Avvenire, 19 febbraio 2020
Vuole fare l'educatore, da bullo che era, per spiegare ai ragazzi come si diventa grandi nonostante gli sbagli. C'era una volta un ragazzo cattivo, che si chiamava Daniel. Pensava di non dover studiare, o lavorare, per poter vivere, e che contasse solo esser ricchi.
Così - aveva sì e no 15 anni - cominciò a minacciare e a picchiare i suoi coetanei, a rubare le borsette per strada e la merce nei negozi, finché divenne uno dei bulli più temuti del suo quartiere, alla periferia di Milano. Violento e spietato. Nemmeno quando fu arrestato, Daniel capì che doveva cambiare: anzi, continuava a comportarsi male e a prendere punizioni. Finché per la prima volta nella sua vita incontrò qualcuno - don Claudio, il cappellano del carcere minorile Beccaria - che non lo guardò come un ragazzo cattivo: "Sei migliore di così" disse don Claudio, e si prese Daniel nella sua comunità di recupero. Era il 2015.
Già dopo un anno il ragazzo cattivo non esisteva più: Daniel capì che aveva sbagliato e che la vita doveva avere tutto un altro senso. Cominciò a studiare, dall'Inferno di Dante Alighieri, un librone che gli aveva messo in mano un'anziana professoressa in carcere, che come don Claudio aveva visto qualcosa in lui.
E con quelle storie di cattiveria e di dolore, con la poesia, con le regole di condivisione della vita in comunità e il sostegno della sua famiglia, Daniel ricominciò a camminare. Giovedì scorso - qualcuno fra i suoi vecchi amici ha fatto persino fatica a riconoscerlo, tanto luminosi erano i suoi occhi - s'è laureato brillantemente all'Università Cattolica di Milano in Scienze della formazione.
Vuole fare l'educatore, da bullo che era, per spiegare ai ragazzi come si diventa grandi nonostante gli sbagli, o forse anche grazie a quelli. Ad assistere alla sua tesi di laurea, oltre a don Claudio e alla professoressa dell'Inferno di Dante, c'era anche il giudice del Tribunale per i minorenni di Milano che l'ha fatto condannare tante volte, fino a costringerlo al carcere: "È una grande vittoria di tutti noi, questa" ha detto stringendolo fra le braccia come una seconda mamma. La pm, insieme a Daniel, gira le scuole e incontra gli studenti raccontando che si può "non cedere alla tentazione del lato oscuro della forza. Lui è riuscito a trovare dentro di sé la forza del cavaliere Jedi e in questo è un esempio per i ragazzi". Il primo a essergli stato affidato si chiama Bragan, ha 17 anni. Era un ragazzo cattivo, finché Daniel non l'ha guardato come don Claudio ha fatto con lui.
di Maria Antonia Fama
rassegna.it, 19 febbraio 2020
Intervista a Luciano Toriello, che nel suo film che affronta il tema della paternità vissuta in carcere e il rapporto complicato con i figli, spesso all'oscuro della condizione vissuta dal genitore e poco consapevoli riguardo ai concetti di reato e pena. "La luce dentro", nuovo documentario di Luciano Toriello, affronta il delicato tema della paternità vissuta in carcere: il rapporto complicato con i figli, spesso all'oscuro della condizione vissuta dal genitore e poco consapevoli riguardo ai concetti di reato e pena.
Il film è stato prodotto dall'Apulia Film Commision ed è vincitore del Social Film Fund Con il Sud. Verrà proiettato in anteprima giovedì 20 febbraio alle ore 15, presso l'Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati.
Luciano Toriello, quando e come ti è venuta voglia di raccontare queste storie?
Da sempre mi sono occupato di temi sociali nella mia filmografia e ho lavorato spesso in collaborazione con il mondo dell'associazionismo. Nel caso specifico di questo progetto, Apulia Film Commission e Fondazione Con il Sud mi hanno dato un importante supporto nello sviluppo di un'idea legata a un mondo che osservavo da diverso tempo: le attività dell'Associazione Lavori in Corso, che opera intorno alla casa circondariale di Lucera, e di Paidòs Onlus, che da più di cinquant'anni assiste bambini che crescono in condizioni di disagio.
