di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 27 marzo 2020
Primo report della Direzione centrale della polizia criminale. Nel mirino dei rapinatori restano però le farmacie. Diminuiscono, ma a un ritmo più lento, anche i maltrattamenti in famiglia. Il Coronavirus blocca in casa anche i criminali. Dal primo report pubblicato oggi sul sito del Viminale, viene fuori che le limitazioni agli spostamenti hanno fatto crollare i delitti del 75 per cento. Preso in esame il periodo dall'1 al 22 marzo, sono stati 52.596 i delitti consumati a fronte dei 146.762 dello stesso periodo dell'anno scorso.
Il report - elaborato dalla Direzione centrale della polizia criminale del Dipartimento di pubblica sicurezza - prende in esame diverse tipologie di reati. Calano del 69 per cento le violenze sessuali, del 67,4 i furti in genere, del 72,5 quelli in abitazione. Percentuali analoghe (-73,7 per cento) per le rapine agli uffici postali e -77 per cento per lo sfruttamento della prostituzione. Dimezzate invece le rapine (-54,4 per cento) anche se in queste settimane nel mirino restano le farmacie, dove furti e rapine fanno registrare un decremento molto lieve, solo -13,8 e -24,6 per cento. Fanno registrare una diminuzione, ma inferiore rispetto alla media, anche i maltrattamenti in famiglia (-43,6 per cento) ma il timore è che ci siano solo meno denunce. Diminuiscono del 46 per cento anche i reati relativi agli stupefacenti anche se gli spacciatori stanno adattando le modalità di consegna degli stupefacenti ai clienti o a domicilio o con incontri davanti ai supermercati o davanti ai pochi negozi rimasti aperti.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2020
Troppo numerosi i procedimenti penali da tenere. Da precisare il perimetro del fermo delle udienze nel civile. Da valutare il rispetto del contraddittorio nel settore civile. E infine, assolutamente insufficiente l'intervento sulle carceri. Il plenum del Csm ha approvato ieri a maggioranza un denso parere, 32 pagine, sulle misure approvate dal Governo per fronteggiare l'emergenza sanitaria e assicurare l'attività giudiziaria, sia pure a scartamento ridotto. Misure inserite nel decreto Cura Italia.
Nel merito, nel settore penale, il parere mette in evidenza come è troppo ampio l'elenco dei casi di trattazione obbligatoria su richiesta dell'interessato del difensore: vi rientrano per esempio, anche i procedimenti relativi a misure cautelari reali, come il sequestro, oppure le misure di prevenzione patrimoniali che dovrebbero essere trattati con urgenza solo dopo valutazione del giudice sull'effettività del pregiudizio. Nel civile, ha sollevato perplessità la sottrazione al rinvio di tutti i procedimenti di inibitoria dell'efficacia esecutiva delle sentenze, quando il pregiudizio legato alla celebrazione della sentenza di appello andrebbe valutato con attenzione nel contesto della sospensione delle procedure esecutive.
Ancora e quanto alla sospensione dei termini, il Csm sottolinea come, in sede di conversione del decreto, andrebbe chiarita meglio la tipologia degli atti esclusi nel settore penale. In caso contrario nel regime di sospensione potrebbero rientrare anche i termini imposti per assicurare un controllo tempestivo da parte del giudice o del pm su atti che incidono su diritti fondamentali degli indagati (è il caso, per esempio, dei termini per le richieste di convalida e proroga delle intercettazioni e di quello per l'interrogatorio di garanzia di un indagato sottoposto a custodia cautelare). Insomma, a giudizio del Csm, dall' area soggetta a sospensione andrebbero esclusi quegli atti indirizzati alla tutela di diritti costituzionalmente garantiti.
Nel civile si mettono in evidenza aspetti particolarmente problematici soprattutto per la trattazione da remoto delle udienze (misura che i capi degli uffici giudiziari possono adottare dopo il 15 aprile). Dove andrebbero meglio chiarite le conseguenze del mancato deposito delle note scritte di parte e la sua equivalenza con la mancata comparizione. Tutto l'appello, è il suggerimento, potrebbe poi svolgersi solo su base documentale e senza celebrazione di udienze. A dividere il Csm è stata però la parte sulle carceri. Il parere, infatti, considera assolutamente inadeguato il meccanismo della detenzione domiciliare in deroga voluto dal Governo. Non convince soprattutto l'avere reso l'utilizzo dei braccialetti elettronici una condizione per l'accesso alla misura di decongestione delle carceri per chi ha tra 6 e 18 mesi di pena residua da scontare. I braccialetti infatti sono pochi e distribuiti con il contagocce; inoltre ai domiciliari potrà andare solo chi ha un domicilio e non tutti i detenuti ne hanno uno effettivo. Tra le proposte, la sospensione delle pene detentive non superiori a tre o quattro anni e la previsione di un'ulteriore ipotesi di rinvio facoltativo dell'esecuzione della pena.
