adnkronos.com, 16 febbraio 2020
L'allarme è dell'associazione Nessuno Tocchi Caino. Nuovi regolamenti nel braccio della morte del carcere texano di Polunski Unit. Le regole impediscono l'invio di cartoline, soldi o cibo ai detenuti in attesa della pena capitale da parte di chi non è sulla lista dei visitatori autorizzati. A segnalarlo Daniela Fontana, che da 14 anni ha rapporti di corrispondenza con un detenuto: "Ho sempre cercato quando potevo di inviargli piccole somme di denaro" e di inviargli cibo, "a quanto pare, dal primo marzo non potrò più farlo.
E come me anche altri italiani ed europei, che scrivono e inviano denaro, ma non hanno la possibilità di andare negli States. La vita di molti detenuti nel braccio della morte diventerà ancora peggiore di quanto già non sia", dice all'associazione Nessuno Tocchi Caino: "È un colpo al cuore".
"Non poter più mandare card e greeting card ridurrà la corrispondenza che i prigionieri ricevono, ma il cambiamento più grave è che molti di loro non potranno più acquistare francobolli per mantenere i contatti con l'esterno, potendo contare solo sul supporto economico dei loro visitatori. E per molti di loro significherà non ricevere più nessuna somma in denaro. Le lettere portano la vita dentro la cella, e creano legami. Ma serve denaro per comprare francobolli, buste, carta da lettera. Questa norma si tradurrà in un annientamento psicologico per chi riceveva lettere e piccole somme di denaro dall'Europa", sottolinea Fontana.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 16 febbraio 2020
"La mano, datemi la mano". Come stai, Patrick? "Tutto bene...". Nella stanzetta delle udienze riservate, aula 4 del terzo piano del palazzaccio di Mansura, il pericoloso libero pensatore viene portato in manette alle dieci e mezza. Sfila nella luce dei neon bianchi e lungo i banconi della corte, in una folla d'avvocaticchi di provincia, di graduati con la pancia e i baffoni, di venditori di caffè. Il caso 1.372 di Patrick George Michel Zaki Suleimani è stato inserito nel calendario del sabato mattina: subito dopo la denuncia d'un furto di mobili, la querela d'una moglie contro il marito troppo violento, una lite fra i soci d'una finanziaria. Già buono che l'abbiano accettato in una settimana, dice un diplomatico, di solito le istanze di scarcerazione slittano molto più in là.
Fa freddo, fuori c'è la nebbia e dentro s'annuvola il fumo delle sigarette. Sotto una sura dorata del Corano che esalta il Regno della Giustizia, Zaki guarda i suoi carcerieri. Ha di fronte i tre giudici e una sentenza che deciderà se rilasciarlo. Gli occhi addosso, sa come si deve rispondere in questi casi: tutto bene, sì, cibo ottimo e abbondante.
Ma poi, ma poi. Appena la tensione si scioglie, il ragazzo ha l'ansia di chi sarà anche sbarbato e avrà i capelli tagliati di fresco e una camicia verdolina ben stirata e porterà pure jeans di marca e scarpe da ginnastica senza stringhe, sembrerà magari uno normale, eppure qui c'è poco di normale. Zaki ostenta calma, non ha segni visibili di botte e sta meglio che all'ultimo colloquio di giovedì, nella calca gli finiamo a fianco e stavolta trema: gli prendiamo la mano sinistra lasciata libera dalle manette e mentre parlano gli avvocati, lui stringe e ascolta le domande che gli sussurriamo. Ti trattano bene? "Very bad situation". Tanto brutta? "Sono in una cella con 35 persone, abbiamo una latrina soltanto, la finestra è piccolissima". Sai che hai intorno tanta solidarietà? "Sì, bene, grazie, bene così". Dai, fai un sorriso, prima o poi tornerai a vedere le tue partite di pallone: che cosa diciamo all'Italia? "Forza Bologna".
