di Giovanni Tizian
L'Espresso, 16 febbraio 2020
Una rete suprematista internazionale diffusa dagli Usa all'Europa e ramificata anche in Italia. Che su Telegram e altri canali incita a colpire ebrei e immigrati. Con aggressioni, minacce e svastiche sulle case. "Il tempo che perdi non è sprecato. Perché in quel tempo potevi uccidere un ebreo". "Cerchiamo terroristi e soldati".
"Combatti. Fino all'ultimo respiro, perché alla fine cosa ci rimane da fare?". Caccia a ebrei, immigrati, omosessuali. Ragazzini disposti a passare all'azione militare, fomentati da nuovi ideologi della razza bianca. Un fiume carsico gonfio di odio. Che scorre su chat riservate di Telegram, l'applicazione di messaggistica per cellulari considerata più sicura di whatsapp.
Prosegue la sua corsa su VKontakte, il social network russo diventato il buen retiro degli fondamentalisti ariani banditi da Facebook. Si nutre dell'anonimato garantito dai forum di discussione fondati con un preciso scopo: adescare nuovi adepti, indottrinarli, prepararli alla battaglia finale della rivoluzione nazionalsocialista. Camere oscure zeppe di insulti omofobi, antisemiti, xenofobi. Stanze virtuali dove la spinta a praticare la violenza è quotidiana. Popolate di ideologi che con i loro scritti definiscono i contorni del nazifascismo 4.0, che non riunisce le proprie truppe nei circoli e va oltre la creazione di un sito o di una pagina social.
Cresce, piuttosto, nel segreto dei forum o delle chat. Si alimenta di sermoni impregnati dell'ideologia suprematista. Il ritorno al concetto della razza ariana, da preservare dalle contaminazioni di "giudei" e "negri". Atomwaffen Division è un gruppo di suprematisti che negli Usa è considerato eversivo. E che ha fatto proseliti anche in Europa e guarda all'Italia. Nel video, pubblicato nelle chat nel giugno del 2019, la minaccia della divisione tedesca: "Siamo pronti all'ultima e lunga battaglia"
Insomma, null'altro che la teoria che ha ispirato i nazi-terroristi degli ultimi dieci anni: dal norvegese Anders Breivik al più recente Brenton Tarrant, il 28enne australiano autore il 13 marzo 2019 della strage in Nuova Zelanda che ha provocato 50 morti tra i musulmani, senza dimenticare l'italiano Luca Traini, che a Macerata ha ferito sei migranti e ha esibito il saluto romano quando i carabinieri lo hanno arrestato.
Una spirale di violenza che non sembra sopita. Anzi, negli ultimi tempi è sospinta dal vento nazionalista. Legittimata da leader politici che hanno messo in cima alla lista nera dei veri patrioti i migranti, che inneggiano alla tradizione. E poi ci sono altri che non rinnegano il passato fascista, quello trascorso insieme agli ultras nazisti. La manovalanza che si muove nell'ombra non teme più la condanna della destra istituzionale. Il clima politico e sociale si è fatto corrosivo, si cercano casa per casa gli stranieri per scacciarli dalla casa popolare occupata per diritto. Si dileggiano gli ultimi, la società raccoglie i cocci della guerra tra poveri, bacini di consenso dei nazionalisti.
Ecco che non devono sorprendere le intimidazioni mirate di questo primo mese e mezzo del 2020. Le ultime due a Pomezia, provincia di Latina, il 12 febbraio scorso: "Anna Frank brucia", vergato con una bomboletta spray sul muro dell'istituto superiore Ipsia dove quel giorno era atteso Gabriele Sonnino, memoria della Shoah; in una seconda scuola della città, il Liceo Pascal (dove si era svolto un incontro sulla memoria), gli studenti hanno trovato sull'asfalto, all'entrata dell'edificio, la frase "Calpesta l'ebreo", accompagnata da una croce celtica e una stella di David. Un'escalation che ha prodotto in Italia una sequenza di azioni dimostrative nei confronti di obiettivi strategici per i seguaci di Hitler.
Le svastiche, le ingiurie antisemite e le scritte "qui abita un ebreo", apparse nei giorni precedenti e successivi alla giornate del ricordo delle vittime della Shoah, hanno preso di mira case vissute da chi ha collegamenti familiari con i deportati nei campi di concentramento o con la lotta partigiana. Testimoni, insomma, di un'epoca che sembrava chiusa per sempre. Eppure questi segnali, insieme alla crescente marea nera virtuale, ci confermano che non è così. Sono episodi da non sottovalutare, spiegano all'Espresso gli esperti dell'antiterrorismo. Così come destano allarme gli arsenali ritrovati nei mesi scorsi dalla polizia di Stato a disposizioni di neofascisti italiani, in collegamento con il network europeo dei suprematisti.
