di Elena Viotto
Il Gazzettino, 24 marzo 2020
Al 4 marzo in Via Spalato c'erano 155 detenuti e a Tolmezzo altri 224 ma i numeri sono variabili. È tranquilla e sotto controllo la situazione nelle carceri di Udine e Tolmezzo, immuni, allo stato, da casi di coronavirus. Le visite dei detenuti con i propri familiari sono sospese, come del resto nei penitenziari di tutta la Penisola.
Ma per compensare lo stop temporaneo dei colloqui con le famiglie, deciso nelle misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid-19 emanate nelle scorse settimane dal Governo, i due istituti carcerari si sono già attrezzati aumentando il numero di telefonate a disposizione di ogni singolo detenuto. Questione di giorni e in entrambe le carceri friulane dovrebbero diventare operative anche le videochiamate per consentire i colloqui a distanza con i familiari.
"Le postazioni sono già state allestite. Ci stiamo attrezzando per le videochiamate. Dovrebbero essere attive in settimana", spiega la dirigente del carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, la dottoressa Irene Iannucci.
Analoga la situazione anche a Udine. "Abbiamo ricevuto l'attrezzatura per le videochiamate. Siamo in attesa per le loro attivazioni", aggiunge la direttrice reggente della casa circondariale di via Spalato a Udine, la dottoressa Tiziana Paolini, che al pari della collega di Tolmezzo ha già aumentato, come previsto dal decreto, il numero di telefonate a favore dei detenuti.
Era stata proprio la stretta alle visite con i familiari una delle ragioni che, nelle scorse settimane, unita ai timori di contagi, avevano innescato la scintilla delle proteste tra i detenuti delle carceri italiane. Proteste che avevano lambito anche il carcere di Udine dove, la sera del 9 marzo, si erano sentiti alcuni detenuti urlare e sbattere violentemente con alcuni oggetti lungo le grate delle celle. La situazione era ben presto tornata alla normalità e all'ordine. A Tolmezzo non si è invece registrata finora nessuna protesta, neanche in forma blanda.
L'attenzione nelle due case circondariali è massima anche per scongiurare il rischio che il virus varchi la soglia dei penitenziari. Per questo motivo entrambe le strutture sono state dotate di una tensostruttura fornita dalla protezione civile, per allestire un'area di pre-triage prima dell'ingresso, in cui il personale sanitario verifica le condizioni di salute dei nuovi detenuti che fanno ingresso in carcere. Controlli sono previsti allo stesso modo per le poche persone esterne ancora autorizzate a entrare nelle strutture carcerarie.
È così nella casa circondariale di via Spalato dove, stando ai dati pubblicati sulla pagina relativa al penitenziario sul sito del ministero della Giustizia, aggiornati al 4 marzo, si contano 155 detenuti. Nella struttura anche in questi giorni di emergenza coronavirus non sono mancati ingressi di nuovi detenuti, ad esempio per gli arresti in flagranza eseguiti dalle forze dell'ordine. È stata allestita anche un'apposita sala dove, in accordo con i magistrati, è possibile celebrare le udienze di convalida degli arresti in videoconferenza.
Stesso discorso vale anche nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo dove, sebbene in virtù della natura del penitenziario ci sia un minor ingresso di nuovi detenuti dall'esterno, si contano 224 detenuti (dati sempre riferiti al 4 marzo e pubblicati sul sito della Giustizia).
Controlli, seppur non sistematici, sono stati previsti inoltre in favore del personale che presta il proprio servizio all'interno dei due carceri friulani. Personale dell'azienda sanitaria ha così eseguito delle visite in favore di alcune unità di personale in servizio a Tolmezzo e in arrivo da fuori regione e si è reso disponibile a effettuare i controlli sanitari anche al personale di Udine che lo chieda volontariamente. In entrambi i penitenziari sono arrivate pure le forniture di mascherine e presidi di protezione individuale utilizzati attenendosi alle disposizioni dei sanitari.
di Gianni Parlatore
gnewsonline.it, 24 marzo 2020
"Il sabato sera andavo con lui alla stazione per dare un pasto caldo ai senza tetto. Cercavo di aiutare altre persone in difficoltà così come lui aveva aiutato me. Quando è arrivata la brutta notizia questa mattina non riuscivo a credere che fosse vero. Sapevo del suo ricovero e ho pregato tanto per lui così come lui aveva fatto tante volte per me. Fatico ancora a credere all'idea di non incontrarlo più qui in sezione, nei corridoi, ma spero di aver appreso da lui il fatto di apprezzare le cose semplici, le piccole cose della vita".