La paura ha gli occhi persi d'un ricercatore universitario di 27 anni, elettrificato come altre migliaia di poveracci per avere scritto che il potere è marcio. Smarrito fin qui in una storia "più grande di lui", come dice il suo amico Gasser Abdel Razek, e in una vicenda che nell'equiparazione a Regeni sta scappando di mano anche agli egiziani. Difensori, diplomatici, giornalisti, pacifisti: la piccola scia del pubblico è una confusione di ruoli, l'udienza era a porte chiuse ma fa nulla, e i poliziotti si confondono pure loro, non sanno chi può e chi no, in una quindicina c'infiliamo dietro Patrick in quel bugigattolo e a sentire quel che ne sarà. Dieci minuti soltanto d'udienza, mezz'ora appena di consiglio e a mezzogiorno il destino si compie: sabato prossimo si discuteranno le accuse di sovversione dello Stato, per cinque settimane non si parlerà più di scarcerazione e ora basta - toc! - la seduta è tolta. La giustizia di Al Sisi se ne infischia che la cristianissima famiglia di Zaki sia lontana parente del papa copto Tawadros II, delle autorevoli telefonate partite in queste ore dall'Europa per evitare l'ennesimo scontro, dei quattro diplomatici Ue (italiano e svedese) ed extra Ue (statunitense e canadese) venuti a "monitorare" questa palese violazione della libertà d'opinione, dei quattro amici d'infanzia saliti dal Cairo, dei quattro avvocati ingaggiati dall'ong Eipr che si batte per i troppi diritti calpestati delle persone.
L'avvocatessa Huda Nasrallah s'accalora fino a irritare i giudici: "L'accusate sulla base d'un profilo Facebook falso! L'avete torturato sei ore in aeroporto! L'avete trattenuto 30 ore illegalmente! L'avete interrogato senza difensore! Gli imputate cose accadute in Egitto mentre lui era in Italia!". Anche Patrick prova a dire la sua, ma a bassa voce: "Io sono solo un ragazzo che era atterrato al Cairo per venire a Mansura a salutare la famiglia. Sono solo un laureato che vuole finire il suo master a Bologna. Voglio solo tornare alla mia borsa di studio. Mi hanno messo in carcere perché hanno letto dei post sull'account d'un nome che non era il mio. Mi hanno denudato per ore in una sala, mi hanno preso a schiaffi in faccia. Lasciatemi libero".
Niente. La sentenza di rigetto non ha bisogno di motivazioni, e infatti i giudici non ne danno agli avvocati che le chiedono. Al caffè Oscar, poco fuori, ci s'abbraccia e un po' ci si dispera: quando lo rivedremo? E se si facesse venire gente dall'Europa per organizzare un flash-mob al Cairo? "Follie, finirebbe malissimo - dicono all'Eipr - nell'Egitto di oggi è troppo pericoloso fare queste cose". Qualcuno ha scattato una foto a Zaki: come l'hanno portato in aula, così se lo sono ripresi in prigione. Trascinato giù per le scale, la testa schiacciata da un secondino, le manette strette dietro il buio d'una gabbia.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 16 febbraio 2020
Indagine Openpolis-Actionaid: il 73% degli stranieri vive in Centri da cento o più posti. "Mai più", avevano detto in coro in Parlamento dopo l'inchiesta Mondo di mezzo. "Basta con le megastrutture", aveva promesso Matteo Salvini. Mai più grandi Centri di accoglienza, con i migranti stipati a centinaia in condizioni indecenti, merce preziosa per far arricchire chi aveva fiutato l'affare, criminalità organizzata in prima fila.
E invece ci risiamo: un anno e mezzo di decreto sicurezza è bastato per demolire l'esperienza virtuosa dell'accoglienza diffusa, degli immigrati distribuiti sul territorio in numeri tali da rendere più facile l'integrazione. La chiusura del Cara di Mineo è stata solo uno specchietto per le allodole. Le grandi strutture, da cento posti in su, sono tornate.
