di Caterina Pasolini
La Repubblica, 15 febbraio 2020
Storie e dati nel libro del fondatore del Gruppo Abele e di Libera, da 50 anni in trincea contro le dipendenze: "Cercano di riempire un vuoto, la politica approva leggi proibizioniste invece di capire cosa spinge i giovani a usare le sostanze".
"In Italia c'è una strage di giovanissimi che arricchisce i trafficanti di stupefacenti. Avevano tutte 16 anni, Alice trovata senza vita nel bagno della stazione di Udine, Carmela in una casa popolare del Catanese, Desirée morta dopo aver assunto sostanze ed essere stata violentata in uno stabile degradato di San Lorenzo a Roma".
Don Luigi Ciotti nel suo libro "Droghe, storie che ci riguardano", fotografa un'Italia che cambia. Dove l'età del primo incontro con hashish o cocaina, oppio o amfetamine è in media a 14 anni, tra gli europei gli adolescenti italiani sono tra i primi posti per consumo di droghe legali e illegali. E dove il numero dei morti da tre anni ha ricominciato a salire, 334 nel 2018, e ci sono più tossicodipendenti in carcere che in comunità.
Tutto questo accade mentre i nostri governi fanno "la politica dello struzzo tra cecità e demagogia, hanno approvato leggi proibizioniste invece di capire le differenze tra le varie sostanze e i motivi per cui i ragazzi le usano. Perché in quel modo cercano di riempire il vuoto di senso, di relazioni, di opportunità. Così il no alla droga è solo per campagne elettorali", dice il fondatore di Libera e del Gruppo Abele, da 50 anni in trincea. Che nelle pagine ricche di dati e statistiche, analizza un'Italia dove diminuiscono gli operatori dei Serd, dove i nuovi policonsumatori restano sconosciuti ai servizi, in una presunta normalità quotidiana così facile da ignorare. Tanto che solo 11 mila su 130 mila pazienti avevano tra i 15 e 24 anni nel 2018, mentre i dati dell'ultimo studio europeo parlavano di 800 mila adolescenti che avevano consumato droghe nell'ultimo anno, 400 mila nell'ultimo mese di cui quasi 100 mila cocaina. E nel libro sono gli stessi nuovi consumatori a raccontare le loro storie.
Ci sono quelle di ragazzi senza apparenti problemi alle spalle o storie di disagio in famiglia. Come Rocco, 28 anni. "In un giorno riuscivo a farmi 7 tipi di droga, la mia famiglia è ricca è alle feste girano ansiolitici, antidepressivi. Le dosi arrivano a casa come fosse Foodora. Ma è a scuola che abbbiamo tutti cominciato".
O Giorgio, 22 anni. "Sono stato un cretino. In famiglia avevo tutto, ma la droga è ovunque e bastano 5 euro... Un mio amico fumava eroina a ricreazione, ho provato, ci sono finito dentro. A 17 anni mi si è spenta la vita, dovevo bucarmi ogni giorno. Ho perso gli anni più belli, ero sempre solo, ma la verità è che quando sei tossico la tua unica compagna è la droga".
Le sostanze costano poco, per i ragazzi è facile provare tutto. Roberto, 18 anni: "Alle superiori ho scoperto la cocaina, mi piaceva da matti l'effetto di concentrazione e mi faceva prendere bei voti. Difficile resistere quando in classe e alle feste ti offrono di tutto. Con 5 euro ti puoi fare tre fumate di eroina, una dose in vena 10 euro quanto tre spinelli, una pasticca di lsd 20, la coca 50 al grammo. Ti cali e i problemi te li scordi, io non riuscivo più a fermarmi, per calmarmi sono passato all'eroina. I miei genitori mi hanno portato in comunità. Spero di non ricaderci. Voglio fare il pugile".
Davide, 22 anni, ha iniziato alle medi. "Bevevo e fumavo spinelli poi ho avuto un lavoro da cuoco, per resistere ai ritmi ho iniziato a tirare cocaina. In cucina c'erano ragazzi che si bucavano, l'eroina mi copriva tutti i pensieri. Non ho più smesso. Ho scelto io di venire in comunità anche se l'ansia la sento nel petto e non mi lascia mai. Spero di farcela".
