di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2020
Hanno fatto alcune richieste per risolvere delle problematiche, ma nello stesso tempo hanno capito l'importanza del divieto dei colloqui visivi per evitare il contagio e hanno anche stigmatizzato la rivolta scorsa inscenata da alcuni di loro. Parliamo dei ristretti del carcere napoletano di Poggioreale. Mercoledì scorso il garante locale delle persone private della libertà Pietro Ioia, si è recato, accompagnato dalla sua collaboratrice Sarah Meraviglia, presso la casa circondariale "G. Salvia" di Napoli Poggioreale per incontrare il direttore dell'Istituto, Carlo Berdini, nonché i delegati dei detenuti per monitorare l'impatto e le ripercussioni dello stato d'emergenza sulle condizioni di vita e di salute dei detenuti. Durante le sette ore di colloqui, le delegazioni rappresentanti ciascuno degli undici reparti dell'istituto hanno portato all'attenzione del Garante le preoccupazioni della popolazione ristretta per l'emergenza sanitaria che tutti stanno vivendo in queste ore.
A tal proposito numerosissimi detenuti hanno richiesto a gran voce la possibilità di donare il proprio sangue, effettuare donazioni in danaro o contribuire alla fabbricazione di mascherine sanitarie. Inoltre hanno mostrato consapevolezza sulla necessità delle misure governative anti- contagio in seguito alle quali sono stati sospesi i colloqui con i familiari fino a data da destinarsi. Gli stessi hanno inoltre condannato l'uso improprio della forza da parte di quei detenuti che lo scorso 8 marzo hanno provocato tramite azioni violente danni da oltre un milione di euro. Ai detenuti è stata data la possibilità di continuare ad avere contatti con i propri cari attraverso due videochiamate a settimana della durata di 10- 15 minuti.
Tra le principali problematiche di cui si farà carico il Garante figura la questione relativa alla gestione della procedura che assicura il recapito ai familiari dei pacchi dei detenuti in uscita dall'istituto. Secondo quanto riportato da Ioia, il nuovo direttore Carlo Berdini si è dimostrato determinato nell'ascoltare le istanze e le preoccupazioni dei detenuti. Oltre a mettere in atto una serie di misure di prima necessità quali la fornitura di detergenti disinfettanti per l'igiene all'interno delle celle nonché l'acquisto di mascherine e di guanti per il personale della polizia penitenziaria (potenziale vettore per il contagio avendo contatti costanti con l'esterno), la direzione ha reso possibile l'installazione di uno scanner termico all'ingresso dell'istituto, a tutela dei detenuti e di tutto il personale.
Il Garante intende altresì rassicurare i familiari dei detenuti circa l'espletamento all'interno della struttura dei protocolli Asl di contenimento del contagio (come il triage per i nuovi giunti) nonché la predisposizione di un reparto intero attualmente non ospitante detenuti in vista di eventuali futuri casi di sospetto Coronavirus. Il Garante si unisce alla popolazione detenuta tutta nel rivolgere un appello alla Magistratura di Sorveglianza affinché vengano velocizzate le procedure per la concessione di misure alternative al fine di ridurre le presenze.
di Stefano Pagliarini
anconatoday.it, 27 marzo 2020
L'avvocato Francesca Petruzzo, segretario della Camera Penale di Ancona, ha già segnalato la questione. Tra Ufficio e Tribunale di Sorveglianza di Ancona sono presenti due addetti al giorno e tutte le richieste degli avvocati per i loro assistiti, sono ferme. Sono ferme perché quelle richieste, come ad esempio le misure alternative di detenzione, dovrebbero essere elaborate da impiegati, che però sono stati costretti ad andare in malattia o prendere le ferie dall'inizio del mese.
Dunque i diritti dei detenuti del carcere di Barcaglione di Ancona sono sospesi perché nessuno, all'interno di un palazzo istituzionale, scarica le mail dei legali, di chi invoca il diritto ad una misura di pena alternativa. Lo invocano soprattutto oggi, quando il Coronavirus rischia di essere una bomba all'interno degli istituti penitenziari ed è proprio per la quarantena forzata che gli uffici di Sorveglianza sono svuotati. Infatti le leggi anti Coronavirus servono a prevenire il diffondersi della pandemia ma, quanto meno ad Ancona, a prezzo dei diritti civili dei detenuti. Tutto questo in carceri già sovraffollate e dove, anche alla luce delle rivolte esplose nelle scorse settimane in varie zone d'Italia, la Polizia penitenziaria fa fatica a garantire il diritto alla salute dei detenuti.
