di Luella De Ciampis
Il Mattino, 2 aprile 2020
Il Covid-19 rischia di farsi strada anche nel carcere minorile di Airola. Un rischio legato al caso sospetto di un impiegato amministrativo della struttura, residente in un altro comune sannita, attualmente ricoverato all'ospedale Rummo, dove è stato trasportato con sintomi riconducibili al Coronavirus. Per il dipendente è stato effettuato il tampone, e, nel pomeriggio di ieri, il personale dell'Asl si è recato nella struttura per eseguire altri tamponi, cominciando dai dipendenti che sono stati a stretto contatto con il giovane.
Si parla di circa 110 tamponi, che dovrebbero coinvolgere anche gli agenti di polizia penitenziaria e tutti i giovani ospiti della struttura. L'allerta è massima e le misure precauzionali strettissime per evitare che il carcere possa trasformarsi in un focolaio com'è accaduto per la casa di cura del capoluogo "Villa Margherita".
La notizia è trapelata ieri nel pomeriggio ma si attende l'esito del tampone effettuato sull'impiegato. Intanto, un nuovo caso a Paolisi è stato annunciato dal sindaco Umberto Maietta. Nel centro caudino ieri c'è stato l'ultimo saluto alla pensionata morta al "Rummo" e risultata positiva.
Corriere del Mezzogiorno, 2 aprile 2020
Venti minuti di "battitura" per denunciare i rischi in regime di detenzione. Hanno fatto sentire la loro voce i detenuti del carcere di Poggioreale, a Napoli, squarciando il silenzio surreale di un quartiere popoloso ma oggi desolato come a Ferragosto a causa del coronavirus: per venti minuti hanno colpito con forza le sbarre delle loro celle, con qualunque oggetto avessero a portata di mano, per chiedere libertà e l'indulto, parole gridate con forza da tutti i padiglioni. La protesta lanciata da un gruppo di familiari su Facebook: anche i familiari, infatti, si sono affacciati ai balconi delle abitazioni per fare rumore con pentole e mestoli. Da stamattina il personale della polizia penitenziaria era in stato di allerta: si temevano tensioni che, però, secondo quanto finora si è appreso, non si sono verificate.
di Caterina Giusberti
La Repubblica, 2 aprile 2020
"Sui contagi impariamo i numeri dalla stampa, non c'è stata alcuna conferma ufficiale". Il virus è arrivato alla Dozza, ma nemmeno il garante dei detenuti di Bologna Antonio Ianniello sa in quale misura.
Il carcere, ha spiegato ieri in commissione, oggi ospita "820 detenuti in una struttura prevista per 500": almeno due persone in celle di dieci metri quadri, "in assenza strutturale di distanziamento sociale". Impossibile frenare un focolaio.
Ianniello, qual è la situazione?
"Nella sezione dove si è scatenata la rivolta, quella giudiziaria, gli spazi comuni sono devastati, in due piani non c'è linea telefonica, quindi possibilità di parlare coi familiari. Circa 500 detenuti sono reclusi in un regime di estrema chiusura, dal 10 di marzo non accedono neanche all'ora d'aria. La situazione è pesante anche per le guardie, gli ambienti di lavoro sono ridotti ai minimi termini".
Ci sono stati alcuni trasferimenti?
"A ridosso dei disordini sono stati trasferiti i detenuti più coinvolti, ma parliamo di 70/80 persone".
Quand'è l'ultima volta che ha visitato il carcere?
"Ho chiesto di accedere durante le rivolte, ma mi hanno detto che non c'erano le condizioni".
Possibile che in una situazione così tesa non vengano forniti dati ufficiali sui contagi?
"Si parla di un numero sensibile di casi tra gli operatori sanitari, di alcuni casi fra la polizia Penitenziaria e, verosimilmente, di un detenuto. Ma diciamo che sarebbe auspicabile una comunicazione ufficiale, trasparente: un'informazione corretta è già una prima forma di
prevenzione".
