di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 marzo 2020
Esposto in procura della Rete Emergenza Carcere con le testimonianze dei familiari. Tutti abbiamo ancora impresse le immagini della rivolta avvenuta al carcere di Foggia e la conseguente evasione di massa. Una evasione, tra l'altro, che tuttora lascia dei punti interrogativi. Dopo quell'evento qualcosa sarebbe accaduto. Tante, troppe, testimonianze si sono accavallate di presunti pestaggi che diversi reclusi avrebbero ricevuto come atto di ritorsione.
La Rete Emergenza Carcere composta dalle associazioni Yairaiha Onlus, Bianca Guidetti Serra, Legal Team, Osservatorio Repressione e LasciateCIEntrare, ha raccolto diverse testimonianze e ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica. Si tratta di testimonianze dei familiari di alcuni detenuti presso la Casa circondariale di Foggia prima dell'intervenuto trasferimento in seguito alla rivolta. Sono ben sette le testimonianze e vale la pena riportarle tutte.
"In data 8/03/2020 mio figlio, detenuto fino al 12/03 presso la Casa circondariale di Foggia durante la chiamata, mi ha riferito quanto segue: a seguito delle manifestazioni di protesta messe in atto da parte di numerosi detenuti impauriti a causa dell'allarme Coronavirus, il giorno della rivolta sono entrati in 5 o 6, incappucciati e con manganelli. I detenuti sono stati massacrati di botte, trasferiti solo con ciabatte e pigiama e tenuti in isolamento per i successivi 6/7 giorni. Solo dopo una settimana i detenuti hanno ricevuto i loro oggetti personali", riferisce la madre del detenuto, trasferito al carcere di Viterbo.
Poi c'è la moglie di un altro recluso. Una testimonianza che combacia con quella precedente, ma con l'aggiunta che la presunta azione violenta sarebbe addirittura continuata nel carcere viterbese: "Il giorno del trasferimento, il 12/03/2020, durante la notte, mentre si trovava presso la Casa circondariale di Foggia, le guardie esterne sono entrate in cella e hanno pestato i detenuti. Successivamente al trasferimento non ho più ricevuto notizie. Dopo dieci giorni, durante una chiamata, mio marito mi ha riferito che ci sono state altre violenze all'interno del carcere di Viterbo".
Nell'esposto viene riportata la testimonianza della sorella di un altro detenuto, trasferito in seguito alla rivolta al carcere di Vibo Valentia. "In data 9 marzo mio fratello, durante la telefonata, mi ha riferito quanto segue: in piena notte è stato picchiato a manganellate e portato via in pigiama e ciabatte per essere trasferito in un'altra struttura, dopo la rivolta fatta alcuni giorni prima". Sempre la sorella del detenuto ha proseguito con una riflessione accorata: "Premetto che i detenuti sono esseri umani e non meritano trattamenti disumani, come quelli subiti. Se hanno sbagliato è per un motivo valido. La paura per il Coronavirus e la sospensione dei colloqui con i parenti hanno generato il panico. Hanno percepito il pericolo mortale del virus e non potendo avere più notizie si sono allarmati ed è subentrato il caos".
Nell'esposto in Procura si aggiunge anche la testimonianza di un'altra madre di un detenuto, ora recluso nel carcere di Catanzaro: "In data 9 marzo mio figlio, durante la telefonata, mi ha riferito quanto segue: di essere stato picchiato a manganellate su tutto il corpo, specialmente sulle gambe e portato al carcere di Catanzaro senza avere la possibilità di prendere il vestiario o il minimo indispensabile".
C'è poi un'altra testimonianza, questa volta della moglie di un detenuto che addirittura sarebbe un invalido. "Il 20/03/2020 durante la telefonata con mio marito - testimonia la donna - ho avvertito la sua sofferenza, accusava dolori alle costole e mi ha riferito di aver sbattuto da qualche parte. Lui è invalido al 100% e non potrebbe mai muoversi con violenza dal momento che è in carrozzina. Sono certa che lui non può parlare liberamente.
Infatti, successivamente mi ha riferito che la prima lettera che avrebbe voluto inviarmi dopo il massacro successo a Foggia gli è stata strappata. Gli ho detto di farsi portare al pronto soccorso ma non lo fanno perché altrimenti andrebbe in quarantena. Io voglio vederci chiaro". Il padre di un detenuto ha riferito ancora che il figlio gli avrebbe detto di essere stato trasferito, in piena notte, senza alcun vestito, aggiungendo che sarebbe stato picchiato.
