di Ugo Intini
Il Dubbio, 3 marzo 2020
Ora sarà pace con i talebani ma vince il fondamentalismo. L'accordo di pace tra Stati Uniti e talebani (se reggerà) è certo una buona notizia. Meglio tardi che mai. Nel dicembre scorso, il Washington Post rivelò documenti riservati dai quali risultava che nessuno, né nelle forze armate, né del governo, capiva perché e con quali obiettivi gli americani continuassero a stare in Afghanistan. Seguirono smentite furiose. Ma alla fine si sono tratte le conseguenze: gli americani se ne vanno consentendo tra l'altro a Trump di presentare il ritiro come un suo successo in campagna elettorale.
Molti adesso paragonano l'Afghanistan al Vietnam. Ma regge meglio il parallelismo con l'Iraq. Dopo l'11 settembre, sulla spinta dell'emozione, gli americani occuparono facilmente e trionfalmente Baghdad e Kabul. Se ne sono andati dall'Iraq lasciandolo a nemici diversi e forse per loro peggiori di Saddam, ovvero ai filo iraniani. Se ne vanno dall'Afghanistan lasciandolo esattamente agli stessi nemici di vent'anni fa: ai talebani. Dopo aver sacrificato la vita di oltre 2.400 soldati e aver speso mille miliardi di dollari. Gli insegnamenti sono tanti. Il primo è che bisogna sempre ricordare la storia. Nell'Ottocento, il frenetico movimento degli eserciti coloniali in Afghanistan veniva chiamato la "danza degli spettri". Perché gli attori si agitavano senza futuro (anzi, essendo- senza saperlo già morti).
Un insegnamento strategico è che per vincere una guerra non basta neppure mettere i "boots on the ground" (gli stivali dei soldati sul terreno). Bisogna tenerceli a lungo e soprattutto avere il coraggio di muoverli nelle aree più pericolose. Se lo si evita per non rischiare la vita e si ricorre ai soli bombardamenti (o ai droni) si uccidono anche i civili, provocando l'odio della popolazione e la premessa per la sconfitta definitiva.
Un pessimo insegnamento (verso l'intero mondo islamico) è che non conviene fidarsi degli occidentali. I ceti urbani dell'Afghanistan, le donne desiderose di emancipazione, i giovani istruiti e aperti al mondo speravano che gli americani portassero un futuro di democrazia e modernità. Non vorremmo essere nei loro panni dopo il ritorno dell'emirato (così si chiamerà) talebano.
A Teheran, da un lato ci si deve preoccupare. La minoranza scita dell'Afghanistan potrebbe nuovamente riversare un'ondata di profughi al di là del confine. Se i talebani riprenderanno a finanziarsi con la droga (come hanno sempre fatto) i carichi passeranno dalle montagne iraniane e una parte penetrerà, avvelenandolo, nel Paese. Dall'altro lato però a Teheran si sorride. Come diceva infatti Mao ai tempi del Vietnam, gli iraniani trovano conferma che l'America è una "tigre di carta".
Anche a Mosca ci si deve preoccupare. L'Armata Rossa era intervenuta in Afghanistan (tra l'altro) perché temeva che i talebani diffondessero la peste del fanatismo islamico nelle Repubbliche prevalentemente musulmane dell'Unione Sovietica. La minaccia oggi si ripresenta e Putin prende nota che l'America non è un alleato affidabile nella lotta al fondamentalismo.
Questo tema - il fondamentalismo - è in effetti il più allarmante. Quale messaggio arriva sul piano propagandistico e psicologico? Protagonista dell'accordo è stato il Qatar. Che ha ottenuto un sensazionale successo e moltiplicarlo suo prestigio. Ma il Qatar (ed è riuscito nella mediazione proprio per questo) ha relazioni con il fondamentalismo islamico.
È accusato (a torto o a ragione) di appoggiare milizie vicine a Al Qaida e all'ISIS in Siria, Libia, Iraq, Yemen. Soprattutto di finanziare i "Fratelli Musulmani" in Egitto e Hamas in Palestina. Per questo, il fronte degli alleati di Washington (innanzitutto Arabia Saudita, Egitto, Emirati) hanno da tempo persino rotto i rapporti diplomatici con Doha. I governi di questi Paesi non possono che essere furiosi. Al contrario, non possono che essere sollevati i fondamentalisti di tutto il mondo (dall'Indonesia alla Tunisia). I padri fondatori stessi del fondamentalismo infatti, ovvero i talebani, non sono più automaticamente indicati come terroristi, sono legittimati dai sorrisi e dalle strette di mano del segretario di Stato americano in persona. Legittimati e vincenti.
