di Enrico Tata
napoli.fanpage.it, 1 marzo 2020
Per il direttore del carcere di Poggioreale, Carlo Berdini, nominato poco più di un mese fa, "ogni azione concreta per la salvaguardia della salute di tutti sarà messa in campo con l'ausilio delle forze previste e disponibili senza remore alcuna in sinergia con tutte le figure competenti. Non è detto che a breve non siano prese misure ulteriormente drastiche".
Per il momento non c'è nessun caso positivo di coronavirus all'interno delle strutture penitenziarie campane, ma la situazione delle carceri è monitorata e controllata 24 ore su 24. Non solo gli operatori sanitari a contatto con detenuti affetti da patologie gravi sono stati dotati di mascherina, ma sono stati predisposti dispenser di disinfettante in tutti i luoghi affollati. Come per gli ospedali, a Poggioreale sarà installata una tensostruttura per i nuovi ingressi e per tutti coloro che presentano sintomi sospetti. È possibile, inoltre, che vengano sospesi i colloqui per la tutela della salute dei detenuti in caso la situazione si aggravi ulteriormente.
"Possibile stop ai colloqui a Poggioreale" - "La prevenzione premeditata è sinonimo di buon senso e di una presa di coscienza dell'epidemia in atto, che non deve creare solo critici allarmismi, ma determinare quel lavoro sinergico di squadra tra le varie forze, per la tutela della sicurezza di tutti", hanno dichiarato Luigi Castaldo, segretario Provinciale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp Napoli e Vincenzo Palmieri, segretario regionale Osapp.
Per il direttore del carcere di Poggioreale, Carlo Berdini, nominato poco più di un mese fa, "ogni azione concreta per la salvaguardia della salute di tutti sarà messa in campo con l'ausilio delle forze previste e disponibili senza remore alcuna in sinergia con tutte le figure competenti. Non è detto che a breve non siano prese misure ulteriormente drastiche, come la sospensione dei colloqui per la tutela della salute dei detenuti, qualora dovesse aggravarsi la situazione".
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 1 marzo 2020
Idlib, la strage degli innocenti. La mattanza di bambini, condotta nel silenzio complice della comunità internazionale mentre è ormai guerra totale tra Ankara e Damasco. "Ancora una volta siamo scioccati da un'ondata di violenza inarrestabile che ha visto almeno nove bambini e tre insegnanti uccisi mentre 10 scuole e asili sono stati attaccati due giorni fa a Idlib, nel nord-ovest della Siria - dichiara Ted Chaiban, direttore regionale dell'Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa -. Almeno quattro di queste scuole erano sostenute dai partner dell'Unicef.
Arrivano notizie secondo cui almeno 40 donne e bambini sarebbero rimasti feriti in questi attacchi. Questi attacchi arrivano in un momento in cui l'aumento della violenza nel nord della Siria ha costretto più di mezzo milione di bambini a fuggire. Quasi 280.000 bambini hanno subito un'interruzione della loro istruzione. Almeno 180 scuole della zona non sono operative perché sono state danneggiate, distrutte o ospitano famiglie di sfollati. Condanniamo fermamente - rimarca Chaiban - l'uccisione e il ferimento dei bambini. Le scuole e le altre strutture didattiche sono un rifugio per i bambini. Attaccarle è una grave violazione dei diritti dei bambini".
"Dall'inizio del 2020, sono già 22 le scuole bombardate, di cui quasi la metà in questa giornata", denuncia Save the Children. "È ora di dire basta alla guerra sui bambini. Le scuole dovrebbero essere luoghi sicuri dove i bambini possono imparare e giocare, anche in una zona di conflitto. Colpire scuole e asili usati per scopi civili è un crimine di guerra", fa eco Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. "Nove anni dopo l'inizio della crisi, il governo siriano continua a mostrare profondo disprezzo per le leggi di guerra e per la vita dei civili. Gli attacchi alle scuole fanno parte di una politica sistematica di attacchi contro le popolazioni civili e costituiscono crimini contro l'umanità e crimini di guerra", ha sottolineato Morayef.
"Chiediamo alle forze siriane e russe di porre fine a tutti gli attacchi diretti contro i civili, agli attacchi indiscriminati e alle altre gravi violazioni dei diritti umani in corso. Coloro che hanno ordinato o commesso crimini di guerra dovranno essere portati di fronte alla giustizia" aggiunge Morayef. Quante madri dovranno ancora tenere in braccio il loro bambino mentre le bombe cadono ovunque? Quanti padri dovranno rassicurare i loro figli e farli ridere, mentre gli spari esplodono tutto intorno?" si chiede Cristian Reynders, coordinatore delle operazioni di Medici Senza Frontiere per la Siria nord-occidentale. "C'è una cosa in cui le persone in Idlib continuano a sperare: preservare la vita. Ma le loro speranze si abbassano ogni minuto, di giorno in giorno". A Idlib il "Banksy siriano" ha dipinto un murale: "Oltre un milione di bambini a Idlib stanno affrontando lo stesso destino della piccola fiammiferaia. Salvali", recita la scritta.
La situazione dei civili è sempre più drammatica. L'ufficio Onu per il coordinamento umanitario (Ocha) ha aggiornato i dati della crisi umanitaria e fa sapere che sono 950mila i civili siriani sfollati nella regione di Idlib. Ocha precisa che gli sfollati dal 1 dicembre a oggi sono 948mila e che di questi 569mila sono minori, 195mila sono donne. Donne e bambini compongono l'81% dell'intera comunità di sfollati siriani a Idlib.
L'Onu ha avvertito che i combattimenti si stanno avvicinando "pericolosamente" ai loro campi, rischiando un "bagno di sangue". L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi si è detto inorridito delle condizioni in cui sopravvivono questi poveri sfollati, molti dei quali accampati all'aperto nella neve e nel freddo gelido. "Non devono essere migliaia di persone - ha ammonito Grandi - a pagare il prezzo delle divisioni della comunità internazionale, la cui incapacità di trovare soluzioni a questa crisi costituirà una macchia indelebile sulla coscienza di tutti".
