di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 20 febbraio 2020
Appello dell'Oim: "Si trovino alternative di sbarco sicure". Ocean Viking e Sea Watch 3 con 365 persone a bordo. Federico Soda, capomissione Oim in Libia: "Di 600 detenuti non si sa più nulla". Quattro soccorsi in 48 ore, 385 migranti presi a bordo da due navi umanitarie mentre a Lampedusa continuano gli sbarchi autonomi e la guardia costiera libica riporta indietro altre centinaia di persone. E l'Oim lancia un accorato appello alla comunità internazionale: "Si trovino alternative e meccanismi di sbarco sicuri per i migranti soccorsi in mare e che sono in fuga dalla Libia".
Almeno 200 migranti sono stati riportati a Tripoli poche ore dopo che il porto della capitale libica venisse bombardato. "La Libia non può aspettare", afferma Federico Soda, Capo Missione per l'OIM in Libia.
"È il momento di mettere in atto azioni concrete per assicurarsi che le persone soccorse in mare siano fatte sbarcare in porti sicuri e che il sistema di detenzione arbitrario venga terminato. A dieci mesi dall'inizio del conflitto, in Libia la situazione umanitaria continua a peggiorare. Oltre 2.000 migranti sono ancora detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà pratiche nel fornir loro assistenza. Nelle prime due settimane di gennaio circa 1.000 migranti sono stati riportati in Libia e 600 di loro sono stati trasferiti in una struttura controllata dal ministero dell'Interno libico.
Di questi migranti non si ha più notizia. Le Nazioni Unite continuano a documentare abusi, torture, sparizioni e condizioni spaventose nei centri di detenzioni libici. È inaccettabile che l'attuale sistema di detenzione sia ancora vigente, nonostante i ripetuti appelli al suo smantellamento e a favore dell'apertura di soluzioni alternative che possano garantire almeno un minimo livello di sicurezza".
Dopo i due soccorsi operati ieri, la Ocean Viking di Msf e Sos Mediterranée ha preso a bordo nel primo pomeriggio altre 92 persone, tra cui diverse donne e bambini (due gemelli di sette mesi e un bimbo di un anno) che erano su un gommone ormai sgonfio vicino ad una piattaforma petrolifera nel golfo di Sabratha. Adesso sono 166 i migranti sulla nave umanitaria che non ha ancora chiesto l'assegnazione di un porto sicuro.
E in 121 sono stati invece recuperati dalla Sea Watch 3. Erano a bordo di un gommone in difficoltà che imbarcava acqua, a circa 24 miglia dalla Libia. Il centralino Alarm phone aveva raccolto il loro Sos e avvisato le autorità competenti. Se dovessero chiedere e ottenere un porto dall'Italia, allo sbarco - così come già avvenuto la scorsa settimana a Messina - i migranti verranno tutti sottoposti ai protocolli per il coronavirus, a differenza di quelli che riescono ad arrivare alla spicciolata a Lampedusa o sulle coste siciliane con i barchini fantasma.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 20 febbraio 2020
L'obiettivo é alzare la pena minima per evitare che possano tornare subito in liberta, soddisfazione delle forze dell'ordine. Arresto immediato, con custodia cautelare in carcere, per gli spacciatori recidivi in libertà, anche se il reato è "di lieve entità". Il Governo pensa a una stretta "per arrestare immediatamente coloro che si macchino di questo reato".
A dare l'annuncio è stata la ministra Luciana Lamorgese, che ha confermato di essere al lavoro su una norma insieme con il collega della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il fenomeno è ben noto ed è da tempo fonte di frustrazione per le forze dell'ordine: pusher seriali trovati a vendere droga dagli agenti vengono portati in caserma, ma il giorno dopo sono di nuovo "al lavoro".
La scappatoia è fornita dai commi 5 e 5 bis dell'articolo 73 del testo unico sulle droghe del 1990 che prevede per i reati di spaccio "di lieve entità" la possibilità di accedere alla sospensione condizionale della pena (reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329) e al lavoro di pubblica utilità invece di scontare la pena detentiva. Insieme a Bonafede, ha spiegato Lamorgese, "lavoriamo a una norma per superare l'attuale disposizione dell'art. 73 comma cinque che non prevede l'arresto immediato per questi casi e abbiamo trovato una soluzione che ci convince". L'opzione che si sta mettendo a fuoco è quella di alzare la pena minima per i recidivi in modo che non possano sfuggire all'arresto.
