di don Gennaro Pagano*
Il Riformista, 29 marzo 2020
La consapevolezza della difficoltà del tempo presente dovuta alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia che ha colpito il nostro paese, in alcune aree in modo drammatico in altre ancora contenuto, mi spinge in qualità di Direttore della Fondazione Regina Pacis, da sempre vicina alle istanze dei più fragili e marginali, ad invocare soluzioni importanti capaci di tener conto del bene integrale della persona e delle fasce più marginali della popolazione. Più volte ho sentito ripetere da qualcuno che l'epidemia da covid-19 è democratica in quanto potenzialmente coinvolge tutti: se lo è dal punto di vista biologico e medico non lo è dal punto di vista sociale.
Siamo nel bel mezzo di una crisi che non è più esclusivamente sanitaria ma anche psicologica, sociale, economica. Pertanto credo, con i mezzi che solo chi governa e amministra può immaginare, anche questi altri tre criteri (psicologico, sociale, economico) debbano essere utilizzati con maggior centralità, nell'ambito della riflessione politica e sociale.
Nell'affermare tale istanza penso ad alcune fasce di marginalità sociale che soffrono più di altre in questo momento.
I minori. Bombardati da continui bollettini di guerra, spesso in balia di genitori che a causa della propria comprensibile ansia fanno fatica ad essere rassicuranti, respirano un senso di insicurezza che probabilmente avrà in molti di loro forti ricadute dal punto di vista della salute psichica. L'assenza totale dalla vita dei bambini e degli adolescenti di adulti di riferimento, come maestri, insegnanti, educatori, operatori che spesso sostengono i loro genitori nel compito educativo e di cura, ha per alcuni di essi conseguenze disastrose.
Penso soprattutto a quei bambini che vivono in famiglie multiproblematiche, come molti dei minori che frequentano i nostri Centri Diurni: dal loro orizzonte è completamente scomparso un adulto di riferimento esterno alla famiglia, capace di coadiuvare quest'ultima, di sostenerne la resilienza e di vigilare sulla loro salute integrale. Inoltre per molti ragazzi che vivono in famiglie con enormi problemi economici e di arretratezza culturale e multimediale, la didattica a distanza è solo una terminologia incomprensibile e un'esperienza inarrivabile.
I detenuti. Occupandoci di accoglienza di adolescenti di aera penale e di donne provenienti dall'esperienza carceraria, il nostro rapporto con alcune strutture detentive è costante. Io stesso, in qualità di Cappellano, mi reco quasi ogni giorno nell'Istituto Penale per Minorenni di Nisida, constatando la difficoltà del momento, la tensione dei ragazzi e la problematicità nella gestione del tempo: se non fosse per la dedizione creativa del Direttore e della costante disponibilità del Comandante di Reparto, unitamente alla collaborazione della Magistratura Minorile e di tutto il Personale, i detenuti, privi dei colloqui, delle occasioni ricreative organizzate dal volontariato carcerario, delle attività formative e laboratoriali si troverebbero a fare i conti con un tempo vuoto, generatore di malessere interiore e di dinamiche pericolose.
Se in un Istituto minorile la competenza di chi vi lavora riesce a contenere e a gestire il tutto, in Carceri ben più grandi la situazione è seria e pericolosa - non solo dal punto di vista sanitario - tanto per il personale, quanto per i detenuti. In uno stato civile è impensabile che, seppur in una situazione emergenziale, la vita carceraria possa proseguire a lungo in questa sorta di limbo dove, contrariamente a quanto affermato dall'articolo 27 della nostra Costituzione, si fa fatica in questo momento ad offrire stimoli realmente rieducativi.
I disabili. La chiusura di diversi centri specializzati e di molte realtà socio- educative sta producendo un'inevitabile ricaduta psicologica su molte persone con disabilità e lascia sprofondare in un senso di stanchezza e di indicibile solitudine molte delle loro famiglie. In molte zone del paese anche l'assistenza domiciliare è stata sospesa o mai avviata. Occorre fare qualcosa in tal senso per evitare delle vere e proprie tragedie familiari, pensando a modalità di fruizione dei servizi che possano mettere insieme le istanze sanitarie con quelle psicosociali dei disabili e delle loro famiglie.
