di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 febbraio 2020
I due testi hanno un'impostazione completamente diversa: uno affronta la questione in modo sanzionatorio e repressivo l'altro si ispira alla proporzionalità. Mentre spunta fuori la proposta della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese che propone l'arresto immediato con custodia cautelare in carcere anche per chi spaccia piccole quantità di sostanze stupefacenti, alla Commissione Giustizia sono in esame - con tanto di audizioni - le proposte di legge in materia di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope nei casi di lieve entità. Martedì scorso ci sono state le prime audizioni ascoltando i rappresentanti della Comunità San Patrignano e dell'Unione Camere penali italiane.
Sono due le proposte di legge in discussione. Una della Lega a firma di Riccardo Molinari, l'altra a firma del deputato Riccardo Magi di + Europa. Le proposte hanno solo in comune il nome di battesimo dei primi firmatari, Riccardo, ma sono agli antipodi. La proposta della Lega interviene infatti sulle fattispecie di lieve entità rendendo possibile l'arresto in flagranza (così come di fatto proposto dalla ministra dell'Interno), aumentando i minimi e i massimi edittali (e quindi rendendo possibile l'applicazione delle misure cautelari) e cancellando la possibilità di riservare un trattamento di favore in caso di reati commessi da persone tossicodipendenti.
La proposta di legge a firma di Riccardo Magi, invece, riporta il trattamento sanzionatorio in un alveo di proporzionalità, in linea con i principi costituzionali, accentua il carattere di autonomia della fattispecie penale relativa ai fatti di lieve entità, e infine differenzia il regime sanzionatorio in funzione della diversa natura della sostanza, al fine di graduare il trattamento punitivo in relazione alla gravità delle condotte. Si prevede inoltre che non è punibile chi coltiva un numero limitato di piante di cannabis finalizzate alla produzione di sostanze stupefacenti a un uso esclusivamente personale.
La dichiarazione di incostituzionalità della "legge Fini-Giovanardi" da parte della Corte costituzionale nel 2014, infatti, non ha risolto ma al contrario ha reso ancora più urgente la revisione del testo unico sulle droghe dell'art. 73 del Dpr 309/ 90. Nonostante tutti i dati siano di dominio pubblico, il carcere viene tuttora utilizzato come strumento di lotta alle droghe. Come si legge nell'ultima edizione (anno 2019) del Libro Bianco promosso da Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca e Associazione Luca Coscioni con l'adesione di molti altri soggetti, nel 2018 il 30% degli ingressi in carcere è stato legato a un unico articolo di legge, il 73 del Testo Unico sulle droghe, che sostanzialmente riguarda la detenzione di sostanze illecite a fini di spaccio. Su 59.655 persone presenti nelle carceri italiane al 31 dicembre 2018, 14.579 erano detenute con la sola imputazione di questo articolo.
Il sovraffollamento carcerario, in sostanza, è frutto di scelte politiche precise. In questo caso, la scelta è quella di criminalizzare i consumatori di sostanze per i quali il piccolo spaccio è conseguente alla condizione di tossicodipendenza. Abbiamo un testo unico sulle droghe risalente a 30 anni fa. Dopo tutto questo tempo l'impianto repressivo e sanzionatorio che lo ispira non ha impedito l'aumento della circolazione di sostanze stupefacenti e continua, di fatto, ad essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia e nelle carceri.
di Mariano Giustino
Il Riformista, 21 febbraio 2020
Nulla di tutto ciò che sta accadendo in queste ore in Turchia ha a che fare con lo Stato di diritto. Osman Kavala, 62 anni, presidente dell'istituto Anadolu Kültür da lui fondato, punto di riferimento prezioso per comprendere la societa civile turca, le minoranze e la loro condizione, è stato prima assolto e poi di nuovo arrestato. La potremmo definire "assoluzione apparente". È la tecnica usata da Erdogan contro gli avversari politici. Martedì 18 febbraio, la trentesima Corte Penale di Istanbul assolve Osman Kavala dall'accusa di sovversione dell'ordine costituzionale per aver sostenuto le proteste antigovernative del movimento di Gezi nel 2013, ritenuto dal governo turco una organizzazione sovversiva, e poche ore dopo la Procura della Repubblica di Istanbul spicca un nuovo mandato di arresto per Kavala con l'accusa di avere avuto un ruolo di primo piano nel tentativo di golpe del 15 luglio 2016. Il Consiglio Superiore della Magistratura della Turchia ha aperto una inchiesta contro i giudici che martedì hanno emesso la sentenza di assoluzione.