"E stato rilevato il fatto - ha sottolineato la ministra - che arrestare, senza custodia in carcere, e il giorno dopo vedere nello stesso angolo di strada lo spacciatore preso il giorno prima, incide anche sulla demotivazione del personale di polizia che tanto si impegna su questo versante". Soddisfazione per la novità in cantiere è stata espressa dall'Associazione nazionale funzionari polizia. "Le attività di spaccio al minuto - dichiara il portavoce Girolamo Lacquaniti - sono ormai caratterizzate da venditori di morte che, approfittando dell'attuale normativa, sono in possesso di quantitativi ridotti proprio per evitare il carcere.
Da sempre - prosegue - insistiamo sulla necessità di avere un sistema che garantisca l'effettività della sanzione. L'impegno e il lavoro delle forze di polizia è mortificato dalla impossibilità, di fatto, di applicare misure limitative della libertà personale nei confronti di soggetti sorpresi in flagranza di reato di cessione di stupefacenti, regolarmente rilasciati dopo meno di 48 ore. Ci auguriamo - conclude Lacquaniti - che quanto dichiarato dalla ministra possa trovare attuazione in tempi brevi".
L'introduzione di una nuova norma ha già aperto un fronte alle polemiche politiche. In commissione Giustizia della Camera sono al vaglio due proposte di modifica del Testo unico di stupefacenti: una di + Europa, l'altra della Lega. Per Riccardo Magi, primo firmatario della proposta di +Europa, tra i promotori dell'Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis, la norma ipotizzata da Interno e Giustizia creerà ancora più disagi nelle carceri.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 20 febbraio 2020
La ministra dell'Interno Lamorgese annuncia una nuova norma studiata con il ministero della Giustizia per evitare che i pusher fermati almeno due volte dalle forze dell'ordine tornino immediatamente liberi. Arresto immediato, con custodia cautelare in carcere, anche per chi spaccia piccole quantità di sostanze stupefacenti. Obiettivo: punire chi viene fermato, rilasciato e riprende a spacciare poche ore dopo.
Ad Ancona, dove ha incontrato i familiari delle vittime della strage della Lanterna azzurra di Corinaldo, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese annuncia una stretta nella lotta alla droga. Una modifica al codice penale che - se dovesse essere approvata - farebbe rischiare la cella ai pusher, molti giovanissimi, che vengono utilizzati come pusher nelle piazze dello spaccio. L'arresto scatterebbe dopo il secondo fermo, quindi alla contestazione della recidiva.
"Il provvedimento predisposto una norma per superare l'attuale disposizione dell'articolo 73 comma cinque che non prevede l'arresto immediato per i casi di spaccio di droga - ha detto Lamorgese - Abbiamo fatto un tavolo di lavoro con il ministero della Giustizia e abbiamo trovato una soluzione che convince sia noi sia la Giustizia, dando la possibilità di arrestare immediatamente con la custodia in carcere coloro che si macchiano di questo reato".
"È stato rilevato il fatto che arrestare, senza custodia in carcere, e il giorno dopo vedere nello stesso angolo di strada lo spacciatore preso il giorno prima, incide anche sulla demotivazione del personale di polizia che tanto si impegna su questo versante e vede la propria attività essere posta nel nulla quando il giorno dopo li ritroviamo nello stesso posto", ha aggiunto la ministra dell'Interno raccogliendo le segnalazioni di diversi Comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica e gli allarmi sull'abbassamento dell'età dei consumatori.
"Accogliamo con particolare favore l'ipotesi normativa predisposta dal ministero dell'Interno che consentirà l'applicazione di misure cautelari in carcere per chi spaccia sostanze stupefacenti indipendentemente dalla quantità ceduta. I dati in nostro possesso sono allarmanti non solo e non tanto per quanto riguarda l'uso di stupefacenti ma anche e soprattutto per il dilagare del suo consumo tra i più giovani - il commento dell'Associazione nazionale funzionari di Polizia.
