di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 17 febbraio 2020
Conferenza di Monaco, accordo (a metà) sulla linea italiana: monitoraggio aereo. L'embargo sulle forniture d'armi in Libia deciso dalla comunità internazionale alla Conferenza di Berlino "è diventato una barzelletta" e occorre "fare un salto di qualità". Anche perché la situazione sul terreno, "nonostante alcuni segnali positivi, rimane molto preoccupante e la tregua è appesa un filo". Parole chiare e drammatiche quelle di Stephanie Williams, vice del Rappresentante Speciale dell'Onu per la Libia, Ghassan Salamè, al termine dell'incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi che lavorano a una soluzione della crisi nord-africana.
Ospitato dalla Germania in margine all'annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il vertice si è concluso con una dichiarazione comune, in cui i capi delle 13 diplomazie hanno rinnovato la loro "determinazione a contribuire alla piena applicazione dell'embargo".
Le ripetute violazioni al divieto di fornire armi alle parti in conflitto sono state denunciate dalle Nazioni Unite, senza tuttavia fare i nomi dei Paesi responsabili. Ma tutti sanno che si tratta soprattutto di Emirati Arabi ed Egitto sul fronte che appoggia i ribelli del generale Khalifa Haftar, e della Turchia su quello che sostiene il governo di Tripoli guidato da Fayez al Serraj.
La dichiarazione di Monaco lascia aperta la questione cruciale sugli strumenti con cui l'embargo verrà sorvegliato e applicato, nonché sulle eventuali sanzioni per chi lo viola. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, presente alla riunione, ha detto che per renderlo efficace "ci vuole una missione dell'Unione europea che sia in grado di monitorare e bloccare l'ingresso delle armi nel Paese".
Della missione si parlerà oggi a Bruxelles al Consiglio Affari Esteri della Ue. Il maggior ostacolo è l'opposizione di Austria e Ungheria alla parte navale: Vienna e Budapest sostengono che una nuova operazione tipo "Sophia" (ma limitata al controllo delle forniture d'armi) finirebbe per riprendere i soccorsi in mare, incoraggiando nuove ondate migratorie. Ieri il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha lasciato intravedere una soluzione spiegando che "potrebbe non esserci bisogno di navi europee nel Mediterraneo, poiché tutte le vie, marine, terrestri e aeree, possono essere monitorate dal cielo". A Bruxelles si parlerà anche di misure punitive: "Chiunque continuerà a violare il blocco - ha detto Maas - deve sapere che sarà individuato pubblicamente e sanzionato". Il ministro ha annunciato che la prossima riunione dell'International Follow-up Committee, il gruppo che segue l'attuazione della road-map di Berlino, si svolgerà a Roma in marzo.
A Monaco, l'Italia incassa comunque un importante successo diplomatico, con il prossimo ingresso, su proposta tedesca, nel formato E3, il gruppo europeo fin qui composto da Germania, Francia e Regno Unito, che si occupa del dossier iraniano. Sia Luigi Di Maio che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini hanno espresso soddisfazione per questo riconoscimento al lavoro del nostro Paese nelle crisi internazionali.
Il Riformista, 17 febbraio 2020
Dopo una lunga attesa e le sollecitazioni della piazza ecco il piano della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese per smontare i decreti sicurezza firmati da Matteo Salvini. La ministra porterà oggi al tavolo della maggioranza che dovrà cercare un accordo un testo scritto per smontare l'ossatura della legge che prevede tra l'altro due temi forti: cittadinanza e diritto all'iscrizione all'anagrafe per i richiedenti asilo.
Un piano per cambiare i decreti sicurezza targati Salvini. È quello che poterà al tavolo della maggioranza previsto in giornata il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che dovrebbe 'smontarè la legge fortemente voluta dal leader della Lega in particolare sul tema della cittadinanza a del diritto all'iscrizione all'anagrafe per i richiedenti asilo. Una bozza a lungo rimandata dal governo anche per gli appuntamenti elettorali in Emilia Romagna e Calabria.
