nessunotocchicaino.it, 1 aprile 2020
Il Somaliland starebbe per rilasciare temporaneamente più di 800 detenuti nel tentativo di combattere la diffusione del Coronavirus nelle prigioni affollate del Paese, ha riportato il Somaliland Standard il 28 marzo 2020. Il presidente del Somaliland, H.E. Musa Bihi Abdi, ha inviato un elenco ufficiale di prigionieri che saranno liberati alle agenzie giudiziarie, tra cui la Procura Generale, il Ministero della Giustizia e il Corpo di custodia per ricevere pareri sui prigionieri che saranno liberati e notizie sul periodo di detenzione scontato finora da ciascuno. Il Presidente ha ordinato che non vengano liberati i prigionieri responsabili di gravi crimini come il commercio di alcol illecito, atti di pirateria, atti di terrorismo, omicidio e stupro.
di Liana Milella
La Repubblica, 31 marzo 2020
Briefing ieri sera della maggioranza con il Guardasigilli Bonafede, oggi la decisione. Escono da Rebibbia le prime 4 mamme in prigione con i figli, dentro ne restano altre. I Garanti chiedono a Mattarella misure effettive. A venti giorni dalle rivolte nelle carceri (13 morti e 35 milioni di euro di danni) e a tredici dal primo decreto (era il 17 marzo) per affrontare l'emergenza del Covid-19 anche nelle patrie galere, M5S e Pd ancora non hanno imboccato la stessa strada per snellire le prigioni e garantire anche lì il rispetto di quel metro che dovrebbe valere, in questo momento, per ogni essere umano. Ma se stai dentro, in una cella con altri quattro o cinque compagni, tutto diventa impossibile. Che fare dunque? Alla vigilia della discussione al Senato sul decreto Cura Italia, che ingloba anche il decreto sulle carceri, i telefoni scottano tra il Guardasigilli Alfonso Bonafede, il Pd, i renziani e Leu. Con una soluzione possibile: fuori dalla cella, e senza braccialetto, chi deve scontare ancora un anno.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 marzo 2020
Ridurre l'affollamento degli istituti penitenziari è l'unica soluzione per tutelare le persone detenute, gli agenti e noi tutti. Fino a quando potrà reggere il discorso dell'isolamento sanitario in carcere se il contagio dovesse ulteriormente estendersi nei penitenziari? Finora, quelli più colpiti sono gli agenti penitenziari e il personale sanitario, quindi medici e infermieri.
di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 31 marzo 2020
L'allarme lanciato dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria. "Oltre alle misure di pre-triage, assieme alla Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening di coloro che ogni giorno accedono alla struttura penitenziaria". Lo dice in una nota Luciano Lucania, Presidente del Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria). Ad oggi nelle carceri italiane sono 15 i detenuti affetti da Covid-19, ma rimane non conosciuto il numero degli infettati tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari.
di Mauro Leonardi
Avvenire, 31 marzo 2020
Domenica al centro dell'Angelus di Francesco, c'era Gesù che piangeva e singhiozzava per la morte dell'amico Lazzaro. "Dio - ha rimarcato - non ci ha creati per la tomba, ci ha creati per la vita": e la tomba di cui parlava papa Bergoglio non era metaforica ma era il realissimo Covid-19 con le sue minacce di morte.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 31 marzo 2020
920 sarebbero già disponibili. I penalisti: "Truffa grottesca, vanifica misure". Anastasia: "Accolte pochissime istanze per i domiciliari, a Rebibbia 12 su 300". Tra le pieghe del Dl "Cura Italia riesce a inserirsi qualche timida misura anche per l'umanità di serie B che vive in carcere.
Il Dubbio, 31 marzo 2020
L'appello che Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria. "Nella sezione femminile di Rebibbia ci sono 9 bambini che vivono con le mamme detenute. Dopo il caso accertato di medico positivo al Coronavirus si facciano uscire i bambini dal carcere affidandoli a familiari o ai servizi sociali o alle stesse madri agli arresti domiciliari".
