di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 14 febbraio 2020
Consiglio dei ministri senza le ministre renziane. Sulla correzioni alla riforma Bonafede si seguirà la via parlamentare. Tempi lunghi anche per la riforma del processo penale, ieri il via libera al disegno di legge delega. Senza le parti che avrebbero irritato Csm e Anm.
Italia viva diserta il Consiglio dei ministri serale che si occupa di giustizia perché non vuole sentir parlare del famoso "lodo Conte" - versione bis - sulla prescrizione, ma quel lodo non nell'ordine del giorno della riunione né potrebbe esserci visto che avrà la forma di un atto di iniziava parlamentare dei capigruppo di 5S, Pd e Leu. Quale ancora non è certo, se disegno di legge autonomo o emendamento al disegno di legge Costa, con il quale l'opposizione e Renzi vorrebbero cancellare la riforma Bonafede, che invece potrebbe per questa via essere solo modificata e in definitiva salvata. Assenza politica quella delle due ministre di Italia viva, Bellanova e Bonetti, come rivendicato da Matteo Renzi nel pomeriggio, ma anche assenza obbligata, visto che erano entrambe in missione all'estero.
La maggioranza a tre, Italia viva esclusa, continua a discutere sul "veicolo" parlamentare della "riforma della riforma" della prescrizione, ma ha ormai trovato l'accordo nel merito del provvedimento. Perché è tramontato in appena 24 ore un tentativo del ministro Guardasigilli di forzare la mano al Pd e a Leu, inserendo una sospensione della prescrizione - 18 mesi - anche per gli imputati assolti in primo grado, che invece da accordi dovevano essere tenuti salvi dalle nuove regole. La fine della prescrizione si applicherà solo ai condannati, i quali però anche loro - ecco il "nodo del lodo" bis - in caso di assoluzione in appello recupereranno i termini integrali di prescrizione (a quel punto molto probabilmente inutilmente). La sospensione della prescrizione per gli assolti dovrebbe però rispuntare in caso di termini in scadenza a ridosso dell'appello.
Come previsto, un nuovo fronte si è aperto al senato, quando il rappresentante di Iv ha votato con le opposizioni in commissione giustizia, nel tentativo di cancellare la riforma della prescrizione approfittando del decreto sulle intercettazioni. È finita con un pareggio, che significa per la fortuna del governo che l'emendamento soppressivo è stato respinto. L'asse centrodestra-renziani minaccia di riprovarci, con numeri più favorevoli, in aula. Ma il governo chiederà sicuramente la fiducia, per evitare la conta e perché il decreto è prossimo alla scadenza.
Nel Consiglio dei ministri il Pd è riuscito a ottenere da Bonafede un disegno di legge delega di riforma del processo penale "pulito", cioè senza le norme inizialmente previste dal ministro sul Csm e i magistrati in politica. Due argomenti che avrebbero sicuramente complicato la discussione, e probabilmente provocato una polemica con il Consiglio superiore e l'Associazione magistrati, visto che il ministro vorrebbe per un verso diluire il ruolo della magistratura associata nel Csm, per un altro alzare un muro tra le toghe e le candidature. "Ci concentriamo sugli strumenti che possono rendere più efficiente e più veloce il processo penale", spiega uno dei mediatori del Pd sulla giustizia, Alfredo Bazoli.
Nel testo, dimezzato, sono adesso contenute novità tecniche, come un allargamento delle notifiche e del deposito atti via mail, tempi per le indagini preliminari più brevi (massimo due anni per i reati più gravi), ostacoli agli avvocati nella presentazione del ricorso di appello. Ma anche innovazioni importanti come l'obbligo delle procure di darsi criteri di priorità nella trattazione dei reati (nella pratica avviene già, ma adesso il principio di obbligatorietà dell'azione penale viene messo formalmente in discussione), la previsione di tempi standard per i diversi gradi di giudizio e di conseguenze disciplinari per i magistrati che per dolo o negligenza non li rispettano (misura contrastata dall'Anm e ancora in forse), l'obbligo per il pubblico ministero che chiude le indagini di chiedere l'archiviazione anche nel caso in cui ha raccolto prove sufficienti per un processo, ma che si può prevedere non siano sufficienti per una condanna.