È la testimonianza di uno dei tanti detenuti del carcere di Bergamo che oggi hanno voluto ricordare la figura di don Fausto Resmini, storico cappellano della struttura di reclusione lombarda. L'uomo si è spento stamane all'età di 67 anni dopo che era stato ricoverato all'ospedale di Como a causa delle complicanze causate dal Coronavirus. Non un semplice cappellano, ma una vera guida spirituale e morale, un riferimento costante per i detenuti. "Mi spiace oggi di non aver mai avuto la possibilità di ringraziarti - ha scandito un altro detenuto a Bergamo - per tutto quello che hai fatto per me e anche per tanti altri come i ragazzi della tua comunità. Pensavo che ci sarebbe sempre stato il tempo per farlo. Questo è l'errore che facciamo sempre: pensiamo di avere sempre tempo. Invece a un certo punto non ce n'è più. E con te è accaduto davvero troppo in fretta".
Don Resmini, per più di 30 anni cappellano del carcere della città, si trovava in quarantena dal 5 marzo, dopo essere risultato positivo al Covid-19. Le sue condizioni si erano aggravate e si era reso necessario il ricovero all'ospedale Gavazzeni di Bergamo. Dopo qualche giorno di ricovero il suo fisico sembrava essersi ripreso ma, invece, successivamente si è aggravato nuovamente tanto da essere trasferito nel reparto di terapia intensiva del nosocomio Sant'Anna di Como.
Un saluto carico di emozione e riconoscenza è arrivato anche dagli agenti del Corpo della Polizia Penitenziaria in servizio nell'istituto di pena di Bergamo: "Caro Don Fausto, per gli anni che hai dedicato a questo istituto penitenziario, per noi sei sempre stato un punto di riferimento: nel quotidiano, nell'emergenza, nei momenti di lutto e di buio, nei momenti di festa e di gioia. Con queste poche righe vogliamo salutarti stringendoti nei nostri cuori, con la consapevolezza che da lassù saprai guidare i nostri passi e continuerai a pregare per noi e le nostre famiglie".
Bergamo perde così un parroco da sempre vicino ai più deboli e bisognosi. "Oggi è più difficile andare avanti ma lotteremo anche per lui", ha dichiarato Teresa Mazzotta, direttrice dell'istituto penitenziario bergamasco.
di Luca Bonzanni
Avvenire, 24 marzo 2020
Impegnato da sempre con carcerati, giovani fragili e donne vittime di tratta. Carcerati, giovani fragili, donne vittime della tratta. Per loro don Fausto Resmini c'era sempre: col calore della parola, con la concretezza dell'aiuto. Il "prete degli ultimi" di Bergamo s'è nella notte tra domenica e lunedì, a 67 anni, all'ospedale di Como dove era ricoverato in terapia intensiva, aggredito dal coronavirus.
Originario di Lurano nella Bassa bergamasca, si era formato al Patronato San Vincenzo di Bergamo, storica testimonianza dell'impegno diocesano per il sociale, accanto a don Bepo Vavassori. Passo dopo passo è diventato l'anima di mille iniziative, sempre in sostegno delle tante persone lasciate indietro dalla società. Dal 1992 era cappellano del carcere di Bergamo; a Sorisole, hinterland del capoluogo orobico, ha fondato la Comunità don Milani, dedicata al recupero di minori "difficili". Col servizio Esodo - un camper con pasti caldi - del Patronato San Vincenzo ha solcato per anni le notti di Bergamo per prestare sostegno a chi si trovava nelle condizioni più disperate. "Don Fausto è tornato alla casa del Padre - queste le parole con cui la Comunità don Milano ha annunciato il lutto -. Ha combattuto fino alla fine contro questo virus così tremendo. Se ne è andato nel silenzio e nella solitudine della notte, proprio come molti uomini vissuti in strada di cui lui si è preso cura nel suo ministero. Ora preghiamo Dio perché lo accolga nel suo Regno. Sarà accolto dai santi, da don Bepo e dagli ultimi della terra che lui ha amato e servito, li potrà trovare pace e gioia eterna".
