di Ambra Notari
redattoresociale.it, 26 febbraio 2020
Niente colloqui, niente volontari, niente traduzioni da e verso gli istituti delle carceri delle regioni in cui si sono riscontrati casi di coronavirus. Lo comunica in una nota il Garante per i detenuti di Bologna: "Si ritiene opportuno l'ampliamento delle possibilità di effettuare comunicazioni telefoniche o via Skype".
Sospeso l'accesso in istituto di tutti i volontari e i colloqui con familiari e terze persone; impossibilità di accedere agli istituti penitenziari per coloro che dimorano nei Comuni sottoposti a quarantena (per gli operatori vari, i volontari e i parenti delle persone detenute); sospese, anche per quanto riguarda la detenzione minorile, delle traduzioni da e verso gli istituti penali minorili di Torino, Milano, Treviso, Bologna, Pontremoli e Firenze.
Sono queste le misure adottate dall'istituto penitenziario Rocco D'Amato di Bologna per prevenire il contagio dovuto alla diffusione del coronavirus. La comunicazione arriva in una nota di Antonio Ianniello, Garante per i detenuti del Comune di Bologna: "Considerata la sospensione in atto dei colloqui, si ritiene inoltre opportuno l'ampliamento delle possibilità di effettuare comunicazioni telefoniche o via Skype, laddove possibile".
Nella nota il Garante aggiunge: "Si raccomanda l'adozione di adeguate misure di informazione nei confronti delle persone detenute circa le principali misure igieniche da assumere per le malattie a diffusione respiratoria, nonché il deciso incremento dell'attenzione circa l'igienizzazione degli ambienti in cui vivono le persone detenute e degli ambienti in cui lavorano gli operatori penitenziari, anche con riferimento alle dotazioni di dispositivi di protezione individuale".
Intanto, dopo le denunce dei giorni scorsi, il Sinappe ha ringraziato l'amministrazione della Dozza e degli istituti regionali "per la tempestiva presa d'atto della delicatezza della situazione e, anche se non ancora in maniera omogena e capillare, ha portato all'attuazione di interventi mirati, quali la distribuzione di mascherine filtranti, gel antibatterico, guanti, sapone antisettico". Accolta con soddisfazione anche la decisione di sospendere i colloqui, "in alcuni contesti invocata perfino dagli stessi ristretti a tutela della salute dei rispettivi familiari".
Contestualmente, il sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria avanza alcune ulteriori richieste: "Riteniamo che vada completata la distribuzione in tutti gli Istituti del Distretto dei DPI; disciplinato il divieto temporaneo di fruire del campo sportivo da parte dei detenuti, in ossequio alle ultime disposizioni ministeriali, e istituito l'obbligo da parte di tutte le Direzioni di predisporre una sezione per l'esclusiva accoglienza e/o cura dei detenuti nuovi giunti che, in alcuni istituti regionali, anche di rilievo, vengono ancora destinati ai reparti detentivi ordinari, cosa che riteniamo grave e molto rischiosa. Si sollecita, infine, l'adozione delle misure necessarie a monitorare costantemente le condizioni di salute di tutto il personale".
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 26 febbraio 2020
Nelle carceri per definizione, di libertà ne hanno già poca, ma quella che resta a una fetta di detenuti se la mangia il famigerato Covid-19. Il Tribunale di Sorveglianza di Milano è stato costretto a sospendere fino al 2 marzo le uscite all'esterno per evitare il rischio di contagio sia per i detenuti che ne beneficiano, sia per i compagni che potrebbero essere contagiati al loro rientro in cella con enormi problemi per gli istituti di pena.