In ogni caso si tratta di un disegno di legge delega, dunque tra la prima approvazione delle camera, il tempo necessario all'esecutivo per attuare la delega (sono previsti 12 mesi) e il passaggio finale nelle commissioni, le nuove misure entreranno in vigore tra quasi due anni, se tutto va bene. E saranno oggetto di trattative e mediazioni che non finiscono certo con il Consiglio dei ministri di ieri sera.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 14 febbraio 2020
"Enzo Tortora fu condannato a dieci anni di carcere a settembre del 1985 e morì a maggio del 1988. Se ci fosse stata l'applicazione della legge che prevede la sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, Enzo sarebbe morto da colpevole. Questo è inaccettabile. Faccio il nome di Tortora ma vale per chiunque".
A parlare, intervistata dal Foglio, è Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora, il protagonista del più clamoroso errore giudiziario della storia dell'Italia repubblicana. Scopelliti parla dopo aver partecipato a un convegno organizzato dal gruppo Italia viva al Consiglio regionale della Toscana sulla riforma della prescrizione, che, afferma, "non deve passare. In uno stato di diritto - dichiara - i tempi lunghi della giustizia rappresentano una denegata giustizia. Già Beccaria, in Dei delitti e delle pene, affermava che il giudizio deve essere dato in tempi brevi dalla commissione del reato. È un principio giuridico molto antico, che non può essere stravolto oggi dal ministro Bonafede".
"Garantire alla giustizia tempi rapidi è una questione di cultura giuridica. In mancanza di questa cultura, diventa necessario avere una legge che impone dei tempi precisi. Per questo mi auguro che venga accettata la proposta avanzata da Renzi di rinviare di un anno la riforma Bonafede, e che in questo anno si studi una riforma del processo penale, per arrivare ad avere una giustizia con tempi normali e accettabili".
Nel frattempo, c'è da prendere atto che proprio la vittima per eccellenza dell'errore giudiziario, Enzo Tortora, con la nuova norma che abolisce la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, entrata in vigore il 1° gennaio, avrebbe probabilmente subito un'umiliazione persino maggiore, morendo da colpevole. Arrestato il 17 giugno 1983, Tortora venne accusato di traffico di stupefacenti e di essere colluso con la camorra sulla base delle ricostruzioni di alcuni pentiti.
Il 17 settembre 1985 venne condannato a dieci anni di carcere, sentenza poi ribaltata in appello un anno dopo e divenuta definitiva nel 1987. In mezzo sette mesi di carcere e gli arresti domiciliari. "Nel caso di Enzo i tempi del processo furono brevi - ricorda Scopelliti - ma questo avvenne solo perché, in primo grado, i magistrati partenopei Lucio Di Pietro e Felice Di Persia ebbero fretta di togliersi la patata bollente, visto che dalle indagini avevano capito che Enzo non c'entrava niente, e poi perché, in appello, il giudice Michele Morello invece capì che bisognava fare presto perché non c'erano elementi a sostegno di quella condanna".
Con la riforma Bonafede che abolisce la prescrizione, però, dopo la sentenza di primo grado nessun giudice avrà interesse a esprimersi in tempi brevi, col risultato che un innocente, condannato per sbaglio in primo grado, potrà restare in balia della giustizia per un tempo indefinito, ed eventualmente morire da colpevole. Uno scenario che rende inaccettabile anche la proposta di modifica avanzata dal premier Giuseppe Conte per raggiungere un accordo nella maggioranza, vale a dire il cosiddetto "lodo Conte", che prevede l'applicazione della riforma Bonafede solo ai condannati in primo grado. "In Italia tantissimi condannati in primo grado vengono poi assolti in appello - nota Scopelliti. È proprio il carcere preventivo subìto dall'innocente a creare spesso l'errore giudiziario, perché il carcere subìto ingiustamente deve essere giustificato dal magistrato che ha provocato la detenzione. Quindi in primo grado si condanna, poi in appello ci può essere l'assoluzione". Una dinamica perversa, riassunta perfettamente da Enzo Tortora in una delle atroci lettere che inviò alla sua compagna dal carcere (e raccolte nel libro "Lettere a Francesca", pubblicato nel 2016 per Pacini editore): "Questi signori per salvare la loro faccia fottono me".