Secondo quanto filtra, sarebbero quattro le "grandi modifiche" ai decreti sicurezza. Si parte dalle sanzioni alle Ong: le multe scenderanno ad un massimo di 50mila euro (attualmente è un milione di euro) mentre la confisca della nave e l'arresto del suo comandate scatterà solo in caso di reiterazione della condotta contestata. Tornerà poi ad ad un massimo di 24 mesi (attualmente è da 2 a 4 anni) il termine per concludere l'iter per la connessione della cittadinanza per residenza al compimento dei 18 anni dei figli di cittadini di stranieri nati in Italia. Nel piano Lamorgese è quindi prevista la cancellazione della norma del decreto sicurezza di Salvini che prevede che il permesso di soggiorno per richiedente asilo non costituisce più titolo per l'iscrizione all'anagrafe. Infine il permesso umanitario dovrebbe venire reinserito, con un ampliamento delle protezioni speciali per i casi di vittime di tratta.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 17 febbraio 2020
Oggi vertice con Lamorgese sui dl Salvini. Dem e Leu: aprire sui permessi umanitari. Altolà dei 5Stelle. Verso il ripristino delle iscrizioni all'anagrafe per i richiedenti asilo. È con l'approccio del tecnico che punta a risolvere i problemi e non alle polemiche che il ministro dell'Interno Lamorgese oggi porterà sul tavolo di palazzo Chigi testi e ipotesi di lavoro per cambiare i decreti sicurezza emanati da Matteo Salvini. Si prepara la svolta sul fronte delle polemiche migratorie nel vertice di maggioranza convocato dal premier Conte.
Se dovesse arrivare - ma è difficile - subito l'accordo, i dl Salvini andranno già nel prossimo Consiglio dei ministri. Ma bisognerà vedere se i rilievi avanzati dal Capo dello Stato nelle due lettere inviate al premier (ottobre 2018 e agosto 2019) saranno tradotti in maniera restrittiva o espansiva. Per M5S (linea Di Maio, infatti, bisogna attenersi solo a quelle indicazioni, non è possibile andare oltre. Il Pd vorrebbe ben di più. Si prevede per esempio un braccio di ferro sul tema dei permessi umanitari, il cui numero è crollato in Italia dal 40 al 18%.
L'orientamento del governo che continua a puntare sul criterio della redistribuzione dei migranti in Europa è quello di ripristinare la protezione umanitaria per alcune categorie a rischio. A quei migranti che arrivano in cattivo stato di salute, a chi manifesta disagio psichico, con la possibilità di considerare anche esigenze legate ai nuclei familiari. Pd, Leu, Iv e l'ala M5S che fa riferimento al presidente della Camera Fico, puntano ad allargare le maglie, a far sì che l'Italia si allinei con il resto d'Europa.
I fedelissimi di Di Maio fanno muro: sarà possibile solo un aumento marginale. "Il ministro si è tenuto le deleghe sull'immigrazione ma sa che non potrà spingersi più di tanto", spiega un big M5S, "il sistema non tiene, non possiamo tornare al passato". Ma le novità in arrivo sono diverse. Più fondi per il sistema di accoglienza: lo stanziamento del Viminale era sceso nell'estate del 2018 da 35 a 19 euro al giorno a migrante.
Una circolare del ministero ha aumentato i rimborsi, sull'onda dei ripetuti allarmi dei prefetti perché i bandi di gara andavano deserti. Verrà confermata questa direzione e dovrebbe essere inserito un criterio di flessibilità, dal momento che - questa la tesi - i costi sono diversi di regione in regione. Multe alle Ong: si ritorna a un massimo di 50mila euro, un ventesimo della cifra monstre, fino ad un milione di euro, partorita durante la conversione del decreto, con l'eventualità anche di eliminare del tutto le sanzioni qualora si registrasse una convergenza nella maggioranza di governo.
E a tenere - come richiesto dal Colle - in debita considerazione, per l'eventuale confisca delle navi, la reiterazione della violazione dell'eventuale divieto di ingresso in acque territoriali e la tipizzazione dei mezzi che possono essere oggetto di multe. L'obiettivo è far sì che le Ong si muovano all'interno di una griglia di regole seguendo un codice firmato a livello Ue dagli Stati che battono bandiera.
Verrà inoltre rivista la circolare Salvini che impedisce ai richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe comunale. Iscrizione necessaria - spiegano fonti parlamentari della maggioranza - per il rilascio del certificato di residenza e del documento d'identità senza i quali non è possibile iscriversi a scuola, stipulare un contratto di lavoro e di affitto.
