di Chiara D'Incà
triesteallnews.it, 28 marzo 2020
Con l'avvento dell'emergenza da Coronavirus sono molti i problemi che la Penisola deve affrontare; molti di essi sono di vecchia data e, con una situazione così instabile, tornano alla ribalta in maniera esponenziale. Uno di questi è sicuramente il sovraffollamento delle carceri che, a causa del timore legittimo del contagio, ha portato molti detenuti a protestare, sperando in una mossa politica atta a sbloccare questa situazione ormai stagna da anni. Una misura per far fronte ai troppi detenuti in poco spazio, in modo da avere nelle carceri numeri più accettabili per una nazione attenta ai diritti, è ad esempio la detenzione domiciliare prevista dal Decreto Cura Italia, che non tiene però conto di una questione fondamentale: molte delle persone che potrebbero accedere al beneficio previsto, e ridurre così il sovraffollamento negli istituti di detenzione, non hanno un luogo dove andare.
Così facendo si rischia di rimanere bloccati in una spirale che si avvita su sé stessa, senza uscita, facendo spola tra la problematica dei centri di detenzione e quella, rilevante, legata ai senzatetto: in queste giornate di quarantena, infatti, anche a causa del calo delle temperature dell'ultimo periodo, le persone senza dimora si trovano in ancor più difficoltà, ed è un altro grido sociale che, sulle piattaforme online, si leva dall'Hashtag #vorreirestareacasa. Su questo, nel Comune di Trieste, possiamo stare più tranquilli: l'amministrazione comunale ha infatti aperto un nuovo centro diurno per i senzatetto in modo da garantire a queste persone un riparo dal freddo in condizioni di sicurezza sanitaria.
Per quanto riguarda la detenzione domiciliare, ci si affida al fatto che coloro che non dispongono di una casa dove andare debbano trovare sistemazione nelle case di accoglienza, le quali per far fronte al rischio Covid-19 devono attivare delle misure igienico-sanitarie di igienizzazione e di uso di dispositivi di protezione individuale che hanno costi molto elevati. A queste strutture, che specialmente in periodi di emergenza come questi stanno già operando a pieno regime, viene chiesto di ricevere ancora altre persone, con cui non potranno fare un colloquio preliminare, spesso con patologie o con problemi di dipendenza e nel contempo senza adeguato supporto sanitario.
Il problema dunque non è di natura prettamente morale, ma altresì logistico: chi è in grado di attivare procedure per assegnare un medico di base alle persone che eventualmente accedano a misure alternative, quando già si fa fatica a telefonare e reperire il medico nelle ore di apertura ambulatoriale per chi è già in carico nelle strutture?
"Da anni il volontariato chiede trasparenza e maggior accesso ai fondi di Cassa Ammende, per poter implementare progetti di accoglienza che garantiscano serietà e capacità progettuale", sostiene in un articolo dedicato l'operatore Alessandro Pedrotti, sottolineando come fare accoglienza, seguire un detenuto domiciliare, significa accompagnare queste persone con personale volontario e personale retribuito.
"Significa che durante quelle 24 ore devi garantire a quelle persone un'accoglienza degna". Un impegno costante, dove spesso l'istituzione non tiene in considerazione la leva umana che azionerà il meccanismo e tutte le persone che, da queste scelte, dovranno dipendere, specialmente in questi tempi complessi e già di per sé estenuanti.
Con l'emergenza da Coronavirus infatti, gestire un centro di accoglienza significa tutelare e tutelarsi: avere tutti detenuti domiciliari, anche chi è libero o affidato deve stare rinchiuso, ciò significa dover mediare tutte le informazioni che arrivano dall'esterno, ascoltare le paure e le contraddizioni che un isolamento simile può far scaturire e soprattutto offrire alle persone la possibilità di sentirsi protetti. Per poter avere un'accoglienza rispettosa e responsabile bisogna riconoscere quando le condizioni non ci sono.
Cosa si può fare allora per venire a capo di un problema tanto ampio? "Si può fare un piano straordinario di accoglienza che può essere finanziato con Cassa ammende e con fondi straordinari. Un piano che preveda uno stanziamento significativo per sostenere tutte quelle iniziative che sgraveranno il sistema carcerario di quei 5 o 10mila detenuti che potrebbero usufruire delle misure straordinarie approvate e anche di quei detenuti che hanno un fine pena sotto i 4 anni e potrebbero tranquillamente accedere all'affidamento in prova" suggerisce Pedrotti.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 28 marzo 2020
È sensata l'obiezione della Procura di Genova, che ritiene inapplicabile la "Inosservanza dei provvedimenti dell'autorità": al tempo del Covid-19, chi mente sui propri spostamenti non altera le "generalità" e, soprattutto, si tratta di un illecito "oblazionabile" con una piccola somma. Molto più efficace contestare l'invece dimenticato articolo 260 del Testo unico delle Leggi sanitarie: che, in caso di condanna, impone la trascrizione nel casellario giudiziario.
In questo periodo di profonda crisi, il susseguirsi di provvedimenti nazionali e regionali, per i quali, a seguito delle misure stringenti del governo, tutti i cittadini si vedono - legittimamente - limitati nei propri spostamenti, sono sorti alcuni - inevitabili - problemi collaterali, legati alle conseguenze penali in caso di inosservanza della normativa di emergenza adottata dall'organo esecutivo.