Nell'Italia di oggi, Enzo Tortora avrebbe rischiato non solo di morire da colpevole, ma anche di essere vittima di un'ondata giustizialista persino più feroce. "Se la vicenda fosse stata vissuta oggi, con tutti questi social network e con la diffusione sempre più veloce delle notizie, Enzo sarebbe stato massacrato. In tempi rapidissimi sarebbero arrivate cattiverie e fake news, senza nemmeno riuscire a controllarle o a controbilanciarle, e senza nemmeno riuscire a trovare i responsabili - spiega Scopelliti - Nella nostra società è cresciuta una sorta di rancore sociale, che in materia di giustizia si trasforma in una cultura giustizialista, secondo cui sono tutti colpevoli".
"Purtroppo - aggiunge la compagna di Enzo Tortora - a suggerire questa idea è anche la politica. Di Maio, che è ministro della Repubblica, non può sostenere che dietro il crollo del ponte Morandi ci siano i Benetton. Lo faccia dire a un procedimento giudiziario. Lo stesso sta avvenendo attorno al deragliamento del treno a Lodi.
Sarò eccessivamente garantista, ma non me la sento di dire che la colpa è di quei cinque operai. Io voglio che si facciano le indagini e che dopo si dica di chi è la colpa. Per questo non accetto neanche le conferenze stampa dei procuratori, in cui si afferma che gli operai si sono comportati in maniera superficiale e scorretta: perché a quel punto nella società si inculca l'idea, anzi la verità assoluta, che siano stati loro. Forse sono stati loro, ma non vanno condannati preventivamente".
Scopelliti torna poi sulle parole del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che in un'intervista a La7 ha addirittura dichiarato che "gli innocenti non finiscono in carcere": "Premetto che ormai non mi sorprende più nulla di ciò che dicono i ministri e i rappresentanti del M5s, perché sono eterodiretti e fanno propri dei concetti che non sono maturati da un'esperienza, da uno studio o da una realtà dei fatti. Io non guardo 'Otto e mezzo', perché la trovo una trasmissione di parte, ma quando il giorno dopo ho letto la battuta di Bonafede ho pensato che fosse completamente fuori dal mondo. Non conosce la realtà del suo paese. Se hai la fortuna di diventare ministro, devi almeno avere l'umiltà di studiare per meritare quel titolo, altrimenti diventiamo veramente il paese di Pulcinella".
di Giovanni Altoprati
Il Dubbio, 14 febbraio 2020
Piove sul bagnato per il governo e per il ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede. All'indomani della decisione della Corte costituzionale di dichiarare illegittima la legge Spazzacorrotti nella parte in cui se ne prevede l'applicazione retroattiva, si profila la possibilità per l'esecutivo di dover risarcire tutti coloro che in questi mesi sono stati incarcerati per effetto di questo provvedimento voluto dal tandem Bonafede-Travaglio. Il primo ad aver sollevato il problema è stato Pierantonio Zanettin, componente di Forza Italia della Commissione giustizia della Camera ed ex membro del Csm, con una interrogazione urgente presentata ieri a Montecitorio.
"L'anno scorso tale illegittimità era stata denunciata, già in sede di approvazione della legge, nel corso del dibattito parlamentare", scrive Zanettin. "Le conseguenze della pronuncia appaiono dirompenti: molti cittadini italiani, noti e meno noti, in questi primi mesi di applicazione della legge non hanno potuto usufruire delle misure alternative alla detenzione e sono stati costretti al carcere, nonostante i fatti da loro commessi fossero antecedenti l'entrata in vigore della norma".
Fra gli arrestati "illustri", l'ex presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, condannato in via definitiva per corruzione. L'equiparazione dei reati contro la Pubblica amministrazione ai reati di mafia e terrorismo, aveva precluso al Celeste, pur essendo ultrasettantenne, l'accesso ai benefici penitenziari. "Il governo è sempre rimasto sordo ad ogni richiesta di modifica di quella normativa, palesemente illegittima", prosegue Zanettin, svelando un particolare che inchioderebbe l'esecutivo alle proprie responsabilità.
"Nella seduta del 20 febbraio 2019, il governo espresse parere contrario alla risoluzione a prima firma dell'onorevole Enrico Costa che lo impegnava a disporre affinché la nuova formulazione dell'art 4 bis dell'ordinamento penitenziario si applicasse solo ai fatti successivi alla sua entrata in vigore". "La maggioranza - prosegue Zanettin - nella stessa seduta di Commissione respinse detta risoluzione".