I tamponi sono stati fatti a tutti i detenuti?
"Sicuramente a quelli che vengono trasferiti".
Le tende di pre-triage come vengono usate?
"L'Ausl il 24 marzo mi ha scritto che stanno organizzando un presidio sanitario di fronte al carcere e si sta approntando un pre-triage per quelli che entrano nella struttura. Poi non ho più saputo niente".
Mascherine?
"Ne sono arrivate, ma sicuramente gli operatori sanitari dovevano averle prima".
Nel decreto Cura Italia si parla di detenzione domiciliare. Quanti ne potrebbero beneficiare?
"Da una prima verifica ci sarebbero 142 persone con pene sotto i 18 mesi e 45 con pene entro i 6 mesi che potrebbero usufruirne, ma è un dato lordo, perché il decreto prevede una serie di esclusioni. Il tema assolutamente urgente però è che quella misura è condizionata alla disponibilità di un domicilio, e molti non ce l'hanno: per questo stiamo cominciando a interloquire col volontariato locale, per verificare altre situazioni di accoglienza. Solo l'alleggerimento dei numeri potrà consentire adeguate misure di contenimento del virus. È vero che sono state predisposte 14 camere di isolamento, ma con due persone per cella, non si può pensare di attuare un protocollo sanitario efficace".
polpenuil.it, 2 aprile 2020
"Prima o poi doveva accadere, ed è purtroppo accaduto. È deceduto all'ospedale civile di Bologna il primo detenuto per coronavirus. Si tratta di un ristretto del circuito ad alta sicurezza, ricoverato qualche giorno fa in stato di detenzione e poi ammesso agli arresti domiciliari a seguito del trasferimento in terapia intensiva. Era italiano, aveva 76 anni e pare fosse affetto da altre patologie".
A riferirlo è Gennarino De Fazio, per la Uil-Pa Polizia Penitenziaria nazionale, che dichiara: "si è naturalmente costernati per la perdita di un'altra vita umana, ma non vogliamo e non potremmo strumentalizzare l'accaduto. Il Ministro Bonafede e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria hanno tante colpe e responsabilità nell'assolutamente inadeguata gestione delle carceri, prima e durante l'emergenza sanitaria, che sarebbe inutile, inelegante e finirebbe col depotenziare le nostre continue denunce tentare di attribuirne loro delle ulteriori. Purtroppo, questo nemico invisibile sta facendo stragi ovunque e il carcere altro non è che una parte della società".
"Certo - prosegue il leader della Uil-Pa Polizia Penitenziaria - continuiamo a pensare che la gestione dell'emergenza sanitaria per Covid-19, la quale si unisce alle precedenti che attanagliano da molto tempo il sistema carcerario, dovrebbe essere affrontata in maniera molto più efficace e organica da molti punti di vista, sia per la parte che afferisce all'utenza detenuta, sia sotto il profilo dell'organizzazione del lavoro e delle misure a protezione degli operatori e, di rimando, per gli stessi reclusi".
"Abbiamo peraltro già detto e scritto - afferma ancora De Fazio - della netta sensazione che il coronavirus nel "territorio straniero" delimitato dalle cinte murarie e chiamato carcere sia arrivato in differita e che pertanto, mentre nel Paese pare si stia registrando il picco, nei penitenziari potrebbe essere in piena fase di sviluppo e ascesa. Motivo, questo, che dovrebbe indurre ad adottare più efficaci e stringenti precauzioni e misure di prevenzione anche onde evitare che dal carcere possano svilupparsi i cc.dd. contagi di ritorno, che potrebbero far riprecipitare la situazione in tutto il Paese, quello che viene comunemente detto libero".