E soprattutto sono tornati loro: gli enti profit, le società immobiliari e commerciali, i grandi gruppi che nulla sanno e fanno di accoglienza, gli unici in grado, con economie di scala, di gestire, come carceri o alberghi di infima categoria, i rinati centri di accoglienza straordinaria aggiudicandosi quei bandi che le associazioni del terzo settore hanno dovuto disertare, licenziando centinaia di persone. La mangiatoia, per ricordare le parole sprezzanti di Matteo Salvini, è appannaggio dei soliti noti.
E poco importa se nell'oligopolio di quello che (privato di ogni obiettivo di integrazione) è il vero business dell'accoglienza spicca in posizione dominante Medihospes, colosso del settore che ha condiviso esponenti di vertice, sedi e appoggi politici, con il gruppo La Cascina, cooperativa commissariati per infiltrazioni mafiose nell'inchiesta Mondo di mezzo.
Alla vigilia del tavolo di maggioranza di governo che dovrà trovare il punto di caduta sulle modifiche ai decreti sicurezza, un rapporto di Openpolis e Actionaid fotografa con precisione come le aggiudicazioni dei bandi con i nuovi criteri (dal taglio dei rimborsi a migrante, passati da 35 a 19-26 euro al giorno, al ridimensionamento dell'assistenza e all'azzeramento delle attività di integrazione) abbia drasticamente modificato la struttura del sistema di accoglienza: insomma grandi centri per grandi gestori.
La riduzione della spesa 11 numero dei migranti in accoglienza si è dimezzato rispetto a tre anni fa, scendendo dai 180.000 del 2017 sotto i 90.000, grazie anche all'esclusione di chi aveva la protezione umanitaria. E la spesa, da 1,7 miliardi del 2017, è calata sotto il miliardo. Ma a fare la parte del leone, lasciando solo le briciole alle associazioni del terzo settore, sono i grandi gruppi che si sono aggiudicati la gestione dei Cas: nati come strutture di emergenza, oggi sono tornati a contenere oltre il 70% dei posti.
Medihospes, le mani su Roma - Dopo la presentazione del nuovo capitolato d'appalto con i prezzi al ribasso, i bandi di gara sono stati orientati verso le grandi strutture che oggi sono 1'83 per cento del totale. Dei circa 4.000 posti disponibili, solo 200 sono rimasti in unità abitative. E dei 17 gestori che fino a un anno fa si dividevano i centri, sette sono stati costretti ad abbandonare lasciando campo libero ai colossi.
Medihospes, nella Capitale, lavora oggi in una condizione di quasi monopolio, gestendo il 63 per cento di tutti i posti in accoglienza. E il suo fatturato è triplicato negli ultimi tre anni. Dimenticati gli intrecci con il Gruppo La Cascina, dimenticato lo scandalo delle condizioni disumane della gestione del Cara di Borgo Mezzanone, a voler cercare la rendicontazione delle spese la cui pubblicazione è obbligatoria per legge, non si trova assolutamente nulla.
Milano, cede il no profit - L'ex caserma Mancini, il Cas Aquila e altri centri da 300 posti hanno subito supplito all'abbandono di ben Il associazioni del terzo settore. E il 64 per cento dei posti in accoglienza, oltre 2.200, è finito in mano a due grandi gruppi che hanno incassato in un anno cifre superiori ai 12 milioni a testa: anche qui Medihospes e la Versoprobo che si è aggiudicata anche la gestione del contestato centro di via Corelli, destinato di nuovo a centro per il rimpatrio, dunque dove non si fa accoglienza ma detenzione amministrativa.