Appelli accorati che cadono nel vuoto. Davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite riunito martedì scorso a Ginevra, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov detto che in questo momento una tregua equivarrebbe "ad una resa davanti ai terroristi". Il principale alleato del presidente siriano Bashar al-Assad ha aggiunto che un cessate-il-fuoco "sarebbe considerato persino un premio ai terroristi per le loro violazioni dei trattati internazionali e di numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu". E un "no" alla tregua umanitaria viene anche dal "Sultano" di Ankara. "A Idlib non faremo il minimo passo indietro.
Faremo arretrare il regime siriano dietro i limiti definiti" della zona di de-escalation negli accordi con la Russia "e permetteremo il ritorno dei civili nelle proprie case", proclama il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in un discorso al gruppo parlamentare del suo Akp. E Idlib è anche il teatro di una guerra globale tra Ankara e Damasco. Almeno 33 soldati turchi sono stati uccisi da un raid dell'aviazione siriana nella provincia di Idlib. L'attacco è arrivato nella tarda serata di giovedì, dopo il fallimento dei colloqui russo-turchi ad Ankara. È il più grave incidente che coinvolge le truppe turche dal 19 dicembre, quando è cominciata l'offensiva di Bashar al-Assad per riconquistare la provincia ribelle. Ci sarebbero anche molti feriti, portati subito negli ospedali militari in patria, come ha confermato il governatore della provincia turca confinante di Hatay, Rahmi Dogan.
Le forze armate di Ankara hanno reagito con bombardamenti massicci di artiglieria, "su tutte le postazioni" governative nell'area, ha precisato il portavoce Fahrettin Altun. L'Osservatorio siriano per i diritti umani, vicino all'opposizione, ha fornito un bilancio di 34 morti. Erdogan ha convocato un vertice d'emergenza e ha annunciato che la sua guardia costiera e l'esercito non fermeranno più i profughi siriani diretti verso l'Europa, se non riceverà aiuto e sostegno dagli alleati occidentali. Il ministro della Difesa Hulusi Akar ha detto che l'artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto "5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni semoventi, due sistemi di difesa anti-aerea Sa-17 e Sa-22" e "neutralizzato", cioè ucciso e ferito "309 soldati del regime siriano".
Mentre Bruxelles (Nato) e Washington si schierano, almeno a parole, con Ankara, dalla televisione di Stato, Bashar al- Assad ha annunciato che non si fermerà: "La battaglia per la liberazione delle province di Aleppo e Idlib continua, indipendentemente dai discorsi vuoti e allarmisti che vengono dal nord". In una Norimberga siriana, lo Zar del Cremlino (Vladimir Putin), il Sultano di Ankara e il Rais di Damasco avrebbero un posto in prima fila. Sul banco degli imputati.
di Sergio Troisi
La Repubblica, 1 marzo 2020
Una lunga striscia di stoffa attraversa gli ambienti dei depositi dei pegni di Palazzo Branciforte, si innalza e ridiscende come un anelito ogni volta frustrato e ogni volta rinnovato; le strisce che la compongono recano scritte parole che raccontano il sentimento e l'idea della libertà, e questo reticolo serpentinato ("Il buco nella rete", è il titolo) proietta la sua griglia sul fitto ordito delle scaffalature dove venivano custoditi i poveri pegni di corredi e masserizie.
Accoglie così il visitatore "L'arte della libertà", la mostra (a cura di Elisa Fulco e Antonio Leone, sino al 29 marzo) che mette in scena gli esiti di un workshop lungo un anno che Loredana Longo ha tenuto con detenuti e operatori dell'Ucciardone su tracce e segni che sono di tutti e che nella detenzione si caricano di significati diversi e talvolta imprevedibili: cos'è la libertà, ovviamente, ma anche che significano dentro e fuori, che direzione e il camminare, come contiamo il tempo o misuriamo lo spazio.
Temi e modalità operative particolarmente congeniali all'artista siciliana, da sempre attenta a indagare le dinamiche sociali di spazi, oggetti e linguaggi. Ma anche un lavoro (sostenuto dalla Fondazione Sicilia, dalla Fondazione per il Sud e in collaborazione con l'Asp di Palermo) che si immagina difficile, e dai risultati non scontati, a cui le sale dei depositi offrono non tanto una ambientazione congeniale ma un vero e proprio moltiplicatore di senso: come istituendo un parallelismo e un possibile ribaltamento di opportunità tra lo spazio di controllo del carcere borbonico e il dispositivo di custodia sociale a cui indirettamente assolveva il Monte di Pietà.
In entrambi i casi gli attori sono i corpi, i loro movimenti e le loro tracce fisiche e mentali che il workshop ha elaborato in quattro video in un bianco e nero appena sgranato e un po' sporco proiettati tra le scaffalature sugli schermi già attraversati dai segni di grafite, e sono i momenti forse più potenti della mostra.
In "Avanti e indietro" due schiere di detenuti avanzano l'una verso l'altra e subito indietreggiano, lasciando impresse sulla tela le lettere incise sui tacchi e sulle suole; ne "Il tempo del tempo libero" le tracce sono quelle delle passeggiate durante l'ora d'aria, in diagonale o a ghirigori o anche circolari come nella celebre "Ronda dei carcerati" dipinta da Van Gogh.
Ne "Il muro di carne" un cerchio di persone ne trattiene a spinta all'interno altre bendate, con un passo al ralenti che non attenua e anzi accentua la violenza del contatto; e ne "La mappa dell'abitudine" due coppie di detenuti di continuo si sovrappongono mutando posizione. Qui la ripresa è dall'alto: noi, al contrario, lo vediamo dal basso, lo schermo appeso sopra le nostre teste, con un moto del collo e degli occhi che raddoppia la torsione dello sguardo.
