di Pierre Haski*
internazionale.it, 4 marzo 2020
Il 2 marzo Ghassan Salamé ha gettato la spugna con un semplice tweet scritto in arabo. Con poche parole, l'inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia ha spiegato che la sua salute non gli permette di "affrontare lo stress" a cui lo sottopone il ruolo particolare che ricopre da oltre due anni. Ma la verità è che le dimissioni del sesto rappresentante dell'Onu in Libia in meno di dieci anni hanno il sapore di un fallimento.
Prima di tutto per la comunità internazionale, che in Libia non riesce a far rispettare le proprie decisioni. Un rappresentante dell'Onu ha il potere che gli viene conferito dagli stati appartenenti all'organizzazione, e quando questi stati non rispettano gli impegni presi, un uomo, da solo, non può nulla. In secondo luogo siamo davanti al fallimento dei tentativi di trovare una soluzione diplomatica al conflitto libico, cosa che ancora sembrava possibile un anno fa, prima dello scoppio di una terza guerra civile alimentata dalle ambizioni delle potenze esterne.
Il colpo di grazia - Due avvenimenti hanno contribuito alle dimissioni di Salamé: innanzitutto la conferenza organizzata il 19 gennaio a Berlino con la presenza di Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdoğan, Emmanuel Macron e Mike Pompeo. In quell'occasione i partecipanti si erano impegnati a rispettare l'embargo sulla consegna di armi ai belligeranti, ma appena l'inchiostro si è seccato l'appoggio militare è ripreso come se niente fosse. Il colpo di grazia è arrivato la settimana scorsa a Ginevra, con il fallimento di una riunione per il "dialogo politico" organizzata da Salamé. I delegati dei due fronti che si combattono in Libia non si sono nemmeno presentati nella città svizzera, mortificando e sfiduciando l'emissario dell'Onu.
Qualche giorno fa Salamé ha rilasciato dichiarazioni amare (che con le sue dimissioni acquistano maggiore significato) attaccando i partecipanti della conferenza di Berlino. "Ho ricevuto il sostegno necessario dopo Berlino? La mia risposta è "no". Ho bisogno di un supporto di gran lunga maggiore". A chi si rivolgeva Salamé? A tutti gli attori coinvolti. Oggi i due schieramenti del conflitto libico hanno ciascuno i suoi protettori.
Il governo di Tripoli, guidato dal primo ministro Fayez al Sarraj, è sostenuto principalmente dalla Turchia e dal Qatar, che riversano armi e combattenti nella capitale libica. Il generale Khalifa Haftar, che controlla la zona orientale del paese, può invece contare sull'appoggio della Russia (che ha inviato i suoi mercenari), dell'Egitto e degli Emirati Arabi Uniti (che partecipano ai combattimenti con droni e aerei).
Fatto per nulla indifferente, dalla parte di Haftar è schierata anche la Francia, nonostante le smentite. Il ruolo occulto di Parigi non ha certo facilitato il lavoro di Salamé. Il gesto del rappresentante dell'Onu non porterà grandi cambiamenti in questo ennesimo conflitto alle porte dell'Europa, ma getta luce su un mondo in cui le Nazioni Unite hanno sostanzialmente perso il loro ruolo. Di sicuro il successore del diplomatico libanese non potrà molto davanti agli egoismi nazionali che in Libia ripropongono il gioco infinito dei rapporti di forza tra potenze.
*Traduzione di Andrea Sparacino
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 3 marzo 2020
L'amministrazione penitenziaria ha diramato Linee guida, ma nessuna indicazione sulle visite dei familiari. Così che alcuni istituti hanno chiuso le porte agli esterni. In modo ingiustificato.