Il rischio dei bandi in deroga - E la recente circolare con la quale il Viminale consente una deroga ai prezzi medi (con un potenziale aumento di 2-3 euro a persona), secondo Openpolis e Action Aid, "propone una soluzione peggiorativa. Invece di reintrodurre servizi fondamentali per la salute e per l'inclusione sociale dei nuovi arrivati, i bandi delle prefetture sembrano favorire operatori economici profit e non certo i bisogni delle comunità accoglienti e la tutela dei diritti delle persone".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 16 febbraio 2020
Mercoledì 19 febbraio è attesa la sentenza di un tribunale di Istanbul nei confronti di 11 difensori dei diritti umani della Turchia che hanno passato oltre due anni e mezzo a difendersi da accuse fabbricate e che, in caso di colpevolezza, potrebbero subire condanne fino a 15 anni di carcere. Tra gli 11 imputati, arrestati nell'estate 2017 per infondati reati di terrorismo, vi sono l'ex presidente Taner Kılıç, l'ex direttrice Idil Eser e diversi altri esponenti di Amnesty International Turchia.
Sin dal primo momento, è apparso chiaro che si trattasse di un procedimento motivato politicamente, avviato con l'obiettivo di ridurre al silenzio la società civile turca.
Nel corso di 10 udienze, le accuse di "terrorismo" sono state ripetutamente e categoricamente confutate, anche sulla base di elementi di prova di origine statale. Il tentativo della procura di presentare legittime attività in favore dei diritti umani come azioni illegali è totalmente fallito. Per questo, dopo mesi di carcere e anni di udienze e senza alcuna credibile prova portata a sostegno delle accuse, qualsiasi verdetto diverso dalla piena assoluzione costituirebbe un oltraggio.
Gli attacchi contro i difensori dei diritti umani sono aumentati a partire dalla repressione scatenata dalle autorità dopo il tentato colpo di stato dell'estate 2016. L'assalto, ancora in corso, alla società civile turca ha significato la chiusura di oltre 1.300 organizzazioni non governative e di 180 organi d'informazione e il licenziamento arbitrario di quasi 130.000 impiegati pubblici.
Vita, 16 febbraio 2020
La nota dell'Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione): "Il Governo ritiri il testo di revisione dell'intesa del 2017 e interrompa ogni forma di collaborazione con le autorità libiche nell'ambito delle operazioni di intercettazione o soccorso di migranti in mare".
Il 2 febbraio 2017 è stato firmato da Fayez al Serraj per il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia e da Paolo Gentiloni per il Governo Italiano un Memorandum of Understanding, con lo scopo di rafforzare la cooperazione nella gestione delle frontiere libiche, "per garantire la riduzione dei flussi migratori illegali".
Lo stesso Memorandum prevede una validità triennale e il suo rinnovo tacito alla scadenza - il 2 febbraio 2020 - per un periodo equivalente, salvo il parere contrario di una delle Parti, da esprimere almeno tre mesi prima. Il 12 febbraio 2020, da fonti di stampa veniva reso pubblica la bozza di rinegoziazione del Memorandum inviata dal Governo italiano alla controparte libica: il testo, ad una prima lettura, appare sconcertante.
Sin dalle premesse, il Governo italiano afferma "la comune determinazione a collaborare nel rispetto dei trattati e delle norme internazionali e consuetudinarie di diritto umanitario e di diritti umani inclusi i principi e gli scopi della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati", quest'ultima tuttavia mai ratificata dalla Libia.
Con l'art. 1, lett. c) della bozza viene ribadito l'impegno dell'Italia a fornire supporto tecnico e tecnologico al Governo di Accordo nazionale libico - come ha già fatto in passato con i finanziamenti stanziati all'interno del c. d. "Fondo Africa" - per " prevenire e contrastare l'immigrazione irregolare e a svolgere attività di ricerca e salvataggio in mare": si continuerà, perciò, a fornire motovedette e soldi pubblici alla Guardia costiera libica nonostante ad oggi risultino chiaramente coinvolti anche ex trafficanti di esseri umani.
