di Jacopo Norfo
castedduonline.it, 19 febbraio 2020
"Una bimba di 4 mesi è detenuta nella sezione femminile della Casa Circondariale di Cagliari-Uta. La piccolina si trova in una cella-nido della struttura carceraria insieme alla giovane madre che deve scontare una pena definitiva. Ancora una volta una creatura di pochi mesi è costretta a subire da innocente la detenzione in assenza di spazi alternativi attrezzati. L'auspicio è che possa lasciare al più presto la cella".
"Una bimba di 4 mesi è detenuta nella sezione femminile della Casa Circondariale di Cagliari-Uta. La piccolina si trova in una cella-nido della struttura carceraria insieme alla giovane madre che deve scontare una pena definitiva. Ancora una volta una creatura di pochi mesi è costretta a subire da innocente la detenzione in assenza di spazi alternativi attrezzati. L'auspicio è che possa lasciare al più presto la cella". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", avendo appreso della presenza della neonata nel carcere cagliaritano.
"Non è la prima volta - sostiene - che una creatura con pochi mesi di vita varchi il cancello del carcere. La circostanza è ovviamente legata al fatto che una neonata non può essere separata dalla madre. Certo è che una presenza così fragile richiede una grande attenzione sia da parte della Polizia Penitenziaria sia da parte dell'Area Sanitaria, anche se le condizioni fisiche e umane della struttura detentiva sia rassicuranti".
"La bambina, come tutti i neonati, ha necessità di continue verifiche sanitarie. L'Istituto infatti deve farsi carico non solo delle vaccinazioni ma anche dell'alimentazione e delle visite pediatriche. Una condizione che tiene impegnata, con particolare cura, l'Area Sanitaria. La speranza è che la sua permanenza in carcere, aldilà della sensibilità di tutti gli operatori penitenziari, possa concludersi nel più breve tempo possibile".
"È noto infatti che, nonostante le poche settimane di vita, i bimbi subiscono un trauma le cui conseguenze non sono verificabili se non negli anni della crescita. In Italia, purtroppo, sono oltre 50 i bambini in stato di detenzione, alcuni negli Icam (Istituti a Custodia Attenuata per Madri detenute). Resta il problema di gestire la vita di queste creature che - conclude Caligaris - com'è evidente hanno diritto di stare con la mamma ma allo stesso tempo anche della vita in libertà".
Gazzetta di Modena, 19 febbraio 2020
Premiazioni nelle sezioni di narrativa, chi vince va nella finale nazionale. Gruppo di lettura al Sant'Anna. Volge al termine, con la serata delle premiazioni, domani alle 20.30 al Teatro dei Segni di Modena (via San Giovanni Bosco 150) la seconda edizione del premio letterario "Sognalib(e)ro" per le carceri italiane, diretto, in collaborazione con il Comune, da Bruno Ventavoli, responsabile di TuttoLibri - La Stampa.. La serata finale di Sognalib(e)ro con l'annuncio dei vincitori, e la partecipazione dell'autore o dell'autrice scelto per la sezione Narrativa italiana e il Premio Bper Banca, è a ingresso libero per tutti fino a esaurimento dei posti disponibili in sala.
L'appuntamento, a cura del Teatro dei Venti e di Ventavoli che lo conduce, è aperto da Andrea Bortolamasi, assessore alla Cultura, che sarà presente insieme con il vicesindaco di Modena Gianpietro Cavazza. Si passerà poi alla premiazione della sezione Inediti, per la quale il premio va a un'opera creata da detenuti o detenute sul tema "Ho fatto un sogno...", con lettura di riflessioni e commenti dei detenuti. Nella giuria, diretta da Ventavoli, Marco Dambrosio "Makkox", Barbara Baraldi, Paolo Di Paolo.