Il Giornale, 24 marzo 2020
Duecento detenuti del carcere di Bollate ammessi al lavoro esterno potrebbero iniziare da oggi uno sciopero della fame, dopo il blocco dei permessi dovuti all'emergenza Coronavirus. Lo ha annunciato ieri Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, nel suo intervento in videoconferenza alla commissione consiliare Carceri dedicata alle rivolte e all'emergenza sanitaria.
"Siamo in una situazione in cui è improbabile che ci siano altre rivolte - ha premesso - ma io temo forme di protesta autolesive. Ho avuto notizia che 200 detenuti a Bollate sono in una situazione in cui potrebbero iniziare uno sciopero della fame, detenuti che sono ammessi al lavoro esterno ex articolo 21 e che fino a prima dell'epidemia ogni giorno andavano a lavorare. Da loro mi e un arrivato un appello: se i magistrati di sorveglianza emettessero in tempo i provvedimenti, potrebbero uscire a svolgere delle attività oppure lavorare da remoto nelle proprie case".
E durante la commissione il presidente dell'Ordine degli avvocati Vinicio Nardo ha sollevato polemicamente un'altra questione: "Come è possibile - ha domandato - che si facciano pagare le telefonate ai detenuti in questo momento? So quanto sia difficile muovere un sasso nell'amministrazione penitenziaria, ma è stato fatto un provvedimento da 20 milioni di euro per le carceri devastate dalle rivolte e non si possono stanziare 100mila euro per pagare le telefonate?
E come mai non si riesce a mettere a disposizione mezzo albergo anche per le persone che sono già fuori dal carcere? Chi ha un impegno e un ruolo politico intervenga.
Il direttore del carcere di San Vittore Giacinto Siciliano ha riferito che dopo le rivolte del 9 marzo ci sono stati un centinaio di trasferimenti in altri istituti e nessun ingresso in custodia cautelare mentre sono in arrivo 28 smartphone e 10 postazioni Skype sono già attive per le comunicazioni dei detenuti con l'esterno. E a San Vittore proprio ieri è stato isolato un detenuto positivo al Covid-19.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 24 marzo 2020
A preoccupare è l'impiego disinvolto della narrativa bellica da parte dei governi per descrivere l'attuale emergenza. "Siamo in guerra contro un nemico invisibile". Istèresi. I fisici chiamano così il fenomeno per cui un corpo, sottoposto a una pressione, mantiene una deformazione anche quando la tensione si allenta o termina.
Per analogia, numerosi analisti hanno prospettato il rischio di una "isteresi sociale e politica" alla fine della pandemia di coronavirus. A preoccupare è l'impiego disinvolto della narrativa bellica da parte dei governi per descrivere l'attuale emergenza. "Siamo in guerra contro un nemico invisibile", hanno detto due leader di temperamento e visione opposti come Donald Trump e Emmanuel Macron.
La questione non è meramente linguistica. Di fronte all'estendersi rapido dei contagi, i vari esecutivi del mondo stanno adottando misure proprie di una situazione di conflitto, dalla chiusura allo schieramento dell'esercito. Il coronavirus, oltretutto, arriva in un momento di infatuazione collettiva verso l'autoritarismo populista, considerato più efficiente nella risoluzione dei problemi. In questo senso, l'epidemia finirebbe con il diventare un ulteriore fattore di crisi della democrazia. Certo, impatto e conseguente istèresi variano enormemente da contesto a contesto. In Paesi dalla solida tradizione democratica, i provvedimenti eccezionali sono previsti dalle Costituzioni in caso di situazioni gravi come quella attuale. Gli anticorpi sociali e politici dovrebbero, dunque, essere in grado di superare senza troppi traumi la parentesi. "Nessuno discute sulla forza maggiore.