L'impegno ed il lavoro svolto quotidianamente dagli appartenenti alle forze di polizia nelle piazze dello spaccio di tutti i centri urbani è infatti oggi mortificato dalla impossibilità, di fatto, di applicare misure limitative della libertà personale nei confronti di soggetti sorpresi in flagranza di reato di cessione di stupefacenti e regolarmente rilasciati dopo meno di 48 ore".
Plauso anche dal sindacato di polizia Siap. "L'applicazione di misure cautelari in carcere per chi spaccia sostanze stupefacenti indipendentemente dalla quantità ceduta è una misura che accoglieremo con soddisfazione", dice Pietro Di Lorenzo, segretario provinciale del Siap di Torino.
In commissione Giustizia della Camera è intanto arrivata la proposta di modifica del Testo unico di stupefacenti, primo firmatario Riccardo Magi di + Europa tra i promotori dell'Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis, sottoscritta da parlamentari di tutti i gruppi di maggioranza.
"Dai dati contenuti nel decimo Libro bianco sulle droghe del giugno 2019 emerge che il 30 per cento degli ingressi in carcere nel 2018 è stato causato da imputazioni o da condanne per spaccio - dice - Sebbene a quasi trent'anni dall'approvazione del testo unico degli stupefacenti l'impianto repressivo e sanzionatorio che lo ispira non abbia impedito l'aumento della circolazione di sostanze stupefacenti e continui a essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia e nelle carceri, le risposte che vengono da destra continuano ad andare nella stessa, fallimentare direzione.
Al contrario la nostra proposta riporta il trattamento sanzionatorio in un alveo di proporzionalità, in linea con i principi costituzionali e infine differenzia il regime sanzionatorio in funzione della diversa natura della sostanza, al fine di graduare il trattamento punitivo in relazione alla gravità delle condotte. Si prevede inoltre che non è punibile chi coltiva un numero limitato di piante di cannabis finalizzate alla produzione di sostanze stupefacenti a un uso esclusivamente personale".
di Franco Corleone
L'Espresso, 20 febbraio 2020
È ora di riprendere la battaglia di Garibaldi e di Luigi Einaudi per abolire i prefetti. Una volta anche la Lega di Bossi aveva innalzato questa bandiera della democrazia, poi il governismo ha prevalso. Ora addirittura abbiamo un governo in cui il ministro dell'Interno è un prefetto! Uso il maschile non per caso, ma per rispettare la differenza di genere quando è opportuna. Il Presidente Mattarella ha compiuto un grave errore a nominare un prefetto ministro, ma l'errore è stato doppio con la nomina a capo del Viminale, dove Luciana Lamorgese ha fatto la sua carriera.
Avrebbe dovuto ricordare l'esempio di Giorgio Napolitano che bloccò la nomina di Gratteri a ministro della Giustizia. Finora il vuoto pneumatico aveva prevalso, ma ora il fondo reazionario è emerso. La "droga" è la cartina di tornasole utile a chiarire che l'origine culturale è incancellabile. Altro che discontinuità!
Lamorgese ha dichiarato che anche per i fatti di lieve entità, riguardanti l'articolo 73 della legge antidroga, il Dpr 309/90, deve essere prevista la galera. Già per questo reato le galere sono piene, se fosse approvata una modifica richiesta da Salvini i detenuti passerebbero da sessantamila a ottantamila, facendo scoppiare le carceri e costringendo la Corte europea dei diritti umani a condannare di nuovo l'Italia per trattamenti crudeli e degradanti.