"Ora i cittadini che non hanno potuto usufruire dei benefici della legge Gozzini hanno certamente diritto al risarcimento del danno per l'ingiusta detenzione subita", sottolinea il parlamentare forzista, domandando al governo "quali iniziative di propria competenza intenda assumere per ottenere dai responsabili di questo grave vulnus costituzionale il recupero del danno erariale che deriverà allo Stato per l'ingiusta detenzione dei cittadini".
Nel mirino, dunque, Bonafede che aveva sempre affermato che la Spazzacorrotti avrebbe addirittura "proiettato l'Italia come Paese leader a livello internazionale nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione". Ora il Guardasigilli rischia di mettere mano al portafogli e risarcire tutti coloro che non dovevano essere arrestati. Ogni giorno di ingiusta detenzione ammonta a 250 euro.
di Tony De Nardo
comune.torino.it, 14 febbraio 2020
Il carcere è un mondo a sè, una città nella città, dove i diritti sono molte volte a rischio. A Palazzo Barolo secondo appuntamento di un progetto dedicato alla realtà delle case circondariali e alle vite che vi dimorano. Raffaella Dispenza, presidente Acli città metropolitana Torino, ha subito indicato le difficoltà che si incontrano per stabilire un contatto con questo questo sistema chiuso. I volontari si orientano verso le situazioni che maggiormente necessitano di un intervento, come le madri con bambini. La proiezione di un cortometraggio, basato su una favola Rom, ha mostrato (con la collaborazione delle detenute) aspetti del rapporto madre-figlio.
Il progetto completo "In rel-azione: io, tu, noi" nasce dalla Convenzione tra la Casa circondariale "Lorusso e Cutugno e le Acli provinciali, consiste nella creazione di laboratori di manualità, produzione di creme e prodotti per la cura del corpo, incontri sulla fiaba e dello scambio di esperienze di essere madri. La seconda parte si è svolta a Palazzo Barlo mercoledì 12 febbraio con la proiezione del cortometraggio, realizzato con il supporto dell'Ufficio Garante dei diritti delle persone private di libertà della Città di Torino.
di Giampiero Rossi
Corriere della Sera, 14 febbraio 2020
Trenta detenuti frequentano le lezioni con sacerdoti e imam. "Così il dialogo batte l'estremismo". L'ora di religione non bastava più. Non perché sessanta minuti scorrono troppo veloci, ma perché in carcere, ancor più che nel mondo esterno, una religione sola abbraccia soltanto una parte della popolazione.
E allora, su segnalazione dei cappellani dei penitenziari, la chiesa milanese e i principali punti di riferimento della comunità islamica e ebraica e le rappresentanze delle fedi che arrivano dall'Asia hanno progettato una nuova iniziativa rivolta ai detenuti: l'ora di religioni, un ciclo di incontri gestiti sempre in comprensenza da rappresentanti delle diverse confessioni e aperti a fedeli di ogni religione. Insomma, un corso per approfondire la conoscenza del libri sacri delle rispettive religioni e il valore di precetti e tradizioni.
Le lezioni sono iniziate all'inizio del mese e proseguiranno fino ad aprile, all'interno della struttura scolastica di San Vittore. Gli insegnanti sono sacerdoti, imam, guide spirituali. "Il progetto nasce dalla volontà di assicurare ai detenuti la libertà di culto in un'ottica pluralista, l'unica possibile in un ambiente multireligioso com'è il carcere, ma anche di prevenire forme di radicalizzazione che possono trovare proprio nelle carceri il loro terreno di incubazione - spiega monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la cultura e l'azione sociale - ma non si tratta di un catechismo, bensì di dialogo: voci differenti per un messaggio condiviso".
All'ultimo incontro, per esempio, erano presenti un aula proprio don Bressan e un imam legato alla Coreis (Comunità Religiosa Islamica). Uno ha parlato del Simbolo di fede, cioè del Credo che noi cattolici recitiamo ogni domenica durante la messa, l'altro ha illustrato una sura fondamentale. Entrambi hanno risposto alle domande, senza sconti, dei partecipanti e hanno evidenziato i tratti comuni delle due fedi monoteiste.