Si parla più spesso della situazione delle donne che vivono la maternità in carcere e dell'importanza di permettere loro di crescere i propri figli, anche in un contesto anomalo, come quello della detenzione. Tu hai scelto, invece, di concentrarti sulla genitorialità paterna. Come mai?
Credo che il rapporto che i padri detenuti instaurano con i propri figli sia un tema sottovalutato. Quando ho incontrato Simone e Gianni, i due bambini poi diventati i protagonisti del film, che studiano nel centro diurno di Paidòs, ho capito che avevano difficoltà di comunicazione con il padre. Quando non si vede per tanto tempo una persona, sia pure un familiare stretto, poi si hanno problemi a relazionarvisi. I due bambini mi hanno raccontato che non era loro permesso portare giocattoli all'interno del carcere, né disegni o colori. Questo mi ha fatto riflettere su quanto fosse difficile per loro e per il padre riuscire a comunicare con così pochi strumenti e per un tempo così breve. Ho chiesto allora come mai nella casa circondariale di Lucera e in altre realtà analoghe non ci fosse uno stimolo maggiore per favorire questi colloqui. Ho scoperto così l'Associazione Bambini senza Frontiere, che nelle carceri di alcune città settentrionali è riuscita a creare delle strutture adibite a questi incontri, dove i bambini possono giocare e disegnare mentre stanno con i genitori detenuti. Ho deciso allora di approfondire questo argomento, scegliendo come punto di vista quello dei bambini.
I bambini sono i veri protagonisti del documentario. Che tipo di percezione hanno del genitore che vive in carcere? Capiscono cosa vuol dire? Viene spiegato loro il senso del reato, della pena, della colpa?
Ho seguito più bambini, ma il mio lavoro è partito dall'incontro con un adulto che, durante l'infanzia, aveva vissuto l'esperienza traumatica di un genitore detenuto. Quando sua madre si è suicidata, a causa degli abusi subiti da parte del padre, lui si è trovato di colpo completamente perso, senza una famiglia. Tuttavia, scelse di sfuggire a tutte le forme di aiuto che gli erano state offerte e che si concretizzavano nel supporto da parte degli assistenti sociali o dall'accoglienza nelle associazioni. Da adulto, poi, si è ritrovato nei panni del padre, a vivere la stessa situazione da genitore. Molti dei figli dei detenuti che ho incontrato non conoscono la verità. Sono convinti che i genitori in carcere lavorino. Solo due di loro, Simone e Gianni, sono pienamente coscienti della situazione. Credo che proprio questa consapevolezza li aiuterà a superare più facilmente alcuni traumi man mano che cresceranno, perché non dovranno subire il contraccolpo della scoperta.
Tra i protagonisti c'è una bambina, accompagnata dalla mamma, che di notte va sotto la finestra del carcere e chiama suo padre...
Morena non sa che suo padre è un detenuto, pensa che lavori in carcere e lei viene di tanto in tanto a trovarlo da Bari a Lucera, viste anche le possibilità economiche limitate. Nell'esperienza di Morena emergono tutte le problematiche derivanti dalla pratica di tenere nascosta la situazione penale di questi detenuti ai loro figli. La bambina chiede continuamente del padre e continuamente le vengono dette bugie.
Questi bambini quindi non hanno un sostegno psicologico? Non c'è un approccio pedagogico, protetto, alle relazioni che i padri detenuti intrattengono in carcere con i rispettivi figli?
Assolutamente no, almeno per quanto riguarda molti dei casi che io racconto nel mio film. Simone e Gianni, invece, sono stati accompagnati e questo ha permesso loro di individuare nel tempo dei punti di riferimento, dei modelli positivi, grazie al lavoro di supporto svolto dalle associazioni che li seguono. Altri bambini, invece, sono abbandonati a loro stessi. Le madri non sanno dell'esistenza di questo tipo di supporti, vivono nell'abbandono e ciò genera non poche difficoltà.
acli.it, 19 febbraio 2020
Venerdì 21 alle 17, presso la sede provinciale delle Acli di Napoli sarà presentato il libro "Lettere a Laura, dal mondo dei nessuno" di Laura Ephrikian e Nino Mandalà. L'iniziativa è inserita nell'ambito della rassegna Acli Book - Leggere per conoscere e conoscere leggendo. In questo epistolario i due autori trattano un tema delicato come quello dei diritti dei detenuti e della possibilità di redenzione, facendo emergere nelle parole delle lettere la vita e l'anima dei protagonisti, il potere salvifico di arte e poesia.
