di Liana Milella
La Repubblica, 26 marzo 2020
Alla Camera il Guardasigilli fa il punto sull'emergenza: 15 detenuti positivi, finora solo 50 scarcerati per effetto dei decreti sul coronavirus. Detenuti e rivolte dividono ancora la maggioranza, da una parte Pd e M5S con il Guardasigilli Alfonso Bonafede, dall'altra i renziani che con l'opposizione chiedono, ormai da due settimane, le dimissioni del capo delle carceri Francesco Basentini.
Il Dubbio, 26 marzo 2020
Lettera al Presidente della Repubblica, al governo e alle opposizioni dalla redazione del Giornale "Dietro il Cancello" di Rebibbia N.C. di Roma.
A seguito della classificazione di "pandemia" raggiunta da coronavirus nelle carceri cresce la solidarietà tra i detenuti e gli agenti di Polizia penitenziaria. Un evento storico su cui riflettere, l'elemento comune è il valore della vita, paradossalmente la problematica consente l'opportunità di elevare la concezione della vita stessa in tutte le derive che negli ultimi anni sono state indotte dall'assottigliamento dell'etica.
Senza etica professioni e mestieri sono ridotti a una recita finalizzata a suscitare consensi, si perdono di vista i valori umani e sociali maturati in Italia, in Europa e nel mondo. Le continue informazioni inerenti alla facile propagazione del virus che per l'indice di mortalità è stato classificato pandemico congiuntamente alle misure preventive da adottare imposte dal governo ci fanno comprendere che in regime di sovraffollamento non è possibile ottemperare a nessuna di esse. I dati indicano 61 mila detenuti in più dell'effettiva capienza, a dispetto dei principi di civiltà e umanità che la detenzione in carcere si prefigge di inculcare nel percorso rieducativo, così come richiesto dal ormai troppo menzionato art. 27 della Costituzione.
Disponibilità e "tolleranza", sono identificativi di buon senso, di spirito d'immedesimazione, e in assenza del virus è stata sempre dimostrata con l'adattamento incondizionato alle fatiscenti condizioni d'igiene e abitabilità che vigono nelle strutture penitenziarie. Le carceri fanno parte dello Stato italiano, a tale proposito chiediamo una se pur blanda verifica ispettiva dei Nas nelle aree di preparazione dei cibi, smaltimento rifiuti, stanze pernottamento, etc., al fine di verificare se in concreto l'aggiunta della diffusione del virus sia la goccia che possa concorrere a esasperare una già difficile condizione di vita.
Sul punto, ci si potrebbe soffermare a riflettere, e rammentare ai politici, che nelle carceri Italiane non vige uno stato di diritto, ma lo stesso è affidato al buon senso, e alla discrezionalità di chi gestisce il "mondo carcere", che grazie all'esperienza maturata, e ai propri principi etici, morali e umani, sopperiscono a numerose deficienze che non sono in linea con gli standard di umana accettabilità e decoro.
Interrotta la tematica dei migranti, si è passati stimolare il furore del popolo contro i detenuti, argomenti ormai collaudati i cui temi sono funzionali a raggiungere consensi elettorali e a distrarre le masse dalle problematiche socio economiche che se risolte sarebbero il vero deterrente al crimine. Alla presenza di una condizione di necessità e di urgenza bisogna avere il coraggio e la competenza di adottare provvedimenti seri e radicali, non basta indicare anni di carcerazione come unica soluzione alla reale problematiche. Il fenomeno del sovraffollamento è la conseguenza di problematiche irrisolte alla cui base in primis, vi è l'istruzione che negli anni si è assottigliata notevolmente ed è mediamente mediocre anche tra coloro che ricoprono incarichi lavorativi di rilievo.
Oggi la dirigenza del carcere è messa di fronte a un'accettazione di responsabilità enormi, si ha difatti certezza che qualora il virus si manifestasse nella struttura carceraria si trasformerebbe in un lazzaretto e in una bomba pronta a esplodere.