"In carcere c'è una domanda di religione - sottolinea il cappellano di San Vittore don Roberto Mozzi - e l'unica figura di riferimento è a quella del cappellano cattolico". A don Mozzi, infatti, arrivano richieste di copie del Corano o di ricevere la visita di un ministro del culto di altre religioni. Anche da qui è nata l'idea di "mettere in dialogo mondi che coesistono per offrire loro una conoscenza corretta, di se stesso e dell'altro, smontare pregiudizi e, anche, prevenire interpretazioni e approcci radicali".
cuneocronaca.it, 14 febbraio 2020
Mercoledì 19 febbraio alle 18, presso l'Open Baladin di piazza Foro Boario a Cuneo, l'Associazione Ariaperta, che da oltre 25 anni offre sostegno morale e interventi di reinserimento sociale per persone detenute o ex detenute nella Casa Circondariale di Cuneo, si presenta alla cittadinanza.
L'associazione è partner del progetto Ri.connessioni: percorsi di promozione delle relazioni famigliari e comunitarie per persone in esecuzione penale interna e esterna, selezionato dalla Compagnia di San Paolo nell'ambito del bando Libero Reload 2018 e presentato dalla Cooperativa Sociale Emmanuele in collaborazione con una rete di Enti e Organizzazioni che lavorano da anni per l'inclusione sociale: il Consorzio C.I.S., la Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri, l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Cuneo, la Casa circondariale di Cuneo, la Casa di Reclusione di Alba e i Comuni di Cuneo e di Bra.
Tra le numerose azioni di progetto, Ri.connessioni tenta di rispondere alla necessità di reinserimento sociale di alcuni detenuti vicini al fine pena, sia accompagnandoli in percorsi individuali di appoggio presso l'alloggio "ponte" dell'associazione Ariaperta, sia sensibilizzando le comunità locali nella costruzione di relazioni sociali, lavorative e abitative che permettano una reale integrazione.
L'incontro pubblico è rivolto all'intera cittadinanza, per favorire l'avvicinamento di nuovi volontari che possano mettere in campo proprie competenze e disponibilità, in particolare per le azioni legate all'alloggio "ponte" di Cuneo. L'alloggio, messo a disposizione dell'associazione Ariaperta dal Comune di Cuneo, ospita persone in misure alternative al carcere al fine di accompagnarli ai servizi del territorio per la ricerca del lavoro, la sistemazione documentale, la ricerca abitativa, e per promuoverne la socializzazione e il ripristino di relazioni familiari.
di Valentina Vitagliano
mbnews.it, 14 febbraio 2020
Con 25 voti favorevoli e un astenuto (il consigliere di Civicamente, Paolo Piffer), il consiglio comunale di Monza ha approvato il documento che sancisce l'arrivo del garante dei detenuti. Una seduta sentita quella di lunedì sera, 10 febbraio, in virtù del delicato argomento quale è appunto il carcere di Monza. La struttura di via S. Quirico, infatti, si trova ormai da tempo a fare i conti con diverse problematiche, prima tra tutte la questione del sovraffollamento.
Ed è proprio da questa premessa che il primo cittadino, Dario Allevi, ha commentato in aula il provvedimento. "Il nostro carcere ha problemi di sovraffollamento come per le altre case circondariali del Paese. - ha affermato il sindaco - Da tempo ci stiamo adoperando affinché la vita al suo interno possa migliorare. Iniziative quali l'orto coltivato dai detenuti, il giornale scritto dagli stessi ospiti, sono solo i primi tasselli messi in campo per avviare un miglioramento nel percorso rieducativo. Ora approviamo questa nuova figura che diverrà un interlocutore in più per preservare i diritti delle persone in stato di detenzione. Il mio pensiero e ringraziamento va soprattutto agli agenti di polizia penitenziaria e tutti coloro che vivono il carcere per svolgere il proprio lavoro".
Il Garante dovrà vegliare sulle condizioni di vita dei detenuti, sull'eventuale soppressione dei diritti individuali, sul rispetto della Costituzione in merito alla pena inflitta, che non dovrà essere addittivata con altre spiacevoli situazioni. Il Garante dovrà coordinarsi con l'istituzione carceraria per trovare il modo che i detenuti possano imparare mestieri o comunque poterli praticare, in un'ottica di vera rieducazione sociale, così da trasformare questi concittadini in vere e proprie risorse per la nostra comunità.