Mohammed, 18 anni. "A 10 anni la prima canna, a 15 già dipendente dalla coca. A casa mi menavano e allora uscivo ed erano risse, furti. Sono scappato da una comunità, qui sto bene. Spero di farcela". Youssef ora ha 19 anni. "Quando spacciavo nel bosco di Rogoredo era pieno di ragazzini di 13, 14 anni che compravano fumo, pasticche, eroina con 5, 10 euro. Addirittura mi chiedevano come farsi un buco. Oggi dico che quel bosco è l'inferno.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 febbraio 2020
Secondo un rapporto di Amnesty International, la Somalia è diventata uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Il drastico deterioramento della libertà di espressione e di stampa è conciso con l'inizio, nel febbraio 2017, della presidenza di Mohamed Abdullahi "Farmajo". Gli attacchi mirati del gruppo armato "al-Shabaab" e delle forze governative somale hanno inasprito la censura e causato un aumento degli arresti arbitrari. Da allora, almeno otto giornalisti sono stati costretti a lasciare il paese e altrettanti sono stati uccisi: cinque in attacchi indiscriminati di "al-Shabaab", uno da un poliziotto e due da soggetti non identificati.
Il caso di Zakariye Mohamud Timaade è esemplare: già giornalista di Universal Tv, ha lasciato la Somalia nel giugno 2019 dopo essere stato minacciato sia da "al-Shabaab" che da ambienti governativi a causa di due diversi servizi che aveva realizzato. Il gruppo armato lo aveva minacciato di morte per aver riferito della cattura di tre miliziani da parte delle forze di sicurezza, il governo si era infuriato per aver rivelato la presenza attiva di "al-Shabaab" a Mogadiscio.
Amnesty International ha anche documentato casi di censura e tentativi di corruzione dei giornalisti da parte del governo somalo. Funzionari dell'ufficio del presidente pagano regolarmente tangenti mensili ad alcuni editori e direttori affinché non pubblichino articoli "sfavorevoli". Alcuni giornalisti hanno raccontato ad Amnesty International che i loro editori gli hanno ordinato di non scrivere articoli critici nei confronti degli uffici del presidente e del primo ministro o sui temi dell'insicurezza, della corruzione e delle violazioni dei diritti umani.
Amnesty International ha verificato che in quattro casi altrettanti giornalisti sono stati licenziati dai loro datori di lavoro. Poi ci sono i social media, dove il clima di censura ha costretto molti giornalisti a spostarsi per poter esprimere le loro opinioni. La reazione delle autorità è stata di costituire unità dedicate specificamente a monitorare e a segnalare post contenenti critiche.
Giornalisti hanno riferito che ricevono frequenti e minacciose telefonate in cui vengono invitati a cancellare i loro post. Amnesty International ha documentato la disattivazione permanente di 16 pagine Facebook, 13 delle quali appartenenti a giornalisti, tra il 2018 e il 2019, sempre per aver violato "gli standard della comunità".
gonews.it, 14 febbraio 2020
Due detenuti su tre sono malati,tra i 25 mila e i 35 mila sono affetti da Epatite C, in aumento Hiv positivi (6.500) e tubercolosi, almeno un migliaio i detenuti con problemi mentali nelle celle di istituti normali e 1200 in istituti specifici. Sono questi in sintesi i dati del dossier che il Sindacato Polizia Penitenziaria ha consegnato oggi nell'incontro al Ministero della Salute dedicato ai problemi della sanità penitenziaria.
Il Riformista, 14 febbraio 2020
Italia Viva verso la sfiducia a Bonafede. Via libera dal Consiglio dei ministri che si è svolto giovedì sera al ddl delega di riforma del processo penale. Nel testo c'è anche il lodo Conte bis sulla prescrizione. Al Consiglio dei ministri non hanno partecipato i rappresentanti di Italia Viva nel governo dopo il durissimo botta e risposta tra il premier Giuseppe Conte e Matteo Renzi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 febbraio 2020
Per la prima volta c'è stata l'autorizzazione del Tribunale di sorveglianza di Roma. Un'ordinanza della magistratura di Sorveglianza senza precedenti. Per la prima volta viene autorizzato il colloquio via Skype tra due detenuti reclusi al 41bis. Sono moglie e marito che fin dal 2015 hanno potuto avere solo contatti epistolari.
di Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 14 febbraio 2020
Cdm senza le ministre renziane. Il lodo Conte bis inserito nel ddl giustizia. Il capo del governo: "Renzi dica cosa vuole fare". Poco prima della mezzanotte, Giuseppe Conte scende in conferenza stampa a Palazzo Chigi, insieme al Guardasigilli, la riforma del processo penale è stata approvata con incorporata anche la norma sulla prescrizione del lodo Conte bis, ed è il momento di fare un bilancio dopo lo scontro con Renzi del pomeriggio: "Io non ho alcuna paura, nè arroganza - dice Conte - è Italia viva che deve decidere se fare squadra o meno, la loro assenza di stasera è una loro sconfitta, e se ci sarà una mozione di sfiducia contro il ministro Bonafede ne trarrò tutte le conseguenze".
