per sé. È una parola che accostiamo per abitudine all'idea di famiglia, genitori e figli, affetti.
Ma il concetto che ci sta dietro è sempre quello di preferenza, elezione di "uno tra gli altri", con tutta la concretezza di impegno che ne segue: come quando per tradurre in pratica un proposito scelto fra tanti si dice che si "adotta un provvedimento".
Così è sempre più significativo, perché si tratta ogni volta di una riaffermazione di volontà, il ritorno di "Adotta uno scrittore" giunto quest'anno alla diciottesima edizione. Proposta dal Salone internazionale del libro, in calendario a Torino dal 14 al 18 maggio 2020, l'iniziativa è di fatto già entrata nel vivo con i consueti tre mesi di anticipo, rivolta come sempre a scuole e detenuti ma non solo: nei suoi primi diciassette anni di vita ha coinvolto fra tutto 11.521 studenti di 369 classi, 12 case di reclusione, un ospedale, una università, oltre a 365 autori.
Quest'anno saranno 35, da Gherardo Colombo a Marco Malvaldi, da Paolo Nori a Mauro Covacich, da Luca Doninelli a Zita Dazzi, da Paola Caddi a Elisa Mazzoli... Sempre con lo stesso meccanismo: ogni classe sceglie uno scrittore o una scrittrice, li incontra più volte, ne legge libri, li commenta, in un percorso che conduce a un arricchimento per tutti, lettori ma anche autrici e autori. 11 tutto con il sostegno della Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte in collaborazione con la Fondazione Con il Sud.
A ulteriore supporto del libro e della lettura, negli anni Acri Piemonte ha permesso l'ingresso gratuito al Salone a oltre 11mila studenti e studentesse piemontesi. Quest'anno le scuole coinvolte sono dieci superiori, quattro medie, quattro elementari, due università, di nuovo dodici scuole carcerarie: il numero più alto per una singola edizione.
E il progetto oltre al Piemonte si è esteso a Veneto, Campania, Sicilia, Basilicata, Puglia, Calabria e Sardegna, con istituti anche molto lontani come il "Rita Levi Montalcini" di Salerno e il "Galileo Galilei" di Acireale, mentre le scuole carcerarie interessate sono quelle di Torino, Saluzzo, Alessandria, Asti, Verona, Paola (Cosenza), Lecce, Palermo, Sassari, Potenza e Pozzuoli (Napoli). Sono situazioni queste ultime in cui proprio gli scrittori e la lettura riescono a creare momenti di condivisione costruttiva tra mondi - quelli di studenti e carcerati - che difficilmente si incontrerebbero con una mediazione altrettanto alta: eppure capace di abbattere, dal basso, steccati non semplici da superare per altre vie.
"Non esistono bellezza, democrazia, coscienza civile e sociale senza cultura. Per questo è importante e necessario - afferma il presidente di Acri Piemonte, Giovanni Quaglia - disseminare e sostenere sul territorio, in particolare nelle periferie più esposte alle fragilità, tutte quelle iniziative che portano conoscenza e dialogo, veri collanti delle comunità. Il progetto "Adotta uno scrittore", divenuto ormai maggiorenne grazie all'impegno e alla sinergia delle Fondazioni di origine bancaria, offre un prezioso contributo in questa direzione".
"Adotta uno Scrittore è uno dei progetti culturali di cui il Salone Internazionale del Libro di Torino - aggiunge il direttore Nicola Lagioia - va più orgoglioso: scuola e istruzione sono, o dovrebbero essere, prioritari per qualunque Paese che voglia darsi un futuro. Qui abbiamo scrittori e studenti impegnati in un percorso a più tappe, in diverse regioni d'Italia: un progetto di respiro nazionale che anno dopo anno cresce e si rafforza".
Quanto alla relazione fra i concetti di adozione e di famiglia, del resto, l'obiettivo dell'iniziativa è proprio quello di "rendere la lettura un gesto familiare e quotidiano, chiamando in causa chi ha fatto della scrittura il proprio mestiere". Incontrarne uno per leggerne cento, è la filosofia: il progetto "mette nelle mani di ciascun ragazzo il libro dell'autore, da cui si parte per parlare di altri libri: quelli amati dai ragazzi e quelli amati dagli scrittori adottati".
Ma se il denominatore comune è l'attività di leggere lo strumento per arrivarci è quello dell'incontro. E quindi, in ultima analisi, del conoscersi e affidarsi gli uni agli altri: gli autori non vengono adottati da una scuola ma da una classe, attraverso tre appuntamenti distanziati di poche settimane e con una possibilità di dialogo che ha le dimensioni di un'aula e non di un auditorium. E agli scrittori viene lasciata completa libertà d'azione e di decisione su come sfruttare il tempo a loro disposizione: ecco perché ogni adozione è diversa dall'altra. Anche l'esperienza di quest'anno confluirà in un video-racconto finale. Per conoscere tutte le adozioni bookblog.salonelibro.it.