Si punta a cambiare anche le regole sulle richieste di cittadinanza per matrimonio: prima dei dl Salvini se a seguito della domanda non veniva riscontrata entro il termine perentorio di 2 anni nessuna difformità o anomalia, si prefigurava il cosiddetto silenzio- assenso, ovvero la domanda non poteva più essere respinta.
L'idea ora è tornare appunto a quel silenzio-assenso. Per quanto riguarda il dl Salvini bis si mira a reintrodurre la discrezionalità del magistrato sulla tenuità del fatto con la distinzione delle categorie nelle norme che puniscono l'oltraggio e la resistenza al pubblico ufficiale. Sulle modifiche ai due decreti Pd, Leu e Iv dovranno convincere M5S e l'operazione non è semplice perché anche il premier Conte non intende mostrare il fianco agli attacchi di Salvini.
Nel Pd la strategia è al contrario di andare in profondità: "Tanto Salvini ci dà addosso anche se ci muoviamo di un centimetro", osserva un big dem. Poi c'è un'ala 'oltranzista'. "Inutile fare vertice. Basta un tratto di penna e cancellare i dl Salvini", afferma Orfini. I renziani vogliono un dispositivo organico per ridisegnare l'intero sistema per ripristinare la protezione umanitaria, salvaguardare le Ong e revisionare il meccanismo della cittadinanza. Ma il braccio di ferro, come si diceva, è solo agli inizi.
di Aldo Grasso
Corriere della Sera, 17 febbraio 2020
Basata sul romanzo-inchiesta di Roberto Saviano, la serie vuole raccontare la criminalità globale seguendo il viaggio della cocaina. Dopo il successo di "Gomorra" o di "Narcos", che hanno scavato sempre più a fondo e senza remore nelle viscere delle organizzazioni criminali, il rischio di scadere nel "già visto" era altissimo. "ZeroZeroZero", la nuova serie prodotta da Sky con Amazon Studios e Canal+, sfugge alla trappola, deviando parzialmente dal solco tracciato.
Basata sul libro di Roberto Saviano, "Zero ZeroZero" vuole raccontare la criminalità globale seguendo il viaggio della cocaina: dalla preparazione alla sua immissione sui mercati illegali di tutto il mondo. È un percorso che mette l'accento sulle economie occulte che governano le leggi della criminalità. Ma è anche una storia di famiglie, di stili mafiosi differenti, di contesti locali dove tradizioni ancestrali e operazioni finanziarie si tengono in un filo che lega tutto.
Emblematica, in questo senso, la differenza profonda tra il vecchio boss della 'ndrangheta Don Minu che vive in un bunker e addestra il nipote ("non c'è nessuna pietà nella delusione"), le squadre della morte messicane e gli insospettabili uomini d'affari americani. Nulla come la criminalità tiene insieme globale e locale, sembra dirci la serie. Diretta da Stefano Sollima e scritta, tra gli altri, con Leonardo Fasoli e Stefano Bises, la fiction alterna scene d'azione tipiche del crime americano con il gusto nazionale dell'indugiare sui personaggi, alla ricerca delle radici del male e di un'umanità tormentata. "ZeroZeroZero" vuole essere tante cose, ma soprattutto un trattato di economia criminale, che mette in scena la legge della domanda e dell'offerta; le famiglie vengono presentate rispetto ai loro ruoli nella filiera e nella catena del valore (i "compratori", i "venditori", gli "intermediari"). Le musiche dei Mogway e una fotografia curata fanno risaltare un cast internazionale nel quale spiccano Gabriel Byrne e Giuseppe De Domenico, nei panni del rampante 'ndranghetista Stefano La Piana.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 17 febbraio 2020
"L'embargo delle armi in Libia è diventato una barzelletta, dobbiamo tutti veramente intervenire". Le parole di Stephanie Williams, vicecapo della missione dell'Onu in Libia, sono nette. Durante la riunione di ieri al follow- up Committee di Monaco, a quattro settimane dal vertice di Berlino voluto da Angela Merkel, la Williams ha preso atto della drammatica situazione: "Ci sono violazioni, via terra, via mare e via aerea", fornisce i dati e aggiunge: "È necessario che ci siano un monitoraggio ed un sistema di attribuzione di responsabilità".