È l'epilogo, in qualche modo amaro, di una giornata di nuovi scontri fra la maggioranza e il partito di Renzi. Ancora una volta Italia viva ha votato al Senato con le opposizioni, e forse questo è stato determinante. Del resto erano ormai diversi giorni che veniva annunciato un intervento duro del premier contro il partito Renzi.
Le parole di Conte hanno fatto alzare la fibrillazione politica interna alla maggioranza, quasi a un passo dalla crisi: "Per lavorare il clima non può essere questo, qui i ricatti non sono accettati. Non si può pensare di votare" un provvedimento "con le opposizioni". Insomma Conte, dopo giorni di silenzio e di scontro fra Italia viva e il resto della maggioranza, è sbottato. "Da parte mia Iv è più che rispettata, ma il clima non può essere questo, serve uno spirito costruttivo. Io siedo sempre al tavolo e ascolto tutti, non è mai successo che io mi sieda a un tavolo e tutte le 4 forze politiche non abbiano avuto pari dignità. Tutti hanno la possibilità di proporre le proprie idee, se poi la loro idea non viene accettata non si può pensare di votare con le opposizioni".
Conte rincara la dose dando anche del "maleducato e aggressivo" al modo di fare di Renzi: "Stiamo vivendo una situazione un po' paradossale, la maggiore opposizione ci viene non da un partito di opposizione ma da Italia viva che un giorno sì e l'altro pure ci dice che vuole promuovere un atto di sfiducia nei confronti del ministro Bonafede". E se i ministri di Italia viva disertano il Cdm, in polemica con le norme sulla prescrizione, "per quanto riguarda l'assenza non è stata fatta nessuna comunicazione ufficiale. Non sedersi a un tavolo istituzionale quando si ha un incarico di ministro e quindi una responsabilità, è una assenza ingiustificata".
La risposta di Renzi non si fa attendere: "Presidente, la palla tocca a te. Noi non abbiamo aperto la crisi, tu puoi cambiare, sai come farlo, perché lo hai già fatto. Se noi siamo opposizione, voi non avete la maggioranza. Non puoi dire che siamo opposizione maleducata: se vuoi cambiare maggioranza fallo, ti daremo una mano. E non puoi parlare come un preside di scuola di assenze ingiustificate di ministri. Lo dico a tutti: se si vuole lavorare rimbocchiamoci le maniche, se qualcuno vuole staccare la spina se ne assuma la responsabilità. Per fare il governo con i 5 Stelle ho dovuto prendere due maalox, ma sono aperto a tutte le soluzioni, anche al tornare al voto". E se Nicola Zingaretti condivide "il richiamo e la preoccupazione" di Conte, lo stesso fa il Movimento 5 Stelle, che come il Pd difende il lodo Conte bis sulla prescrizione.
di Liana Milella
La Repubblica, 14 febbraio 2020
Sorpresa nel consiglio dei ministri. Perché il lodo sulla prescrizione viene inserito dentro la riforma del processo penale. Con un obiettivo chiaro. Poterlo utilizzare per trasformarlo in un emendamento al disegno di legge Costa, in aula il 24 febbraio, che all'opposto vuole cancellare la prescrizione "corta" del Guardasigilli Alfonso Bonafede entrata in vigore il primo gennaio.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 14 febbraio 2020
Il Consiglio dei ministri licenzia i cambiamenti chiave: tempi definiti per legge, 24 mesi per finire le indagini. Nonostante i venti di crisi, e anzi a dispetto di questi, proprio a rimarcare che ci sono tre partiti della maggioranza giallo-rossa che comunque vogliono andare avanti, il consiglio dei ministri di ieri sera ha licenziato la riforma del processo penale.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 14 febbraio 2020
L'illusione che il braccio di ferro sulla giustizia fosse per Italia viva solo un espediente per acquisire visibilità e conquistare consensi nell'elettorato un tempo berlusconiano è svanita negli ultimi giorni. Troppo violenta e prolungata l'offensiva, troppo rigide le posizioni per ridurre il tutto al solito gioco propagandistico. Nel braccio di ferro ingaggiato da Renzi c'è anche questo, non c'è dubbio, come c'è forse un retropensiero sui guai di famiglia. Ma né l'uno né l'altro elemento bastano a spiegare una drammatizzazione che non accenna a scemare, nonostante i tentativi in questo senso di Conte e Zingaretti e che ha raggiunto ieri nuove vette.
