di Alfio Pennisi
ilsussidiario.net, 23 febbraio 2020
Da numerosi anni un gruppetto di "ospiti" della Casa circondariale si coinvolge in un laboratorio teatrale che porta in scena testi classici. Telemaco è dentro per spaccio; anche Ulisse, d'altronde, e buona parte dei Proci. La maga Circe, laureata, colta, ha in carnet una lunga serie di reati finanziari. C'è chi ha sulle spalle un ergastolo per omicidio e chi, come Penelope, ha truffato le vecchiette. Antinoo, il capo dei Proci, è uno di rispetto; è bravo, ha imparato tra i primi la parte a memoria, e se la gode un sacco a impersonare un prepotente.
Siamo in carcere - in Sicilia, a Catania - e siamo sul palcoscenico. Da numerosi anni, infatti, un gruppetto di "ospiti" della Casa Circondariale (cambiano ogni volta, o quasi) si coinvolge in un laboratorio teatrale che porta in scena testi di diverso impatto, alcuni ardui, altri più leggeri: I miserabili e Barabba, La giara e San Giovanni decollato, tanto per intendersi. Quest'anno il passo è stato coraggioso: l'Odissea, si sarà capito.
Non è solo roba di regista e di attori, ma l'esito di un grande lavoro solidale, che mette insieme istituzione, detenuti e volontari. Le musiche, ad esempio, le ha scelte un volontario che ne capisce. Il laboratorio di falegnameria ha forgiato le armi, incluso il famoso arco di Ulisse; il laboratorio di taglio e cucito - reparto femminile - prepara gli abiti di scena, la Mof (Manutenzione ordinaria fabbricati, curata da detenuti lavoratori alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria) si è messa sotto per montare palco e sipario. Alle scenografie pensa uno degli attori che ha particolare vena creativa: con pennarelli, cartone, taglierino e sparachiodi ha realizzato alberi, cespugli e i giganteschi oggetti della caverna di Polifemo.
Ma tutto questo gran lavoro non servirebbe a nulla, anzi, neanche ci sarebbe, se i primi a crederci non fossero Direzione e Polizia penitenziaria, che dispiegano ogni energia perché il laboratorio vada avanti e lo spettacolo ci sia. Il perché di questo grande impegno non è difficile da capire. Sul valore redentivo del teatro in carcere hanno scritto in tanti, e ci sono esperienze - in questo ambito - che si sono guadagnate stima diffusa e riconoscimenti prestigiosi: la Compagnia della Fortezza, a Volterra, le Compagnie del Teatro Libero di Rebibbia: l'Odissea catanese - bisogna ammetterlo - non è a questo livello, non ancora, per lo meno; ma ciò nulla toglie al valore umano ed educativo della vicenda.
Che se è vero che l'educazione è il cammino verso la scoperta non solo delle cose ma del senso che esse hanno, è altrettanto vero che questo cammino può cominciare - per tutti, ma specialmente per queste vite per tanti versi "sbagliate" e indurite - solo per una passione che muove e commuove, e una passione si muove solo per una bellezza incontrata.
L'ultima replica dello spettacolo, quella che i detenuti realizzano di fronte ai loro familiari, lo dice con evidenza. Per motivi di sicurezza, siamo nella sala colloqui: niente palcoscenico, niente sipario, scenografia ridotta all'osso. Ed anche la recitazione ogni tanto si inceppa: esibirsi di fronte agli occhi sgranati di madri, mariti, compagne, figli fa tremare la voce, anche a quel gradasso di Antinoo.