Da lunedì scorso, dopo l'innalzamento del livello di allarme, i magistrati di sorveglianza hanno dovuto sospendere alcuni benefici che, da un lato, riducono la pressione nelle carceri sovraffollate, da un altro, consentono il percorso di rieducazione al quale deve tendere la pena secondo la Costituzione. I giudici dell'ufficio diretto da Giovanna Di Rosa hanno boccato permessi premio, che permettono ai carcerati di uscire per periodi limitati, semilibertà per trascorrere parte del giorno fuori in attività di impiego utili al reinserimento, e lavoro esterno, uscire dal carcere per svolgere un'attività lavorativa o di frequentare un corso di formazione professionale.
A San Vittore, gli avvocati che si recheranno per incontrare i reclusi indosseranno la mascherina. Sospesi, per gli stessi motivi, gli ingressi dei volontari che prestano la loro opera dentro le mura. Gli stessi rischi riguardano la salute degli agenti di polizia penitenziaria, i cui sindacati hanno chiesto provvedimenti urgenti a tutela della salute.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 25 febbraio 2020 n. 4973. Via libera a 3mila euro di sanzione per chi intenta una causa per l'equa riparazione basata su un giudizio presupposto che non avrebbe dovuto iniziare per mancanza di interesse. La Cassazione (sentenza 4973) respinge il ricorso contro il versamento alla cassa delle ammende, per aver portato avanti una causa pur avendo già ottenuto l'inquadramento che voleva.
La ricorrente aveva chiesto alla Corte d'appello l'equo indennizzo per l'ulteriore durata, a suo dire di quasi dieci anni, ancora non risarcito di un procedimento - iniziato in prima battuta davanti al Tar e concluso per difetto di giurisdizione nel 2009 e già indennizzato - riassunto davanti al Tribunale e chiuso per estinzione del processo a causa della mancata riassunzione per difetto di giurisdizione.
Per i giudici l'assenza di danno era evidente dall'esame degli atti. La pretesa era relativa al ritardo di un giudizio presupposto che non doveva essere iniziato per carenza di interesse: già tre anni prima della fine della causa davanti al Tar, la ricorrente aveva ottenuto l'inquadramento dall'Inps nella categoria richiesta. Questo malgrado il disinteresse fosse scattato con la dichiarazione di estinzione.
Per la Cassazione è applicabile la legge Pinto, nel testo introdotto dalla legge 208/2015 (articolo 2, comma 2 sexies, lettera c) che presume non esistente il pregiudizio che deriva dal processo lumaca, salvo prova contraria, nel caso di estinzione del processo per rinuncia o inattività delle parti (articoli 306 e 307 del Codice di rito civile).
Inutile per la ricorrente obiettare che la condanna a 3mila euro era sproporzionata rispetto all'indennizzo chiesto e che la forbice prevista dalla norma, che va dai mille ai 10mila euro, rende gravoso l'accesso alla giustizia. Un "effetto collaterale" potenzialmente condiviso dalla Cassazione. Che tuttavia difende la norma per la sua chiarezza e per gli obiettivi.
Il legislatore ha infatti dato priorità alla repressione dell'abuso del processo. La strada per farlo è sanzionare sia chi inizia una causa pur non avendo in origine diritto all'equo indennizzo, sia chi propone ricorsi viziati da irregolarità non sanabili per colpa della parte. Né ci sono dubbi di incostituzionalità in assenza di disparità di trattamento, di lesione dei principi del giusto processo o del diritto di difesa.
La sanzione è del tutto coerente con lo scopo di disincentivare, senza automatismi, le pretese delle parti fatte valere, anche se temerarie o inosservanti delle norme processuali. Per la Suprema corte l'introduzione del meccanismo "potrebbe all'opposto ridurre il carico delle corti territoriali consentendo una più sollecita e celere definizione delle controversie nelle quali venga fondatamente fatto valere il diritto al riconoscimento della violazione del termine di ragionevole durata del processo". I giudici compensano però le spese "in considerazione della particolarità della fattispecie, derivante dall'assoluta novità delle questioni".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 febbraio 2020
Qualche giorno fa c'è voluta la solidarietà da parte di tutte le detenute che, tramite diverse ore di battitura, sono riuscite a far trasportare Rosa Zagari in ospedale. Dolori lancinanti, non riusciva a stare né in piedi né seduta in carrozzina, una sofferenza abnorme che porta con sé da ormai più di un anno. Dpo poche ore è stata riporta in cella nel carcere di Messina.