Alla successiva lett. e) dell'art. 1 della bozza si legge che il Governo libico si impegnerà a sostenere le misure adottate dall'Unhcr e dall'OIM nel quadro del piano d'azione per l'assistenza dei migranti in Libia. Viene da domandarsi come possa il Governo libico adempiere a tali obblighi, considerato che la Libia non dichiara di voler recepire nel proprio ordinamento interno la citata Convenzione di Ginevra e altre norme internazionali e le stesse agenzie Unhcr e OIM operano in Libia senza precisi accordi internazionali con il Governo di Tripoli. Certamente, non può una trattativa tra due Stati comportare obblighi per altri soggetti di diritto internazionale, sicché questa parte della bozza di accordo rimane di fatto inapplicabile senza alcun miglioramento della condizione giuridica (e quindi della protezione effettiva) dei migranti e dei rifugiati presenti in Libia e alle sue frontiere terrestri e marittime.
Del resto, come è noto, poco più di due settimane fa l'Unhcr ha ufficialmente dichiarato di non controllare più la situazione dei centri di detenzione libici e ha annunciato l'inizio della chiusura dei propri centri: in particolare, dalla sede principale di Ginevra è stata ufficializzata l'interruzione delle operazioni nel centro di transito di Tripoli nel quale, nel corso delle ultime settimane, avevano trovato rifugio oltre 1700 migranti. La decisione, come è stato in più sedi spiegato dall'agenzia ONU, è stata presa a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner, in considerazione anche dell'aggravarsi del conflitto civile in atto in Libia.
Si pensi soltanto all'obbligo che il Governo libico avrebbe ai sensi dell'art. 2, par. 2, lett. b, ossia il rilascio immediato di donne, bambini e altre persone vulnerabili dai centri di detenzione per migranti. Ebbene, le Nazioni Unite - sin dal mese di settembre del 2018, a voce del proprio Segretario Generale Guterres - hanno evidenziato come nelle carceri libiche i migranti detenuti siano vittime di gravi torture ed abusi; spesso per ragioni meramente burocratiche, il Governo libico impedisce al personale delle Nazioni Unite l'accesso alle carceri per visionare lo stato di detenzione e verificare la sussistenza di abusi e torture nei confronti dei migranti prigionieri. Si tratta di luoghi di detenzione sotto la gestione e la sorveglianza del Ministero dell'Interno libico dove i cittadini stranieri (senza alcun distinguo) sono trattenuti sine die in condizioni di gravissima prostrazione fisica e psicologica.
Del resto, il rapporto Unismil documenta come i migranti e i rifugiati trattenuti nelle prigioni del Ministero dell'Interno, siano sottoposti a torture, trattamenti disumani, lavoro forzato, isolamento prolungato, violazioni sistematiche dei propri diritti fondamentali. La situazione non è mutata ad oltre un anno dal citato rapporto: proprio nello scorso mese di gennaio 2020, infatti, le Nazioni Unite hanno continuato a registrare denunce per torture e stupri nei centri di detenzione libici, in particolare da parte delle donne detenute, mentre il 31 dicembre 2019 l'Associated Press - con una dettagliata inchiesta giornalistica - ha denunciato che almeno sette milioni di Euro stanziati dall'UE per la sicurezza delle carceri libiche sono stati intascati dai capi delle milizie armate che controllano i centri detentivi.
Lo scorso 25 gennaio, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha denunciato per l'ennesima volta come i migranti presenti nei centri di detenzione libici vengano sistematicamente sottoposti a detenzione arbitraria e tortura da parte di funzionari governativi, mentre i profughi catturati in fuga nelle acque antistanti Tripoli vengono intercettati dalla Guardia costiera libica e portati in centri di detenzione ufficiali e non, dove si hanno notizie di "omicidi illegali".