Petruzzo Francesca avvocato-2Per questo l'avvocato Francesca Petruzzo, segretario della Camera Penale di Ancona, ha già segnalato la questione all'avvocato Simone Mancini, responsabile dell'Osservatorio delle Carceri dell'Unione camere penali italiane e l'avvocato Andrea Nobili, garante dei detenuti delle Marche.
In quelle Pec mai scaricate ci sono richieste legittime, per detenuti che avevano raggiunto i limiti di legge prescritti, per chi aveva già in atto una istruttoria per misure alternative e per chi, oltre tutto, si trova in condizioni precarie di salute anche per età anagrafica. Tutto fermo. Non perché illegittime o pretestuose, ma perché la giustizia si è dovuta fermare per motivi di salute. La salute che, come si dice, viene prima di tutto.
Oggi anche prima dei diritti civili, in attesa che qualche addetto del Tribunale di Sorveglianza torni dalle ferie e accenda un computer. Insomma l'attività di cancelleria è rimessa alla buona volontà di chi è già al lavoro e svolge una attività che non rientrerebbe tra le sue funzioni. Si parla di 1, massimo 2 esigenze al giorno. Difficile sapere come e quando si potrà sbloccare la situazione, ma di sicuro, di tutte le richieste inviate dagli avvocati fin dall'inizio dell'emergenza Covid, l'Ufficio di Sorveglianza dorico non ha dato, ad oggi, nessun riscontro.
"Si chiede un intervento quanto mai celere per cercare di aiutare i colleghi anconetani a risolvere la situazione" ha detto l'avvocato del foro di Ancona Francesca Petruzzo, che poi spiega: "Io chiedo che si applichi la legge. Per cui chi ha diritto, deve essere mandato a casa o in semilibertà con licenza. Chi non ha maturato il limite di pena per la detenzione domiciliare e ha diritto ad altre misure alternative può andare a casa in affidamento provvisorio o in detenzione domiciliare provvisoria. Se il virus si diffonde in carcere il sistema sanitario penitenziario non è in grado di reggere il colpo. Inoltre a causa delle rivolte a Barcaglione sono arrivati altri 20 detenuti da Bologna quindi è praticamente impossibile per i detenuti mantenere la distanza di un metro e mezzo".
Gazzetta di Reggio, 27 marzo 2020
È la richiesta dei sindacati per evitare l'ulteriore diffusione del Coronavirus Denunciata anche la situazione di sovraffollamento. "Non vogliamo medaglie, vogliamo poter lavorare in sicurezza". È il grido dei lavoratori degli istituti penitenziari, che già nei mesi scorsi avevano indetto una manifestazione, sia a Reggio Emilia sia davanti al Provveditorato di Bologna, per denunciare "l'insostenibile situazione di vita e di lavoro negli istituti penitenziari di Reggio Emilia". Manifestazione che voleva mettere in luce tutti i problemi che continuano a riguardare le carceri, ma che è stata sospesa a causa dei provvedimenti legati all'emergenza Covid-19.
Uil Pa, Sinappe, Cnpp, Uspp, Fns Cisl e Fp Cgil si erano mobilitati per denunciare la situazione di sovraffollamento, inadeguatezza della struttura, concentrazione di detenuti pericolosi e psichiatrici, carenze degli organici e mancanza di figure legate alla gestione del sistema penitenziario, a partire dai magistrati di sorveglianza, direttori, educatori, assistenti sociali dell'esecuzione penale esterna, polizia penitenziaria. L'obiettivo era porre l'attenzione su "un sistema al collasso, che ha dimostrato tutte le sue debolezze con i gravissimi disordini di due settimane fa anche a Reggio Emilia". Pur nella consapevolezza delle difficoltà che attraversa anche il nostro territorio a causa dell'emergenza Covid-19, i sindacati denunciano che "le misure prese fino ad oggi sono insufficienti".