La diffusione del coronavirus sta suscitando legittime apprensioni: tutte le cautele messe in atto dal ministero della Salute, dalla Protezione civile e dalle Regioni non sono riuscite ancora a circoscrivere la diffusione del virus e si teme che il picco dei contagi, ancora di là da venire, possa mettere in seria difficoltà il sistema sanitario nazionale alla prova della gestione contemporanea di una mole di casi - e, soprattutto, di terapie intensive - come quella che potrebbe venirne.
di Luigi Mastrodonato
internazionale.it, 3 marzo 2020
Da 28 anni la Cooperativa sociale "Alice" offre lavoro ai detenuti delle carceri milanesi attraverso alcuni laboratori di sartoria. Oltre 400 persone sono passate dalle sue macchine da cucire, mentre nella sede esterna viene assunto anche chi ha già scontato la pena.
gnewsonline.it, 3 marzo 2020
Il Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità (Dgmc) ha fornito nuove indicazioni per prevenire il rischio di diffusione del contagio da Covid-19. Vengono dettati alcuni obblighi informativi ai dipendenti del Dipartimento, in particolare a coloro che hanno in programma, a qualsiasi titolo, spostamenti nelle "aree a rischio".
di Daniele De Luca
estremeconseguenze.it, 3 marzo 2020
Solo oggi il Governo prende in considerazione tra le categorie a rischio anche la popolazione carceraria, oltre a tutti coloro che in qualche modo ci lavorano (Polizia penitenziaria, personale sanitario, addetti pulizie, parenti, volontari etc..).
di Simona Musco
Il Dubbio, 3 marzo 2020
La morte del giovanissimo Ugo Russo vista da Samuele Ciambriello, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personali. "La cosa che mi fa più tristezza sono queste tifoserie, che vogliono dividerci tra una vittima e l'altra. E nessuno vede che si tratta di adolescenti a metà, di persone con un vuoto interiore enorme, che nessuno cerca di colmare". Soffre, Samuele Ciambriello, Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
Soffre per Ugo Russo, ucciso durante un tentativo di rapina, ma soffre anche per chi ha sparato, ora costretto a fare i conti con le conseguenze irreversibili delle proprie azioni. Soprattutto perché l'ennesimo caso di cronaca, anziché far interrogare sul da farsi, diventa l'ennesimo episodio da cannibalizzare a uso e consumo della politica. Che trova le proprie tifoserie, racconta al Dubbio, sempre pronte ad applaudire e mai ad interrogarsi. "Bisogna far capire che non è abbassando l'età punibile che si risolvono i problemi: serve accudimento".
Garante, quello che è accaduto a Napoli ha fornito l'ennesima occasione per reclamare leggi speciali per la Campania. La soluzione è questa?
Le do un dato per farle capire la situazione: in Emilia Romagna, nel 2019, sono stati arrestati molti minorenni, giovani fino a 18 anni, per ferimenti e uccisioni, anche molto brutali. Più che a Napoli. Questo vuol dire che non bisogna fare di tutta l'erba un fascio, bensì cercare di capire cosa accade ai minorenni e cercare delle soluzioni.
E cosa accade?
Alcuni vivono una precarietà economica, altri una precarietà familiare, affettiva, culturale. Ci sono quelli che evadono l'obbligo scolastico, ma anche stavolta i numeri più alti non sono in Campania, come si potrebbe credere: l'anno scorso, su 500mila giovani che dovevano arrivare alla maturità, 80mila non ci sono arrivati e la prima regione di non diplomati è la Toscana. La Campania è seconda, seguita dalla Sicilia.
Chi intercetta questi adolescenti?
Il problema è proprio questo. Si riesce a farlo solo quando molti di loro passano dal disagio alla devianza e purtroppo alla microcriminalità, la terza fase. E a quel punto tocca citare Pasolini: in questo mondo colpevole, che solo compra e disprezza, il più colpevole son io. Siamo noi che non abbiamo capito come intervenire e non lo abbiamo fatto. Questo ragazzo, ad esempio, era stato aiutato dai servizi sociali, non era un pregiudicato, però credo che molti di loro siano adolescenti a metà, hanno la morte nel cuore. Una volta c'era chi viveva la delinquenza per comprare un motorino, per fare l'abbonamento al Napoli o le vacanze. Ora vogliono tutto e subito.
Ma questo perché accade?
Hanno un vuoto esistenziale dentro. Nel loro codice non c'è una scala di valori. Sono adolescenti a metà, vivono di istinti e di istanti, rimanendo distinti e distanti dalla comunità. E quando accade in questi quartieri, in questa solitudine, in questa povertà anche educativa sono in balia dei loro istinti. E quello è l'ennesimo fallimento di una comunità. Tendiamo a dimenticarci che siamo noi singoli a formare lo Stato. E quando si parla di queste situazioni a cosa si pensa? Ad abbassare l'età punibile, anziché cercare soluzioni. Non si può pensare una cosa del genere.