In particolare, il governo ha progressivamente adottato diversi decreti legge, l'ultimo dei quali, annunciato nella serata di martedì scorso dal presidente Conte, introduce alcuni chiarimenti, da un lato, in relazione al rapporto tra i provvedimenti del governo e quelli delle regioni e, dall'altro lato, in ordine al sistema sanzionatorio previsto per coloro che non osservano quanto disposto finora.
In particolare, con l'approvazione del nuovo decreto, la condotta di coloro che violeranno le misure restrittive sarà punita con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 500 a euro 4.000; non si applicheranno più le sanzioni contravvenzionali previste dall'articolo 650 del codice penale.
Come noto nel diritto penale vi sono una serie di principi fondamentali, quali il principio di legalità e di tassatività o sufficiente determinatezza della fattispecie penale, finalizzati a garantire che ad un soggetto possa essere comminata una pena solo in presenza di una legge preesistente che configura in maniera chiara e tassativa il comportamento ritenuto punibile quale un reato.
Se un soggetto ha posto in essere un reato occorre guardare agli elementi costitutivi della fattispecie penale asseritamente violata: in altre parole, vi deve essere una perfetta coincidenza tra ciò che dice la legge e la condotta posta in essere dal soggetto, a noi tutti nota quale tipicità nel diritto penale.
Tralasciando ulteriori approfondimenti legati agli altri elementi del reato, quali antigiuridicità e gradazione dell'elemento soggettivo, occorre rilevare che dal punto di vista tecnico, in questa attuale situazione di crisi epidemiologica in cui il governo ha adottato precise misure restrittive, vi sono tre tipologie di fattispecie penale ipoteticamente realizzabili legate direttamente all'inosservanza di dette disposizioni: la prima sicuramente era riconducibile all'art. 650 c.p. ("Inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità"), la seconda legata ai cosiddetti reati di falso e la terza, residuale, relativa alla diffusione - colposa o dolosa - della pandemia (contagio da risiko-delikt).
Per quanto riguarda la contravvenzione di cui all'art. 650 c.p. - che con l'adozione del nuovo provvedimento non troverà più applicazione - non vi sono molti dubbi interpretativi. In tale sede, risulta doveroso, tuttavia, rilevare come tale fattispecie penale sia una contravvenzione e non un delitto (al pari delle violazioni del cosiddetto Tulps, Testo unico di Pubblica sicurezza).
Di delitti, invece, si parla in caso di falsa attestazione del soggetto colto fuori dal proprio domicilio senza, quindi, giustificato motivo. Per queste tipologie di reato i cittadini potranno continuare a rispondere dinanzi all'Autorità giudiziaria. In tale ipotesi, le fattispecie penali configurabili sono quelle legate all'495 cp, "Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri", e quelle relative al combinato disposto degli artt. 477, 482 e 483 dello stesso codice.
Identificare la tipicità della norma - ovvero, come detto, la perfetta coincidenza tra quanto posto in essere e quanto punito dalla legge - non è così agevole poiché vi sono elementi soggetti ad interpretazione, quali, ad esempio, la natura dell'atto con cui il cittadino attesta falsamente la propria condizione, se atto pubblico o certificazione amministrativa.
Ed infatti, sul punto, sono già sorte le prime criticità: condivisibile (e non poteva andar diversamente) la scelta operata dalla Procura della Repubblica di Genova che ha promosso richiesta di archiviazione in relazione proprio alla violazione dell'art. 495 c.p. in quanto tale delitto - secondo l'interpretazione dell'Ufficio di Procura - verrebbe integrato esclusivamente dalle false attestazioni aventi ad oggetto l'identità, lo stato od altre qualità della persona. Secondo tale interpretazione, quindi il soggetto che attesta falsamente una condizione lavorativa o personale non rientra nel caso di falsità relativa ad un proprio stato o ad una propria qualità.
Le conclusioni cui è pervenuta la Procura di Genova sono, come detto, figlie di una interpretazione legalmente orientata della lettera della norma penale. Non si può escludere che altre Autorità scelgano, invece, la prosecuzione del procedimento penale collegando la falsità su una condizione lavorativa o personale del cittadino quale alterazione dello stato o di una qualità del soggetto medesimo, condizione richiesta dall'art. 495 c.p. per la configurazione del delitto: è il prezzo che -ontologicamente- il Sistema paga in virtù dell'indipendenza del Magistrato (che ad avviso di chi scrive fa dell'Ordinamento italiano l'espressione più alta della democrazia) e dell'assenza del precedente vincolante.
Ma senza entrare in teoremi di filosofia del diritto, l'interpretazione della Procura di Genova appare condivisibile soprattutto perché l'imputazione per il reato di falso - in generale - incorre nell'ovvio limite da parte dell'Accusa di dover provare la falsità dell'attestazione, ed in occorrenza di una situazione di crisi del genere, appare chiaro come, pertanto, non esiste una norma stringente in grado di consentire la concreta ed immediata applicazione delle misure anti-contagio se non la Legge del buon senso.
Tuttavia, se proprio si volesse ricondurre una siffatta condotta ad una fattispecie penalmente rilevante, a parere di chi scrive, sarebbe più opportuno fare riferimento al dettato di cui all'art. 260 del Testo unico delle Leggi sanitarie: tale disposizione punisce con l'arresto fino a sei mesi e con l'ammenda chiunque non osservi un ordine legalmente dato per impedire l'invasione o la diffusione di una malattia infettiva dell'uomo.