È l'appello che Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria, Spp, ha rivolto al residente della Repubblica Sergio Mattarella e ai ministri della Salute, Roberto Speranza e Giustizia Alfonso Bonafede. "Una situazione di grande inciviltà che si aggiunge all'autorevole e recente denuncia del presidente Mattarella sulla 'mancanza di dignità in carcerè", spiega Di Giacomo, ricordando i numeri: al 29 febbraio scorso erano ben 55 i bambini con meno di tre anni d'età che vivevano in carcere con le loro madri, alle quali non è stata concessa, per decisione del giudice, la possibilità di accedere alle misure alternative dedicate proprio alle detenute madri. Ad essere recluse con i propri figli sono 51 donne, 31 straniere e 20 Italiane.
Per Di Giacomo "non possono essere i bambini a pagare la sempre più grave disattenzione dell'Amministrazione penitenziaria che si manifesta in relazione alla crescente diffusione del contagio Covid-19 in tutte le carceri italiane. Questi bambini devono uscire subito".
Tra le misure decise per ridurre il numero di detenuti secondo il Dl varato dal Governo la condizione dei bambini in carcere con le madri richiede priorità su tutti gli altri casi - sottolinea il sindacalista - È una situazione insostenibile che va rimossa che come Spp abbiamo denunciato in tempi normali, figuriamoci in questi tempi di emergenza sanitaria. I bambini non devono stare in carcere né tanto meno rischiare la salute", conclude il segretario.
di Marco Bova
Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2020
"Ci hanno dato le mascherine di carta rifiutate dalle Regioni". La denuncia arriva dalla Uil, sindacato degli agenti di polizia penitenziaria che in questi giorni sta raccogliendo segnalazioni dall'intera penisola. Dopo le proteste dei detenuti di alcune settimane fa le tensioni sembrano rientrate. Ma adesso gli agenti temono di trasformarsi in untori che potrebbero condurre il virus all'interno dei penitenziari.
"Ci hanno spedito le mascherine di carta che avevano rifiutato le Regioni, così equipaggiati rischiamo di esporre i detenuti al contagio". La denuncia arriva dalla Uil, sindacato degli agenti di polizia penitenziaria che in questi giorni sta raccogliendo segnalazioni dall'intera penisola. Dopo le proteste dei detenuti di alcune settimane fa le tensioni sembrano rientrate. Ma adesso gli agenti temono di trasformarsi in untori che potrebbero condurre il virus all'interno delle carceri. "Le procedure adottate dal Ministero garantiscono l'accertamento su ogni singolo detenuto, ma noi restiamo la variabile imprevista - dicono - che potrebbe dar vita a un piccolo focolaio". E il timore rimbalza da nord a sud, anche in virtù dell'esecuzione delle scarcerazioni previste dal Cura Italia per i detenuti con pene inferiori ai diciotto mesi.
"Da alcune settimane stiamo operando con soluzioni di fortuna, anche il sindacato stesso ha messo a disposizione alcune mascherine da donare a tutti i colleghi, ma ieri abbiamo ricevuto 5000 di queste mascherine che alcuni governatori hanno definito 'quelle dei cartoni animati'", dice Gioacchino Veneziano, segretario della Uil in Sicilia. "Ci stanno mandando in trincea senza nessuna arma - continua - è inutile che il Ministro Bonafede e il capo di dipartimento Basentini dice di tutelarci, non è così e lo smentiamo con i fatti". Condizione analoga in Puglia, dove "sono arrivate le stesse mascherine di carta", dice Stefano Caporizzi, responsabile regionale del sindacato. "Abbiamo preferito rivolgerci ad alcune aziende locali per averle con un piccolo contributo - dice - e poter evitare di contagiare la popolazione detenuta, che ci chiede di indossarla perché vorrebbero sentirsi più sicuri".
"Noi le mascherine di carta le abbiamo ricevute la settimana scorsa, adesso ci hanno spedito un lotto di mascherine rigide (due a testa) che dobbiamo lavare ogni sera", racconta Domenico Maldarizzi, segretario Uil in Emilia Romagna. "Riteniamo che il numero di dispositivi sia assolutamente non idoneo - continua - basti pensare che a Bologna ci sono stati dei casi tra i sanitari e gli infermieri e l'amministrazione non ci ha mai fornito dei dati ufficiali e anche un detenuto è risultato positivo". Il carcere del capoluogo emiliano alcune settimane fa è stato al centro di una delle proteste più pericolose. "Adesso lavoriamo tra mura nere e piene di fuliggine, all'inizio sono stati trasferiti 40 detenuti, poi nessun altro trasferimento - aggiunge - tra l'altro stiamo avendo difficoltà anche a trovare qualcuno che possa riparare i danni".