Un insegnamento, infine, riguarda la Nato, che Macron non per caso ha definito agonizzante. Creata per combattere l'Unione Sovietica che non esiste più, è stata impegnata per quasi vent'anni in Afghanistan. Gli italiani hanno fatto la loro parte e perso 54 soldati. Adesso gli americani hanno deciso che la Nato se ne va e dubito che ci abbiano anche solo informati. Meglio tardi che mai, si osservava all'inizio. Ma non si immagina quanto tardi viene fatto un accordo con i talebani. Probabilmente lo si poteva fare non dopo, ma prima dell'11 settembre (forse persino evitandolo). Il protagonista di oggi, quello che ha negoziato l'accordo, è stato Zalmay Khalilzad, il politologo e diplomatico nato e cresciuto in Afghanistan, ex ambasciatore a Kabul, a Baghdad ed ex rappresentante degli Stati Uniti all'ONU.
Vent'anni fa, servivo al ministero degli Esteri quando lui era un professore (e anche un rappresentante dell'intelligence americana). Come ho già accennato su queste colonne il 22 gennaio, gli riferivo sui nostri tentativi di aprire la strada a un accordo con i talebani, che ponesse fine alla guerra civile tra loro e l'Alleanza del Nord guidata dal generale Massud. Come italiani, avevamo due assist: il vecchio re Zahir Shah in esilio, che abitava all'Olgiata e aveva ancora grande autorità a Kabul; due ospedali della nostra Emergency International (uno a Kabul e uno nell'area controllata da Massud). Incontravo Khalizdad, così come il ministro degli Esteri talebano Mutawakkil e Massud. Gli riferivo (come un alleato deve fare agli americani). Lui ascoltava e taceva. Ma probabilmente avrebbe dovuto fare vent'anni fa quello che ha fatto adesso.
di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 3 marzo 2020
L'accordo Usa-Taleban. La situazione delle afghane, che hanno sostituito il burqa con l'hijab, non fa più notizia e non rientra nell'agenda dei negoziati. L'Onu e diversi studi a livello internazionale sostengono che la presenza delle donne nei negoziati di pace per risolvere i conflitti fa la differenza, non solo per la riuscita e la qualità dell'accordo ma anche per la formazione dell'agenda delle trattative. Purtroppo il contrario di quel che accade in Afghanistan. Le donne sono scarsamente rappresentate nei negoziati dove a prevalere è la forza dei signori della guerra. E non ci si poteva certo aspettare che alle trattative tra Usa e Taleban, in Qatar, partecipassero delle donne!
Le posizioni dei Taleban sono note, purtroppo: ma gli Usa non erano andati in Afghanistan per liberarle dal burqa? Era il 2001 e le immagini delle afghane nascoste sotto il burqa, che permetteva loro di vedere il mondo solo a quadretti, facevano il giro del mondo. Ora, dopo quasi diciotto anni di guerra, si ricomincia da capo. Gli Usa non hanno una soluzione per uscire "vittoriosi" dall'Afghanistan e puntano sull'accordo di "pace" come scappatoia per liberarsi di un fardello diventato costoso finanziariamente e politicamente. I Taleban ufficialmente legittimati possono tornare al potere, del resto controllano già circa il 40 per cento del paese. Certo, il ritorno dei Taleban dovrà essere digerito dallo sgangherato governo finora ignorato nelle trattative, ma il potere contrattuale non è a favore di Kabul. Resta da vedere se i Taleban - come stabilito nell'accordo di Doha - saranno in grado di impedire azioni jihadiste sul territorio viste le loro divisioni interne e il supporto di una parte allo Stato islamico.