Il processo Kavala è stato fin dall'inizio in palese contrasto con l'ordinamento giuridico vigente in Turchia. L'accusa è surreale. La Corte non ha mai preso in considerazione la documentazione prodotta dalla difesa. Il 10 dicembre 2019 la Corte europea dei diritti dell'uomo ne avevo chiesto l'immediata scarcerazione, ma i giudici turchi, come è successo in altri casi, come in quello del leader del Partito democratico dei popoli, Selahattin Demirtaş, non hanno tenuto conto della sentenza perentoria della Cedu. Erdogan ha giustificato tale ingerenza politica davanti al suo gruppo parlamentare dell'Akp, sferrando un duro attacco a quella corrente della magistratura rispettosa del dettato costituzionale accusandola di aver messo in atto una "manovra a sostegno dei sovversivi di Gezi". Parlando delle proteste antigovernative del 2013, Erdogan ha affermato che "Soros era dietro le quinte come regista occulto di una trama eversiva come in un golpe" e che "in quelle rivolte nessuno era innocente". Ha puntato il dito anche contro il leader del maggior partito di opposizione Chp per aver sostenuto quelle proteste definite ancora una volta come "un attacco contro i poteri dello Stato, alla stregua di veri golpe".
Appare evidente che nel mondo della magistratura turca vi è una corrente influente più attenta al codice e al dettame della Carta costituzionale che spesso entra in conflitto col potere politico incarnato dal presidente della Repubblica e se la magistratura più vicina all'area "liberal" del Paese emette sentenze non gradite a Erdoğan, quest'ultimo le "corregge" esercitando la sua influenza. Ma qual è la strategia adottata da Erdoğan in questa lotta intestina tra il potere giudiziario non ancora completamente nelle sue mani e il potere politico all'interno del quale il presidente è l'uomo solo al comando?
L'ex parlamentare del Partito repubblicano del popolo (Chp), Eren Erdem, aveva vissuto la stessa situazione in precedenza. Erdem, difensore dei diritti umani del maggior partito d'opposizione, anch'egli accusato di sovversione dell'ordine costituzionale, aveva condiviso la stessa prigione con Kavala e aveva subito lo stesso dramma. Prima assolto dal Tribunale di Istanbul e dopo poco di nuovo arrestato per un nuovo mandato di cattura dal Procuratore della Repubblica e poi di nuovo liberato. I due casi giudiziari sono molto simili, la tecnica è sempre la stessa: aprire nei riguardi di oppositori molto apprezzati nella società civile almeno due procedimenti penali diversi, in modo che se in uno di essi venisse assolto, scatterebbe subito l'arresto per l'altro. Ed è anche quello che è accaduto anche agli intellettuali Ahmet e Mehmet Altan e a Şahin Alpay.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 20 febbraio 2020
Il centrosinistra punta a recuperare la riforma Orlando, messa su un binario morto proprio dal ministro Bonafede e dai 5 Stelle. La giustizia continua a dividere il governo, ma sul carcere gli schieramenti cambiano.