O, appunto, si pensa alle leggi speciali.
I dati sono allarmanti e riguardano non solo la Campania, bisogna prenderne atto. Quindi la soluzione non può essere questa. Quelli che la pensano così sono convinti che il contenimento, l'esigenza di sicurezza, il carcere siano la soluzione. Però sono aumentati i detenuti nelle carceri, adulti e minorenni, mentre sono diminuiti i reati. Allora c'è qualcosa che non va, nelle leggi e nella loro applicazione, nella loro interpretazione. Accanto al contenimento, questi adolescenti a metà hanno bisogno dell'accudimento, cioè della tutela dei loro diritti. A partire dai casi di dispersione scolastica: bisognerebbe intervenire e consentire anche l'affidamento temporaneo altrove, per garantire tutta una serie di servizi. E poi sì, istituirei un'aggravante per il branco: da soli questi ragazzi non sono nulla.
E come possono essere garantiti questi servizi?
In Campania, ad esempio. è stato sperimentato, con Bassolino, il reddito di cittadinanza per i minori, che veniva erogato con servizi, oltre che con denaro. Ciò voleva dire che se i bambini venivano portati a scuola, magari anche di pomeriggio, allora veniva consegnato il reddito di inclusione, assieme ad una serie di servizi. E questo dobbiamo dare: inclusione. Ma anche accudimento. C'è uno Stato che deve dimostrare di rispettare la propria responsabilità educativa. Questa tragedia mi amareggia, perché vedo dei tifosi sulle gradinate, senza biglietto, che si divertono a giocare come fossero allo stadio. Io farei silenzio. Anche il giovane che ha sparato sta vivendo con un animo inquieto, non ha bisogno di tifosi, nemmeno lui. Ma sbagliano anche i genitori del ragazzo a minimizzare, come se fosse una bravata. Ci rendiamo conto che le pistole vengono regalate come un giocattolo anche a livello familiare?
Però le tifoserie ci sono.
Io non mi faccio dividere, mi rifiuto. Mi chiedo, piuttosto, dove ho sbagliato io stesso. Credo che occorra liberare i minori dalla povertà educativa per renderli adulti responsabili. Abbiamo bisogno di più educatori, di più maestri di strada. Abbiamo bisogno di più investimenti nelle politiche sociali, di considerare la cultura come se fosse un ottavo sacramento. Occorre fare investimenti di prevenzione, anche attraverso lo sport. E servono testimonianze. E anche quando passano dal disagio alla devianza dobbiamo mettere in campo delle risposte. Come progetti di accoglienza, sostegno, integrazione e anche, se necessario, di allontanamento temporaneo.
di Davide Varì
Il Dubbio, 3 marzo 2020
Sovraffollamento ed emergenza sanitaria: il carcere è una bomba pronta a esplodere. Si può tornare a parlare di amnistia? Non siamo negli anni 70: il "Fattore K" che bloccava la democrazia italiana è un lontano ricordo. Insomma, il termine "emergenza" non evoca nessun golpe, nessun arretramento permanente delle libertà.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 3 marzo 2020
La procedibilità a querela delle lesioni stradali gravi e gravissime, nell'ipotesi "base" prevista dall'articolo 590 bis, comma 1, del Codice penale, è sempre più vicina: è infatti una delle misure che il Consiglio dei ministri, lo scorso 13 febbraio, ha approvato per rendere più rapidi i processi penali.
Si tratta di una novità importante, che raccoglie consensi bipartisan tra le forze politiche, magistratura e avvocatura: tuttavia è passata sottotraccia, agli occhi dell'opinione pubblica, perché approvata dal Governo nel pieno delle polemiche legate all'entrata in vigore dello stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado. I tempi possono rivelarsi lunghi, perché il veicolo legislativo scelto è quello della legge delega, che dovrà prima essere approvata dal Parlamento e poi attuata dal Governo nel termine di un anno; ma l'entrata in vigore della procedibilità a querela può essere accelerata dalla Corte costituzionale, che deve ancora pronunciarsi sulla questione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Milano (si veda "Il Sole 24 Ore" del 30 maggio 2019).