Le tre categorie a rischio di marginalità appena citate non sono le uniche: molti sono i problemi sociali prodotti da questa reclusione forzata e necessaria, fra tutti ad esempio le problematiche legate alla violenza domestica. Per questo, come Fondazione, raccomandiamo che lo stato di necessità sia più che mai valutato e rivalutato, modulato e rimodulato anche a partire da serie considerazioni derivanti dalle altre emergenze sociali in corso, tenendo presente che, nella crisi sistemica che stiamo vivendo, generatrice di povertà e miseria, anche forze oscure e criminali si stanno rendendo più che mai presenti sul nostro territorio, a partire dalla criminalità organizzata.
Ieri, il Santo Padre, in Piazza San Pietro così pregava: "Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato.
Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: Svegliati Signore!." Che questo risveglio possa riguardare non solo il Signore - a cui le parole sono rivolte in modo retorico e in cui come credenti poniamo la nostra fiducia - ma tutta la comunità nazionale e locale, a partire da chi ha responsabilità politiche e amministrative.
*Cappellano Ipm Nisida, direttore Fondazione "Centro Educativo Diocesano Regina Pacis"
di Massimo Marino
Corriere di Bologna, 29 marzo 2020
Il regista Billi e il laboratorio femminile alla Dozza. "Il laboratorio teatrale all'interno della sezione femminile della Dozza è stato sospeso all'inizio dell'emergenza. Dal 24 febbraio non siamo più entrati in carcere".
Così Paolo Billi, direttore artistico e regista del Teatro del Pratello, racconta quello che sta succedendo in un settore delicato dell'attività teatrale, quello che con la sua compagnia e col Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna svolge in varie istituzioni penitenziarie della regione. "Abbiamo ripreso però il mondo". Le musiche, elaborate dalla classe di musica applicata di Aurelio Zarrelli del Conservatorio, sono quasi pronte. Il laboratorio sulla parte iconografica svolto da MamBo si concluderà online.
"Il laboratorio di scrittura, poi, ha avuto un gran successo. I posti disponibili, 20, sono stati prenotati in pochissimo tempo e ora si sta lavorando a distanza. Non sarà possibile effettuare lo spettacolo il 25 aprile, come era previsto: l'abbiamo spostato a data da destinarsi". Dovrebbe svolgersi in Salaborsa, usandone tutti gli spazi, in un viaggio che dagli antefatti storici, dall'incontro tra san Francesco e il Sultano d'Egitto, passando per la conferenza del 1920 e per altri momenti, arriverà alle crisi attuali.
"Su Radio Città Fujiko sono partite trasmissioni in cui presentiamo i materiali, il venerdì. Ci vorrà comunque del tempo per tirare le fila, perché è stato bloccato il laboratorio di scenografia, che doveva costruire sei grandi tappeti dove narrare la storia". L'interruzione delle attività interne al carcere per Billi è un problema: "Le rivolte recenti hanno la ragione, sì, nella mancanza di contatti con 'esterno, ma anche nell'inattività in cui sono precipitati gli istituti, una stasi che dilata il tempo e crea tensioni".
Un altro progetto in corso è dedicato al lavoro, in collaborazione con il Mulino, con varie scuole, col sindacato e le officine del carcere della Dozza. Dovrebbe confluire nello spettacolo che il Teatro del Pratello presenta ogni anno all'Arena del Sole in gennaio. Sperando che tutto riparta.
rainews.it, 29 marzo 2020
In Iran quasi 25mila casi e duemila morti 28 marzo 2020 Altre 139 persone sono morte per il coronavirus in Iran nelle ultime 24 ore, portando il totale a 2.571. Lo ha reso noto un portavoce del ministero della Salute, Kianoush Jahangiri. Il numero totale dei contagiati è 35.408, con un aumento di 3.076 nelle ultime 24 ore. I guariti sono 11.679.
Almeno 70 detenuti sono evasi durante una rivolta nel carcere di Saghez, nella regione curda dell'Iran, aggiungendosi ai 23 evasi il 19 marzo dal penitenziario di Khorramabad: si tratta della quarta rivolta in carcere in Iran, fomentata anch'essa dal contagio di coronavirus, in una decina di giorni.