Gode di ampia circolazione una spiegazione che in realtà spiega pochissimo. Il segreto starebbe tutto nella certezza di Renzi, in realtà giustificata, che ' tanto non si voterà. È evidente che l'ex premier, spaventato com'è dall'eventualità di elezioni politiche a breve, ha scelto di correre un classico rischio calcolato e che attacca a testa bassa perché ritiene di essere al riparo dalla minaccia più temuta, quella appunto dello scioglimento delle Camere. Ma sarebbe fare torto al leader di Iv pensare che tutta la sua strategia si riduca a fare molto rumore senza però arrivare al voto. Inoltre la contraddizione con la altrettanto diffusa e altrettanto giustificata convinzione che nel mirino di Renzi ci sia da un pezzo la poltrona di ' Giuseppi' Conte sarebbe in questo caso stridente.
In realtà l'offensiva garantista vanta requisiti che vanno molto oltre la peraltro dubbia resa in termini di propaganda. Traccia una linea di demarcazione all'interno della maggioranza, scegliendo come linea del fronte precisamente il tema identitario sul quale il M5S non può permettersi di arretrare. Pone il Pd, che non può rompere con i 5S ma neppure abbracciare il loro giustizialismo, in una situazione di stress e imbarazzo permanente. Ma soprattutto pone le basi per un ponte con il centrodestra. Nessuno sa meglio di Renzi che la massima aurea della politica italiana è ' Mai dire mai' e a ogni buon conto è buona norma preparare un possibile terreno comune, possibilmente tale da poter essere sbandierato come questione di principio e di alta idealità. Tra Iv e il centrodestra l'incontro è possibile su due fronti: quello dello sviluppo economico, quello sul quale si è già consumata in agosto la rottura del governo gialloverde, e, appunto, quello del garantismo.
Ma è quest'ultimo che offre la possibilità di giustificare il dialogo non solo in nome di una comune strategia economica ma anche della difesa di alcuni valori imprescindibili.
Renzi in realtà si sta muovendo a tutto campo per occupare quella posizione. Si in aula che in sede di cdm i suoi gruppi parlamen-tari e la sua delegazione al governo si sono già smarcati più volte, e ieri la divaricazione si è prodotta su entrambi i fronti: voto in aula con l'opposizione e scelta di disertare il cdm con all'odg il dll sul lodo Conte bis in materia di prescrizione.
A Bruxelles Iv ha abbandonato il gruppo del Pse per passare ai centristi di Macron. I leader di Iv, con Maria Elena Boschi particolarmente combattiva, condiscono ogni dichiarazione bellicosa sulla prescrizione con un passaggio acuminato sulla politica economica, indicando così già da ora quale sarà il prossimo fronte da aprire. Tutto ciò non significa affatto che Renzi abbia deciso di tentare l'azzardo di un nuovo governo col centrodestra e non è affatto detto che un disegno del genere avrebbe qualche possibilità di prendere corpo.
Però Renzi sa bene che, in una situazione così precaria, previsioni a lungo termine non sono possibili. Il governo non cadrà prima del referendum del 29 marzo. Probabilmente reggerà senza rischiare troppo anche fino alle prossime elezioni regionali di primavera. Poi però tutti diventerà più incerta e lo stesso Renzi, a quel punto, dovrà chiudere la partita con Conte oppure rassegnarsi a lasciare "Giuseppi" a palazzo Chigi. E in quel momento poter giocare su più tavoli, avere porte se non aperte almeno non blindate di fronte su diversi fronti sarà essenziale.
di Piero Sansonetti
Il Riformista , 14 febbraio 2020
Voi vi chiederete per quale ragione al mondo il Pd vuole andare alle elezioni. Perché i sondaggi lo danno intorno al 20 per cento, cioè un paio di punti sopra i risultati del 2018? Non ha senso. Oltretutto, con il nuovo parlamento coi "seggi tagliati", Il Pd perderebbe comunque un bel gruzzoletto di deputati e senatori. E per di più finirebbe all'opposizione. E allora? Per far dispetto a Renzi? In politica le ripicche contano, ma fino a un certo punto, alla fine contano interessi più grandi. Quindi?