"Ormai per noi è diventato quasi un mantra, e ce ne scusiamo, ma in coscienza, per senso di responsabilità verso il nostro Paese, prima ancora che verso gli operatori che rappresentiamo, siamo costretti a ripetere l'appello - conclude il sindacalista - la Presidenza del Consiglio dei Ministri assuma pro-tempore, almeno sino al perdurare dell'emergenza sanitaria, la gestione diretta delle carceri. Indugiare ancora potrebbe determinare l'irreparabile!".
emmelle.it, 2 aprile 2020
Dopo le sommosse e le promesse del Ministro Bonafede, per i sindacati di Polizia penitenziaria nulla è cambiato. Delle mascherine non c'è ancora traccia nelle carceri abruzzesi. Dopo le sommosse all'inizio del lock-down e le dichiarazioni del Ministro Bonafede e del Capo Dap Basentini, per i sindacati abruzzesi della Polizia Penitenziaria i calcoli non tornano: ecco perché chiedono conto ai vertici del Dap sulla mancata consegna dei dispositivi di protezione individuale agli istituti penitenziari abruzzesi, attraverso una lettera di cui pubblichiamo un estratto: "In realtà, nella stragrande maggioranza degli istituti Abruzzesi manca una dotazione adeguata di mascherine, e quelle poche che sono state fornite vengono utilizzate come se fossero eterne anziché monouso; per di più le mascherine che vengono fornite attualmente sono del tipo a fazzoletto, ovvero quelle che il Presidente della Regione Campania, De Luca, ha definito "maschere di bugs bunny"e che oggettivamente risultano quantomeno di difficile utilizzo; non possiamo non chiederci dove siano state consegnate le 97000 mascherine di tipo chirurgico che secondo il capo Dap, dott. Basentini, sono già state distribuite ai circa 38.000 Poliziotti Penitenziari
Tra l'altro quando il Provveditore Regionale, dott. Carmelo Cantone, in data 23.03.2020 ha risposto alle OO.SS. Abruzzesi, con nota DAP.PR20.23/03/2020.0022709.U, di aver disposto l'acquisto del numero necessario di mascherine, addirittura ffp2, eravamo ben consapevoli della difficoltà di reperimento delle stesse, ma siamo altrettanto consapevoli che, data la situazione, anche le mascherine dette "chirurgiche" avrebbero ben potuto sopperire all'assoluta mancanza di DPI in dotazione alla Polizia Penitenziaria.
Le scriventi OO.SS., quali delegate alla tutela degli interessi collettivi dei lavoratori della Polizia Penitenziaria, chiedono di essere informate al più presto sulla reale destinazione della fornitura DPI "scomparsa", e qualora risultassero distribuiti negli istituti gradiremmo conoscere il dettaglio delle stesse. Nell'improbabile ipotesi che i DPI fossero ancora depositati in qualche oscuro magazzino ne chiediamo l'immediata distribuzione.
Ed in ogni caso chiediamo che il Prap si faccia promotore di un massiccio quanto immediato acquisto di mascherine, anche di tipo "chirurgico", da fornire ai Poliziotti Penitenziari Abruzzesi senza ulteriori ritardi. Nell'attesa di riscontri valuteremo di adire le vie legali per stabilire eventuali responsabilità oggettive o omissioni perpetrate ai danni dei lavoratori".
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 2 aprile 2020
L'emergenza legata al coronavirus continua e con essa la preoccupazione della popolazione penitenziaria che è ben consapevole delle conseguenze di un'eventuale diffusione della pandemia negli istituti sovraffollati e spesso fatiscenti. A tal proposito, abbiamo intervistato il Garante dei Detenuti della Regione Campania Samuele Ciambriello, che ci ha offerto una chiara fotografia della situazione nelle carceri locali e delle modalità di gestione di questa delicata fase, oltre che il suo punto di vista in merito alle misure da mettere in campo per scongiurare la trasformazione dei penitenziari in veri e propri lazzaretti.
Qual è, attualmente, la situazione delle carceri? Che aria si respira tra la popolazione penitenziaria?