"Senza un vettore esterno - continua Caporizzi - nessun detenuto prenderà mai il coronavirus, sono soltanto i fattori esterni a poter portare il contagio all'interno e qualora dovesse avvenire almeno un contagio, si scatenerebbe un focolaio molto preoccupante". La procedura infatti prevede che, anche chi viene arrestato in questi giorni venga sottoposto a una visita pre-triage prima di accedere in carcere. "Molti colleghi sono in quarantena senza tampone", aggiunge. Ed è singolare il caso di Lecce, dove sei agenti sono in quarantena da dieci giorni, in attesa degli esiti del tampone, dopo essere stati a contatto con una detenuta risultata positiva. Alcuni giorni è morto un agente pugliese in servizio al carcere milanese di Opera e i sindacati sono tornati a chiedere i "tamponi per tutti i poliziotti".
"Il rischio più grosso è proprio nelle procedure che dobbiamo eseguire in occasione delle scarcerazioni previste dal Cura Italia: dobbiamo entrare in abitazioni a noi sconosciute a tutti gli effetti, rischiando anche di trovare persone che non hanno denunciato di essere in quarantena o che sono affette da coronavirus senza neppure saperlo", dice Gioacchino Veneziano.
"A Firenze alcuni colleghi hanno sollevato questa problematica - aggiunge Eleuterio Greco segretario Uil in Toscana - e in questi giorni eseguiremo almeno 60 provvedimenti". "Ampliare le pene alternative non è un segnale di resa - conclude Caporizzi - ma in questa maniera si rischia di esporci ulteriormente. Speriamo tutti il meglio, ma se dovesse scapparci il morto, riprenderebbero le rivolte, ne siamo certi".
di Andrea Orlando*
huffingtonpost.it, 31 marzo 2020
Egregio senatore Salvini, illustre onorevole Meloni, mi rivolgo direttamente a voi anche sulla base della vostra volontà, manifestata in più occasioni, di collaborare con il governo e con la maggioranza nella gestione della drammatica crisi che stiamo vivendo. La crisi colpisce ogni ambito della nostra vita civile, sociale e istituzionale, pertanto, credo che la vostra disponibilità non possa che riguardare ogni ambito interessato da essa. Tra questi ve n'è uno particolarmente scabroso e divisivo, eppure assolutamente cruciale come il carcere.
Il Papa ieri ha richiamato l'attenzione di tutti noi sull'argomento. Lo ha fatto evocando l'aspetto umanitario del problema in relazione alla condizione dei detenuti. Il problema è evidente, il virus non colpisce solo gli incensurati ed è evidente che in un circuito penitenziario nel quale dovrebbero stare circa 45.000 e nel quale, attualmente, sono recluse più di 60.000 persone, la possibilità di realizzare il distanziamento sociale è una barzelletta di pessimo gusto. Non mi sfugge, cari colleghi, che il vostro posizionamento politico di questi anni si è incentrato sul tema della certezza della pena.
Si potrebbe opinare che la pena può essere certa e persino dura e sicuramente più utile alla collettività, senza necessariamente risolversi nella reclusione, ma non è il tempo di fare questa discussione.
Adesso la questione si pone su un altro piano. Il mancato distanziamento sociale dietro le sbarre può fare del carcere una vera e propria bomba epidemiologica. I timidi provvedimenti assunti non sono in grado di evitare questo scenario. Occorrerebbe più coraggio. Il carcere non è un'isola. Ogni giorno dagli istituti penitenziari escono ed entrano migliaia di persone.
In primo luogo le donne e gli uomini della polizia penitenziaria, e con loro, un numero significativo di medici, infermieri, educatori, tecnici e dirigenti penitenziari.
Il contagio non resterebbe chiuso tra le mura. E potremmo così trovarci, superato il picco della diffusione del virus nel Paese, a fare i conti con un ritorno di fiamma provocato proprio dal carcere trasformato in un enorme focolaio. Se non sono sufficienti, dunque, i richiami al senso di umanità che pure non penso vi siano indifferenti, faccio appello al vostro indubitabile attaccamento al nostro Paese già troppo gravato da ipoteche e angosce.