È possibile che da quasi due mesi ancora non sono state adottate procedure specifiche relative all'arrivo dei cosiddetti nuovi giunti considerata che continuano a giungere nelle carceri potenziali portatori di virus. Detti soggetti non dovrebbero essere inseriti nei circuiti carcerari, ma nelle celle di sicurezza delle singole Forze di Polizia o delle strutture militari e sottoposti a controlli sanitari, almeno per 14 giorni, così come sta avvenendo per tutti i cittadini.
Anche la Polizia Penitenziaria, congiuntamente al personale infermieristico e i pochi ammessi dell'area educativa devono essere sottoposti a misure di segregazione nelle caserme a loro dedicate al fine di tutelare la popolazione carceraria. Ai detenuti sono stati interrotti i colloqui, e alla stessa stregua si dovrebbe evitare nel modo più assoluto la diffusione del virus all'interno della struttura. Sarebbe ipotizzabile munire di almeno quattro cinque macchine ventilanti al fine di prestare i primi soccorsi qualora fosse necessario e come misura preventiva sottoporre a tampone i detenuti.
Dette misure preventive servono a salvaguardare la salute in primis della popolazione carceraria e degli operatori, nonché sono a garanzia della stessa dirigenza della struttura che è messa in condizione di fronteggiare concretamente l'emergenza con mezzi adeguati qualora la prevenzione passiva lasciasse filtrare il virus all'interno.
Il sovraffollamento delle carceri è la prova che manette e reclusioni non sono un valido deterrente che induce un comportamento di rettitudine bisognerebbe indicare politiche adeguate a breve e lungo termine, non basta esibire le manette come deterrente all'illegalità, iniziamo adesso a risvegliare il senso di umanità, cogliamo il virus come una opportunità per muovere il primo passo per elevare il senso e la percezione della vita, abbiamo tutti compreso che non né abbiamo il pieno controllo e può essere persa all'improvviso con un febbre più accentuata.
di Gian Marco Avarello*
Ristretti Orizzonti, 26 marzo 2020
È triste dirlo, ma è stata la tragedia del coronavirus a far sì che venisse applicata la circolare sui colloqui Skype anche al circuito di Alta Sicurezza del carcere di Parma. Dicono che è in via sperimentale e per rimediare al problema dell'attuale epidemia, fino a quando non ritornerà tutto alla normalità, poi decideranno se lasciarlo o meno; dipenderà da come andrà l'esperimento con gli A.S.
Io ho già avuto la possibilità di effettuare un colloquio Skype con la famiglia; forse ancora l'unico in sezione perché avevo il numero corretto e quindi non hanno avuto nessuna difficoltà a farmi collegare; ma so che stanno lavorando per tutti e che, a giorni, anche gli altri compagni avranno la gioia di vedere i loro cari.
Non vedevo la mia famiglia (moglie e figlio) da oltre sette mesi e, quando si è acceso il collegamento, ci siamo emozionati tanto, anche perché eravamo tutti preoccupati per la nostra salute e, quindi, emotivamente provati. Purtroppo il collegamento era molto disturbato per causa dell'immagine e della voce dei miei cari a intermittenza; loro vedevano e sentivano me, ed io in modo discontinuo loro. Alla fine mi sono adattato all'inconveniente e ho cercato quantomeno di far gioire della mia immagine e di quanto avevo da dire, rassicurandoli.
Naturalmente spero che il prossimo colloquio avvenga con un abbraccio reale e non virtuale perché tutti noi abbiamo bisogno di cose vere, di toccare con mano. Ma poter usare Skype è stata comunque una boccata di ossigeno.