Il documento, che ha accolto il parere favorevole dell'aula, ha comunque suscitato alcune polemiche. A manifestare le sue perplessità è stato il capogruppo di Civicamente, Paolo Piffer: "Peggio di non fare nulla c'è solo approvare documenti ipocriti e inefficaci. L'avevano già fatto con il regolamento della polizia, prima ancora c'è stato il bluff contro il gioco d'azzardo, stasera hanno replicato con l'istituzione del garante dei detenuti . È sempre tutto solo di facciata. Non si percepisce mai davvero l'intenzione di voler affrontare il problema in modo radicale. Non potevo rendermi complice di questa cosa, non potevo votare a favore. La questione Carcere è una cosa seria. Ci sono ragazzi che si sono tolti la vita, l'ultimo pochi giorni fa. Ci sono Agenti, medici, educatori e volontari costretti a lavorare in condizioni pietose. Mi sono permesso di proporre l'istituzione di una commissione straordinaria perché è evidente che molte cose non vanno e che è doveroso provare a capirci di più. Niente, bocciata. Secondo il Sindaco e molti consiglieri non è necessaria. E come se non bastasse oggi è successa una cosa straordinaria, il consiglio comunale ha votato contro se stesso. Praticamente per paura di "disturbare" il primo cittadino, i consiglieri di maggioranza (tranne Canesi e Capra) hanno votato contro la proposta di far partecipare il Consiglio nella scelta della figura del Garante, modalità tra l'altro già presente in molti altri comuni. Niente. Davvero ogni tanto mi chiedo come si possa fare politica in questo modo".
comune.trani.bt.it, 14 febbraio 2020
Dopo Lecce (unico in Puglia al momento) anche il Comune di Trani eleggerà il garante dei diritti delle persone private della libertà personale. L'individuazione del profilo idoneo a ricoprire questo ruolo avverrà mediante indizione di avviso pubblico, nel rispetto della tipologia di persone che possono ricoprire tale funzione (persone competenti ed esperte nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, dell'amministrazione penitenziaria e con conoscenza, documentata, della realtà carceraria).
La presentazione dell'avviso pubblico con la partecipazione del garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della liberta personale, Pietro Rossi, è in programma giovedì 20 febbraio alle ore 10 presso la casa di reclusione femminile di Trani (piazza Plebiscito).
La scelta di questo luogo dalla forte valenza simbolica, è stata determinata dalla volontà di questa amministrazione di sensibilizzare la comunità locale sul tema della umanizzazione e della finalità rieducativa della pena. Parteciperanno, con il garante regionale Rossi, il sindaco, Amedeo Bottaro, il presidente del Consiglio comunale, Fabrizio Ferrante, l'assessore alle culture, Felice di Lernia, l'assessore al patrimonio, Cherubina Palmieri, ed il direttore degli Istituti penali di Trani, Giuseppe Altomare.
di Nicola Astolfi
Il Gazzettino, 14 febbraio 2020
Le notizie delle ultime ore danno quasi per certo il trasferimento del carcere minorile di Treviso nell'ex casa circondariale di via Verdi e, di conseguenza, l'addio del tribunale di Rovigo dall'attuale sede. Ma non tutti la pensano così e il presidente dell'Associazione nazionale forense Lorenzo Pavanello sostiene, secondo i dati dei tecnici interpellati dall'Associazione e dall'Ordine provinciale degli avvocati, che l'ex carcere in centro storico abbia abbastanza spazio per ospitare sia il carcere minorile sia l'allargamento urgente e indifferibile del tribunale, secondo le parole del presidente Angelo Risi, ricordate ieri da Pavanello nel suo intervento al workshop Tribunale in centro, sì! Perché?.
Il coordinamento provinciale di Forza Italia ha organizzato l'evento nel tardo pomeriggio in sala consiliare a palazzo Celio: hanno partecipato più avvocati e rappresentanti delle amministrazioni e della politica locale che commercianti a un'iniziativa pensata per avviare "un lavoro collettivo, che coinvolgerà tutte le realtà interessate dal rischio dello spostamento del tribunale di Rovigo dal centro", ha spiegato il commissario vicario di Forza Italia in Polesine Andrea Bimbatti, aggiungendo: "Da Gaffeo arrivano parole contraddittorie: il sindaco dice che le cose sono compromesse per evitare il trasferimento, ma che c'è ancora margine per fermare l'arrivo del carcere minorile". Bimbatti ha poi riferito che fonti a 5 stelle a diretto contatto con i rappresentanti di governo, hanno confermato ieri l'arrivo del carcere minorile.