Lo scrive l'agenzia Farsnews, che, citando il capo della polizia del Kurdistan iraniano, aggiunge che cinque degli evasi da Saghez sono stati ricatturati. Il 20 marzo ci sono state sommosse anche nelle carceri di Tabriz e Aligoudarz, durante le quali c'è stato anche un morto. Le rivolte, scoppiate in occasione del rilascio per amnistia decisa dal governo di 85.000 detenuti, sono state scatenate dalla paura del contagio e la carenza di misure igieniche per prevenirlo.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 29 marzo 2020
Antonio Guterres, segretario generale dell'Onu, il 23 marzo si era rivolto ai paesi in guerra chiedendo un cessate il fuoco per impedire che in zone già devastate e indebolite dai conflitti il coronavirus potesse mietere ancora più vittime. Nessuna grande o media potenza se lo è filato, tranne qualche gruppo di guerriglia come gli insorti comunisti delle Filippine.
Siamo senza tregua ma sui media ci raccontiamo la favoletta della "pace da coronavirus". Il Pentagono ha ordinato ai comandanti militari di prepararsi a un aumento dei combattimenti in Iraq emanando una direttiva per preparare una campagna contro le milizie sciite: alcuni generali esitano ma Trump e Pompeo spingono per approfittare dell'indebolimento dell'Iran prostrato dall'epidemia.
Il quadrante iracheno è ribollente. Gli Usa si sono defilati da alcune basi per evitare attacchi dei miliziani mentre la Francia ha ritirato qualche centinaio di soldati: questo è il prezzo che Macron ha pagato per la liberazione di quattro ostaggi francesi dell'organizzazione umanitaria Cristiani d'Oriente prigionieri per oltre un mese non si sa se di qualche milizia o degli stessi servizi iracheni. Appare sempre più chiaro che a Baghdad si sta aprendo un nuovo capitolo della "guerra di Soleimani" tra le forze che vorrebbero un ritiro degli americani e gli Usa che qui vogliono fare la guerra a Teheran e alla Mezzaluna sciita.
Altro che tregua. Non finiscono neppure le guerre economiche. Anzi gli Stati Uniti continuano a strangolare Teheran con le sanzioni e hanno imposto persino una taglia sul presidente venezuelano Maduro. Da ogni parte si chiede la sospensione delle sanzioni all'Iran: quelle finanziarie e bancarie, lo scrive anche il New York Times, impediscono a Teheran qualunque operazione di pagamento internazionale, compreso l'importa di medicinali. Non solo: Washington, dopo avere offerto agli ayatollah la carità pelosa di aiuti umanitari, si prepara a bloccare la richiesta di Teheran di un presto da 5 miliardi di dollari al Fondo monetario.
Ognuno strangola chi può. Non pensiamo che noi europei siamo tanto meglio: il Nord dell'Unione europea non ci vuole regalare soldi perché spera di raccogliere quel che resterà di buono tra le macerie delle economie meridionali come la nostra. La Germania non ha bisogno di eserciti: fa lavorare l'epidemia e l'economia. Dopo avere evocato terminologie belliche per settimane adesso che è in guerra la nostra classe dirigente stenta ad accorgersene e se ne meraviglia.
L'America di Trump non rinuncia al suo obiettivo, cambiare i regimi che non gli piacciono perseguendo politiche contrarie alla carta delle Nazioni Unite. Del resto non ci si poteva aspettare altro visto che hanno cominciato l'anno il 3 gennaio assassinando il generale iraniano Qassem Soleimani a Baghdad.
Si combatte eccome, dalla Siria allo Yemen, dall'Afghanistan all'Iraq. Quel che si vede sono soltanto pause o un rallentamento delle operazioni. Nella provincia di Idlib siriani e turchi continuano a spararsi in mezzo ad azioni di guerriglia e attentati. In Libia sono in corso violenti scontri a sud-est di Misurata e le forze di Khalifa Haftar si stanno scontrando con quelle del governo di Tripoli. Haftar sta tentando a Ovest di impadronirsi di Zuara sulla direttrice di terminali di gas dell'Eni a Mellitah. Il governo di Tobruk garantisce che non intende interrompere il flusso del metano nella pipeline verso l'Italia ma quello che sta accadendo in Libia non è un buon viatico per la nuova missione europea Irene destinata a far rispettare l'embargo sulle armi.