La sua è una storia ampiamente riportata da Il Dubbio, fin da quando cadde da quella maledetta doccia del carcere di Reggio Calabria che le provocò una grave lesione alle vertebre, con tanto di frattura all'anca. Da lì, il calvario che diventa sempre più insostenibile. Che l'assistenza sanitaria nelle patrie galere sia una utopia, lo ha ammesso anche recentemente il Dap tramite le sue nuove linee guida.
Rosa non è nemmeno una spietata criminale, la sua unica colpa è stata quella di aver amato - e quindi protetto l'ex latitante Ernesto Fazzalari di Taurianova, catturato nel 2016, il quale era considerato il ricercato più pericoloso dopo l'imprendibile Matteo Messina Denaro. Grazie all'interessamento dell'associazione Yairaiha Onlus - la quale si è attivata fin dal luglio scorso scrivendo al Garante nazionale delle persone private della libertà, a quello regionale, al ministro della Giustizia e al magistrato di sorveglianza -, Rosa Zagari era stata trasferita nel carcere di Messina per ricevere cure adeguate.
Ma nulla da fare, le sue condizioni non sono cambiate. L'unico risultato avuto, inaccettabile in un paese civile, è che la frattura scomposta dell'anca ormai si è calcificata in maniera errata. "L'immobilismo forzato dei mesi a seguire a causa del busto - denuncia Sandra Berardi dell'associazione Yairaiha Onlus -, fece sì che l'anca fratturata si calcificasse in maniera scomposta e, probabilmente, questa è una concausa delle prolungate sofferenze che sta subendo questa donna senza essere nemmeno creduta dal personale sanitario e penitenziario".
Perché non sarebbe stata creduta? Rosa stessa, tramite una lettera inviata al fratello, racconta un episodio avvenuto il 16 gennaio scorso: "Hanno chiamato il dottore perché ero piegata in due e mi hanno fatto una puntura di "toradol", quando è arrivato il medico di guardia si è messo a urlare sia con l'assistente sia con il medico di turno perché "era stato disturbato".
È intervenuta allora la mia compagna dicendogliene quattro e lui ha proposto di lasciarmi su una barella lì nel corridoio (dove peraltro già ero e non potevo stare perché reparto di media sicurezza) fino a che non mi passasse il dolore, o in lavanderia che è una stanza fatiscente e tutta aperta. L'assistente ha risposto di no ad entrambe le proposte, mentre la mia compagna di cella è intervenuta dicendo che mi avrebbero portato loro in sezione".
Rosa Zagari continua nel suo racconto drammatico: "In quanto alle cure che mi ha prescritto il neurologo, non le sto facendo perché, anche se risultano in cartella clinica, l'infermiera mi ha informato che loro non ce l'hanno, hanno solo la "Lirica" da 75 mg mentre quella che mi ha prescritto sono da 25 mg e le devo comperare a spese mie, ma ci vorrà un mese prima di averle. Per quanto riguarda la finta fisioterapia che mi stavano facendo, ora non me la fanno più il lunedì ma solo martedì e mercoledì, in pratica 20 minuti di tens.
Per pararsi le spalle mi avevano fatto due sedute di magnetoterapia e solo quando gli ho detto che il giorno prima non ero andata perché stavo male ed avevo pure il ciclo mi hanno detto che con il ciclo la magnetoterapia non si può fare, ma a me la avevano già fatta fare durante il ciclo nei mesi precedenti senza avvisarmi".
L'associazione Yairaiha Onlus ha ricevuto riassicurazioni dal Dap circa lo stato di salute di Rosa Zagari. Ma da quando traspare dai suoi racconti e l'ultimo trasporto in ospedale a causa dei suoi dolori, sembra che tutto sia rimasto così com'è.