È incredibile che in Italia si ripropongano le ricette della war in drugs che hanno prodotto crimini contro l'umanità mentre negli Stati Uniti, in Uruguay, in Canada si legalizza la canapa e in molti paesi europei si scelgono interventi di riduzione del danno abbandonando repressione e stigmatizzazione. Sarebbe opportuno che il ministro LaMorgese leggesse il decimo Libro Bianco sugli effetti della legge antidroga sulla giustizia e sulle carceri. Il 28 e 29 febbraio a Milano si svolgerà una Conferenza nazionale sulle droghe in assenza di quella del Governo che non viene convocata da venti anni (non considero le farse di conferenze di Giovanardi di Palermo e Trieste), in violazione della legge che prevede un appuntamento ogni tre anni per valutare gli esiti delle politiche e i necessari cambiamenti. Sarà la sede per chiedere un cambio di passo e le dimissioni di un ministro di polizia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 febbraio 2020
A Milano il 28 e 29 febbraio si svolgerà la Conferenza nazionale. Il proibizionismo per legge è fallito, l'unico risultato vero ottenuto è stato quello della patologizzazione e criminalizzazione dell'uso e dell'aumento della popolazione carceraria, e di un marcato stigma nei confronti delle persone che usano sostanze. Ma non solo.
L'approccio repressivo dell'attuale legislazione sulle droghe, la guerra alla droga, fondata sull'obiettivo irrealistico di un mondo libero dalle sostanze, ha dimostrato il proprio fallimento, tanto più di fronte alle profonde trasformazioni del fenomeno: nuove sostanze, nuovi consumatori, nuovi stili di vita e di consumo.
È la conclusione alla quale sono giunte le organizzazioni promotori della Conferenza nazionale sulle droghe che si terrà a Milano il 28 e 29 febbraio. Tante sono le organizzazioni a sostegno dell'evento, tra cui la Cgil che nella Conferenza si è sempre impegnata. Tra gli altri troviamo A Buon Diritto, Arci, Associazione Antigone, Associazione Freeweed, Associazione Luca Coscioni, Conferenza dei Garanti delle persone private della libertà e molti altri.
L'iniziativa è stata presentata lunedì scorso a Roma, in una conferenza stampa alla Camera. A illustrare il senso della Conferenza di Milano è stata Denise Amerini, responsabile per le Dipendenze nell'area welfare della Cgil nazionale. "La legge compie trent'anni, oggi sono evidenti gli effetti che ha avuto - ha esordito: la patologizzazione e lo stigma lanciato addosso alle persone, che è poi ricaduto su tutti coloro che lavorano nel settore. Si tratta di un approccio repressivo che ha portato a una grave regressione culturale. Basti guardare in questi giorni al caso di Verona: c'è una scuola che ha imposto i cani antidroga e perfino l'esame dell'urina per gli studenti". Nel nostro Paese la percezione delle sostanze stupefacenti sconta una serie di stereotipi, indotti dalla politica e dai media, tanto che la cosiddetta ' guerra alla droga' è tra le espressioni preferite dei giornali. "Siamo davanti a un progressivo indebolimento dei servizi - ha continuato Amerini -, che è dovuto proprio a come si ragiona rispetto alle sostanze: non si investe e non si valorizzano mai gli operatori. Alla mancanza di risorse si aggiunge poi il blocco delle assunzioni, negli ultimi anni i nuovi ingressi sono pochi e tutti precari".
Alla base c'è un problema culturale: "Molte opinioni diffuse sono profondamente sbagliate: spesso si attribuisce a una sostanza un effetto che non ha, invece bisogna studiare prima di intervenire". La Conferenza nazionale sulle droghe per legge è prevista ogni tre anni, eppure non si svolge dal 2009. "Per questo l'autoconvocazione è particolarmente importante - ha sottolineato sempre la responsabile welfare della Cgil Amerini - chiediamo alla politica di assumere il ruolo che le spetta: affrontare il tema non in modo emergenziale, ma con strumenti seri. Vogliamo subito la riforma della legge 309.
Bisogna poi legalizzare la cannabis, per favorire l'accesso alle cure per le persone, ma anche per migliorare l'economia e colpire la criminalità. Occorre capire che esiste un utilizzo controllato e molti usi della cannabis si sono normalizzati nella società attuale. Tutto questo - infine - aiuterebbe a combattere il sovraffollamento nelle carceri".
Tra i promotori, c'è pure Franco Corleone, già garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Regione Toscana e da sempre impegnato in prima linea sul tema delle droghe e delle dipendenze. "A Milano dobbiamo lanciare una mobilitazione di tutti i soggetti interessati perché abbiamo dei rischi tremendi - ha spiegato Corleone.