Parlare di pace quando i firmatari sono autori di crimini contro la popolazione civile e soprattutto contro le donne è arduo. Certo, la tregua si fa trattando con i nemici ma non la pace. Non c'è pace senza giustizia. Gli Usa nel 2001 hanno biecamente strumentalizzato i diritti delle donne per intervenire militarmente. Da allora la lotta e gli sforzi per la loro emancipazione hanno incontrato molti ostacoli e ancora oggi circa due terzi delle bambine non vanno a scuola, il 70/80 per cento delle ragazze viene data in matrimonio spesso prima dei 16 anni, per non parlare delle violenze subite quotidianamente, senza la possibilità di rivolgersi alla giustizia.
Anche gli aiuti internazionali sono stati spesso vanificati a causa di un sistema corrotto. Ma ci sono anche ong afghane che hanno fatto miracoli per educare gli orfani della guerra e salvare donne dalla violenza. Ma il governo le ostacola perché l'insegnamento è laico e le donne sono ospitate in luoghi segreti per sottrarle alle minacce dei mariti. Questo non basta, ancora oggi l'Afghanistan viene considerato il peggior posto per nascere donna. Ormai la situazione delle afghane, che hanno sostituito il burqa con l'hijab, non fa più notizia e non rientra nell'agenda dei negoziati. Non interessa agli Stati uniti governati dal presidente sessista Trump e tanto meno ai Taleban che risolveranno il problema con l'imposizione delle leggi islamiche - comprese nell'accordo - e purtroppo sappiamo di che si tratta.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 2 marzo 2020
Alla fine di luglio del 2006 nelle carceri italiane erano rinchiusi 60.710 detenuti, a fine settembre 2006 per effetto dell’indulto i detenuti erano 38.326, il picco più basso. Oggi i detenuti sono 60.791, abbiamo già superato il livello di guardia che aveva spinto la politica a decidere un rimedio così impopolare, ma anche così importante come l’indulto. E per giunta oggi, in condizioni di pesante sovraffollamento, ci troviamo a fare le prove di quello che potrebbe diventare il carcere, se passassero certe istanze di chiusura dell’attuale regime aperto, che negli ultimi tempi sempre più spesso trovano consenso in tanta parte della politica e dell’informazione.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 2 marzo 2020
Arrestato il complice 17enne. Rivolta contro la caserma. Un tentativo di rapina in via Orsini a Santa Lucia con una pistola finta ai danni di un carabiniere fuori dal servizio che ha reagito sparando con la sua pistola d'ordinanza. Questa la dinamica della morte di un ragazzo di 15 anni, Ugo Russo, stanotte a Napoli.
Il carabiniere, un 23enne di stanza a Bologna, avrebbe sparato dopo aver udito lo scarrellamento della pistola mentre era in auto con la sua fidanzata. La pistola finta (che era uguale al modello Beretta 92) gli sarebbe stata puntata alla tempia dal giovane malvivente con il volto travisato con scalda-collo e casco, nel tentativo di impadronirsi di un prezioso Rolex. Nel corso della notte si è costituito un minorenne. Non è chiaro quale sia stato il ruolo del ragazzino ucciso. Si indaga su ambienti malavitosi legati agli ambienti del Pallonetto e dei Quartieri Spagnoli.
Ne è seguita una domenica mattina da far west. Ben quattro i colpi di pistola esplosi alle 4 del mattino all'esterno della caserma Pastrengo, sede del comando provinciale dei carabinieri a Napoli, subito dopo la morte del 16enne. Sono stati avvistati due ragazzi in sella a uno scooter che hanno esploso i colpi in aria all'esterno della Pastrengo, all'interno della caserma dei carabinieri dove erano state portate alcune donne parenti del presunto complice del minorenne. Gli spari potrebbero essere stati esplosi come manifestazione di violenza contro l'Arma, ma anche e soprattutto contro le donne dell'altro ragazzino invischiato nella rapina, ritenendolo responsabile di non aver protetto il 15enne.
Intanto risulta incensurato e non risulta legato agli ambienti della malavita il 17enne arrestato con l'accusa di rapina dai carabinieri che indagano sulla morte di Russo. Il ragazzo, complice della vittima, era in sella allo scooter che ha avvicinato l'auto guidata dal carabiniere che ha fatto fuoco per tre volte, terrorizzato dalla pistola puntata alla tempia.