"Questo epistolario - spiega la Ephrikian - è nato da un incontro banale tra due persone che mai avrebbero pensato di incrociare le loro strade e percorrere assieme un lungo tragitto fatto di emozioni e confessioni che mettono a nudo le anime di due ottantenni. Un incontro casuale, si direbbe. Mi piace pensare che quest'incontro sia stato voluto dalle stelle, perché sono convinta che siano le stelle a guidarci verso la conquista di mete altrimenti impensabili.
Rileggendo le lettere mi è venuto in mente che avremmo potuto chiamarlo: libretto di istruzioni per l'uso, l'uso della misericordia e dell'onestà nell'approccio con i drammi della vita affinché non accada che a drammi si aggiungano altri drammi".
L'evento, a cui parteciperanno gli autori, sarà introdotto da Maurizio D'Ago, presidente delle Acli di Napoli. Seguiranno gli interventi di: Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania; Saverio Senese, avvocato penalista; Sabrina Carpi, psicologa-psicoterapeuta Asl Napoli 2 Nord, Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli. Modererà il dibattito Benedetta Sciannimanica, Presidente Napoli Vi.Ve. Venerdì 21 febbraio 2020, ore 17:00. Sede Acli provinciali di Napoli. Via del Fiumicello 7.
Ristretti Orizzonti, 19 febbraio 2020
Venerdì 28 Febbraio alle ore 17,30, organizzato dall'Associazione Sc'Art di Genova, presso la sede Store di Vico Angeli 21r, verrà presentato il libro "Doppia Pena - Il carcere delle donne" edito da Mimesis e curato da Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli.
I testi che compongono questo libro sono opera di autrici che in forma e titolo diverso hanno sperimentato, nei fatti il carcere e le sue problematiche. All'incontro presenzieranno due delle autrici: Nicoletta Gandus (giudice penale a Milano fino al 2012, legale rappresentante della Casa delle Donne di Milano dal 2012 al 2016 ed Eva Banchelli (ex docente di Letteratura Tedesca presso l'Università Statale di Milano e Bergamo, germanista che ha svolto e svolge attività di critico, traduttrice e pubblicista, ora impegnata in attività di volontariato con l'Associazione Naga di Milano nel carcere di San Vittore.
L'Associazione di Promozione sociale "Sc'Art!" da alcuni anni gestisce un'attività formativa e lavorativa con la conduzione di laboratori interni ed esterni alla Casa Circondariale di Genova Pontedecimo, rivolti a donne detenute, anche in misura e sanzione alternativa e a donne ex detenute. Questa esperienza è stata occasione ed nel contempo per riflettere sulle questioni più generali legate al carcere, la funzione della pena, il tema dei diritti, il senso/non senso di una segregazione vuota di idee e di progettazione, ma anche e soprattutto sul tema della soggettività delle donne detenute e della loro differenza. L'evento che proponiamo alla città è frutto proprio di questa riflessione e vuole mettere in luce la condizione delle donne in carcere, una condizione più dura, una "doppia pena".
di Ivo Caizzi
Corriere della Sera, 19 febbraio 2020
Accordo tra i ministri Ue sul lancio di una nuova operazione che rimpiazzi "Sophia", sarà concentrata a Est, non su tutta la costa libica. Il Consiglio dei ministri degli Esteri dell'Ue ha raggiunto un accordo politico sul lancio di una nuova operazione per far rispettare l'embargo delle Nazioni Unite sulla fornitura di armi alla Libia, che chiude definitivamente la precedente missione Sophia. Lo ha annunciato al termine della riunione a Bruxelles il responsabile Esteri dell'Ue, lo spagnolo Joseph Borrell, che all'inizio dei lavori aveva ritenuto molto difficile superare le riserve espresse da vari Paesi.
In particolare Austria, Italia e Ungheria volevano garanzie che la nuova operazione non finisse di fatto per favorire i flussi di migranti nel Mediterraneo centrale, generando il cosiddetto "pull factor". Borrell ha comunque ricordato che per "la legge del mare, se le navi incontrano persone a rischio di annegare, naturalmente le devono salvare" perché altrimenti "sarebbe contro tutte le leggi internazionali". Resta anche l'obiettivo di contrastare "il traffico di esseri umani".