Tutt'intorno, i disegni con cui i detenuti hanno riproposto lo spazio reale o immaginario delle loro celle; uno di loro ha apposto accanto al nome di battesimo il titolo, tutto in maiuscolo, di Utopia. C'è ancora dell'altro, in questi ambienti insieme così spogli e così carichi.
Una tenda-calendario per esempio, fatta da altre strisce di stoffa su cui i partecipanti hanno iscritto il loro conteggio del tempo, con le iniziali dei giorni della settimana, con le visite di un parente o ancora con la ripetizione alternata di segni elementari, e si tratta di una tenda ("Il tempo che rimane") che non si attraversa né si apre, e i cui elementi semmai si accarezzano o si fanno scorrere tra le dita, come con la pioggia o i grani di un rosario.
E c'è, infine, anche una grande scritta al neon, rosso fuoco, che recita "Volare per una farfalla non è una scelta", ed è stata scelta dai partecipanti all'inizio workshop dopo una discussione che sarà stata intensa e satura di implicazioni su cosa significhi volare via, e verso dove. La scritta è stata stampata su delle magliette, il neon sarà installato all'Ucciardone.
di Francesca Joppolo
wsimag.com, 1 marzo 2020
Intervista a Massimo Altomare. "Con loro riesco a essere felice". La vita non finirà mai di sovvertire le regolette che, annaspando nel dramma fin dalla nascita, l'essere umano stila per cavarsela e, fra un tiro mancino e l'altro, elargisce sprazzi di gioia nelle situazioni più impensate. Massimo Altomare è felice in carcere.
Diamine, va chiarito che non è un galeotto. Ma passa giorni dietro le sbarre e frequenta un manipolo di reclusi che fa cantare e suonare nella sua Orkestra ristretta. Cantante, in duo con Checco Loy negli anni Settanta, poi solista, poi sul palco con Stefano Bollani, poi ancora solista, da una ventina d'anni lavora con i detenuti di Sollicciano, a Firenze e dice: "Quando mi esibisco io, e ancora mi esibirò, non ho intenzione di appendere l'ugola al chiodo, anche nelle serate di più grande successo, perfino con Bollani, c'è sempre qualcosa dentro di me che non è andata bene. Invece se sento loro che fanno la cosa giusta e vedo il pubblico che li ama, ho una sensazione di profonda felicità".
Altomare è nato a Verona, figlio di una veneziana e di un pugliese. Il padre era direttore di dogana e quindi la famiglia girava. Nel 1970, in piena epoca di beat, di swinging London, strinse un patto con la madre, suo padre non c'era già più: "Faccio la maturità, però dopo me ne vado a Londra".
A Londra incontrò "un tipo che si chiamava Francesco Loy detto Checco con il quale è nato un affiatamento pazzesco dal punto di vista musicale. Checco è più giovane di me: aveva sedici anni e io diciotto quindi eravamo ragazzi anche se allora a trent'anni s'era 'omini'. Abbiamo cominciato a scrivere canzoni e il nostro obiettivo era quello suonare a Portobello road per fare due soldi. Come vedi non avevamo ambizioni sfrenate".
Per mantenersi Massimo faceva il barman e Checco il dj nella stessa discoteca: "All'inizio pensava di essere sistemato meglio di me, in realtà sbagliava perché il dj era chiuso in un angoletto, non era un divo come oggi. Mentre il barman era circondato da donne che volevano cocktails per cui era molto vantaggioso".
Si pensa Giorgio Gaber: "No, per ora va bene, m'arrangio, lavoretti qua e là, saltuari, che se un domani uno fa lo scrittore, li mette nella biografia". Anche se uno fa il musicista o l'attore di Hollywood, luogo che pullula di ex barman. Non c'è che dire, Altomare è un artista anche per quanto riguarda il "colore".
Il sogno di esibirsi in Portobello road fu ampiamente surclassato perché, rientrati alla base, i due amici si fecero sentire da un discografico che li incoraggiò: "Ci hanno detto che dovevamo ancora lavorare, ma eravamo guardati di buon occhio perché siamo in Italia e contava che Checco fosse er fijo de Nanny Loy". Tornai a Verona a studiare all'Università, poi mi trasferii a sociologia a Trento, mentre Checco rimase a Roma però dopo un anno mi stufai. Lui ebbe un'occasione e gli serviva un cantante".
E nacque il duo Loy e Altomare?
Sì, abbiamo fatto un primo disco nel 1972, un altro nel '74 e l'ultimo nel '79. Pur non avendo avuto mai successo, Loy e Altomare hanno avuto un pubblico di nicchia molto affezionato. Eravamo un po' snob, faccio autocritica. Abbiamo venduto poco, ricordo la delusione del primo disco che dopo sette, otto mesi aveva venduto diecimila copie. Oddio, rispetto alle vendite di adesso eravamo Michael Jackson! Oggi con diecimila copie ci sarebbe il disco di platino. A un certo punto Checco si innamorò di una fiorentina, ebbe un'eredità, comprò un fondo a Firenze e mi propose di fare uno studio di registrazione insieme. Io mettevo me stesso e lui metteva i soldi. Lo studio si chiamava Gas ed è stato molto famoso negli anni Ottanta, quando esplodeva la new wave a Firenze: ci hanno registrato tutti, a partire dai Litfiba, che abbiamo anche prodotto. Collaboravamo con Ernesto De Pascale. Ho fatto anche due dischi, diciamo belli, con Roberto Terzani, nel suo intermezzo fra i Windopen e i Litfiba. Tutti i miei dischi hanno il karma di non vendere però diventano rarissimi e costosi.
Perché il duo si sciolse?