La dinamica del ferimento di Ugo Russo, inoltre, è simile, secondo le fonti investigative, a quella dell'uccisione, il 13 aprile scorso, di Vincenzo Carlo Di Gennaro, il 46enne maresciallo maggiore dei Carabinieri ucciso a colpi di pistola da Giuseppe Papantuono durante un controllo a Cagnano Varano in provincia di Foggia. Il 67enne, già noto alle forze dell'ordine, fece fuoco contro il vicecomandante della stazione locale dei carabinieri dopo essersi avvicinato all'auto di servizio dove la vittima si trovava insieme al collega 23enne Pasquale Casertano per una segnalazione di lite in famiglia.
di Katya Maugeri
www.sicilianetwork.info, 2 marzo 2020
"Su il quotidiano "Il Dubbio" del 29 febbraio 2020, a cura di Damiano Aliprandi, leggo: "Violenze a San Gimignano, il video dell'aggressione al detenuto tunisino. Gli agenti avrebbero abusato dei poteri o comunque violato i doveri inerenti alla funzione o al servizio svolto". E mi sono venuti in mente brutti ricordi carcerari".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 2 marzo 2020
Al 31 gennaio 2020, sono solo 379 i minori e i giovani adulti presenti nei 17 Istituti penali minorili su 13.500 totali in carico al sistema penale. Il più sono misure alternative al carcere: un traguardo importante che la giustizia minorile rivendica rispetto al circuito penale degli adulti in occasione del V Rapporto di Antigone sugli Ipm-Istituti penali minorili a un anno di distanza dal nuovo ordinamento penitenziario minorile arrivato dopo 40 anni di attesa.
di Francesco La Licata
La Stampa, 2 marzo 2020
Scorrendo le notizie provenienti dal quartiere Santa Lucia, a Napoli, abbiamo avuto la sensazione di rivedere un film già visto più volte: un ragazzo, poco più di un bambino, che arriva in ospedale ferito da due colpi di pistola e non ce la fa. Muore prima che i medici possano fare qualcosa per salvarlo. Contemporaneamente la sala del pronto soccorso si riempie di familiari, amici e vicini di casa: donne urlanti e disperate, uomini pieni di rabbia e risentimento. Tanto risentimento rivolto verso chiunque, in quel momento, viene visto come una "controparte": i medici perché non hanno saputo salvare il ragazzo, gli infermieri e le "divise" perché considerati un impedimento fisico all'ultimo abbraccio col proprio caro.
È una scena che abbiamo vissuto tante volte durante il peregrinare tra le disgrazie: a Napoli come in Calabria o in Puglia, a Palermo e nella Sicilia dei mille delitti. La rabbia prevaleva sempre o per scaricare la frustrazione per il "danno" subìto o addirittura per strappare ciò che veniva considerato un diritto negato da una burocrazia in quel momento incomprensibile: non poter portare subito a casa il corpo su cui piangere.
Quante sale mediche abbiamo visto devastare nel tentativo di evitare la permanenza in camera mortuaria di un parente morto. Si arrivava a dover fare intervenire in massa polizia e carabinieri. Eppure lì prevaleva la pietà. Qualcosa di diverso sembra essere accaduto, invece, ieri a Napoli. La devastazione del pronto soccorso dov'è morto Ugo Russo si allontana dalla collera dolorosa per imboccare la pericolosa china della quasi "rivendicazione" di un diritto alla ricerca di una giustizia fai da te.
Come valutare, altrimenti, la "stesa" immediatamente messa in atto dalla malavita a Santa Lucia? I motorini che si impennano e i giovani guappi che sparano in aria passando davanti alla caserma dei carabinieri "Pastrengo" non hanno nulla a che vedere col dolore dei familiari di Ugo. Tant'è che lo stesso padre della vittima, Vincenzo, ha dovuto "chiedere scusa" per quello che è avvenuto in ospedale.
Ma è proprio la reazione di Vincenzo Russo che presta il fianco ad una riflessione amara che deve andare oltre il dolore per la morte di un ragazzino. Mentre, infatti, la zia difende il nipote arrivando a sostenere - contro l'evidenza - che Ugo "aveva paura delle armi" e "non rubava", il padre fa un ragionamento più sottile che tende a "legittimare" l'errore del figlio come una cosa da uomini: "Io non lo so perché non ero con mio figlio, ma, ammettendo che stesse facendo una rapina, è giusto che tu, carabiniere, lo uccidi?".