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha considerato positivamente l'accordo raggiunto con i colleghi all'unanimità perché "significa che finalmente si ascolta l'Italia". Non è stato deciso come ripartire tra i Paesi membri i migranti eventualmente salvati, rinviando a una prossima riunione. "L'embargo delle armi in Libia viene violato sistematicamente, il che rende difficile la tregua e il cessate il fuoco - ha detto Borrell. Questa operazione avrà l'obiettivo di far rispettare l'embargo e si utilizzeranno mezzi marittimi, satellitari e aerei. Le navi saranno la base del controllo radar". Il raggio d'azione, a differenza di Sophia (che copriva tutta la costa libica), si concentrerà sulla parte Est. E "se ci sarà un pull factor (fattore di attrazione, ndr), si ritireranno le navi dalle zone interessate".
Ristretti Orizzonti, 19 febbraio 2020
"Voglio sottolineare gli aspetti positivi dell'interlocuzione sviluppata tra il Garante nazionale e il Ministero dell'Interno sul fronte della protezione dei diritti fondamentali nel corso delle operazioni di rimpatrio forzato. C'è collaborazione e sinergia, come è naturale ci sia fra due parti dello stesso sistema. Si deve partire constatazione che nel nostro Paese negli ultimi anni si sono fatti grandi passi avanti su questo tema e che l'Italia in linea generale effettua i rimpatri forzati sostanzialmente in modo corretto.
Certo, ci sono degli aspetti da migliorare nell'ambito di questa interlocuzione: il Ministero, per esempio, comunica spesso troppo tardi al Garante le informazioni sui rimpatri imminenti. Più in generale, il Garante nazionale esprime preoccupazione per i rimpatri forzati verso l'Egitto, che nel 2019 sono stati ben 363. A questo proposito nota che l'accordo bilaterale per i rimpatri con l'Egitto dovrebbe essere rivisto, perché in tema di situazione dei diritti umani l'Egitto del 2020 non è più quello del 2007, quando l'accordo fu firmato.
Sul piano internazionale ed europeo insorgono altre preoccupazioni: per esempio per quanto riguarda la recente sentenza della Grande camera della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sui respingimenti a Melilla nel caso N.D e N.T contro Spagna. Il Garante prende atto con forte disappunto, pur ovviamente rispettandola, che la sentenza non ha rilevato una violazione da parte della Spagna dell'articolo 4 del Protocollo addizionale n. 4 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dell'articolo 13 della stessa Convenzione. Inoltre, proprio nel momento storico in cui a Frontex vengono assegnati sempre maggiori poteri e risorse, sarebbe importante che i Paesi membri dell'Ue, che rimangono gli unici responsabili di fronte alla Corte di Strasburgo (dato che l'Unione non è membro del Consiglio d'Europa), si sforzino per espandere la protezione dei diritti fondamentali nelle operazioni di rimpatrio forzato, ad esempio promuovendo la collaborazione con i paesi di destinazione per il monitoraggio post rimpatrio".
Lo afferma Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà, nel corso del convegno internazionale dal titolo "Il monitoraggio dei rimpatri forzati in Italia e in Europa", svoltosi martedì 18 febbraio nello Spazio Europa, gestito dall'Ufficio in Italia del Parlamento europeo e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea.
Nel corso dell'iniziativa sono state presentate le "Linee guida sui rimpatri forzati", un volume nel quale sono condensati una serie di standard da rispettare nel corso delle operazioni di rimpatrio forzato, basati su standard internazionali e sui concreti monitoraggi condotti dal Garante, anche a bordo degli aerei fino al Paese di destinazione.
Hanno partecipato in veste di relatori oltre a Mauro Palma, il Presidente del Comitato europeo per la prevenzione dei trattamenti inumani e degradanti, Mykola Gnatowskyy, il Presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati, on. Giuseppe Brescia, il Direttore centrale dell'Immigrazione e della Polizia delle frontiere, prefetto Massimo Bontempi e altri interlocutori nazionali e internazionali.
di Stefano Zirulia*
Il Manifesto, 19 febbraio 2020
Le modifiche alle leggi salviniane, se confermate, non ne mettono radicalmente in discussione l'impianto. A partire dalla riduzione (e non l'abolizione) delle sanzioni attualmente previste per le Ong.