Ciò nonostante, in nessuna parte della bozza si parla di evacuazione e di chiusura immediata di tutti i centri di detenzione libici in cui vengono rinchiusi i migranti presenti sul territorio: sulla base della normativa interna libica, così come riscontrato fattualmente dai numerosi report internazionali e dalle inchieste giornalistiche susseguitesi nel corso degli ultimi mesi, i soccorsi via mare della Guardia costiera si concludono tutti con il trattenimento nelle carceri libiche dei migranti "salvati". Questo trattenimento per legge è senza termine, né risulta che venga garantito un qualche passaggio giurisdizionale a tutela della libertà personale dei detenuti (circostanza questa che, di per sé sola, determina un grave vulnus dei loro diritti fondamentali, pur essendo stati "salvati" dalla Guardia costiera libica).
Anche volendo mettere in disparte la circostanza che nelle carceri libiche si consumano sistematiche violazioni dei diritti fondamentali dei detenuti migranti, che subiscono trattamenti inumani e degradanti quotidianamente, resta il dato di fatto che esse sono un obiettivo sensibile e primario nello scenario di guerra in atto nel Paese.
Il conflitto armato in corso in Libia, del resto, integra un mutamento fondamentale delle circostanze nel quale il trattato è stato concluso e costituisce il presupposto fattuale per l'immediata sospensione unilaterale degli accordi di cooperazione in vigore tra Italia e Libia, ai sensi della regola codificata nell'art. 62 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969.
In ogni caso, tanto il testo originario del Memorandum quanto questa bozza di proposta di revisione hanno natura politica e comportano oneri alle finanze pubbliche: ciò nonostante, in palese violazione dell'art. 80 della Costituzione, entrambi non sono, ad oggi, mai stati sottoposti a preventiva discussione e autorizzazione alla ratifica da parte del Parlamento italiano.
Si ricorda, infine, che l'accordo Italia-Libia del 2017 è stato dichiarato illegittimo dalla sentenza del Gip del Tribunale di Trapani del 23 maggio 2019 in quanto non è stato mai ratificato a seguito di legge di autorizzazione alla ratifica come esige l'art. 80 Cost., non rispetta la Convenzione Sar sui salvataggi in mare e viola i fondamentali i diritti umani dei profughi in fuga da un Paese che certo non può essere considerato sicuro.
Qualora un simile accordo fosse firmato si sporgerà denuncia sia alla Corte dei conti perché non registri atti del Governo comportanti spese derivanti da accordi stipulati in violazione dell'art. 80 Cost. e non previste nella legge di bilancio, sia alla Procura della Repubblica presso la Corte dei conti per danno erariale contro chiunque darà materialmente ordine di spesa di fondi dello Stato fuori dai casi e dai modi consentiti dalle norme legislative in vigore.
Alla luce di quanto sin qui esposto, Asgi ribadisce che:
Il rafforzamento delle autorità libiche tramite finanziamenti italiani ed europei sono contrari alle norme nazionali e comunitarie. Gli interventi di equipaggiamento, supporto tecnico e di cooperazione nella gestione dei confini, sia per le modalità pratiche con cui è stato disposto, sia per i soggetti a cui è rivolto, finisce per rafforzare pratiche e politiche di controllo dei flussi migratori contrarie ai diritti fondamentali, in quanto a sostegno delle autorità libiche che hanno commesso e continuano a commettere gravissimi crimini contro i migranti e i rifugiati in totale spregio della normativa in materia di diritti umani fondamentali e del diritto di asilo in palese violazione dell'art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo, rafforzando al contrario autorità che commettono gravi crimini internazionali.
Tramite il sostegno alla Guardia costiera libica, il Governo italiano ricerca un' immunità da pesanti responsabilità di tipo giuridico: la delega alle autorità libiche della conduzione delle operazioni di soccorso in mare tramite la fornitura di supporto logistico, non esime lo Stato italiano da responsabilità per i c.d. respingimenti delegati e per la violazione degli obblighi di soccorso, laddove si rifiuta sistematicamente di assumere il coordinamento delle operazioni di soccorso lasciandole alle autorità libiche, le quali o non intervengono o riportano i migranti nei centri di detenzione della terraferma dove i loro diritti sono violati.