E, secondo il suo concetto di legalità, aggiunge: "Sparagli a una gamba o fallo scappare". Come se il rapinatore e il carabiniere (tra l'altro un ragazzo di 23 anni) fossero attori di una "normale lite". E, alla fine, Vincenzo Russo chiude con la consueta richiesta di giustizia, sorvolando sul fatto che la società civile ha già messo in moto l'unico sistema per cercarla, quella giustizia. Il carabiniere è stato indagato per eccesso colposo di legittima difesa e le indagini diranno se basta.
Il Sole 24 Ore, 2 marzo 2020
Giudizio - Istruzione dibattimentale - Esame dei testimoni - Minorenne - Consulente o perito - Esame del minore - Inosservanza delle prescrizioni della "carta di noto" - Conseguenze - Nullità o inutilizzabilità delle dichiarazioni raccolte - Esclusione. In tema di testimonianza del minore vittima di violenza sessuale, l'inosservanza dei protocolli prescritti dalla cosiddetta "Carta di Noto" nella conduzione dell'esame non determina alcuna nullità o inutilizzabilità, né è, di per sé, ragione di inattendibilità delle dichiarazioni raccolte, pur quando l'esame sia condotto dal consulente o dal perito in sede di consulenza o perizia.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 14 febbraio 2020 n. 5915.
Giudizio - Istruzione dibattimentale - Esame dei testimoni - Minorenne - Esame del minore - Inosservanza delle prescrizioni della Carta di noto - Nullità o inutilizzabilità - Esclusione. In tema di esame testimoniale, non determina nullità o inutilizzabilità della prova l'inosservanza dei criteri dettati dalla cosiddetta "Carta di Noto" nella conduzione dell'esame dei minori, persone offese di reati di natura sessuale, che hanno carattere non tassativo, in quanto si limitano a fornire suggerimenti volti a garantire l'attendibilità delle dichiarazioni del minore e la protezione psicologica dello stesso.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 10 aprile 2019 n. 15737.
Giudizio - Istruzione dibattimentale - Esame dei testimoni - Minorenne - Esame del minore - Inosservanza delle linee guide della "Carta di noto" - Conseguenze - Individuazione. In tema di testimonianza del minore vittima di abusi sessuali, il giudice non è vincolato, nell'assunzione e valutazione della prova, al rispetto delle metodiche suggerite dalla cd. "Carta di Noto", salvo che non siano già trasfuse in disposizioni del codice di rito con relativa disciplina degli effetti in caso di inosservanza, di modo che la loro violazione non comporta l'inutilizzabilità della prova così assunta; tuttavia, il giudice è tenuto a motivare perché, secondo il suo libero ma non arbitrario convincimento, ritenga comunque attendibile la prova dichiarativa assunta in violazione di tali metodiche, dovendo adempiere a un onere motivazionale sul punto tanto più stringente quanto più grave sia stato, anche alla luce delle eccezioni difensive, lo scostamento dalle citate linee guida.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 9 gennaio 2017 n. 648.
Giudizio - Istruzione dibattimentale - Esame dei testimoni - Minorenne - Esame del minore - Inosservanza delle linee guide della "Carta di Noto" - Conseguenze - Individuazione. In tema di testimonianza del minore vittima di abusi sessuali, le dichiarazioni - acquisite in violazione delle linee guida della cosiddetta "Carta di Noto" - nella parte in cui queste ultime non risultano già trasfuse in disposizioni del codice di rito con conseguente disciplina degli effetti derivanti dallo loro inosservanza non sono inutilizzabili, ma in relazione a esse il giudice ha l'obbligo di motivare perché egli ritiene attendibile la prova assunta con modalità non rispettosa delle cautele e metodologie previste nell'indicato documento.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 25 settembre 2014 n. 39411.
ossigeno.info, 2 marzo 2020
Il prossimo 21 aprile 2020 il Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti (Cnog) potrà intervenire nel giudizio costituzionale sulla legittimità delle norme in materia di diffamazione a mezzo stampa, norme che prevedono di punire i colpevoli con la multa o con il carcere fino sei anni.