Nel pacchetto di riforme allo studio della maggioranza per superare i decreti sicurezza varati dal precedente governo sembrerebbe esserci anche la riduzione (e non l'abolizione) delle sanzioni attualmente previste per le Ong che violano i divieti ministeriali di ingresso nelle acque italiane. Se la notizia fosse confermata si tratterebbe di una modifica molto insidiosa, poiché dietro alla facciata di un passo avanti sulle politiche migratorie finirebbe per confermare, nelle sue linee di fondo, la stessa logica che aveva animato la stagione salviniana dei "porti chiusi".
Anziché mettere radicalmente in discussione l'impianto del decreto sicurezza-bis, la riforma in cantiere sembrerebbe infatti limitarsi ad "addolcirne" le conseguenze sanzionatorie, riducendo l'importo della sanzione pecuniaria (che dall'attuale massimo di un milione di euro scenderebbe a 50.000 euro) e prevedendo che l'imbarcazione possa essere confiscata soltanto in caso di reiterazione della condotta.
Un intervento riformatore di questo tipo, tuttavia, perderebbe clamorosamente di vista l'obiettivo di correggere le attuali macroscopiche storture della legislazione italiana. Il diritto internazionale del mare prevede infatti che il comandante della nave svolga un ruolo attivo nell'individuazione del porto sicuro verso il quale fare rotta dopo avere tratto in salvo le persone in pericolo (Linee Guida dell'International Maritime Organisation sul trattamento delle persone soccorse in mare).
Il che è perfettamente ragionevole se si pensa che il comandante è l'unico soggetto in grado di valutare da vicino tutte le circostanze concrete, incluse le condizioni delle persone a bordo e quelle metereologiche. Nel momento in cui, avvenuto il soccorso, gli Stati costieri non indichino alcun porto sicuro (o perché tacciono, o perché indicano la Libia, che tutto può dirsi tranne che sicura), è ragionevole oltre che giuridicamente ineccepibile che la scelta finale su dove attraccare sia compiuta dal comandante. Rispetto a tale situazione, la possibilità che un ministro dell'Interno possa emanare un divieto di ingresso appare preoccupante per due principali ragioni.
Anzitutto perché sovverte la logica del soggetto più indicato a individuare il porto sicuro: non chi osserva la scena dalle stanze del Viminale, coi piedi all'asciutto, bensì il comandante della nave che ha di fronte la situazione concreta. In secondo luogo, perché rischia di produrre un effetto deterrente nei confronti dei comandanti delle navi commerciali, i quali, intravedendo il rischio di rimanere bloccati in una specie di limbo giuridico con decine di migranti a bordo, potrebbero essere per così dire scoraggiati dall'intraprendere iniziative di salvataggio (già oggi non mancano, purtroppo, le drammatiche cronache dei barconi abbandonati alla deriva senza che nessuno intervenga).
Bisogna dare atto al governo in carica di avere finora lasciato inapplicata la normativa sui "porti chiusi" voluta da Salvini, evitando cioè di emanare i relativi divieti di ingresso e intavolando proficue trattative, nel quadro degli accordi di Malta, per la ricollocazione dei naufraghi tra i Paesi disponibili ad accoglierli.
Se però l'intento riformatore fosse davvero quello di superare la logica dei porti chiusi, perché mai lasciare in vita delle norme che ne rendono in qualunque momento possibile il ritorno? La mera riduzione delle sanzioni, anziché la loro cancellazione, suona anzi come un monito: attenzione, ora che la legge è stata riportata nei limiti della proporzionalità, non si esiterà ad applicarla laddove risultasse necessario. Tale situazione potrebbe presentarsi, ad esempio, se durante il protrarsi dei negoziati di ricollocamento un comandante si rendesse conto dell'insostenibilità della situazione sanitaria a bordo, e decidesse in autonomia di attraccare in un porto italiano.
Forse, però, l'aspetto davvero inquietante dell'intera vicenda è a monte delle questioni giuridiche di carattere più tecnico, ed è rappresentato dal fatto stesso che il tema delle sanzioni per le Ong sia ancora all'ordine del giorno. Come se fosse una cosa normale il fatto di discutere quanto sanzionare coloro che trasportano dei naufraghi sulla terraferma.