Una donna, Rosita, di 42 anni che sta scontando una doppia, tripla pena. Eppure lo Stato di Diritto contempla la possibilità di una pena alternativa, soprattutto quando emerge una incompatibilità con l'ambiente carcerario che sa essere feroce anche con chi ha solo la colpa di essere un familiare del ristretto. Il pensiero va infatti alla madre di Rosita che, nonostante la malattia, ha combattuto per la figlia. Aveva detto che si sarebbe lasciata morire se le autorità non avessero preso provvedimenti. È stata purtroppo di parola.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 febbraio 2020
Il progetto "Way Out" prevede sostegni a chi è privo di rete familiare o amicale. Quando un detenuto, soprattutto se ha perso tutto ed è straniero, esce dal carcere si trova molto spesso smarrito, senza alcun punto di riferimento, senza sapere come attivarsi, chi cercare.
La Caritas di Torino si è attivata in tal senso attraverso un kit informativo che non a caso si chiama "Way Out", la "via di uscita" appunto. Il progetto prevede sostegni a persone in uscita da percorsi detentivi, e in special modo chi è privo di rete famigliare o amicale. Attraverso la distribuzione di kit si vuole agevolare la ricongiunzione con le famiglie e l'orientamento ai servizi di prima necessità esistenti sul territorio.
L'Arcidiocesi di Torino attraverso il centro d'ascolto "Due Tuniche" della Caritas Diocesana, in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, la Clinica Legale Carcere e Diritti del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Torino e l'Ufficio del Garante delle persone private della libertà, si è occupata della realizzazione di kit di uscita da percorsi detentivi attraverso la partecipazione al Bando "Pon Inclusione - Po I Fead".
Diversi sono gli obiettivi principali previsti dal progetto approvato: L'attivazione di un tavolo di coordinamento finalizzato all'individuazione della composizione del "kit di uscita da percorsi detentivi' con i partner coinvolti e gli educatori dell'Istituto penitenziario; incentivare gli ex detenuti a soddisfare i loro bisogni primari in autonomia e con responsabilità e favorire il loro reinserimento sociale; attività diretta dei volontari del centro d'ascolto Due Tuniche nei blocchi dell'istituto penitenziario con i detenuti in uscita per individuazione dei bisogni.
I kit informativi sono suddivisi in 12 capitoli dove vengono forniti indirizzi, orari e indicazioni di mezzi pubblici su tutti i dormitori, mense, servizi sanitari e dentistici, igiene della persona, lavoro, assistenza legale come gli "avvocati di strada", vestiario, centri diurni, ostelli e centri di ascolto. Hanno introdotto la pubblicazione con un sintetico vademecum sugli uffici informativi del Comune che si occupano di persone senza dimora, del Garante dei diritti dei detenuti, dell'anagrafe. Ci sono poi informazioni sui servizi riservati ai cittadini stranieri (permesso di soggiorno, Informa stranieri, Ufficio pastorale migranti) e sulle modalità per scegliere il medico di base, per richiedere il reddito di cittadinanza e per gestire un eventuale conto corrente.
Non mancano - precisamente alle pagine finali dell'opuscolo, le mappe per orientarsi in modo che i servizi per la persona siano raggiungibili anche da chi non è pratico di Torino. I kit saranno anche abbinati i materiali di prima necessità come il borsone, prodotti igienici, un telefono cellulare per mettersi in contatto con i famigliari o con i servizi indicati nella guida e i biglietti del bus. I detenuti in uscita che riceveranno la guida sono segnalati alla Caritas dall'Ufficio della Garante dei detenuti del Comune di Torino, Monica Cristina Gallo, che ha contribuito alla pubblicazione del libretto.