Già ad una prima lettura, la tipicità descritta dalla norma risulta più aderente alla realtà che stiamo vivendo, trattando proprio il caso di una malattia infettiva. Peraltro, questa disposizione - uscendo per un attimo dal ruolo dell'avvocato penalista e ponendosi dal punto di vista di coloro che devono applicare la norma - ha la caratteristica, rispetto alla "previgente" contestazione di cui all'art. 650 c.p., di non essere oblazionabile: in caso di condanna, la stessa verrebbe trascritta nel casellario giudiziario. Più severità, quindi e -forse- più ascolto.
*Avvocato, direttore Ispeg - Istituto per gli studi politici, economici e giuridici
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 marzo 2020
Il sottosegretario Variati a "Radio Radicale". Ora la vicenda dei braccialetti elettronici è più chiara. I dispositivi ancora non sono disponibili, come aveva evidenziato Il Dubbio in un articolo, da quale è poi scaturita una interrogazione parlamentare di Roberto Giachetti di Italia Viva. Ieri la conduttrice di Radio Radicale Giovanna Reanda ha intervistato il sottosegretario agli Interni Achille Variati e gli ha chiesto proprio di fare il punto sulla questione, specificando la vicenda del bando di gara vinto da Fastweb, secondo il quale la produzione di 1000- 1200 braccialetti mensili sarebbe dovuta partire già 15 mesi fa.
"Ma quindi perché sono così pochi?", ha chiesto Reanda. "In realtà nella giornata di oggi (27/ 03/ 2020, ndr) - ha risposto il sottosegretario Variati - verrà firmato il decreto interdirettoriale tra il capo della Polizia e il capo dell'Amministrazione penitenziaria, dando così seguito al particolare articolo presente nel decreto "Cura Italia". Quindi ha proseguito Variati - verranno resi disponibili circa 5000 braccialetti che saranno consegnati con un numero non inferiore ai 300 a settimana". Poi ha aggiunto: "Già da domani fino alla fine di giugno ci saranno un totale di circa 5000 braccialetti".
Grazie all'intervista di Radio Radicale si è scoperto forse finalmente l'arcano, ovvero che fino ad oggi ancora non è partita la fornitura di nuovi braccialetti perché mancava la fase di collaudo come ha evidenziato Il Dubbio. Ricordiamo, infatti, che l'Amministrazione dell'Interno, nel dicembre 2016, ha avviato una procedura ad evidenza pubblica per la fornitura di braccialetti elettronici conclusasi nell'agosto del 2018 con l'aggiudicazione definitiva dell'appalto a Rti Fastweb: il servizio prevede, per un periodo minimo di 27 mesi, la fornitura di 1.000-1.200 braccialetti mensili per l'intera durata triennale fino al 31 dicembre del 2021. L'erogazione del servizio sarebbe dovuta partire già da ottobre del 2018, previa nomina da parte del ministero dell'Interno di una commissione di collaudo, ma tale organo è stata nominato o solo a fine novembre 2018 e ad oggi, dal sito della Polizia di Stato, risulta che la procedura di collaudo sia ancora aperta. Infatti è stato pubblicato esclusivamente il decreto di approvazione del verbale di collaudo positivo relativo alla fase uno e non risulta invece il "piano di collaudo della fase 2" che rappresenta la base di tutte le attività di verifica di conformità della fornitura e che deve essere sottoposto a valutazione e approvazione da parte dall'Amministrazione. Ora sappiamo che da oggi - come annunciato dal sottosegretario a Radio Radicale - dovrebbe finalmente partire la fornitura dei braccialetti elettronici in maniera tale da garantire i domiciliari per i detenuti che ne necessitano.
dire.it, 28 marzo 2020
Nelle carceri si sono ridotte tutta una serie di attività che vedeva impegnati i detenuti, così "anche per questo è aumentato il livello di ansia dei detenuti". Spiega la psicologa esperta in tematiche carcerarie, Francesca Andronico, dell'Ordine degli psicologi del Lazio, intervistata dall'agenzia Dire in merito allo stato d'animo dei detenuti in questo periodo di emergenza sanitaria per il Coronavirus.
"Tra i detenuti c'è preoccupazione - prosegue Andronico - se dovesse scoppiare un'epidemia in carcere sarebbe difficile da contenere, anche da un punto di vista delle infrastrutture. Gli stessi ospedali a volte non sono attrezzati, paradossalmente, figuriamoci un carcere. Sappiamo che questo virus ha una virulenza importante e, nonostante l'amministrazione sanitaria e quella penitenziaria abbiano disposto tutte le misure di sicurezza, questo non basta a tranquillizzare la popolazione carceraria. Poi ognuno chiaramente ha il suo carattere, c'è chi è più ansioso e chi lo è di meno, ma c'è anche chi è più a rischio perché ha patologie pregresse".
Il discorso della "privazione" riguarda in generale tutta la popolazione ma ovviamente la problematica aumenta in un'istituzione chiusa e totale come il carcere. La diminuzione dei colloqui con i familiari è stato poi "un problema enorme per i detenuti - prosegue Andronico - perché il carcere già ti "stacca" totalmente dalle tue appartenenze. I detenuti vivono in funzione del colloquio, per loro parlare con i propri familiari è fondamentale perché è un aggancio alla realtà esterna".