Alla fine, più degli applausi, restano nella mente alcune parole. Le prime sono quelle di chi ha dato voce a Polifemo: "Professore, e ora? Che facciamo? Sa, noi le prove del venerdì le aspettiamo tutta la settimana". Le seconde sono quelle di Telemaco, che spera di uscire a marzo: "Quando sono fuori, come faccio a continuare? Me lo presentate qualcuno che mi fa fare ancora teatro?". Le ultime sono quelle della mamma di un attore, il più giovane del gruppo, all'indomani dello spettacolo. È una donna semplice ed una brava mamma, che si strugge per quel suo figlio che è dietro le sbarre e che "dentro è buono, ne sono sicura". Quello che dice farebbe felice qualunque insegnante. "Sa, professore? Ieri sera, tornati a casa dopo lo spettacolo, con mio marito ci siamo messi al computer e siamo andati a cercare l'Odissea. Che cosa bella!". Si ferma un po', sovrappensiero, poi aggiunge: "Continuate, per favore. Le cose belle fanno nascere cose belle".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 23 febbraio 2020
Prossima udienza il 7 marzo. La mobilitazione internazionale senza precedenti non basta, detenzione rinnovata e attacchi omofobi per lo studente egiziano. Patrick George Zaki resterà dietro le sbarre per altri 15 giorni. Lo ha deciso ieri la Procura del Mansoura-2, nella città natale di Patrick, a circa 120 km dal Cairo. Il ricercatore è comparso al palazzo di giustizia con i capelli rasati, l'udienza è cominciata intorno alle 11 ora italiana ed è durata meno di un'ora. In aula erano presenti anche Peter Salling, funzionario della delegazione dell'Unione europea, e alcuni rappresentanti dell'ambasciata statunitense. Patrick manca dall'Italia ormai da due settimane, da quando il 7 febbraio scorso appena atterrato al Cairo è stato sequestrato e torturato. Su di lui pendono accuse pesanti, tra cui propaganda sovversiva e istigazione al terrorismo.
Non sono bastate le pressioni internazionali, dalle dichiarazioni di vari esponenti politici e di governo italiani alle decine di piazze europee riempite in queste settimane fino alla curva del Bologna che a Patrick, tifoso e appassionato di calcio, ha dedicato uno striscione.
Secondo una fonte vicina al team legale di Patrick in questi giorni la Sicurezza di stato avrebbe fatto diverse telefonate a persone impegnate per la liberazione dello studente copto, chiedendo di tenere un profilo più basso e di non esporsi con i media internazionali. Non è chiaro se si tratti di una mossa mirata a placare le polemiche per poi liberare Patrick alla prossima udienza senza troppo clamore, o se invece sia un tentativo per far smobilitare la campagna e far cadere anche questa storia nel dimenticatoio. Il rinnovo della detenzione è una formalità che per molti detenuti politici in Egitto si ripete anche decine di volte senza un rinvio a giudizio e senza che l'indagato venga messo davanti a prove o testimonianze.
La frustrazione è tanta tra gli amici e i solidali della campagna, che ha visto una mobilitazione senza precedenti per un prigioniero egiziano. Ieri in molti si aspettavano che il regime avrebbe ceduto di fronte all'opinione pubblica internazionale e alle pressioni politiche. "Sono stanco, mi sento impotente e inutile", ha twittato Amr Abdelwahab, amico di Patrick in esilio a Berlino, tra i promotori della campagna social.
In queste settimane in risposta alla mobilitazione internazionale in Egitto si è intensificata anche la campagna di attacchi denigratori sui media pro-regime. "L'argomento degli studi di Patrick Zaki sono i "diritti dei gay" e lui è un attivista per i diritti dei gay e transgender. Questo mette a tacere tutti coloro che lo difendono e che vogliono farlo apparire come vittima" ha scritto il sito Akhbar el-Yom, sfruttando la diffusa omofobia per legittimare un arresto politico.
Intanto l'Eipr (Egyptian Initiative Ffor Personal Rights, l'ong con cui Patrick aveva collaborato) ha presentato un ricorso per chiedere che venga aperta un'inchiesta sulle violenze subite dal giovane nelle prime ore del fermo. La prossima udienza per il rinnovo della detenzione è prevista ora per il 7 marzo, ma secondo l'Eipr il procuratore ha il potere di decidere in qualsiasi momento il rilascio di Patrick.