*Redazione Ristretti Parma
Il Sole 24 Ore, 26 marzo 2020
Reati contro la Pa - Indebita percezione di erogazioni a danno dello stato - Conguaglio di indennità economica e maternità - Configurabilità. Le erogazioni di cui all'articolo 316-ter c.p., non devono necessariamente consistere nel conseguimento diretto di una somma di denaro, ben potendo anche consistere nell'esenzione dal pagamento di una somma altrimenti dovuta, ovvero in un risparmio. Situazione corrispondente a quella sottoposta a verifica che aveva ad oggetto somme di danaro falsamente indicate come anticipate dal datore di lavoro in favore del lavoratore, che erano poste a conguaglio in sede di dichiarazione attraverso la predisposizione del modello c.d. "DM10", modulo per mezzo del quale era stato conseguito, all'atto della presentazione, un immediato risparmio rispetto alle somme dovute quale debito previdenziale. (Nella fattispecie l'indebito è risultato inferiore alla soglia di punibilità di cui al comma 2 dell'art. 316- ter cp con riconduzione del fatto ad illecito amministrativo con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza)
• Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 27 febbraio 2020, n. 7963.
Reati contro la Pa - Indebita percezione di erogazioni a danno dello stato - Conguaglio di indennità malattia, assegni familiari e - Soglia di punibilità - Illecito amministrativo. Integra il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex articolo 316-ter c.p., e non quelli di truffa o di appropriazione indebita o di indebita compensazione Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, ex articolo 10-quater la condotta del datore di lavoro che, esponendo falsamente di aver corrisposto al lavoratore somme a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottiene dall'I.N.P.S. il conguaglio di tali somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso istituto le corrispondenti erogazioni. Qualora la somma indebitamente percepita sia inferiore ad Euro 3.999,96 il fatto deve essere ricondotto nell'alveo dell'illecito amministrativo, ex articolo 316-ter, comma 2, c.p., con annullamento senza rinvio della sentenza perché il fatto non costituisce reato.
• Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 19 febbraio 2019, n. 7600.
Falsa indicazione del datore di lavoro di avvenuta corresponsione di somme a titolo di indennità assistenziali ai lavoratori - Conguaglio delle somme fittiziamente indicate da parte dell'i.n.p.s. - Reato configurabile - Indebita percezione di erogazioni a danno dello stato - Sussistenza. Integra il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316-ter cod. pen., la condotta del datore di lavoro che, esponendo falsamente di aver corrisposto al lavoratore somme a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottenga dall'I.N.P.S. il conguaglio di tali somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso istituto le corrispondenti erogazioni.
• Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 1 dicembre 2016 n. 51334.
Falsa indicazione del datore di lavoro di avvenuta corresponsione di somme a titolo di indennità assistenziali ai lavoratori - Conguaglio delle somme fittiziamente indicate da parte dell'I.N.P.S. - Reato configurabile - Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato. Integra il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316-ter cod. pen., e non quelli di truffa o di appropriazione indebita o di indebita compensazione ex art. 10-quater D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, la condotta del datore di lavoro che, esponendo falsamente di aver corrisposto al lavoratore somme a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottiene dall'I.N.P.S. il conguaglio di tali somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso istituto le corrispondenti erogazioni. (In motivazione, la S.C. ha precisato che queste ultime possono consistere anche nell'esenzione dal pagamento di una somma altrimenti dovuta, non essendo necessario l'ottenimento di una somma di denaro).
• Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 19 aprile 2016, n. 15989.
di Rosaria Manconi*
La Nuova Sardegna, 26 marzo 2020
Si vive una inquietudine sino ad ora sconosciuta, in attesa che qualcosa segni il punto, qualcuno metta fine alla incertezza e ripristini la normalità, soprattutto quella dei diritti, sacrificati in nome della emergenza.
Sempre meno reattivi e più rassegnati, pur consapevoli del mancato rispetto delle prassi istituzionali e di una insufficiente trasparenza comunicativa, si sottostà a disposizioni ogni giorno più restrittive.
Come figli ubbidienti, per di più storditi da uno schiaffo sonoro ed inaspettato e da messaggi tardivi, si china la testa, consegnando la propria sicurezza, la salute, il futuro. Questo reso ogni giorno più evanescente dal numero impressionante dei contagiati e dalle immagini strazianti di quei camion che trasportano le salme di donne e uomini, morti nella più completa solitudine e anonimato, e da quelle, altrettanto impietose, delle sale di rianimazione che rimandano, senza filtri, la sofferenza dei pazienti e la fatica immane di chi presta assistenza e cura.
