di Claudio Cerasa
Il Foglio, 21 febbraio 2020
Per combattere lo spaccio non serve giustizia sommaria ma processi più rapidi. La titolare dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha emanato una norma che impone l'arresto immediato, cioè la detenzione preventiva, anche per chi spaccia una "modica quantità" di sostanze stupefacenti.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 21 febbraio 2020
I detenuti tossicodipendenti rappresentano un quarto della popolazione detenuta. Quelli ristretti per avere violato la legge sugli stupefacenti sono a loro volta circa un terzo dei 61 mila reclusi nelle carceri italiane. La custodia cautelare pesa anch'essa più o meno un terzo rispetto ai numeri globali della detenzione nel nostro Paese.
di Cristina Da Rold
Il Sole 24 Ore, 21 febbraio 2020
Gli adolescenti detenuti all'interno del sistema giudiziario penale sono colpiti da complessi problemi di salute, comportamenti a rischio per la salute e alti tassi di morte prematura. La rivista medica The Lancet ha reso nota la prima sintesi mai condotta di tutti gli studi pubblicati a livello globale sulla salute degli adolescenti con meno di vent'anni detenuti tra il 1980 e il 2018.
ansa.it, 21 febbraio 2020
Più lavoro, specie di "pubblica utilità", ai detenuti; più assistenza sanitaria nelle carceri; gestione efficace dei reclusi al "carcere duro"; potenziamento del personale, di strumenti e dotazioni tecnologiche anche in chiave sicurezza: sono i punti essenziali delle Linee programmatiche per il 2020 elaborate dal capo del Dap, Francesco Basentini.
di Franco Corleone
Il Riformista, 21 febbraio 2020
La svolta repressiva sul piccolo spaccio. Le galere scoppiano, il 35% dei detenuti è dentro per reati di droga e la ministra Lamorgese lancia una "war on drugs" all'amatriciana. Mentre il mondo va in tutt'altra direzione, in Italia trionfano propaganda e demagogia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 febbraio 2020
Le toghe contestano le sanzioni ai giudici per i processi lunghi. Lo scontro è duro, durissimo. E a ben vedere non riguarda solo il tavolo convocato mercoledì da Bonafede ma si estende assai oltre, all'intera riforma penale, a tutto l'orizzonte disegnato dal gurdasigilli per il nuovo processo.
Con un comunicato di inedita asprezza l'Anm annuncia che non parteciperà "al tavolo tecnico convocato per il 26 febbraio dal ministro della Giustizia" per discutere, insieme con l'avvocatura, proprio del ddl penale. "Siamo stati costretti nostro malgrado a comunicarlo al ministro", riferisce la giunta presieduta da Luca Poniz. Un conflitto mai visto e politicamente clamoroso anche perché dissolve una volta per tutte la leggenda di un Movimento 5 Stelle amico dei magistrati. Non c'è affatto, quella organicità.
Adesso a precipitare in una precarietà ancora più evidente è la stessa riforma del processo, già messa in discussione da un parte piccola ma decisiva della maggioranza qual è Italia Viva, con il netto dissenso dell'avvocatura sulla prescrizione e non solo, e ora con il no irreversibile delle toghe su un punto cardine ddl: "Ciò che rende inaccettabile il testo nel suo complesso e che impedisce, allo stato, ogni possibilità di confronto", scandisce la giunta dell'Anm, "è che le previsioni sulla durata delle indagini e dei processi siano accompagnate dall'introduzione di ulteriori sanzioni disciplinari a carico dei magistrati".
Lo sviluppo del concetto è un attacco pesantissimo alla strategia del goverbo: la previsione secondo cui il giudice che non depositasse la sentenza nei tempi predeterminati, se sospettabile di negligenza, sia esposto a procedimento disciplinare è, per le toghe, una "norma manifesto", uno "slogan che si traduce in un ingeneroso e immeritato messaggio di sfiducia nei confronti dei magistrati italiani, che cede alla facile tentazione di scaricare sui singoli le inefficienze del sistema che, come tali, sono invece esclusiva responsabilità della politica".