La saldatura tra "ideologia estrema e l'utilizzo di internet quale strumento di veicolazione e propaganda" è estremamente pericoloso, rivelano i carabinieri del Ros in alcune recenti analisi sul fenomeno suprematista. I detective dell'antiterrorismo del Ros osservano i movimenti della galassia nera con attenzione. Hanno firmato importanti inchieste come quella denominata "Banglatour" (il processo è iniziato a gennaio) sui alcuni militanti neofascisti di Forza Nuova nella quale erano emerse aggressioni a cittadini bengalesi. O come l'indagine "Aquila Nera" sul movimento Avanguardia Ordinovista, che aveva l'obiettivo eversivo di colpire le istituzioni. Senza dimenticare l'operazione sui mercenari italiani neofascisti andati a combattere in Donbass con i separatisti filorussi: per alcuni di loro sono arrivate le prime condanne, mentre in tre sono ancora latitanti protetti dalla rete internazionale che li ha portati fin lì.
E quella su "Azione Europea", che come emerso dall'indagine del Ros, è un enclave in Trentino-Alto Adige di fanatici hitleriani che sognavano la restaurazione del Terzo Reich e la soppressione della democrazia parlamentare. Adesso, tuttavia, le attenzioni sono rivolte a un fenomeno nuovo: l'atomizzazione della militanza, più fluida e meno irregimentata in regole di partiti o movimenti. Il che vuol dire meno prevedibilità e luoghi di ritrovo quasi sempre virtuali. Un po' come per l'Isis che ha colpito spesso in Europa avvalendosi di soldati radicalizzati sul web oltreché nelle carceri. Lupi solitari, appunto. Termine che ritorna nei rapporti delle polizie europee e del Ros sul pericolo suprematista.
L'ideologo della guerriglia solitaria ha un nome: James Mason, 67 anni, americano dell'Ohio. La sua raccolta di scritti, "Siege", è diventato un testo di riferimento nei discepoli moderni del nazi-fascismo. Mason è stato negli anni '80 l'ideologo del suprematismo bianco. E neppure lui, duro e puro della rivoluzione ariana, mai si sarebbe aspettato che potesse tornare in auge nel 2020. Finché un gruppetto di giovani non l'ha pescato dall'oblio in cui era caduto. Le teorie di Mason, hitleriano di ferro e ammiratore del serial killer Charles Manson, sono state il concime ideologico sul quale è germogliata la "Atomwaffen Division", la divisione delle armi nucleari. Un gruppo paramilitare, considerato dalle autorità americane una formazione terroristica.
Tanto che alcuni dei suoi membri, molti giovanissimi, sono sospettati di aver commesso omicidi a sfondo razziale. "AtomWaffen" è nato sul web nel 2015 sulle pagine del forum "Iron March". Chiuso nel 2017 dagli stessi fondatori - tra cui un russo dal profilo misterioso - contava oltre 2 mila membri. La banda nera della "Atomwaffen" resta però alla costante ricerca di nuovi adepti, meglio se giovanissimi. "Unisciti ai nazisti locali" è il claim dell'organizzazione comparso in alcuni college americani. Ci sono poi i militanti più esperti, chi con un passato nell'esercito, altri ancora in servizio.
Con la chiusura di Iron March, l'attività di proselitismo è proseguita e oggi esistono due canali Telegram, entrambi non pubblici. L'8 giugno scorso è stato pubblicato l'annuncio della nascita della sezione tedesca del gruppo: il video si apre con un militante che indossa la maschera raffigurante un teschio, il cappuccio in testa, alle sue spalle fa da sfondo una svastica nera su sfondo bianco; è armato, carica una pistola e avverte che il battaglione è pronto "per l'ultima e decisiva battaglia". In un video successivo, sempre su Telegram, un altro militante in mimetica si allena con un fucile da guerra in un luogo non identificato. Gente pericolosa, insomma. Che ha valicato i confini statunitensi per approdare con proprie cellule in Europa. L'Fbi l'ha messa nel mirino da tempo, ritenendola tra le minacce più serie nell'ultimo periodo.
Un militante di Atomwaffen Division è un gruppo di suprematisti che negli Usa è considerato eversivo. E che ha fatto proseliti anche in Europa e guarda all'Italia.
Del resto tutto il fenomeno del suprematismo è una priorità in questo momento per i detective americani. Lo ha spiegato Christopher Wray, il direttore dell'Fbi, in commissione giustizia della Camera: la violenza politica di estrema destra, motivata dall'odio razziale, è una "minaccia prioritaria per la sicurezza nazionale". Pericolosa, ha sottolineato Wray, quanto l'Isis. E Atomwaffen è una formazione liquida, post gerarchica, dove l'emulazione è il fine della violenza stessa. Lupi solitari del nazismo, che assomigliano per metodo a quelli dell'Isis, capaci di paralizzare l'Europa con il terrore.
Pericolosità, del resto, che emerge dai dati hackerati a novembre 2019 dal forum Iron March. La fuga di notizie riconduce all'Italia. Una decina di profili fanno riferimento al nostro Paese. Gli italiani sono stati localizzati tra Napoli, Roma, Torino, Milano, Firenze. Hanno quasi tutti nomi di fantasia. Di certo su Iron March avevano trovato un luogo sicuro dove radicalizzarsi. Scorrendo le discussioni del forum troviamo continui riferimenti al nazismo, alle figure del fascismo combattente, a Mussolini. E soprattutto prevalgono le liturgie xenofobe e antisemite. Con più di qualche riferimento all'acquisto armi da guerra.