Il punto è che quando un governo sviluppa nuove forme di controllo sociale, non gli è sempre facile tornare indietro", afferma Scott Radnitz, politologo della Washington University. Il Covid-19 rappresenta, dunque, uno snodo anche in termini di riflessione, una sorta di nuovo 11 settembre. L'ultima dimostrazione è arrivata da Israele, dove l'opposizione è insorta contro la decisione del premier, Benjamin Netanyahu, di tracciare i cellulari per verificare violazioni alla quarantena. Una commissione parlamentare di pronuncerà entro martedì al riguardo e, in caso, la Corte suprema bloccherà la misura.
Il problema maggiore restano, comunque, quegli esecutivi che già prima tendevano a stiracchiare a proprio piacimento istituzioni e garanzie individuali. "Il coronavirus è un'ottima scusa per i leader autoritari ansiosi di comprimere le libertà dei cittadini", afferma efficacemente Barzou Daraghi, analista anglo- iraniano di The Independent.
Dalla Manila isolata da domenica e presidiata dall'esercito, arrivano dunque denunce di abusi dei militari, già responsabili di 27mila uccisioni nel corso della "guerra alla droga" dichiarata dal presidente-sceriffo Rodrigo Duterte. Lo stesso accade nell'Iran degli ayatollah.
In America Latina, dati i trascorsi, i cittadini osservano con preoccupazione il dispiegamento delle forze armate, dal Perù a El Salvador. Nella Bolivia del dopo-Morales, in particolare, coprifuoco e militari rischiano di far il precario equilibrio raggiunto tra sostenitori e oppositori dell'ex leader. La situazione potrebbe surriscaldarsi ulteriormente se, come è probabile, il governo rinvierà le elezioni a causa dell'epidemia. Una istèresi dagli effetti imprevedibili.
askanews.it, 24 marzo 2020
L'appello della Presidente del Tribunale di Sorveglianza Di Rosa. Il Comune di Milano individui degli alberghi da mettere a disposizione di quei detenuti che possono beneficiare della detenzione domiciliare ma che non dispongono di un domicilio dove poter scontare la pena alternativa al carcere. È l'appello lanciato dalla presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, durante la sua audizione davanti ai componenti della commissione carceri di Palazzo Marino.
Le sommosse dei detenuti scoppiate a Milano e in altre città italiane nelle scorse settimane hanno portato alla ribalta il "vecchio problema" del sovraffollamento delle carceri. "Come Tribunale di Sorveglianza - ha spiegato il magistrato - stiamo cercando di gestirlo disponendo misure alternative nel modo più rapido e tempestivo possibile", ad esempio concedendo la detenzione domiciliare a tutti i condannati a pene inferiore ai 18 mesi di carcere. Ma lo scoglio maggiore è rappresentato da quei detenuti che non dispongono di un proprio domicilio: "Il problema - ha argomentato Giovanna di Rosa - è che l'applicazione delle misure alternative presuppone un domicilio. Cominciamo a tirare fuori un domicilio per chi non ce l'ha e non pensiamo ai braccialetti elettronici".
Da qui la richiesta della presidente del Tribunale di Sorveglianza ai vertici di Palazzo Marino "di riuscire a trovare soluzioni abitative per queste persone. Ci sono richieste di domiciliari di detenuti a cui mancano 3 mesi di fine pena ma che non possono essere accolte. La gente fa la quarantena negli alberghi, perché non mettere a disposizione hotel anche per detenuti".
Per il momento, ha precisato ancora il magistrato, è arrivata l'adesione da parte della Diocesi di Milano, "ma si tratta di poche disponibilità di posti". Immediata la risposta della presidente della Commissione carceri di Palazzo Marino Anita Pirovano: "Mi faccio carico della richiesta e ne parlerò al più presto con l'assessore Gabriele Rabaiotti, sapendo che c'è un problema in più rispetto alle persone libere".
agenpress.it, 24 marzo 2020
Rientrava in carcere dopo essere stato ricoverato dal 2 marzo scorso in una struttura ospedaliera cittadina: al momento dell'ingresso, come previsto dai protocolli sanitari del Ministero della Salute e dalle circolari del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, è stato subito messo in isolamento precauzionale. Sottoposto a tampone, due giorni fa è risultato positivo.