In merito ai colloqui con gli psicologi, i detenuti chiedono misure di rassicurazione "ma noi operatori sanitari - prosegue Andronico - più di "contenerli psicologicamente" non possiamo fare d'altra parte siamo tutti esposti. Noi abbiamo strumenti per contenere le loro angosce, ansie e paure, ma ci sono dei ischi oggettivi che non possono essere trascurati". Allora quello che bisogna fare, secondo l'esperta, è distinguere tra il rischio di contagio e la percezione del rischio.
"Noi psicologi possiamo lavorare sulla percezione del rischio e sul contenimento - spiega - cercando di far avere ai detenuti una visione il più possibile realistica e concreta di quella che è la situazione. Cerchiamo insomma di ridimensionare tutti gli aspetti che la paura può attivare". Su cosa sia cambiato in carcere, nello specifico dall'inizio dell'epidemia da Coronavirus, la psicologa Andronico ha così risposto: "Dobbiamo partire dal pregresso: in Italia ci sono penitenziari virtuosi, ma gestire un carcere è sempre molto complesso da vari punti di vista. C'è il problema del sovraffollamento, i presidi sanitari sono presenti ma gli operatori sono in difficoltà perché sotto organico, così come lo è la polizia penitenziaria. Quindi la risposta non è mai così efficiente rispetto alla domanda di cura. La situazione a volte è esplosiva. Questa emergenza allora non ha fatto altro che far emergere ed aggravare tutta una serie di difficoltà che già c'erano".
Il mandato degli operatori sanitari resta però quello di garantire "la continuità dell'assistenza. Oggi questo viene fatto ovviamente con tutte le misure di sicurezza - ha aggiunto la psicologa - con mascherine, guanti e distanza di sicurezza, perché in un momento così difficile i detenuti non si possono abbandonare, altrimenti si perde anche tutto il lavoro svolto in precedenza. Il carcere è un'istituzione totale e come tale comporta tutta una serie di difficoltà, non solo per i detenuti ma anche per la polizia penitenziaria. Il discorso vale in generale, ma soprattutto ora in questa situazione, dove noi sanitari, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, non possiamo rimanere a casa, ma dobbiamo mandare avanti il lavoro". Ha concluso Andronico.
di Giovanni Guzzetta
Il Dubbio, 28 marzo 2020
Qualche ora prima che il governo adottasse il Decreto- legge n. 19/ 2020, il Dipartimento della Protezione Civile, istituito presso la presidenza del Consiglio, diramava una "Raccolta delle disposizioni in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid-19". Questa specie di Testo Unico era costituito, prima dell'ultimo D. L., da un volume di 295 pagine! Una sorta di enciclopedia dell'emergenza i cui destinatari sono, oltre alle varie istituzioni, anche i 60 milioni di italiani che stanno cercando di orientarsi nella giungla di ordinanze e direttive su come circoscrivere i confini e continuare per quanto possibile a godere delle libertà previste dalla Costituzione.
Basterebbe questo dato per far salutare con favore la scelta del governo di intervenire, finalmente, con un Decreto- Legge che ha cercato di tracciare una linea chiara tra la fase tumultuosa delle ultime settimane e quello che appare essere l'orizzonte di medio periodo nel quale ci ha precipitato la crisi sanitaria, economica e sociale.
E, finalmente, verrebbe da dire, il governo e i suoi tecnici si sono applicati ad uno sforzo sistematico di dare ordine ai tanti poteri dell'emergenza, sorti o riemersi nel corso di questa crisi, sfruttando norme e istituti sparsi nell'ordinamento, ma certamente non pensati per fronteggiare una tragedia di dimensioni epocali come quella che stiamo vivendo. Si intravede, insomma, un'architettura istituzionale. Si può discutere o meno, e certamente si potrà fare a mente fredda, ma lo sforzo di porre un freno al rischio di ingorgo decisionale non può essere sottaciuto.
Il decreto-legge si propone di tipizzare i possibili interventi di emergenza, di prevedere limiti temporali ed esigenze di proporzionalità, di stabilire una gerarchia e un argine all'esercizio dei poteri tra i vari livelli di governo, di farsi carico di alcuni effetti annunciati dell'approccio precedente, come la paralisi certa di procure della Repubblica e Tribunali. Infine, esso rimette in gioco il Parlamento, sia perché, com'è noto, dovrà convertire il decreto, sia perché esso potrà esercitare un controllo sostanziale (almeno ogni due settimane) su quegli atti che formalmente gli sfuggirebbero perché adottati al di fuori del perimetro dell'art. 77 della Costituzione.
Adesso si passa alla prova dei fatti. E si tratterà di vedere se il tentativo potrà riuscire. Inoltre, il dibattito parlamentare potrebbe quantomeno aiutare ad accendere i riflettori sugli aspetti che richiedono un più attento vaglio. Alcune questioni, infatti, meritano certamente un approfondimento. Ne citerò due perché mi paiono le più rilevanti sotto il profilo del rapporto tra autorità e libertà. La questione di fondo negli stati di "eccezione".