"Comincerei da un dato nazionale: in tutta Italia abbiamo 116 agenti penitenziari positivi e 19 reclusi affetti da Covid-19, di cui 16 in Lombardia. Di questi, 13 sono in isolamento in carcere e 3 in ospedale. In Campania, non abbiamo detenuti contagiati, ci sono stati solo un medico e un infermiere extra mura risultati positivi. Tuttavia, quanti all'interno dell'istituto hanno avuto contatti con loro sono stati sottoposti al tampone, per fortuna con esiti negativi. È risultato positivo, invece, un agente penitenziario della provincia di Caserta che era in licenza a casa, ma è guarito ed è tornato al Nord in servizio. Questi sono gli unici dati veri; ho dovuto richiamare qualcuno di testate giornalistiche piccole ma anche grandi (come il Mattino) per aver diffuso notizie false che procurano allarme. Nei nostri istituti campani, ci sono 7.279 persone, 7400 invece nell'area penale esterna. 225 detenuti che erano semiliberi, cioè lavoravano di giorno e rientravano di sera nelle carceri di Secondigliano, di Santa Maria Capua Vetere, di Salerno e Benevento, adesso possono restare a casa fino al 30 giugno".
Cosa ci può dire in merito al decreto varato dal governo lo scorso 17 marzo?
"Il decreto varato a livello ministeriale è stato indirizzato ai detenuti che devono scontare 1 anno e 6 mesi di carcere, ma la maggior parte di loro può uscire in detenzione domiciliare solo con i braccialetti elettronici. Una piccola parte, invece, i detenuti a cui mancano 6 mesi da scontare, può farlo senza braccialetto. Noi come Garanti di tutta Italia abbiamo detto che questo provvedimento è insufficiente, che non tiene conto dell'eccezionalità della situazione. Se siamo in un'emergenza, il diritto alla salute e alla vita valgono per tutti, prescindendo dal tipo di reato. Ci sono delle restrizioni, ad esempio per i delinquenti abituali, ma come si fa a individuare un delinquente abituale se si trova in carcere? Ci sono, poi, limitazioni per chi ha ricevuto un rapporto disciplinare all'interno delle istituzioni, ma basta aver alzato la voce o aver fatto per una cosa piccola e insignificante per averne uno. E poi per chi è condannato per un reato ostativo. Anche in questo caso, se la mia pena è di 10 anni ma sto scontando gli ultimi 6 mesi, perché non posso usufruire del beneficio? Sembra trattarsi di uno Stato vendicativo, che mi obbliga a stare fino all'ultimo minuto in carcere".
Rispetto a questo, qual è la posizione dei Garanti territoriali e regionali?
"Noi Garanti territoriali e regionali abbiamo preso coscienza della situazione e abbiamo rivolto un appello al Presidente della Repubblica, ai deputati e senatori affinché in fase di conversione il decreto Cura Italia venga perfezionato. In questo modo, potrebbero uscire dalle carceri almeno 8/10mila persone. Attualmente, in tutta Italia ci sono 59mila detenuti: arrivare a quota 50mila significa raggiungere la capienza regolamentare. È necessario uno scatto di dignità costituzionale da parte dei parlamentari, che in questo momento mi sembrano pavidi. La politica, nel nostro Paese, pare congelata, eppure ci sono state pronunce in questo senso del Consiglio Superiore della Magistratura, dell'Associazione Nazionale Magistrati, dell'Unione delle Camere Penali, dell'Associazione dei Docenti di Diritto Penale. Bisogna andare verso ulteriori misure di rapida applicazione che portino la popolazione detenuta al di sotto della capienza regolamentare: come accennavo, i posti regolarmente disponibili sono solo 48mila".
La magistratura di sorveglianza riveste un ruolo fondamentale nell'applicazione del decreto. Cosa vorrebbe chiedere ai giudici?