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, annuncia che oggi a Bruxelles sarà affrontata la questione di una missione europea "che avrà il compito di dare un segnale chiaro: in Libia va bloccato il flusso delle armi". Non una missione militare, sottolinea Di Maio, ma l'Europa dovrà utilizzare anche mezzi militari per un monitoraggio del rispetto dell'embargo e del cessate il fuoco, che potrebbe avvenire "via mare, via terra e per via aerea". È però anche questo punto ad accendere la discussione a margine del tavolo, a cui ieri sedevano dodici stati e tre organizzazioni internazionali. È stato l'Alto Rappresentante per la politica estera dell'Ue, Josep Borrell, a lanciare l'appello, indignandosi per il veto austriaco sul riavvio della missione marittima Sophia.
"Non può accadere che a causa del veto di un solo Stato, che peraltro non ha una Marina propria, si debba bloccare la missione marina europea. Se succede, rispondere 'peccato non c'è stata l'unanimità' è semplicemente ridicolo", ha sbottato, puntando il dito contro il tallone d'Achille del metodo Ue. Un segnale positivo arriva: il prossimo 26 febbraio, per la prima volta dopo due anni, le parti in confitto dialogheranno. L'allarme riguarda anche le conseguenze per l'economia, con una crisi esacerbata anche dal blocco dei pozzi petroliferi.
Haftar rimuova il blocco, tuona l'Onu. Il quadro generale viene supportato da alcuni dati. Sono state 1501e violazioni al cessate il fuoco, ha riportato Williams, e sono 140 mila i libici scappati e sfollati. La conferenza di Berlino è stata dunque una tappa importate, ma il percorso per una soluzione effettiva del conflitto è ancora lungo. A marzo il Committee follow up potrebbe tenersi a Roma, è stato detto. E del resto l'Italia ha ottenuto ieri "un importante riconoscimento" - nelle parole di Di Maio e Lorenzo Guerini - con l'apertura di Berlino ad accoglierla nel formato E3 sull'Iran, proprio con un occhio alla Libia, come affermato ieri dalla ministra della Difesa tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer, come lo stesso Guerini aveva chiesto alla Germania lo scorso 12 febbraio, a margine del vertice Nato.
Dopo la ministeriale, in un panel dedicato Ue, Di Maio ha ribadito che "per l'Italia la stabilizzazione della Libia è un obiettivo prioritario". A chi rimprovera l'Europa di aver perduto influenza "va risposto che l'Europa non manda armi né mercenari", ha aggiunto. Come pure va ribadito che la crisi di Tripoli ha bisogno di una risposta della comunità internazionale, "nessuno pensi di poter fare da solo".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 16 febbraio 2020
Il governo ha confermato l'abolizione della prescrizione. Come voleva il partito dei Pm. Ha stabilito che il processo penale può durare un tempo eterno. Rispetto alla prima norma anti-prescrizione (quella del governo Lega-5 Stelle) contenuta nella legge "spazzacorrotti", le novità sono due. La prima è che si introduce (bypassando la Costituzione) una distinzione tra condannato o assolto in primo grado. Il condannato è fregato, finisce nel tunnel dei processi senza fine. L'assolto conserva la prescrizione.
Questo avrà una conseguenza inevitabile: che le Corti d'appello manderanno avanti i processi agli assolti (cioè i ricorsi dei Pm) che altrimenti vanno in prescrizione, e lasceranno languire, magari per dieci anni, o venti, gli appelli dei condannati. I quali però, in uno strano gioco dell'oca, potranno recuperare la prescrizione se riusciranno a ottenere che l'appello si celebri prima della loro morte e riusciranno a essere assolti in appello (statisticamente è una situazione frequente: circa il 40 per cento dei condannati viene assolto in appello).
Solo che a quel punto - vecchi - la prescrizione gli servirà a poco. Il partito del giustizialismo, quello guidato da Travaglio e da Bonafede, e che ha alle spalle la forza prepotente del partito dei Pm, ha vinto una bella battaglia. Lunedì prossimo sarà il ventottesimo anniversario dell'inizio della stagione di Mani Pulite. Qualcuno la ricorda? Qualcosa come 5000 politici finiti nella retata, centinaia e centinaia di arresti, delazioni ottenute col ricatto del carcere, suicidi, interi partiti rasi al suolo, la democrazia politica messa con le spalle al muro, i magistrati e i loro assistenti giornalisti con pieni poteri poi ci furono 4000 assoluzioni. È stato uno dei periodi più foschi della storia della Repubblica.