Primo. La depenalizzazione delle violazioni delle ordinanze, al di là di alcuni aspetti di drafting che potranno essere corretti in sede di conversione, costituisce senz'altro una scelta da apprezzare. Non foss'altro che per il fatto che il sistema giudiziario non avrebbe retto l'impatto con le violazioni previste. Benché si tratti di percentuali bassissime, rispetto alla totalità della popolazione, che non elogeremo mai abbastanza per il suo spirito civico (con buona pace dei sadomasochisti dell'autodisprezzo nazionale), parliamo comunque di cifre, in termini assoluti, pur sempre rilevanti per il già sovraccarico circuito penale.
Perché però consentire che le nuove sanzioni amministrative si applichino retroattivamente con effetti pecuniari potenzialmente più gravosi di quelli previsti dalla precedente ipotesi di reato? Se è stato un errore prevedere la "criminalizzazione" dei comportamenti, perché adesso farla pagare, retroattivamente, ai cittadini (al di là di indagare se questa sia una scelta costituzionalmente corretta ai sensi della sent. 223/ 2018 della Corte costituzionale)? Non sarebbe bastato prevedere sanzioni equiparabili ai costi che avrebbero dovuto subire per estinguere il reato con l'oblazione di 103 euro (senza considerare i risparmi derivanti dal mancato utilizzo della macchina giudiziaria a tale scopo)?
Secondo. Di fronte alla disciplina dimostrata dai nostri concittadini, non sarebbe forse stato il caso di precisare un po' meglio i confini degli obblighi su di essi gravanti. A parte il pedaggio burocratico di inseguire ogni paio di giorni il nuovo modulo di autocertificazione sempre più complesso, non sarebbe il caso di spiegare un po' meglio, ad esempio, cosa significhi dichiarare di essere in uno stato di necessità "per spostamenti all'interno del comune o che rivestono carattere di quotidianità o che, comunque, siano effettuati abitualmente in ragione della brevità delle distanze da percorrere"?
Nessuno qui vuole sottrarsi agli obblighi, ma capire, una volta per tutte, quali essi siano, forse aiuterebbe a propiziare l'effettività delle norme, senza dover rincorrere alla repressione, magari dell'esercito: ipotesi non esclusa neanche da questo decreto- legge e che forse non suona esattamente come manifestazione di fiducia nei confronti del popolo italiano.
di Andrea Oleandri*
antigone.it, 28 marzo 2020
"Ieri abbiamo inviato ai parlamentari delle commissioni bilancio e giustizia e a tutti i capigruppo parlamentari una serie di proposte emendative (che è possibile leggere qui) degli articolo 123 e 124 del decreto Cura-Italia. Si tratta di proposte che vogliono far accrescere la possibilità di avere provvedimenti di detenzione domiciliare, liberazione anticipata e affidamento al servizio sociale. Ciò che chiediamo è che vengano approvate affinché le carceri possano tornare ad una situazione di legalità che consenta di affrontare al meglio il diffondersi dei casi di coronavirus. Quello di cui abbiamo bisogno sono posti in terapia intensiva e non nuovi focolai". Queste le parole di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, a proposito delle proposte che l'associazione ha avanzato insieme a Cgil, Anpi, Arci, Gruppo Abele, Ristretti, Cnvg, Diaconia Valdese, Uisp Bergamo e InOltre Alternativa Progressista.
"Abbiamo appreso dalla relazione in Parlamento del ministro della Giustizia Bonafede che i casi di detenuti trovati positivi al Covid-19 sono 15, mentre oltre 200 sono quelli in quarantena. Un dato che ci preoccupa, specialmente guardando quanto accaduto nel mondo libero in particolare riferimento alla crescita esponenziale dei contagi che, in un ambiente come il carcere, dove le persone sono tenute forzatamente a stretto contatto, sarebbe ancor più difficile da controllare e arrestare" prosegue Gonnella.
"Dal 29 febbraio sono oltre 2.500 i detenuti scarcerati. Attualmente quelli presenti negli istituti di pena sono poco più di 58.000. Tuttavia, sapendo che i posti regolamentari sono 50.000, a cui vanno sottratti varie altre migliaia di posti conteggiati ma non disponibili si può dire che ad oggi ci sono ancora 12.000 detenuti che non hanno un posto regolamentare. Una situazione di sovraffollamento che può trasformarsi in un veicolo drammatico di contagio" sottolinea ancora il Presidente di Antigone.
"Attraverso le nostre proposte emendative, dunque, vogliamo fare in modo che ancora altri detenuti possano uscire dal carcere e terminare di scontare la loro pena in detenzione domiciliare, anche a protezione di tutto lo staff carcerario. Lo Stato deve avere a cuore la salute di tutti e, in questo momento, la realtà delle prigioni italiane non può garantirla, né alle persone recluse, né agli operatori.
Purtroppo - conclude Gonnella - il tempo per agire è sempre meno. In questa direzione si tenga almeno conto del parere del Csm per non condizionare l'accesso alla detenzione domiciliare all'uso di braccialetti elettronici che nella realtà non ci sono. Inoltre chiediamo un piano straordinario di protezione igienico-sanitaria della polizia penitenziaria, dei direttori, degli educatori, dei cappellani, dei medici e degli infermieri che operano nelle carceri".