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 27 marzo 2020
"Non solo per uso interno, vanno anche a strutture sanitarie". Sono 25 gli istituti penitenziari che hanno aderito all'iniziativa in tutta Italia, nata dall'iniziativa del penitenziario di Massa: "L'idea è venuta dal crescente bisogno di protezione e fabbisogno all'interno della prigione, ma adesso le distribuiamo in tutta la provincia".
Venticinque istituti penitenziari di tutta Italia per un totale di circa 10mila mascherine chirurgiche al giorno. Dall'inizio dell'emergenza coronavirus, le carceri italiane hanno fatto notizia solo per le rivolte interne, ma negli ultimi giorni, in realtà, proprio in molti istituti sparsi su tutto il territorio nazionale è iniziata la produzione autonoma di mascherine di cui c'è grande bisogno nelle strutture sanitarie, nei luoghi di lavoro tutt'ora aperti e nelle stesse carceri. Il progetto del Dipartimento dell'Amministrazione Giudiziaria (Dap) del Ministero della Giustizia ha ottenuto il via libera dell'Istituto Superiore di Sanità: i 25 laboratori sartoriali nelle carceri di tutta Italia - da quelli delle zone più colpite di Bergamo, San Vittore e Opera passando per Massa, Volterra e Orvieto fino a Rebibbia, Lecce e Siracusa - hanno iniziato a produrre le mascherine chirurgiche "in tessuto non tessuto", ovvero composti da due o tre strati di poliestere e polipropilene.
Dopo le richieste di maggiori protezioni per i detenuti, nel question time di mercoledì pomeriggio alla Camera, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha assicurato che negli istituti penitenziari sono già arrivate 200mila mascherine e 768.889 guanti per metterli in sicurezza, mentre la capacità giornaliera di mascherine prodotte è di circa 8mila al giorno che "potranno rappresentare un evidente incremento della dotazione". Alcuni istituti sono già partiti e hanno già distribuito le mascherine, altri inizieranno la produzione nei prossimi giorni.
Il prototipo e la prima produzione a Massa - Il prototipo di mascherina, di cui è già stato prodotto un primo lotto, arriva dall'istituto penitenziario di Massa (circa 200 detenuti) che, in seguito all'autorizzazione dell'Asl, ha convertito il proprio laboratorio sartoriale dalla produzione di federe e lenzuola alle mascherine chirurgiche. Il primo stock ha riguardato circa un migliaio di mascherine che, a pieno regime, diventeranno circa 5mila al giorno, distribuite a detenuti e agenti penitenziari interni, ma anche alle strutture ospedaliere e alle Rsa della Asl Toscana Nord-Ovest con cui è stato firmato un protocollo. "La collaborazione tra istituzioni è sempre importante e determinante per una buona gestione del bene comune - spiega il direttore generale della Asl, Maria Letizia Casani - ma lo è ancor di più in momenti di difficoltà e di emergenza".
Un'iniziativa fortemente voluta dalla direttrice del carcere di Massa, Maria Cristina Bigi: "L'idea è nata dal crescente bisogno di protezione e fabbisogno di mascherine all'interno carcere - spiega al fattoquotidiano.it - e ci tengo a precisare che il lavoro dei detenuti non è solo una auto produzione per i dipendenti del carcere, ma le mascherine vengono distribuite anche nelle strutture sanitarie della provincia che hanno bisogno. Credo sia un bel modo attraverso cui i detenuti possono rendersi utili in un momento così difficile".