Dove non si guerreggia è soltanto perché si teme la diffusione del coronavirus non tra le popolazioni, completamente abbandonate al loro destino, ma tra eserciti e miliziani: quando la pandemia sarà passata serviranno truppe efficienti per regolare i conti. Certo c'è anche spazio anche per la diplomazia. Ma sui generis, per fare altre guerre. Il principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Mohammed bin Zayed e il presidente della Siria Assad si sono messi d'accordo: i Paesi del Golfo stanno riaprendo a Damasco che è entrata nell'asse con la Russia e l'Egitto in appoggio al generale Haftar in Libia. I siriani insieme a Mosca stanno reclutando schiere di miliziani da mandare a combattere per il generale libico e controbilanciare la presenza della Turchia a favore di Tripoli e di Sarraj.
I più dimenticati di tutti sono i profughi: per loro non c'è fine alla sofferenza. E ora sono vulnerabili anche all'epidemia. In Medio Oriente, dalla Siria, allo Yemen, dall'Afghanistan alla Libia, oltre 20-30 milioni di persone ammassate nei campi profughi, all'addiaccio, o in cammino tra deserti e montagne, vivono senza neppure la speranza di raggiungere l'Europa. Loro restano in una perenne "zona rossa", sospesi tra la vita e la morte. Senza tregua.
di Elvira Ragosta
vaticannews.va, 29 marzo 2020
Il cappellano dell'Istituto penale per i minorenni di Nisida, racconta a Vatican News come i ragazzi stanno vivendo la pandemia. "Oggi siamo tutti ai margini, non solo i ragazzi del carcere, pertanto - afferma - è più forte il desiderio di libertà che è speranza di una vita serena".
Sono ragazzi sottoposti a misure penali restrittive quelli che si trovano nell'Istituto penale di Nisida, a Napoli. Don Gennaro Pagano, il giovane cappellano, li incontra almeno cinque giorni a settimana per trascorrere un po' di tempo con loro, fare una chiacchierata e pregare insieme. Il sacerdote racconta che c'è grande attenzione da parte del direttore e del personale per aiutare i ragazzi a vivere con serenità questo momento, nonostante siano ovviamente sospese tutte le attività e i laboratori esterni. "In sinergia con loro, come cappellania - sottolinea - stiamo cercando di essere presenti per dare un conforto non solo spirituale ma anche pratico, con relazioni, attività, guardando film insieme, cerchiamo di essere presenti".
Apprensione per le notizie sulla pandemia - "Ovviamente - aggiunge don Gennaro - c'è un po' apprensione per i parenti che sono fuori ma anche per la loro stessa salute. I ragazzi guardano la televisione, che dà notizie abbastanza allarmati, a volte in maniera bulimica, quindi c'è certamente tensione. Anche negli istituti penali per minorenni, come in tutte le carceri italiane, sono stati sospesi i colloqui con i parenti. L'Istituto si è però attrezzato per le videochiamate. Ovviamente questa mancanza, anche fisica, di genitori e familiari è risentita dai ragazzi, ma stiamo cercando di colmare questa lacuna come possiamo".
Evitare il contagio della paura - Don Gennaro incontra i ragazzi di Nisida quasi tutti i giorni. "Anzitutto - precisa - cerchiamo di non avere il coronavirus come oggetto continuo di dialogo, altrimenti diventa un'ossessione da cui è difficile uscire. Bisogna stare attenti in questo periodo ad evitare anche il contagio della paura, dell'ansia che, soprattutto in un carcere, è molto problematico".
"Guardiamo un film, facciamo una chiacchierata, ho munito la cappella - aggiunge il sacerdote - di una macchinetta del caffè per dare loro la possibilità di vivere un momento conviviale. E ovviamente trascorriamo il tempo anche trovando la forza nella Parola di Dio, in quello che il Signore ci dice nelle sue promesse di bene, di amore e di vita. La preghiera per loro - sottolinea ancora don Gennaro - è sicuramente un grande conforto, un modo per essere vicini anche a chi è fuori".