È avvenuto al carcere di San Vittore, a Milano. Si tratta del diciassettesimo caso di positività al Covid-19 riscontrato fra i detenuti sull'intero territorio nazionale nell'ultimo mese, da quando, il 22 febbraio scorso, il Dap ha varato i primi provvedimenti per fronteggiare il rischio contagio. Di questi, poco meno di un terzo sono ricoverati in strutture ospedaliere, mentre la rimanente parte, quasi tutti asintomatici, si trova in isolamento all'interno di apposite camere di pernottamento, singole e dotate di bagno autonomo, poste in sezioni separate dal resto della popolazione detenuta. In alcuni casi, come ad esempio i due che si registrano a San Vittore, si tratta di detenuti che hanno contratto il virus all'esterno degli istituti penitenziari, mentre si trovavano ricoverati, per altri motivi, presso strutture sanitarie.
di Jasmine Ceremigna
sicurezzainternazionale.luiss.it, 24 marzo 2020
La Polonia sta valutando di dare la possibilità a un massimo di 20.000 detenuti di scontare la pena nella propria dimora, a causa dell'emergenza da coronavirus nel Paese. È quanto rivelato, lunedì 23 marzo, da Reuters, il quale ha specificato che la proposta è giunta dal Ministero della Giustizia, il quale mira a contenere la diffusione del coronavirus, attualmente diagnosticato in 684 cittadini della Polonia.
In totale, i detenuti nelle carceri del paese sono oltre 75.000, suddivisi in 172 carceri e centri di detenzione. Precedentemente, la possibilità di scontare la pena all'interno della propria dimora, sotto sorveglianza elettronica, era possibile per condanne di massimo un anno. Tuttavia, la proposta del Ministero della Giustizia prevede l'estensione anche alle sentenze con condanne fino a un massimo di 18 mesi. In caso di conversione in legge, la misura beneficerebbe circa 20.000 detenuti.
Attualmente, in via preventiva, le carceri del Paese hanno già interrotto le visite e le attività lavorative all'aperto dei detenuti. In alcune strutture, inoltre, i carcerati stanno seguendo corsi di cucito, per produrre mascherine e tute protettive utili al contenimento del contagio, data la carenza di dispositivi protettivi nel Paese. Per trovare un rimedio alla scarsità di mascherine e dispositivi medico-sanitari, la Polonia ha annunciato, il 18 marzo, di essersi rivolta alla Cina, la quale si è detta disposta a inviare oltre 10.000 test diagnostici per il coronavirus e decine di centinaia di dotazioni, tra cui mascherine, occhiali protettivi e protezioni per le calzature. Nello specifico, da un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri della Polonia si apprende che la Cina invierà 20.000 mascherine, 5.000 tute protettive, 5.000 visiere, 10.000 guanti medici monouso e 10.000 protezioni per le calzature.
Come la Polonia, anche la Bulgaria e la Serbia avevano chiesto aiuto a Pechino. Nello specifico, l'emergenza da coronavirus nel Paese balcanico è ancora contenuta, ma la Serbia si è sentita abbandonata dai leader dell'Unione Europea, di cui il Paese balcanico non è ancora membro, impegnati con Paesi più colpiti dal virus.
Ciò ha lasciato spazio alla Cina per dimostrare la sua solidarietà nei confronti dei Paesi dell'Europa centrale e orientale, consentendo a Pechino di estendere il suo mezzo diplomatico correlato al coronavirus a una regione che negli ultimi anni è divenuta un campo da battaglia geopolitico per la definizione delle sfere di influenza di UE e Cina.