Si proseguirà, quindi, con la premiazione della sezione Narrativa e del Premio Bper Banca all'autore o all'autrice del libro più votato dai gruppi di lettura negli istituti. In gara c'era una rosa di tre romanzi: "La straniera" di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019); "Fedeltà" di Marco Missiroli (Einaudi, 2019); "Le assaggiatrici" di Rosella Postorino (Feltrinelli, 2018). L'autore o l'autrice scelto dalla giuria popolare delle carceri parlerà dei suoi "libri della vita", che saranno poi donati in più copie da Bper e dal Comune di Modena a ciascun istituto penitenziario partecipante.
Nel corso della serata sarà presentato anche "Freeway per una Odissea in carcere", progetto di spettacolo a cura del Teatro dei Venti con gli attori del carcere di Modena e di Castelfranco Emilia, realizzato in collaborazione con tre realtà europee che nei rispettivi Paesi lavorano in istituiti penitenziari: aufBruch (Germania), Fundacja Jubilo (Polonia) e Upsda (Bulgaria) con il sostengo di Creative Europe - Sottoprogramma Cultura.
di Alessandro Congia
sardegnalive.net, 19 febbraio 2020
Tavola rotonda tra esperti all'incontro promosso dall'associazione "Sardegna Sociale". "Il futuro oltre le sbarre" era il tema dell'incontro-dibattito organizzato e voluto dall'Associazione Sardegna Sociale di Cagliari, svoltosi ieri presso la Sala Conferenze dell'Hotel Flora. Sala gremita e pubblico persino in piedi ad ascoltare gli interessanti interventi di qualificati ed esperti relatori su di un tema quanto mai attuale ma scottante e quindi non troppo discusso.
Il dottor Maurizio Veneziano ha portato al pubblico la sua grande esperienza dapprima con impegni diretti nei vari carceri del continente e dell'isola ed ora Dirigente al Provveditorato dell' Amministrazione Penitenziaria della Sardegna; ha sfatato il luogo comune del sovraffollamento delle carceri che, se valido in Continente, non tocca la nostra isola al contrario del forte depotenziamento delle guardie ed altro personale.
La dott.ssa Elisabetta Mulargia, Magistrata di Sorveglianza ha chiarito l'importanza del suo Ufficio nel preparare il reinserimento dei detenuti privilegiando le misure alternative alla detenzione che ha spiegato hanno un impatto positivo sulla futura reiterazione dei reati. L'on Stefano Schirru, consigliere in Regione, ha garantito il proprio impegno nell'ascoltare e portare avanti in Consiglio le richieste sia degli operatori diretti che delle Associazioni auspicando una miglior collaborazione con i Comuni Sardi, anche piccoli, per far cessare la diffidenza verso gli ex detenuti che desiderino restare sul territorio e reinserirsi socialmente. Soddisfazione del pubblico che si è alternato in domande e richieste favorendo il dibattito.
L'avvocato Gianfranco Piscitelli Presidente di Penelope Sardegna e vice Presidente di Luna e Sole ai nostri microfoni: "Ringrazio il fraterno amico Salvatore Serra presidente di Sardegna Sociale - dice - per aver avuto il coraggio di organizzare un incontro con un tema vero ma di fronte al quale spesso si evita il confronto. Nel mio intervento ho chiesto all'on.le Schirru di aiutarci nel promuovere e favorire le iniziative miranti alla formazione lavorativa interna dei detenuti ed ho invitato l'amico Presidente Salvatore Serra a riproporre tali incontri per formare anche chi deve accogliere gli ex detenuti a favorire la loro reintegrazione".
bolognatoday.it, 19 febbraio 2020
Ancora segnalazioni sulla condizione di "grave sovraffollamento venutasi a creare ancora una volta" al carcere della Dozza. L'ennesima denuncia parte di Salvatore Bianco di Cgil Fp in una lettera inviata al direttore dell'istituto e agli organi competenti: "Ci risulta che, nelle ultime settimane, il numero dei detenuti abbia raggiunto una cifra molto vicina alle 900 presenze, a fronte di una capienza regolamentare di 492". La situazione riguarderebbe anche le sezioni femminili, dove sono presenti 82 detenute" di cui diverse hanno problemi di natura psichiatrica", fa sapere il sindacato.