L'intervento delle Organizzazioni internazionali e delle Organizzazioni Non Governative non può più essere strumentalizzato dall'Unione europea e dagli Stati membri per continuare a supportare le autorità libiche nella gestione del blocco dei flussi a fronte dell'apparente miglioramento delle condizioni dei centri di detenzione. Le condizioni all'interno dei centri di detenzione, nonostante gli interventi umanitari effettuati, sono tuttora caratterizzate da un altissimo livello di violenza. L'uso indiscriminato della detenzione in Libia, conseguenza delle politiche europee di esternalizzazione dei confini, comporta gravi violazioni dei diritti umani e impedisce l'esercizio del diritto di asilo. Alla chiusura dei centri di detenzione non può sostituirsi la creazione di centri gestiti da Oim ed Unhcr per una sorta di ordinaria gestione dei flussi migratori in assenza totale, come sopra evidenziato, di qualsivoglia quadro giuridico di protezione, ma solo interventi mirati ad organizzare nel minor tempo possibile il trasferimento dei migranti verso paesi sicuri e a far sì che i migranti possano facilmente raggiungere, in sicurezza, i paesi dell'Unione Europea dove possono presentare domanda di asilo o essere ammessi ad altre forme di tutela dove possibile.
Per questo ASGI chiede al Governo italiano:
l'immediata dichiarazione di sospensione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione del 2008 e di tutti i suoi supplementi applicativi e integrativi (comunque denominati), per mutamento fondamentale delle circostanze;
l'immediato annullamento del c.d. Memorandum d'intesa con la Libia del 2017 ed il ritiro della bozza di revisione ;
l'immediata interruzione di ogni forma di collaborazione con le Autorità libiche nell'ambito delle operazioni di intercettazione o soccorso di migranti in mare;
l'immediata interruzione di ogni attività a sostegno del sistema di centri di detenzione per migranti in Libia;
l'immediata evacuazione di tutti gli stranieri richiedenti protezione fuori dalla Libia in luoghi sicuri preferibilmente europei;
di sottoporre qualsiasi accordo internazionale con la Libia - in quanto di natura politica e comportante oneri alle finanze - alla preventiva legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell'art. 80 Cost.;
l'immediata evacuazione di tutti gli stranieri richiedenti protezione fuori dalla Libia in luoghi sicuri preferibilmente europei;
di sottoporre qualsiasi accordo internazionale con la Libia - in quanto di natura politica e comportante oneri alle finanze - alla preventiva legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell'art. 80 Cost.;
l'immediata evacuazione di tutti gli stranieri richiedenti protezione fuori dalla Libia in luoghi sicuri preferibilmente europei;
di sottoporre qualsiasi accordo internazionale con la Libia - in quanto di natura politica e comportante oneri alle finanze - alla preventiva legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell'art. 80 Cost.
L'Osservatore Romano, 16 febbraio 2020
Formazione di nuovi volontari, assistenza spirituale e sostegno materiale e psicologico ai detenuti e alle loro famiglie con una presenza costante a difesa della dignità umana. Queste in sintesi le linee di intervento seguite dalla pastorale carceraria della Conferenza episcopale del Brasile (Cnbb) per la città di Londrina, comune brasiliano nello stato del Paranà, unite a un fitto programma di appuntamenti contrassegnati dalla preghiera, dalle celebrazioni liturgiche e soprattutto dall'ascolto.
L'iniziativa, che comprende la fornitura di un kit per l'igiene personale fino al dono delle Bibbie, riserva priorità assoluta alla formazione. L'ultimo corso professionale si è svolto nello scorso novembre presso la Casa de Retiro Monte Carmelo a Jardim Nova Esperan, periferia sud di Londrina.
In occasione dell'incontro, che ha visto la partecipazione di 41 volontari provenienti da dieci diocesi dello stato, si è parlato soprattutto della tematica relativa al trattamento delle detenute nel Paranà, illustrata dalla responsabile e dalla coordinatrice della pastorale penitenziaria, rispettivamente suor Luciene Melo e Cristina da Silva Souza Coelho.