"Lo Stato egiziano pensa che nessuno possa chiamarlo a rispondere delle sue azioni" scrive Abdelwahab. "Ora non c'è più tempo per discorsi e dichiarazioni vuote - dice riferendosi alle iniziative delle istituzioni italiane ed europee. Avviare immediatamente un'escalation di pressioni sull'Egitto: richiamare gli ambasciatori, interrompere i rapporti economici, fermare l'esportazione di armi". La campagna ora deve prepararsi a una mobilitazione di lungo periodo.
Ed è emblematico che, sempre nella giornata di ieri, mentre Patrick era in manette trattato da terrorista, i due figli dell'ex dittatore Mubarak, Alaa e Gamal (a piede libero), venivano assolti da una corte del Cairo per una spregiudicata speculazione in borsa risalente a oltre 10 anni fa.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 22 febbraio 2020
Il proposito del ministro Lamorgese potrebbe far tracimare le galere di nuovi detenuti in custodia "cautelare". La signora ministro dell'Interno, Lamorgese, che allontana da sé le tentazioni partitiche, ha dalla sua un'esperienza professionale e un riconosciuto buon senso. Doti che sembrano ambedue tradite dal proposito di modificare le norme in vigore (già effetto di una correzione costituzionale) così da attuare la reclusione in carcere per i responsabili recidivi di piccolo spaccio.
di Guglielmo Gulotta
Il Dubbio, 22 febbraio 2020
Prescrivere la prescrizione? Analisi sulle opzioni in campo. C'è un confronto di due atteggiamenti nei rispetti della prescrizione che lasciano trasparire delle prospettive ben più profonde. Da un lato c'è chi pensa che stabilire dei tempi non brevi per far venir meno l'interesse dello Stato a punire il colpevole, sia un'ingiustizia sociale.
di Liana Milella
La Repubblica, 22 febbraio 2020
La scadenza di fine mese potrebbe saltare per l'ostruzionismo. Ipotesi "ghigliottina". Nubi nere sul decreto intercettazioni. È appena alle spalle la buriana del Senato, e già si apre quella di Montecitorio. Con la minaccia per il governo di non farcela a convertirlo per il 29 febbraio, giorno della sua scadenza.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 22 febbraio 2020
A colloquio con Gian Domenico Caiazza, folgorato sulla via della giustizia liberale da Pannella e Tortora. La sua guerra al "magistrato monologante". Pannella lo folgora una sera dalla tv, "un confronto con il segretario del Pci, Giancarlo Pajetta. Un confronto impossibile. La modernità di Pannella, che parlava del non perdere la dimensione libertaria a sinistra, una cosa che io avevo sempre sentito, che mi impediva di essere totalmente comunista"
Così entra nell'orbita pannelliana, ancora studente frequenta la fondazione Piero Calamandrei, "e nonostante fossi certo di voler fare il penalista, incontro Stefano Rodotà, allora su posizioni molto avanzate. Altra folgorazione: i diritti della persona, il diritto all'identità personale, all'identità politica. Cose che oggi noi diamo per scontate ma che all'epoca erano avanguardia assoluta. Rodotà mi affidò una tesi sui rimedi risarcitori della lesione dei diritti della personalità. Tipo il danno biologico. Comincio a collaborare con la fondazione. Ma sempre mettendo davanti la carriera da avvocato".
E avvocato significa penalista, "una cosa diversa da tutte le altre", si eccita Caiazzone. "Feci qualche tempo di pratica da un civilista, giusto per capire che non mi interessava proprio. Poi feci un po' di tutto, ed ero solo procuratore legale quando un avvocato grosso, Marcello Petrelli, mi chiede di entrare a studio, grazie al nipote che studiava con me".