Additare i giudici come potenziali fannulloni "rischia di suscitare, soprattutto nei magistrati più giovani, la tentazione di una giustizia di carattere "difensivo" e burocratico, ancora una volta con l'evidente conseguenza di non rendere un buon servizio ai cittadini".
Un no assoluto, e argomentato. Nessuna "interlocuzione fino a quando nel testo del ddl saranno contenute previsioni di questo tipo". È impossibile, per l'Anm, anche solo iniziare il confronto con il ministro, anche perché "determinarne per legge la durata, trattando allo stesso modo vicende di complessità molto diversa" vuol dire anche dimenticare che "uno dei fattori della durata dei processi è lo scrupolo nell'accertamento dei fatti e, in ultima analisi, la necessità di una piena tutela dei diritti dei cittadini".
Adesso, il punto è che sulla necessità di considerare la "qualità della decisione" prioritaria rispetto alla "velocità" si è sempre schierato con nettezza proprio quel presidente del Cnf Andrea Mascherin da cui è partita la sollecitazione affinché Bonafede riconvocasse il tavolo tecnico. L'ultima volta, il vertice dell'istituzione forense aveva rinnovato la richiesta venerdì scorso. Bonafede l'aveva recepita lunedì con un post su facebook e l'altro ieri ha materialmente recapitato l'invito ad avvocati e magistrati per il 26 febbraio.
Il comune interesse dell'avvocatura per la qualità che non può essere schiacciata dai tempi avrebbe forse potuto suggerire all'Anm di ribadirla proprio insieme con le rappresentanze forensi al tavolo ministeriale. L'aventino scelto dall'Anm è invece più esposto alla controffensiva politica, dunque meno efficace. Ma qui interviene la seconda lettura, certo subordinata al motivato dissenso sul merito ma utile a spiegare perché il confronto sia precipitato in modo così fragoroso.
Il nodo è nel voto per il rinnovo del "parlamentino" Anm in programma il 22 maerzo. Una tornata fin- du- monde. I riverberi del caso Palamara ridisegnano e avvelenano il campo. Con Magistratura indipendente, isolata dagli altri tre gruppi, unica a non far parte della giunta Poniz, che ha accusato gli altri di aver trascinato l'Associazione verso il rischio di "un compromesso al ribasso" con Bonafede.
Addirittura di aver nascosto la sostanziale indisponibilità a rivedere le sanzioni ai giudici espressa dal ministro in un incontro di fine gennaio con la giunta Poniz. Pare improbabile che l'esecutivo del "sindacato" possa essersi assunto una simile responsabilità. Fatto sta che dopo tali accuse di asserita debolezza politica, dopo l'appello di "Mi" a "rovesciare gli equilibri", disertare il tavolo era, per il vertice dell'Anm, quasi inevitabile.
La rottura sulla riforma è, dunque, dovita anche alle tensioni interne alla magistratura. Anche se nel merito le ragioni ci sono, la forma cosi pesante scelta per esprimere il dissenso non si spiega senza lo sfondo elettorale. Ma una simile chiave di lettura, che pure non può essere ignorata, non cancella certo gli scenari fitti di incognite che si aprono ancor di più per la riforma Bonafede.
di Roberto Cagliero
anteocoop.it, 21 febbraio 2020
Perché praticare meditazione in carcere? Quella che sembrerebbe una novità è invece una realtà consolidata in vari penitenziari di tutto il mondo, soprattutto di quello occidentale ma anche in India e in altri Paesi.
Quando ho seguito il corso del PYP ("Prison Yoga Project"), un'associazione che forma insegnanti di yoga in carcere in America e in Europa, ero in effetti interessato all'aspetto prevalentemente meditativo dello yoga, che ho sempre privilegiato nella mia pratica ormai ventennale.