Al vertice di maggioranza che si è svolto ieri si è fatto il punto sulla riforma del processo penale, che ha scavato un solco profondo tra Movimento 5 Stelle, Pd e Leu da una parte e Italia Viva dall'altra; processo civile; riforma della giustizia tributaria e del Csm. A riunire il centrosinistra e i renziani, però, sono state le misure sul carcere. L'argomento è complicato e all'incontro si è solo cominciato a ragionare, ma è subito risultato evidente come, in questo campo, ad essere isolati siano i 5 Stelle e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
di Roberto Chifari
Il Giornale, 20 febbraio 2020
L'inferno delle carceri in Italia ha raggiunto numeri preoccupanti. Sono in aumento aggressioni, atti di autolesionismo, suicidi e problemi psichiatrici. Le vittime sono i detenuti ma anche le stesse guardie carcerarie. Le condizioni di detenzione, così come quelle di lavoro per gli agenti, nelle carceri italiane è arrivata al collasso. Gli esempi sono molteplici ed è la dimostrazione di un bollettino di guerra che non trova pace.
di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 20 febbraio 2020
Bocciato in Commissione il progetto di legge di Forza Italia per fermare la riforma Bonafede. E al Senato la Lega occupa l'aula dei commissari: lavori sospesi per un'ora.
Caos nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato: a Montecitorio Italia viva vota di nuovo con la destra ma non basta a fermare l'emendamento M5S che sopprime la proposta di legge del forzista Enrico Costa che mirava a bloccare a sua volta la riforma Bonafede sulla prescrizione, e a Palazzo Madama la Lega ha occupato la Commissione.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 20 febbraio 2020
I renziani votano di nuovo con le opposizioni sulla prescrizione e il governo va a un soffio dall'incidente parlamentare. La Lega tiene in ostaggio il decreto intercettazioni sul quale oggi arriva una fiducia con l'affanno. Mentre si dibatte sul fatto se Renzi sia ancora o non sia già più in maggioranza, per la terza volta Italia viva vota con le opposizioni sulla prescrizione portando il governo a un passo dall'incidente parlamentare.
di Federica De Simone
Il Riformista, 20 febbraio 2020
Il Decreto Spazza-corrotti di gennaio 2019, contenente disposizioni per il contrasto degli illeciti nella pubblica amministrazione, ha raccolto molte critiche, a cominciare dallo stesso nome che rimanda a un uso giustizialista e mediatico del diritto penale senza che a questo facciano seguito delle risposte efficaci al fenomeno della corruzione sistemica che attanaglia da sempre il nostro Paese. Eppure un pregio questo provvedimento normativo lo ha avuto, dal momento che ha riportato al centro del dibattito giuridico due questioni particolarmente gravose: l'istituto dell'ergastolo ostativo e il problema della retroattività delle norme relative alla fase dell'esecuzione penale.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 20 febbraio 2020
Se vinci una causa civile sarà la parte soccombente a pagare tutte le spese legali affrontate nel processo. Lo stesso accade anche nel giudizio amministrativo, persino nel caso in cui sia la parte pubblica a uscire sconfitta. Non è così nel processo penale, nel quale le uniche forme di equilibrio tra le parti sono il gratuito patrocinio (cui può accedere solo colui il cui reddito non superi gli 11.500 euro) e la riparazione per ingiusta detenzione.
Che ha comunque vincoli molto rigidi e tempi eterni. Che ci sia un vuoto legislativo nel nostro ordinamento è evidenziato anche dal fatto che ben 28 Stati nostri "vicini di casa", dall'Austria alla Francia, al Lussemburgo fino alla Turchia hanno leggi ispirate al principio che, se lo Stato, dopo averti inflitto la pena di un processo che non ti sei cercato, ti ha poi assolto, magari con la formula più ampia, ti deve pagare l'avvocato.
Sarebbe il minimo sindacale, verrebbe da dire, ma non è così, in Italia. Ne sa qualcosa l'avvocato Giuseppe Melzi, il quale, non solo ha subito una lunga persecuzione e nove mesi di ingiusta custodia cautelare (per la quale attende da due anni e mezzo il risarcimento), ma ha dovuto chiudere un prestigioso studio a due passi dal Duomo, 500 metri quadri e venti dipendenti, per affrontare le spese di giudizio e potersi riprendere la vita, a settant'anni.