Non solo. Proprio durante questa emergenza è evidente come non siano state prese misure per evitare la diffusione del virus. "È indispensabile quanto prima, per evitare il potenziale diffondersi del Coronavirus in carcere, che tutti gli operatori costretti a recarsi al lavoro siano sottoposti a tampone", la richiesta dei sindacalisti. Solo così, dicono, "potremo evitare il peggio, salvaguardare l'incolumità degli operatori, delle loro famiglie e di tutta la comunità carceraria, ed evitare, in questo modo, possibili incrementi della diffusione del virus, di allarmismi e di ulteriori disordini tra la popolazione detenuta".
Concludono i sindacalisti: "Siamo ancora in tempo per limitare i danni con una migliore organizzazione e provvedimenti come quello auspicato per evitare il peggio. Le medaglie si danno agli eroi. Noi vogliamo solo essere annoverati tra i servitori dello Stato che fanno il loro dovere - sottolineano - e, allo stesso tempo, chiedono riconoscimento della dignità per un lavoro fondamentale, per la tenuta dello Stato, in rispetto della Costituzione e delle leggi Italiane".
rainews.it, 27 marzo 2020
Un agente penitenziario in servizio al carcere "Bodenza" di Enna è risultato positivo al test del coronavirus. L'uomo, che aveva accusato febbre e difficoltà respiratorie è già stato ricoverato ma altri 10 agenti in sevizio nello stesso penitenziario, accusano sintomi febbrili e respiratori.
A comunicarlo è stato il segretario nazionale dell'Unione sindacati Polizia Penitenziaria, Francesco D'Antoni, secondo il quale la direzione della casa circondariale non sarebbe intervenuta per garantire che venissero "eseguiti accertamenti diagnostici utili ad evitare che gli stessi potessero contagiare quanti operano nel penitenziario".
D'Antoni chiede che siano eseguiti test "veloci" su tutto il personale in servizio ad Enna e che venga garantita la fornitura dei dispositivi di protezione individuale, oltre alla costante e programmata sanificazione degli ambienti di lavoro.
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 27 marzo 2020
Carenza di acqua e cibo, scarse misure igieniche e difficoltà nel comunicare con l'esterno segnano la vita dei detenuti in Brasile. I vescovi della Pastorale dei detenuti interna alla Conferenza episcopale brasiliana pubblica sul suo portale una denuncia sulla gestione delle carceri in questo periodo di crisi del sistema sanitario dovuta alla pandemia da Coronavirus. "La realtà dimostra che i direttori delle carceri di tutto il Brasile hanno scelto di aumentare il numero di barriere in ingresso a cibo pulito, materiale per l'igiene personale, pulizia e medicinali", si legge.
Carenza di cibo per i detenuti - In Amazzonia, ad esempio, i vescovi della Pastorale carceraria che normalmente lavorano con i detenuti e con le loro famiglie, indicano che ci sono segnalazioni di problemi alimentari, sia a causa della mancanza di cibo che della sua scarsa salubrità: ciò provoca una riduzione delle vitamine nel corpo e, di conseguenza, una diminuzione dell'immunità fisiologica: "Nel Minas Gerais abbiamo anche ricevuto lamentele per il divieto di consegna delle merci da parte dei parenti - scrivono - i prodotti per l'igiene personale e per la pulizia sono costantemente messi alla porta".
Non entrano oggetti dall'esterno - In una prigione situata all'interno di San Paolo, i presuli della Pastorale sottolineano che i detenuti non ricevono saponi, dentifricio, carta igienica, medicinali, cibo sano, tra gli altri oggetti essenziali per combattere qualsiasi epidemia. "I parenti, molti dei quali versano in precarie condizioni economiche, hanno speso per l'acquisto dei prodotti e per l'invio tramite posta. L'autorità responsabile della gestione del carcere, tuttavia, ha vietato l'ingresso di qualsiasi materiale dall'esterno", evidenziano.
Interrotte le visite - Secondo i parenti, quindi, in molti istituti di pena sono interrotte sia le visite dei parenti sia la consegna dei beni che arrivano per posta dall'esterno, mentre lo Stato non riesce a supplire adeguatamente alle esigenze dei reclusi. A Rio de Janeiro, la Pastorale penitenziaria ha ricevuto la notizia che sono stati incrementati i turni delle infermerie per compensare la mancanza di medici, visto l'aumento di persone con problemi respiratori, ma senza la quantità necessaria di farmaci e attrezzature per il trattamento.