Per le associazioni economiche locali sono intervenuti il presidente di Confesercenti Vittorio Ceccato e il presidente di Federmoda Giulio Pellegrini, in rappresentanza di Confcommercio. Ceccato ha ribadito il no di Confesercenti all'addio del tribunale dal centro, perché lascerebbe un ulteriore vuoto urbano in un tessuto già "impoverito da scelte urbanistiche che hanno fatto perdere a Rovigo la sua centralità". E poi, è solo dell'altro ieri la prima riunione della cabina di regia del Distretto del commercio di Rovigo: così, quale situazione gestirebbe il neo manager del distretto, Giacomo Pessa, senza tribunale in centro?
"Se spostiamo i servizi fuori dal centro storico - ha aggiunto Giulio Pellegrini - l'economia se ne va con loro". Nonostante le notizie da Roma, s'è detto ieri che restano margini di trattativa perché il carcere minorile non arrivi nell'ex casa circondariale di via Verdi. L'ha detto l'avvocato Pavanello, spiegando che sul progetto di trasferire il carcere trevigiano a Rovigo, "alla gara iniziale di progettazione esecutiva è seguita una gara di verifica progettuale, ma poi nessuna gara di inizio lavori". Inoltre, Pavanello ha aggiunto che sulla scorta delle consulenze tecniche richieste dalla locale Associazione nazionale forense, in accordo con l'Ordine provinciale degli avvocati, si può pensare che anche con il trasferimento del carcere minorile in via Verdi vi si possa realizzare comunque l'allargamento del tribunale.
L'opzione Maddalena, invece, "è quasi impossibile dal punto di vista tecnico", perché i lavori necessari a trasferirvi il tribunale durerebbero dai 7 ai 10 anni, spendendo 15 milioni di euro e senza avere gli spazi per i parcheggi, a meno di non abbattere alberi del parco secolare. Le alternative sono, piuttosto, gli immobili dell'ex liceo classico Celio e dell'ex Questura, oppure l'edificio che ospitava la Banca d'Italia, ma che da solo non basterebbe per i 10 mila metri quadrati al coperto necessari al tribunale. Per l'avvocato Pavanello, "gli atti amministrativi si possono negoziare. E se si è fermata una Tav, tutto è possibile. Dipende dal negoziatore".L'ipotesi Maddalena dunque è da scartare, e la soluzione di allargare il tribunale all'ex carcere non è ancora tramontata.
La Repubblica, 14 febbraio 2020
Il rapporto di Human Rights Watch. "La retorica umanitaria non giustifica il continuo appoggio alla Guardia Costiera. L'Italia sa che le persone intercettate in mare subiranno abusi". Parole dure e inequivocabili rivolte al governo italiano da Human Rights Watch in relazione alla condizione degradante e rischiosa delle decine di migliaia di migranti catturati in mare dalla Guardia Costiera Libica e trattenuti nei cosiddetti "centri di accoglienza" che però altro non sono che delle galere sovraffollate e luoghi di abusi di ogn sorta.
Il governo italiano, dunque, secondo l'appello che scaturisce dal rapporto di Human Rights Watch, dovrebbe sospendere ogni sostegno alla Guardia Costiera Libica fino a quando la Libia non si impegnerà per un piano chiaro capace di garantire il pieno rispetto della sicurezza e dei diritti dei migranti.
"La complicità italiana". Il piano dovrebbe includere la chiusura dei centri di detenzione per migranti e, in particolare, la garanzia di proteggerli contro la detenzione arbitraria e i trattamenti inumani e degradanti. "L'Italia non può giustificare la sua complicità nella sofferenza dei migranti e dei rifugiati che cadono nelle mani della Guardia Costiera Libica", ha detto Judith Sunderland, direttrice associata della divisione Europa e Asia Centrale di Human Rights Watch. "La retorica umanitaria non giustifica il continuo sostegno alla Guardia Costiera, dal momento che l'Italia sa che le persone intercettate in mare torneranno ad essere detenute arbitrariamente e a subire abusi".