*Ufficio Stampa Associazione Antigone
di Katia Poneti
societadellaragione.it, 28 marzo 2020
Gli Istituti della Toscana offrono una rappresentazione eloquente delle criticità che si sono dovute affrontare nelle ultime settimane, dalla rivolta a Prato e dalle proteste a Sollicciano e Pisa all'arrivo a Porto Azzurro e San Gimignano di detenuti trasferiti da Modena. Sono state installate tende per il controllo sanitario all'ingresso e sono sati distribuiti telefonini per telefonate skype ma il funzionamento è a macchia di leopardo. Molto poche le uscite dal carcere sulla base del decreto del Governo, troppo condizionato da requisiti impossibili. Il sovraffollamento impedisce il rispetto delle norme di igiene previste dall'Oms. La richiesta di effettuare il tampone ad agenti e detenuti.
L'arrivo dell'emergenza Covid-19 ha trovato purtroppo la Toscana senza Garante regionale dei detenuti, dopo la cessazione del mandato di Franco Corleone, già proseguito con i tre mesi di prorogatio fino alla fine di gennaio. I garanti comunali, gli esperti e le associazioni che si occupano ogni giorno di carcere stanno lavorando in rete per raccogliere e condividere le informazioni sui vari istituti e intervenire con le istituzioni.
Le carceri toscane sono state investite dall'ondata di rivolte delle scorse settimane: a Prato vi è stata la devastazione di una sezione, mentre a Pisa e Sollicciano era iniziata l'agitazione, fortunatamente rientrata. Porto Azzurro e San Gimignano ospitano alcune decine di detenuti trasferiti dal carcere di Modena e da altri in cui vi sono state rivolte. L'organizzazione interna di questi istituti ha dovuto essere ripensata, riaprendo sezioni chiuse per ospitare i nuovi giunti, mantenendoli nello stesso tempo in isolamento sanitario e separati per classificazione penitenziaria (a San Gimignano, diventato recentemente istituto solo di alta sicurezza, è stata riaperta una sezione di media sicurezza).
All'esterno delle carceri sono state montate tende della protezione civile, in cui fare il pre-triage per chi entra in carcere; che ormai, con il divieto generalizzato di spostamenti, è soltanto il personale penitenziario ed eventuali nuovi giunti, mentre non entrano più gli operatori esterni. In seguito al blocco dei colloqui, sono stati distribuiti dal Dap/Prap un certo numero di cellulari perché i detenuti possano effettuare chiamate skype e/o whatsapp con familiari e avvocati (a Sollicciano ne sono arrivati una trentina), e questo fatto ha un po' placato la sensazione di abbandono in cui si erano sentiti precipitati i detenuti.
Non solo, le videochiamate hanno portato in molti casi un grande impatto emotivo, molto positivo, sui bambini, i familiari all'esterno e quelli detenuti, trasmettendo un senso di vicinanza che da tempo non veniva sperimentato. Molti detenuti, che da mesi se non da anni non riuscivano a vedere figli, nipoti e parenti sono riusciti ad avere l'opportunità di un contatto visivo, spesso negato dalle concrete difficoltà economiche dei familiari, che da mesi non riuscivano ad organizzare una trasferta dalle zone di origine per visitare il parente detenuto.
Nell'attuale criticità c'è dunque l'opportunità per consolidare i benefici che derivano dalle videochiamate attraverso strumenti normativi, ovviamente in aggiunta ai colloqui dal vivo che una volta superata l'emergenza saranno ripristinati. La posta elettronica, l'uso dei cellulari, le videochiamate devono fare parte della normalità e non dell'eccezionalità.
Molti restano i nodi critici, primo fra tutti quello di scongiurare il diffondersi dell'epidemia all'interno delle carceri. Il primo passo sarebbe quello di ridurre, azzerare, il sovraffollamento, facendo uscire quanti più detenuti possibile, soprattutto quelli che sono vicini al fine pena e hanno una casa o una struttura in cui andare.
Ma riguardo a questo obiettivo è del tutto inadeguata la norma adottata con il Dl 18/2020, art. 123, che prevede una forma di detenzione domiciliare quasi identica nei presupposti sostanziali, a quella già in vigore ex lege 199/2010 (addirittura con l'aggiunta di due reati ostativi: artt. 572 e 612-bis c.p.), e solo con facilitazioni procedurali.
Senza parlare dell'aggravamento posto dalla necessità del ricorso al braccialetto elettronico. Sarebbero piuttosto necessarie misure più incisive, come l'estensione della detenzione domiciliare ex lege 199/2010 così come integrata dall'art. 123 DL 18/2020 alle pene sotto i quattro anni e la liberazione anticipata "speciale" di 75 giorni ogni sei mesi di detenzione.
In Toscana la Magistratura di sorveglianza sta cercando di dare la più ampia attuazione possibile alla norma, con la collaborazione degli operatori penitenziari che fanno la ricognizione dei casi e istruiscono le pratiche. Tuttavia, i primi dati che giungono dai diversi garanti comunali confermano che sono poche le persone che hanno i requisiti per accedervi, dato che chi aveva i requisiti per la 199/2010 già aveva fatto domanda. Si sa che da Sollicciano sono usciti in 3, da San Gimignano in 7, da Livorno in 2, quest'ultimi per differimento pena. Più numerose sono ovviamente le istanze pendenti, anche per differimento pena per motivi di salute.