È nato a Milano in questi mesi il "Comitato contro l'ingiustizia personale e familiare", promosso e presieduto da Gabriele Albertini, che non solo è stato forse il sindaco più amato della sua città, ma che da parlamentare, rispolverando quella che lui con civetteria definisce sempre una "modesta" laurea in giurisprudenza, ha affrontato il problema delle ingiustizie anche dal punto di vista economico. Il suo disegno di legge, presentato nella diciassettesima legislatura con l'adesione di oltre il 60% dei senatori, modificava l'articolo 530 del codice di procedura penale impegnando il giudice, nella pronuncia di assoluzione dell'imputato, a condannare lo Stato a rimborsare tutte le spese di giudizio.
Vasto programma, ambizioso e molto coraggioso. Che lo stesso Albertini, cui non è mai mancata la caparbietà, ha riproposto lunedi scorso nella bellissima cornice di Palazzo Visconti a Milano, con il concreto sostegno di due colleghi parlamentari, Enrico Costa, avvocato e Giacomo Caliendo, ex magistrato, già membro del Csm e presidente dell'Anm, il sindacato delle toghe. Tutti e due hanno presentato disegni di legge sull'argomento, anche se il bandolo della matassa ha diversi punti di partenza. Una cosa è chiara: vietato parlare di "ingiusta imputazione", se no i magistrati si arrabbiano.
Ma il protagonista è pur sempre l'imputato che sia stato assolto con sentenza passata in giudicato perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato. Ma alla fine, guardando la ratio dei tre disegni di legge, emerge in filigrana il ruolo che i tre, prima di arrivare in Parlamento, hanno svolto nella vita professionale: un imprenditore, un avvocato, un magistrato.
È quest'ultimo, ovviamente, il più cauto. Tanto che, laddove Costa nella relazione introduttiva afferma con coraggio che l'esigenza di salvaguardare le finanze pubbliche non potrebbe mai soverchiare il diritto alla difesa e che comunque non potrebbe mai essere un problema di chi ha già sofferto la pena del processo, ecco che Caliendo tende una mano al bilancio dello Stato. E propone un risarcimento senza toccarne le tasche in modo diretto, ma con detrazioni fiscali sul reddito della persona fisica fino alla spesa concorrente di euro 10.500. Ma perché porsi il problema della spesa a carico dello Stato dei casi di "ingiusta imputazione"?
Nello Stato di diritto e in un Paese in cui la giustizia funzionasse, dovrebbe essere un problema piccolo, il rimborso delle spese legali. Pure, in una sala in cui sono presenti molti tecnici del diritto, magistrati e avvocati, fanno impressione i dati sciorinati (e non contraddetti da nessuno) dall'avvocato Augusto Colucci. Ogni anno in Italia si aprono circa un milione e duecentomila procedimenti penali. Di questi, tre su quattro finiscono con dichiarazione di non colpevolezza dell'imputato o di prescrizione del reato.
In Germania sono ogni anno 500.000 i nuovi processi, che vengono risolti in tre anni e di cui solo il 14% si conclude con un'assoluzione. Il che significa che i pubblici ministeri (e i gip fotocopia) raramente fanno la mossa di lanciarsi in cause avventate che finiranno con l'assoluzione degli imputati o la prescrizione del reato.
Forse in Germania o nei Paesi anglosassoni del common law e della discrezionalità dell'azione penale ha minor peso il circo mediatico, come ricorda il giornalista Maurizio Tortorella, uno dei pochi che abbia saputo sottrarsi alla tentazione di acquattarsi sotto la toga del Pm. C'è un problema irrisolto, ricorda, anche nella normativa sulla riparazione per ingiusta detenzione. Perché c'è un momento, quello dell'arresto, in cui la testa ti va da un'altra parte, e magari ti avvali della facoltà di non rispondere o addirittura cadi nell'autocalunnia perché sei stato torturato, come è capitato a Giuseppe Gulotta, che ha scontato da innocente 22 anni di carcere e non avrà diritto a nessun risarcimento.
Ma il problema non ha solo risvolti di tipo economico. C'è un dato culturale, nel nostro Paese, difficile da sradicare. Lo abbiamo toccato con mano negli anni successivi al referendum, quando non si è riusciti a fare una decente legge sulla responsabilità civile.