Al PYP ho imparato soprattutto che cosa non si deve fare nella relazione con i detenuti, le cose da non dire e gli esercizi da non fare (ad esempio quelli con le mani dietro la schiena, o sollevate di fianco alle braccia, poiché possono ricordare i momenti traumatici dell'arresto). Ho imparato perché a certi allievi risulta difficile togliersi le scarpe e che certi esercizi di respirazione possono essere controindicati, e così certe posizioni. I motivi sono tanti poiché, dagli stati di ansia o di rabbia all'uso esagerato di tranquillanti, vi è tutto un menù di elementi che interagiscono negativamente con certe posture o stati di rilassamento. Le conseguenze possono essere difficili da controllare. Ho imparato anche che i detenuti non vanno trattati come teiere fragili, e che bisogna sempre rispondere con il cuore.
Regole base della meditazione in carcere - Chi vive in carcere ha molto tempo da trascorrere ma poco da perdere. Nei tre anni di esperienza alla casa circondariale di Verona, insieme a un gruppo di insegnanti che tengono un corso anche nella sezione femminile, ho tentato di creare una raccolta di meditazioni e di esercizi facili ed efficaci. Il nostro corso è particolare, poiché fa parte del progetto "Cavalli in carcere" di Horse Valley di Verona. Pratichiamo all'aperto, nel cortile interno, attorniati da cavalli, pecore e galline.
Un contesto stranamente bucolico e infinitamente più favorevole di uno stanzone asettico. La prima regola, almeno in base alla mia esperienza, consiste nel scegliere pratiche abbordabili (cioè semplici e non faticose), non troppo lunghe (la soglia di attenzione è quasi sempre bassa, almeno inizialmente) e in grado di produrre effetti velocemente verificabili (la pazienza va costruita poco per volta, non la si può dare per scontata). In questi tre anni, tuttavia, non ho cambiato idea sulla priorità dell'aspetto meditativo degli incontri. Non so se la mia scelta sia la più efficace in un contesto carcerario ma so che funziona. A patto che gli allievi vogliano impegnarsi a riconoscere una parte di sé che in molti casi non hanno mai saputo di avere.
Resistenze alla meditazione in carcere - Sono tante le ragioni per cui un detenuto può ritenere totalmente estranea la pratica della meditazione. Oltre a certe resistenze che sono le stesse di chi vive fuori dal carcere, ad esempio l'idea che lo yoga sia destinato alle donne o a persone deboli e insicure, o che si tratti di una pratica religiosa travestita, o che la meditazione rubi spazio al movimento fisico, un detenuto si ritrova ad affrontare resistenze interne che lo portano a rifiutare la pratica a causa dei vari acciacchi fisici, o a vergognarsi di un esercizio di meditazione o di semplice respirazione ("se pratico in cella mi prendono in giro e perdo il rispetto altrui, che mi sono faticosamente costruito"), percependolo come parte di quel processo di infantilizzazione a cui è continuamente sottoposto dall'ambiente in cui vive, che non gli lascia spazio di scelta su nulla. La meditazione può aiutarlo a ritrovare quello spazio.
Il trauma è al centro dell'esperienza carceraria - Per condurre incontri di meditazione in carcere bisogna tenere anzitutto presenti questi elementi, ma ce n'è uno più rilevante: il trauma. Da studi accreditati risulta che oltre l'80% delle persone incarcerate ha subito dei traumi. O durante l'infanzia (ad esempio violenza domestica o abbandono) o in età adulta (scene di violenza, azioni di guerra, crimini sessuali).
Secondo lo psichiatra Bessel van der Kolk, il trauma è al centro dell'esperienza carceraria (l'arresto è la ciliegina sulla torta di una esistenza vissuta al passato), e anche in questo contesto può essere riacceso da associazioni involontarie che riportano la persona all'evento traumatico, e quindi a un passato dal quale non si è mai in realtà staccata. Insegnare meditazione in carcere significa quindi, oltre che motivare i partecipanti smontando le false credenze su questa pratica, fare in modo che l'esperienza possa accadere in un contesto sicuro. Soltanto così i partecipanti agli incontri potranno sentirsi sufficientemente al sicuro per potere riprendere contatto con il corpo, con il respiro e in generale con la consapevolezza di sé.
