di Jasmine Ceremigna
sicurezzainternazionale.luiss.it, 24 marzo 2020
La Polonia sta valutando di dare la possibilità a un massimo di 20.000 detenuti di scontare la pena nella propria dimora, a causa dell'emergenza da coronavirus nel Paese. È quanto rivelato, lunedì 23 marzo, da Reuters, il quale ha specificato che la proposta è giunta dal Ministero della Giustizia, il quale mira a contenere la diffusione del coronavirus, attualmente diagnosticato in 684 cittadini della Polonia.
In totale, i detenuti nelle carceri del paese sono oltre 75.000, suddivisi in 172 carceri e centri di detenzione. Precedentemente, la possibilità di scontare la pena all'interno della propria dimora, sotto sorveglianza elettronica, era possibile per condanne di massimo un anno. Tuttavia, la proposta del Ministero della Giustizia prevede l'estensione anche alle sentenze con condanne fino a un massimo di 18 mesi. In caso di conversione in legge, la misura beneficerebbe circa 20.000 detenuti.
Attualmente, in via preventiva, le carceri del Paese hanno già interrotto le visite e le attività lavorative all'aperto dei detenuti. In alcune strutture, inoltre, i carcerati stanno seguendo corsi di cucito, per produrre mascherine e tute protettive utili al contenimento del contagio, data la carenza di dispositivi protettivi nel Paese. Per trovare un rimedio alla scarsità di mascherine e dispositivi medico-sanitari, la Polonia ha annunciato, il 18 marzo, di essersi rivolta alla Cina, la quale si è detta disposta a inviare oltre 10.000 test diagnostici per il coronavirus e decine di centinaia di dotazioni, tra cui mascherine, occhiali protettivi e protezioni per le calzature. Nello specifico, da un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri della Polonia si apprende che la Cina invierà 20.000 mascherine, 5.000 tute protettive, 5.000 visiere, 10.000 guanti medici monouso e 10.000 protezioni per le calzature.
Come la Polonia, anche la Bulgaria e la Serbia avevano chiesto aiuto a Pechino. Nello specifico, l'emergenza da coronavirus nel Paese balcanico è ancora contenuta, ma la Serbia si è sentita abbandonata dai leader dell'Unione Europea, di cui il Paese balcanico non è ancora membro, impegnati con Paesi più colpiti dal virus.
Ciò ha lasciato spazio alla Cina per dimostrare la sua solidarietà nei confronti dei Paesi dell'Europa centrale e orientale, consentendo a Pechino di estendere il suo mezzo diplomatico correlato al coronavirus a una regione che negli ultimi anni è divenuta un campo da battaglia geopolitico per la definizione delle sfere di influenza di UE e Cina.
Nello specifico, secondo il South China Morning Post, dopo aver raggiunto livelli controllabili di diffusione del virus all'interno del proprio territorio, la Cina sta ora attuando la sua strategia diplomatica correlata al coronavirus nell'Europa centrale e orientale. Nello specifico, tale strategia si articola in modo binario. Da un lato vi è la fornitura di strumenti e dotazioni mediche, al prezzo di mercato o in via gratuita, ai Paesi maggiormente colpiti, come l'Italia e la Spagna.
all'altro lato, la Cina sta tenendo sessioni di condivisione di esperienze con Paesi meno sviluppati dell'Europa centrale e orientale, di cui 17 si sono uniti al formato "17+1". In tale contesto, un funzionario europeo, che ha rilasciato dichiarazioni in condizioni di anonimato, ha commentato che la Cina non potrà ospitare il formato 17+1 per via dell'emergenza legata al coronavirus. Eppure, la diffusione del virus stesso è diventata una opportunità per la Cina, la quale può puntare a costruire relazioni più forti con gli stessi Paesi.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 24 marzo 2020
Stefano Zamagni, economista e presidente della Pontificia Accademia delle scienze sociali: "Il governo ha sbagliato a non coinvolgere il non profit sin dall'inizio. Servono fondi nel prossimo decreto".