Nella commissione Giustizia della Camera è incardinata la proposta Salvini per abolire la previsione dei fatti di lieve entità per quanto riguarda il cosiddetto piccolo spaccio. Significa che da 60 mila detenuti in carcere rischiamo di arrivare a 70 mila presenze di persone che non hanno alcuna ragione di essere incarcerate. Questo sarà uno dei temi della conferenza".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 20 febbraio 2020
Parla il portavoce italiano, Riccardo Noury: "Massima pressione fino al 22 febbraio. Se sabato Patrick non sarà liberato, il governo italiano dia un segnale di insoddisfazione". Ancora una volta, mentre il governo giallorosso perde un'altra occasione per ottenere rispetto dall'"alleato" Abdel Fattah al-Sisi, è la società civile italiana a chiedere all'Egitto il rispetto dei diritti umani e il rilascio immediato di Patrick George Zaki, lo studente egiziano dell'università di Bologna arrestato il 7 febbraio scorso all'aeroporto del Cairo con accuse che vanno dall'istigazione alle proteste e alla diffusione di notizie false.
"Prigioniero di coscienza", lo definisce Amnesty International, come tutti coloro - e sono migliaia, nel Paese africano - che sono detenuti "solo per aver espresso le proprie opinioni o per la loro attività in favore dei diritti umani, senza che abbiamo commesso in alcun modo atti di violenza né abbiamo mai incitato alla violenza". Sabato prossimo si mobiliteranno le curve e la società del Bologna calcio, la squadra di cui Patrick è tifoso. Mentre ieri a Bruxelles, a Trieste e a Roma, al grido di "Patrick libero subito", si sono tenuti sit-in organizzati da Amnesty insieme alla Federazione nazionale della stampa, ai sindacati, l'Arci, Articolo 21 e molte altre associazioni. Davanti all'ambasciata d'Egitto a Roma, il flash mob si è tenuto in forma ridotta perché la questura ha imposto delle limitazioni di presenze per "ragioni di ordine pubblico".
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, lei è stato ascoltato ieri anche dalla commissione Esteri della Camera. Cosa chiedete al governo italiano?
Fino al 22 febbraio, giorno in cui si terrà al Cairo l'udienza chiave per Zaki, chiediamo la massima pressione e anche, come è accaduto sabato scorso, la massima presenza diplomatica per monitorare l'evento. Se poi invece quel giorno il giudice dovesse prorogare la carcerazione per altri 15 giorni, allora ci saranno tutti i motivi perché l'Italia manifesti in qualche forma la propria insoddisfazione nei confronti dell'Egitto. Sul piano dei rapporti commerciali, delle forniture militari, dei rimpatri o, su quello diplomatico, anche attraverso il richiamo temporaneo dell'ambasciatore per consultazioni, perché riferisca su come sono andate le cose e riceva istruzioni per continuare la pressione. Tenuto conto che finora la presenza di un'ambasciata al completo, dal settembre 2017 ad oggi, non ha portato nessuno dei risultati per cui si era deciso di rimandare l'ambasciatore.
La street artist Laika ha rimesso mano alla sua opera, che era stata parzialmente rimossa dal muro di Villa Ada, dove si trova l'ambasciata d'Egitto. È l'abbraccio di Giulio Regeni a Patrick Zaki. Secondo lei, è un bene accomunare le due vicende?
Dal punto di vista emotivo, certe analogie sono inevitabili: la giovane età, la passione per la ricerca, un luogo eletto di vita come l'università... Ma non c'è altro. Sono due storie diverse - uno era ricercatore, l'altro è un attivista per i diritti - avvenute in tempi diversi, con modalità diverse. Credo che questa associazione così completa non faccia bene al destino di Patrick. Quella di Zaki è già una situazione difficilissima così.
Amnesty è in contatto con gli avvocati del giovane universitario?
Non direttamente, ma il nostro riferimento è l'associazione con cui Patrick collaborava che è l'"Iniziativa egiziana per i diritti delle persone".
Avete conferme riguardo alle torture subite?