La proposta di modifica della Farnesina. Il 9 febbraio 2020 il Ministero degli Esteri italiano ha annunciato di aver inviato a Tripoli la proposta di modifica del Memorandum d'intesa del 2017 che delinea il quadro della cooperazione in materia di controllo delle frontiere tra i due paesi. La dichiarazione si limita a dire che le modifiche sono finalizzate ad aumentare la protezione per i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in Libia, e a richiedere il rafforzamento delle attività dell'agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'UNHCR, e dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, OIM. Il 30 gennaio il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha riferito al Parlamento che l'Italia sosterrà la chiusura dei centri di detenzione e l'apertura di strutture sotto l'egida dell'ONU, oltre a incoraggiare un maggior numero di rimpatri volontari dalla Libia verso i paesi di origine.
In 3 anni 40.000 migranti nelle galere libiche. Il supporto materiale e tecnico dell'Italia ha permesso alla Guardia Costiera Libica, sotto il riconoscimento del Governo di Accordo Nazionale (GNA) dell'ONU, di intercettare migliaia di persone in mare. La Guardia Costiera Libica ha poi riportato le persone in condizioni di detenzione arbitraria e a durata indeterminata in strutture in cui sono esposte a un alto rischio di sfruttamento e di atti di violenza, tra cui lo stupro. Il Memorandum d'intesa è stato rinnovato automaticamente per altri tre anni il 2 febbraio. Secondo i dati dell'UNHCR, quasi 40.000 persone sono state intercettate e riportate in Libia da quando il Memorandum è stato firmato tre anni fa.
L'UNHCR costretta a chiudere un centro di accoglienza. Il 30 gennaio, l'UNHCR ha annunciato di essere stato costretto a chiudere il suo Centro di accoglienza e di partenza a Tripoli, a causa delle preoccupazioni per la sicurezza legate alle ostilità in corso nella capitale. Il centro era stato progettato per ospitare persone in lista per l'evacuazione e il reinsediamento in Europa e altrove, tuttavia ha ospitato altre centinaia di persone fuggite o rilasciate dai centri di detenzione ufficiali dallo scoppio del conflitto, intorno a Tripoli, nell'aprile 2019. Secondo le stime dell'UNHCR, alla fine di dicembre, circa 4.000 persone erano rinchiuse nei centri di detenzione ufficiali, ai quali le organizzazioni umanitarie e le agenzie dell'ONU hanno accesso solo sporadicamente.
Le prove del sostegno italiano. Nel gennaio 2019, Human Rights Watch ha pubblicato le prove che il sostegno dell'Italia e di altri Stati membri dell'Unione Europea a favore dell'assistenza umanitaria ai migranti detenuti e ai richiedenti asilo, e dei programmi di evacuazione e rimpatrio, ha fatto ben poco per affrontare i problemi sistematici della detenzione e dei maltrattamenti dei migranti in Libia. In un rapporto di metà gennaio sulle attività della Missione di sostegno dell'ONU in Libia (UNSMIL), il segretario generale dell'ONU ha ribadito che la Libia non è un porto sicuro e ha esortato tutti i paesi membri a "rivedere le politiche che sostengono il ritorno dei rifugiati e dei migranti". La Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa ha invitato l'Italia a "sospendere urgentemente" la cooperazione con la Guardia Costiera libica "fino a quando non ci saranno chiare garanzie sul rispetto dei diritti umani".
In Libia si è esposti a gravi rischi di abusi. La cooperazione con la Guardia Costiera Libica dovrebbe avvenire solo se necessario per ottemperare all'obbligo, secondo il diritto internazionale del mare, di coordinare la risposta in caso di situazioni di emergenza in mare, ha detto Human Rights Watch. In questi casi dovrebbe essere fatto ogni sforzo per assicurare lo sbarco al di fuori della Libia, finché questo paese rimane un luogo in cui i migranti sono sottoposti a una detenzione arbitraria a durata indeterminata e dove sono esposti a un grave rischio di abusi. "L'Italia torni ad essere leader nei salvataggi in mare". "Invece di ritoccare il Memorandum d'intesa", ha detto Sunderland, "le autorità italiane dovrebbero insistere sulla chiusura dei centri di detenzione, indirizzare le proprie risorse a sostegno di alternative sicure alla detenzione, aumentare le evacuazioni dalla Libia, comprese quelle verso l'Italia, e riprendere un ruolo di leadership nel salvare vite umane in mare".