Scandisce bene le parole: "In questa crisi il Terzo settore avrebbe potuto e dovuto avere un ruolo di rilievo, invece non è stato minimamente coinvolto. Ed è stato un grave erro-re". Stefano Zamagni, economista e teorico dell'economia civile, primo presidente dell'agenzia del Volontariato e riferimento di tutti questi mondi, dalla sua Bologna analizza la situazione. "Durante l'emergenza fino a qui non si è voluto fare uso del principio di sussidiarietà da tutti acclamato come necessario. Se c'era un'occasione in cui il coinvolgimento degli Enti di Terzo settore era doveroso era proprio questo perché è in questi momenti che i corpi della società civile esprimono la loro massima potenzia di fuoco, come mi piace definirla".
Come, ad esempio?
"Penso, e ne ho già parlato, a realtà come Ant o come Vidas che seguono malati terminali, hanno una grandissima esperienza e personale altamente qualificato. Ant ha 500 tra medici e infermieri e loro stessi mi hanno detto che se li avessero chiamati si sarebbero messi a disposizione. Penso a tutta la rete di Ail, l'associazione per le leucemie e a tutto il volontariato ospedaliero. Fatte salve le misure di sicurezza, ma quanto sostegno avrebbero potuto dare a medici e infermieri già massacrati da turni e emergenza?".
Come si spiega questa "emarginazione" di tutto il comparto del Terzo settore?
"La sensazione è che sia stato considerato ruota di scorta perché in fondo continua a essere visto e vissuto in posizione subordinata".
Che messaggi raccoglie da enti, cooperative e imprese sociali?
"Anzitutto il rammarico per questa mancata chiamata in causa. E poi c'è una grande preoccupazione per il futuro. Pensi al problema delle donazioni: la stragrande maggioranza di queste realtà si regge sul fundraising, completamente fermo, e sulle donazioni che in questo momento si rivolgono ovviamente agli ospedali e alla Protezione civile. Come faranno con tutti i progetti già avviati e con il lavoro a sostegno di bambini, Neet, anziani, disabili, disoccupati, cooperazione internazionale?".
Proposte?
"Spiace dire che anche in questo caso il Governo ha perso un'occasione. Nel decreto da 25 miliardi a sostegno di imprese e famiglie e partite Iva, tutte iniziative sacrosante, andava inserito anche il Terzo settore. Mi auguro che si faccia con il prossimo decreto perché questi non sono figli di un Dio minore e il Paese sta correndo un enorme rischio".
Quale?
"Rischiamo di trovarci con un'Italia più povera dal punto di vista sociale e civile. E sarebbe davvero ironia della storia. Invece va affrontato fin da ora il tema di come si riparte: l'Italia è stata chiusa, ed è stato giusto farlo. Ma chiudere è più semplice che riaprire: allora chiediamoci da ora come si può garantire un tessuto sociale e come il Terzo settore può far fruttare in una fase così decisiva le proprie competenze, le reti, l'esperienza accumulata. In questo senso anche chi fa informazione, e quindi il Corriere con Buone Notizie, può avere un ruolo cruciale".
Professore, lei in questi giorni ha contatti con volontari e operatori sociali?
"Di continuo. Molti sono delusi per il mancato coinvolgimento, tutti sono preoccupati per il futuro ma c'è una grande tensione al futuro, una grande energia che mi auguro non vada dispersa".
Ricorda altri momenti di crisi come questo?
"Dal Dopoguerra il nostro Paese non ha mai attraversato una crisi così grave. Questa emergenza ha messo a nudo il fatto che le persone non soffrono solo per le malattie ma anche per la solitudine e l'incertezza. E per questo non si può chiedere l'intervento di ospedali e sanitari, che già stanno facendo miracoli. Per rispondere a questo enorme e diffuso senso di abbandono e di solitudine esistenziale sarà basilare attivare il Terzo settore che già ora si sta dando da fare sfruttando le potenzialità delle tecnologie e l'esperienza delle associazioni. Solo così supereremo insieme questa crisi socio-relazionale e potremo ripartire con un rinnovato tessuto sociale".
di Mariangela Mianiti
Il Manifesto, 24 marzo 2020
"Ma non l'hai capito che bisogna restare a casa? Stai a caaasa, cretino", e giù a filmare, fotografare e segnalare ai carabinieri il presunto disobbediente. Come in ogni sottrazione delle libertà, anche questi arresti domiciliari collettivi stanno producendo effetti non benefici, ma svelanti. Prima fase: si è ottimisti e si vede il lato positivo delle cose dicendosi "Resisterò, andrà tutto bene, ne usciremo". Seconda fase: si avvertono le prime mancanze. Terza fase: si va in depressione. Quarta fase: si sbrocca.