La peggiore eredità del governo giallo-verde potrebbero allora non essere le leggi che ha introdotto, bensì l'avere spostato sensibilmente avanti la soglia psicologica e morale di ciò che siamo disposti ad accettare in nome della protezione delle frontiere. Il passaggio è cruciale, perché quando si inizia a considerare possibile, o anche solo degno di discussione, ciò che fino a ieri sarebbe stato considerato anormale, in quanto disumano, allora si sta preparando un terreno sul quale potrebbe germogliare quel "male" sulla cui "banalità" Hannah Arendt ha lucidamente messo in guardia la società contemporanea e tutti i suoi attori.
*Docente di diritto penale dell'Unione europea, Università Statale di Milano
di Antonio Armellini
Corriere della Sera, 19 febbraio 2020
La popolazione africana è in forte crescita e cercare di alzare muri non ci servirà. Ma investimenti e creazione massiccia di posti di lavoro richiedono tempo. L'immagine dell'Africa come una bomba a orologeria ha una forte presa; dinanzi allo spettro dello scontro epocale con una massa di migranti capace di stravolgere i caratteri essenziali della civiltà europea, la risposta è spesso quella di alzare muri. Al di là del vantaggio politico di corto respiro di simili argomenti, c'è da chiedersi se la soluzione possa davvero essere solo quella dell'esclusione e di guerre di interdizione dall'utilità inversamente proporzionale al costo.
Non che il problema non sia serio. La popolazione africana raddoppierà da qui al 2050, oltre quattrocento milioni entreranno in età lavorativa nei prossimi dieci anni e ci saranno posti per meno di un terzo (ha calcolato Domenico Siniscalco); per gli altri la via continuerà ad essere quella della fuga. Per contrastare il calo demografico che mette in pericolo il mantenimento dei livelli di crescita e il benessere dei Paesi europei, sarà indispensabile ricorrere all'apporto di immigrati in numeri che, solo per l'Italia, dovranno essere di centinaia di migliaia all'anno.
Ad alto livello di specializzazione, che tutti dichiarano di volere, ma anche non qualificati, da cui già dipende la sopravvivenza di molti settori produttivi a partire all'agricoltura. Facendo emergere questi ultimi sarà fra l'altro possibile mettere fine allo scandalo di vederli abbandonati nelle mani delle mafie e trattati come schiavi perché "invisibili", quando sono davanti agli occhi di tutti. Le cifre di riferimento potranno variare, ma il problema è quello di una gestione intelligente di entrambi i flussi che, per quanto paradossale possa sembrare, sarà l'unico modo per proteggere la nostra way of life.
L'Europa multietnica non è una realtà limitata agli ex colonizzatori, ma riguarda tutti i paesi europei ed è la conseguenza del ribaltamento di rapporti storici di dipendenza economica e culturale, resa più difficile dalla crisi dei modelli di integrazione tentati sin qui. Quello centralizzatore della Francia, che cerca di fare di Vercingetorige parte della storia senegalese, ha prodotto l'inferno delle banlieues. Quello della convivenza separata del Regno Unito, in cui altrettante "tribù" autonome convivono accanto alla "tribù" britannica nel rispetto della Corona, non regge al di fuori del vecchio recinto del Commonwealth.
Quello scandinavo mostra crepe profonde nel solidarismo egualitario cui si ispira. Quando i numeri erano scarsi, gli immigrati ricordavano a molti italiani i loro fratelli che avevano a loro volta dovuto emigrare e l'approccio era quello della carità cristiana; poi l'Italia è cresciuta, da Paese di emigranti è diventata a sua volta Paese di immigrazione; ci siamo scoperti più impreparati degli ex colonizzatori ad affrontare un problema di cui ignoravamo tutto e il passaggio dalla solidarietà all'intolleranza è stato rapido.
Tutto questo dimostra che l'integrazione ha dei limiti inevitabili e che è indispensabile combinarla con investimenti per la creazione massiccia di nuovi posti di lavoro. La conclusione dell'accordo dell'Unione Africana per una zona di libero scambio panafricana (Acfta) apre prospettive sin qui inimmaginabili (come ha spiegato Danilo Taino sul Corriere); è solo un primo passo e resta da vedere se funzionerà davvero, ma per la prima volta si potrà parlare di un mercato integrato, ponendo fine alle storture per cui, ad esempio, per volare da un Paese all'altro è spesso necessario passare dalla vecchia capitale coloniale europea. Favorire questo processo è interesse comune: l'Europa ha cominciato a muoversi e anche l'Italia è presente; è necessario fare molto di più, anche per dare un argine alla presenza cinese che è sempre più arrembante e si va caricando di toni neocoloniali.