reggiotoday.it, 26 febbraio 2020
Ennesimo capitolo legato a disservizi e problematiche del sistema sanitario calabrese. Siamo nelle carceri dove, spesso, manca il personale infermieristico per prestare le cure ai detenuti. In particolare, è la casa circondariale di Arghillà a destare non poche preoccupazioni in merito alla gravissima carenza di operatori, come denunciato dal Nursind. Il sindacato delle professioni infermieristiche, tramite una nota a firma del segretario territoriale Vincenzo Marrari, segnala "il continuo e cronico disagio dovuto alla carenza di personale infermieristico all'interno della Casa Circondariale di Arghillà. Nonostante il diretto impegno del Dott. Bray, che ha convocato una riunione con i dirigenti e i coordinatori infermieristici e sollecitato agli uffici preposti di procedere "con somma urgenza", a distanza di quasi due mesi, la problematica è ancora irrisolta."
"Solo silenzio assoluto e totale immobilismo - afferma ancora Marrari - da parte dell'Azienda Sanitaria e non si riesce a capire dove sia il bandolo della matassa circa l'invio di unità infermieristiche che possano consentire un'adeguata turnazione al personale, nonché l'attivazione della fondamentale assistenza anche nelle ore notturne."
"Alle nostre richieste di informazioni - rivela il segretario - gli uffici continuano a tergiversare fornendo risposte equivoche e banali, con un continuo rimpallo di responsabilità. Non è servita nemmeno la chiara e netta posizione espressa (caso unico in Italia) dalla popolazione detenuta che ha richiesto la risoluzione delle problematiche dell'area sanitaria mediante la raccolta di ben 250 firme!"
"La scrivente Oo.ss. a tutela degli infermieri operanti e del diritto alla salute dei detenuti, ribadisce ad alta voce a codesta Amministrazione - si conclude la nota - l'urgente necessità dell'incremento di organico e della sostituzione del personale infermieristico assente e/o che abbia formalmente espresso richiesta di trasferimento in altre U.o; ricordando che eventuali criticità riconducibili a violazioni del vigente Ccnl non imputabili al personale in servizio, saranno valutate nelle sedi più opportune".
di Stefano Vecchio
Il Manifesto, 26 febbraio 2020
Purtroppo l'emergenza corona virus ha costretto la Rete che aveva convocato - in assenza di un impegno del Governo - una Conferenza sulle politiche sulle droghe partecipata da operatori, consumatori e militanti a rinviare l'appuntamento. Rimangono valide le ragioni alla base della proposta e il numero rilevante di iscritti ci conferma l'esigenza di tenere alto il livello di attenzione e mobilitazione per realizzarla entro giugno. L'ultima Conferenza Nazionale governativa è stata nel 2009.
I diversi governi che si sono succeduti, hanno accuratamente evitato non solo la convocazione prevista per legge ogni tre anni, ma tutto il tema delle politiche sulle droghe. Questo compare solo quando si vuole promuovere allarme sociale e mediatico, come nel caso della proposta di legge di Salvini con l'ulteriore inasprimento delle pene per il piccolo spaccio. E preoccupa che il ministro dell'Interno abbia poi sostanzialmente confermato questa linea, senza che nessun esponente del governo o delle forze politiche che lo sostengono abbia preso le distanze.
Questa situazione confusa e scivolosa sul piano politico conferma le nostre analisi del documento preparatorio della Conferenza Autoconvocata: "30 anni di politiche imperniate sul contrasto penale e la criminalizzazione/patologizzazione di qualsiasi forma di consumo hanno aggravato i danni e i rischi per la salute dei consumatori e dell'intera società, sia della diffusione di stigmi e pregiudizi. Uno scenario di "guerra" che ha ostacolato e spesso impedito ogni tentativo di promuovere nella società una cultura della riduzione del danno e del consumo più sicuro in un quadro di relazioni sociali pacifiche e coese".