"Rispetto alla magistratura di sorveglianza, essa ha sempre un ruolo importante poiché è deputata a mettere in campo, una volta scontato un periodo di pena, misure alternative alla detenzione come la semilibertà o l'affidamento in prova. Ma ha un ruolo ancora più importante nell'applicazione di quest'ultimo decreto governativo, che ripete ciò che era già previsto dalla Legge Alfano (Ministro della Giustizia del 2010 per un governo Forza Italia-Lega) e ne riporta le misure in altra veste fino al 30 giugno. La politica in questo momento è pavida, cinica, bada ai sondaggi e al consenso in una società in cui si afferma meno Stato, più galera. Diversamente, dovremmo valorizzare le buone prassi del sistema costituzionale, non del buonismo e della misericordia cattolica che non c'entrano niente. In Italia, c'è ancora il modello della rieducazione e della risocializzazione e si realizza nelle misure alternative al carcere, dunque mi auguro che i magistrati di sorveglianza abbiano più coraggio e intervengano con tempestività e determinazione. Dovranno farlo proprio loro poiché in questi giorni non hanno molto personale amministrativo e di cancelleria a disposizione. Li vedo come i cavalieri dell'utopia: non devono farlo solo per vocazione, ma perché è un momento particolare".
I colloqui e i contatti con l'esterno risultano ancora sospesi. Quali sono state le misure messe in campo per ovviare all'impossibilità dei detenuti di incontrare i propri cari?
"194 dei 1600 cellulari che il Ministero ha distribuito sono arrivati nella nostra regione e in questo momento tutti i detenuti, oltre alla telefonata ordinaria, possono fare 2 videochiamate di 15 minuti ciascuna in sostituzione del colloquio settimanale. Per i detenuti dell'alta sicurezza sono state implementate anche le chiamate ordinarie che prima erano 2 in un mese, mentre ora se ne può fare 1 a settimana. Questi provvedimenti sono molto importanti, le videochiamate sono gratis, mentre le chiamate ordinarie, così come era previsto, restano a carico dei reclusi. Inoltre, mi sono reso conto che l'amministrazione penitenziaria aveva stabilito che, data la sospensione della ricezione dei pacchi, i detenuti avrebbero potuto utilizzare gratuitamente le lavanderie, ma in realtà non tutte le 15 carceri campane ne hanno una e talvolta, là dove è possibile trovarle, sono insufficienti. Quindi, d'intesa con l'Assessore alle Politiche Sociali Fortini, che subito mi ha autorizzato, ho utilizzato una risorsa cospicua per acquistare 25 lavatrici da consegnare alle carceri campane scelte dal provveditorato della Regione Campania in base alla necessità. Nei prossimi giorni, ne arriveranno 6 nel carcere di Ariano Irpino, 5 nel carcere di Secondigliano, 2 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, 1 all'estrema punta delle carceri campane, nel Vallo della Lucania, 1 nell'istituto minorile di Airola, 1 nell'istituto minorile di Nisida e le altre a Benevento e Avellino. Si tratta di piccoli gesti dal valore non quantificabile. Non si può scrivere che il detenuto, non facendo colloqui e non ricevendo pacchi, può usufruire della lavanderia se questa non c'è, basti pensare che una grande lavanderia si trova solo nella Casa Circondariale di Poggioreale. Si crea un'inquietudine nel detenuto e nelle famiglie. Ho ritenuto di fare questo gesto sentendomi un agente di prossimità negli istituti e sapendo che questo, come tutte le altre cose, aiutano a mantenere un giusto equilibrio e una giusta serenità".
Prima di salutarci, cosa vuole dirci rispetto a ciò che ha raccontato?