L'ultima testimonianza è davvero emblematica. In questo caso, il detenuto, vittima di un presunto pestaggio, non avrebbe nemmeno partecipato alla rivolta del carcere di Foggia. Infatti non è tra coloro che ha subito un trasferimento. Alla sorella avrebbe raccontato, con una telefonata e una lettera, l'accaduto: "Oltre allo spavento anche le mazzate mi sono preso dalla polizia, in questi giorni ho avuto un attacco di ansia, la notte non dormo più, ho tanta paura, io che non ho fatto niente le ho prese. Ci hanno sequestrato tutti i viveri, siamo stati giorni senza caffè, sigarette, detersivi, cibo. Ci hanno levato tutto".
Sono tutte testimonianze, molto drammatiche, che rimangono tali. Sarà la Procura ad accertare quanto sia effettivamente avvenuto e, nel caso, ad esercitare un'azione penale nei confronti dei responsabili di eventuali reati. Rimangono sullo sfondo le diverse testimonianze che coincidono perfettamente.
quimesagne.it, 28 marzo 2020
Il Presidente della Provincia di Brindisi, Riccardo Rossi, con Decreto Presidenziale n.15 del 10 marzo 2020, ha designato il sig. Bruno Mitrugno, ex direttore della Caritas diocesana di Brindisi e Ostuni, quale "Garante per i diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Brindisi".
Tale incarico è svolto in forma del tutto gratuita; per la scelta della persona il Presidente ha tenuto conto sia dei curricula sia delle motivazioni presentate da ciascun candidato. L'istituzione della figura del Garante è stata fortemente voluta dal Consiglio Provinciale che l'ha prevista su input del Garante regionale dei detenuti; la funzione è normata dallo specifico Regolamento approvato con deliberazione del Consiglio Provinciale n. 21 dell'8 agosto 2019.
Il provvedimento voluto dal presidente Riccardo Rossi e dall'intera struttura dell'Ente di via De Leo assume oggi, tra gli altri, un valore ancora più pregnante e necessario, all'interno delle varie strutture deputate, come il Carcere, il centro per gli immigrati o la Residenza per le Misure di Sicurezza (Rems) di Carovigno, alla luce anche dell'emergenza sanitaria che in questi giorni stiamo tutti vivendo, in condizioni tuttavia molto differenti rispetto ai detenuti, per la diffusione del contagio da CoVid 19, in cui la privazione della libertà si aggiunge alle limitazioni che ogni cittadino o familiare del detenuto sta riscontrando. L'attenzione, in questo periodo, da parte della Provincia di Brindisi è, pertanto, anche riposta a far sì che si possa affrontare al meglio l'impatto che il diffondersi dell'epidemia potrebbe avere sulla sicurezza di ogni persona costretta in quelle strutture perché privata, per un periodo di vita circoscritto, della propria libertà.
Il Garante, in sostanza, avrà in generale il compito di individuare, attraverso un monitoraggio periodico e costante nelle varie strutture di privazione della libertà (carcere, Rems, centri per gli immigrati, luoghi di Polizia) eventuali criticità di carattere globale, trovando soluzioni condivise con le autorità competenti per risolverle, al fine di prevenire qualsiasi situazione di possibile trattamento contrario alla dignità delle persone. La scelta da parte di Rossi di una personalità quale quella di Bruno Mitrugno, noto in città per il suo forte impegno a favore degli ultimi e di coloro che vivono condizioni di estrema marginalità sociale ed economica, è il segno tangibile di una sensibilità e di un'attenzione che troverà terreno fertile di attività a favore di coloro che vivono restrizioni di libertà, per ogni possibile opportunità di recupero e di reinserimento.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 28 marzo 2020
Ai detenuti del carcere di Cremona nei giorni scorsi, su iniziativa della direttrice Rossella Padula, è stata data l'opportunità di avere un'informazione autorevole sul Coronavirus e sugli accorgimenti per evitare il contagio, da parte di Angelo Pan primario di Malattie infettive dell'ospedale Maggiore nel corso di un incontro nell'istituto penitenziario. Al lungo applauso con cui è stato salutato il medico, è seguita anche un'azione concreta da parte dei reclusi che hanno promosso una colletta che ha raccolto, sinora, circa 1.300 euro da destinare all'Ospedale.