Il cappellano ricorda che, per i ragazzi, è qualcosa di assolutamente importante sapere di poter affidare al Signore coloro che amano e che in questo momento non possono vedere. "È di conforto sapere che anche da fuori pregano per noi. La domenica, in un campo sportivo all'aperto dell'Istituto, viviamo sempre un momento di preghiera o un momento eucaristico, con tutte le precauzioni del caso. I ragazzi sono consapevoli, anche se all'aperto, di essere in questo privilegiati perché altri non possono accedere ad un tempio. In questo senso si sono fatti voce anche di tutta la città, dei bisogni di Napoli, di Pozzuoli, della diocesi, sono voce orante ed è molto bello".
Nisida, luogo-simbolo - Non essere dimenticati da chi è fuori, sottolinea don Gennaro, è la cosa di cui, soprattutto adesso, hanno bisogno questi ragazzi. "C'è bisogno di attenzione a loro e a questo luogo, molto simbolico per Napoli e per tutta la Campania, perché è un luogo in cui si misura la temperatura del benessere giovanile del futuro. È importante in questo momento non dimenticarsi dei ristretti, di coloro che sono in carcere".
L'importanza della speranza - La speranza per i ragazzi di Nisida assume un'importanza maggiore in questi giorni. "Credo sia la virtù fondamentale per loro - continua il parroco- e in questo senso ripeto insieme a loro continuamente quello che Papa Francesco ci ha detto fin dall'inizio del suo Pontificato, cioè "non lasciatevi rubare la speranza".
Speranza che in questo momento si allarga non solo alla speranza della libertà materiale, ma che diventa speranza di una libertà più grande, per vivere una vita serena, in cui l'amore e la solidarietà la facciano da attori principali e non da comparse". "Credo - evidenzia don Gennaro Pagano - che questo sia l'insegnamento della pandemia per i ragazzi. C'è una fragilità comune, una difficoltà comune. Per la prima volta non sono solo loro ai margini, ma tutti siamo un po' messi ai margini dal virus. E in questo senso di solidarietà c'è anche la consapevolezza che sperando insieme e attuando insieme la speranza se ne può uscire".
Una Chiesa che allarga le porte - Don Gennaro è anche direttore della fondazione "Regina Pacis" che si occupa di due case di accoglienza: "una si chiama Casa Papa Francesco, dove accogliamo ragazzi provenienti dall'Istituto di Nisida; l'altra è Casa Donna Nuova, dove accogliamo le donne detenute di Pozzuoli. Anche in questi giorni l'accoglienza non si è fermata. Come diocesi di Pozzuoli - perché Nisida ricade ecclesialmente nella competenza di questa diocesi - continuiamo a prestare la nostra accoglienza per quei minori che, secondo la legge e l'ultimo decreto, possono accedere a misure alternative. Proprio negli ultimi giorni ne abbiamo accolto uno, e contemporaneamente, grazie alla pastorale carceraria diocesana, abbiamo accolto anche delle detenute che vengono nel carcere di Pozzuoli. Come Chiesa stiamo allargando le porte".
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 29 marzo 2020
Salgono vertiginosamente i contagiati da coronavirus nelle 18 carceri della Lombardia. In un solo giorno 16 detenuti e 24 operatori sono risultati infetti. Sommati ai casi precedenti e successivi, si rischia di raggiungere livelli drammatici di cui al momento non si sanno le dimensioni.
La "fotografia" scattata il 24 marzo su tutta la Regione da un "report" del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria conta, solo per quel giorno, 12 nuovi contagiati sotto osservazione all'interno delle carceri (uno ciascuno a Bollate e San Vittore, 5 ciascuno a Pavia e Voghera) a quali si aggiungono altri 4 ricoverati in ospedale. Numeri che si coniugano con difficoltà con quanto dichiarato 24 ore dopo dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede secondo il quale che in tutta Italia "risultano 15 detenuti contagiati". Dati che risultano ancora più preoccupanti perché fino ad allora su una popolazione carceraria che in Lombardia è di circa 8.500 persone (al 31 gennaio) erano stati fatti appena 147 tamponi.