La storia della procedibilità d'ufficio delle lesioni stradali gravi e gravissime ha inizio con la legge 41/2016. Il legislatore, plasmando il nuovo reato, lo ha articolato in diverse ipotesi, prevedendo per tutte la procedibilità di ufficio: la fattispecie "base" - che può essere commessa da "chiunque" violi una generica regola stradale (dunque anche un pedone o un ciclista che abbiano causato una lesione guarita in 41 giorni) e ricalca le pene precedentemente previste per gli stessi fatti - e le ipotesi aggravate (con significativi aumenti di pena), riferite solo ai conducenti di veicoli a motore che commettano violazioni particolarmente pericolose del Codice della Strada; abuso di alcol o droghe, eccessi straordinari di velocità, circolazione contromano e sorpassi azzardati.
La scelta di mettere sullo stesso piano, ai fini della procedibilità del reato, condotte molto diverse - per disvalore della condotta dell'autore del reato, e conseguenze dannose per la vittima - ha destato da subito perplessità: tanto è che la legge 103/2017, delegando al Governo l'ampliamento dei reati contro la persona e il patrimonio perseguibili a querela, sembrava ricomprendere anche la fattispecie "base" dell'articolo 590 bis. Ciò non è poi avvenuto, nonostante il Parlamento, nel parere preliminare al Dlgs 38/2018 - che ha dato attuazione alla delega contenuta nella legge 103 - avesse esortato espressamente il Governo al cambio della procedibilità. Alla fine del 2018, il Tribunale di La Spezia ha perciò sollevato una questione di legittimità costituzionale del decreto 38, lamentando il mancato rispetto della delega legislativa: la Consulta, con la sentenza 223/2019, l'ha respinta sottolineando che la previsione della procedibilità a querela "si sarebbe posta in aperta contraddizione" con la scelta della procedibilità di ufficio, "compiuta appena due anni prima dal Parlamento".
Qualcosa è cambiato: nei mesi scorsi sono state presentate delle proposte di legge, alla Camera e al Senato, per introdurre la procedibilità a querela per il reato di cui all'articolo 590 bis, comma 1, e ora la misura viene fatta propria anche dal Governo. Con questi nuovi elementi dovrà misurarsi la Consulta, giudicando la questione sollevata dal Tribunale di Milano; sempre che non venga prima risolta dal legislatore, approvando subito una delle proposte di legge già presentate in Parlamento. Vista la raggiunta convergenza tra Governo e Parlamento sul punto, non sembra necessario dover attendere oltre un anno per consentire l'entrata in vigore di una modifica che, tra le altre cose, avrà il merito di snellire i ruoli giudiziari e incentivare il tempestivo risarcimento dei danneggiati da parte degli imputati e delle loro assicurazioni.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 3 marzo 2020
L'allarme dei Servizi segreti. Nella sua relazione al Parlamento, il capo del Dis Gennaro Vecchione mette in guardia "dall'arma cibernetica". "La tenuta dei sistemi democratici occidentali è a rischio, si sono moltiplicati i fronti di minacce, e ampliate le sfide".
Non è più solo il terrorismo di matrice islamica a preoccupare i nostri servizi segreti, ma anche " una minaccia composita riferibile a processi di radicalizzazione individuali, la presenza di soggetti attestati su posizioni estremiste e una pervasiva propaganda istigatoria".
Gli episodi di violenza della destra radicale destano allarme nell'intelligence internazionale. Nella sua relazione al Parlamento " sulla politica dell'informazione per la sicurezza", il capo del Dis Gennaro Vecchione accende i riflettori sui rischi che arrivano dal web. "L'arma cibernetica in tutte le sue declinazioni, strumento privilegiato per manovre ostili, viene utilizzata per indebolire la tenuta dei sistemi democratici occidentali: si tratta di sistemi che possono mettere a rischio le stesse esistenze dei Paesi", scrive.