Diversità di valutazione. Negli anni Ottanta ho fatto tre dischi da solista molto mandati da Videomusic. Nei Novanta mi sono avvicinato al jazz ed è nata la mia fraterna amicizia con Stefano Bollani. Insieme con lui ho creato molti spettacoli, poi abbiamo fatto un'incisione di cui sono estremamente orgoglioso, la Gnosi delle fanfole, dalle poesie di Fosco Maraini, persona straordinaria, che ho avuto il privilegio e la fortuna di conoscere. Maraini aveva scritto queste poesie in una lingua inventata, però credibile. Molto sofisticato. Nella prefazione del libro, scriveva che avrebbe desiderato che le fanfole fossero recitate o meglio ancora cantate. Allora io telefonai, era sull'elenco, gli feci sentire registrazioni con Bollani per piano e voce. Fu entusiasta e abbiamo fatto un sacco di concerti, Stefano ed io.
Ora spalanchiamo le grate della gattabuia...
Verso il Duemila un amico mi suggerì di fare un ciclo di lezioni sulla canzone italiana nella sezione femminile del carcere di Sollicciano. Non ebbi reazioni di rigetto, di noia, di angoscia. Anzi, mi sembrava di essere utile. Rimasero colpiti dal mio approccio e mi proposero di passare a un programma più corposo. Sempre con la sezione femminile perché allora era molto diverso. Ci sarebbe da fare un discorso lunghissimo.
Accenniamolo...
La situazione delle donne in prigione era migliore. Erano più disponibili a partecipare alle attività, meno infelici, facevo le parodie e in tante venivano, si divertivano. Non è che in carcere si trovi gente che legge Cechov, ma in questo momento siamo ai minimi storici, culturalmente c'è stato un abbassamento ulteriore. Sollicciano è fatto a semicerchio e c'è lo spicchio femminile con più di cento detenute che è rivolto verso quello dei sette/ottocento i maschi. C'è una tradizione che si chiama panneggiare per cui donne e uomini si parlano da lontano muovendo dei panni. Quando una è innamorata mette un panno rosso: poi chiedono i colloqui per incontrarsi e alcuni di loro si fidanzano, ma molto spesso i detenuti non hanno una mentalità svedese, magari sono arabi quindi impediscono alle ragazze di venire al corso con me. Negli anni Novanta facevo solo il femminile, i maschi neanche lo sapevano. Poi ho cominciato anche il maschile e il problema è nato quando li ho fatti esibire insieme.
Lavoravi molto con Bollani: avevate progetti sugli anni Trenta, Quaranta, Sessanta. Il tempo per il carcere lo trovavi sempre?
Sempre. Anche se non ci mettevo l'impegno che ci metto oggi. Avevo bisogno di un'associazione che mi rappresentasse perché il Ministero di Grazia e Giustizia non pagava i singoli e, essendo storicamente di sinistra, mi sono affidato all'Arci. Nel 2011 fondai Orkestra ristretta. Dal 2014 ho cominciato a collaborare invece con Tempo Reale (Centro di ricerca Produzione e Didattica n.d.r.), al principio con un progetto loro che si chiamava Sollicciano tour o Leit motiv Sollicciano. Portavo dei piccoli gruppi di pubblico in giro per la prigione, biblioteca, scuola, al seguito di un marching band. E a un certo punto Orkestra ristretta ha veramente decollato.
Nel 2016 Orkestra ristretta ha inciso anche un disco, finanziato dalla Regione Toscana, Otto. Com'è?
Rap anche se non canonico. Il rap canonico è basato quasi unicamente sull'elettronica ed è molto semplice armonicamente, a volte anche uno o due accordi: ha una sua cifra particolare. Questo è un rap da galera perché c'è una parte di suono dal vivo. Live spacchiamo, come direbbe Sfera Ebbasta.
Date le circostanze in Orkestra c'è un bel via vai?
Tutti gli anni cambiamo. Sollicciano non è una casa penale, è una casa circondariale. Quindi sono pochissimi quelli che hanno condanne lunghe da scontare. Quasi tutti sono di passaggio per due o tre anni, al massimo. Però il repertorio ormai c'è. Ora sto lavorando con un rapper nero super e un nigeriano che sembra un cantante americano soul, voce stupenda, alla Otis Redding.
Come scegli i componenti?
Faccio una sorta di casting all'inizio di ogni stagione chiedendo: sapete suonare o cantare? Quest'anno il 10 settembre ci sarà un concerto serale per il pubblico, quindi farò il casting a ottobre. Penso che la musica sia un deterrente per il crimine: in galera sanno suonare pochissime persone. Si trovano percussionisti, ma la gente che suona strumenti armonici è rara. Poi magari invito qualcuno quasi sempre nell'ambito di Tempo Reale. Mi trovo bene con loro, con Francesco Giomi, sono molto professionali.
E chi non ha esperienza ma è attratto?
Lo faccio provare. Se non prendono nemmeno il tempo, magari li tengo e danno una mano con i microfoni. Perché sono severo, veramente una carogna. Con il buonismo di "poverino, sta in galera" diventa una roba da dama di San Vincenzo. Gli agenti amano tantissimo questa mia intransigenza. Io non sono né un giudice né una guardia: o mi fai star bene con la musica o non mi interessa tanto. Invece nel volontariato a volte la mentalità del 'poverino' è dannosa. La mia severità, l'essere rompiscatole termina al concerto. Divento San Francesco d'Assisi, faccio passare qualsiasi magagna, cerco di sorridergli. Oltre a essere il capobanda, compongo, e suono con loro. Il mio strumento è la voce, ma le canzoni le scrivo al piano, suono la chitarra e un po' la batteria. Non mi sarei mai dedicato a uno strumento con questa cura se non fosse stato per loro. Soprattutto sono entrato nel mondo del rap, fatto che alla mia generazione di solito non capita.
Il pubblico?