È il caso di due utenti che contrattano l'acquisto di fucili d'assalto e pistole: un francese chiede il prezzo di un Kalashnikov Ak47 a un camerata serbo, il costo di mille euro, è ritenuto eccessivo per l'acquirente, che spiega come "in Francia lo pagherebbe 600-700 euro e che conviene quindi comprarlo in patria così da evitare dogane e frontiere". C'è un altro utente, invece, sempre europeo, che "diffida degli intellettuali" e crede che l'unica cosa di cui aver paura sono "i colpi dell'Ak47 nella guerra razziale".
I messaggi, analizzati dall'Espresso, si fermano al 2017. I riferimenti al nostro Paese non mancano: "La situazione dell'immigrazione in Italia è disgustosa. Un governo tecnocratico non eletto prende letteralmente le persone dai barconi e li porta in Italia... Quando dovrebbero affondarli tutti fuori da Lampedusa. Quest'anno hanno già "salvato" oltre 60.000. Matteo Renzi e tutti i suoi servi devono essere sparati e gettati nel Mediterraneo. Le persone ne sono stufe, indipendentemente dalla loro politica, c'è il 40 per cento di disoccupazione giovanile. Ora l'Ue sta costringendo altre nazioni dell'euro ad assumersi alcuni degli oneri italiani. È davvero la prima linea dell'Europa e dove inizierà la rivoluzione".
Iron March non è un sito di partito. È una galassia che aggrega schegge neonaziste sparse per il mondo. Diventato in poco tempo il riferimento culturale di altri spazi virtuali dove la violenza verbale si mescola a progetti di azioni militari sul territorio. Anche in Italia è diventato un modello. Per esempio su Telegram, confusi tra milioni di dati e utenti, si sono moltiplicati i gruppi nazisti e suprematisti. Alcuni accessibili da chiunque, altri vietati agli intrusi.
"Il suono del nazionalsocialismo", "Sole Nero", "Fascio littorio", "Hyperborean worldview", "Fascismo V2-Lgbt shit", "Avanguardia nazionalsocialista", "Meridiano Zero". Queste sigle sono solo la punta dell'iceberg nero che emerge da Telegram. Una platea di migliaia di utenti. Quelle più seguite e create in Italia ne raccolgono quasi 2mila. Poi ci sono quelle internazionali, a cui partecipano camerati di tutto il globo. L'Espresso ne ha scoperte diverse. C'è la chat "Sole Nero", 475 iscritti, in cui è forte il misticismo nazista: ritratti del Fuhrer, illustrazioni di svastiche che sorgono da dietro le montagne, un'iconografia che ricorda il signore degli anelli di Tolkien. Qui alcuni degli iscritti pubblicano veri e propri manifesti della guerra razziale.
Tra queste conversazioni, L'Espresso ha rintracciato un breve testo dal titolo evocativo "L'Apocalisse" pubblicato il 3 dicembre 2019: "Create terrore, create panico, create l'Apocalisse. Coloro che sopravviveranno al collasso, alla furia dei guerrieri del sole nero, potranno ricostruire un mondo nuovo. Cosa aspettate? Fategli assaggiare le radiazioni, fateli bruciare, fateli soffrire e pentire di tutto ciò che hanno fatto. È tempo di eliminare, di purificare". Lo stesso autore ha pubblicato su Telegram anche un ebook dal titolo "Il Vento bloccato", il manifesto della rivoluzione nazionalsocialista: "Camerati è tempo di imbracciare le armi e combattere contro il vero nemico.
Questo manifesto è una chiamata alle armi. Combattere fino all'ultimo respiro. Non abbiate pietà. Sieg heil!" Il testo è scaricabile dal canale Telegram "Meridiano Zero", che conta 640 iscritti. Su Meridiano Zero troviamo centinaia di post e pubblicazioni sul negazionismo dell'olocausto. Non ingiurie antisemite vaghe, ma una precisa campagna ideologica: "Il mito dello sterminio ebraico", è il titolo di un testo pubblicato sul canale; "La frode del diario di Anna Frank", si legge in un altro post; e, poi, ancora, "Il diario di Anna Frank, guida a una lettura critica... noi, come tutti gli storici revisionisti, siamo convinti della non autenticità del diario di Anna Frank e cercheremo di dimostrare che esso non è stato altro che uni strumento nelle mani dei sostenitori dell'olocausto".
Nell'elenco di canali nazifascisti su Telegram troviamo "FascismoV2-Lgbt Shit". In questa chat un piccolo gruppo di iscritti vomita minacce contro gay, neri ed ebrei: "Lo voglio fare davvero!, lo farò al prossimo gay pride nella mia città", si legge nei commenti a corredo della foto della bandiera arcobaleno che brucia. L'elenco dei canali è lungo. Tra questi c'è "Il suono del nazionalsocialismo", 220 membri, dove il tema più dibattuto è lo strapotere finanziario dei "giudei". E il canale "Avanguardia nazionalsocialista": ad accoglierci una foto di un campo di concentramento, a fianco una bimba cartone animato dai capelli fucsia, che esclama in inglese: "Nel tuo cuore sai che se lo sono meritato".