Rischio di cure sommarie - Sempre dalle famiglie, in forma anonima, è arrivata ai vescovi della Pastorale carceraria la segnalazione che ci sarebbero almeno 300 detenuti che presentano sintomi simili a quelli causati dal virus. Tuttavia, questo non viene trattato: "Danno uno sciroppo per chi ha la tosse, una medicina per il dolore e dicono che passerà", denunciano i parenti.
Razionamento dell'acqua - Tra le altre denunce arrivate alla Pastorale carceraria del Brasile c'è il razionamento dell'acqua e la diminuzione delle ore trascorse fuori dalle celle: "In questo momento, i detenuti sono sempre più spesso rinchiusi nelle loro celle, senza il diritto di ricevere una dose giornaliera di luce solare, senza il diritto di camminare per più di 1 metro, senza il diritto di esistere per più di 50cm²", sottolinea l'articolo.
Mancanza di informazioni - Inoltre i familiari sono preoccupati per la mancanza di notizie e di informazioni: "Di fronte a questa pandemia che sta affliggendo il mondo intero, come stanno realmente i nostri parenti?", domandano. La Pastorale penitenziaria, nonostante la sua azione limitata in questo momento a causa della quarantena stabilita e del divieto di visite, si è comunque mantenuta accanto alle famiglie, raccogliendo materiale per i detenuti che però non viene loro recapitato: "In questo momento in cui le porte sono limitate al nostro ingresso, più che mai le nostre preghiere saranno la nostra forza", si legge.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 27 marzo 2020
Primo caso ufficiale di Covid-19 nella struttura detentiva per migranti di Gradisca d'Isonzo. A rischio tutte le altre. Si moltiplicano gli appelli al rilascio dei reclusi. Una misura di buon senso a protezione dei loro diritti e del sistema sanitario nazionale messo sotto pressione dalla pandemia.
All'interno del Centro di permanenza per i rimpatri di Gradisca d'Isonzo un uomo è risultato positivo al Covid-19. Si tratta del primo caso ufficiale in una struttura detentiva per migranti. È stato confermato martedì scorso dal prefetto di Gorizia Massimo Marchesiello a Linda Tomasinsig (Partito democratico), sindaca del paese del Friuli Venezia-Giulia.
"Il Prefetto mi ha informato che il detenuto è stato posto in isolamento fin dall'arrivo al Cpr e che sono stati messi in atto accorgimenti per evitare contatti con il personale", scrive la prima cittadina. Nello stesso comunicato esprime forte preoccupazione per la mancanza di trasparenza intorno alla comunicazione dei casi presenti sul territorio gradiscano e sottolinea come "ancora una volta ciò che ruota attorno all'istituzione Cpr è mantenuto riservato e fuori dal controllo pubblico".
La persona affetta da Coronavirus è stata trasferita ieri in ospedale e il locale in cui era trattenuto sanificato. Era arrivata a Gradisca il 19 marzo scorso da Cremona, uno degli epicentri dell'epidemia. "In un momento di emergenza sanitaria come questo, disporre simili trasferimenti è una scelta discutibile e pericolosa", afferma Giovanna Corbatto, Garante comunale delle persone private della libertà personale. Una scelta che ha messo a rischio anche gli agenti che hanno accompagnato il migrante in un viaggio in macchina durato diverse ore e il personale dell'ente gestore del Cpr.
Dentro la struttura, intanto, i reclusi sono in sciopero della fame. Per la rete "No Cpr e no frontiere - Fvg", in contatto con alcuni reclusi, circa 50 persone starebbero rifiutando il cibo da lunedì scorso. Hanno paura di contrarre il virus e denunciano la scarsa assistenza medica. Chiedono di essere liberati. Secondo il Prefetto, invece, la situazione è "sotto controllo" e la protesta, realizzata a rotazione, riguarderebbe le singole situazioni.
"Il 18 marzo ho portato la spesa al mio compagno che è trattenuto nel Cpr di Ponte Galeria, alle porte di Roma - racconta Carla Livia Trevisan - Gli agenti mi hanno detto che se fossi tornata mi avrebbero denunciato per inottemperanza delle misure previste dal Dpcm. L'altro ieri ci sono andata di nuovo e ho ricevuto lo stesso avviso. Sono preoccupata: non indossavano guanti, né mascherina". Nella struttura detentiva le persone vivono in 8 per stanza. Qui, come negli altri Cpr, è impossibile rispettare le distanze di sicurezza e le misure di prevenzione indicate dall'Organizzazione mondiale della sanità e dalle autorità mediche nazionali.