Nel Libro Bianco 2019 (fuoriluogo.it) i dati parlano chiaro: un terzo dei detenuti è condannato per violazione dell'art 73 della legge sulle droghe, il 25% è tossicodipendente. Complessivamente i detenuti legati al Dpr 309/90 raggiungono circa il 50% con un effetto drammatico sul sovraffollamento delle carceri. E valutando gli effetti della legge sul mercato delle droghe e sui consumi, l'obiettivo prefissato di "un mondo senza droghe" non è stato raggiunto. Anzi osserviamo, come paradossalmente riporta in modo acritico la stessa Relazione al Parlamento, una diffusione di modelli di uso e consumo differenziati che va in direzione opposta. I danni sono evidenti e i passi in avanti completamente assenti!
La realtà dei servizi è ferma al modello degli anni 90. Dalla stessa Relazione governativa si rileva che attualmente questi intercettano meno dell'1% delle persone che usano droghe. Con un mandato istituzionale "forzato" di produrre malati cronici in trattamento a vita, con tutti i rischi collegati di una nuova istituzionalizzazione.
In questi 30 anni la nostra rete però ha realizzato molteplici esperienze innovative nei servizi, insieme a ricerche indipendenti, studi di valutazione sugli effetti delle politiche in dialogo costante con le esperienze internazionali. Un "imponente bagaglio di conoscenza e sperimentazione capace di disegnare strategie di regolazione sociale e culturale alternative a quelle penali".
In questa prospettiva presenteremo le nostre proposte di riforma radicale della legge sulle droghe che preveda la completa depenalizzazione e decriminalizzazione di tutte le condotte legate al consumo personale e la ridefinizione e riscrittura del sistema dei servizi e degli interventi capace di integrare definitivamente il modello della Riduzione dei Danni e dei Rischi. Forum Droghe la prossima settimana sarà a Vienna a rappresentare il movimento italiano per la riforma alla riunione dell'Onu che discuterà della raccomandazione dell'Oms per la riclassificazione della cannabis nelle tabelle delle Convenzioni internazionali riconoscendone il valore terapeutico. È un appuntamento decisivo e sfidiamo il Governo a sostenere il cambiamento.
di Eugenia Tognotti
La Stampa, 26 febbraio 2020
L'altra epidemia che dilata gli effetti di quella medica. Due virus circolano oggi in Italia, biologico l'uno, il coronavirus - che ha immediatamente conquistato l'arena mediatica; immateriale, l'altro, il virus della paura.
Fatto di chiacchiere, impressioni, reazioni emotive, parole, quest'ultimo sta dilagando molto più velocemente del primo, attraverso la rete e le agenzie di stampa, contagiando un numero di persone enormemente più elevato di quello toccato dal virus bilogico, di tutte le età e condizioni e ben al di là della famosa "zona rossa", blindata da cordoni sanitari e quarantene.
Si tratta di un virus pericoloso, che riceve una copertura mediatica senza precedenti per nessun evento o catastrofe nell'Italia contemporanea. Capace di diffondere il panico, di paralizzare gli sforzi necessari a contenere la diffusione dell'"altro" virus, di dilatare gli effetti sull'economia e di "disunire" l'Italia, come stiamo vedendo in queste ore. Non per niente era la paura stessa durante le crisi epidemiche a incutere i più grandi timori negli antichi magistrati di sanità che dovevano governare l'emergenza. Ben consapevoli che la diffusione di una malattia mortale e contagiosa non incideva solo sulla salute fisica, alimentando la "fobia da contatto".
Le pulsioni di panico, l'incubo dell'imprevisto e dell'ignoto spingevano a dare la caccia a presunti "untori", a forzare i cordoni sanitari, a sottrarsi all'isolamento forzato, a fuggire dai lazzaretti, diffondendo l'epidemia nelle zone "sane", mettendo a repentaglio l'economia. Lo "sbigottimento delle genti" poteva uccidere, come riferiva un anonimo cronista orvietano della peste descritta da Boccaccio nel Decamerone. Alcuni secoli dopo, citando Tucidide e la peste di Atene - che colpiva prima i "melancolici e i paurosi" - Ludovico Ariosto chiamava in causa "le gagliarde passioni dell'animo" che definiva "i primi beccamorti dell'uomo regnando il contagio".