"Le mascherine servono agli agenti penitenziari" - Tra i penitenziari che hanno già iniziato a produrre mascherine ci sono quelli campani di Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere e Salerno, il carcere "Mammagialla" di Viterbo e quello di Sulmona (L'Aquila). Molti di questi lo stanno facendo per uso interno, tra cui il carcere Orvieto che inizierà nei prossimi giorni: "Avevamo già un laboratorio di tappezzeria che è stato convertito per produrre mascherine - racconta la direttrice del carcere umbro, Chiara Pellegrini - Il carcere è un luogo chiuso che, in quanto tale, protegge i detenuti, ma solo in parte perché noi operatori accediamo dall'esterno. Quindi servono mascherine più agli operatori penitenziari che ai detenuti, che possono indossarle quando c'è un caso sospetto o di contagio. La salute nelle nostre carceri è un principio fondamentale che va garantito quotidianamente".
retesei.com, 27 marzo 2020
Ciambriello: "un gesto per migliorare la qualità della vita dei detenuti e gli standard di igiene e sicurezza sanitaria". "Ci sono gesti piccoli, ma che in un momento di emergenza assumono un grande valore e sono essenziali. Sono lieto di annunciare che grazie al sostegno dell'Assessore regionale alle politiche sociali Lucia Fortini, l'ufficio del Garante riuscirà a consegnare agli istituti penitenziari della Campania, 25 lavatrici che serviranno a migliorare la qualità della vita dei detenuti e gli standard di igiene e sicurezza sanitaria" Così Samuele Ciambriello, Garante regionale delle persone prive della libertà personale, commenta l'iniziativa realizzata in poche ore di concerto con il Dipartimento regionale dell'amministrazione penitenziaria.
"Con la sospensione dei colloqui e del supporto dei familiari - ha spiegato Ciambriello - c'è la necessità di lavare nelle carceri gli indumenti della popolazione reclusa e, purtroppo, non c'erano abbastanza lavatrici per farlo. Su richiesta del provveditore il dr. Antonio Fullone, ci siamo immediatamente attivati per risolvere il problema. È il segno che se le istituzioni sanno dialogare si trova modo per rispondere alle piccole e grandi emergenze.
In un clima come questo, di grande preoccupazione per la salute pubblica, dobbiamo saper dire a tutti i cittadini che ognuno deve fare la sua piccola parte per rendere più ricchi di speranza questi giorni difficili. Da parte nostra, ce la stiamo mettendo tutta perché tutti coloro che operano e vivono negli istituti penitenziari (agenti, personale civile, detenuti) sentano vicine e presenti le istituzioni".
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 27 marzo 2020
Carcere al tempo del coronavirus: "Tempo scaduto, è giunta l'ora delle decisioni". A dirlo sono gli avvocati penalisti veronesi che hanno posto le loro istanze nero su bianco scrivendo al presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, ai magistrati di Sorveglianza di Verona, al comandante della polizia penitenziaria della Casa circondariale di Verona: "Noi avvocati in questi giorni abbiamo sentito le voci di decine e decine di detenuti che oggi si sentono ancora più reclusi perché senza alcun contatto con l'esterno, senza colloqui con i propri famigliari, senza permessi, senza attività lavorativa, senza scuola e senza incontri con gli insegnanti, con i volontari e che possono contattare solo telefonicamente i propri difensori.
Voci piene di speranza tuttavia e che - si legge nel documento della Camera penale scaligera - incoraggiavano noi avvocati a presentare istanze perché i magistrati avevano promesso loro una risposta rapida alle loro richieste. Noi avvocati abbiamo gli anticorpi necessari per comprendere che ogni fascicolo è diverso e non vogliamo in alcun modo dare l'impressione di cavalcare l'onda emergenziale per ottenere facili risultati. Tuttavia, oggi - rimarcano i penalisti veronesi - dopo esserci confrontati con la Direzione del carcere, con l'Area sanitaria ed il Garante, siamo preoccupati per il numero davvero limitato di riconoscimenti di misure alternative per persone che pure dispongono di un idoneo alloggio, di un lavoro stabile, di un programma terapeutico esterno o di condizioni di salute talmente precarie che vista la pandemia in atto potrebbero per taluno risultare fatali.
Per i medici in carcere le possibilità di contatto o di contagio con personale sanitario e/o personale di polizia potenzialmente infetto nella forma asintomatica o sintomatica lieve o di incubazione è più alta della possibilità di contagio in quarantena nella propria abitazione con i soli familiari più stretti e che una eventuale epidemia interna avrebbe effetti disastrosi sulla salute della popolazione detenuta, della polizia penitenziaria, del personale civile". Per questo, conclude la Camera penale, "il tempo è scaduto perché la pandemia in atto non ammette ritardi né ripensamenti: è l'ora delle decisioni coraggiose".
di Sandro Barberis
La Provincia Pavese, 27 marzo 2020
Aumentano i contagi nelle carceri della provincia di Pavia: sono già undici i positivi accertati. Cinque malati Covid nel penitenziario di Voghera, sei in quello di Pavia. È allarme tra gli agenti di polizia penitenziaria che sono preoccupati sia per la loro salute, ma anche per le accuse di violenza e cattiva gestione che gli sono state rivolte da alcuni detenuti di Voghera tra cui l'ex boss della Mala del Brenta Felice Maniero.