Anche nel Cpr di Palazzo San Gervasio (provincia di Potenza) nei giorni scorsi le persone hanno rifiutato il cibo, chiedendo di essere liberati. "Non siamo protetti dal virus, non abbiamo mascherine né niente - raccontano al manifesto alcuni reclusi - C'è un ragazzo tunisino in isolamento a causa di un'ernia. Si dice che abbia anche la febbre alta". I migranti sono molto preoccupati che agenti e operatori, che entrano ed escono dal Cpr, possano introdurre il virus nella struttura di reclusione.
La stessa preoccupazione è condivisa su vari livelli. "Il pericolo di contagio proviene anche da soggetti asintomatici per cui le misure eventualmente adottabili non appaiono idonee a scongiurare il rischio di diffusione del virus nei centri", ha scritto il 12 maggio scorso un cartello di associazioni in una lettera indirizzata al ministro dell'Interno, prefetti e questori. Con quel testo, che elenca le ragioni per cui l'ingresso del virus nei Cpr avrebbe "conseguenze drammatiche", i numerosi firmatari hanno chiesto l'immediata sospensione di ogni nuovo ingresso delle strutture, la disposizione di misure alternative al trattenimento e la massima tempestività nella progressiva chiusura dei centri.
Analoghe richieste sono giunte ieri dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Dunja Mijatović. "Il rilascio dei migranti detenuti è l'unica misura che gli Stati membri possono adottare durante la pandemia da Covid-19 per proteggere i diritti delle persone private della libertà e più in generale quelli di richiedenti asilo e migranti", recita l'appello rivolto a tutti i paesi facenti parte dell'organizzazione internazionale. Il Commissario dà notizia di avvenuti rilasci in Belgio, Olanda, Regno Unito e Spagna. Nel paese iberico tre centri di detenzione sono stati chiusi in virtù dell'emergenza.
Al 24 marzo scorso erano 381 le persone recluse nei Cpr italiani. Tra loro 33 donne. Lo ha reso noto con una nota il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma. Rispetto alle due settimane precedente la figura di garanzia ha registrato una diminuzione di 44 unità.
Nella stessa nota, il Garante ha sollevato un problema dirimente rispetto alla detenzione amministrativa delle persone migranti nell'attuale congiuntura pandemica. "La questione riguarda la sensatezza della privazione della libertà in funzione del rimpatrio di persone che al momento non possono essere rimpatriate, data la chiusura dei confini e l'inesistenza di collegamenti aerei o navali con la gran maggioranza degli Stati", scrive il Garante, che ha sollevato il tema al ministero dell'Interno ed è in attesa della relativa risposta.
Le modalità di diffusione del Covid-19 e i suoi effetti sul sistema sanitario dovrebbero spingere a interpretare la detenzione amministrativa dei migranti in forma radicalmente differente rispetto al passato. Non solo inutile da un punto di vista funzionale, dal momento che i rimpatri sono fermi, ma anche come un vero e proprio pericolo per la società nella sua interezza.
Con gli ospedali in forte difficoltà, e in alcuni casi vicini al collasso, la diffusione del virus negli affollati Cpr costituirebbe un aggravio per il sistema sanitario nazionale e quindi un rischio per tutta la popolazione, italiana e migrante. Questo dato di fatto dovrebbe essere sufficiente a produrre l'immediato rilascio di tutte le persone recluse, al pari di quanto sta già accadendo in altri paesi europei.
ufficiostampabasilicata.it, 27 marzo 2020
I detenuti della Casa circondariale hanno organizzato una raccolta di fondi a sostegno della Protezione Civile. Dalla Casa Circondariale di Potenza parte una raccolta Fondi per la Protezione Civile Italiana promossa dai detenuti. Una notizia che colpisce, che fa riflettere; che supera luoghi comuni, pregiudizi. Che fa guardare al di là di quelle sbarre dove c'è anche tanta solidarietà.