Beh, l'aria che si sente soffiare, oggi, è molto simile a quella. Il partito dei Pm ha un nemico giurato: la Costituzione. I principi dello stato di Diritto. L'attacco punta lì. E non si fermerà se qualcuno non scenderà per strada a fermarlo. Il compito spetterebbe al Pd, che è un partito che vanta qualche tradizione democratica. E che sta nel governo. Però, se non ci siamo sbagliati, ora è nascosto tra le fila dei 5 Stelle, e sembra passato al servizio dei magistrati. Si sveglierà? Avrà uno scatto di orgoglio? Sperare è sempre legittimo (per ora...).
P.s. La storia, lo sapete, si ripete. La prima volta è una tragedia, la seconda una farsa: speriamo che sia vero, che avesse ragione Marx.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 16 febbraio 2020
Il ministro della Giustizia: dopo dieci vertici con Iv, no ai veti di Renzi sulla prescrizione. "Il boato con cui la piazza mi ha accolto non lo dimenticherò mai".
di Liana Milella
La Repubblica, 16 febbraio 2020
"La giustizia deve sempre esprimere un volto umano". E "deve bilanciare le esigenze di tutti". "È evidente che i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena anche se l'imputato non è in carcere". "Il carcere rispecchi il volto costituzionale della pena e dia al detenuto una seconda chance". "Partendo dal luogo più remoto della società, qual è appunto il carcere, la Corte sta portando la Costituzione ovunque. Perché la Costituzione e i suoi valori vivono e muoiono nella società". Tutto questo dice a Repubblica, nella sua prima intervista, la presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 febbraio 2020
Rischio binario morto per i correttivi inseriti nel riordino del rito penale, per il quale sono previsti tempi lunghi. Lo scontro con Iv ripartirà nei prossimi giorni su Ddl Costa e Dl intercettazioni. La guerra non è finita. E la prescrizione rischia di agitare ancora per parecchio tempo l'agenda politica e non solo.
Perché alla fine la decisione del Governo di innestare il lodo Conte bis nel più ampio disegno di legge di riforma del processo penale ha permesso a 5 Stelle, Pd e Leu, di uscire dall'impasse nella quale da giorni si trovavano impantanati per la guerriglia di Italia Viva, e tuttavia ha come effetto quello di prolungare a oltranza l'operatività della riforma Bonafede, che invece si intende correggere.
Le ragioni sono evidenti: dal 1° gennaio è in vigore il blocco dei termini dopo la sentenza di primo grado, indipendentemente dal suo contenuto, di condanna o assoluzione; gli effetti si potranno misurare solo tra qualche tempo, certo, quando andranno in prescrizione i primi reati contravvenzionali.
Ma che un impatto ci possa essere da subito, per esempio sui tempi di durata del primo grado, è testimoniato dalla volontà del ministero della Giustizia di varare già la prossima settimana una commissione, nella quale dovrebbero essere presenti sia magistrati sia avvocati, per misurare da subito gli effetti della riforma.
Nel frattempo quella soluzione tra il barocco, certo, e l'incostituzionale, per alcuni, sintetizzata nel lodo è e sarà ben lontana dall'entrata in vigore. Difficile infatti pronosticare un cammino parlamentare rapido per un disegno di legge delega, come sempre in realtà assai dettagliato però, che interviene su elementi cruciali del processo penale, dalla durata delle indagini preliminari ai riti alternativi, alle notifiche.
E questo anche se al consiglio dei ministri di giovedì notte è arrivato un provvedimento privo di tutta la parte ordinamentale, senza cioè la riforma del sistema elettorale del Csm e la revisione delle regole per l'ingresso (e l'uscita) dei magistrati da cariche politiche. Bene che vada se ne riparlerà tra parecchi mesi e il rischio molto concreto è che la riforma della riforma più che su una corsia preferenziale sia finita su binario morto.
E dove le insidie alla Bonafede arriveranno in realtà nei prossimi giorni sul fronte parlamentare, tra Camera e Senato. Con una ricorrenza che non dovrebbe essere ricorrente, quella del voto di un partito di maggioranza, Iv, con le opposizioni.
Alla Camera il problema si riproporrà con gli emendamenti al disegno di legge Costa al voto in commissione dal 18 febbraio (solo con il voto determinante della presidente 5 Stelle ne passò uno soppressivo) e in Aula dal 24 febbraio. Ma, considerati i margini assai più esili per la maggioranza, il nodo più intricato sarà quello del Senato dove la prossima settimana andrà al voto il decreto legge intercettazioni, in scadenza tra l'altro a fine mese.