La storia che gli cambia la vita è il processo Tortora, il più incredibile scandalo giudiziario italiano. Arrestato nel 1983 in favore di telecamera, con tredici pentiti che accusano incredibilmente il più famoso anchorman del momento di essere uno spacciatore per conto della camorra. Una cosa difficile da capire, oggi. Quant'era famoso Tortora? Come Fiorello? "No, era il giornalista più famoso d'Italia". "Un giornalista che faceva una trasmissione popolare. Faceva 20-21 milioni di spettatori, una cosa oggi impensabile. Aveva fatto la Domenica sportiva". Quando viene assolto, già malato di cancro, Tortora nomina Caiazza "per una serie di querele contro i giornali che lo massacrarono".
Il rapporto tra stampa e magistratura era particolarmente virulento. "Era l'uomo più popolare d'Italia, che a un certo punto aveva tradito gli italiani. Era l'untore. I giornali erano feroci. Un clima micidiale: facemmo due cause contro Il giornale di Napoli, un quotidiano che oggi non esiste più, che era l'house organ della procura.
Due querele, due assoluzioni del giornalista scandalose, che il giornalista sapeva prima, e mi preannunciò. Mentre i giudici erano ancora in Camera di consiglio mi venne a dire: 'Sarà insufficienza di prove su dolo", e così fu. Per dire il clima di quegli anni. Chi erano i giornalisti che non presero parte al coro? "Enzo Biagi, Giorgio Bocca, e Vittorio Feltri, inviato del Corriere al processo a Napoli".
Poi, insieme a Vincenzo Zeno Zencovich "fummo gli avvocati nella causa per responsabilità civile dei giudici". Perché Tortora tentò di rivalersi per i processi avventati, le accuse assurde, le manette. Persa. "No, non arrivammo neanche a farla. Prima ci querelarono per calunnia". Ma come per calunnia? "In quanto avvocati". "Poi sollevarono la questione costituzionale. Poi la Corte costituzionale ci dette ragione. Ma dopo quattro anni e mezzo decidemmo di lasciar perdere. Citare per responsabilità civile dei magistrati che erano stati tutti promossi 'con encomio', ci arrendemmo". Tortora morì durante la causa.
Poco prima: "Quanto chiediamo di danni?", gli chiesi. Io pensavo di lasciar fare al giudice. "Lui invece mi citò il Signor Bonaventura, il personaggio del Corriere dei piccoli, quello di "Qui comincia la sventura del signor Bonaventura".
Le storie di questo personaggio, un omino misterioso e elegante vestito di rosso, seguivano uno schema sempre identico: la sventura del protagonista si trasformava in un beneficio altrui e culminava inevitabilmente nella fortunata vincita di "un milione" (di lire: cifra pazzesca per l'epoca, diventato "un miliardo" negli anni Cinquanta). Quanto gli chiediamo, Enzo? "Cento miliardi", risponde Tortora, dal suo letto di ospedale. Una cifra astronomica, assurda, il milione del signor Bonaventura, che però colpisce l'attenzione di tutti, e infatti quella richiesta, che pure rimase simbolica, finì su tutte le prime pagine".
Il rapporto tra magistratura e informazione si capisce che è il cuore del problema, siamo sempre nella scuola pannelliana. "Quando l'opinione pubblica capì con l'assoluzione che Tortora era una vittima, la stessa opinione pubblica che era massicciamente colpevolista, con l'84 per cento andò a votare il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Sono le stesse persone che tre anni prima lo linciavano. Ecco perché non si può legiferare in base alla pancia delle persone, soprattutto in una materia come il diritto penale", si infiamma Caiazza.
"Ecco perché il diritto penale è un tema che va governato da chi ha saldezza di principi. Non si possono seguire gli umori della gente". E come si fa? Togliamo il suffragio universale? Io sono d'accordo. "No, si tratta di pretendere che la politica torni a fare il proprio mestiere. Ascoltare ma non seguire. Decidere".
Il problema, dice ancora Caiazza, è che quelli di una giustizia liberale "sono valori controintuitivi. Come il principio di non colpevolezza. Se uno è stato arrestato, di no, e rimasi però l'avvocato di Marco e dei radicali. Le cause più stravaganti. Tutti i processi per droga. Preparavamo le bustine di marijuana, con una dose limite, che fosse superiore al consentito, di pochissimo, poi andavamo a sventolarla sotto il naso dei poliziotti.