Se l'attuale stato di cose che prevede si possa uscire di casa solo per lavorare, andare in farmacia, fare la spesa mettendo in conto ore di fila, o fare il giro dell'isolato dovesse protrarsi a lungo, fra non molto si arriverà alla guerra civile, con la differenza che, invece di battersi per le strade per cambiare il mondo, si darà battaglia da un balcone all'altro per smania di controllo del vicino, altro che "Vogliamoci tutti bene".
I primi segnali di violenza serpeggiante li hanno già sperimentati quei malcapitati che, tornando a casa dopo un turno massacrante all'ospedale o da un lavoro considerato essenziale, si sono sentiti urlare dalle finestre: "Ma non l'hai capito che bisogna restare a casa? Stai a caaasa, cretino", e giù a filmare, fotografare e segnalare ai carabinieri il presunto disobbediente. Così come succede con il vino, questa costrizione sta tirando fuori il vero carattere delle persone, e non sempre è il migliore: biechezza anziché empatia, animus fascistoide piuttosto che spirito collaborativo, tendenza al rancore contro capacità di essere umani, godimento a farsi delatori invece che trasparenti.
Mia nonna, che in famiglia chiamiamo Highlander perché sta per compiere 106 anni e sta bene anche se negli ultimi tre non è più tanto lucida, al tempo in cui gestiva la sua osteria emarginava gli ubriachi cattivi rifiutandosi di servir loro da bere. Era una riduzione del danno che non risolveva il problema alla radice, però lo teneva a bada. Al prossimo che per sfogare le proprie frustrazioni vi grida addosso "Stai a casa cretino", invece di giustificarvi rispondetegli: "Ti mando su mia nonna e poi te la vedi con lei". Ve la do in prestito virtualmente, tanto quello mica può saper se l'ava Highlander è davvero vostra o no. Per la cronaca, la nonna si chiama Angiolina.
di Antonia Macaluso*
palermotoday.it, 24 marzo 2020
Appello ai governatori inviata via PEC: in un momento così drammatico di un'emergenza epocale, che cambierà per sempre le nostre vite non posso non pensare ai nostri utenti detenuti (attualmente1380) e a tutti gli operatori (circa 1.200) del Pagliarelli-Lorusso.
La nostra Associazione "Un Nuovo Giorno" fin dalla sua costituzione, assiste e si occupa di favorire l'inserimento socio-lavorativo delle persone fragili, vulnerabili ed emarginate, ad alto rischio di discriminazione e di esclusione sociale. In particolare l'associazione si occupa: dei detenuti reclusi al carcere Pagliarelli e delle loro famiglie, prestando assistenza carceraria e post carceraria con dei programmi di trattamento in un'ottica di riduzione del rischio di reiterazione del reato e di reinserimento socio/lavorativo attraverso le attività laboratoriali, stage presso aziende partner, sartoria teatrale, teatro, musica, etc., con un'équipe di soci volontari oggi continua costantemente la sua opera fuori e dentro il sistema penitenziario. Il Governo ha emanato diversi provvedimenti nati dall'urgenza coronavirus, e le carceri?
Tali provvedimenti non tengono conto, o per meglio dire, sono soluzioni inadeguate, poiché se scoppia un'epidemia, in carcere non sarà possibile gestire gli eventuali contagi: la diminuzione dei detenuti consentirebbe di poter gestire meglio una contaminazione.
Oggi più che mai, rivolgo una richiesta dettata dal cuore di chi opera tutti i giorni nel mondo carcerario, per lo meno attivatevi per la C.C. Pagliarelli-Lorusso (il 2° carcere per complessità gestionale) con:
mascherine per il personale (agenti, assistenti, educatori etc. attualmente 1200 circa);
igienizzante per le mani per i detenuti;
farVi portavoce con il governo per permettere di scontare la rimanente pena in detenzione domiciliare speciale e che sia concessa a chi ha un residuo di pena fino ad almeno due anni, e soprattutto senza tutte le altre limitazioni, in particolare relative all'art. 4 bis dell'Ordinamento Penitenziario.
fare il tampone a tutti i detenuti e a tutto il personale nel caso di contagio anche di un solo caso.