Nella lettera con la quale i detenuti hanno comunicato la loro lodevole iniziativa una frase colpisce fra tutte: ""Ognuno di noi - scrivono - è chiamato a fare la propria parte, secondo le proprie possibilità, perché i detenuti fanno parte della società civile come affermato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e noi con questo piccolo contributo vorremmo far sentire proprio alla società civile la nostra appartenenza". E della società civile, della quale sentono di far parte, esprimono "la piena solidarietà a tutti coloro che in questo momento difficile per il nostro paese stanno mettendo in gioco se stessi più di quanto il senso civico richiede e a quanti hanno perso la vita per questa epidemia.
Vorremmo fare un plauso - scrivono ancora - in primis ai medici, agli operatori della Protezione Civile e a tutti i volontari che quotidianamente si battono in prima linea contro questo virus, mettendo consapevolmente a rischio le proprie vite, sacrificando gli affetti familiari con turni massacranti spesso in strutture carenti sul piano della sicurezza personale, in più di un'occasione sprovvisti dei più elementari materiali di protezione, mostrando un altissimo senso del dovere". Nella lettera i detenuti menzionano anche "tutti coloro che ogni giorno lavorano per garantire i servizi essenziali. In uno scenario apocalittico - concludono - nessuno può rimanere indifferente. Ognuno è chiamato a fare la propria parte. Anche la popolazione detenuta di questo istituto". Non aggiungiamo altro.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 27 marzo 2020
Le donne che da 10 anni gestiscono la torrefazione impiantata nella casa circondariale femminile di Pozzuoli, le Lazzarelle, si sono prese "una pausa per capire cosa stesse accadendo" tutto intorno a loro, nel mondo fuori e dentro.
Nel tempo sconosciuto che il Coronavirus ha reso inizialmente incomprensibile per donne e uomini, che ha costellato di ostacoli il percorso di ciascuno, che ha sparigliato le carte e le ha distribuite alla cieca. Come hanno detto molto bene loro: "Come tutti i cambiamenti c'è voluto un tempo di adattamento e abbiamo preferito il silenzio in queste settimane per riflettere su cosa fare".
Le Lazzarelle si descrivono "donne libere, abbiamo scelto di impegnarci attivamente in una impresa tutta femminile che valorizzi i saperi artigianali e generi inclusione sociale". Ora sono ritornate in campo e hanno ripreso in mano quel 'miracolo' che dieci anni fa crearono, avviando una iniziativa imprenditoriale nel carcere di Pozzuoli, grazie al progetto Chicco Solidale finanziato dall'Assessorato alla Politiche sociali della Regione Campania, riuscendo a impiegare dieci detenute nella gestione della torrefazione.
Le lavoratrici, 56 quelle che si sono avvicendate nella produzione in questi 10 anni, sono state formate come esperte in tecniche di torrefazione e tostatura; si sono occupate fin dall'inizio - nel 2010 - della gestione dei magazzini, della pulizia, della cura e della manutenzione di macchine e locali, con il supporto delle associazioni Il Pioppo e Giancarlo Siani, insieme alla cooperativa partner del progetto Officine.ecs.
La produzione, la tostatura e il confezionamento di chicchi di ottima qualità provenienti da Brasile, Costa Rica, Colombia, Guatemala, India e Uganda, hanno richiesto un serio e costante impegno lavorativo per poter mettere in commercio, nei circuiti tradizionali e in quelli dell'economia equa e solidale, confezioni di caffè con il nome di Lazzarelle.
Ora si riparte, come hanno spiegato: "Da lunedì saremo nuovamente operative anche con le nostre spedizioni e siamo riuscite ad avere un accordo con i nostri corrieri: per tutto il periodo di questa emergenza, le nostre spedizioni avranno un prezzo unico, quali che siano le quantità, di 4,90 euro". Hanno sanificato la torrefazione, indossato camici, guanti e mascherine e riavviato la produzione, per i clienti certo, ma "anche per dare una prospettiva economica alle nostre Lazzarelle e sostenerle. Perché se la situazione che viviamo fuori è dura, in carcere lo è ancora di più".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 27 marzo 2020
Ci sono due passaggi cruciali nella decisione con cui un giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani ha respinto l'istanza di scarcerazione nei confronti di due napoletani, attualmente detenuti nel carcere di Poggioreale e in attesa del processo, con rito abbreviato e slittato a ottobre, in cui sono accusati di armi e violenza privata per aver esploso colpi di pistola verso la finestra di casa di un abitante di Trani.