Va ricordato che la Lombardia è la regione più segnata dall'emergenza e che la casa circondariale di Cremona dista poco più di un chilometro dall'ospedale cittadino, dove ogni giorno si combatte la guerra contro il Covid-19. Una prossimità che aggiunge emozione e partecipazione da parte dei detenuti al dramma di un territorio con i presidi sanitari ormai al collasso.
Un altro segnale, l'ennesimo di partecipazione all'emergenza che i cittadini stanno affrontando e di solidarietà ai sanitari impegnati, arriva anche da un carcere dell'estremità opposta del Paese, la casa circondariale di Trapani, dove alcuni detenuti hanno raccolto 1431 euro da versare, tramite l'ASP, al reparto di terapia intensiva dell'ospedale cittadino Sant'Antonio Abate.
di Daniela Ghio
Il Gazzettino, 28 marzo 2020
Un piccolo gesto di solidarietà che vuole portare attenzione alle problematiche del carcere di Santa Maria Maggiore e a quanti vi operano all'interno. Ieri l'associazione Cavalieri di San Marco ha regalato alcuni termometri digitali elettronici a infrarossi per la misurazione a distanza della temperatura alla Polizia penitenziaria del carcere maschile veneziano. Un piccolo aiuto nella prevenzione del contagio da Codiv 19 che il sodalizio guidato da Giuseppe Vianello ha fortemente voluto come gesto di solidarietà.
"Da tanti anni il direttivo dei Cavalieri di San Marco - spiega Vianello - assegna i fondi raccolti annualmente, ripartendoli in quote per compiere atti di beneficenza e di assistenza prettamente umanitaria e sociale, secondo gli indirizzi fissati dall'assemblea annuale dei soci. Accanto a questo abbiamo collaborato inoltre al restauro di opere d'arte e di edicole antiche, nonché di numerosissimi capitelli e lapidi di Venezia".
Diverse sono state le attenzioni rivolte ai disabili e ai non vedenti con la fornitura di computer adatti per il loro apprendimento scolastico, oltre alla donazione di sofisticate strumentazioni mediche per l'ospedale rumeno di Timisoara e l'erogazione di aiuti alle missioni cattoliche in vari paesi del terzo mondo, sono state finanziate parecchie borse di studio. Questa volta l'attenzione dei cavalieri si è rivolta alle forze dell'ordine che operano in carcere.
"Abbiamo avuto da parte della polizia penitenziaria la richiesta di un aiuto per trovare termometri che misurassero la temperatura da distante, di cui erano sprovvisti - spiega ancora il presidente Vianello. Ci siamo attivati e grazie ad alcuni dei nostri soci in 48 ore li abbiamo trovati in una società farmaceutica italiana. È giusto aiutare chi è in prima linea ad affrontare, oltre ai problemi delle carceri, anche l'epidemia di coronavirus". Ora il sodalizio sta cercando di rispondere a richieste di termometri ad infrarossi, introvabili, per altri enti. Inoltre il direttivo ha scritto ai 900 soci sparsi nel mondo perché aiutino la Regione nella attuale raccolta fondi.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 28 marzo 2020
La Sorveglianza consente a Claudia di scontare la pena a casa per assistere i figli malati. Pochi giorni fa la Procura si era opposta Il garante: "Che gioia quando i detenuti sono trattati come persone". Claudia potrà scontare ai domiciliari la sua condanna e prendersi cura quotidianamente dei suoi fi gli, piccoli e gravemente malati, senza dover fare la spola a giorni alterni tra il carcere di Pozzuoli e la sua casa di Maddaloni.
Claudia (il nome è di fantasia) è la giovane mamma, originaria del Casertano, accusata di aver fatto parte di una rete di spacciatori e perciò condannata in via definitiva a nove di reclusione nel 2018. La sua storia era diventata un caso, di cui Il Riformista si è occupato, quando il pm aveva proposto reclamo contro la possibilità della detenzione domiciliare sebbene Claudia - e, di conseguenza, le sue compagne di cella - fosse esposta al rischio di contrarre il Covid-19 entrando e uscendo dall'istituto di pena.