Impazzisce. È pronto ai "poverini" e quando sente questi che spaccano, lì per lì è allibito, poi trascinato. I ragazzi delle scuole urlano, delirano.
Ci sono dei reati che impediscono la partecipazione alla band?
I detenuti non vogliono pedofili e violentatori. È anche un pregiudizio perché alcuni di questi hanno delle facce da poveri cristi. Ma qualcosa sta cambiando: è stato appena ammesso nel gruppo uno che proviene dalla sezione dei reati sessuali.
Ogni quanto vai a Sollicciano?
Tre volte alle settimane, due dai maschi una dalle femmine. Ma essendo un artista -per artista intendo dire uno che lavora con l'arte, non significa che sia bravo, tengo a chiarire questo equivoco - con la mia capoccia sto sempre sul pezzo. L'impegno mentale in questo momento è costante. Per esempio, e lo dico in anteprima: vorrei fare un album-concept sul carcere in cui mettere le nostre canzoni e anche momenti musicali, a cura di Tempo Reale. Per l'occasione vorrei scrivere un pezzo che poi canterò anche io, mi farebbe piacere. Magari uscirà nel '21. In una fase in cui la discografia non esiste, questo progetto mi sembra culturalmente interessante: restituire il carcere come lo possono vedere musicisti professionisti e quelli che stanno dentro. Non voglio dire che è un disco necessario però non è inutile.
teletermini.it, 1 marzo 2020
Venerdì 13 marzo 2020, alle ore 9, verrà inaugurata Spazio lib(e)ro, la nuova biblioteca tra le mura del carcere di Termini Imerese. Sarà un luogo di incontro che diviene contesto di scambio e confronto, polo attorno al quale tutte le attività culturali e interculturali dell'Istituto potranno ruotare - sostiene Patrizia Graziano - dirigente del Centro Provinciale Istruzioni adulti Palermo 2 (Cpia Palermo 2) che insieme a Carmen Rosselli, direttrice della casa Circondariale A. Burrafato, e a tutti i detenuti coinvolti nel progetto, hanno fortemente voluto questo luogo.
"È uno spazio realizzato con i finanziamenti del D.M. 663/2016 a seguito del protocollo di intesa tra il Miur e il Ministero della Giustizia e con il contributo del privato sociale. Ma soprattutto è il frutto di un lungo lavoro di ristrutturazione, grazie all'impegno e alla dedizione dei detenuti - esordisce Valentina Rinaldo, responsabile insieme a Silvana Moscato della biblioteca.
Sono stati riportati alla luce soffitti storici e mostre lapidee delle finestre; le sbarre sono state coperte da tende colorate e le poltrone hanno sostituto gli sgabelli di legno. Ma soprattutto il patrimonio librario, che grazie alla donazione di 300 volumi della casa editrice Sellerio e di persone comuni, è stato aggiornato e rivisto.
"La lettura è un importante atto sociale e non solo personale - sostiene Valeria Monti, ideatrice del logo insieme ai detenuti -, accresce la capacità di usare le parole oltre che di comprenderle, e ci aiuta a muoverci meglio in questo mondo, rendendoci più competenti e riducendo le disuguaglianze".
Un lavoro corale, dunque, che verrà presentato venerdì mattina a fianco alle autorità istituzionali. Saranno presenti: la direttrice della Biblioteca Comunale di Termini Imerese; i detenuti, principali fruitori dello spazio; il Comandante di Reparto Maria Pia Campanale e il personale di Polizia Penitenziaria; i docenti del Cpia Palermo 2 e dell'I.I.S.S. Stenio di Termini Imerese; il capo area educativa Giuseppina Pastorello; gli educatori; gli assistenti sociali, i volontari, i donatori e tutti coloro che nel tempo hanno offerto il loro lavoro per fare della lettura e della cultura un passo imprescindibile nel percorso di recupero.
La giornata sarà scandita da diversi interventi che racconteranno il luogo, dall'idea alla realizzazione e vedrà i detenuti, insieme ad attori professionisti, impegnati nel reading di brani. A conclusione poi, la firma dei protocolli di intesa con la biblioteca Liciniana e le biblioteche del territorio termitano: "il protocollo è espressione di fattiva e proficua collaborazione tra le Istituzioni Scolastica, Penitenziaria e Comunale e rappresenta una valida opportunità di crescita nel processo di integrazione/inclusione nel territorio" commenta ancora la dirigente Patrizia Graziano.
Un appello per chi vuole contribuire allo sviluppo della biblioteca: sarà previsto uno spazio donazioni, in cambio delle quali i detenuti faranno dono di segnalibri dipinti a mano durante le attività laboratoriali guidate dalle insegnanti Silvana Moscato ed Enza Gambino. Un buffet offerto dalla sezione Alberghiero dell'I.I.S.S. Ugdulena, chiuderà la giornata. Per informazioni: Valentina Rinaldo,
estense.com, 1 marzo 2020
Fino al 2 marzo sarà possibile consegnare la merce in via Ortigara, l'iniziativa per sopperire alla carenza degli ultimi giorni. A seguito dell'emergenza Coronavirus e dei provvedimenti presi per contrastarlo, il Partito Democratico di Ferrara promuove la raccolta di prodotti esclusivamente per l'igiene intima e la detergenza del corpo da destinare alla Casa Circondariale di Ferrara e alle associazioni di volontariato che si occupano di contrasto alla povertà.
"Ci segnalano in queste ore la carenza di molti prodotti per la cura personale, a seguito anche dall'esaurimento delle scorte dei magazzini. In un particolare momento di emergenza sanitaria si chiede la collaborazione dei cittadini all'acquisto e alla donazione di beni necessari per affrontarla correttamente, come da disposizioni di prevenzione" spiegano i promotori della raccolta.