"Tale situazione risulta particolarmente grave, ed influisce molto negativamente nella gestione quotidiana, soprattutto di alcune sezioni detentive, in particolare sembra che il Reparto Infermeria sia al limite del collasso, specie per la presenza da diverso tempo di detenuti particolarmente problematici che quotidianamente mettono in seria difficoltà il personale che vi presta servizio - continua Fp Cgil - oltretutto vi sono detenuti che, terminato il periodo di prima accoglienza, dovrebbero essere allocati nei rispettivi reparti, ma che per carenza di posti disponibili permangono nel Reparto infermeria per diverse settimane.
È proprio la congestione delle sezioni giudiziarie che finiscono spesso per diventare teatro di eventi critici dovuti alla convivenza forzata di soggetti di difficile gestione", una condizione che "mette a rischio sia la sicurezza degli Agenti di Polizia penitenziaria che della stessa popolazione detenuta" quindi si chiede "un immediato intervento da parte del Provveditore, al fine di assicurare migliori condizioni lavorative per il personale di Polizia Penitenziaria e di vivibilità per la popolazione detenuta".
di Germano Scargiali
palermoparla.news, 19 febbraio 2020
L'Associazione Italiana volontari Onlus ha sottoscritto una Convenzione con il Tribunale di Palermo per poter dare a tutti i cittadini interessati una alternativa al carcere per reati minori dando loro la possibilità di essere responsabilizzati e risocializzati.
In tale ottica, il lavoro di pubblica utilità, consistente nella prestazione di un'attività lavorativa svolta a beneficio della comunità, rappresenta lo strumento adeguato, da un lato, a ridurre il ricorso alla pena carceraria e, dall'altro, a offrire ai trasgressori la concreta possibilità di essere utili per la collettività. Il legislatore nel volere questa legge si è ispirato al modello anglosassone del community service order, con l'obiettivo di individuare uno strumento sanzionatorio alternativo o sostitutivo della pena detentiva che esalti l'idea prettamente rieducativa della condanna.
L'Avo Palermo, convinta assertrice che la condanna deve essere sempre rieducativa e mai punitiva, ha accettato ben volentieri di essere uno strumento del Tribunale di Palermo dando una possibilità di rieducazione al trasgressore della legge, in questo modo l'individuo viene reintegrato nella nostra società con la consapevolezza che la sua comunità mira non alla punizione ma alla integrazione e socializzazione dei cittadini all'interno della comunità. Svolgere una attività di pubblica utilità permetterà a queste persone di poter ragionare sull'errore commesso e sull'idea di svolgere del bene per la società che lo accoglie e lo mette alla prova per superare l'errore commesso.
di Laura Ambrosi
Il Sole 24 Ore, 19 febbraio 2020
È illegittimo il sequestro sul conto della madre dell'indagato se è dimostrato che le somme presenti derivano da proprie disponibilità estranee ai fatti commessi dal figlio. A precisarlo è la Corte di Cassazione con la sentenza 5523 del 12 febbraio scorso. La vicenda trae origine dal sequestro preventivo finalizzato alla confisca disposto dal Gip del tribunale, per le somme presenti sul conto corrente della madre dell'indagato. L'interessata ricorreva dinanzi al Tribunale del Riesame che confermava la misura. Proponeva così ricorso per Cassazione lamentando la violazione della norma disciplinante la confisca per i reati tributari (articolo 12 bis del Dlgs 74/2000).
In particolare, sottolineava la propria estraneità al reato contestato al figlio. Inoltre, sul conto c'era una mera delega a operare a nome del figlio, peraltro revocata dopo aver appreso dell'indagine. La madre, quindi, non poteva subire conseguenze solo per aver consentito a un terzo (ossia il figlio) di utilizzare il proprio denaro. La Suprema Corte ha rilevato che in tema di sequestro preventivo funzionale alla confisca eseguito su un conto corrente cointestato all'indagato e a soggetto estraneo al reato, la misura cautelare si estende all'intero importo in giacenza, senza che a tal fine rilevino presunzioni o vincoli posti dal codice civile (articolo 1289 e 1834 del Codice civile).