Svuotare la mente - Il Kundalini Yoga offre una quantità sterminata di pratiche che lavorano su rabbia e altre emozioni distruttive, o che sono rivolte a rafforzare l'equilibrio emotivo: il comune denominatore è il controllo del sistema nervoso. Avere carattere e mente calma.
Non a caso si lavora spesso per svuotare la mente, che in carcere è una delle tante radio sempre accese. Per il resto la popolazione carceraria presenta le stesse difficoltà di quella esterna. Ormai apparteniamo tutti a una qualche popolazione a rischio. Nel nostro corso vogliamo che l'esperienza della meditazione mostri come, invece di restare in quella popolazione, sia possibile uscirne per aiutare gli altri ad uscirne. Sembra un po' evangelico ma funziona.
di Deborah Bergamini
Il Riformista, 21 febbraio 2020
Ray Donovan è una serie cult di Netflix il cui protagonista è un elegante faccendiere di origine irlandese che sistema i casini di star, atleti, produttori e vip vari nella Los Angeles patinata e corrotta degna della migliore tradizione, con profluvio di omicidi, ricatti e intimidazioni. Nel sistemare i casini altrui a volte deve usare la violenza, anche estrema. Impiega con dimestichezza armi, pugni, automobili di lusso e telefoni. Ecco, i telefoni. Le conversazioni telefoniche che Donovan intrattiene con sodali e clienti sono di questo tenore: "Quell'idiota di Matt si è fatto prendere la mano e gli ha sparato". Oppure: "Sei un bastardo, va bene, passa dal mio ufficio e fatti dare i soldi dalla mia segretaria", o ancora: "Mickey, vai alla stanza 341 dell'Hilton.
Quel cretino di Steve è pieno di droga con una prostituta morta nel letto. Bisogna ripulire tutto". Fiction, certo. Tanta. Ma per un italiano che la guarda, quelle conversazioni non possono che risultare esotiche. Mai e poi mai qualcuno parlerebbe così al telefono a Milano o Roma, neanche in una fiction. Il telefono da anni in Italia ormai è come la Kriptonite per Superman: la somma debolezza. Si dicono poche cose al telefono in Italia, e se proprio si deve pronunciare qualcosa di rilevante si usano tali e tante circonvoluzioni da risultare sospetti oppure comici. Perché tutto questo? Perché noi italiani sappiamo che intercettare le nostre conversazioni è facile, facilissimo.
Tutti ci sentiamo potenzialmente ascoltati e la cosa grave è che per ciascuno di noi è diventato uno stato normale. Ed è anche diventato normale che se abbiamo ruoli rilevanti o cognomi illustri le nostre conversazioni le possiamo ritrovarle pubblicate su questo o quel giornale, spesso selezionate con accorti taglia e cuci per fare notizia e per dimostrare tesi, col risultato di distorcerne il significato e rovinare per sempre non solo la nostra privacy ma anche la nostra reputazione. Non perché abbiamo commesso un reato, quello è secondario. Ma perché per tutta la vita resteremo immortalati in quel modo, pronunciatori di frasi manipolate che squarciano la nostra riservatezza e ci consegnano ad un'immagine che non corrisponde alla realtà. Criminalizzati a prescindere.
In Italia l'uso e la pubblicazione indiscriminati delle intercettazioni sono diventati una vomitevole barbarie, a cui ci siamo sottomessi. E da ora in avanti andrà anche peggio. Il decreto in esame in questi giorni al Senato che ne rivede la prassi ne consentirà un uso ancora più sfrenato e manipolatorio.
La mediazione al ribasso che le forze politiche di maggioranza hanno messo in campo ridurrà ulteriormente la riservatezza di ciascuno di noi e lederà in modo ancora più grave un diritto costituzionalmente protetto (dall'articolo 15), quello della segretezza delle nostre comunicazioni. Con questo decreto saremo consegnati davvero ad un regime da Grande Fratello dove tutti potranno intercettare tutti. Se prima si poteva spiare, ma occorreva una legittimazione pesante per farlo, adesso si potrà semplicemente spiare. E ai pm verrà dato ulteriore margine di manovra per spiare meglio.