Già in commissione la scelta di Italia Viva di votare con le opposizioni su un emendamento agganciato al testo da Forza Italia per cancellare la Bonafede ha visto un pareggio 12 a 12 (al Senato equivale a bocciatura) per il rotto della cuffia. Se, come assai probabile l'emendamento sarà riproposto in Aula, con il rischio assai concreto per la maggioranza di andare sotto, allora è più che possibile che sarà necessario mettere la fiducia su un testo che, comunque, ha raccolto anche una serie di perplessità da parte del Csm.
di Antonello Mangano
L'Espresso, 16 febbraio 2020
Da trent'anni nelle cronache leggiamo di caporalato e sfruttamento nelle campagne italiane. Ma esistono alternative per non appoggiare tutto questo. Un estratto del libro inchiesta "Lo sfruttamento nel piatto. Quello che tutti dovremmo sapere per un consumo consapevole". Dalle campagne italiane arrivano cronache drammatiche: incidenti in cui muoiono centinaia di lavoratori; ghetti che bruciano ; donne sfruttate sessualmente tra le serre che assicurano ortaggi fuori stagione; braccianti ridotti in schiavitù dal Piemonte alla Sicilia.
In realtà, la questione risale ad almeno trent'anni fa: nel 1990 fu ucciso a Villa Literno il rifugiato sudafricano Jerry Masslo, che passò dalla negazione dei documenti alla raccolta dei pomodori. Anche se a fatica, oggi cominciano a emergere le cause. I passaggi dal campo al bancone del supermercato sono numerosi e poco tracciati; non esiste una etichetta trasparente; gli strumenti di contrasto adottati dalle aziende (ispezioni, liberatorie, certificazioni) appaiono insufficienti. La "Grande Distribuzione Organizzata" non è l'unica responsabile, ma appare poco intenzionata a prendere provvedimenti risolutivi. Quindi cosa possono fare i consumatori per evitare di essere complici di un sistema che non vuole auto-riformarsi? In sintesi, dove facciamo la spesa?
Trovare un'alternativa non è difficile. È possibile acquistare prodotti etici e di qualità superiore, senza necessariamente spendere di più. Per fortuna l'Italia, nonostante l'attacco della globalizzazione, è ancora un paese ricco di diversità. Esistono diverse opzioni: evitare il cibo "a rischio" trovando produttori alternativi; sostituire tutta la spesa associandosi con altri consumatori oppure incontrando i contadini in un mercato rionale; ma, soprattutto, occorre superare l'ideologia trentennale del "consumerismo".
Può essere impegnativo sostituire tutta la spesa. Ma non è detto che lo sia per i prodotti più "critici". Chi non ha la possibilità di un consumo radicalmente alternativo, per ragioni economiche o di tempo, può comunque iniziare un boicottaggio intelligente di alcuni prodotti. In Italia esistono situazioni estreme e le peggiori riguardano la produzione di arance e pomodori. Quindi, un primo passo per non essere complici può essere sostituire questi due prodotti cercando aziende che offrano garanzie sull'etica.
Ecco due esempi. In seguito alla rivolta del 2010, alcuni attivisti calabresi insieme ai migranti, decisero di fare qualcosa di concreto. Nacque "Sos Rosarno". "Tutti i produttori sono piccoli proprietari, singoli o associati in cooperative, assumono regolarmente la manodopera impiegata nella raccolta, per oltre il 50% immigrata, e sono interni al circuito della solidarietà con gli africani di Rosarno, che nell'assoluta insufficienza delle politiche istituzionali d'accoglienza possono sopperire ai bisogni più elementari solo grazie al sostegno delle realtà associative della società civile", si legge nel sito ufficiale.
Da allora l'unione di alcuni produttori della Piana di Gioia Tauro permette la produzione di arance, in particolare clementine; poi olio, grano, formaggi e insaccati. I prodotti sono acquistabili dai "Gruppi di Acquisto Solidali" (Gas) in Italia e all'estero, ma anche nei punti di distribuzione della rete "Fuori Mercato".