Rigurgiti neonazisti tra i giovani - "Sono emersi insidiosi rigurgiti neonazisti, favoriti da una strisciante, ma pervasiva propaganda virtuale attraverso dedicate piattaforme online. I profili più esposti, come emerge dalla casistica delle azioni, sono quelli dei più giovani. C'è il rischio che anche ristretti circuiti militanti o singoli simpatizzanti italiani possano subire la fascinazione dell'opzione violenta. Il monitoraggio informativo ha posto in luce come - prosegue la relazione degli 007 - accanto a formazioni strutturate e ben radicate sul territorio, si sia mossa una nebulosa di realtà skinhead ed aggregazioni minori, alcune delle quali attive soltanto sul web. Una galassia militante frammentata, che si è caratterizzata per una comunanza di visione su alcuni temi, quali la rivendicazione identitaria e l'avversione all'immigrazione, al multiculturalismo e alle Istituzioni europee, oltre che per momenti di corale, quanto estemporanea, convergenza in occasione di appuntamenti politico-culturali e commemorativi sul "fascismo delle origini".
Moltiplicate le sfide - "Oggigiorno si sono moltiplicati i fronti in grado di esprimere minacce dirette anche al nostro territorio e ai nostri assetti; la dimensione economico-finanziaria si è confermata rilevante nel confronto e nella competizione tra Stati; la sovranità tecnologica e digitale e la resilienza nel "quinto dominio" sono divenute centrali; Paesi da tempo impegnati in significative proiezioni di potenza su scala globale si sono dimostrati assertivi, mentre i sistemi di alleanza hanno talvolta incontrato difficoltà nel trovare voce e posizione univoca. Tutto questo ha ampliato a dismisura le sfide strutturali con le quali l'Intelligence è chiamata a misurarsi".,
Minaccia Daesh resta elevata - "Le evidenze informative - si legge nella relazione - ci indicano che Daesh è particolarmente vitale nei territori di origine e contestualmente ha rafforzato la propria presenza in quadranti africani ed asiatici, con una marcata, preoccupante concentrazione nel Sahel". "Peraltro, le azioni di stampo jihadista realizzate in Europa lo scorso anno confermano l'insidiosità di una minaccia che resta prevalentemente endogena e che ha visto, in linea di continuità con gli ultimi anni, l'attivazione di lupi solitari, il ricorso a mezzi facilmente reperibili e pianificazioni poco sofisticate".
I terroristi non arrivano sui barconi - "Non ci sono al momento segnali che i combattenti jihadisti abbiano o stiano utilizzando i canali migratori per raggiungere l'Europa. Lo scrivono gli 007 nella relazione al Parlamento confermando invece, per quanto riguarda la rotta tunisina, l'esistenza di "reti criminali italo-tunisine" coinvolte oltre che nel traffico di migranti anche nel contrabbando di tabacchi e nel traffico di droga". Gli 007 segnalano inoltre due fenomeni connessi alla tratta: il ricorso alle 'navi madrè e un aumento degli sbarchi fantasma.
La jihad digitale - "Centrale ha continuato ad essere il ruolo del jihad digitale. Nel territorio nazionale, abbiamo dovuto prevenire e contrastare una minaccia composita, riferibile a processi di radicalizzazione individuali e dall'accelerazione imprevedibile, alla presenza di soggetti attestati su posizioni estremiste, ai propositi ritorsivi di Daesh, ad una pervasiva propaganda istigatoria".
"Con riguardo al fenomeno della radicalizzazione, il dispositivo messo in campo si è tradotto in mirate ed innovative modalità d'intervento, intese non solo ad individuare i soggetti che abbiano aderito alla visione jihadista, a valutarne la pericolosità e, ove possibile, a favorirne il disingaggio, ma anche a cogliere i segnali prodromici di percorsi di radicalizzazione suscettibili di sfociare nell'azione violenta", ha spiegato Vecchione.
La radicalizzazione in carcere - "Come per il resto d'Europa, l'ambiente carcerario continua a rappresentare, anche in Italia, una realtà sensibile sotto il profilo della radicalizzazione islamista, che agisce, a sua volta, da moltiplicatore di tensioni e pulsioni violente, nei confronti tanto dei detenuti di fede non islamica o non aderenti alla causa jihadista, quanto degli agenti penitenziari e del sistema carcerario".