La scarcerazione, decisa ieri con provvedimento monocratico dal magistrato di Sorveglianza, ha dato una svolta alla storia della donna che ha finalmente ottenuto la detenzione domiciliare. Accolta la tesi dell'avvocato Andrea Scardamaglio che ha motivato la sua istanza in punta di diritto, facendo riferimento all'articolo 47 quinquies dell'ordinamento penitenziario, che riconosce alle madri detenute la possibilità di una detenzione domiciliare speciale per ripristinare la convivenza con i figli, e a una sentenza della Corte Costituzionale, che consente di superare certi limiti previsti dalla legge e di estendere il beneficio a tutte le madri detenute con fi gli affetti da grave disabilità a prescindere dalla pena già scontata in cella e ancora da scontare.
I due figli di Claudia, che hanno sette e sei anni, sono affetti da una grave forma di emofilia e le loro condizioni sono tali per cui un'emorragia, se non tamponata nell'immediato, può rivelarsi fatale. Di qui la necessità che la madre potesse stare accanto ai due piccoli, continuando a scontare la sua condanna a casa. Nelle ultime settimane, inoltre, la storia di Claudia era diventata un caso anche per via della pandemia da Covid-19: il provvedimento che le consentiva di uscire dal carcere tre giorni alla settimana per seguire le terapie dei bambini era apparso troppo rischioso in quanto avrebbe potuto esporre lei e chi le stava vicino al pericolo di contrarre il virus.
"Che bello trattare le persone detenute come persone - ha dichiarato il garante regionale per i detenuti Samuele Ciambriello, commentando la decisione del magistrato di Sorveglianza - Una scelta coraggiosa e coerente verso una diversamente libera che deve scontare ai domiciliari una pena lunga, in un clima di sofferenza e dolore per i figli e di responsabilità per lei".
Il Messaggero, 28 marzo 2020
Alta tensione nella Casa circondariale di Civitavecchia, dove durante una violenta protesta dei detenuti, legata sembra, all'emergenza Coronavirus, i reclusi della I Sezione hanno prima sequestrato e poi rilasciato un poliziotto penitenziario. A darne notizia è il sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria. "I detenuti hanno preso gli estintori e creato disordine - spiega Maurizio Somma, segretario nazionale per il Lazio - Tutto è nato dal fatto che alcuni di loro sono stati messi in isolamento e adesso gli altri hanno paura di essere stati contagiati".
"Le donne e gli uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria devono essere sottoposti, tutti e con urgenza, al tampone per l'accertamento dell'eventuale contagio - ribadisce Donato Capece, segretario generale del Sappe - Anche alla luce dei tanti casi positivi e di già due decessi nella Polizia Penitenziaria, denuncio che non siamo dotati di un adeguato numero di idonee mascherine e guanti per fronteggiare l'epidemia in un contesto, come quello penitenziario, ad altissimo rischio".
di Eleonora Mancini
La Nazione, 28 marzo 2020
Caos nel carcere "Don Bosco" di Pisa. La tensione è altissima. Ma stavolta non sono i detenuti a insorgere, come due settimane fa, bensì gli agenti della Polizia penitenziaria. La situazione è incandescente ora che, dal 24 marzo, due poliziotti e una dottoressa sono risultati positivi al Covid-19.
La paura è che il virus sia entrato in carcere e possa aver infettato detenuti (sei avrebbero la febbre in questi giorni) e altri agenti: una quarantina di loro si sarebbero ammalati proprio in queste ore. Tutto nasce dalla gestione emergenza Covid-19 all'interno della Casa circondariale, che rischia di diventare un nuovo focolaio, incontrollato e incontrollabile.
Sotto accusa la direzione del Don Bosco, che avrebbe "impedito" l'impiego dei dispositivi di protezione individuale, quindi mascherine, guanti, al personale in servizio. "Per evitare - queste sarebbero le motivazioni - di innescare una reazione negativa da parte dei detenuti". Mascherine e guanti di cui per legge deve dotarsi chi è entrato in contatto con persone positive al Covid-19.
Ma non ce ne sono a sufficienza per tutta la popolazione carceraria - è la denuncia - e si sarebbe preferito non farli indossare agli agenti per non diffondere tra i detenuti "la convinzione della necessità dei dispositivi di protezione, innescando eventuali reazioni per la loro mancata concessione".