*Presidente Associazione "Un Nuovo Giorno"
albanianews.it, 24 marzo 2020
Il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto per fare fronte alla situazione dell'emergenza coronavirus anche nelle carceri albanesi. L'atto normativo prevede delle misure temporanee al fine di contrastare la diffusione delle infezioni dei coronavirus tra la popolazione carceraria, garantendo le condizioni per la difesa della vita e della salute dei condannati.
"L'isolamento temporaneo in casa" è un permesso speciale che si dà al condannato a causa dell'epidemia da Covid-19. Il condannato potrà restare temporaneamente in casa sua, in un'altra abitazione o presso altre strutture abilitate per l'accoglienza. Questa misura è prevista solamente per coloro che adempiano ai criteri previsti nel decreto.
"Malattia cronica che mette a rischio la vita" - I condannati che hanno malattie croniche che in concomitanza con Covid-19 possono mettere a rischio la vita del prigioniero possono ottenere questo permesso speciale.
I condannati possono ottenere un permesso speciale di tre mesi se in questo momento soddisfano i seguenti requisiti: è stato condannato in via definitiva e gli rimangono da scontare solamente tre anni di prigione; deve scontare una condanna non superiore a 5 anni; ha un'età pari o superiore di 60 anni; soffre di una malattia cronica, certificata dalla commissione medica secondo la legislazione vigente.
Il periodo in cui il condannato rimarrà in isolamento fuori dal carcere sarà calcolato come espiazione della pena. Non ne beneficiano le persone che sono state condannate per omicidio, crimini gravi, reati sessuali, rapimenti, crimini contro le autorità dello stato, e le persone che presentano alti rischi sociali o che mettono a rischio l'ordine pubblico e la sicurezza. Inoltre, anche i detenuti che non rientrano in queste categorie ma sono indagati per tali reati saranno esclusi da questi permessi. Sono esclusi anche coloro che hanno ricevuto misure disciplinari negli ultimi sei mesi.
di Akram al Waara*
Internazionale, 24 marzo 2020
Dall'inizio di marzo, con l'aumento del numero dei casi di nuovo coronavirus, la paura e il panico si sono diffusi in Cisgiordania. Il 19 marzo il governo palestinese ha confermato 59 contagi nel territorio, la stragrande maggioranza a Betlemme. Le misure adottate dalle autorità per fermare la diffusione del virus hanno riportato un certo senso di calma tra la popolazione, ma per i palestinesi sono arrivate altre cattive notizie: il nuovo coronavirus ha raggiunto le carceri israeliane, dove sono rinchiusi cinquemila prigionieri politici palestinesi.
Il Comitato per i prigionieri palestinesi ha riferito che un detenuto del carcere di Ashkelon, nel sud d'Israele, aveva avuto contatti con un medico israeliano risultato poi positivo al nuovo coronavirus. Qadri Abu Bakr, presidente del comitato, ha annunciato che il detenuto è stato messo in quarantena insieme ad altri 19. Intanto i mezzi d'informazione israeliani e palestinesi hanno parlato di casi sospetti in altre due carceri, quella di Ramla e il centro di detenzione Moscobiya a Gerusalemme. In entrambe le prigioni i detenuti sono stati messi in quarantena dopo aver avuto contatti con agenti israeliani sospettati di essere stati esposti al virus.
I Servizi penitenziari israeliani hanno annunciato un piano per sgomberare un carcere vicino al confine egiziano e destinarlo ai detenuti contagiati, e hanno deciso di bloccare tutte le visite dei familiari. I palestinesi però temono che il governo e le autorità carcerarie israeliane non stiano facendo abbastanza per impedire la diffusione del virus e curare le persone che potrebbero ammalarsi.
"È noto che le carceri israeliane sono vecchie, sporche e sovraffollate. Sono carenti di forniture igienico-sanitarie, anche le più basilari", dichiara l'attivista palestinese ed ex detenuto Mohammed Abed Rabo, 48 anni. "Anche nel migliore dei casi nelle celle vivono tra i sei e i dieci detenuti, ma spesso sono di più". All'ora dei pasti e durante le attività all'aria aperta più di 120 persone stanno insieme a distanza ravvicinata.