"Le proteste dei detenuti in alcuni casi sono giuste perché temono il contagio, ma in altre sono strumentali: e comunque non ci sono stati casi di violenza" spiegano dal coordinamento regionale del sindacato di Polizia penitenziaria. A Vigevano ci sono 385 detenuti (capacità 242), a Voghera 451 (capacità 341) e a Pavia 723 (capacità 518).
"Non ci sono riscontri di violenze e dell'uso di mezzi di coercizione fisica nel carcere di Voghera - spiegano dal coordinamento regionale dei sindacati della polizia penitenziaria. C'è una protesta diffusa da parte di alcuni detenuti di una sezione che hanno tentato di ribellarsi utilizzando come leva le giuste preoccupazioni per il timore di contagio.
Una protesta strumentale da parte solo di alcuni detenuti che volevano violare le regole, il personale è intervenuto senza violenza per riportarli nelle camere. Questo in un quadro di turni massacranti, riposi saltati e preoccupazione da parte degli agenti che da settimane lavorano in condizioni difficili per via dell'emergenza".
Una situazione a rischio, non solo a Voghera, che ieri ha portato i sindacati a chiedere di nuovo interventi per le tre prigioni pavesi ai vertici nazionali e regionali dell'amministrazione carceraria. "Non si può ancora sottovalutare l'enorme rischio di contagio all'interno degli istituti - spiega il coordinatore regionale, il vigevanese Michele De Nunzio.
Le notizie di positività ai test di alcuni detenuti sono ormai note e alcune direzioni stanno organizzando sezioni ad hoc per i "positivi", nonché zone di isolamento sanitario. Tutto questo, però, senza un benché minimo standard di sicurezza per il personale di polizia che, in alcuni casi, viene addirittura "inviato al fronte senza armi", ovvero all'interno di questi reparti senza guanti, mascherine e occhiali".
Per questo i sindacati della polizia penitenziaria chiedono, ancora, tamponi a tappetto in tutti gli istituti. Circa 2mila persone tra detenuti, agenti e civili. "I focolai di Covid hanno appiccato una catena di contagio che verrà fermata solo attraverso scelte serie, urgenti e ragionate - chiude De Nunzio -. L'interesse di tutti è quello di fermare una diffusione incontrollata del virus, serve un tampone ogni dieci giorni". Ieri il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha promesso "8mila mascherine al giorno per le carceri italiane".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 27 marzo 2020
Lavorava nel carcere di Opera. C'è un secondo morto per virus Covid-19 tra il personale della Polizia Penitenziaria: era un assistente capo, veniva dalla provincia di Foggia, lascia moglie e figli, nel 2014 aveva ricevuto una medaglia di bronzo al Merito di servizio, ed è morto ieri all'ospedale milanese Humanitas, dove era stato ricoverato da alcuni giorni.
Lavorava nella Casa di reclusione milanese di Opera, ma di fatto era in servizio al Nucleo Traduzioni dei detenuti, e nell'ambito di questo compito aveva piantonato all'ospedale Niguarda un detenuto, il quale aveva probabilmente contratto l'infezione proprio durante il ricovero da otto mesi. Il 9 marzo, ai primi sintomi della malattia, l'agente era stato posto in isolamento precauzionale in caserma, e il giorno successivo il tampone aveva dato esito positivo.
L'altro ieri in parlamento il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha indicato (su 58.200 reclusi in 50.000 posti teorici) i detenuti positivi in 15, e in 248 le persone in isolamento sanitario precauzionale per quarantena, aggiungendo che in Italia con il suo recente decreto legge sono usciti in detenzione domiciliare appena 5o detenuti con meno di 18 mesi da scontare, e 150 semiliberi in licenza.
di Matteo Salvini
Il Gazzettino, 27 marzo 2020
Dopo Mattarella e Conte anche il leader della Lega interviene sulla lettera al Gazzettino dei carcerati.
Egregio direttore, mi permetto di intervenire dopo la lettera dei detenuti nelle carceri del Veneto e che ha ricevuto le risposte del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio. Prima di tutto, però, mi permetta di rivolgermi alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria: molti di loro, in tutta Italia, non hanno mascherine e guanti protettivi. Una situazione comune ad altre Forze dell'Ordine e addirittura a parecchi medici, infermieri, operatori sanitari.