Gli sforzi delle autorità sanitarie per dominare la paura e l'irrazionalità, capaci di rendere le popolazioni "più proclivi ai morbi", trovano nuovi argomenti in tutte le epidemie, impreviste e imprevedibili, fino alla Spagnola. Ma in quel 1918, a guerra non ancora conclusa, il carico di angoscia e di ansia non trova voce e spazio nei giornali per il divieto di evocare persino il nome della "madre di tutte le influenze" che avrebbe contribuito a "deprimere lo spirito pubblico".
L'infezione da Coronavirus non è la Spagnola. L'infezione da Coronavirus è ancora un'epidemia più mediatica che medica, con una diffusione circoscritta, grazie alle severe misure cautelative adottate, e con tassi di mortalità molto vicini a quelli dell'influenza. Occorrerebbe interrogarsi forse su che cosa ha innescato il virus della paura, ingiustificata, irragionevole, su cui s'infrange la voce della scienza e l'evidenza dei numeri.
Non sarà, a fare paura, il termine stesso di "contagio", in cui s'intrecciano i concetti di "diffusione", "epidemia", "infezione", "trasmissione", "mescolanza"? Angosce, paure, reazioni emotive appartengono al presente quanto al passato. Mentre la scienza sta mettendo a punto un efficace vaccino immunizzante e altre strategie terapeutiche, s'impone la necessità di addomesticare la paura nei confini della nostra cultura, operando secondo ragione.
di Gianrico Carofiglio*
La Repubblica, 26 febbraio 2020
Quello che molti di noi credono sulla consistenza dei pericoli ha poco a che fare con i pericoli oggettivi. Se il rischio è volontario ci sembra più basso e governabile, se ci viene imposto da altri o non si può controllare viene percepito con maggiore intensità.
La "Logica di Port-Royal" è un testo filosofico opera di due giansenisti francesi, Antoine Arnauld e Pierre Nicole, che lo pubblicarono, anonimo, nel 1662. In questo trattato i due autori si proponevano di studiare le regole della logica per giungere ad enunciare le regole del pensiero. Perché ci interessa questo lavoro di due lontani (e sconosciuti, al di fuori della cerchia degli specialisti) filosofi francesi?
Perché in esso viene esaminato per la prima volta il tema dell'asimmetria fra paure e pericoli. In particolare nel trattato i due autori si occupano della paura dei fulmini e della sproporzione fra tale paura, spesso vivissima, e il pericolo oggettivo, modestissimo, di essere effettivamente colpiti da una saetta. Nel mondo in cui viviamo - complesso e per molti aspetti indecifrabile, ben più di quello del diciassettesimo secolo - quello che molti di noi credono sulla consistenza dei pericoli ha poco a che fare con i pericoli oggettivi.
In una duplice direzione: ci preoccupiamo per eventi o fenomeni assai improbabili e al tempo stesso, proprio per la medesima ragione (l'incongruenza fra paure e rischi), ci esponiamo a gravi pericoli senza alcuna consapevolezza. Un mio amico ha, come tanti, paura di volare e dunque per nessuna ragione sale su un aereo, notoriamente il mezzo di trasporto più sicuro che esista. Però viaggia alla guida della sua potente vettura, spesso superando i centocinquanta chilometri all'ora, convinto di avere tutto sotto controllo ma in realtà esponendosi a un rischio di gran lunga maggiore rispetto a quello, minimo, del volo moderno.
Se il rischio è volontario ci sembra più basso e governabile; se ci viene imposto da altri o non si ha la possibilità di controllarlo - come nel caso delle epidemie - viene percepito, soggettivamente, con molto maggiore intensità. Le influenze normali producono oltre seimila decessi all'anno per cause dirette e indirette.