Alcuni suprematisti italiani oltreché su Telegram sono approdati sul social network russo VKontakte, isola felice di neonazisti banditi da Facebook. Qui troviamo profili antisemiti che si richiamo al fascismo: Ordine Ario Romano e Lictorii signo. I video pubblicati mostrano il nemico da combattere: gli ebrei. In uno di questi compare una donna intervistata mentre parla dell'antisemitismo, sulla sua fronte compare una stella gialla che la marchia come "Jude". Dalle parole ai fatti, il confine è sottile. Come accaduto con le scritte razziali apparse con una meccanica inquietante nell'ultimo mese, a ridosso della giornata della memoria per le vittime della Shoah.
L'offensiva ideologica lanciata nei circuiti social sembra, dunque, aver trovato terreno fertile nella realtà. Dall'inizio dell'anno, infatti, si sono ripetuti gli attacchi a bersagli precisi. Il 13 gennaio a Torino, una svastica sulla porta dell'abitazione di una artigiana quarantaquattrenne di Torino. Il 24 gennaio a Mondovì, provincia di Cuneo, la scritta antisemita "Juden hier"(qui abita un ebreo) e una stella di David disegnata sulla porta di casa del figlio di una staffetta partigiana deportata nel 1944 nel campo femminile di Ravensbruck. Il 27 gennaio, sempre in Piemonte, una nuova minaccia, "Crepa sporca ebrea", sul pianerottolo dell'appartamento della figlia, di origine ebraica, di una staffetta del Partito d'Azione attiva a Torino nei primi anni '40. Il 30 gennaio, gli adesivi con il saluto nazista "Sieg heil" e alcuni simboli delle "SS" tedesche incollati sul citofono dell'abitazione di una donna iscritta all'Anpi(figlia di un partigiano). E poi altri episodi simili, verificatisi nelle settimane precedenti, senza però che le vittime denunciassero il fatto.
Un gennaio nero, insomma. Non solo a Torino e in Piemonte. Negli stessi giorni a Rezzato, provincia di Brescia, è stato distrutto un bar di proprietà di una cittadina italiana di origini marocchine. Sul pavimento il marchio di fabbrica del blitz: una svastica e la scritta "negra". Di certo, come spiega a L'Espresso il comandante del Ros Pasquale Angelosanto, ad allarmare è la scelta degli obiettivi da colpire.
Non sono scritte su muri scelti a caso o su panchine dei parchi pubblici delle città. Ma prendono di mira persone che hanno legami familiari con chi in qualche modo è stato testimone dell'olocausto o della lotta partigiana. C'è, quindi, uno studio del territorio, l'anamnesi della storia familiare dei target da colpire. Il frasario è quello che ancora oggi, mentre scriviamo, circola liberamente sulle chat di Telegram, nei profili social di Vkontakte e nei forum d'area radicale. Proclami che potrebbero aver trovato nuove reclute pronte all'azione.
Anche per emulare i "lupi" suprematisti che hanno già imbracciato i fucili: dal nazista norvegese Anders Breivik al leghista Luca Traini fino a Stephen Balliet, l'ultimo in ordine di tempo, che in Germania ha ucciso due persone vicino a una Sinagoga nel giorno della celebrazione ebraica dello Yom Kippur.
Balliet, aveva postato un documento nel quale preannunciava l'attacco al luogo di culto, mostrando le armi e lanciando il proclama del guardiano della razza :"Gli stati hanno l'obiettivo di uccidere il maggior numero di possibile di anti-bianchi, meglio se ebrei". Un lessico che ritroviamo spesso nelle chat e nei forum analizzati da L'Espresso. I luoghi di ritrovo virtuale dei miliziani ariani. Dove l'indottrinamento può tramutare in miscela esplosiva il rancore e la solitudine delle giovani leve.
di Nicola Astolfi
Il Gazzettino, 16 febbraio 2020
"Non è la città adatta ad avere anche un carcere minorile. E la soluzione di trasferirvi quello di Treviso è sbagliata, perché anche l'ex casa circondariale di via Verdi è un carcere per adulti: se la sezione minorile là è incompatibile con gli spazi di un carcere per adulti, perché allora dovrebbe esserlo a Rovigo?".
Gli ex consiglieri comunali Livio Ferrari, Francesco Gennaro e Ivaldo Vernelli sono intervenuti sulla questione con un incontro all'hotel Regina Margherita, per chiedere al Comune di attivarsi con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria affinché sia reso noto qual è l'impegno economico che ha già assunto per trasferire in via Verdi il carcere minorile di Treviso e per sapere le eventuali penali in caso di stop al progetto.
Per fermare il quale, tuttavia, poco è stato fatto: la notizia del trasferimento è del 2016 "ed ero stato il primo a portarla in consiglio comunale", ha ricordato Ferrari. La gara di progettazione è stata aggiudicata nel novembre 2018 per un importo di poco inferiore a 722mila euro.