Peraltro il primo provvedimento deflattivo per far fronte al sovraffollamento, in condizioni assai meno drammatiche, di quelle attuali, fu varato meritoriamente da un esecutivo sostenuto dalle forze politiche che attualmente guidate. Le timide norme contenute nel decreto in conversione alle Camere credo riescano in modo soltanto parziale a ridurre i pericoli che ho paventato, eppure anche quelle, hanno già suscitato da parte vostra durissime polemiche.
Sono consapevole che il tema si presta a fraintendimenti e strumentalizzazioni e a dire il vero affrontarlo in modo razionale non è mai fonte di consenso. Eppure credo che sia necessario mettere da parte su questo come su altri punti le nostre legittime aspirazioni e riconsiderare le nostre convinzioni più radicate alla luce di ciò che sta avvenendo. Questo sacrificio non è richiesto soltanto a voi. Tutte le forze politiche sono chiamate a ridiscutersi e a rivedere molte delle loro parole d'ordine. Credo che l'interesse della nostra comunità lo giustifichi ampiamente. Aprire dunque, rapidamente una discussione sul carcere che tenga conto di questa fase e non ricalchi il copione di questi anni, è assolutamente necessario, vi ringrazio se soltanto vorrete prendere seriamente in considerazione questa possibilità.
*Deputato Pd
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2020
Corte di cassazione - Sentenza 30 marzo 2020 n. 10867. Nel caso in cui il giudice non abbia stabilito un termine per il pagamento della somma di denaro al cui adempimento ha subordinato il beneficio della sospensione condizionale della pena, esso coincide con quello dell'irrevocabilità della sentenza di condanna. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza n. 10867 di ieri, affermando un principio di diritto ed annullando (con rinvio) il provvedimento del tribunale di Modena che aveva rigettato la richiesta di revoca della sospensione condizionale della pena richiesta dal Pm.
Il diniego della revoca, nonostante la condanna per appropriazione indebita fosse divenuta ormai definitiva da diversi mesi, si fondava sul fatto che in assenza di una specifica indicazione, il termine per adempiere doveva intendersi fissato in cinque anni dal passaggio in giudicato della decisione. Un periodo dunque coincidente con quello cosiddetto di "osservazione" (articolo 163 c.p.) al termine del quale se il condannato non ha commesso reati, la non esecutività della pena diventa definitiva.
Per la I Sezione penale, tuttavia, tale orientamento, presente anche nella giurisprudenza di legittimità, non tiene conto del fatto che l'articolo 165 c.p., sugli obblighi del condannato, al quarto comma, specifica che "la sospensione condizionale della pena è comunque subordinata al pagamento della somma determinata a titolo di riparazione pecuniaria". Ciò, ovviamente, nell'ottica di favorire "le condotte restitutorie o risarcitorie". Ragion per cui "la trasposizione del termine fissato dall'art. 163 c.p. nella disciplina del 165 è del tutto incongrua" rispetto alle finalità della norma. Dunque, quando l'obbligo da adempiere, indicato nella sentenza di condanna quale condizione per la concessione della sospensione condizionale, consiste nel pagare danaro alla persona offesa, "il termine non può che identificarsi con quello di adempimento delle obbligazioni pecuniarie". In questo senso è limpido il precetto contenuto nell'articolo 1183, primo comma, cod. civ., secondo cui "se non è determinato il tempo in cui la prestazione deve essere eseguita il creditore può esigerla immediatamente".
Tirando le somme: quando, come nel caso di specie, la sospensione condizionale della pena è subordinata al pagamento di una somma di danaro, "non si giustificherebbe una scadenza ai fini dell'adempimento posticipata rispetto al passaggio in giudicato della sentenza". E ciò in considerazione del fatto che l'obbligo imposto giudice penale "non ha contenuto nuovo e autonomo rispetto a quello civilistico, per il quale il legislatore sancisce principio per cui il creditore può esigere immediatamente l'adempimento dell'obbligazione se non deve essere stabilito uno specifico termine".
In conclusione, "nel caso in cui la clausola apposta al beneficio previsto dall'art. 163 cod. pen. riguardi il pagamento di somma di danaro liquidata a titolo di parziale risarcimento del danno da reato subito dalla persona offesa costituitasi parte civile e la sentenza non abbia indicato alcun termine specifico per l'adempimento, la statuizione penale deve intendersi integrata, trattandosi di statuizione civile immediatamente esigibile, nel senso che il termine di adempimento coincide con la data di irrevocabilità della sentenza".
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