"Aggressioni, disordini e manifestazioni di giubilo in occasione di attentati compiuti in Europa - sottolineano gli analisti del Dis - hanno fatto emergere la pericolosità di alcuni stranieri, detenuti per reati comuni e radicalizzatisi dietro le sbarre, per i quali è stato conseguentemente adottato provvedimento di espulsione".
Il Dubbio, 3 marzo 2020
L'ex procuratore di Roma analizza la nuova legge. E sulla divulgazione sui giornali delle inchieste dice: chiedete agli avvocati. "Nei giorni scorsi il Parlamento ha approvato con decorrenza dal 1 maggio, la nuova disciplina delle intercettazioni apportando molte modifiche alle norme introdotte nella precedente legislatura, ma mai entrate in vigore.
Vi sono state e vi sono infuocate polemiche, dato che in questa materia entrano in gioco la tutela della riservatezza, il diritto dello Stato di sanzionare gli autori del reato (e quindi le esigenze delle indagini), il diritto di difesa, anche delle vittime e, infine, la libertà di espressione del pensiero e di informazione.
Si tratta di beni di fondamentale importanza, tutti costituzionalmente tutelati, ma in qualche modo in conflitto tra loro e spetta al legislatore trovare un punto di equilibrio tra essi". Inizia così il un lungo intervento su "La Stampa" di Giuseppe Pignatone, già capo della Procura della capitale, voluto dal Papa come presidente del suo Tribunale, esaminando alcuni aspetti "di una disciplina estremamente complessa".
Sul diritto di difesa - sottolinea Pignatone - la nuova legge fa registrare un miglioramento significativo. Sono state infatti modificate le norme che, come a suo tempo concordemente evidenziato da magistratura e avvocatura, limitavano o rendevano estremamente difficoltosa la conoscenza degli atti da parte del difensore".
"La moderna tecnologia - evidenzia - consente di registrare, con appositi software, non solo le conversazioni telefoniche, la posta elettronica e altre forme di comunicazione, ma anche tutto ciò che viene detto nel luogo in cui il cellulare o altro device informatico intercettato si trova. Si tratta dunque di uno strumento di eccezionale invasività che rischia di azzerare la privacy dei soggetti coinvolti ma che, proprio per questo, può essere estremamente utile alle indagini. Spetta al legislatore fissare il punto di equilibrio fra le due esigenze."
"La legge appena approvata ha fatto una scelta netta, confermando e ampliando la possibilità di utilizzare il trojan per una vasta gamma di reati, compresi quelli contro la pubblica amministrazione. Una scelta contestata da una parte delle forze parlamentari e dalle Camere Penali, che ritengono eccessivo e ingiustificato il sacrificio della riservatezza del singolo cittadino, che può anche essere estraneo alle indagini. Secondo Francesca Businarolo, presidente della Commissione Giustizia della Camera, invece, i dubbi sull'uso del trojan "sarebbero fondati in una società diversa dalla nostra, diciamo in una Italia ideale dove la corruzione fosse un accidente. Ma non è così: il nostro Paese è da troppi anni nella morsa della illegalità". Come si vede, una contrapposizione frontale".
"Un progresso - secondo Pignatone - è anche l'attribuzione al pubblico ministero del compito di vigilare perché non vengano trascritte" espressioni lesive della reputazione delle persone o che riguardano dati personali definiti sensibili, salvo che risultino rilevanti ai fini delle indagini". Una previsione coerente con il sistema processuale - secondo cui spetta al p.m., con le sue prerogative di indipendenza, la conduzione delle indagini - cui corrisponde anche una chiara attribuzione di responsabilità. Direi, anzi, che questo è uno dei punti chiave della nuova normativa, che contiene un messaggio forte alle Procure (e, prima ancora, alla polizia giudiziaria) perché procedano con il massimo scrupolo e la maggiore attenzione possibile alla selezione delle conversazioni da trascrivere".