Tuttavia, è fatta salva la facoltà per il terzo di dimostrare l'esclusiva titolarità delle somme e la legittima provenienza. La Cassazione ha evidenziato che la delega ad operare, di per sé, non dimostra che l'intera disponibilità appartenga al delegato. Il giudice è tenuto a valutare gli elementi addotti dalla difesa, al fine di accertare la titolarità e provenienza delle somme. Inoltre, deve verificare l'operatività in concreto della delega, per circoscrivere eventualmente il sequestro alla disponibilità del reo. Nella specie, era dimostrato che i valori sul conto derivavano da risorse proprie della madre scollegate dagli illeciti del figlio.
In tale contesto, va segnalato che con il Dl 124/2019, è stata introdotta la confisca allargata, ossia la possibilità di confiscare denaro, beni o altre utilità di cui il condannato non possa giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona, risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito dichiarato. Sinora il sequestro preventivo finalizzato alla confisca riguardava il profitto del reato (ammontare dell'evasione); ora in aggiunta c'è la possibilità di sequestrare e poi, in caso di condanna, confiscare, anche ciò che appare sproporzionato rispetto a quanto dichiarato ed all'attività economica svolta. In concreto si trasferisce su chi ha la titolarità o la disponibilità dei beni, l'onere di dare un'esauriente spiegazione in termini economici (e non solo giuridico-formali) della liceità della provenienza, con l'allegazione di elementi che, pur senza avere la valenza probatoria civilistica in tema di diritti reali, possessori e obbligazionari, siano idonei a vincere tale presunzione (Per tutte Sezioni unite del 17 dicembre 2003 e 36499/2018).
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 19 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 18 febbraio 2020 n. 6397. Commette il delitto di autoriciclaggio l'imprenditore che riceve per contanti le somme precedentemente bonificate a seguito della contabilizzazione di false fatture. A fornire questa indicazione è la Corte di Cassazione con la sentenza 6397 depositata ieri. Ad un imprenditore, indagato per il delitto di autoriciclaggio, veniva sequestrata una somma di denaro. In dettaglio la società a lui riconducibile aveva ricevuto fatture per operazioni inesistenti da una impresa olandese. Tali fatture erano state pagate con bonifici bancari e successivamente le somme venivano restituite per contanti all'imprenditore italiano.
Il sequestro era confermato dal tribunale del riesame. L'interessato proponeva così ricorso per Cassazione, lamentando, che l'autoriciclaggio (articolo 648 ter1 del Codice penale) prevede l'impiego di beni derivanti da illeciti in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative. Nella specie i soldi dall'azienda olandese - precedentemente ricevuti con bonifico dall'Italia- venivano restituiti per contanti all'imprenditore e quindi erano chiaramente destinati ad uso personale. Mancava, in sostanza, un elemento costitutivo della condotta illecita rappresentato dal (necessario) impiego in attività economiche, finanziarie, ecc. Nella specie si era verificata soltanto una destinazione delle somme ad uso personale.
Infatti, in base al comma 4 dell'articolo 648 ter1, non sono punibili nell'ambito dell'autoriciclaggio, le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale. La Cassazione ha rigettato il ricorso. Secondo i giudici di legittimità, non vi é dubbio che l'autoriciclaggio si caratterizza per il successivo impiego in attività differenti dall'uso personale in modo da ostacolare l'accertamento della provenienza delittuosa dei beni.
Tuttavia la non punibilità ricorre soltanto quando l'utilizzo o il godimento dei beni ricevuti sia avvenuto direttamente e senza compiere nessuna operazione volta a ostacolare concretamente l'identificazione della predetta provenienza delittuosa dei beni. Nella specie, per la Cassazione, ricorrono tutti i presupposti del delitto di autoriciclaggio poiché il provento della frode fiscale è stato trasferito con bonifici ad un'impresa olandese simulando operazioni commerciali con causali fittizie. Il soggetto olandese, a sua volta, ha restituito agli italiani le somme in contanti. È stata così portata a compimento un'operazione mediante il trasferimento dei proventi illeciti in attività economiche diretta a "ripulire" il denaro in questione.