L'altro prodotto critico è sicuramente il pomodoro. Per alcuni è il simbolo della dieta mediterranea, per altri è sinonimo di caporalato. Negli ultimi anni, tuttavia, sono nate diverse esperienze per proporre un'alternativa al consumatore. "Funky Tomato" è probabilmente la più conosciuta. È nata tra Puglia, Basilicata e Campania, nel 2005, dopo la morte della bracciante Paola Clemente. A partire da Taranto, un gruppo di agricoltori, attivisti e ricercatori ha deciso di costruire una filiera partecipata e di creare un'alternativa al caporalato del pomodoro.
Come comprare i pelati e le passate di Funky Tomato? Il modello è quello del pre-acquisto sul sito, a cui si affianca la distribuzione in alcuni ristoranti e punti vendita. Conoscendo in anticipo l'ammontare degli acquisti, la filiera può essere organizzata fin dalla piantumazione. Agricoltori, braccianti e trasformatori sanno di poter contare su un reddito certo e non vivono in balia delle fluttuazioni del mercato. Il barattolo di Funky Tomato vuole essere la passata realmente conservata in cantina per l'inverno, come nella tradizione italiana, e non un consumo d'elite. Un cibo "coltivato localmente e artigianalmente".
All'inizio degli anni 90 le ideologie novecentesche arretrano e la fuga nel privato prende il sopravvento. In tanti non vogliono rinunciare all'impegno politico e lo spostano nella quotidianità. Si diffondono idee come "si vota anche facendo la spesa", "piccolo è bello" e "i grandi cambiamenti sono la somma di piccole scelte individuali".
In tutta la penisola nascono le botteghe del "commercio equo e solidale" che vogliono connettere consumatori del Nord del mondo e produttori del Sud, assicurando a questi ultimi un compenso giusto e sottraendoli allo sfruttamento delle multinazionali. Un modello che inizialmente riguarda contadini africani e latinoamericani, ma che oggi può essere tranquillamente applicato anche gli agricoltori italiani.
Nel 1994, a Fidenza, in provincia di Parma, nasce il primo "Gruppo di Acquisto Solidale". Nel 1997, i Gas si uniscono in rete per scambiarsi informazioni sui produttori. Ma come funziona un gruppo? Il Gas può essere un'associazione costituita a norma di legge oppure un gruppo informale. Durante le assemblee, si prendono le decisioni fondamentali: i criteri di scelta dei prodotti, la lista dei fornitori, la gestione degli ordini, lo scarico delle merci e infine il ritiro.
I Gas verificano il rispetto di tutti i criteri attraverso un legame diretto col produttore: visite periodiche nei campi e rapporti consolidati nel tempo. Si crea spesso una rete fiduciaria che genera una specie di "certificazione partecipata".
Si tratta di una galassia molto articolata. Il sito "Eventhia" traccia oggi oltre 500 gruppi, la maggior parte dei quali si trova nel Centro Nord. Grandi aree sono ancora scoperte, paradossalmente nelle zone rurali del Mezzogiorno; ma nelle città medio grandi c'è in genere almeno un Gas.
I mercati rionali sono centri della cultura e della vita popolare delle città italiane. Soltanto a Roma ce ne sono 127, per un totale di oltre cinquemila esercenti. Il caso della capitale è esemplare: sarebbero un migliaio i "posteggi" chiusi, cioè spazi non assegnati. A oggi, resistono circa 120 contadini "storici" dietro i banchi dei mercati rionali romani. Gli altri sono venditori che di solito all'alba acquistano all'ingrosso al Car (Centro Agro Alimentare) di Guidonia. Sono alcuni tra i dati contenuti in un rapporto dell'associazione "Terra!". L'agro romano, il territorio agricolo collegato all'area metropolitana, potrebbe rifornire quasi completamente i mercati nella capitale ma non esiste una politica efficace che connetta gli agricoltori del circondario ai banconi dei mercati rionali. Un'altra criticità è il ricambio generazionale, sia nelle vendite che nei consumi. Nella maggior parte dei mercati si aggirano pensionati per cui è normale un'apertura solo mattutina e venditori che si tramandano da generazioni il bancone della frutta, senza una prospettiva per il futuro. La prima questione è appunto quella degli orari: è difficile essere concorrenziali coi supermercati se è possibile acquistare soltanto da lunedì a sabato dalle 8 alle alle 14,30. I mercati hanno grandi potenzialità (stagionalità dei prodotti, qualità, prezzo conveniente perché senza intermediazioni) ma al momento molte carenze: orari, servizi, luoghi fatiscenti, parcheggi. E su etichette e trasparenza sono persino più indietro dei supermercati.