Loro erano stufi, facevano finta di non vedere, andavamo a chiamarli, allora erano costretti ad arrestarli. Allora si faceva una perizia, sulla "dose drogante", arrivavano i farmacologi, si faceva un gran casino e la cosa finiva sui giornali".
Insomma, nonostante lo studio lussuoso, pare che Caiazzone non abbia venduto l'anima al grande capitale, né ha sposato la figlia del boss. La moglie è invece Ada Pagliarulo, caporedattrice a Radio radicale, "ci conoscemmo da ragazzini, lei era figlia di un magistrato, i nostri genitori erano entrambi di Polla, in provincia di Salerno, dove entrambi andavamo in vacanza.
Quando sono venuto a Roma l'ho chiamata, così, senza immaginare. Lei era molto più avanti: femminista, radicale da sempre, ha cominciato a fare la giornalista a TeleRoma56", che pure era una fucina radicale. Se si fosse dedicato a processi un po' più sostanziosi e tradizionali avrebbe fatto più soldi. "Eh", sospira, "va bene così", e questi quadri? Giosetta Fioroni?
"Sono tutti regali di clienti", e ce n'è uno però non riconoscibile, "è di Ottaviano Del Turco", ultimo segretario del Psi e presidente della regione Abruzzo, arrestato dodici anni fa per una vicenda di malasanità. "Lui massacrato, la sua giunta sciolta, tutti arrestati, sulle sole parole di un imprenditore che disse di aver dato 6 milioni di euro di tangenti.
Soldi che non sono mai stati trovati. Siamo stati assolti da quasi tutto. Intanto anni di carcere, ostracismo sociale, una cosa simile a quella di Tortora, una delle più grandi battaglie a cui io abbia mai partecipato". Ma insomma fa anche dei casi normali? Qualche omicidio? "Sì, sì, certo, omicidi, criminalità comune. Faccio tutto". Perché in fondo è un avvocato. Anche se non avvocato del popolo, come il premier. "Un'espressione che mi fa rabbrividire".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 febbraio 2020
Pubblicate le Linee guida 2020 del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Secondo il Dap le sentenze avrebbero modificato la ratio del carcere duro, ma sia la Cedu sia le Corti italiane hanno ribadito che le misure non devono essere inutilmente afflittive.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 22 febbraio 2020
C'è però la crescita delle segnalazioni di minori per associazione mafiosa. Necessaria una maggiore attenzione alle esigenze di dialogo e vita con il "fuori", per i ragazzi che sono dentro.
Il rapporto Guarire i ciliegi prende spunto da un verso della canzone di Fabrizio De André "Un medico" e costituisce l'ossatura del V Rapporto Antigone sugli Istituti Penitenziari Minorili (IPM). In estrema sintesi: diminuiscono sia i reati che i detenuti; irrilevante la prescrizione; i ragazzi in IPM sono soprattutto italiani; soddisfacente il sistema delle comunità. Antigone sottolinea tuttavia la crescita delle segnalazioni di minori per associazione mafiosa; l'interpretazione troppo restrittiva della riforma della normativa minorile del 2018; e chiede maggiore attenzione alle esigenze di dialogo e vita col fuori, per i ragazzi dentro.
di Angela Azzaro
Il Riformista, 22 febbraio 2020
Le intercettazioni non colpiscono solo i diritti della persona e per una giustizia giusta. Hanno lasciato per terra un'altra vittima: esangue, umiliata, senza più un filo di voce autorevole. Questa vittima si chiama informazione: di carta, web e televisiva. Decenni di intercettazioni sbattute sulle pagine dei giornali, hanno cambiato anche il modo di fare informazione, hanno modificato il rapporto che i giornalisti hanno con le notizie.