Ma non basta: l'utilizzo del famigerato Trojan trasformerà i 104 milioni di sim presenti in Italia in altrettanti potenziali microfoni che registreranno le nostre conversazioni, la nostra vita. Una situazione intollerabile, che fa strame di ogni diritto al proprio privato. Intercettare un presunto colpevole, un sospettato al di là di ogni ragionevole dubbio, è certo doveroso, se utile alle indagini. Trasformare 60 milioni di italiani in microfoni a caccia di presunti colpevoli è vergognoso. È un altro disonorevole capitolo della politica giustizialista di questo governo, privo di ogni ritegno nel procedere spedito verso uno Stato che non governa cittadini, ma potenziali criminali.
Un altro capitolo, dopo quello che abolisce la prescrizione, che conferisce ai pm poteri abnormi sulla nostra vita e sulle nostre libertà. In altri stati civili, anche nell'America di Ray Donovan, non si gioca con le garanzie costituzionali. Da noi invece sì. Perché quando si sceglie di perseguire una persona, anziché un reato, il fine giustifica i mezzi. Tutti i mezzi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 21 febbraio 2020
Un non voto che, in termini di comunicazione politica, pesa quasi più del voto. E che rischia di oscurare misure non banali su uno degli strumenti chiave delle indagini penali, le intercettazioni. Il non voto è quello di Matteo Renzi che non ha così partecipato alla fiducia grazie alla quale è stato approvato al Senato il decreto legge che modifica la disciplina Orlando delle intercettazioni.
Era in congedo secondo ufficialità; sta di fatto che l'altro neosenatore di Italia viva a non avere partecipato alla votazione è Tommaso Cerno, appena uscito dal Pd non proprio in maniera tranquilla. In ogni caso il provvedimento ora passa alla Camera per un voto finale che dovrà essere assai rapido, visto che la conversione è possibile solo entro la fine del mese.
Nel merito, il maxiemendamento del Governo nel quale è stato recepito il lavoro fatto dalla maggioranza in Commissione, introduce modifiche significative alla versione approvata a fine anno dal Consiglio dei ministri. Innanzitutto si prevede uno slittamento dell'entrata in vigore della riforma, come chiesto la scorsa settimana dal Consiglio superiore della magistratura. A disposizione per l'adeguamento organizzativo degli uffici, soprattutto delle procure, ci saranno due mesi in più, solo fino a fine aprile. Con debutto delle novità a partire dal primo maggio.
Nel merito poi, il cambiamento più significativo riguarda la riscrittura del Codice di procedura penale, nella parte che disciplina l'estensione dell'utilizzo dei risultati delle intercettazioni a reati diversi da quelli per le quali vennero autorizzate.
Ora sarà possibile, anche per effetto di una recente sentenza delle sezioni unite penali della Cassazione, un impiego allargato a condizione che le intercettazioni siano rilevanti e indispensabili, non più solo indispensabili, ma potranno servire per scoprire non più unicamente reati per i quali è possibile l'arresto in flagranza ma tutti quelli che possono essere oggetto di intercettazione e cioè quelli sanzionati con più di 5 anni di carcere.
In generale il decreto, nel tentativo di conciliare esigenze investigative e tutela della privacy, interviene sui meccanismi di trascrizione delle intercettazioni, non affidando più però, come invece prevedeva la riforma Orlando, il meccanismo di selezione del materiale irrilevante alla polizia giudiziaria, ma rafforzando il dovere di vigilanza del pubblico ministero. A lui toccherà intervenire perché in sede di verbalizzazione non vengano trascritte espressioni pericolose per la riservatezza altrui. Tutto il materiale comunque finirà nell'archivio digitale, ripristinando il procedimento di stralcio, ma assicurando comunque accesso tracciato alla difesa.