"Questa è la fotografia della situazione attuale dovendo però ammettere, per onestà intellettuale, che siamo sul filo del rasoio. Le carceri stanno scoppiando e quello dei Garanti è un SOS alla politica, al Presidente Mattarella. Non so se il nostro accorato appello riceverà risposte, ma vorrei che la politica comprendesse che stiamo per scoppiare. Se non si riduce il numero delle persone negli istituti penitenziari, qualsiasi emergenza sarà ingestibile. È chiaro che sono state predisposte le tende per i nuovi arrivi e che ogni carcere ha predisposto per eventuali sospetti o casi acclarati spazi idonei e celle singole con relativi servizi igienici ma se nelle grandi carceri, dove i detenuti sono anche in 10 nelle celle, scoppiasse l'emergenza, sarebbe impossibile da fronteggiare. Approfitto di questa conversazione per ringraziare i direttori sanitari, i medici, gli infermieri di tutti gli istituti penitenziari, ma anche le donne e gli uomini della polizia penitenziaria, i direttori delle carceri, l'area educativa, poiché sono loro adesso che, oltre a stare vicino ai detenuti, devono aiutarli a predisporre le varie richieste da presentare ai magistrati di sorveglianza. Dunque, a queste persone va il mio ringraziamento".
iltelegrafolivorno.it, 2 aprile 2020
Raccolta fondi all'interno della struttura. De Peppo: "Iniziativa che rappresenta vicinanza alla nostra città". Ottocento euro sono stati donati da parte dei detenuti dell'alta e media sicurezza della casa circondariale delle Sughere di Livorno all'ospedale di Livorno dopo aver organizzato una raccolta fondi all'interno della struttura. A renderlo noto è il garante dei detenuti del Comune di Livorno, Giovanni De Peppo, che spiega come da parte dei detenuti della Casa Circondariale di Livorno nei giorni scorsi sia scattata la solidarietà e un sentimento di vicinanza nei confronti della comunità livornese.
"L'epidemia del coronavirus - ha quindi aggiunto Giovanni De Peppo - sta coinvolgendo noi tutti a restare a casa e a sentirci corresponsabili della salute di tutti. In carcere il senso di ansia e timore è ingigantito dalla consapevolezza di essere in una comunità di cittadini ristretti e con maggiori fragilità rispetto al contagio. Proprio nel carcere di Livorno, il senso di responsabilità di tutti i detenuti e la loro condivisione con un'emergenza che ha travolto noi tutti, li ha spinti a realizzare una raccolta di fondi verso l'Ospedale di Livorno per rappresentare la vicinanza alla nostra Città".
L'iniziativa ha avuto subito un grande riscontro, tanto è che la cifra raccolta è stata significativa. "Tanti detenuti - ha spiegato De Peppo - mi ricordano che nei mesi prima dell'aggravarsi dell'epidemia, Livorno ha consentito il realizzarsi di tanti progetti e iniziative mirate a tutti quei percorsi di riscatto e riabilitazione preziosi per chi è ristretto e che oggi si sono inevitabilmente fermati. Il segnale di generosità che viene da chi è recluso - conclude il garante dei detenuti per l'amministrazione comunale labronica - assume un particolare valore e dà speranza affinché dopo la tempesta del Covid 19 tutto possa riprendere con maggiore responsabilità da parte di noi tutti non perdendo quei segnali e quei comportamenti che questo periodo così difficile ci ha insegnato".
Intanto per quanto riguarda la diffusione del Coronavirus all'interno delle strutture penitenziarie proprio in un incontro andato in scena oggi tra l'assessore alla salute della Regione, Stefania Saccardi, e il provveditore regionale all'amministrazione penitenziaria De Gesu è emerso come finora non ci sia stato nessun contagio all'interno delle carceri di competenza della zona Toscana-Umbria.
di Manuela Macario
La Stampa, 2 aprile 2020
La giustizia astigiana continua la sua attività, adeguandosi alle restrizioni imposte per prevenire il contagio da coronavirus. Ieri, 31 marzo, la Procura di Asti ha sottoscritto un protocollo con il Tribunale, l'Ordine degli avvocati, la sezione locale della Camera penale insieme alle case di reclusione di Asti, Alba, Alessandria, Torino, la questura e i comandi provinciali di carabinieri e guardia di finanza.