Esistenze stravolte, le nostre, da una emergenza sanitaria nuova che fino a ieri sembrava riguardare altri ed ora è vicina a noi, alle persone che amiamo.
Un virus apparentemente "democratico" che sembra non fare distinzioni di razza, età o ceto sociale, ma che, invece, ha un impatto ben più devastante verso i più deboli: senzatetto, disabili, anziani soli, indigenti, detenuti, per i trattenuti nei centri di permanenza per l'espatrio. Per gli ultimi della terra, per chi non ha voce, ammesso che basti gridare per essere ascoltato. Per questa umanità fragile neppure la dotazione minima necessaria al contenimento del contagio, men che meno sostegno materiale e psicologico. Le mense e le strutture di accoglienza chiudono mentre i detenuti attendono provvedimenti che, in una condizione di acclarato sovraffollamento e drammatica emergenza sanitaria, consentano l'anticipata liberazione o quantomeno l'espiazione della pena in sicurezza.
La malattia non livella, dunque, se non nella sofferenza, nella perdita, nel timore per la propria vita o per quella dei propri cari.
Tutti, ora, concordi nel dire che "niente sarà come prima".
E certamente così sarà. Ma solo per la nostra dimensione esistenziale, per una rivisitazione della scala dei valori e delle priorità.
Per gli interessi e diritti soggettivi, invece, si dovrà fare un passo indietro. Ripristinare le libertà fondamentali oggi sospese.
A chi, opportunamente, si preoccupa della possibile deriva autoritaria che dai recenti provvedimenti può derivare, della tentazione, per alcuni Stati, di utilizzare l'emergenza sanitaria per restringere ancora le libertà personali, della possibile violazione dei diritti fondamentali, va detto che il timore è condivisibile ed è concreto.
Ma è un rischio che ora si deve correre.
Le emergenze mettono sempre a dura prova le istituzioni democratiche, anche quelle più "mature", e la loro capacità di minimizzare i danni senza limitare le libertà individuali e così l'equilibrio fra diritti dell'individuo e quelli della collettività.
A noi soccorre la Corte Costituzionale esplicitando il carattere non assoluto dei diritti fondamentali e la possibilità, di fronte ad interessi confliggenti, di procedere ad un bilanciamento attraverso criteri di ragionevolezza e proporzionalità.
Pure senza richiamare, come taluno vorrebbe, le suggestioni di una condizione bellica, si dovrà, in forza dei principi richiamati e per effetto di quelle immagini di dolore di cui si è detto, tollerare i divieti e le limitazioni imposte. Nel rispetto della preminente tutela del diritto alla vita.
L'accettazione temporanea del rischio non deve e non può assopire gli animi, né abbassare la soglia di attenzione verso il rispetto delle garanzie.
Nessuna delega in bianco, nessuna deroga alla emergenza.
È troppo presto per prevedere quando ed in che modo usciremo da questa crisi, ma certamente la storia, insieme a tutti noi, sta voltando pagina.
L'imperativo è quello per cui, appena il virus verrà sconfitto o quantomeno avrà rallentato la sua diffusione, si debba, assolutamente, ritornare ad una condizione di pienezza dei diritti.
*Avvocato
di Lucio Boldrin
Avvenire, 26 marzo 2020
Il 9 marzo in molte carceri d'Italia si sono avute rivolte violente che in alcuni casi hanno causato morti tra i detenuti e numerosi feriti tra gli agenti della Polizia penitenziaria. La rivolta qui a Rebibbia è scoppiata all'improvviso come un temporale d'estate (molti detenuti si sono dissociati preferendo il dialogo alla violenza) ed è stata sedata dopo un confronto con le autorità competenti, alle quali una rappresentanza di detenuti ha comunicato le proprie richieste. La paura del contagio da coronavirus è stata la miccia che ha fatto esplodere il malcontento, che tuttavia già cova da tempo dentro le carceri. In primis per il sovraffollamento.