Del tutto irrilevante poi, secondo i giudici, che le operazioni fossero simulate e non effettive. Il delitto di autoriciclaggio è finalizzato proprio a impedire qualsiasi forma di reimmissione delle disponibilità di provenienza delittuosa all'interno del circuito economico legale onde ottenere un concreto effetto dissimulatorio. Detto effetto costituisce il "quid pluris" che differenzia la semplice condotta di godimento personale (non punibile) da quella di occultamento del profitto illecito e pertanto punibile.
di Lello Nisticò
catanzaroinforma.it, 19 febbraio 2020
La proiezione del docu-film di Fabio Cavalli, alla presenza della presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, poi intervistata dagli studenti. L'assistente Sandro Pepe è massiccio. Di più, una montagna d'uomo. È scuro di pelle, è nato ad Asmara, nel Corno d'Africa, quella che si dice sia la più bella città africana. È entrato in polizia penitenziaria 27 anni dal 2019, quest'anno saranno ventotto. L'anno scorso ha accompagnato in sette carceri italiane i giudici della Corte costituzionale. Si può dire che nel docu-film del 2019 di Fabio Cavalli, "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri" sia il ragno che cuce le sette carceri in cui si svolgono le storie: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, il carcere minorile di Nisida, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni, Lecce sezione femminile.
Perché Giorgio Lattanzi, all'epoca presidente della Corte, e i suoi colleghi hanno visitato le carceri? Perché dell'esperienza hanno sentito il bisogno di ricavarne un film che parla con la spontaneità della parola e il nitore delle immagini? Che c'entra la Consulta con i luoghi di detenzione? Alla domanda aveva già risposto Pietro Calamandrei, padre costituente, quando consigliava di cercare nelle carceri le radici della Costituzione.
Non soltanto perché un terzo dei padri costituenti sono stati incarcerati, ma soprattutto perché la Costituzione certo serve a tutti, ma prima di tutto serve a garantire i più deboli. Chi ha potere, di solito riesce a difendersi da sé. Chi è ultimo, ha bisogno di una protezione tanto più utile quanto più è uguale per tutti. Non tutti i detenuti sanno cosa rappresenta un giudice costituzionale. Loro li hanno già conosciuti, i giudici, arbitri in terra del bene e del male.
Questi che si trovano davanti non sembrano essere venuti per giudicarli, non è il loro compito. Ne hanno un altro. Sono giudici delle leggi. Stabiliscono se una legge è conforme a quanto sta scritto in uno dei 139 articoli che compongono la Carta. Non si occupano del loro caso specifico, ma ne custodiscono uno o due che li riguardano uno per uno, e riguarda tutti gli altri, quelli che sono fuori. Il primo, l'articolo 27 stabilisce che: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Il secondo, il 111, dice che: "Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata".
Caso ha voluto che l'Associazione nazionale magistrati, con il suo presidente nazionale Luca Poniz, abbia programmato all'Auditorium Casalinuovo la proiezione del film per gli studenti superiori e universitari invitando addirittura il presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia proprio due giorni dopo che Repubblica ne ha pubblicato una lunga intervista che ha avuto vasta eco per le parole che dice e per il tono con cui vengono dette e si presume vengano lette, in un momento in cui si fa un gran parlare di leggi, processi, durata, prescrizione.
A un passo dell'intervista si parla anche dell'incontro di Catanzaro, quando alla domanda su cosa voglia trasmettere la Corte con quel film, Cartabia risponde: "Ci sono state ben 26 proiezioni in Italia e all'estero e già ne sono fissate altre 21, nei cinema, nei tribunali, negli auditori, nelle carceri, nei luoghi di cultura, nelle scuole, quindi si può dire che partendo dal luogo più remoto della società - qual è il carcere - la Corte sta parlando a tutti, ovunque, e sta portando la Costituzione a tutti, ovunque.