Il documento stabilisce che le udienze di convalida d'arresto e fermo e gli interrogatori di garanzia siano fatti in videoconferenza, ad eccezione in casi di arresti in flagranza. Tra i nuovi provvedimenti digitali, il giudizio per direttissima viene escluso e le udienze saranno tenute in collegamento video, anche dal carcere per i detenuti, si legge nel protocollo che non riporta firme a causa dell'emergenza sanitaria in corso. In linea di massima, difensori e pm partecipano alle udienze da remoto, salvo rare eccezioni.
di Roberto Di Biase
emiliaromagnanews24.it, 2 aprile 2020
Lo sportello informativo e di mediazione della Casa circondariale "Rocco D'Amato" lavora a distanza. In questo periodo di emergenza gli operatori del Consorzio Arcolaio, Società Cooperativa Dolce che gestiscono il servizio per conto del Comune di Bologna stanno gradualmente riprendendo i servizi dello sportello attraverso modalità telefoniche, video e skype.
Le attività sono riprese dal 25 marzo e dureranno fino al 30 aprile. Durante le prime giornate di riapertura lo sportello ha tradotto in quattro lingue (inglese, francese, arabo e albanese) i comunicati della direzione della casa circondariale relativi alle misure per i detenuti previste nel decreto Cura Italia. Dal 30 marzo lo sportello è organizzato in questo modo: venti ore alla settimana di mediazione in lingua araba, dodici ore in lingua rumena, inglese, francese, russa e moldava, otto ore in lingua albanese.
Si tratta di aiutare i detenuti, in particolare i nuovi arrivati, a soddisfare la richiesta di avvisare la famiglia, di supportarli nei contatti skype, di aiutarli a mettersi in contatto con i propri legali e di tradurre le informazioni relative al funzionamento della casa circondariale. Lo stesso vale per i detenuti in attesa di giudizio.
Lo sportello lavora anche per fornire al corpo della Polizia Penitenziaria la traduzione di avvisi per i detenuti diramati dalla direzione della casa circondariale; sono inoltre possibili colloqui telefonici in supporto agli agenti di Polizia Penitenziaria in caso di situazioni critiche: in caso di bisogno uno dei mediatori in servizio si attiva da remoto. L'assessora Susanna Zaccaria, con delega al "Patto per la giustizia", sottolinea il "grande impegno e la grande professionalità da parte degli operatori. In questo modo intendiamo garantire un servizio veramente importante per i detenuti nella consapevolezza che il carcere è parte della nostra città e della nostra comunità".
di Gianpaolo Catanzariti*
Il Riformista, 2 aprile 2020
Tra i fattori determinanti per la diffusione del "coronavirus" gli esperti indicano l'omessa e tardiva informazione, il mancato ascolto delle autorità sanitarie, il ritardo nei piani operativi di prevenzione, l'inerzia nell'azione immediata di contrasto e controllo della linea del contagio.
A ciò non sfugge, purtroppo, il mondo carcerario, già gravato da uno strutturale sovraffollamento, pur negato, in maniera tragicomica, dall'amministrazione penitenziaria (un anno fa il capo del Dap, Basentini, affermava che gli istituti penitenziari avrebbero potuto ospitare "molto di più" dei 60.000 di allora!).
Da qui continui richiami, appelli, proposte, solleciti di tutti gli operatori di settore al Ministro, al Governo, alle forze in Parlamento per una urgenza non più differibile: ridurre drasticamente il carico umano delle nostre carceri. Consapevoli che ricondurre la popolazione detentiva alla capienza effettiva (poco più di 47.500 posti per 57.405 detenuti) non è solo una doverosa tutela della salute di centinaia di migliaia di persone che gravitano attorno al carcere. Rappresenta l'unica azione che può disinnescare una bomba epidemiologica che, una volta esplosa, produrrà effetti devastanti su tutta la comunità nazionale già gravata dal peso della lotta al "coronavirus".