"Peraltro - evidenzia - questa necessità era stata già avvertita da alcune importanti Procure, che già nel 2015 avevano adottato misure a tutela della riservatezza, specialmente quella dei terzi coinvolti occasionalmente nelle indagini, con l'emanazione di specifiche circolari, poi recepite in una direttiva del Csm ed espressamente richiamate nei lavori preparatori della legge del 2017. L'auspicio da tutti condiviso è che non si ritrovino più negli atti depositati le notizie "non rilevanti", il mero gossip (o peggio), perché non sarà stato trascritto o perché resterà nell'archivio riservato. Questo, io credo, è un risultato concretamente raggiungibile".
Per quanto riguarda la rilevanza Pignatone ritiene "necessaria una precisazione. Il concetto di rilevanza varia da caso a caso (una relazione sentimentale può essere la causale di un omicidio) e soprattutto matura nel tempo. L'esperienza insegna che all'inizio di un'indagine, specie se complessa, la polizia giudiziaria e il p.m. hanno un'idea non precisa di ciò che è rilevante e di ciò che non lo è. Tale idea si definirà nel tempo, ma intanto molte notizie - che a posteriori potrebbero risultare o apparire irrilevanti - dovranno essere inserite negli atti e diventeranno note al momento del deposito".
"Va inoltre tenuto presente che il concetto processuale di "rilevanza" non sempre coincide con la comune accezione di questo termine: può presentare un perimetro ridotto, perché ciò che conta ai fini di un giudizio politico o morale può non rilevare per le indagini; oppure assumere un significato più ampio, perché nelle indagini di mafia, di terrorismo, di grande corruzione o di gravi reati economici, sono importanti - anzi importantissimi - i rapporti, le relazioni, e persino i semplici contatti intrecciati dal soggetto sotto controllo. Proprio per questo potrà accadere anche dopo il 1° maggio di leggere - perché ritenute utili al processo - almeno il 90% delle intercettazioni più famose degli anni passati, anche se nel fuoco delle polemiche di questi mesi, alcuni giornali hanno titolato "Quello che non leggerete più".
"Non ci sono, invece, mutamenti significativi sulla divulgazione mediatica dei risultati delle indagini e delle intercettazioni in particolare - sottolinea il presidente del Tribunale del Vaticano - È esperienza consolidata che il momento di maggiore diffusione informativa è quello che segue l'esecuzione delle misure cautelari, quando copia degli atti inviati dalla Procura al gip per ottenerne il provvedimento deve essere messa immediatamente a disposizione dei difensori. A evitare equivoci, non intendo sostenere che la fonte dei media siano i legali degli imputati, ma solo rilevare due dati di fatto: nello stesso momento in cui gli atti vengono consegnati ai difensori, cade il segreto ex art. 329 c.p.; inoltre si moltiplicano le persone a conoscenza delle informazioni, il che rende di fatto impossibile identificare da chi "attingano" i giornalisti".
"Su questo punto, la nuova legge non prevede modifiche della disciplina attuale e, anzi, autorizza la pubblicazione dell'ordinanza cautelare del Gip. Certo, l'art. 114 c.p.p. rinnovato vieta, come già in precedenza, la pubblicazione degli atti, e quindi delle intercettazioni in essi contenute: ma si tratta di una norma che tradisce la cattiva coscienza (se non l'impotenza) del legislatore che - forse anche per timore di violare il principio costituzionale della libertà di stampa - non ha ritenuto di prevedere sanzioni efficaci, anche di carattere economico, per giornalisti, direttori, editori.
L'unica sanzione è rimasta quella prevista dall'art. 684 c.p., che consente l'estinzione del reato con il pagamento di poche decine di euro. È quindi ragionevole prevedere che continueremo a leggere atti di cui l'art. 114 vieta la pubblicazione".
"Dal quadro così sommariamente delineato - conclude Pignatone - emerge che ai fini del rafforzamento della tutela della privacy è decisiva la necessità di un'accurata selezione del materiale da trascrivere e la corretta comprensione del concetto di rilevanza.
È una sfida che richiede nuove risorse, di personale e tecnologia, e che investe in primo luogo le Procure, gli Uffici g.i.p. e la polizia giudiziaria, chiamati a farvi fronte compiendo uno sforzo ulteriore per non sacrificare le esigenze, quantitative e qualitative, delle indagini. Un sacrificio che il legislatore non vuole e che i cittadini, io credo, non accetterebbero".
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