A causa del Covid-19, per la loro sicurezza, sono stati bloccati i colloqui con i familiari, con i volontari e con gli "articoli 17" (intermediari tra la comunità carceraria e la "società libera" per la risocializzazione dei detenuti) e quindi suore, seminaristi, sacerdoti volontari e rappresentanti di altre religioni. A ciò si aggiunge l'attività a scartamento ridottissimo dei tribunali: processi rinviati, avvocati invitati a non entrare in carcere per l'incolumità stessa dei loro assistiti. Il carcere, per altro, ha preso tutte le precauzioni possibili: isolamento per i detenuti con la febbre e visite mediche all'ospedale per i casi più sospetti.
Nel momento in cui scrivo, nessun caso di coronavirus qui a Rebibbia. Tanto che, personalmente, mi sento più sicuro dentro che fuori. In carcere ci si è dotati di mascherine (poche, come è all'esterno), guanti e flaconi per l'igiene delle mani. Settimanalmente viene fatta la sanificazione di tutti gli spazi interni. Ai detenuti, ovviamente, viene richiesta collaborazione nel mantenere pulite le celle. Sono state anche aumentate le possibilità per i reclusi di telefonate e videochiamate via Skype. Il limite è che non tutti, soprattutto gli stranieri, hanno soldi per potervi accedere e, nel limite delle possibilità, ci pensiamo noi sacerdoti anche con soli 5/10 euro di ricarica.
Ma la paura del contagio è molta e la preoccupazione aumenta con i nuovi arrivi, ai quali viene fatto un pre-triage medico con la speranza che basti. Ora siamo di fronte a una calma apparente e il rischio che possa finire da un momento all'altro si respira ogni giorno.
Va detto chiaramente, però, che se a Rebibbia le cose finora non sono degenerate è anche grazie all'incredibile lavoro silenzioso e al tentativo costante di dialogo che stanno portando avanti la direttrice Rosella Santoro, il comandante Luigi Ardini, l'ispettore superiore Luigi Giannelli e tutti gli agenti della Polizia penitenziaria. Encomiabili. È importante che lo Stato non li lasci soli e dia le risposte che servono. Prima fra tutte la diminuzione rapida e certa del numero dei detenuti nelle celle, mandando a casa chi ne ha diritto nel rispetto delle ultime direttive emanate.
*Cappellano Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 marzo 2020
Ufficialmente sono cinque i reclusi risultati positivi, mentre 40 sarebbero isolati. "Mio figlio mi ha detto che sono molto preoccupati e spaventati per quello che sta succedendo a causa dell'epidemia, perché hanno il terrore di essere contagiati e che gli interventi avvengano con molto ritardo e soprattutto perché le cure all'interno sono davvero scarse!", è una lettera accorata giunta a Rita Bernardini del Partito Radicale da parte di un famigliare di un recluso al carcere di Voghera.
La preoccupazione è grande, ed è dovuta dal fatto che si sono registrati diversi casi di contagio tra detenuti. Il Dubbio ha potuto verificare che con certezza sono 5 i casi, tra i quali uno dei detenuti infetti è ricoverato in ospedale. Ma dal racconto emergono altri particolari che testimoniano la situazione particolarmente delicata.
"Molte celle - si legge nella lettera rivolta alla Bernardini- sono state chiuse per la presenza di più casi di detenuti che manifestano sintomi di febbre alta. Mi ha anche detto che l'unica precauzione che viene adotta è la misurazione della temperatura corporea, ma non sono stati forniti dispositivi di protezione individuale".
Emergono altri particolari. "Hanno fornito un flacone piccolo di disinfettante tipo amuchina prodotto da un'azienda di Pavia, al costo di euro 9,90 per ciascun flaconcino, nonché un flacone di candeggina da 1 lt ed uno di Lysoform sempre da un litro per ciascuna cella, questi al costo di euro 22,00 addebitato pro quota a ciascun detenuto occupante le singole celle (dove allo stato ci sono tre persone)", denuncia sempre il padre di un detenuto nel carcere di Voghera. Sempre secondo tale testimonianza attualmente ci sarebbero 40 detenuti in isolamento e in attesa di un tampone.