Nel mirino però c'è anche la dirigenza dell'Asl Toscana Nord-Ovest, "a conoscenza - scrive il sindacato - assieme al direttore, dell'esito del test della dottoressa risultata positiva al Covid-19". "Tutto è taciuto", denuncia il sindacato, nonostante "l'obbligo del datore di lavoro di predisporre tutte le misure necessarie a garantire l'integrità fisica e la personalità morale dei propri dipendenti". Ieri è stato proclamato lo stato di agitazione, con riserva di sciopero bianco, mentre si chiede alla direzione del carcere di "avviare con urgenza la procedura dei tamponi a tutti gli agenti di Polizia Penitenziaria, già predisposto e accordato dall'Asl".
La polizia penitenziaria che presta servizio presso le carceri della Toscana lancia l'allarme e chiede al servizio sanitario della Regione il tampone per il personale. E l'appello si leva forte, dietro le sbarre del Don Bosco: prevenire la diffusione del contagio da coronavirus tra i detenuti". "Se scoppia il focolaio tra i detenuti sarà una sconfitta per lo Stato", avvertono i rappresentanti della polizia penitenziaria. Un rischio enorme per la sicurezza all'interno dell'Istituto e per la tenuta della sanità pisana: ci sono 248 reclusi, là dentro e 40 guardie con la febbre. L'Asl Toscana Nord Ovest intanto fa sapere che i tamponi sono stati estesi sia ai detenuti che agli altri operatori "come da procedura". La situazione è davvero seria.
di Maria Grazia Rutigliano
sicurezzainternazionale.luiss.it, 28 marzo 2020
Il governo di Teheran ha esortato gli Stati Uniti a liberare i detenuti iraniani nelle carceri statunitensi, citando i timori per la pandemia di coronavirus. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha accusato Washington di aver imprigionato un certo numero di iraniani, sopratutto per questioni legate al mancato rispetto delle sanzioni, e ha dichiarato che in queste circostanze quelle persone dovrebbero essere liberate. "Gli Stati Uniti rifiutano persino il ritiro medico degli uomini innocenti imprigionati in strutture orribili. Rilasciate i nostri uomini", ha scritto su Twitter.
Nel frattempo, il bilancio delle vittime in Iran per il coronavirus è salito a 2.378, il 27 marzo, con un balzo di 144 nuove vittime. L'Iran è uno dei Paesi più colpiti al mondo. Zarif ha anche fatto riferimento a un rapporto del quotidiano The Guardian su Sirous Asgari, un professore che secondo il ministro è ancora detenuto in una struttura affollata, dopo essere stato assolto a novembre dall'accusa federale di aver rubato segreti commerciali. "Gli Stati Uniti hanno preso in ostaggio diversi scienziati iraniani, senza accusa o con accuse legate alle sanzioni, e non rilasciandoli; anche quando i propri tribunali respingono le assurde accuse", ha aggiunto Zarif.
Intanto, come previsto dagli esperti del settore, la pandemia si sta diffondendo rapidamente anche negli Stati Uniti, con gravi conseguenze per il futuro del Paese. Il 27 marzo si è verificato, su scala nazionale, un aumento di oltre 15.000 casi in un giorno. Tale sconvolgente ondata può essere spiegata sia dalla diffusione del virus sia da un aumento dei test, dopo settimane di carenza. Con tale aumento, il numero totale dei casi confermati negli Stati Uniti supera gli 82.000. A peggiorare la situazione, quando l'epidemia è arrivata negli Stati Uniti, lo stesso presidente ha ignorato i campanelli d'allarme e ha minimizzato i rischi. Il risultato, ad oggi, è che il numero di casi confermati è salito alle stelle negli Stati Uniti, con oltre 250 casi per 1 milione di persone, molto più della Cina, che ha circa 57 casi per 1 milione di persone.
di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 28 marzo 2020
La pandemia da coronavirus si è abbattuta come una minaccia mortale in molti Stati della Federazione ma sul braccio della morte del Texas è caduta come una manna dal cielo. John Hummel doveva essere giustiziato tramite iniezione letale il 18 marzo nella camera della morte di Huntsville, alle 6 del pomeriggio, come è consuetudine. Normalmente, a un'esecuzione partecipano molte persone, affollate in una stanzetta adiacente a quella dell'estremo supplizio dove su un lettino fatto a forma di croce è legato il condannato. Seduti fianco a fianco, da dietro a una vetrata, assistono al rito capitale avvocati, medici, agenti carcerari, parenti della vittima del reato e gli amici e la famiglia del detenuto.