I suoi avvocati hanno presentato denuncia formale per tortura. Le autorità egiziane dicono che non presentava segni evidenti di torture. Ma questa non è affatto una rassicurazione. D'altronde sappiamo bene che in Egitto la tortura è la prassi e non l'eccezione.
L'Italia non è riuscita a salvare Giulio Regeni e nemmeno ad ottenere giustizia. Ora, ha l'occasione di riscattarsi e salvare Patrick. Sono comunque entrambi vittime di un regime totalitario...
Come altre migliaia di persone, in Egitto. Patrick Zaki, anche per come è stato scritto il mandato di cattura, per ciò di cui è accusato, è il simbolo di quella società civile messa all'indice, considerata un nemico, una minaccia. Come Patrick, nelle stesse condizioni, ci sono avvocati scrittori, attivisti. Non possiamo continuare a far finta di niente.
tvsvizzera.it, 20 febbraio 2020
In Liba migliaia di migranti sono detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà nel fornire assistenza. "A dieci mesi dall'inizio del conflitto, in Libia la situazione umanitaria continua a peggiorare. Oltre 2000 migranti sono ancora detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà pratiche nel fornir loro assistenza.
Nelle prime due settimane di gennaio 2020 circa 1000 migranti sono stati riportati in Libia e 600 di loro sono stati trasferiti in una struttura controllata dal Ministero dell'Interno libico. Di questi migranti non si ha più notizia". Lo afferma l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che lancia un appello alla comunità internazionale, compresa l'Unione Europea, "affinché si trovino alternative e meccanismi di sbarco sicuri per i migranti soccorsi in mare e che sono in fuga dalla Libia" e sottolinea come "circa 200 migranti siano stati riportati a Tripoli poche ore dopo che il porto della capitale libica venisse bombardato".
"La Libia non può aspettare", afferma Federico Soda, capo missione per l'Oim in Libia. "È il momento - aggiunge - di mettere in atto azioni concrete per assicurarsi che le persone soccorse in mare siano fatte sbarcare in porti sicuri e che il sistema di detenzione arbitrario venga terminato".
È necessario, secondo l'Organizzazione, "rinforzare un sistema di ricerca e soccorso in mare, che possa essere di ampio raggio e guidato direttamente dagli Stati. Allo stesso tempo occorre realizzare con urgenza un meccanismo di sbarco veloce e strutturato, che preveda che gli stati del Mediterraneo si prendano uguali responsabilità nel assicurare un porto sicuro per coloro che sono stati soccorsi. L'impegno delle navi Ong che operano nel Mediterraneo dovrebbe essere riconosciuto e dovrebbe essere messo un termine a ogni limitazione o ritardo nelle operazioni di sbarco".
Le Nazioni Unite, prosegue l'Oim, "continuano a documentare abusi, torture, sparizioni e condizioni spaventose nei centri di detenzioni libici. È inaccettabile che l'attuale sistema di detenzione sia ancora vigente, nonostante i ripetuti appelli al suo smantellamento e a favore dell'apertura di soluzioni alternative che possano garantire almeno un minimo livello di sicurezza".
mondoemissione.it, 20 febbraio 2020
La morte di Kizito Mihigo - l'ex organista tutsi sopravvissuto al massacro e divenuto un popolarissimo cantante di musica cristiana - mostra quanto restino aperte le ferite del genocidio del 1994. Nel 2014 Mihigo aveva pubblicato una canzone che invitava a ricordare anche i morti degli hutu ed era finito in carcere con l'accusa di incitare all'odio contro il governo di Kagame.
Un popolare cantante trovato morto in cella - ufficialmente suicida - riporta in primo piano le ferite mai sanate del genocidio del Ruanda. In tanti nel Paese africano e nella diaspora piangono infatti in queste ore la morte di Kizito Mihigo, 39 anni, un personaggio simbolo della storia recente di questo martoriato Paese. Mihigo era stato arrestato nuovamente pochi giorni fa mentre cercava di lasciare clandestinamente il Ruanda, violando un obbligo di dimora nel Paese che gli era stato imposto nel 2018.