Questo accade nella sezione di alta sicurezza come già riportato da Il Dubbio nei giorni scorsi. Una situazione che desta molta preoccupazione e che forse, proprio per evitare ulteriori psicosi, si dovrebbe fare chiarezza. Sono tante, troppe, le segnalazioni che giungono dai familiari dei detenuti del carcere di Voghera. Compreso il fatto che ci siano problemi di comunicazione tramite Skype. Ma questo è un problema generale già riportato dal garante nazionale Mauro Palma tramite il bollettino scorso. Ovvero che permangono le difficoltà nell'utilizzo della piattaforma Skype per la pochezza delle linee e del loro cablaggio.
tgverona.it, 26 marzo 2020
"Nel carcere di Montorio la situazione del contagio da coronavirus è gravissima: ci risultano una quindicina di agenti penitenziari positivi ed altrettanti in quarantena. Siamo di fronte ad un autentico focolaio di contagio che come tale va affrontato con misure straordinarie, prima fra tutte la tamponizzazione a tutto il personale penitenziario".
È l'SOS lanciato dal Sindacato Polizia Penitenziaria in una nota a firma del segretario generale Aldo Di Giacomo per il quale: "non è più tempo solo di mascherine - che tra l'altro stanno arrivando negli istituti solo in questi giorni ed in troppi casi si tratta di mascherine di semplice carta - e né di prodotti igienizzanti. Continuiamo a sollecitare l'Amministrazione Penitenziaria, le Regioni, i Dipartimenti Regionali di Protezione Civile e le Aziende Sanitarie Locali ad intervenire con urgenza. Sono già 200 i casi tra il personale penitenziario ad aver contratto il Covid-19, specie nelle carceri del Nord. La situazione di Verona è sicuramente straordinaria rispetto alle altre situazioni e merita una particolare attenzione visto il propagarsi del virus tra il personale penitenziario, al momento non risultano casi tra i detenuti e bisogna fare l'impossibile per evitare che il virus si propaghi nel carcere".
Continua Di Giacomo: "Ho provveduto a comunicare la grave situazione al Prefetto ed al Presidente della Regione, mi aspetto interventi immediati per salvaguardare il personale penitenziario ed i detenuti reclusi. Questa mattina ho dovuto personalmente chiamare il numero di segnalazione per coronavirus, in quanto un nostro collega, da giorni con la febbre, non riusciva a fare la spesa in quanto impossibilitato a muoversi dal letto e come molti lavoratori del carcere che provengono dal sud assolutamente solo a casa; per lo stesso ho provveduto a richiedere il tampone a casa perché con chiari sintomi del Covid-19 come confermato per altro dal suo medico curante. Il personale è estremamente preoccupato per il propagarsi del virus soprattutto perché al momento attuale sembrerebbe che l'amministrazione non abbia attivato sistemi di protezione per evitare che il contagio si espanda. Ci siamo attivati con ASL e Amministrazione Penitenziaria per cercare di far fare i tamponi veloci all'interno della tendostruttura adiacente al carcere per evitare al minimo lo spostamento di poliziotti penitenziari".
castedduonline.it, 26 marzo 2020
La lettera aperta delle associazioni: "Lo Stato ancora una volta non rispetta le norme e lo fa impunemente nei confronti di chi sta scontando una pena perché condannato o privato della libertà in attesa di giudizio. Davanti a questo quadro sensibile, che coinvolge Agenti Penitenziari, Funzionari Giuridico Pedagogici, Amministrativi, Comandanti e Direttori chiediamo una mini amnistia. Il limite deve essere quello dei 3 o 4 anni, pur escludendo i reati più gravi"
Al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, al Presidente della Regione Christian Solinas, ai Parlamentari sardi.
Mentre tutto cambia, c'è un luogo, il carcere, dove il covid-19 ancora non ha fatto aprire gli occhi. Negli Istituti Penitenziari dell'isola niente è cambiato, anzi. Mentre si attendono serie iniziative in grado di ridurre i rischi, assistiamo a scelte del Ministero della Giustizia che non possono essere condivise. Non è tempo di norme restrittive. Non è accettabile, e risulta oltre i limiti umani, negare la detenzione domiciliare a chi, con conclamati problemi psichici, si è allontanato alcuni mesi fa da una Comunità terapeutica perché era scompensato. Sono troppi oggi i detenuti che non hanno una casa, perché senza famiglia, così è per tantissimi stranieri, e quindi non possono fruire della misura alternativa. L'uso del braccialetto elettronico suona come una presa in giro perché i dispositivi non sono disponibili.