Abed Rabo teme che il sovraffollamento sarà uno dei principali fattori della diffusione dell'epidemia tra i detenuti palestinesi. Inoltre, aggiunge, l'assenza di prodotti igienici come i disinfettanti per le mani e il sapone non farà che peggiorare le cose. "Già in condizioni normali i detenuti non hanno a disposizione i prodotti di base per lavarsi", afferma Abed Rabo. Secondo gli avvocati di alcuni detenuti i servizi penitenziari israeliani non hanno fatto niente per affrontare il problema.
"Dovrebbero dare ai detenuti mascherine, guanti, disinfettanti per le mani e una quantità maggiore di sapone, oltre a concedergli la possibilità di lavare più spesso vestiti e lenzuola. Si limitano a metterli in quarantena". Una quarantena, osserva Abed Rabo, che consiste nel finire in isolamento. "Come possono ricevere le cure adeguate se finiscono in quelle terribili celle? È così che si trattano degli esseri umani malati?".
Per anni gli attivisti palestinesi per i diritti umani hanno documentato quella che hanno definito una politica di "negligenza medica deliberata" da parte delle autorità carcerarie d'Israele. Dalla seconda intifada (2000-2005) 17 detenuti palestinesi sono morti come risultato diretto della negligenza dei medici. In un rapporto del 2016 il gruppo in difesa dei diritti umani Addameer registrava la presenza di almeno duecento prigionieri con patologie croniche, tra cui una ventina di malati oncologici, altre decine affetti da disabilità fisiche e psicologiche e 25 ricoverati in modo permanente nella clinica del carcere di Ramla.
"Molti di questi pazienti hanno problemi respiratori e cardiologici, e malattie autoimmuni", dichiara Abed Rabo, sottolineando che una parte significativa della popolazione carceraria è formata da uomini di mezz'età o anziani. "Le caratteristiche demografiche dei detenuti sono le stesse di quella fascia della popolazione per cui il nuovo coronavirus potrebbe essere letale", commenta. "E questo è terribile".
Già ora i detenuti ammalati non ricevono le cure di cui avrebbero bisogno. "I dottori vengono raramente, ai pazienti con disturbi gravi sono spesso prescritti antidolorifici generici, mentre chi ha bisogno di cure come la dialisi o la chemioterapia non le riceve con regolarità", dice Abed Rabo. "Immaginate cosa potrebbe accadere se questi detenuti dovessero essere esposti all'epidemia". Gli israeliani stanno affrontando la minaccia del nuovo coronavirus con grande serietà, ma Abed Rabo dubita che curare i detenuti palestinesi sarà una priorità. "Hanno dimostrato più volte di non avere considerazione per le vite dei palestinesi, in particolare dei detenuti. Perché ora dovrebbe essere diverso?".
*Traduzione di Giusy Muzzopappa
ilpost.it, 24 marzo 2020
Sono persone che hanno commesso reati minori e non violenti, che sono anziane o già malate. Diversi stati americani hanno deciso il rilascio anticipato di alcune categorie di detenuti per contenere la diffusione del coronavirus (Sars-CoV-2). Sono persone che hanno commesso reati minori, che sono anziane o già malate. Gli stati coinvolti da queste misure sono, tra gli altri, California, New York, Ohio e Texas. Nelle altre carceri del paese, i funzionari stanno vietando l'ingresso ai visitatori, limitando il movimento dei detenuti stessi e controllando il personale.
Negli Stati Uniti ci sono più di 2,2 milioni di persone in carcere: la preoccupazione è che corrano un altissimo rischio di contagio, a causa del sovraffollamento delle strutture, degli spazi ristretti in cui si ritrovano, della mancanza di igiene (manca il sapone e le soluzioni idroalcoliche sono vietate perché contengono, appunto, alcol) e di un sistema sanitario non eccezionale.
"Avranno il personale, le attrezzature e i servizi adeguati per curare le persone?" si è ha chiesto per esempio Steve J. Martin, un consulente per il complesso carcerario di Rikers Island a New York: "E se non ce li hanno, manderanno quelle persone in ospedale o dove potranno ottenere un'adeguata assistenza sanitaria?". Daniel Vasquez, ex guardia delle carceri statali di San Quentin e Soledad in California, ha detto al Wall Street Journal che i detenuti sono a strettissimo contatto tra loro, "alcuni in doppia e tripla cella. Penso che sarà impossibile impedire che il virus si diffonda".