E lo stiamo rivivendo mentre si discute della prescrizione dei reati. C'è un soggetto da sempre irresponsabile o non responsabile: si chiama magistrato ed è l'unica vera Casta. L'unico che può trasformare qualunque cittadino in "ingiusto imputato" o "ingiusto detenuto". E nessuna riparazione economica potrà mai sanare del tutto una ferita così profonda e così estesa.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 20 febbraio 2020
La maggioranza ha trovato l'accordo, dopo una giornata di forti tensioni, sulle modiche introdotte al dl n°131 del 2019 in tema di intercettazioni telefoniche con cui erano state modificate le previsioni in materia introdotte dal Dlgs n° 216 del 2017 in attuazione della legge delega di cui alla legge n°103 dello stesso anno. Già questi riferimenti chiariscono il travaglio che ha interessato e continua a interessare la disciplina delle captazioni.
Nella formulazione approvata in commissione il termine fissato dalla decretazione di urgenza inizialmente fissato nel 2 marzo è stato ulteriormente prorogato di due mesi in linea con le richieste del Csm. Che peraltro aveva chiesto un termine più lungo. Si tratta dell'ennesima proroga che tuttavia in questo caso si inserisce in una autentica controriforma del dlgs 216 del ministro Orlando.
Il primo dato che emerge dalla riscrittura della disciplina riguarda la riassegnazione ai pubblici ministeri del controllo sulle intercettazioni, sulla loro rilevanza ai fini investigativi, sull'archivio, sui tempi del diritto della difesa di venire a conoscenza del loro contenuto e del diritto di copia sottraendolo alla polizia giudiziaria che si limiterà alle esecuzione delle attività di captazione e di ascolto
L'ulteriore elemento significativo è il completamento della parificazione dei reati dei pubblici ufficiali e ora anche degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione con i reati di criminalità organizzata sia con riferimento ai presupposti sia in relazione alla captazione tra presenti sia in relazione ai provvedimenti d'urgenza sia in relazione con i luoghi dove è consentito l'uso del captatore informatico. Il solo riferimento all'attivita di captazione oblitera tutte le altre funzioni del trojan che continuano a mancare di una specifica disciplina pur nella loro riconosciuta invasività e nel grave pregiudizio arrecato ai diritti costituzionalmente garantiti della persona.
Una disciplina particolare è prevista per le intercettazioni poste a fondamento di una misura cautelare. Nonostante l'abrogazione della previsione che consentiva al difensore di fare la trasposizione su nastro delle registrazioni deve ritenersi operante la declaratoria di incostituzionalità che consente alla difesa di chiedere all'accusa copia delle registrazioni poste a fondamento dell'ordinanza mentre resta incerta la conoscenza delle intercettazioni che il Gip ha ritenuto irrilevanti ancorché trasmesse con la richiesta cautelare.
Deve invece escludersi l'accesso all'archivio per l'ascolto di quanto depositato. L'aspetto fortemente critico e inaccettabile - stando a quanto era emerso ieri dall'emendamento Grasso poi solo in parte modificato con un subemendamento - è costituito non solo dalla possibile utilizzazione delle intercettazioni per un fatto che non avrebbe consentito l'intercettazione perché non ricompreso fra i reati per i quali l'intercettazione è consentita.
E ancora, in mancanza dei presupposti per l'autorizzazione (gravi indizi e assoluta necessità della prosecuzione delle indagini) anche dall'ampliamento della cosiddetta pesca a strascico.
A conferma che non c'è niente da fare e che le logiche punitive non si fermano neppure a fronte delle sentenze delle sezioni unite appena pubblicate (2 gennaio) si è cercato di modificare la disciplina dell'utilizzabilità delle captazioni in un diverso procedimento superando il vincolo della commissione.
La mediazione raggiunta è insoddisfacente perché i due vincoli indicati (reati intercettabili e arresto in flagranza) consentono una piena utilizzazione probatoria che consente di avviare l'attivita investigativa per un reato e acquisire elementi di altri reati del tutto estranei all'attività di indagine. Ancora più grave quanto previsto con l'uso del captatore attivato per reati di criminalità organizzata e per i reati contro la pubblica amministrazione che consente di usare come prova i risultati dell'intercettazione per qualsiasi altro reato di criminalità organizzata e di criminalità economica.