È possibile contribuire alla raccolta fino a lunedì 2 marzo, consegnando il materiale presso il circolo Pd Gad di via Ortigara, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18 nelle giornate di sabato 29 febbraio e domenica 1 marzo e dalle 17 alle 19 di lunedì 2. La merce verrà suddivisa e consegnata tempestivamente agli enti bisognosi
bergamonews.it, 1 marzo 2020
"In Lombardia con ci sono solo la "zona rossa" e la "zona gialla", le scuole, i musei, i cinema, i locali che la Regione vuole che restino chiusi per altri 7 giorni per fronteggiare la diffusione del coronavirus. C'è anche la "zona carcere", ci sono 19 istituti penitenziari (compresa la sezione femminile di Milano San Vittore) vale a dire circa 9mila detenuti, il maggior numero della popolazione carceraria in una sola regione.
È questo l'ulteriore "fronte coronavirus" che continua a essere sottovalutato perché gestito con provvedimenti estemporanei e senza coordinamento". Lo ha detto Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di Polizia penitenziaria, arrivato a Milano per monitorare la situazione e incontrare i giornalisti davanti al carcere di Milano Bollate.
Di Giacomo ha precisato che "non ci sono notizie di contagi ma, per ora, di una decina di detenuti in isolamento, alcuni tamponi negativi. Tuttavia, le misure messe in campo nelle carceri non sono sufficienti. Se si dovesse verificare anche solo un contagio, il virus si diffonderebbe al 100 per cento - perché i detenuti vivono in spazi molto stretti - come del resto insegnano le cronache delle carceri cinesi e delle navi crociera, la situazione sarebbe dunque esplosiva, con tutto ciò che comporta l'evacuazione di un carcere sino a 3 mila detenuti".
Del resto, da una parte si punta a sminuire, come se contro il coronavirus bastasse un'aspirina, e dall'altra si pensa all'allestimento di sezioni quarantena provocando ulteriori allarmismo e tensione. È esattamente quello che non si deve fare per non accrescere la psicosi tra i detenuti incollati alle tv per essere informati sull'evoluzione della diffusione di coronavirus.
La Stampa, 1 marzo 2020
Finisce la guerra più lunga: le truppe della Nato saranno ritirate dal Paese entro 14 mesi. Pompeo: sorveglieremo da vicino il rispetto dei patti. Stati Uniti e Taleban hanno firmato a Doha, in Qatar, l'accordo per il ritiro delle truppe americane e della Nato dall'Afghanistan "entro 14 mesi". Se i patti saranno rispettati, l'intesa porterà alla fine della guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti, quasi 19 anni, costata soltanto agli Usa oltre 2.400 caduti sul terreno. La Coalizione "completerà il ritiro delle forze rimanenti in Afghanistan entro 14 mesi", ma a patto che i guerriglieri mantengano "gli impegni stabiliti" dall'accordo. Entro 135 giorni le forze stranieri saranno ridotte a 8.600 uomini. Gli Stati Uniti hanno in questo momento 13 mila soldati nel Paese, gli altri Paesi della Coalizione, circa altri 4 mila.
Regime "islamico" ma non terrorista - Il segretario di Stato Mike Pompeo ha precisato che il ritiro sarà effettivo soltanto sei Taleban rispetteranno tutti gli impegni, anche riguardo "il rispetto dei diritti delle donne". Il leader degli studenti barbuti, l'emiro Hibatullah Akhundzada ha garantito che "uomini e donne" dell'Afghanistan "godranno dei loro rispettivi diritti. L'emiro ha anche ordinato la sospensione immediata di tutti gli attacchi contro le forze di sicurezza afghane. Il negoziatore capo Abdul Ghani Baradar ha però precisato che l'obiettivo "è un regime islamico", anche se non nemico dell'Occidente, e che Paesi come "Pakistan, Russia, Cina" si sono impegnati a contribuire alla ricostruzione e a garantire la stabilità del Paese. I Taleban si sono anche impegnati a lottare contro il terrorismo e a non minaccia in alcun modo, anche indiretto, l'Occidente.
Scambio di prigionieri - Il governo afghano, guidato la presidente Ashraf Ghani, si è invece impegnato a scarcerare "5 mila prigionieri" talebani entro marzo, i guerriglieri jihadisti libereranno 1000 soldati afghani nello stesso periodo. L'intesa è arrivata dopo anni di colloqui, tenuti sempre in Qatar. Le trattative erano osteggiate dallo stesso Ghani, rieletto cinque mesi fa in un voto per le presidenziali molto controverso e ancora contestato dal principale rivale Abdullah Abdullah. Ma alla fine le pressioni americane, con la minaccia di non riconoscere la legittimità della sua rielezione, lo hanno convinto.
I punti dell'accordo - Il ritiro comincerà da cinque basi, che saranno lasciate nel giro di due-tre mesi. Poi si estenderà a tutte le basi nel Paese. In base alla situazione sul terreno, gli Usa avranno però l'opzione di mantenere un contingente limitato, soprattutto forze speciali, per continuare la lotta contro i gruppi jihadisti internazionali, Al-Qaeda e l'Isis. I Taleban si impegneranno a contribuire nel contrasto del terrorismo. Dopo l'accordo fra Taleban e Stati Uniti seguiranno trattative fra gli studenti barbuti e il governo di Kabul per arrivare a un compromesso politico. L'obiettivo è evitare l'assalto a Kabul e un'altra guerra civile.
L'inviato speciale - L'intesa è il frutto anche della mediazione dell'Inviato speciale Zalmay Khalilzad, politico e diplomatico con doppia cittadinanza afghana e americana. Sarà presenze alla cerimonia assieme al ministro degli Esteri del Pakistan Shah Mehmood Qureshi. Islamabad è da sempre il padrino politico dei Taleban, "creati" dai Servizi d'intelligence pachistani, l'Isi, per contrastare l'invasione dell'Unione sovietica, cominciata nel dicembre del 1979 e durata dieci anni. La guerriglia di mujaheddin del Nord e talebani pashtun del Sud costrinse alla fine i russi alla ritirata. Nel frattempo erano arrivati però anche migliaia di jihadisti arabi, un'armata che formò il primo nucleo di Al-Qaeda.