Invece di indagare, approfondire, verificare la fonte, tutto è di colpo più facile: basta prendere le intercettazioni fatte delle procure, non preoccuparsi della privacy o della dignità delle persone e pubblicare tutto, sperando di vendere di più. L'apice lo abbiamo raggiunto con Berlusconi: tutto, ma proprio tutto, è stato ripreso da media. Spesso il penale non c'entrava per nulla. E con la scusa della morale, molti giornali hanno proposto pagine e pagine che di morale avevano poco, trasudavano invece moralismo, perbenismo. E ferocia.
In nome della libertà di espressione, ormai è passata l'idea che si possa e debba mettere in piazza la vita privata delle persone e se, dicono qualcosa di sbagliato, le si sottopone al pubblico ludibrio. Inutile ricordare come una parola fuori contesto assume un significato diverso da quello originale, ancora più inutile sottolineare come una dichiarazione fatta in privato non ha la stessa valenza di una dichiarazione pubblica. Ciò che conta è spiare, osservare gli altri dal buco della serratura come davanti alla scena primaria, quella che secondo Freud mette tutti davanti alla scoperta della sessualità dei propri genitori. E qui troviamo una seconda vittima di questa messa in scena che sa tanto di gogna, lettori, spettatori e quindi cittadini e cittadine che in questi anni si sono nutriti di questi racconti.
Abbiamo letto le vite degli altri, abbiamo sorriso, a volte anche riso, delle altrui debolezze, abbiamo fatto processi sommari sulla base di un dialogo, di una frase, di un altrui risata. Siamo diventati spietati. Le intercettazioni non ci hanno reso più sensibili, più attenti, più solidali.
Al contrario hanno spezzato la possibilità di identificarci nell'altro: nei suoi errori, nelle sue debolezze, nelle sue paure. Quando leggiamo questi racconti, trascritti quasi sempre malamente e ora scopriamo anche distorcendo il significato, dimentichiamo d'un colpo millenni di cultura, di storia, di letteratura. Se con Fëdor Dostoevskij abbiamo avuto la possibilità di entrare nella testa e nel cuore di un assassino, di perdonare il suo gesto, leggendo i resoconti dello spionaggio delle procure, siamo diventati solo più cattivi, insensibili, pronti a giudicare e condannare l'altro.
Nel romanzo La Panne di Friedrich Dürrenmatt un pm, un giudice, un avvocato e un boia si divertono a rifare i grandi processi del passato oppure si accaniscono su persone prese a caso, convinte, come Davigo "che tutti abbiano una colpa da nascondere".
I quattro un giorno incontrano un commesso viaggiatore, a cui si è rotta la macchina e a cui danno ospitalità, che viene processato e condannato. A morte. Lo scherzo finisce in maniera tragica, perché l'imputato per gioco si toglie la vita per davvero. Il terribile gruppo oggi è composto anche da giornali e tv. E da tutti noi.
Finché quelle intercettazioni non sconvolgono anche le nostre vite, la nostra privacy. Ma c'è chi continua a chiamare la loro pubblicazione libertà di espressione. Almeno cambiamogli nome e chiamiamola, più precisamente, libertà di spiare e di linciare, con la benedizione dell'Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa che o non dicono nulla o difendono questa barbarie. Il romanzo di Dürrenmatt, che è anche un film con Alberto Sordi, ha come sottotitolo: una storia ancora possibile.
di Alberto Mingardi
Gazzetta del Mezzogiorno, 22 febbraio 2020
La discussione politica non è una conferenza fra specialisti: e dunque, giustamente, semplifica, smozzica, traduce questioni complesse in materia digeribile dai più. Fa impressione però il tenore del dibattito sulla prescrizione. I sostenitori della riforma Bonafede sono riusciti a far passare l'idea che coloro che vorrebbero abolirla o rivederla in realtà vogliano soltanto creare conflitti all'interno della compagine governativa.