"La sezione minorile di Treviso può ospitare 17-18 persone ed è uno dei 18 istituti che in Italia - ha aggiunto Ferrari - sono una soluzione residuale alle misure alternative o di comunità. E poi a Treviso e Rovigo ci sono le stesse condizioni strutturali, quindi non serve a nulla. Anzi, non sappiamo se Rovigo riuscirà ad attrezzarsi per fare una comunità esterna di associazioni, imprese e cooperative che possano diventare la motivazione per i giovani in carcere a costruirsi un progetto, una volta finita la detenzione".
Quello che si sa è che "prima di chiudere la casa circondariale di via Verdi, la sezione minorile era stata sistemata: contiene una quindicina di celle ed è a ridosso del Tribunale".
Oltre alla rete di comunità per il reinserimento sociale dei giovani detenuti, l'eventuale carcere minorile a Rovigo richiede nuovi spazi, in particolare aree verdi. Per Ivaldo Vernelli,è evidente l'errore di programmazione da parte del Comune. E risale alle amministrazioni Baratella e Avezzù: "Perché non è stata fatta una variazione della destinazione urbanistica per restituire alla città uno spazio centrale, quando già si era deciso di costruire il nuovo carcere?", ha chiesto. E secondo Francesco Gennaro "le responsabilità dell'ex sindaco Bergamin per non aver fatto il necessario a fermare il progetto, sono evidenti e irrevocabili".
Così, sostiene con Vernelli l'auspicio che il leghismo locale prenda esempio da quello trevigiano nell'opposizione al carcere e possa appoggiare una mozione unitaria che trovi in consiglio comunale "un escamotage" per fermare il progetto che dagli ambienti ministeriali, tuttavia, si dà per certo a Rovigo. Ferrari ha rivelato che nel 2002 c'era stato per il carcere minorile di Treviso il progetto di una nuova collocazione a dieci chilometri da quella attuale, ma trovò molte resistenze, e saltò.
di Andrea Busia
L'Unione Sarda, 16 febbraio 2020
Aveva 39 anni ed era sarda la detenuta che si è tolta la vita nel penitenziario di Bancali. Le agenti della Polizia Penitenziaria hanno fatto di tutto per salvarla, ma quando sono entrate nella cella era già troppo tardi. La detenuta si è impiccata, questo emerge dalle indagini interne avviate dopo la tragedia. Giuliana Contini stava scontando la pena per una serie di furti e nei giorni scorsi aveva avuto la notizia della liberazione anticipata, sarebbe uscita dal carcere sassarese a maggio.
Stando agli accertamenti in corso, la sua condizione, almeno in questo momento, non era tale da rendere necessaria una sorveglianza più stretta. Ma questo sarà accertato dalle indagini interne. Nel reparto femminile di Bancali ci sono una quindicina di detenute, seguite dalle poliziotte penitenziarie. Il clima non è quello di tensione della sezione maschile, anche se le problematiche delle persone detenute sono gravi, si parla soprattutto di tossicodipendenza. Nell'istituto, privo di un direttore e di un comandante della Polizia penitenziaria in pianta stabile, ci sono soltanto uno psicologo e due psichiatri per oltre 400 detenuti.
La notizia del suicidio di ieri è stata data dal segretario del sindacato Osapp, Domenico Nicotra, che da tempo denuncia la situazione del penitenziario sassarese. Anche la sigla sindacale Sappe, tramite il delegato Antonio Cannas, ieri era intervenuta sulle aggressioni ai danni degli agenti. Il garante dei detenuti del Comune di Sassari, Antonello Unida, ha commentato così la tragedia: "Una bruttissima triste notizia, una mia sconfitta, una sconfitta per la società intera. Un suicidio è sempre una brutta sconfitta e quando avviene all'interno di una struttura penitenziaria è di tutti noi. È successo nella sezione femminile, è un bruttissimo colpo".
di Alberto Custodero
La Repubblica, 16 febbraio 2020
Sulla prescrizione si sta giocando uno scontro politico che ha generato, come ha detto il coordinatore di Italia viva Ettore Rosato, una "crisetta" di governo. La crisi non la vuole nessuno, ma i partiti che reggono il Conte bis sono al momento spaccati: da una parte Pd-M5S-Leu, dall'altra Italia viva. Fra questi due schieramenti è in corso da tempo un braccio di ferro con un reciprroco scambio di accuse su questo delicato tema della giustizia far cadere il governo.
di Paolo Franchi
Corriere della Sera, 16 febbraio 2020
L'idea puramente vendicativa della pena era diffusa anche in passato. Ma allora era contrastata da uomini, tradizioni e culture radicate nel Paese. "Hanno fatto il percorso rieducativo previsto dall'articolo 27 della Costituzione, e ritengo che mio padre come Aldo Moro, che hanno dato la vita per la Costituzione e lo Stato di diritto, non possano che rallegrarsi di ciò".
di Alessandro Giuli
Libero, 16 febbraio 2020
La deputata simbolo della lotta alla violenza sulle donne: "Da quando mi occupo di prescrizione c'è perfino chi esalta il mio sfregiatore".