Il Dipartimento di giustizia penale aveva preparato con cura l'intera procedura di controllo anti-contagio per tutti i presenti ed era pronto per eseguire l'esecuzione. I pubblici ministeri, dopo aver escluso i visitatori dalle carceri in tutto lo Stato, si erano opposti alle richieste di annullamento dell'esecuzione e i funzionari del Dipartimento di Giustizia Penale avevano affermato di poter ancora effettuare iniezioni letali in tutta sicurezza. La mano di Dio si è manifestata a favore di Hummel con l'ordine di sospensione per 60 giorni emesso alla vigilia della sua esecuzione dalla corte d'Appello del Texas: "Abbiamo stabilito che l'esecuzione deve essere subito sospesa alla luce dell'attuale crisi sanitaria e delle enormi risorse necessarie per far fronte all'emergenza".
Pochi giorni dopo, la stessa buona sorte ha toccato la vita di Tracy Beatty, salvato dallo stesso tribunale che ha rinviato di 60 giorni l'esecuzione prevista il 25 marzo, perché il numero di persone che si radunano per vedere ed eseguire l'esecuzione rischierebbe di diffondere il virus. Da qui fino alla fine dell'anno sono programmate altre sette esecuzioni in Texas, sei in Ohio, quattro in Tennessee e una in Missouri. È molto probabile che siano rinviate, a partire da quelle di Fabian Hernandez, Billy Wardlow, Edward Busbye e Randall Mays fissate in Texas tra la fine di aprile e i primi di maggio.
Fermare le esecuzioni in Texas equivale a una sospensione in tutta l'America, essendo lo Stato nella cosiddetta "fascia della Bibbia" dove ogni anno si pratica di più, in coincidenza perfetta con la "fascia della morte", il rito pagano della "crocifissione" tramite la "civile" iniezione letale. Non c'è solo questa moratoria di fatto delle esecuzioni capitali. La crescente pandemia ha anche interrotto i processi in cui era stata chiesta la pena di morte, anche perché gli avvocati, limitati nei propri movimenti, nella possibilità di accesso ai tribunali o di accesso ai clienti, non avrebbero potuto indagare sui loro casi e preparare come si deve una difesa in un processo capitale come quello americano nel quale la rappresentanza legale è sacra.
Invece, il governatore Jared Polis del Colorado non ha aspettato il coronavirus per liberarsi di questo ferro vecchio della storia dell'umanità e lunedì scorso ha fatto del Colorado il 22° Stato americano ad abolire la pena di morte. Esecuzioni negli USA sono spesso sospese da decisioni della Corte suprema in casi particolari oppure del tutto vietate come nei casi di malati mentali e di minori. Nel 2009, una "carestia" di droga, indispensabile per condurre le iniezioni letali, si è abbattuta su molti Stati che hanno dovuto interromperle per molti anni a seguire. Ma è raro che siano eventi naturali a inceppare la macchina della morte. È accaduto proprio in Texas nel 2017, quando l'uragano Harvey che si era abbattuto sullo Stato aveva portato all'interruzione dell'esecuzione di Juan Castillo che fu giustiziato l'anno successivo tra mille dubbi sulla sua reale colpevolezza.
Ma il male di una pandemia così mortale per molti e per molto tempo che comporti, seppure per pochi e per poco tempo, il bene di una moratoria delle esecuzioni capitali e dell'esecuzione penale stessa, non era mai accaduto, ed è qualcosa che può assomigliare a un castigo divino, la giusta punizione inflitta a fronte di una intollerabile malvagità umana. Oppure può anche essere un monito volto a cambiare modo di pensare, di sentire, di agire: non sfidate la capacità di un sistema, sia esso il pianeta o una prigione, per sua natura limitato, caricandolo di un dolore illimitato, strutturalmente insopportabile, umanamente intollerabile.
L'Antico Testamento è stracolmo di storie, di maledizioni e benedizioni, di castighi e perdoni. Non c'è scritto solo "occhio per occhio", c'è scritto anche "nessuno tocchi Caino". Ritorniamo alla letteralità di quel passo della Genesi: "il Signore pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato". Nessun marchio d'infamia, nessuna pena, nessun patibolo, nessuna violenza, nessuna sofferenza. Caino-costruttore-di-città, questa fu la soluzione, attualissima, concreta, trovata nella Genesi, alle origini e nei "principi" della Storia e dell'umanità, quando eravamo più civili, più umani, più giusti di oggi.