Vediamo allora perché i 5 Stelle dovrebbero vedere di buon occhio le elezioni. Per estinguersi, vittime del crollo dei sondaggi e della legge taglia-parlamentari che loro stessi hanno fatto? E per perdere una posizione di grande potere nel governo? A occhio, no. Non saranno dei grandi strateghi, questi 5 Stelle, ma fessi così tanto è improbabile. E allora?
Beh, noi lo abbiamo scritto tante volte. Lo scriviamo di nuovo. C'è in Italia un partito politico, molto più forte di tutti gli altri partiti politici - e più compatto, più combattivo, molto, molto più ideologico - che ha una idea chiarissima di società futura e che è deciso a realizzarla, e che ha la capacità di condizionare e dirigere i partiti che sono in Parlamento o, almeno, parti molto grandi di questi partiti. Anche contro i loro stessi interessi.
È il partito delle Procure, unica vera grande potenza nella vita pubblica. Qual è l'idea di società che ha in mente? Una società molto controllata, relativamente libera, ordinata e legalizzata, punitiva, obbediente ad una scala di valori decisa dallo Stato, e diretta da una aristocrazia, da una vera e propria aristocrazia costituita, appunto, dall'apparato giudiziario, che ammette l'esistenza di una struttura democratica ma pretende che questa struttura viva in una condizione di subalternità ai guardiani della legge.
La legge è sopra ogni altra cosa, i guardiani della legge sono i sacerdoti. Poi, sì, la politica, la democrazia, la libertà: ma limitate e condizionate da una grande capacità repressiva dello Stato. Da anni questo partito decide le sorti della politica. Nel 1992 rade al suolo la Democrazia Cristiana, il partito socialista e la prima Repubblica. Nel 1994 silura il primo berlusconismo. Nel 2008 manda a casa il governo Prodi-Mastella. Nel 2011 abbatte l'ultimo governo Berlusconi. Quasi tutti questi passaggi avvengono principalmente per una ragione: per impedire una riforma garantista della giustizia, oppure per imporre delle modifiche nei rapporti di potere tra magistratura e società.
Andate a controllare le date e le cronache dell'epoca: è esattamente così. Tutte le grandi crisi politiche sono determinate dalla questione giustizia. E tutte - tutte - sono precedute o seguite da misure di riduzione dello Stato di diritto e di sottomissione del potere politico-democratico al potere delle Procure. Fine dell'immunità parlamentare, fine del potere delle Camere di concedere l'amnistia, istituzione di nuovi reati con pene esorbitanti, misure drastiche contro i reati attribuibili ai politici, blocco di riforme come quella Mastella, o quella Orlando o - in precedenza - quelle immaginate e mai realizzate dai governi Berlusconi.
Oggi siamo tornati lì: niente di nuovo. Il Partito delle procure (che noi chiamiamo il PPM, partito dei Pm) non vuole permettere che sia neppure sfiorata la credibilità del ministro Bonafede, che tra tutti i ministri della giustizia del dopoguerra si è mostrato il più prono al PPM. Il PPM è un partito di persone che rispettano l'onore, e non possono permettere che un loro uomo fedele sia ferito. Non lo abbandonano, né per necessità né per opportunismo. E dunque il diktat è semplice: giù le mani da Bonafede o il governo cade e si va alle urne. Non permetteremo la formazione di un nuovo governo.
Era evidente che i 5 Stelle si sarebbero inchinati. Come è possibile che il Pd faccia lo stesso? E dentro il Pd c'è pieno accordo su questo cedimento e questa rinuncia ai propri principi? E lo stesso ministro Orlando, che è stato un nemico dei giustizialisti quando ha fatto il ministro, ora è pronto a cedere loro e a deporre le armi? Non lo so, ma guardo i fatti: è possibile. È sempre sbagliato sottovalutare il Partito delle Procure. E non si capisce proprio niente della politica italiana se non si capisce che il comando, lo scettro, è loro e solo loro. Almeno finché qualche pezzo di politica, abbastanza robusto, non si decida a dare battaglia. Quanto è lontano questo tempo? A occhio, molto, molto lontano.
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