Esteso poi l'utilizzo dei trojan anche ai reati contro la pubblica amministrazione e disciplinato l'uso in altri procedimenti, possibile ma solo per scoprire reati che permettono l'arresto in flagranza. Se il voto del Senato fa segnare un punto anche al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, una nota dolente invece arriva dall'Anm, che fa sapere di volere disertare i prossimi tavoli di confronto sulle riforme, in aperta polemica con la previsione di sanzioni disciplinari per i giudici che sfornano i tempi predeterminati di durata del processo penale.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 21 febbraio 2020
Lo aspetta un'annunciatissima mozione di sfiducia, la sua stessa maggioranza lo critica di continuo, lo contestano gli avvocati penalisti e buona parte della dottrina giuridica, non di rado si mette in difficoltà da solo con le sue gaffe, ma il ministro Alfonso Bonafede aveva potuto contare fin qui sul sostegno della magistratura associata. La sua riforma della prescrizione non era sfuggita alle osservazioni non benevole di alcuni magistrati, ma il vertice dell'Anm aveva ufficialmente preso posizione in favore del ministro e della sua legge bandiera, la "spazza-corrotti".
Tanto che il 29 gennaio, lasciando via Arenula dopo un vertice sulla riforma del processo penale, presidente e segretario dell'Associazione nazionale magistrati avevano parlato di "incontro proficuo". Da ieri non è più così, e proprio per la legge delega con la quale la maggioranza vuole riformare il codice penale di rito: l'Anm ha annunciato che diserterà il confronto del prossimo 26 febbraio. Bonafede è ancora più solo.
I magistrati contestano due cose dell'ultimo e lungamente atteso progetto di riforma. La fissazione di una durata massima dei processi (cinque anni per i reati più gravi) e la diminuzione del tempo previsto per le indagini preliminari, accompagnata dalla previsione che in caso di sforamento eccessivo gli atti di indagine devono essere portati a conoscenza degli indagati.
Ma più di tutto le toghe associate contestano che queste novità siano accompagnate da sanzioni disciplinari quasi automatiche per i magistrati che non rispetteranno i tempi, "ingeneroso e immeritato messaggio di sfiducia nei confronti dei magistrati italiani che scarica sui singoli le inefficienze del sistema che sono invece esclusiva responsabilità della politica".
A spingere il vertice dell'Anm verso la linea dura, per la prima volta contro il ministro 5 Stelle, malgrado dal disegno di legge delega di riforma del processo penale siano rimasti fuori i due aspetti più controversi per le toghe, il nuovo Csm e il nodo magistrati in politica, è l'apertura della campagna elettorale interna. Tra il 22 e il 24 marzo, novemila magistrati andranno alle urne per scegliere il nuovo parlamentino dell'associazione, oggi guidata da una giunta non più unitaria.
Dopo il terremoto dell'inchiesta Palamara è infatti uscita dalla maggioranza la corrente di destra di Magistratura indipendente, coinvolta nello scandalo assieme ai centristi di Unicost che invece sono rimasti in giunta con la corrente di sinistra, Area, e la rampante Autonomia e indipendenza di Piercamillo Davigo.
Ieri intanto a maggioranza relativa e con la fiducia il senato ha approvato il decreto intercettazioni, senza il voto di Matteo Renzi ma con quello di quasi tutti gli altri rappresentanti di Italia viva.
La camera dovrà fare gli straordinari, a partire da domenica, visto che il decreto scade il 29 febbraio. "Votare questa fiducia al governo significa votare la fiducia al ministro della giustizia", ha detto il senatore Pietro Grasso di Leu rivolto a Renzi. "Niente affatto, aspetti e vedrà com'è fatta una mozione di sfiducia", ha risposto l'ex presidente del Consiglio, che però ha spostato molto avanti - a Pasqua - il suo ultimatum sulla prescrizione.
Prescrizione che continua a dividerlo da 5 Stelle, Pd e Leu tanto che ieri Italia viva ha votato in materia alcuni ordini del giorno con il centrodestra. È avvenuto alla camera (sul decreto milleproroghe) dove l'opposizione continua a protestare per il modo in cui in commissione a stretta maggioranza è stata salvata la riforma Bonafede. Con una lettera al presidente Roberto Fico ieri ha chiesto di ripetere il voto.
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