Era nato a Kibeho in una famiglia tutsi, Kizito Mihigo. Era un seminarista tredicenne che già dimostrava un grande talento nel suonare l'organo quando nel 1994 sul Ruanda calò la tragedia del genocidio. In quel bagno di sangue perse i suoi genitori e fuggì in Burundi dove avrebbe voluto lui stesso arruolarsi nel Rwandan Patriotic Army. Ma il desiderio di vendetta lasciò presto il posto all'emergere delle sue doti musicali: nel 2001 partecipò alla stesura dell'inno nazionale e fu lo stesso presidente Kagame a impegnarsi per garantire al giovane tutsi una borsa di studio per perfezionare all'estero il suo talento. A Parigi Kizito Mihigo studiò così organo e composizione al Conservatorio per poi cominciare in Belgio a farsi conoscere nel panorama internazionale della christian music. Anche perché in quegli anni in Europa era entrato in contatto con il Mir - il Movimento internazionale per la riconciliazione, un movimento pacifista cattolico impegnato sul tema della non violenza - e ne aveva sposato il messaggio nelle sue canzoni.
Quando nel 2011 tornò a vivere in Ruanda Kizito Mihigo fu accolto dal governo di Kagame come una star: a lui veniva chiesto regolarmente di cantare l'inno nazionale durante le commemorazioni del genocidio e tanti altri appuntamenti ufficiali. Nel 2012 gli fu affidato anche un popolare programma televisivo. Ma tutto questo si interruppe bruscamente quando nel marzo 2014, pochi giorni prima del ventesimo anniversario del genocidio, Mihigo caricò su YouTube una nuova canzone intitolata Igisobanuro Cy'urupfu ("Il significato della morte") in cui si alludeva anche alle vittime piante dagli hutu dopo quella tragedia.
"Nonostante il genocidio mi abbia reso orfano - cantava - non mi ha fatto perdere l'empatia per gli altri. Pure le loro vite sono state spazzate via brutalmente anche se non lo chiamiamo genocidio. Anche quei fratelli e sorelle sono esseri umani. Prego per loro. Li conforto. Li ricordo... La morte non è mai buona, sia essa portata da un genocidio, da una guerra, o dai massacri di chi si vendica".
Nel giro di qualche giorno Mihigo sparì per ricomparire poi in carcere a inizio aprile con l'accusa di terrorismo e complotto con i ribelli hutu. A fine aprile gli era già stata fatta firmare una confessione contestatissima dalle associazioni per la difesa dei diritti umani in cui ammetteva di aver cospirato contro Kagame. Nel febbraio 2015 fu quindi condannato a dieci anni di reclusione.
Poi - nel settembre 2018, dopo aver rinunciato alla sua istanza di appello - venne rilasciato nell'ambito di un'amnistia, ma con la condizione di non lasciare il Paese. Venerdì scorso l'arresto nei pressi del confine con il Burundi e l'accusa di aver cercato di unirsi ai gruppi ribelli che combattono il governo di Kagame. Lunedì, infine, il ritrovamento del cadavere in cella. Secondo la polizia ruandese si sarebbe suicidato impiccandosi. Ma sono molte le voci che puntano il dito contro il governo di Kagame per questa nuova morte tragica che reimmerge il Paese nei suoi giorni più bui.
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 20 febbraio 2020
Il Consiglio dei giudici e procuratori turchi (Hsk), organo incaricato di condurre le procedure disciplinari nei confronti dei magistrati, ha aperto un'inchiesta sui giudici che ieri hanno assolto per "insufficienza di prove" tutti gli imputati presenti al principale processo per le proteste di Gezi Park del 2013.
C'è la mano del Sultano turco dietro il riarresto, nel giro di poche ore, del filantropo accusato ora proprio dal presidente Recep Tayyip Erdogan di avere organizzato la rivolta di Gezi Park. Venti giorni di dimostrazioni che nel 2013 vennero infine spente nel sangue. Per il capo dello Stato "le proteste di allora sono state un attacco esattamente come i golpe militari, non erano innocenti. Ci sono persone tipo Soros dietro le tende (a quel tempo piazzate al parco, ndr) che cercavano di creare problemi provocando rivolte in alcuni Paesi. L'esponente della branca turca era in prigione, ma hanno osato assolverlo".