Gli esperti sono poi preoccupati dal fatto che all'interno delle carceri si trovino persone ad alto rischio, cioè di età pari o superiore ai 55 anni. Dai dati del 2016 risulta che nelle carceri statali e federali americane ci siano 164 mila persone appartenenti a questa fascia di popolazione, un numero che è più che triplicato dal 1999. Per ora non sono stati segnalati focolai all'interno delle carceri, ma risultano già diversi casi di contagio, anche tra il personale delle prigioni di Pennsylvania, Michigan, New York e dello stato di Washington.
Per prevenire la diffusione del virus, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno poi suggerito di isolare gli individui sintomatici. Nelle carceri, però, questo può essere davvero difficile, "praticamente impossibile", secondo Homer Venters, ex dirigente medico dei servizi sanitari correzionali di New York. In molti centri di detenzione sono già previste aree separate per vari tipi di detenuti: uomini e donne, detenuti migranti e persone con malattie mentali. E lo spazio a disposizione è molto ridotto.
Amy Fettig, vicedirettrice del National Prison Project dell'American Civil Liberties Union (ACLU), organizzazione per la difesa dei diritti e delle libertà individuali, ha affermato che in questa situazione si dovrebbero comunque equilibrare la sicurezza pubblica con i diritti civili, come l'accesso a biblioteche e alle attività ricreative, o le visite esterne.
Alcuni funzionari della sanità pubblica e sostenitori dei diritti dei prigionieri hanno proposto liberazioni su larga scala dei detenuti. In diversi stati dove effettivamente si è ridotta la popolazione carceraria, giudici e pubblici ministeri hanno comunque cercato di dare rassicurazioni sul fatto che non si sta procedendo a una liberazione di massa: "Non stiamo aprendo le porte delle prigioni", ha dichiarato ad esempio il giudice della contea di Cuyahoga (Ohio) Brendan Sheehan. "Stiamo esaminando i casi di criminali non violenti di livello inferiore, e quelli dei detenuti che hanno un rischio medico più elevato". L'obiettivo è creare maggiore spazio per i detenuti e, se servirà, per le quarantene. Qualche giorno fa lo sceriffo della contea di Los Angeles, Alex Villanueva, ha dichiarato di aver ridotto la popolazione carceraria da 17.076 a 16.459 dalla fine di febbraio. Non solo: sono diminuiti anche gli arresti. Nella contea, che è la più popolosa degli Stati Uniti, sono scesi da circa 300 a 60 al giorno.
agenzianova.com, 24 marzo 2020
Sostituirà le guardie carcerarie nel caso fossero contagiate in massa. La marina militare del Regno Unito è pronta a correre in soccorso dell'amministrazione carceraria del paese se la situazione dell'epidemia di coronavirus dovesse farsi particolarmente difficile.
Lo riferisce oggi il quotidiano "The Times", pubblicando i piani elaborati dall'amministrazione carceraria britannica per fronteggiare l'emergenza coronavirus nelle prigioni del Regno Unito. In tale quadro, i marinai potrebbero essere chiamati a sostituire le guardie carcerarie se un'eventuale esplosione dei contagi dovesse provocare significativi vuoti nel loro ranghi.
Nelle prigioni britanniche, ricorda il "Times", sono attualmente rinchiuse 83.700 persone, 5.100 delle quali hanno oltre 60 anni e 1.800 superano i 70. L'amministrazione carceraria ha preparato piani dettagliati per far fronte alle necessità di tutti i detenuti in base ai diversi scenari che la pandemia potrebbe provocare.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 24 marzo 2020
Rivolte in 13 istituti di pena: 25 morti e centinaia di feriti. Dopo neanche 24 ore dall'annuncio, da parte residente colombiano Ivan Duque, che a causa dell'epidemia di coronavirus anche il paese latinoamericano entrerà in regime di quarantena, domenica in numerose carceri sono scoppiate rivolte. La più cruenta è quella che è andata in scena nella prigione di La Modelo, vicino Bogotà (qui sono "ospitati" 5mila detenuti) dove 23 persone hanno perso la vita.