Lucia Annibali non si spaventa: è una garantista tenace, una donna che conosce il peso della sofferenza privata ma al clamore e agli insulti pubblici reagisce con la forza dell'intelligenza. Non c'è alcun cedimento emotivo nel nostro colloquio sul Lodo che porta il suo nome e che per poco non ha fatto saltare per aria la maggioranza giallorossa: due emendamenti presentati da Italia Viva e votati dal centrodestra, ma bocciati per un pelo, che avrebbero sospeso per un anno la riforma della prescrizione targata Bonafede.
di Federica Venni
La Repubblica, 16 febbraio 2020
A 69 anni e dopo ventuno dietro le sbarre Gianni Marelli anima un'associazione alla Barona che aiuta ex detenuti e migranti. Gianni si è fatto ventuno anni di carcere. E mentre lo racconta davanti ad una classe di ragazzi e ragazze del liceo classico Tito Livio si commuove. "Essere qui con voi è la dimostrazione che non mi sono mai arreso", sorride.
Via Teramo, Barona: in uno spazio al piano terra di un caseggiato popolare di proprietà del Comune messo a bando la scorsa primavera, Giovanni Marelli a 69 anni sta costruendo la sua seconda vita, quella arrivata "dopo l'errore". La prima, nata nella Milano da bere di cui Gianni era uno dei protagonisti per aver lanciato locali alla moda come la Champagneria di via Clerici, finisce con un arresto per concussione nel 1990: pagava alcuni poliziotti amici per ottenere i permessi di soggiorno dei ragazzi cingalesi che lavoravano come camerieri nei suoi locali. "Il mio fu di fatto il primo arresto di "Mani pulite", ricorda.
Da lì, inizia il suo "inferno", un'escalation nera fatta di cocaina e reati contro il patrimonio. Nelle carceri di mezza Italia Gianni prova "a dare un senso al tempo". Inizia il suo "viaggio introspettivo" grazie al quale scrive decine di poesie che gli portano diversi riconoscimenti. Diventa anche pittore, "artista del disagio", ed espone, lavorando insieme con un artista giapponese e un canadese, al Manifesto della Quinta Dimensione.
Dopo vent'anni dietro le sbarre è libero, ma una volta fuori la montagna del riscatto si rivela difficilissima da scalare: le notti nei dormitori della città, la voglia di rimettersi in gioco spesso mortificata da una realtà che inchioda al proprio passato. Finché un paio d'anni fa decide di fondare "Ci sono anch'io", un'associazione di promozione sociale che aiuta ex detenuti, immigrati e persone disagiate a regalarsi un'altra possibilità.
In un anno, tra servizi di catering e piccoli lavori edili l'associazione cresce e si presenta al bando "Spazio Quartiere" con cui Palazzo Marino mette a disposizione a un canone ridotto alcuni locali ai piani terra delle proprie case popolari: Quarto Oggiaro, Chiesa Rossa, Barona. Ed è proprio qui, davanti al civico 10 e al parchetto di via Campari, in fondo a viale Faenza, che per Gianni e la sua associazione arriva la prima vittoria.
Due locali rimessi a nuovo, arredati con panche e un palcoscenico dove si suona musica dal vivo. Dentro queste mura ci sono mille progetti: "Stiamo facendo i salti mortali, ma ora ci mancano i soldi per finire la cucina che sarà il cuore delle attività. La prima cosa che vogliamo realizzare è il "Pollo Volante" per la consegna a domicilio di pollo e patate in tutta la zona 6".
Il girarrosto c'è, alcuni mobili pure, ma mancano un po' di attrezzi per aprire l'attività: "Per raccogliere fondi il 19 febbraio alle 20 organizziamo un'asta di beneficienza con i miei quadri". Gianni, abituato a quei "pochi metri quadri" del carcere che ha tanto descritto nelle poesie ora sogna in grande: "Vorrei un Pollo Volante per ogni municipio di Milano, così potrei dare lavoro a cento persone e vedere realizzato il mio sogno".
Tra le idee ci sono anche uno street food - l'"Hot Dog della Pace, fatto con il pollo così che possano mangiarlo tutti, sia i cristiani che i musulmani" - e un tendone- balera da montare nel parco come polo di aggregazione per il quartiere. Gli studenti del Tito Livio, arrivati qui per un progetto di alternanza scuola-lavoro, lo ascoltano curiosi. Uno di loro chiede: "Perché dipingi tutti questi triangoli, cosa rappresentano?". "Sono la vita", sorride Gianni.
loschermo.it, 16 febbraio 2020
Si è svolto mercoledì 12 febbraio un incontro fra la garante per i detenutI, avvocato Alessandra Severi, il sindaco Alessandro Tambellini, l'assessore al sociale Valeria Giglioli e Pilade Ciadetti presidente della commissione consiliare sociale. Il colloquio è stato l'occasione per presentare al primo cittadino un'iniziativa dedicata al reinserimento degli ex detenuti nel circuito lavorativo. Mercoledì 26 febbraio nel complesso di San Micheletto dalle 15.30 si terrà l'incontro "Carcere e Lavoro".