Il leader di Ankara si riferiva al filantropo Osman Kavala, un imprenditore considerato soprattutto all'estero persona di grande valore e propugnatore della cultura, ma martedì subito ricondotto in carcere dopo essere stato assolto "da tutte le accuse", come gli altri 15 imputati, secondo la sentenza di una corte di Istanbul. Un altro tribunale ne ha infatti deciso immediatamente il nuovo arresto. Kavala, che è in carcere da 28 mesi, ha collaborato per anni con la fondazione Open Society di George Soros, prima che l'organizzazione venisse bandita dalla Turchia.
Il verdetto su un altro caso spinoso, quello di 11 attivisti per i diritti umani fra cui dirigenti e responsabili della sezione locale di Amnesty International, è stato ieri rinviato al 3 aprile. Avrebbe dovuto decidere il rilascio degli esponenti, tutti accusati di "terrorismo", anch'essi in cella da più di due anni e mezzo. Il giudizio riguarda pure l'ex presidente Taner Kilic e l'ex direttrice Idil Eser. La direttrice di Amnesty in Europa, Marie Struthers, ha commentato: "La dolorosa vicenda di questi attivisti spiega bene come la Turchia sia diventata un Paese dove difendere la libertà di tutti possa comportare un alto prezzo da pagare per se stessi".
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 20 febbraio 2020
Il Consiglio dei giudici e procuratori turchi (Hsk), organo incaricato di condurre le procedure disciplinari nei confronti dei magistrati, ha aperto un'inchiesta sui giudici che ieri hanno assolto per "insufficienza di prove" tutti gli imputati presenti al principale processo per le proteste di Gezi Park del 2013.
C'è la mano del Sultano turco dietro il riarresto, nel giro di poche ore, del filantropo accusato ora proprio dal presidente Recep Tayyip Erdogan di avere organizzato la rivolta di Gezi Park. Venti giorni di dimostrazioni che nel 2013 vennero infine spente nel sangue. Per il capo dello Stato "le proteste di allora sono state un attacco esattamente come i golpe militari, non erano innocenti. Ci sono persone tipo Soros dietro le tende (a quel tempo piazzate al parco, ndr) che cercavano di creare problemi provocando rivolte in alcuni Paesi. L'esponente della branca turca era in prigione, ma hanno osato assolverlo".
Il leader di Ankara si riferiva al filantropo Osman Kavala, un imprenditore considerato soprattutto all'estero persona di grande valore e propugnatore della cultura, ma martedì subito ricondotto in carcere dopo essere stato assolto "da tutte le accuse", come gli altri 15 imputati, secondo la sentenza di una corte di Istanbul. Un altro tribunale ne ha infatti deciso immediatamente il nuovo arresto. Kavala, che è in carcere da 28 mesi, ha collaborato per anni con la fondazione Open Society di George Soros, prima che l'organizzazione venisse bandita dalla Turchia.
Il verdetto su un altro caso spinoso, quello di 11 attivisti per i diritti umani fra cui dirigenti e responsabili della sezione locale di Amnesty International, è stato ieri rinviato al 3 aprile. Avrebbe dovuto decidere il rilascio degli esponenti, tutti accusati di "terrorismo", anch'essi in cella da più di due anni e mezzo. Il giudizio riguarda pure l'ex presidente Taner Kilic e l'ex direttrice Idil Eser. La direttrice di Amnesty in Europa, Marie Struthers, ha commentato: "La dolorosa vicenda di questi attivisti spiega bene come la Turchia sia diventata un Paese dove difendere la libertà di tutti possa comportare un alto prezzo da pagare per se stessi".
- Riforma della giustizia, l'Anm contro Bonafede che rischia di essere stritolato
- Riparte il confronto sulla giustizia. Bonafede: "Sì al tavolo sul penale con avvocati e Anm"
- La riforma penale è già sgonfia. Preferibile la depenalizzazione, ma la gente non la vuole
- Intercettazioni, l'intesa non ferma lo scontro tra il premier e Renzi
- No caro Davigo, su carceri e giustizia i numeri ti danno torto