Nello specifico, secondo il South China Morning Post, dopo aver raggiunto livelli controllabili di diffusione del virus all'interno del proprio territorio, la Cina sta ora attuando la sua strategia diplomatica correlata al coronavirus nell'Europa centrale e orientale. Nello specifico, tale strategia si articola in modo binario. Da un lato vi è la fornitura di strumenti e dotazioni mediche, al prezzo di mercato o in via gratuita, ai Paesi maggiormente colpiti, come l'Italia e la Spagna.
all'altro lato, la Cina sta tenendo sessioni di condivisione di esperienze con Paesi meno sviluppati dell'Europa centrale e orientale, di cui 17 si sono uniti al formato "17+1". In tale contesto, un funzionario europeo, che ha rilasciato dichiarazioni in condizioni di anonimato, ha commentato che la Cina non potrà ospitare il formato 17+1 per via dell'emergenza legata al coronavirus. Eppure, la diffusione del virus stesso è diventata una opportunità per la Cina, la quale può puntare a costruire relazioni più forti con gli stessi Paesi.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 24 marzo 2020
Stefano Zamagni, economista e presidente della Pontificia Accademia delle scienze sociali: "Il governo ha sbagliato a non coinvolgere il non profit sin dall'inizio. Servono fondi nel prossimo decreto".
Scandisce bene le parole: "In questa crisi il Terzo settore avrebbe potuto e dovuto avere un ruolo di rilievo, invece non è stato minimamente coinvolto. Ed è stato un grave erro-re". Stefano Zamagni, economista e teorico dell'economia civile, primo presidente dell'agenzia del Volontariato e riferimento di tutti questi mondi, dalla sua Bologna analizza la situazione. "Durante l'emergenza fino a qui non si è voluto fare uso del principio di sussidiarietà da tutti acclamato come necessario. Se c'era un'occasione in cui il coinvolgimento degli Enti di Terzo settore era doveroso era proprio questo perché è in questi momenti che i corpi della società civile esprimono la loro massima potenzia di fuoco, come mi piace definirla".
Come, ad esempio?
"Penso, e ne ho già parlato, a realtà come Ant o come Vidas che seguono malati terminali, hanno una grandissima esperienza e personale altamente qualificato. Ant ha 500 tra medici e infermieri e loro stessi mi hanno detto che se li avessero chiamati si sarebbero messi a disposizione. Penso a tutta la rete di Ail, l'associazione per le leucemie e a tutto il volontariato ospedaliero. Fatte salve le misure di sicurezza, ma quanto sostegno avrebbero potuto dare a medici e infermieri già massacrati da turni e emergenza?".
Come si spiega questa "emarginazione" di tutto il comparto del Terzo settore?
"La sensazione è che sia stato considerato ruota di scorta perché in fondo continua a essere visto e vissuto in posizione subordinata".
Che messaggi raccoglie da enti, cooperative e imprese sociali?
"Anzitutto il rammarico per questa mancata chiamata in causa. E poi c'è una grande preoccupazione per il futuro. Pensi al problema delle donazioni: la stragrande maggioranza di queste realtà si regge sul fundraising, completamente fermo, e sulle donazioni che in questo momento si rivolgono ovviamente agli ospedali e alla Protezione civile. Come faranno con tutti i progetti già avviati e con il lavoro a sostegno di bambini, Neet, anziani, disabili, disoccupati, cooperazione internazionale?".
Proposte?
"Spiace dire che anche in questo caso il Governo ha perso un'occasione. Nel decreto da 25 miliardi a sostegno di imprese e famiglie e partite Iva, tutte iniziative sacrosante, andava inserito anche il Terzo settore. Mi auguro che si faccia con il prossimo decreto perché questi non sono figli di un Dio minore e il Paese sta correndo un enorme rischio".
Quale?
"Rischiamo di trovarci con un'Italia più povera dal punto di vista sociale e civile. E sarebbe davvero ironia della storia. Invece va affrontato fin da ora il tema di come si riparte: l'Italia è stata chiusa, ed è stato giusto farlo. Ma chiudere è più semplice che riaprire: allora chiediamoci da ora come si può garantire un tessuto sociale e come il Terzo settore può far fruttare in una fase così decisiva le proprie competenze, le reti, l'esperienza accumulata. In questo senso anche chi fa informazione, e quindi il Corriere con Buone Notizie, può avere un ruolo cruciale".