Inserire l'origine in etichetta, pratica oggi trascurata all'interno dei mercati, sarebbe un primo passo verso la fidelizzazione dei clienti. Il paradosso è che i mercati di quartiere non comunicano qualcosa che è molto richiesto dai consumatori. Anche passando per il Car, l'ortofrutta del territorio romano e laziale non impiega più di 24 ore a raggiungere i banchi del mercato. Ma questo enorme punto di vantaggio non viene comunicato: c'è ma non si vede. Possiamo trovare nello stesso bancone zucchine raccolte appena il giorno prima e pomodori che hanno viaggiato dalle serre siciliane.
Come si vede, i mercati non hanno soltanto bisogno di una boccata d'ossigeno: è necessario ripensarne globalmente la funzione sociale. I mercati romani sono spesso posizionati in centro, in siti storici che potrebbero diventare luoghi di incontro, di educazione alimentare, oltre che aperti alla ristorazione con prodotti freschissimi. Ma al momento i meccanismi di autorizzazione, mappatura, rotazione dei banconisti non più attivi sono iper-burocratizzati e lenti. A volte sembra che ci sia un vero abbandono da parte della politica. Come se i mercati dovessero funzionare da sé fino alla naturale estinzione dei suoi protagonisti, dal vecchio fruttarolo che ha ereditato il bancone dal padre al pensionato che non rinuncia alle sue abitudini. Oggi nessuno ha il polso dei mercati rionali, nessuno sa con esattezza quante postazioni siano attive e quante no. L'ultimo censimento è stato effettuato ormai tre anni fa, nel marzo del 2015. Il Comune, dal canto suo, non favorisce la ripresa del settore: ha lanciato l'ultimo bando nel 2013, finendo di assegnare le postazioni nell'autunno 2017.
Per quanto la situazione romana sia unica, la tradizione del mercato in strada è diffusa in tutta Italia. Dalle "Piazze delle Erbe" in gran parte delle città medievali del Nord fino ai "suk" di origine araba della Sicilia, come la celebre Vucciria immortalata da Guttuso. Anche queste realtà in crisi che meriterebbero un intervento: sono un concentrato di storia e cultura così come infrastrutture di distribuzione già esistenti. Con poco, potrebbero diventare un valido sbocco per un'agricoltura diversa.
Ci sono tante alternative per i consumatori, ma le due più "consistenti" appaiono i Gas e i mercati rionali. Sono esperienze con una storia alle spalle (breve i primi, pluridecennale i secondi). Entrambi hanno bisogno di essere rafforzati oppure rivitalizzati. Ma sono diffusi sul territorio e coinvolgono una rete ampia di consumatori, rivenditori e produttori. Nei casi migliori, i passaggi dal produttore al consumatore sono rapidi e diretti. L'etica non è garantita solo da etichette e certificazioni, ma da un rapporto immediato e quotidiano.
Per rendere queste esperienze molto più forti e sfondare la quota del 30% (la percentuale di consumi alimentari sottratta ai supermercati) è fondamentale non abbandonare la sfera pubblica e dare meno rilevanza al punto di vista del consumatore.
In altre parole, fare la spesa è un atto collettivo mascherato da scelta individuale. Negli ultimi anni, le scelte politiche sono state decisive: dalla liberalizzazione delle licenze e degli orari dei negozi alle aperture dei festivi, fino al sostegno ai grandi centri commerciali. Parallelamente, le politiche del lavoro hanno creato consumatori con poco tempo a disposizione, senza alcuna educazione alimentare, bombardati dalla pubblicità e dal marketing del sottocosto. Certo, comprare una cosa anziché un'altra è una scelta che in ultima istanza compete all'individuo. Ma l'individuo è inserito in un contesto, indirizzato e guidato. Alla fine la sua scelta è sempre un gesto "sociale".
Il consumatore deve risolvere il paradosso della scissione con sé stesso ("sono contento di trovare un prezzo basso anche se danneggio un altro lavoratore") e vedersi anche come produttore. Confrontarsi con le istituzioni e con le aziende, attraverso boicottaggi mirati. Chiedere tempo, diritti, potere di acquisto, dignità sul posto di lavoro e non solo cibo sano sul bancone.
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