Si consideri cosa tutto ciò può significare con riferimento a intercettazioni ambientali in qualsiasi posto effettuate, compresi i luoghi di privata dimora. È difficile non vedere in queste norme un pesante pregiudizio per i diritti costituzionalmente garantiti che mettono a rischio la riservatezza del domicilio anche perché non c'è garanzia di diffusione di quanto captato anche se estraneo alle indagini e riguardante dati soggettivamente sensibili.
Articolo 15 Costituzione – "La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge".
di Stefano Vespa
partitodemocratico.it, 20 febbraio 2020
L'intervista al vicesegretario del Pd e ex ministro della Giustizia. La lunghezza media dei processi non è eccessiva, ma ci sono casi patologici: "Conta l'organizzazione degli uffici e le correnti della magistratura qualche volta non hanno scelto i capi migliori". Andrea Orlando, 51 anni, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia, non si nasconde sul tema del giustizialismo, "cavallo di battaglia" del Movimento Cinque stelle, "ma vizio trasversale alla politica, compreso il Pd", e lancia una proposta sulla legge elettorale: se si arrivasse a un proporzionale sul modello tedesco, "perché non inserire anche sfiducia costruttiva e cancellierato?".
Ma il vero problema è la lunghezza dei processi o la certezza della pena?
Negli ultimi 20 anni c'è stato un aumento dei detenuti, si confonde la natura della pena con la certezza. Sono previsti dei benefici, ma ridurli significherebbe entrare ancora più in conflitto con l'articolo 27 della Costituzione - pena tesa alla rieducazione - e il sistema sarebbe ingestibile. Abbiamo tra i 15 e i 20 mila detenuti in più di quelli che possiamo ospitare dignitosamente. Per realizzare un carcere servono sei o sette anni e bisogna chiedersi se è necessario o se non si possa intervenire con pene alternative come nel resto d'Europa. Una pena scontata con lavori di utilità non è incerta.
I processi però sono lunghi...
Con tre gradi di giudizio, ai quali non rinuncerei, la media non è lunghissima tenendo conto della complessità di molti di essi come quelli per mafia, anche se potrebbe migliorare parecchio (sette anni compresa la Cassazione), ma ci sono numerosi casi patologici. Molto dipende dall'organizzazione: il "correntismo" della magistratura non sempre ha scelto i capi più bravi dal punto di vista organizzativo. Servirebbero sanzioni nel caso di inerzia della pubblica accusa: bisogna responsabilizzare e imporre una perentorietà dei termini. Inoltre, incide il perimetro della materia penale.
Bisogna "disboscare" le norme?
C'è stata un'ipertrofia: si è trasformato in illecito penale figure che potevano essere sanzionate amministrativamente. Con l'obbligatorietà dell'azione penale tutto si ingolfa eppure si scatenò una guerra quando, da ministro, eliminai alcuni illeciti penali che prevedevano una sanzione pecuniaria trasformandoli in illeciti amministrativi.
Il vicepresidente del Csm, David Ermini, al Messaggero ha detto no alle riforme spot auspicando un percorso condiviso. È realistico?
Corrisponde al suo ruolo istituzionale, ma irrealistico: il diritto penale è una delle poche potestà di competenza esclusiva degli Stati nazionali e la politica di fatto mantiene il potere esclusivo solo in quell'ambito perché i grandi temi, dall'economia alle comunicazioni, sono diventati sovranazionali o addirittura sfuggono ai poteri pubblici. Si crea quindi un'attenzione morbosa verso il penale, in particolare da parte del populismo. La politica debole finge così di essere forte.
Qual è la visione di giustizia del Partito democratico?
L'attuazione della Costituzione: un sistema che garantisce l'assenza di impunità grazie all'autonomia della magistratura e che offre garanzie robuste, ma oneroso sia in termini finanziari che per i tempi del processo che implicano una manutenzione costante. Se vogliamo una giustizia rapida, anche come risposta all'emotività della società digitale, serve un processo telematico, con investimenti sulla formazione del personale e una magistratura più consapevole della delicatezza del suo ruolo.