Fra i relatori saranno presenti i rappresentanti del Comune di Lucca, della Camera penale di Lucca, lo studio legale Tirrito, l'associazione Mestieri Toscana, il Garante dei detenuti di Firenze e l'Ufficio di esecuzione penale esterna della Casa circondariale di Lucca. L'obiettivo della giornata sarà quello di far incontrare le aziende del settore agricolo e alimentare con le persone in misura alternativa o giunte al termine del percorso rieducativo penitenziario. Il focus dell'appuntamento sarà particolarmente incentrato sugli sgravi fiscali per le aziende che intendono assumere queste persone.
di Antonio Pagliano
ilsussidiario.net, 16 febbraio 2020
L'Anac è priva da mesi della sua guida. Ma il governo non è ancora intervenuto. Invece la struttura andrebbe supportata e rafforzata. L'ultima riflessione del nostro ciclo è dedicata alla lotta alla corruzione e alla struttura che nel nostro paese è deputata al preventivo contrasto al fenomeno. Aperta nel 2012 la stagione della prevenzione come necessaria leva di supporto alla repressione affidata alla magistratura, la normativa in tema di anticorruzione ha consentito di varare una particolare autorità indipendente, cui è stato affidato il compito di introdurre, rafforzare, applicare i presidi di prevenzione.
Parliamo dell'Anac, presieduta da Raffaele Cantone fino a pochi mesi fa, quando, prematuramente sulla scadenza prevista, sono giunte le sue dimissioni dall'incarico per la presa d'atto di una sostanziale crescente sfiducia sull'operato da parte dell'allora governo giallo-verde.
Sono stati mesi difficili per l'Anac, attualmente guidata dal professor Francesco Merloni in veste di facente funzioni come consigliere anziano, e sono tempi magri per chi ha creduto nella prevenzione. È un dato di fatto che il governo giallo-verde non abbia creduto, e tanto meno investito, sull'autorità, forse perché la sua primogenitura era marcatamente renziana. Un certo malumore sembra continui a respirarsi nei corridoi dell'agenzia, soprattutto a causa di un emendamento che avrebbe lo scopo di dare sostanza al lavoro dell'Anac anche in questo periodo, ormai decisamente lungo, in cui è priva del suo capo. Ebbene, la cronaca parlamentare racconta che quell'emendamento sia stato dai Cinquestelle prima sventolato, poi, senza spiegazioni, affossato.
Sciatteria, disattenzione o altro? Inevitabile che tornino alla memoria le dichiarazioni formulate dal premier Giuseppe Conte, che ai tempi del suo esordio, nel giugno 2018, aveva rifilato all'Authority di Cantone un giudizio severo, parlando di "risultati deludenti". Poi il Presidente del Consiglio ha fatto un po' retromarcia, ma da allora, nei corridoi dell'Anac, la sensazione di non essere amati a Palazzo Chigi è rimasta. E la sensazione si rafforza adesso, nella fase delicata in cui l'Authority deve continuare a lavorare senza presidente.
Come accennato, in questo periodo l'Anac è diretta dal più anziano tra i consiglieri, Francesco Merloni: un galantuomo, come si diceva una volta, un tecnico, con un corposo curriculum di lavori sui rapporti tra pubblica amministrazione e corruzioni. Allo stato, il professor Merloni dirige l'Anac con pieni poteri, ma unicamente sulla base di un regolamento interno. Per dare solidità al suo operato servirebbe una norma di legge che equiparasse il vicario al presidente effettivo, in particolare per le funzioni che deve svolgere in solitaria: a partire dalla più delicata, il potere di commissariamento degli appalti considerati a rischio corruzione, esercitato, appunto, direttamente dal suo ex presidente oltre 40 volte dall'entrata in servizio di Anac. Inevitabile formulare pensieri tinti. I media hanno dato assai poco spazio a questa vicenda.
Circostanza altrettanto significativa: l'Anac non gode di grande sostegno, non gode di grande simpatia. La sensazione è che il Governo in primis non la ritenga un vanto come invece dovrebbe essere, certo con tutti i limiti di una giovane creatura poggiata su basi non proprio solidissime. Al contrario, quella struttura andrebbe rafforzata, supportata, posta al centro di un progetto di ancor più ampio respiro. Si può dire che la presidenza Cantone, la prima avuta da Anac, sia stata di natura sperimentale. Sarebbe saggio trarre le somme di questo esperimento. Anche qui, dimostrare di avere una visione. Anche qui, l'auspicio resta vivo così come la disponibilità a rimboccarsi le maniche per contribuire a tirare fuori dal fallimento il sistema giustizia di questo paese.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 16 febbraio 2020
L'Italia si prepara a prendere una bella fetta di commesse militari egiziane, ecco perché l'esecutivo finge di interessarsi della sorte di Zaki e della verità su Regeni ma in realtà non vede l'ora di archiviare queste questioni. Perché non possiamo rinunciare a fare affari con il Faraone? Mai dimenticare come è iniziata la storia: con il golpe militare del 3 luglio 2013 del generale Al Sisi, centinaia di morti, migliaia di incarcerati, il governo dei Fratelli Musulmani fuorilegge, i capi arrestati, torturati e condannati con processi farsa. E poi i miliardi delle monarchie del Golfo al generale-presidente per eliminare la Fratellanza, non solo in Egitto ma anche in Libia con il sostegno del Cairo al generale Haftar. Al centro ci sono i rivolgimenti di alleanze del Medio Oriente.