È uno dei due passaggi del provvedimento del gip sta facendo molto discutere gli avvocati napoletani. È quello in cui il giudice scrive che la misura cautelare in carcere non va modificata non solo in base a una valutazione sulla pericolosità sociale degli indagati (e fin qui nulla di straordinario) ma considerando "che lo stato di restrizione in un ambiente difficilmente permeabile dall'esterno (quale è il carcere, ndr), rispetto a quello sicuramente più rischioso del domicilio dove risiedono soggetti non ristretti e, quindi, liberi di avere contatti, sia pur limitati con contesti potenzialmente infetti, salvo mutamenti della situazione che eventualmente verranno valutati in seguito, meglio garantisce la salute del pervenuto".
Come a dire che la salute dell'indagato è più tutelata in carcere che fuori. E tra gli avvocati è subito polemica. "Non è possibile pensare di valutare la salute di un detenuto immaginando che il carcere sia più sicuro di altri luoghi rispetto al rischio di contagio da coronavirus" è stato il commento. "Anche in carcere ci si può ammalare di Covid-19, e anche il carcere può essere veicolo di contagio perché frequentato da persone che arrivano dall'esterno, come ad esempio gli agenti della penitenziaria, gli educatori e così via".
La decisione sembra destinata ad aprire un'ampia discussione negli ambienti giudiziari. Intanto i difensori dei due indagati, gli avvocati Leopoldo Perone e Antonio Rizzo, hanno dichiarato: "Questa è la manifestazione, con agghiacciante evidenza, della distanza siderale che corre tra i principi virtuosi, declinati dai rappresentanti della magistratura associata nei roboanti proclami offerti alla stampa (vedasi Md e Mi per tutti) e le determinazioni assunte nella ponderosa penombra della camera di consiglio dei singoli rappresentanti dell'ordine magistraturale. Non ci resta - hanno concluso - che augurare a noi e ai nostri cari l'intervento salvifico di una generalizzata riduzione in vinculis della popolazione attiva".
coe.int, 27 marzo 2020
Dichiarazione della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatović: "Chiedo a tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa di rivedere la situazione dei richiedenti asilo respinti e dei migranti irregolari in centri di detenzione per immigrati e di procedere al loro rilascio nella massima misura possibile.
Di fronte alla pandemia globale di Covid-19, numerosi Stati membri hanno dovuto sospendere i rimpatri forzati di persone non più autorizzate a rimanere nei loro territori, compresi i cosiddetti rimpatri di Dublino, e non è chiaro quando potranno essere ripresi. Secondo la normativa in materia di diritti umani, la detenzione per immigrazione a fini di rimpatrio può essere legittima solo qualora il rimpatrio possa effettivamente avere luogo. Al momento, è evidente che in molti casi questa non è una prospettiva concreta. Inoltre, generalmente le strutture di detenzione per immigrati offrono ai migranti e al personale scarse possibilità di mantenere il distanziamento sociale e attuare altre misure di protezione contro l'infezione da Covid-19.
Rilasci sono stati registrati in numerosi Stati membri, tra cui Belgio, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito. Quest'ultimo ha appena annunciato una revisione della situazione di tutti i migranti nei centri di detenzione per immigrati. Ora è importante che tale processo venga portato avanti e che altri Stati membri procedano allo stesso modo. La priorità dovrebbe essere assegnata al rilascio delle persone più vulnerabili. Poiché la detenzione dei minori migranti, siano essi non accompagnati o con le loro famiglie, non è mai nel loro migliore interesse, questi dovrebbero essere rilasciati immediatamente. Le autorità degli Stati membri dovrebbero inoltre astenersi dall'emettere nuovi ordini di detenzione per le persone che hanno scarse probabilità di essere rimpatriate nel prossimo futuro.
Gli Stati membri dovrebbero inoltre assicurare che le persone rilasciate dai centri di detenzione abbiano adeguato accesso a un alloggio e ai servizi di base, compresa l'assistenza sanitaria. Questo è necessario per tutelare la loro dignità e anche per proteggere la salute pubblica negli Stati membri. Il rilascio degli immigrati detenuti è solo una delle misure che gli Stati membri possono prendere durante la pandemia di Covid-19 per proteggere i diritti delle persone private della loro libertà in generale, come anche quelli dei richiedenti asilo e dei migranti".
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