Lo spettro di Najibullah - Nel 1996 i Taleban conquistarono Kabul e uccisero l'ex presidente filo-russo Mohammad Najibullah, anche con l'appoggio di Osama bin Laden. L'attacco alle Torri Gemelle, l'11 settembre 2001, portò però all'intervento americano, per cacciare gli islamisti da Kabul e dare la caccia al principe del terrore. Per questo l'accordo non convince ampie fette della dirigenza afghana. Oggi arriveranno a Kabul il segretario alla Difesa Mark Esper e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, per fornire garanzie al presidente Ghani, che teme di fare la fine di Najibullah.
di Mariano Giustino
Il Riformista, 1 marzo 2020
La Turchia si è svegliata il 28 febbraio, il giorno per lei più cupo del conflitto siriano, piangendo la morte di suoi 36 soldati a seguito di un pesante bombardamento aereo delle forze del regime di Assad sostenute dalla Russia, al culmine di una escalation che ha portato le tensioni con Mosca e Damasco a un livello senza precedenti.
A Idlib, provincia nordoccidentale della Siria, dal maggio 2019 si scontrano da una parte le forze di Assad sostenute dalla Russia e dall'altra le forze turche e i loro alleati ribelli sunniti. Negli ultimi giorni l'epicentro degli scontri è diventata la città strategica di Seraqib, a sudest di Idlib, crocevia delle autostrade M4 e M5 che rispettivamente collegano Latakia e Damasco ad Aleppo. In questa provincia siriana si sta consumando una tragedia annunciata.
I disaccordi tra Mosca e Ankara derivano principalmente da diverse interpretazioni dell'accordo di Sochi del 2018. Da quasi due anni, Mosca, pur sostenendo Bashar al-Assad, ha un accordo con la Turchia per la de-escalation nella provincia di Idlib. Le forze turche sono presenti in quest'area della Siria nordoccidentale con proprie truppe per costituire una zona cuscinetto delimitata dalla cosiddetta "linea di de-escalation" presidiata da 12 avamposti militari (ormai quasi tutti assediati) per tenere separate le forze ribelli da quelle del regime, secondo l'accordo di Sochi siglato da Turchia e Russia del 17 settembre 2018.
Per la Russia, l'accordo di Sochi avrebbe dovuto portare a una soluzione per Idlib. Il ruolo della Turchia sarebbe dovuto essere quello di demilitarizzare la regione procedendo al disarmo di tutti i gruppi ribelli suoi alleati e di combattere le milizie filo al-Qaida di Hayat Tahrir al-Sham (HTŞ) per permettere ad Assad di avanzare indisturbato. Ma la Turchia non ha fatto nulla di tutto ciò e la sua presenza militare è diventata dunque un ostacolo all'offensiva dell'esercito siriano.
Mosca sembra determinata in ogni caso a sostenere Damasco, lasciando Ankara davanti ad una scelta: se vuole avere un ruolo con la sua presenza in Siria deve disarmare i ribelli e riprendere il dialogo con Damasco. La Turchia, dal canto suo, sostiene che Mosca non sta osservando il secondo articolo dell'accordo di Sochi, che impegna la Russia al rispetto del cessate-il-fuoco obbligando Assad a sospendere la sua offensiva. Secondo la Russia, la presenza sul terreno di elementi jihadisti legittima l'offensiva delle forze del governo siriano, annullando il cessate il fuoco.
Insomma, tutti gli attori in campo hanno visioni diverse e i nodi stanno venendo al pettine. Le oltre 40 fazioni eterogenee che la Turchia ha riunito nella Siria nordoccidentale sotto la bandiera dell'Esercito nazionale siriano sono considerate da Mosca e Damasco organizzazioni dell'Islam radicale e dunque terroristiche.
A Idlib, vivono intrappolate tre milioni di persone, sottoposte alla tirannia di HTŞ e delle sue bande armate e nel terrore delle bombe siriane e russe. Non hanno alcuna via d'uscita dalla loro tragedia se non raggiungere l'Europa attraversando il confine turco. L'intervento militare per eliminare i gruppi del radicalismo islamico a Idlib sta causando un bagno di sangue, probabilmente anche peggiore di quello che si è consumato ad Aleppo nel 2016. E proprio al confine turco si sono ammassati oltre un milione di persone in fuga dai bombardamenti indiscriminati che hanno raso al suolo interi villaggi. La Turchia ha aperto i propri confini ai profughi siriani, sia quelli con la Siria che quelli con l'Unione Europea. Una decisione con cui mira a esercitare pressione sull'Europa affinché la sostenga nella sua intenzione di costituire una zona cuscinetto in Siria lungo il suo confine per dare riparo ai profughi. File interminabili di rifugiati stanno attraversando il confine siriano di İdlib e di Afrin e sono giunti alle porte dell'Europa al confine con Grecia e Bulgaria e sulla costa dell'Egeo, pronti a salire su un gommone per approdare sulle isole greche davanti alle coste turche.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 1 marzo 2020
Il diritto di voto negli Usa non è uguale per tutti e colpisce soprattutto gli afroamericani. Perciò democratici e repubblicani litigano. Dawn Harrington è una signora 39enne di Nashville che da più di dieci anni combatte inutilmente con la burocrazia del suo Stato, il Tennessee, per riavere il diritto di voto. Nel 2008, mentre era a New York, venne fermata e trovata in possesso di una pistola regolarmente registrata in Tennessee. Ma New York non riconosce il porto d'armi di altri Stati: Dawn finì in prigione. Quando fu scarcerata riacquistò la libertà, ma non il diritto di andare alle urne. In molti Stati dell'Unione, infatti, i pregiudicati non possono votare: in alcuni casi finché hanno conti aperti con la giustizia, in altri anche dopo.