In questo reato incorrono soprattutto i giornalisti e i direttori responsabili dei giornali e ciò appare in contrasto con l'articolo 10 della Convenzione europea dei Diritti Umani recepita dalla Costituzione italiana, come hanno fatto osservare i difensori di alcuni giornalisti. Di conseguenza il Tribunale di Salerno e quello di Modugno hanno sollevando l'eccezione di costituzionalità (www.ossigeno.info/carcere-per-diffamazione-investita-la-corte-costituzionale).
La Corte Costituzionale ha accettato con l'ordinanza n.37 depositata il 26 febbraio 2020 (relatore Francesco Viganò) la richiesta dell'OdG di partecipare alla discussione. La causa sarà discussa in udienza pubblica.
La motivazione - L'intervento del Cnog è stato accettato in quanto ha competenza a decidere sui ricorsi in materia disciplinare. La legge stabilisce che le condanne penali con interdizione dai pubblici uffici determinano automaticamente la cancellazione o la sospensione del giornalista dall'Albo. Invece le altre condanne penali al Cnog di avviare un'azione disciplinare qualora il fatto offenda il decoro e la dignità professionali ovvero comprometta la reputazione del giornalista o la dignità dell'Ordine.
Pertanto, da un'eventuale condanna penale del giornalista e del direttore responsabile imputati nel procedimento da cui è nata la questione di costituzionalità deriverebbero specifiche conseguenze in ordine all'avvio dell'azione disciplinare, riguardanti la sfera dei poteri del Cnog e aventi ad oggetto, "in modo diretto e immediato", lo specifico rapporto giuridico sostanziale dedotto in quel giudizio (la pretesa punitiva statale nei confronti degli imputati).
Il comunicato della Corte costituzionale
Il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti (Cnog) potrà intervenire nel giudizio costituzionale sulla legittimità delle norme in materia di diffamazione a mezzo stampa, che puniscono con il carcere il giornalista e il direttore responsabile.
Lo ha stabilito la Corte costituzionale con l'ordinanza n.37 depositata oggi (relatore Francesco Viganò) dichiarando ammissibile la richiesta di intervento dell'Ordine nel giudizio di costituzionalità sulle norme che puniscono con il carcere il reato di diffamazione a mezzo stampa. La causa sarà discussa in udienza pubblica il prossimo 21 aprile 2020.
L'ordinanza ribadisce che, in base alle norme integrative sui giudizi davanti alla Corte, l'intervento del terzo deve essere giustificato da "un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto dedotto in giudizio". Tale interesse non è di per sé insito nella posizione di rappresentanza istituzionale della professione giornalistica, rivestita dal Cnog.
A legittimare l'intervento del Cnog è la sua competenza a decidere sui ricorsi in materia disciplinare. La legge stabilisce infatti che le condanne penali che comportano interdizione dai pubblici uffici determinano automaticamente la cancellazione o la sospensione del giornalista dall'albo, mentre in ogni altro caso di condanna penale è previsto che il Cnog inizi l'azione disciplinare qualora il fatto offenda il decoro e la dignità professionali ovvero comprometta la reputazione del giornalista o la dignità
dell'Ordine. Pertanto, da un'eventuale condanna penale del giornalista e del direttore responsabile imputati nel procedimento da cui è nata la questione di costituzionalità deriverebbero specifiche conseguenze in ordine all'avvio dell'azione disciplinare, riguardanti la sfera dei poteri del Cnog e aventi ad oggetto, "in modo diretto e immediato", lo specifico rapporto giuridico sostanziale dedotto in quel giudizio (la pretesa punitiva statale nei confronti degli imputati).
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 2 marzo 2020
Un illustre articolista del Fatto Quotidiano, Gian Carlo Caselli, ha scritto l'altro giorno che "il garantismo doc, o è veicolo di uguaglianza (e non di sopraffazione e privilegio), o semplicemente non è". Il resto del garantismo, spiega, cioè quello che ha denunciato l'inciviltà delle riforme del Dj in parentesi ministeriale, è "tarocco".
- Intercettazioni, parte la riforma. Trojan estesi e risultati utilizzabili in procedimenti diversi
- Il Coronavirus è sparito e ha lasciato un'Italia con trojan e in recessione
- Toscana. Sulla nomina del Garante dei detenuti
- Incidente stradale: respinta la tesi del malore se mancano elementi concreti che la provano
- Estinzione del reato più snella. Se non si può pagare basta il lavoro di pubblica utilità