*Nessuno Tocchi Caino
di Fabrizio Maffioletti
pressenza.com, 28 marzo 2020
Il WHO (World Health Organization, OMS) ha pubblicato le linee guida per la prevenzione del contagio nei luoghi di detenzione. Pubblichiamo alcuni punti del documento.
Le persone private della libertà, come le persone in prigione, sono probabilmente più vulnerabili a varie malattie e condizioni. Il fatto stesso di essere privati della libertà implica, generalmente, che le persone nelle carceri e in altri luoghi di detenzione vivano in stretta vicinanza l'una con l'altra, il che potrebbe comportare un aumento del rischio di trasmissione da persona a persona e di goccioline di agenti patogeni come Covid-19. Oltre alle caratteristiche demografiche, le persone nelle carceri hanno in genere un maggiore carico di malattie e condizioni di salute peggiori rispetto alla popolazione generale e spesso affrontano una maggiore esposizione a rischi come fumo, scarsa igiene e debole difesa immunitaria a causa di stress, cattiva alimentazione, o prevalenza di malattie coesistenti, come virus trasmessi dal sangue, tubercolosi e disturbi da uso di sostanze stupefacenti.
In tali circostanze, la prevenzione dell'importazione del virus nelle carceri e altri luoghi di detenzione sono un elemento essenziale per evitare o ridurre al minimo l'insorgenza dell'infezione e di gravi epidemie in questi contesti e oltre. A seconda dell'andamento dell'epidemia nei diversi Paesi, il rischio di introdurre Covid-19 nelle carceri e in altri luoghi di detenzione può variare. Nelle aree senza circolazione locale di virus, il rischio può essere associato al personale carcerario o alle persone appena ammesse che hanno recentemente soggiornato in paesi o aree colpiti o che sono state in contatto con persone di ritorno da paesi o aree colpiti.
Poiché diversi paesi in Europa stanno vivendo una diffusa trasmissione comunitaria, il rischio di trasmissione è aumentato notevolmente. Una sospensione temporanea delle visite in carcere in loco dovrà essere attentamente considerata in linea con le valutazioni dei rischi locali e in collaborazione con i colleghi della sanità pubblica e dovrebbe includere misure per mitigare l'impatto negativo che tale misura potrebbe avere sulla popolazione carceraria. L'impatto psicologico di queste misure deve essere considerato e mitigato il più possibile e dovrebbe essere disponibile un supporto emotivo e pratico di base per le persone colpite in carcere. Le carceri e altri luoghi di detenzione sono ambienti chiusi in cui le persone (incluso il personale) vivono molto vicine tra loro.
Dovrebbero essere previsti controlli ambientali e ingegneristici intesi a ridurre la diffusione di agenti patogeni e la contaminazione di superfici e oggetti inanimati; ciò dovrebbe includere la disponibilità di uno spazio adeguato tra le persone, un adeguato ricambio d'aria e una disinfezione ordinaria dell'ambiente (preferibilmente almeno una volta al giorno).
Dovrebbero essere prese in considerazione misure come la distribuzione di cibo nelle stanze o celle invece di una mensa comune, o ripartire il tempo fuori dalla cella, che potrebbe essere diviso per ala o unità per evitare la concentrazione dei prigionieri e del personale anche in spazi aperti. Con queste avvertenze, l'accesso dei detenuti all'aria aperta dovrebbe essere mantenuto e non scendere al di sotto di almeno un'ora al giorno.
La gestione delle carceri e dei luoghi di detenzione dovrebbe prendere in considerazione misure di attuazione per limitare la mobilità delle persone all'interno del sistema detentivo e limitare l'accesso del personale non essenziale e dei visitatori alle carceri e ad altri luoghi di detenzione, a seconda del livello di rischio nel Paese o area specifici
L'impatto psicologico di queste misure deve essere considerato e mitigato il più possibile e dovrebbe essere disponibile un supporto emotivo e pratico di base per le persone colpite in carcere.
La gestione delle prigioni e della detenzione dovrebbe aumentare il livello di informazioni su Covid-19 condivise in modo proattivo con persone in detenzione. Le restrizioni, inclusa una limitazione dei visitatori, devono essere spiegate con attenzione in anticipo e misure alternative per fornire il contatto con la famiglia e/o amici, ad es. telefonate o chiamate Skype, dovrebbero essere introdotte. Per affrontare le barriere linguistiche, potrebbe essere necessario il materiale di traduzione o visivo.
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