Da ultimo, Papa Francesco, nella consueta preghiera di domenica scorsa, in solitaria, ha auspicato "misure necessarie per evitare tragedie future nelle carceri". Ad oggi, purtroppo, solo silenzi, omissioni, mancanza di programmazione e soprattutto inerzie paurose di un Governo, preoccupato solo di "percorsi moderati ed accorte soluzioni" per alleggerire la concentrazione della popolazione penitenziaria.
Una condotta irresponsabile che ha registrato, secondo quanto dichiarato alla Camera dal ministro Bonafede, la fuoriuscita dal circuito penitenziario di soli 50 detenuti. Il tutto condito da scarsa informazione e trasparenza che non serve certo a tranquillizzare soprattutto chi opera dentro un carcere e chi vi si trova ristretto. Rincorriamo notizie allarmanti, indiscrezioni, filtrate qua e là, dai vari penitenziari, dalle lettere e telefonate dei familiari dei detenuti impauriti dal silenzio dei loro cari, rompendo così l'invalicabile muro di gomma carcerario. Nemmeno un report trasparente ed ufficiale del Dap.
Solo agenzie di stampa che segnalano 116 contagiati tra appartenenti alla polizia penitenziaria, 19 detenuti (anche se la sommatoria dalle varie regioni ci inducono a ipotizzare siano molto di più), diversi cappellani, medici ed infermieri. Alcuni purtroppo caduti per mano di un virus che si alimenta e diffonde proprio nel carcere, luogo più di ogni altro ricettacolo di infezione in ragione della sua alta densità umana. Si gioca sui numeri dei 900 braccialetti circa ad oggi disponibili, secondo notizie filtrate dal Dap, del tutto insufficienti a disinnescare la bomba. Senza nemmeno sapere quanti davvero, in ragione di un decreto-capestro, potranno andare in isolamento detentivo al domicilio.
Il rischio di vedere vanificate le misure restrittive, sinora imposte dagli Stati europei alle rispettive popolazioni, ha indotto l'Organizzazione Mondiale della Sanità - Europa (Oms) a diffondere, un dossier davvero interessante dal titolo "Preparedness, prevention and control of Covid-19 in prisons and other places of detention", secondo cui "la prevenzione dell'ingresso del virus nelle carceri è essenziale per evitare o ridurre al minimo il verificarsi di infezioni e di gravi focolai in questi luoghi e fuori di essi".
Nei paesi, come il nostro, ad alta intensità di contagio "l'approccio fondamentale da seguire è la prevenzione dell'introduzione della malattia infettiva nelle carceri" per il rischio di una drammatica diffusione dalla "prigione alla comunità esterna". "La naturale evoluzione di focolai infettivi di proporzioni epidemiche o pandemiche, localmente, a livello nazionale e globale, presenta un potenziale impatto sulla sicurezza, sul più vasto sistema giudiziario fi no a minare l'ordine civile e democratico della comunità esterna".
Anche secondo l'Oms, quindi, occorre fare subito e fare bene, perché proprio nei luoghi di detenzione le condizioni di "stretta prossimità" inducono l'abbassamento delle difese immunitarie e, con la violazione dei diritti umani incomprimibili, la facile trasmissibilità del virus all'interno ed all'esterno.
Occorre prestare - così si legge - "la massima attenzione al ricorso a misure non detentive, in tutte le fasi dell'amministrazione della giustizia penale, anche durante il processo e dopo la condanna", dando priorità alle misure non detentive per i "presunti colpevoli" ovvero coloro che, in custodia cautelare, sono in attesa di un giudizio definitivo. Un rapporto ricco di prescrizioni da osservare presto se vogliamo evitare la catastrofe del contagio, che non distingue tra condannati e detenuti in attesa di giudizio e che rischia di diventare un vero e proprio "contagio di Stato".
*Responsabile Osservatorio Carcere Ucpi
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