Il blocco degli ingressi degli operatori è poi particolarmente pesante per quei 4 bambini che si trovano in carcere a Sollicciano con le loro madri, e che ora non possono più beneficiare di quelle attività che rendevano meno dura la loro prigionia. Gli avvocati, il Garante comunale, l'associazione L'altro diritto e la Magistratura di sorveglianza si stanno impegnando per dare una soluzione ai singoli casi.
I semiliberi, dal conto loro, possono beneficiare ora, con l'art. 124 DL 18/2020, di licenze anche più lunghe dei 45 giorni previsti dall'Ordinamento penitenziario, e questo è un bene. Tuttavia, per coloro che non possono accedere alla licenza si apre la prospettiva opposta della chiusura in regime detentivo. In questo frangente viene così al pettine anche il nodo della mancata collocazione dei semiliberi in una struttura differente rispetto a quella penitenziaria fiorentina.
La tutela della salute dei detenuti rimane così in un limbo, in cui la paura del contagio è in parte contenuta dalle misure prese per monitorare i casi sospetti e dalla felicità di poter parlare con i propri cari in videochiamata, ma in cui mancano misure generalizzate per una seria prevenzione, che in carcere in quanto luogo chiuso deve essere ancora più accurata che all'esterno.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha emanato linee guida per affrontare l'emergenza da Covid-19 in carcere che dovrebbero essere attuate in tutti gli istituti toscani, tra cui si possono richiamare il lavaggio frequente delle mani con sapone, seguito dall'asciugatura con panni usa e getta, oppure l'uso di disinfettanti contenenti almeno il 60% di alcool, distanziamento fisico tra le persone di almeno 1 metro, uso di fazzoletti usa e getta per coprire la tosse.
E ancora, si richiamano la necessità di una pulizia accurata degli ambienti e le norme da seguire per l'uso della mascherina. Tutte pratiche che per essere attuate necessitano di spazi e mezzi adeguati, standard da cui le condizioni attuali delle nostre carceri sono molto lontane.
Una buona notizia arriva dall'iniziativa del Provveditore regionale Toscana e Umbria, che ha chiesto alla Regione Toscana di procedere, nell'ambito dello screening di massa deciso dalla Regione per identificare i soggetti positivi ma asintomatici, in via prioritaria allo screening del personale penitenziario e dei detenuti nelle carceri toscane. La proposta è sostenuta con forza dai garanti locali, come mezzo di tutela della salute dell'intera comunità penitenziaria.
teletermini.it, 28 marzo 2020
Stabilire criteri normativi certi per l'applicazione di misure alternative, senza creare ingiuste e pericolose disparità". "Rispetto alle carceri, l'emergenza Covid-19 apre numerose questioni. Non solo quella delle celle affollate ma della discrezionalità dei giudici rispetto alle istanze di misure extracarcerarie che in questo periodo sono in forte aumento".
Lo dice il Garante dei detenuti Giovanni Fiandaca che oggi, dalle pagine de Il Foglio, ha lanciato un appello alla politica chiedendo di "predeterminare criteri normativi volti ad eliminare, o comunque a ridurre, la discrezionalità giudiziale".
Fiandaca esamina quanto sta accadendo in Italia in questo momento: giudici che accordano, ad esempio, la detenzione domiciliare e altri che la negano anche a parità di gravi condizioni di salute.
"Allo scopo di evitare ingiustificate disparità di trattamento - dice Fiandaca - bisognerebbe fissare con legge dei criteri generali che, soprattutto in questo momento di emergenza, possano tutelare detenuti over 65 infermi e detenuti affetti da gravi patologie puntualmente documentate.
Non sono pochi, infatti, i detenuti con disturbi cardiaci e respiratori o con insufficienti difese immunitarie e dunque particolarmente esposti a un contagio con effetti potenzialmente letali e che rischiano, a loro volta, di diventare causa di ulteriore diffusione delle infezioni intramurarie. Un'epidemia all'interno delle carceri, inoltre, può provocare ulteriori effetti dannosi anche all'esterno. Tutelare la salute dei carcerati significa tutelare, più in generale, la salute di tutti".
di Pietro Del Re
La Repubblica, 28 marzo 2020
Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine, ribelli e eserciti governativi rispondono all'appello per una tregua lanciato dal Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. È uno dei pochi effetti positivi del virus. Dopo tanti lutti e tanto dolore, un effetto virtuoso il coronavirus l'avrà pur prodotto: la proclamazione di cessate il fuoco in diversi Paesi funestati da sanguinari conflitti, dalle Filippine al Camerun e dallo Yemen alla Siria.
Lunedì scorso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva lanciato un appello affinché le parti in lotta facessero tacere i loro cannoni e i loro kalashnikov. La sua invocazione, dicono alcuni funzionari del Palazzo di Vetro, era soprattutto destinata a proteggere i civili delle zone di guerra, i più vulnerali di fronte alla furia del Covid-19. Ma nessuno sperava che le sue parole venissero ascoltate sul campo dai vari belligeranti.
Invece, in un Paese in guerra dopo l'altro, le diverse fazioni ribelli e gli eserciti governativi contro cui combattono sono giunti a un accordo di pace temporanea per difendersi da un'altra aggressione, più subdola e potenzialmente altrettanto mortifera, quella della pandemia virale. Ora, secondo una fonte diplomatica che preferisce restare anonima, si sarebbe anche parlato del progetto di una risoluzione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sull'impatto del coronavirus sulle situazioni di guerra. "Alcuni Paesi dell'Onu hanno pensato a una dichiarazione congiunta per sostenere l'appello di Guterres", ha detto la fonte.