Professore, lei in questi giorni ha contatti con volontari e operatori sociali?
"Di continuo. Molti sono delusi per il mancato coinvolgimento, tutti sono preoccupati per il futuro ma c'è una grande tensione al futuro, una grande energia che mi auguro non vada dispersa".
Ricorda altri momenti di crisi come questo?
"Dal Dopoguerra il nostro Paese non ha mai attraversato una crisi così grave. Questa emergenza ha messo a nudo il fatto che le persone non soffrono solo per le malattie ma anche per la solitudine e l'incertezza. E per questo non si può chiedere l'intervento di ospedali e sanitari, che già stanno facendo miracoli. Per rispondere a questo enorme e diffuso senso di abbandono e di solitudine esistenziale sarà basilare attivare il Terzo settore che già ora si sta dando da fare sfruttando le potenzialità delle tecnologie e l'esperienza delle associazioni. Solo così supereremo insieme questa crisi socio-relazionale e potremo ripartire con un rinnovato tessuto sociale".
di Mariangela Mianiti
Il Manifesto, 24 marzo 2020
"Ma non l'hai capito che bisogna restare a casa? Stai a caaasa, cretino", e giù a filmare, fotografare e segnalare ai carabinieri il presunto disobbediente. Come in ogni sottrazione delle libertà, anche questi arresti domiciliari collettivi stanno producendo effetti non benefici, ma svelanti. Prima fase: si è ottimisti e si vede il lato positivo delle cose dicendosi "Resisterò, andrà tutto bene, ne usciremo". Seconda fase: si avvertono le prime mancanze. Terza fase: si va in depressione. Quarta fase: si sbrocca.
Se l'attuale stato di cose che prevede si possa uscire di casa solo per lavorare, andare in farmacia, fare la spesa mettendo in conto ore di fila, o fare il giro dell'isolato dovesse protrarsi a lungo, fra non molto si arriverà alla guerra civile, con la differenza che, invece di battersi per le strade per cambiare il mondo, si darà battaglia da un balcone all'altro per smania di controllo del vicino, altro che "Vogliamoci tutti bene".
I primi segnali di violenza serpeggiante li hanno già sperimentati quei malcapitati che, tornando a casa dopo un turno massacrante all'ospedale o da un lavoro considerato essenziale, si sono sentiti urlare dalle finestre: "Ma non l'hai capito che bisogna restare a casa? Stai a caaasa, cretino", e giù a filmare, fotografare e segnalare ai carabinieri il presunto disobbediente. Così come succede con il vino, questa costrizione sta tirando fuori il vero carattere delle persone, e non sempre è il migliore: biechezza anziché empatia, animus fascistoide piuttosto che spirito collaborativo, tendenza al rancore contro capacità di essere umani, godimento a farsi delatori invece che trasparenti.
Mia nonna, che in famiglia chiamiamo Highlander perché sta per compiere 106 anni e sta bene anche se negli ultimi tre non è più tanto lucida, al tempo in cui gestiva la sua osteria emarginava gli ubriachi cattivi rifiutandosi di servir loro da bere. Era una riduzione del danno che non risolveva il problema alla radice, però lo teneva a bada. Al prossimo che per sfogare le proprie frustrazioni vi grida addosso "Stai a casa cretino", invece di giustificarvi rispondetegli: "Ti mando su mia nonna e poi te la vedi con lei". Ve la do in prestito virtualmente, tanto quello mica può saper se l'ava Highlander è davvero vostra o no. Per la cronaca, la nonna si chiama Angiolina.
- Palermo. Pagliarelli, mascherine per il personale e igienizzante per le mani per i detenuti
- Albania. Coronavirus, detenzione domiciliare per over 60 e per chi ha residuo pena di 3 anni
- Medio Oriente. I detenuti palestinesi nelle carceri israeliane temono per le loro vite
- Stati Uniti. Coronavirus, fuori i detenuti che hanno commesso reati minori, anziani o malati
- Regno Unito. Coronavirus, la marina militare pronta operare nelle carceri