Del resto, la Costituzione e i suoi valori vivono e muoiono nella società: il dovere, e la responsabilità della nostra Corte, è custodire e al tempo stesso promuovere quei valori, farli ritrovare a chi li ha smarriti, tenerne viva la coscienza, diffonderne la conoscenza tra le più giovani generazioni".
Cartabia, quando il film è stato girato era "semplice" giudice costituzionale, essendo presidente pro tempore Giorgio Lattanzi, e nel film si riporta la sua visita al carcere milanese di San Vittore dove nel III raggio i detenuti fanno bella musica e intonano l'Inno di Mameli, così come a Sollicciano, Firenze, qualcuno impara a riparare biciclette, a Nisida i ragazzi fanno una pizza "più buona di quella di Posillipo", Lattanzi nella sezione femminile di Rebibbia incontra un mamma con due bambini in carcere mentre ne ha altri otto fuori.
Ci sono molte storie in questo film vero, girato da un regista vero, per raccontare storie vere. Una di queste, che induce anche a rispondere con cauto ottimismo alla domanda che pone la presidente del tribunale di sorveglianza di Catanzaro su come le cose positive viste nel film possono trasferirsi nella realtà quotidiana e farsi sistema, è quella di Liz, una ragazza domenicana che si è lasciata invischiare in traffici di droga. Mentre è in detenzione a Nisida, Liz chiede a Giuliano Amato, giudice costituzionale, che senso abbia seguire con profitto il percorso di riabilitazione quando all'uscita del carcere la sarebbe toccata l'espulsione. La presidente Cartabia non ha ricette da trasferire al giudice di sorveglianza. Però, Cartabia trae un utile insegnamento dalla vicenda di Liz, che ha suscitato nel giudice Amato un moto di interesse trasferito per osmosi all'amico professore a Roma Tre Marco Ruotolo presente sul palco, il quale a sua volta contagia virtuosamente un suo allievo che lavora per Antigone, l'associazione che difende i diritti dei detenuti, un avvocato che trova il comma giusto esistente e misconosciuto che consente a Liz di permanere in Italia proprio in virtù del giusto percorso di riabilitazione intrapreso. Ecco, l'insegnamento che se ne può trarre è questo: non trascurare le storie individuali, non tralasciare i racconti di ciascuno, perché ogni storia, ogni racconto può essere l'anello di una catena di umanità che consente alla piccola palla di neve di trasformarsi in valanga.
Il discorso si è intrecciato, attraverso le domande degli studenti del liceo Galluppi, con i temi crudi del 41 bis, il carcere duro, e dell'ergastolo ostativo, che portano con loro le controfigure del volto umano della giustizia e del fine rieducativo della pena. Cartabia non può rispondere nel merito, perché rispettosa delle sue competenze.
Anzi, in un certo senso, è lei stessa a riformulare le domande: "Sul volto umano della pena. Cosa avete visto nel film, c'è qualcosa, qualche persona, qualche agente penitenziario, qualche direttore di carcere che vi dicano che lì dentro c'è spazio per l'umanità?
Ritornate per un attimo alle immagini. C'è qualcosa che vi parla dell'umanità della pena? Non lasciatelo scappare via. Date un nome a questi piccoli frammenti di umanità, perché da lì possiamo tutti contribuire, ciascuno nel suo ambito, a una pena che rispetti quanto sta scritto nella Costituzione, e che tutti siamo chiamati ad attuare".
Avvenire, 19 febbraio 2020
Vuole fare l'educatore, da bullo che era, per spiegare ai ragazzi come si diventa grandi nonostante gli sbagli. C'era una volta un ragazzo cattivo, che si chiamava Daniel. Pensava di non dover studiare, o lavorare, per poter vivere, e che contasse solo esser ricchi.