Lo Stato ancora una volta non rispetta le norme e lo fa impunemente nei confronti di chi sta scontando una pena perché condannato o privato della libertà in attesa di giudizio. Davanti a questo quadro sensibile, che coinvolge Agenti Penitenziari, Funzionari Giuridico Pedagogici, Amministrativi, Comandanti e Direttori chiediamo una mini amnistia. Il limite deve essere quello dei 3 o 4 anni, pur escludendo i reati più gravi. Occorre un atto di coraggio decisivo sapendo che un'emergenza sanitaria in un Istituto Penitenziario dell'isola potrebbe portare al collasso l'intero sistema sanitario regionale.
Lo Stato sia coerente con sé stesso. È evidente che per chi vive la perdita della libertà la limitazione dei colloqui con i familiari, la sospensione delle lezioni scolastiche e la possibilità di fruire le iniziative di volontariato sono un aggravio di pena a cui nessuno sembra voler dare importanza. Stare in cella non è come stare a casa, soprattutto perché gli spazi contenuti come sono quelli di una stanza condivisa da due o forse tre se non quattro persone estranee l'una a l'altra, non permettono nessun momento di privacy. La vicinanza non sempre favorisce i rapporti umani, specialmente quando avvengono tra persone fragili con disturbi comportamentali, con l'ansia, con tendenze antisociali.
Quando la tossicodipendenza si unisce a tendenze autolesioniste, quando il pensiero dei propri parenti lontani o assenti rende più facile cadere in depressione. Quando anche per fare una doccia è necessario fare una lunga fila e l'acqua che sgorga dai rubinetti non è sempre "chiara e fresca". C'è poi il problema che aprire la finestra non è sempre possibile e l'aria ristagna.
Le presenze di detenuti nelle case Circondariali di Cagliari-Uta, Sassari-Bancali e nella Casa di Reclusione di Oristano sono oltre il limite regolamentare. La situazione è al limite a Nuoro, Alghero e Tempio Pausania. Non c'è tempo da perdere. I rappresentanti istituzionali e il Governo si attivino. Il Capo dello Stato si è espresso con chiarezza. Così hanno fatto i Magistrati e gli Avvocati. Il Ministro Bonafede ascolti e agisca. Non deve prevalere un giustizialismo immobilista che genera tensioni e accresce le ansie di tutti. Liberi e ristretti.
Maria Grazia Caligaris, Socialismo Diritti Riforme
Paolo Mocci, coordinamento regionale Garanti locali delle persone private della libertà
di Massimiliano Lanzotto
La Città di Salerno, 26 marzo 2020
Applicata anche a Fuorni la liberazione dei detenuti prossimi al "fine pena" L'iter semplificato per evitare contagi tra i reclusi. Il nodo dei "braccialetti". La corsa per decongestionare le carceri tocca pure Salerno. Nell'ultimo fine settimana sono state eseguite le prime scarcerazioni di detenuti per reati comuni. Alcuni avevano già le procedure pendenti ma il decreto "Cura Italia" ha dato loro un'accelerazione alla definizione.