Niente, soprattutto se si considera l'indice di affollamento delle carceri lombarde (6.200 posti teorici, ai quali vanno sottratti quelli indisponibili dopo le rivolte de 8-9 marzo) che impedisce il distanziamento per prevenire i contagi e rende difficile isolare in quarantena i detenuti sintomatici, per fortuna quel giorno solo 5, o che sono asintomatici (92), ma hanno avuto contatti con positivi. Il virus non fa distinzioni e colpisce anche il personale che lavora dentro le mura. Tra agenti della polizia penitenziaria, amministrativi e operatori si sommano 24 contagiati ai quali vanno aggiunte 61 persone che sono state lasciate precauzionalmente a casa perché presentano sintomi e 64 che hanno avuto contatti con contagiati.
Una situazione che preoccupa gli operatori lombardi alla quale si è arrivati nonostante le misure di contenimento volute dal governo, quelle che innescarono una serie di rivolte che si propagarono in molte carceri italiane e durante le quali morirono 14 detenuti che avevano assunto dosi letali di farmaci e di metadone che avevano prelevato negli ambulatori devastati.
Nel distretto del Tribunale di sorveglianza di Milano, che copre metà del territorio regionale, l'altra metà è di competenza della Sorveglianza di Brescia, quelle misure erano state addirittura varate un paio di settimane prima.
Il timore è che, se i contagi dovessero aumentare a dismisura, come la "fotografia" del 24 marzo lascia immaginare, potrebbero riprendere le proteste che rischierebbero di essere incontrollabili, non come le ultime alle quali ha partecipato solo una minoranza dei reclusi. Ogni giorno, negli istituti penitenziari lombardi entrano e transitano centinaia di persone.
Si va dagli imputati per i quali la condanna diventa definitiva ai detenuti che vengono "sfollati" da un carcere all'altro, ad esempio per ristrutturate i reparti devastati, per finire agli arrestati che ogni giorno finiscono nelle carceri circondariali. Tutti, come gli operatori, vengono sopposti a triage e bloccati se hanno sintomi, che però possono emergere anche dopo giorni.
di Luca Muleo
Corriere di Bologna, 29 marzo 2020
Era fissata per domani, la denuncia di amici e famigliari: senza notizie da settimane. Mobilitati Bologna, Amnesty e l'Alma Mater, dove studia, sono scesi in strada e hanno organizzato iniziative per chiedere la liberazione dello studente. Si fa sempre più disperata la situazione di Patrick Zaki lo studente dell'Alma Mater di origini egiziane arrestato il 7 febbraio scorso con l'accusa di propaganda sovversiva una volta tornato al Cairo. L'ennesiam udienza prevista per decidere il suo destino è stata rinviata a data da destinarsi dopo che l'Egitto ha chiuso i tribunali per l'emergenza coronavirus. L'appello di amici e familiari per il giovane che tra l'atro soffre d'asma: "Senza notizie da settimane".
L'emergenza coronavirus rischia di complicare in modo drammatico la situazione di Patrick Zaki, lo studente dell'Alma Mater detenuto in Egitto dal 7 febbraio scorso, accusato di propaganda sovversiva. Sia sul piano giuridico, che su quello della salute. Udienze e processi sospesi, tribunali chiusi fanno sì che l'attivista per i diritti umani resti in detenzione preventiva senza scadenza, dopo settimane in cui la sua carcerazione veniva rinnovata ogni quindici giorni.
L'ultima volta in tribunale doveva essere il 21 marzo, ma la comparsa davanti al giudice era stata prima anticipata, poi rinviata al 30 marzo e adesso si intende a data da destinarsi per l'emergenza virus. "È da due settimane che non abbiamo notizie di lui" si erano detti preoccupati i genitori pochi giorni fa, parlando delle sue condizioni di salute, pericolose con l'avanzare della pandemia, asmatico e provato dai giorni passati in cella com'è. Torturato come denuncia Amnesty International, "picchiato, minacciato, sottoposto a scariche elettriche". "Nelle sue condizioni non può restare in un contesto come quello di un carcere egiziano un giorno di più" aveva detto Riccardo Noury portavoce italiano dell'associazione che difende i diritti umani.