Milioni di ex detenuti (l'America è il Paese con il tasso di incarcerazioni più alto al mondo: quasi l'1 per cento della popolazione dietro le sbarre, ai domiciliari o rilasciata su cauzione) che diventano elettori-fantasma. Norme durissime, molto diverse da quelle in vigore in Europa, spesso introdotte fin dall'Ottocento. Leggi a sfondo razziale: dopo la Guerra civile, finito lo schiavismo, questo era uno dei modi per evitare che i neri esercitassero in massa il diritto di voto, quando era loro riconosciuto (negli Usa gran parte delle persone che hanno problemi con la giustizia sono afroamericani e, in misura minore, ispanici).
Negli ultimi decenni in vari Stati sono emerse tendenze più garantiste che hanno portato a una modifica di queste legislazioni. È il caso del referendum del 2018 nel quale una larga maggioranza della popolazione della Florida ha deciso di restituire il diritto di voto a un milione e 400 mila cittadini dello Stato che hanno ormai saldato il loro debito con la giustizia. L'attuazione di questa misura è stata, però, ostacolata in vari modi (e conflitti analoghi si sono prodotti anche in altri Stati) con la conseguente esplosione di dispute in sede giudiziaria che minano ulteriormente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e rischiano di mettere in dubbio la credibilità del responso delle urne.
A volte queste situazioni caotiche nascono da insolubili rebus burocratici. Come nel caso di Dawn alla quale le autorità che dovrebbero restituirle il certificato elettorale chiedono gli originali dei documenti dello Stato di New York sulla fine delle procedure penali nei suoi confronti. E pretendono anche che i funzionari della Grande Mela firmino una dichiarazione all'interno di un documento dello Stato del Tennessee. Nel caso della Florida, invece, è stato lo stesso governatore, il repubblicano Ron DeSantis, a far varare, subito dopo il referendum, una leggina che condiziona il rilascio del certificato elettorale all'avvenuto pagamento di multe, indennizzi e altre pene pecuniarie accessorie.
Per i conservatori è una misura giusta: se il diritto di votare va restituito a chi ha saldato i conti con la giustizia, è bene che si tenga conto di tutti i capitoli sospesi, pene pecuniarie comprese. Per i progressisti, invece, quella introdotta in Florida è una specie di tassa per l'esercizio dei diritti politici. Un tributo che taglia fuori gran parte del popolo degli ex detenuti visto che, stando alle indagini condotte dalle associazioni per i diritti civili, il 70 per cento non è in grado di saldare il debito: uscito dal carcere e senza un lavoro, non ha i mezzi per pagare le multe.
Il conflitto politico è divenuto ben presto battaglia legale: un giudice ha riconosciuto a chi è stato riabilitato il diritto di partecipare al voto anche se non ha saldato le pene pecuniarie, ma ha applicato la sua sentenza solo ai 17 ex detenuti che avevano fatto ricorso in sede giudiziaria. Per lo stesso motivo un tribunale federale, quello di Atlanta, in Georgia, ha dichiarato incostituzionale la norma votata dal Parlamento della Florida. Che ha fatto subito ricorso alla Corte Suprema dello Stato.
Il rischio di arrivare alle presidenziali di novembre in una situazione giuridica ancora confusa, senza una vera certezza su chi ha diritto di votare e chi non ce l'ha, è rilevante. E la Florida non è un posto qualunque: è uno Stato ricco e popoloso la cui conquista è essenziale per arrivare alla Casa Bianca. Ed è uno Stato in bilico: basta pensare a quello che accadde vent'anni fa quando proprio lo stallo della Florida lasciò per giorni e giorni la presidenza in bilico tra George Bush e Al Gore.
Poi, nel bel mezzo di un riconteggio dei voti, con una differenza di meno di 300 schede a favore di Bush su sei milioni di voti espressi e i democratici che chiedevano una revisione dei criteri usati per individuare le schede nulle, la Corte Suprema improvvisamente assegnò la vittoria al candidato repubblicano. E quattro anni fa la Florida, pur non essendo uno dei tre Stati (Pennsylvania, Wisconsin e Michigan) conquistati da Trump per un pugno di voti (meno di 80 mila in tutto), andò a The Donald con un margine di poco più di centomila suffragi: mettere in pista più di un milione di nuovi elettori sarebbe una scossa non da poco.
Questo della Florida è il caso più grosso e politicamente significativo, ma il fenomeno soprannominato voter suppression crea incertezza e confusione in vari Stati. In America solo Vermont e Maine riconoscono, come da noi, il diritto di voto anche ai detenuti. Poi ci sono 16 Stati (dall'Illinois all'Ohio, passando per la Pennsylvania e la città di Washington) che restituiscono automaticamente il certificato elettorale a chi ha saldato i conti con la giustizia.
In altri 21 Stati (tra i quali i più importanti: California, Texas e New York), il diritto di voto viene restituito, ma solo dopo che l'interessato avrà completato tutte le procedure di riabilitazione. Infine gli 11 Stati (tra essi Florida, Alabama e Arizona) che tolgono i diritti politici agli ex detenuti a tempo indeterminato, anche dopo che tutti i conti sono stati saldati.
L'atteggiamento nei confronti degli ex detenuti è il principale fattore di distorsione dell'elettorato, ma non l'unico: i trucchi per tenere lontani dalle urne i gruppi sociali più deboli (e sgraditi a chi fa le regole) sono tanti: seggi elettorali spostati senza preavviso, trasferiti in luoghi difficili da raggiungere o addirittura soppressi, norme cervellotiche sul documento da presentare per farsi identificare e altro ancora. Anche qui con una coda di ricorsi all'autorità giudiziaria che mina la credibilità dell'impianto elettorale.
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