Il governo, come ho chiesto direttamente al premier Conte, deve intervenire immediatamente. È questa la prima emergenza: aiutare i nostri eroi a difendere gli italiani in piena sicurezza. Sono convinto, invece, che lo svuota-carceri non sia una necessità, e soprattutto ritengo che il dibattito nasca in un momento sbagliato.
Non possiamo dimenticare quanto successo nelle recenti settimane. Decine di case circondariali, da Nord a Sud, hanno subìto rivolte o proteste che hanno provocato danni superiori ai 30 milioni di euro, tredici morti tra i detenuti, decine di feriti tra le Forze dell'Ordine, evasioni di gruppo. Pensare di mandare ai domiciliari migliaia di carcerati, fra cui anche condannati per spaccio di droga, rapina, furto e truffa, sarebbe la resa dello Stato.
Uno schiaffo alle Forze dell'Ordine e alla certezza della pena. Molti detenuti non avrebbero nemmeno un alloggio in cui scontare la condanna, e infatti il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano si è rivolto al Comune per chiedere case o alberghi. Non mi sembra accettabile. Il problema del sovraffollamento carcerario è figlio anche della carcerazione preventiva: troppi innocenti sono dietro le sbarre. È questa la vera vergogna, altro che perdere mesi con la prescrizione. Questo è un problema strutturale che vogliamo e dobbiamo risolvere, quello dei troppi innocenti finiti ingiustamente in galera. Aggiungo che servirebbe un piano carceri per realizzare nuove strutture, ma non è mai stata una preoccupazione del centrosinistra e dei grillini.
I governi targati Pd avevano approvato almeno cinque svuota-carceri, sempre con la scusa del sovraffollamento, ma il problema si è poi puntualmente ripresentato. È inutile dire, direttore, che chi è in carcere abbia tutto il diritto di essere protetto dal virus, dalla malattia, dalla paura.
Né mi sfugge l'importanza delle iniziative di solidarietà che hanno visto detenute e detenuti donare quanto potevano per le terapie intensive, oppure continuare a tener vivo il servizio di prenotazione sanitario in alcuni territori, ma la preoccupazione del Coronavirus non può essere la scusa per spalancare i cancelli. Oltretutto, i detenuti semiliberi che hanno scritto la lettera non dovrebbero avere contatti con gli altri reclusi. Le loro preoccupazioni mi sembrano quindi eccessive: ci si ammala più fuori dal carcere che dietro le sbarre.
Aggiungo che nel piano del governo andrebbero a casa migliaia di condannati senza che vengano valutate la pericolosità o il pericolo di fuga. Piuttosto, è ragionevole immaginare strade alternative per permettere loro di avere rapporti con i parenti. Magari con le videochiamate.
In tutta Italia e nel Nordest la gente si ammala e rischia di morire. C'è un'emergenza sanitaria che diventerà economica e sociale. Alla casella
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 26 marzo 2020 n. 10659. Nel caso di incertezza della giurisprudenza sui termini utili per impugnare, la parte deve seguire l'orientamento più restrittivo per evitare di incorrere nella sanzione della decadenza. Un criterio che vale a maggior ragione quando, come nel caso esaminato, l'orientamento che estende di più la facoltà processuale non è quello dominante, ma rappresenta solo una delle due vie possibili, indicate dalla giurisprudenza, prima dell'intervento risolutivo delle sezioni unite.
La Corte di cassazione, con la sentenza 10659, bolla come inammissibile il ricorso contro la decisione con la quale la corte d'Appello aveva considerato, a sua volta, inammissibile perché tardiva, l'impugnazione arrivata dopo la scadenza dei 45 giorni dal deposito delle motivazioni della sentenza, giunte entro i 90 giorni previsti. Nello specifico si trattava di un giudizio abbreviato in assenza dell'imputato.