Così - aveva sì e no 15 anni - cominciò a minacciare e a picchiare i suoi coetanei, a rubare le borsette per strada e la merce nei negozi, finché divenne uno dei bulli più temuti del suo quartiere, alla periferia di Milano. Violento e spietato. Nemmeno quando fu arrestato, Daniel capì che doveva cambiare: anzi, continuava a comportarsi male e a prendere punizioni. Finché per la prima volta nella sua vita incontrò qualcuno - don Claudio, il cappellano del carcere minorile Beccaria - che non lo guardò come un ragazzo cattivo: "Sei migliore di così" disse don Claudio, e si prese Daniel nella sua comunità di recupero. Era il 2015.
Già dopo un anno il ragazzo cattivo non esisteva più: Daniel capì che aveva sbagliato e che la vita doveva avere tutto un altro senso. Cominciò a studiare, dall'Inferno di Dante Alighieri, un librone che gli aveva messo in mano un'anziana professoressa in carcere, che come don Claudio aveva visto qualcosa in lui.
E con quelle storie di cattiveria e di dolore, con la poesia, con le regole di condivisione della vita in comunità e il sostegno della sua famiglia, Daniel ricominciò a camminare. Giovedì scorso - qualcuno fra i suoi vecchi amici ha fatto persino fatica a riconoscerlo, tanto luminosi erano i suoi occhi - s'è laureato brillantemente all'Università Cattolica di Milano in Scienze della formazione.
Vuole fare l'educatore, da bullo che era, per spiegare ai ragazzi come si diventa grandi nonostante gli sbagli, o forse anche grazie a quelli. Ad assistere alla sua tesi di laurea, oltre a don Claudio e alla professoressa dell'Inferno di Dante, c'era anche il giudice del Tribunale per i minorenni di Milano che l'ha fatto condannare tante volte, fino a costringerlo al carcere: "È una grande vittoria di tutti noi, questa" ha detto stringendolo fra le braccia come una seconda mamma. La pm, insieme a Daniel, gira le scuole e incontra gli studenti raccontando che si può "non cedere alla tentazione del lato oscuro della forza. Lui è riuscito a trovare dentro di sé la forza del cavaliere Jedi e in questo è un esempio per i ragazzi". Il primo a essergli stato affidato si chiama Bragan, ha 17 anni. Era un ragazzo cattivo, finché Daniel non l'ha guardato come don Claudio ha fatto con lui.
di Maria Antonia Fama
rassegna.it, 19 febbraio 2020
Intervista a Luciano Toriello, che nel suo film che affronta il tema della paternità vissuta in carcere e il rapporto complicato con i figli, spesso all'oscuro della condizione vissuta dal genitore e poco consapevoli riguardo ai concetti di reato e pena. "La luce dentro", nuovo documentario di Luciano Toriello, affronta il delicato tema della paternità vissuta in carcere: il rapporto complicato con i figli, spesso all'oscuro della condizione vissuta dal genitore e poco consapevoli riguardo ai concetti di reato e pena.
Il film è stato prodotto dall'Apulia Film Commision ed è vincitore del Social Film Fund Con il Sud. Verrà proiettato in anteprima giovedì 20 febbraio alle ore 15, presso l'Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati.
Luciano Toriello, quando e come ti è venuta voglia di raccontare queste storie?
Da sempre mi sono occupato di temi sociali nella mia filmografia e ho lavorato spesso in collaborazione con il mondo dell'associazionismo. Nel caso specifico di questo progetto, Apulia Film Commission e Fondazione Con il Sud mi hanno dato un importante supporto nello sviluppo di un'idea legata a un mondo che osservavo da diverso tempo: le attività dell'Associazione Lavori in Corso, che opera intorno alla casa circondariale di Lucera, e di Paidòs Onlus, che da più di cinquant'anni assiste bambini che crescono in condizioni di disagio.
Si parla più spesso della situazione delle donne che vivono la maternità in carcere e dell'importanza di permettere loro di crescere i propri figli, anche in un contesto anomalo, come quello della detenzione. Tu hai scelto, invece, di concentrarti sulla genitorialità paterna. Come mai?