Viste le tensioni con il Movimento Cinque stelle, c'è un problema giustizialismo, un mettere in secondo piano la presunzione di innocenza?
I Cinque stelle ne hanno fatto un cavallo di battaglia, ma è un vizio trasversale. La tentazione di usare una vicenda giudiziaria per fare lo sgambetto all'avversario non è mai stata evitata del tutto da nessuno.
Quindi il garantismo è solo teorico?
Assolutamente. Potrei elencare casi nei quali anche il Pd ha usato toni giustizialisti, perfino Forza Italia ha avuto momenti nei quali è "slittata la frizione", come nella vicenda Bibbiano. Invece dovremmo avere rispetto delle vicende processuali anche perché il processo mediatico è un'ulteriore tentazione per la politica. Mi onoro di non aver mai esultato per una sentenza e tantomeno per un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio. Quando la giustizia funziona parla da sola.
L'8 febbraio, giorno del suo compleanno, lei si è regalato un post su Facebook nel quale l'innominato era Matteo Renzi che non pose la prescrizione come pregiudiziale alla nascita del Conte II, mentre ora s'impunta. Puntiglio o una visione diversa?
Non ci sono differenze di principio, ma c'è ricerca di visibilità, altrimenti non passerebbe sotto silenzio la discussione sul decreto intercettazioni: se il tema fossero veramente le garanzie, è incredibile che si discuta solo della prescrizione e non delle intercettazioni che hanno rovinato delle esistenze a persone estranee ai processi. La Procura di Trieste due o tre anni fa ha scoperto che una società aveva duplicato le conversazioni poi conservate su un server privato. Non interessa alle falangi garantiste?
Ci sono polemiche sul software trojan regolato dal decreto intercettazioni. È stato un errore aver accettato quella norma?
Il trojan è una tecnologia finora usata senza alcuna disciplina, quindi il decreto, comunque lo regoli, ne restringe l'utilizzo.
Le procure sono attrezzate digitalmente?
Hanno fatto passi avanti, poi hanno rallentato perché il ministro aveva fatto capire che non se ne sarebbe fatto nulla ed è stato un errore. Se si fa una digitalizzazione seria, diventa tracciabile anche il percorso di fuga delle notizie e non so se è conveniente per tutti perché è un mercato che ha creato molte rendite.
Si rischia un cortocircuito tra politica e giustizia come negli anni Novanta tra polemiche, processi a Matteo Salvini e altro?
Avevamo una politica molto delegittimata e una magistratura molto legittimata. Oggi, purtroppo, la politica non si è particolarmente rilegittimata, ma in compenso la magistratura ha perso molto prestigio. L'idea che si possa delegarle un ruolo politico credo sia tramontata.
Allargando il discorso, anziché di "agenda 2023" non sarebbe più realistico parlare di "1° agosto 2021", quando comincerà il semestre bianco?
Dobbiamo avere un'ambizione alta: l'argomento che non si può utilizzare è che si possa fare una coalizione solo per battere la destra. Il tema della "missione" diventa fondamentale. Anche se si dovesse arrivare solo ad agosto 2021, lo sguardo va tenuto al 2023: se non c'è un respiro lungo non si riesce neanche ad affrontare il medio periodo.
L'idea di Giancarlo Giorgetti su un tavolo costituente merita sostegno, anche se il suo leader Salvini non sembra d'accordo?
L'ostacolo principale mi pare proprio Salvini. Sulla legge elettorale vogliamo discutere e sarebbero maturi i tempi per "sistemare" il quadro istituzionale. Per esempio: se si andasse verso una legge di tipo tedesco con uno sbarramento al 5 per cento, perché non cogliere le cose positive che ci sono in Germania come la sfiducia costruttiva o l'introduzione del cancellierato? Il sistema non sarebbe stravolto, ma acquisterebbe la stabilità che in parte perderebbe rinunciando al maggioritario. Potrebbe essere un tema condiviso.
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