Un caso rispetto al quale, dopo l'intervento della legge 67/2014, che ha introdotto l'istituto dell'assenza passando un colpo di spugna sulla contumacia, si era creato un contrasto giurisprudenziale proprio rispetto ai termini per l'impugnazione. Due gli opposti orientamenti che si erano affermati, prima dell'intervento delle Sezioni unite, sugli effetti dell'abolizione della contumacia. Secondo il principio abbracciato dalla decisione impugnata, la notifica della sentenza emessa nel giudizio abbreviato non era più necessaria, mentre l'altra tesi sosteneva la necessità della notifica dalla quale sarebbe dovuto decorrere il termine per l'impugnazione e non dalla pubblicazione della sentenza. Il ricorrente avrebbe dovuto scegliere la via più restrittiva.
di Francesco Errani
francescoerrani.it, 27 marzo 2020
Durante le tensioni scoppiate anche all'interno del carcere della Dozza a Bologna, in seguito alle restrizioni imposte dalle misure anti-coronavirus che hanno limitato i colloqui con i familiari, alcuni detenuti hanno sottratto le medicine dall'infermeria e un detenuto della Casa Circondariale di Bologna è morto per un'overdose da psicofarmaci. Le rivolte nelle carceri sono episodi molto gravi e la violenza, oltre a essere sempre sbagliata, è anche controproducente.
Oltre ai danni economici, dobbiamo purtroppo "contare" anche i danni umani, creati da una gestione superficiale della situazione carceraria, che ha messo in difficoltà tutto il personale che opera già in condizioni difficili all'interno delle carceri. Penso naturalmente al personale della polizia penitenziaria e agli educatori. Nelle carceri italiane, oltre alle carenze strutturali degli edifici, è allarmante anche la carenza di personale della polizia penitenziaria e di educatori: nel carcere Dozza di Bologna sono solo 6 gli educatori per 891 detenuti.
Il decreto "Cura Italia" punta a facilitare la detenzione domiciliare per le persone che sono a fine pena, per rispondere così sia alla crisi legata al sovraffollamento che all'epidemia Coronavirus. In Italia ci sono più di 8.000 detenuti che devono scontare da 1 giorno a 12 mesi e altrettanti da 1 a 2 anni come pena residua. Parliamo di circa 16.000 perone.
Il quotidiano "La Repubblica" scrive di quattro contagi all'interno del carcere Dozza di Bologna. Bisogna prevenire l'epidemia, non cercare rimedio dopo. Bisogna ricorrere alle misure alternative e aumentare la detenzione domiciliare, tenendo presente che 16mila detenuti hanno una pena residua inferiore ai due anni.
Gentile Presidente, nelle carceri, gli interventi proposti dal Ministro Bonafede temo siano insufficienti. Non è previsto ad esempio il distanziamento sociale, impossibile da applicare nei casi di sovraffollamento, mentre sappiamo essere un comportamento richiamato come indispensabile dalla Comunità scientifica mondiale per evitare i contagi: la distanza minima di un metro dentro alle celle non viene infatti rispettata.
Il decreto è anche inadeguato perché non serve a ripristinare l'ordine e la sicurezza sanitaria dentro le carceri, ormai vicine al collasso. L'introduzione del braccialetto elettronico per la detenzione domiciliare per chi ha una pena inferiore ai 18 mesi da scontare è sbagliato, perché rallenta il sistema e lo appesantisce di nuove procedure. Inoltre, non inciderà sufficientemente sul problema del sovraffollamento, perché, con tutte le limitazioni imposte, non sono così numerosi coloro a cui resta da scontare meno di 18 mesi.
Bisogna intervenire prima che l'epidemia entri dentro agli istituti di pena, causando problemi sanitari e di sicurezza sociale enormi per il Paese, aumentando la pressione per il nostro sistema sanitario nazionale.
In uno Stato democratico, vista l'emergenza del Coronavirus, l'amnistia e l'indulto sarebbero provvedimenti necessari. I tribunali sono congestionati da milioni di processi pendenti e la popolazione carceraria è oltre il limite di legge. In alcune carceri italiane, il sovraffollamento ha picchi del 200%: alla Dozza la capienza massima di 500 persone è ampiamente superata dalla presenza di 890 detenuti.
Oggi in una lettera su Repubblica, la moglie di un detenuto denuncia come "i detenuti non siano considerati da nessuno, dimenticati da tutti e da tutto". Gentile Presidente, se non vogliamo che il carcere sia un processo di esclusione sociale, di disumanizzazione, scontare una pena deve poter essere un percorso che ristabilisce giustizia, non che aggiunge ingiustizia, e dobbiamo garantire condizioni di lavoro e di vita dignitose sia per chi lavora (polizia penitenziaria e educatori) che per gli uomini e le donne detenuti.
- Napoli. I detenuti di Poggioreale pronti a donare il sangue
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- Enna. Coronavirus: un agente ricoverato, altri 10 con sintomi
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