All'origine di quest'operazione ci sarebbe la Francia. Non è un caso se nella notte il presidente Emmanuel Macron ha pubblicato su Twitter la notizia di una "nuova, importante iniziativa" per contrastare la pandemia, concepita durante una sua telefonata con il suo omologo Donald Trump. Tuttavia, tra la Russia che si dice reticente a che il Consiglio di Sicurezza si occupi di sanità e gli Stati Uniti che insistono per imputare la colpa della pandemia alla Cina, l'approvazione di una tale risoluzione appare quantomeno problematica.
Intanto, però, nei teatri di guerra si è subito colta l'opportunità di una tregua. Martin Griffiths, l'inviato dell'Onu nello Yemen, Paese devastato da cinque anni di guerra, ha annunciato le "risposte positive" per un cessate il fuoco e per una pausa umanitaria giunte sia dai ribelli houthi sia dal governo yemenita per meglio lottare contro il coronavirus. Lo stesso è accaduto in Camerun, dove i ribelli anglofoni delle Forze di difese camerunensi del Sud (Socadef) hanno proclamato un cessate il fuoco temporaneo.
Tre giorni fa, un messaggio analogo è giunto dal Partito comunista delle Filippine, insieme al governo del Paese. E ieri anche le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno sostenuto l'idea di una tregua e si sono dette disponibili "a fermare ogni azione militare" nel nord-est del Paese, mentre il Segretario generale Guterres ha invitato gli altri protagonisti del conflitto siriano a fare lo stesso. Nella speranza che questi cessate il fuoco "servano da esempio nel mondo intero" per far tacere le armi di fronte alla minaccia del Covid-19.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 28 marzo 2020
Il Tribunale di Sorveglianza di Milano mette in mora l'amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia e la invita a "trovare, attraverso le proprie articolazioni sociali e pedagogiche, una adeguata collocazione" per un 43enne detenuto incompatibile con il carcere per gravi malattie ma che, anche per come è scritto il decreto sull'emergenza virus nelle carceri, non può essere messo in detenzione domiciliare perché non ha un domicilio e la legge non si preoccupa di questi casi assai numerosi.
Il sovraffollamento è piaga antica e quindi certo non responsabilità di questa gestione, se mai responsabile di averla negata nel suo vertice operativo (il Dap) o minimizzata nel suo vertice politico (il ministro). Ad oggi, con 58.944 detenuti e cioè 10 mila più della capienza teorica e 12 mila più rispetto dei posti effettivamente disponibili, nelle carceri ci sono stati 2 agenti e un medico penitenziari morti, 16 detenuti positivi, 257 persone in quarantena.
Il 17 marzo un articolo del decreto legge n. 18 sull'emergenza Covid-19 ha ammesso alla detenzione domiciliare chi abbia ancora da scontare meno di 18 mesi, però con una serie di preclusioni, tra le quali soprattutto, ecco il corto circuito normativo, quella ai detenuti "privi di domicilio effettivo e idoneo".
Non a caso mercoledì in Parlamento il ministro Bonafede ha comunicato che sinora in base al decreto sono usciti appena 5o detenuti in detenzione domiciliare e 150 semiliberi. Il Tribunale di Sorveglianza doveva decidere sulla richiesta, avanzata dai legali Antonella Mascia e Antonella Calcaterra con il professore Davide Galliani, di differire in detenzione domiciliare gli ultimi 8 mesi di una condanna a 2 anni di un detenuto che già 5 volte era stato dichiarato dai giudici incompatibile con il carcere perché positivo all'Hiv, affetto da tubercolosi polmonare, deambulazione assistita e grave deficit cognitivo, dunque molto a rischio se ora prendesse pure il virus in cella con altre due persone a San Vittore.
La sorella non è in grado di gestire il congiunto super-problematico, la sua ultima casa è stata sgomberata per malsane condizioni igieniche, nessuna comunità in questa fase di rischio-contagio si rende disponibile, e quindi il giudice Simone Luerti non può che rigettare la richiesta perché il detenuto non ha appunto un domicilio: però mette alle strette il Ministero affinché allora gli trovi una "adeguata collocazione".
È un tema di larga scala, perché nella teorica platea di 6 mila trasferibili dal carcere alla detenzione domiciliare sotto i 18 mesi, sono tantissimi i senza domicilio: molti più dei 30o stimati dal ministero (che sono solo i senza tetto), e tantissimi per definizione fra gli stranieri (oltre un terzo del totale dei detenuti) e fra gli italiani in disastrate condizioni economiche e familiari.
Al punto che la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Giovanna Di Rosa, in audizione quasi ha supplicato il Comune di trovare per questi detenuti scarceratili un albergo, un po' come fatto per la quarantena dei guariti dal virus.
- Foggia. "Mio figlio e gli altri reclusi picchiati e trasferiti dopo la rivolta"
- Brindisi. Bruno Mitrugno nominato Garante provinciale dei diritti dei detenuti
- Cremona. Covid-19, lezione del dottor Pan: il primario spiega il virus ai detenuti
- Venezia. Termo-scanner per il carcere, i "Cavalieri di San Marco" raccolgono l'appello
- Pozzuoli (Na). Fuori dal carcere la donna costretta a sfidare il virus