E gli interessi delle grandi potenze e di quelle regionali nel campo del gas e delle armi. Ecco perché per inchiodare alle loro responsabilità i colpevoli dell'uccisione di Giulio Regeni e ora dell'arresto del giovane studente egiziano Patrick George Zaki - per il quale Amnesty International chiede proprio adesso una mobilitazione civile ancora più forte - non si risolvono con la diplomazia e la legge.
Solo la mobilitazione e l'allarme probabilmente ha fatto sì che Zaki, per il quale ieri all'ultimo momento il giudice ha deciso che "deve restare in carcere" sia ancora fortunatamente vivo. Anzi è proprio la nostra diplomazia a mostrare sotto traccia il maggiore fastidio, anche dentro Palazzo Chigi, perché il messaggio che viene è chiarissimo: "I rapporti tra Italia ed Egitto devono essere disgiunti dal "caso Regeni" e dalla sua famiglia e ora anche da quello di Zaki". Insomma la versione del nostro governo è questa: l'Italia non può farsi condizionare da questi "casi particolari".
Alla faccia dei diritti umani e del più elementare desiderio di giustizia. E così sembra una chimera poter ottenere la verità per il barbarico assassinio di Regeni da parte della polizia egiziana e la liberazione di un giovane studente egiziano che nulla ha fatto se non manifestare il suo libero pensiero, come i tanti giovani oppositori finiti in carcere o fatti sparire. La reale versione livida e rinunciataria del nostro governo, con dichiarazioni biforcute da langue de bois, la lingua di legno, viene dopo il fallimento della missioni in Egitto del premier Conte e del ministro degli Esteri Di Maio.
In realtà sono due anni che la nostra procura non vede arrivare dal Cairo carte significative sul caso Regeni: inutile girarci intorno gli egiziani non collaborano, anzi ritengono irritante e fuori luogo l'insistenza degli italiani per avere giustizia. Al punto che il raìs Al Sisi con l'arresto di Zaki ha mandato un altro messaggio: a casa mia faccio quello che mi pare. Il raìs è anche irritato per il nostro appoggio a Tripoli e si è adombrato quando l'8 gennaio scorso Di Maio non ha firmato al Cairo un comunicato sulla Libia sbilanciato in funzione anti-turca. Quella tra Ankara e il Cairo è una delle grandi sfide del Mediterraneo e l'Italia c'è dentro in pieno.
Da una parte fornisce con il giacimento Eni di Zhor l'autosufficienza di gas per i prossimi 50 anni all'Egitto ed è pure impegnata nel gasdotto East-Med con Egitto, Israele, Cipro e Grecia. È il grande gioco del bacino gasiero del Levante, l'alternativa ai riforimenti russi, incrinando anche il ruolo della Turchia come "hub" energetico.
Dall'altra parte negozia con Ankara che vuole impedire le prospezioni nei giacimenti offshore di Cipro greca nella zona economica esclusiva. È su questa partita che il raìs Al Sisi sfida il Sultano Erdogan: chi non è con lui è contro di lui. Si aggiunge la Libia: dove il Faraone appoggia Haftar e il Sultano Sarraj e i Fratelli Musulmani.
Il nostro governo vuole mano libera: finge di interessarsi della sorte di Zaki e della verità su Regeni ma in realtà non vede l'ora di archiviare queste questioni. Come ha anticipato Chiara Cruciati su il manifesto - testata e articolo denunciati sul canale di Stato della tv egiziana come "minaccia ai rapporti Roma-Il Cairo" - l'Italia si prepara a prendere una bella fetta di commesse militari egiziane. Un contratto da 9 miliardi di dollari, incentrato sulla fornitura di fregate Fremm (Fincantieri), due date per sicure e altre quattro da confermare. Ma nell'affare ci sarebbero anche pattugliatori, 24 cacciabombardieri Typhoon (joint venture di Leonardo), oltre ad aerei da addestramento Macchi M-346.
A noi il Faraone del Cairo fa così comodo che mai, nei quattro anni (e tre governi) che ci dividono dall'uccisione di Giulio Regeni, abbiamo messo in discussione le relazioni strategiche ed economiche bilaterali. L'Egitto è un mercato ambito dai maggiori produttori di armamenti, Usa, Russia e Francia, e Al Sisi ha stipulato un patto d'acciaio con le monarchie del Golfo, oltre ad avere una relazione privilegiata con Israele. Il tutto alimentato dal gas del giacimento offshore di Zhor e dai mega-progetti di pipeline nel Mediterraneo orientale. Con tutto questo ben di dio pensavate che il governo Conte 2 ritirasse l'ambasciatore, come ha chiesto anche ieri la famiglia Regeni? No, a quanto pare: cerca di tenere il piede in due scarpe ma in realtà trova, finora assai comoda la pantofola del Faraone egiziano
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