Facendo capire anche quella che è la preoccupazione per l'ultima residenza carceraria del 27 enne studente, il penitenziario di Tora al Cairo "insalubre e sovraffollato". E purtroppo non solo, secondo la denuncia del Cairo Institute for Human Rights e del Forum Egiziano per i diritti umani, che hanno citato come fonte le Nazioni Unite: 449 prigionieri sono morti tra il 2014 e il 2018. Registrando all'interno dell'istituto, secondo quanto riportato dalle associazioni umanitarie, "violazioni di ogni tipo".
Anche se la situazione si fa sempre più difficile, l'emergenza non deve far calare l'attenzione sulla vicenda. La mobilitazione per la scarcerazione continua, veicolata dalla pagina Facebook "Patrick libero", dove utenti e amici lasciano messaggi e aggiornamenti tutti i giorni - "ci manchi resisti, non vediamo l'ora di riabbracciarti" - e gli eventuali aggiornamenti.
L'Università di Bologna ha reso disponibile l'account di posta elettronica
"Scrivere all'ambasciatore del Cairo per questioni legate alla sola didattica e non alle condizioni di prigionia di Patrick è una buffonata, oltre che l'ennesima occasione persa per instaurare una dialettica istituzionale realmente funzionale alla scarcerazione del nostro compagno" scrive il collettivo Labas, che chiede di boicottare i corsi, bombardando la chat di Microsoft Teams durante le lezioni in teledidattica allegando il testo "No alle mail di facciata dell'Unibo. Stop accordi UniboEgitto, vogliamo Patrick libero, ora". Puntando poi alla posta dello stesso rettore, chiamato a cambiare atteggiamento in una forma più incisiva, per non essere "complice di quanto sta accadendo".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 marzo 2020
Coronavirus. Il Csm: misure governative "inadeguate". Sale a 18 il numero di detenuti colpiti da Covid-19, 200 in quarantena, due agenti morti. Mentre sale a diciotto il numero dei detenuti, in diversi istituti, colpiti da Covid-19, oltre 200 quelli in quarantena, e purtroppo si devono registrare due agenti penitenziari morti dall'inizio dell'epidemia e altri risultati positivi, ieri è tornata a salire la tensione nella Casa circondariale di Civitavecchia dove i reclusi della I Sezione - stando alla denuncia dei sindacati di polizia - sembra abbiano "tentato di sequestrare" un poliziotto.
di Errico Novi
Il Dubbio, 28 marzo 2020
Intervista a Giuseppe Cascini, consigliere togato del Csm. "Conosciamo la dinamica. Non è nuova: il carcere come zona altra, separata. L'illusione del muro che ci dividerebbe da chi è dentro: dentro ci sono solo i cattivi, fuori i buoni. Io sono fra i buoni, pensano molti, e non voglio sapere cosa avviene al di là del muro. Ecco in sintesi la drammatica, assurda logica in base alla quale ancora una volta trattiamo il carcere. Anche stavolta, anche di fronte all'emergenza coronavirus. Noi consiglieri di Area abbiamo cercato di portare in plenum un contributo di pragmatismo. Non siamo riusciti a ottenere fino in fondo tale esito".
di Giuliano Pisapia*
Il Foglio, 28 marzo 2020
Usiamo questo tempo per imparare dai nostri errori. È necessario che l'Italia ritrovi la sua dignità in ambito carcerario. Non è tempo di polemiche. Dobbiamo marciare uniti per sconfiggere il coronavirus; lo dobbiamo a chi è impegnato giorno e notte a contrastare una tragedia umana, sociale, economica. Allo stesso tempo cerchiamo di imparare dagli errori, alcuni dei quali tragici e ripetuti, come quelli legati al mondo carcerario e più in generale alla Giustizia.
- Di Matteo, il Pm che vuole solo la galera, contro le norme del governo
- Deceduto per coronavirus un medico in servizio nelle carceri della Puglia
- La salute dimenticata dei detenuti: Covid-19 peggiora un quadro già gravissimo
- Lucanìa (Simspe): "Se il coronavirus arriva nelle carceri potrebbe essere una tragedia"
- Dramma Carceri. Intervista a Vittorio Sgarbi: "Bonafede, io ti denuncerò"