Questo, nel caso di Renzi, che fa di tutto per confermare l'impressione. Nel caso dell'opposizione, va da sé che Forza Italia rappresenta i corrotti e Salvini e Meloni, pure più prudenti del solito sulla questione, vorrebbero rappresentarli, ereditando tutto il pacchetto di "deplorabili" elettori berlusconiani.
È un mondo senza sfumature di grigio, guardie da una parte ladri dall'altra, e all'italiano medio, convinto - tutto sommato non a torto - che il grosso della classe dirigente del Paese giochi nella seconda delle due squadre, riesce facile capire per chi parteggiare. In realtà i giuristi spiegano che la prescrizione è parte dell'istituto del processo penale, non va considerata di per sé ma nell'economia del funzionamento complessivo del nostro diritto.
Alla più parte di noi dovrebbe bastare sapere che la prescrizione esiste a garanzia del diritto di difesa, serve affinché nessuno di noi possa subire processi infiniti perché sospettato di un certo reato. Se adottiamo il punto di vista per cui ognuno di noi è colpevole fino a prova contraria, va da sé che si tratta di un regalo ai criminali. Ma se pensiamo che sia vero il contrario, che civiltà voglia che ciascuno di noi sia considerato innocente fmché non emergono prove chiare a dimostrarne la colpevolezza, la prescrizione fa parte di quell'insieme di norme, comportamenti, istituti che passano sotto il nome di "certezza del diritto".
Perché la certezza del diritto è tanto importante? In buona sostanza, perché è uno dei modi coi quali si limita il potere: il potere dello Stato e dei suoi tentacoli, magistratura inclusa. Perché è importante limitare quel potere? Basti pensare alla più nota delle defmizioni di Stato: il monopolio della violenza legittima. La parola "violenza" non è lì per caso. Le nostre chiacchiere di tutti i giorni sono intrise di "potere".
Riteniamo che sia potente tizio oppure caio, immaginiamo poteri forti che tramano nell'ombra, consideriamo una grande impresa un "potere economico", c'è "potere" persino nei reality televisivi e nelle più scalcinate associazioni di periferia. Però nessuno di questi "poteri" può, se lo ritiene, requisirti la vita. Nessuno può bloccarti i conti correnti. Nessuno può decidere che per alcuni mesi o anni non potrai andare dove vorresti, o vedere le persone che desideri, quando lo desideri.
Il potere pubblico cerca di limitare la violenza nella società, la monopolizza per ridurre lo spazio a disposizione dei banditi di strada, di stupratori e topi d'appartamento. Ma chi monopolizza le risorse di violenza si trova a godere di immense possibilità di condizionare le vite degli altri.
"Se gli uomini fossero angeli, nessun governo sarebbe necessario. Se gli angeli governassero gli uomini, nessun controllo - esterno o interno - sul governo sarebbe necessario. Nel prefigurare un governo di uomini su altri uomini, questa è la difficoltà più grande: prima bisogna permettere al governo di controllare i governati, poi obbligare il governo a controllare se stesso".
In quattro righe, James Madison sintetizzò alla perfezione quello che è il problema di una società che voglia essere libera e ordinata. Le due cose non sono solo compatibili, lo sono necessariamente: senza un minimo di ordine, non si può godere appieno della libertà. Ma senza libertà non c'è ordine, c'è arbitrio, c'è un regime di terrore o la sua anticamera.
Ecco, il diritto è uno degli strumenti che abbiamo ereditato per cercare di mantenere questo equilibrio delicato. La prescrizione sarà pure materia che si presta a contingenti valutazioni politiche. Ma pensare che si tratti soltanto di questo, accettare che così ci venga raccontata, vuol dire rivelare che non si pensa che il potere debba essere limitato.
Effettivamente per contenere, limitare, circoscrivere il potere serve sempre una cultura che abbia proprio questa limitazione come obiettivo, una cultura che informi i comportamenti e le parole della classe politica ma anche di tutti noi. In Italia quella cultura è oggi patrimonio di pochissimi. Forse anche questo contribuisce a spiegare lo stato miserevole delle nostre istituzioni e del nostro Paese.
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