I giudici del tribunale di Sorveglianza di Salerno hanno liberato due ebolitani, di 68 e 60 anni, tra quelli vicini al cosiddetto "fine pena", ma negli ultimi giorni sarebbero già cinque i casi approvati. La norma introdotta per arginare l'epidemia da Coronavirus nei penitenziari presenta delle criticità. Soprattutto non c'è un pieno automatismo: la decisione passa sempre prima al vaglio della magistratura che deve accertare l'assenza di motivi ostativi. Serve, per essere più chiari, sempre un'istruttoria. Negli istituti di pena italiani sono 8000 i detenuti in più rispetto alla capienza. A Salerno- Fuorni sono i 536, di cui 72 stranieri, rispetto ad una capienza di 394 (dati del ministero della Giustizia aggiornati al 29 febbraio scorso)
Le norme applicate. Pe favorire le uscite dalle carceri e allentare il sovraffollamento si stanno sfruttando le norme previste già dall'ordinamento. E dunque la libertà anticipata, per chi ha assunto un comportamento impeccabile durante la detenzione ed ha seguito percorsi rieducativi, e la detenzione domiciliare (introdotta dalla legge 199/2010), per chi ha un residuo di pena sotto i 18 mesi di reclusione. Con il decreto "Cura Italia", varato dal governo Conte, si è introdotta, poi, la nuova forma di detenzione domiciliare temporanea, valida fino al 30 giugno, anche per chi sta scontando pene superiori all'anno e mezzo, che prevede una procedura semplificata, ma anche motivi ostativi nuovi. La recente norma ha stabilito che oltre i sei mesi sia necessario il braccialetto elettronico. Ne sono esclusi solo i minori. Ed è questa l'incognita che blocca la procedura per alleggerire le carceri: i braccialetti disponibili non sono sufficienti per scarcerate il maggior numero di detenuti e raggiungere gli standard di sicurezza tra le mura carcerarie.
Gli effetti del provvedimento. Un dato emerge già dai primi giorni di applicazione del nuovo decreto: c'è una maggiore speditezza nell'evadere le pratiche. Ciò deriva anche dalla procedura agevolata avviata direttamente nelle carceri. Ai detenuti che sono nelle condizioni di chiedere l'uscita anticipata o la detenzione a tempo fino alla fine di giugno, le direzioni - e tra queste quella di Salerno, guidata da Rita Romano - hanno fornito dei moduli da compilare. La procedura iniziale, dunque, parte proprio dalle celle. Al resto provvede l'amministrazione penitenziaria che relazionerà sul richiedente e verificherà l'autenticità del domicilio dichiarato. Ciò va a vantaggio delle cancellerie, già oberate di lavoro.
Le criticità nel sistema. Su tutte c'è il rebus dei braccialetti che impediscono la piena applicazione della norma straordinaria introdotta dal Cura Italia. In questi giorni il governo dovrebbe rendere noto, e disponibili, il numero di quelli pronto uso. Poi si deciderà la spartizione tenendo conto di alcuni dati statistici: gli indici di sovraffollamento e le situazioni di emergenza sanitaria. Si darà priorità ai detenuti con residui di pena più bassi. Secondo il decreto legge saranno installati circa 3mila braccialetti fino al 30 giugno.
C'è, poi, il problema delle cancellerie, dimezzate dall'applicazione del "lavoro agile". Al tribunale di Sorveglianza di Salerno -fa sapere il presidente Monica Amirante - è stato attivato un presidio per smaltire le richieste in arrivo. La riduzione forzata di personale non è sempre colmabile con il telelavoro perché alcune procedure richiedono la presenza in sede. Se da un lato si chiede di accelerare per disinnescare la "bomba" carceri, dall'altra si deve fare i conti con le cancellerie semivuote per far fronte all'epidemia. Un lavoro duro che impone a tutti, anche gli stessi magistrati, di rimboccarsi le maniche e andare anche oltre il loro ruolo d'ufficio per facilitare il lavoro del personale.
I detenuti esclusi. Non tutti i detenuti possono beneficiare della procedura semplificata. Sono esclusi, infatti, quanti risultano privi di un domicilio. In questa categoria si collocano molti stranieri. L'esclusione riguarda pure i condannati per reati collegati alla criminalità organizzata e per delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell'ordinamento costituzionale. Esclusi anche i detenuti che scontano pene per corruzione e concussione. Fuori dal novero dei beneficiari anche i delinquenti abituali e quanti hanno preso parte a rivolte nelle carceri. Nulla è previsto, inoltre, per i reclusi in attesa del primo grado di giudizio. E sono quelli che rischiano di restare più tempo in cella per la sospensione dei termini.
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