Credo che il rapporto che i padri detenuti instaurano con i propri figli sia un tema sottovalutato. Quando ho incontrato Simone e Gianni, i due bambini poi diventati i protagonisti del film, che studiano nel centro diurno di Paidòs, ho capito che avevano difficoltà di comunicazione con il padre. Quando non si vede per tanto tempo una persona, sia pure un familiare stretto, poi si hanno problemi a relazionarvisi. I due bambini mi hanno raccontato che non era loro permesso portare giocattoli all'interno del carcere, né disegni o colori. Questo mi ha fatto riflettere su quanto fosse difficile per loro e per il padre riuscire a comunicare con così pochi strumenti e per un tempo così breve. Ho chiesto allora come mai nella casa circondariale di Lucera e in altre realtà analoghe non ci fosse uno stimolo maggiore per favorire questi colloqui. Ho scoperto così l'Associazione Bambini senza Frontiere, che nelle carceri di alcune città settentrionali è riuscita a creare delle strutture adibite a questi incontri, dove i bambini possono giocare e disegnare mentre stanno con i genitori detenuti. Ho deciso allora di approfondire questo argomento, scegliendo come punto di vista quello dei bambini.
I bambini sono i veri protagonisti del documentario. Che tipo di percezione hanno del genitore che vive in carcere? Capiscono cosa vuol dire? Viene spiegato loro il senso del reato, della pena, della colpa?
Ho seguito più bambini, ma il mio lavoro è partito dall'incontro con un adulto che, durante l'infanzia, aveva vissuto l'esperienza traumatica di un genitore detenuto. Quando sua madre si è suicidata, a causa degli abusi subiti da parte del padre, lui si è trovato di colpo completamente perso, senza una famiglia. Tuttavia, scelse di sfuggire a tutte le forme di aiuto che gli erano state offerte e che si concretizzavano nel supporto da parte degli assistenti sociali o dall'accoglienza nelle associazioni. Da adulto, poi, si è ritrovato nei panni del padre, a vivere la stessa situazione da genitore. Molti dei figli dei detenuti che ho incontrato non conoscono la verità. Sono convinti che i genitori in carcere lavorino. Solo due di loro, Simone e Gianni, sono pienamente coscienti della situazione. Credo che proprio questa consapevolezza li aiuterà a superare più facilmente alcuni traumi man mano che cresceranno, perché non dovranno subire il contraccolpo della scoperta.
Tra i protagonisti c'è una bambina, accompagnata dalla mamma, che di notte va sotto la finestra del carcere e chiama suo padre...
Morena non sa che suo padre è un detenuto, pensa che lavori in carcere e lei viene di tanto in tanto a trovarlo da Bari a Lucera, viste anche le possibilità economiche limitate. Nell'esperienza di Morena emergono tutte le problematiche derivanti dalla pratica di tenere nascosta la situazione penale di questi detenuti ai loro figli. La bambina chiede continuamente del padre e continuamente le vengono dette bugie.
Questi bambini quindi non hanno un sostegno psicologico? Non c'è un approccio pedagogico, protetto, alle relazioni che i padri detenuti intrattengono in carcere con i rispettivi figli?
Assolutamente no, almeno per quanto riguarda molti dei casi che io racconto nel mio film. Simone e Gianni, invece, sono stati accompagnati e questo ha permesso loro di individuare nel tempo dei punti di riferimento, dei modelli positivi, grazie al lavoro di supporto svolto dalle associazioni che li seguono. Altri bambini, invece, sono abbandonati a loro stessi. Le madri non sanno dell'esistenza di questo tipo di supporti, vivono nell'abbandono e ciò genera non poche difficoltà.
- Napoli. Presentazione del libro "Lettere a Laura, dal mondo dei nessuno"
- Genova. Presentazione del libro "Doppia Pena - Il carcere delle donne"
- L'Europa torna in mare per far rispettare l'embargo delle armi alla Libia
- Migranti. Rimpatri forzati: il Garante nazionale ha presentato le sue Linee guida
- Miranti. Decreti sicurezza, una riforma a metà è pericolosa