Altri 83 hanno riportato ferite di varia natura che li hanno costretti a ricorrere alle cure degli ospedali. Tra questi 7 funzionari dell'Istituto Nazionale penitenziario e carcerario (Inpec). Le misure restrittive contro il contagio inizieranno oggi e dovrebbero durare almeno 19 giorni. Verranno limitati gli spostamenti delle persone ad eccezione del personale medico, delle forze di sicurezza e dei lavoratori di farmacie e supermercati. Fino ad ora in Colombia si sono registrati 231 casi di contagio e la morte di 2 persone. Chi ha più di 70 anni sarà in qualche modo costretto a rimanere in casa fino alla fine di maggio.
Ma la rivolta non è stata solo dalla paura del contagio, le prigioni colombiane soffrono di gravi problemi di sovraffollamento e condizioni sanitarie insalubri. I 132 penitenziari del paese hanno una capacità di 81.000 detenuti ma ospitano oltre 121.000 prigionieri, secondo i dati del ministero della Giustizia. Ma proprio la titolare di questo dicastero ha negato criticità di questo tipo. Per la ministra Margherita Cabello infatti "non esiste alcun problema sanitario che avrebbe causato questi disordini. Non vi è alcuna infezione né alcun prigioniero o personale amministrativo o amministrativo che abbia il coronavirus".
Tutto quello che è successo dunque sarebbe il frutto di un piano di evasione di massa organizzato da condannati per omicidio ed altri gravi reati. Al di fuori di La Modelo si sono radunati numerosi parenti dei detenuti accorsi per avere notizie, diversi testimoni hanno riferito di aver udito numerosi colpi di arma da fuoco mentre i prigionieri bruciavano materassi ed altre suppellettili. Ora il ministero ha avviato un'indagine dalla quale sarà comunque difficile capire cosa è realmente accaduto.
Intanto però la protesta carceraria si sta allargando a macchia d'olio, sono almeno altri 13 istituti di pena nei quali sono stati segnalati disordini. In particolare la situazione appare molto tesa a La Picota a Bogotà, Pedregal a Medellin e nell'Establecimiento Penitenciario e Carcelario di Jamundì nel dipartimento della Valle del Cauca. Una crisi che ha provocato la reazione di tutti coloro che operano nell'ambito giudiziario. Sia gli avvocati difensori che i procuratori hanno infatti chiesto che venga decretato lo stato di emergenza carceraria.
In realtà il presidente Duque ha già ordinato provvedimenti stringenti già dal 12 marzo sospendendo tutte le visite in carcere, le prigioni sono di fatto isolate dal resto del Paese. È stata messa in campo una ricerca dei presunti contagiati, i detenuti non possono uscire neanche per visite mediche se non in casi eccezionali e le udienze si tengono in videoconferenza. Unica deroga è quella concessa agli avvocati che potranno continuare a visitare i loro assistiti.
fides.org, 24 marzo 2020
Non si approfitti dell'emergenza legata al coronavirus per commettere arbitri e abusi nei confronti della popolazione. È quanto chiede l'Ong congolese per la difesa dei diritti umani Nouvelle Dynamique de la Societé Civile en RD Congo (Ndsci). In un comunicato giunto all'Agenzia Fides si invitano le autorità "a prendere le misure di carattere giuridico e amministrativo al fine di evitare arbitri e violazioni dei diritti umani, in particolare da parte dei servizi di sicurezza".
Si ricorda inoltre che il Covid-19 ha già colpito alcuni membri del governo, l'Ndsci, invita quindi i politici ad essere responsabili ed esemplari nell'accettare la quarantena, compreso eventualmente lo stesso Capo dello Stato, e a rendere pubblici i nomi di coloro che sono risultati positivi. Particolarmente preoccupante è la situazione delle sovraffollate carceri congolesi, definite "veri e propri luoghi di morte quotidiana per carestia e mancanza di cure mediche. I carcerati sopravvivono solo grazie ai volontari e alle provviste alimentari dalle loro famiglie; dato che ora, a causa di Covid-19, le visite non sono più consentite nelle carceri, l'Ndsci teme in un futuro molto vicino un'ecatombe di detenuti".
Si chiede inoltre al Parlamento di varare con urgenza un fondo nazionale "speciale Covid-19" per compensare i danni economici causati dalla pandemia nella Repubblica Democratica del Congo, nella quale la maggioranza della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Tale fondo deve essere gestito in modo da evitare malversazioni da parte di funzionari infedeli. L'Ndsci invita infine i politici congolesi "che si sono concessi enormi bonus e salari, a dimezzarli, al fine di contribuire al fondo nazionale speciale Covid-19".
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