Si è sottolineato soprattutto come il potenziamento dell'attività di volontariato negli istituti di pena sia stato possibile grazie al sostegno finanziario del Fondo di solidarietà nazionale e, nello specifico, dalle risorse provenienti dalla Campagna di fraternità della Cnbb intitolata "Per una pastorale carceraria più umana e solidale in Paranà".
Un progetto di fondamentale importanza "che ha reso possibile una maggiore conoscenza delle nostre case di reclusione, delle esigenze di chi è ospite e di chi lavora all'interno di esse", ha osservato suor Luciene Melo. Più volte nel corso degli anni e in relazione a drammatici episodi di rivolte di detenuti represse duramente, la Chiesa brasiliana ha auspicato il prevalere di una cultura della prevenzione, e non della repressione, all'interno e all'esterno delle carceri, attraverso programmi sociali volti a sostenere famiglia, infanzia e giovani.
Nel Paranà attualmente vi sono circa milleottocento donne private della libertà, gran parte delle quali detenute nel carcere di Depen a Curitiba e le restanti negli altri istituti di pena e nei distretti di polizia. Allarmanti i dati pubblicati dopo il censimento del 2o16: la popolazione carceraria femminile è di quasi quarantacinquemila detenute, con il 61 per cento di colore, il 58 per cento analfabeta e il go per cento madri. Rappresentano il 7 per cento della popolazione carceraria e fanno del Brasile il quinto stato al mondo con il più alto numero di recluse.
Il Messaggero, 15 febbraio 2020
Prescrizione, trattamenti diversi per gli imputati. Non convince gli avvocati il Conte bis. L'unione camere penali parla di imputati a vita neppure la formula che blocca l'orologio solo in caso di condanna e al secondo grado di giudizio piace ai legali. Resta lo spettro dell'incostituzionalità, come hanno sostenuto giuristi e magistrati. La norma contravverrebbe il principio della ragionevole durata del processo, rischierebbe di rendere esecutiva una pena anche 15 anni dopo i fatti contestati e riserverebbe un trattamento differente agli imputati. Non si esclude, però, che l'articolo riguardante il lodo Conte bis possa essere stralciato e trasformato in una diversa proposta di legge.
di Paolo Biondani
L'Espresso, 15 febbraio 2020
Il governo si divide sulla legge Bonafede che avrà effetti solo nel 2025 e incide poco sui veri mali della giustizia. Un esempio? Nell'ultimo anno non c'è stato neanche un condannato in via definitiva per concussione e corruzione.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 15 febbraio 2020
Si è insediato ieri, nel suo studio al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il nuovo Direttore Generale dei Detenuti e del Trattamento, Giulio Romano. Magistrato, nato a Roma e classe 1960, Romano ha ricoperto, fra gli altri, l'incarico di giudice presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma e, fino al dicembre scorso, quando il Consiglio Superiore della Magistratura deliberò il suo collocamento fuori ruolo, quello di sostituto procuratore generale in Corte di Cassazione.
di Antonio Ciccia Messina
Italia Oggi, 15 febbraio 2020
Indagini più veloci, corsie preferenziali per i reati più gravi, rinvii a giudizio più selettivi, più spazio ai riti alternativi. E poi, prescrizione sospesa dopo la condanna in primo grado e rinfoltimento degli organici con più 500 giudici onorari e mille impiegati amministrativi.
- Niente carcere per le detenute con figli disabili, possono scontare la pena ai domiciliari
- Riforma del processo penale, l'allarme dell'Anm: "pericolosa scure sui tempi delle indagini"
- L'Anm applaude la riforma: "Non ci saranno imputati a vita"
- Indagini preliminari da chiudere al massimo entro due anni
- Prescrizione, per gli assolti spunta la sospensione