"Aiutiamoli a casa loro" dunque? È bene capirsi. Parlare di "Piano Marshall per l'Africa" non ha senso: allora si trattava di rimettere in piedi economie avanzate distrutte alla guerra, qui si tratta di creare una capacità economica dove non c'era.
È una trasformazione che richiederà ai Paesi Ue una revisione in profondità e una presa di coscienza non indolore: bisognerà spiegare, ad esempio, agli agricoltori francesi che la protezione della politica agricola comune non sarà più compatibile negli stessi termini, e rendere chiaro alle imprese europee che con lo sviluppo della loro capacità manifatturiera, quelle africane passeranno da subfornitrici a competitor, sia pure in un mercato più ampio Non si tratterà di aggiustamenti al margine e la retorica fa spesso velo alla realtà.
Promuovere in Africa una crescita capace di invertire il ciclo di una emigrazione strutturale richiederà anni, se non decenni. Nel frattempo, gli immigrati continueranno ad arrivare e - a parte gli specchietti per le allodole di respingimenti di massa o simili - la gestione del problema non potrà essere affrontata solo a livello nazionale. Si tratta di un'eredità storica dell'Europa ed è alla Ue che tocca farvi fronte: coinvolgerà in tempi e modi diversi tutti i suoi membri e sarebbe saggio pensarci insieme per tempo.
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 19 febbraio 2020
Assolti tutti gli imputati della rivolta di Gezi Park. Una corte di Istanbul ha deciso l'assoluzione da tutte le accuse dei 16 imputati al processo per le proteste del 2013. Assolto anche Osman Kavala, filantropo e attivista per i diritti umani, dopo 3 anni passati in cella.
Ma nel giorno stesso della sentenza è stato emesso un nuovo mandato di cattura nei suoi confronti, questa volta per il tentativo di colpo di Stato del 2016. Il tribunale aveva ordinato nei mesi scorsi la prosecuzione della sua detenzione, nonostante lo scorso 10 dicembre la Corte europea dei diritti umani avesse dichiarato il provvedimento come illegittimo.
Kavala era accusato di eversione dell'ordine democratico e rischiava l'ergastolo. Per il pubblico ministero avrebbe coordinato le proteste, esplose a Istanbul nel giugno 2013, allargatesi poi a tutto il Paese prima di essere represse dall'esercito nel sangue (10 morti e centinaia di feriti). Stessa sentenza per altri imputati.
Tra questi l'ex direttore del quotidiano Cumhuriyet, Can Dundar, da anni residente in Germania. "Per noi è una vera fonte di gioia. Ringrazio tutti quelli che si sono schierati per difendere la storia, la cultura e la natura della nostra città", ha affermato il nuovo sindaco di Istanbul, il laico e repubblicano Ekrem Imamoglu, oppositore del presidente Erdogan.
agenzianova.com, 19 febbraio 2020
Il governo ungherese sottoporrà all'Assemblea nazionale un disegno di legge che prevede la sospensione dei risarcimenti ai detenuti che fanno causa allo Stato per le cattive condizioni della loro detenzione. Lo ha reso noto il ministro della Giustizia, Judit Varga, ripresa dall'agenzia di stampa "Mti".
Varga spiega che la proposta serve a porre fine a "una prassi iniqua". I risarcimenti saranno sospesi nell'attesa che la normativa venga emendata e il tema richiede un largo consenso dell'opinione pubblica, dice il ministro.
Per questo motivo verrà fatta una grande consultazione nazionale. Finora si sono accumulate oltre 12 mila sentenze di condanna dello Stato ungherese, costretto a pagare circa 9 miliardi di fiorini (27 milioni di euro), di cui solo il 10 per cento è stato ad oggi effettivamente corrisposto.
Le nuove norme serviranno a dare la priorità ai diritti delle vittime dei reati e a quelli delle loro famiglie, ha affermato Varga. Il ministro ha aggiunto anche che i risarcimenti dovranno essere pagati direttamente alla parte in giudizio, anziché al suo avvocato. Assicura inoltre che l'esecutivo è impegnato a migliorare le condizioni dei detenuti nelle carceri e ad arginare il loro sovraffollamento.
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