L'inquinamento dell'aria produce da cento a duecento decessi al giorno in Italia, eppure nessuno pare preoccuparsi di questo rischio, rispetto a quelli connessi all'attuale epidemia. La possibilità di entrare in contatto con un virus misterioso mette in moto una preoccupazione diversa e, per quanto possa apparire assurdo, maggiore rispetto a quella di respirare particelle cancerogene. Questo è uno dei tanti segni della nostra irrazionale relazione con il mondo e l'incertezza.
Parlando di paura viene naturale passare alla questione del coraggio, individuale e collettivo; dei cittadini e di chi ha responsabilità pubbliche. Certo non è una manifestazione di coraggio porre in essere reazioni sproporzionate, formulare dichiarazioni non sempre composte al solo scopo di sottrarsi all'eventuale futura contestazione di non aver fatto tutto quello che era necessario. Il coraggio è una dote del carattere ma anche dell'intelligenza: esso consiste fra l'altro nella capacità di entrare in un rapporto razionale ed equilibrato con il pericolo e il rischio, gestendoli nei limiti in cui questo è possibile. In questa accezione di virtù dell'intelligenza, il coraggio assomiglia molto a quella che John Keats chiamava "Capacità Negativa".
Questa, per il poeta inglese, era la dote fondamentale dell'uomo in grado di conseguire risultati autentici, di risolvere davvero i problemi e superare le difficoltà. Keats chiamò negativa questa capacità per contrapporla all'atteggiamento di chi affronta i problemi alla ricerca di soluzioni immediate, nel tentativo di piegare la realtà al proprio bisogno di certezze. "Vi è capacità negativa quando un uomo è capace di stare nell'incertezza, nel dubbio senza l'impazienza di correre dietro ai fatti... perché incapace di rimanere appagato da una mezza conoscenza".
Per Keats, accettando l'incertezza, l'errore, il dubbio è possibile osservare più in profondità, cogliere le sfumature e i dettagli, porre nuove domande, anche paradossali, e dunque allargare i confini della conoscenza e della consapevolezza. Dunque risolvere i problemi. Il senso di questa riflessione, riportato alle vicende odierne, è che bisogna affrontare la vita accettandone l'ignoto e la complessità. Bisogna affrontare il rischio prendendo tutte le precauzioni sensate (quelle suggerite dai veri esperti) ma non quelle insensate, generate da un bisogno immaturo e pericoloso di governare l'ingovernabile, cioè l'incertezza.
Bisogna usare la paura come uno strumento di lavoro per cambiare le cose e non lasciare invece che diventi una forza incontrollabile e distruttrice. Viene naturale chiudere queste riflessioni evocando la frase forse più celebre sulla paura, quella di Franklin D. Roosevelt pronunciata durante il suo discorso inaugurale, riferendosi alla Grande Depressione. È una frase che spesso è stata archiviata come un semplice gioco di parole.
Il suo significato è però assai più ricco, va molto al di là dell'artificio linguistico. Il concetto espresso da Roosevelt è che, oggi come non mai, dobbiamo temere la paura - e combatterla e sconfiggerla con le armi dell'intelligenza - perché dalla paura non governata derivano conseguenze rovinose. Materiali e morali. La paura può essere essa stessa una malattia, oppure uno strumento dell'intelligenza per affrontare i pericoli e sconfiggerli. La scelta fra l'una e l'altra possibilità, inutile dirlo, tocca a noi.
*Scrittore. Il suo ultimo libro è "La misura del tempo" (Einaudi, 2019)
immediato.net, 26 febbraio 2020
La "Nuova Aula dei Gruppi" della Camera dei Deputati, la settimana scorsa, è stata teatro della proiezione del docufilm "La luce dentro", ultima opera del regista lucerino Luciano Toriello. L'evento - promosso dal deputato Antonio Tasso con Gennaro Pesante, responsabile del canale satellitare di Montecitorio - ha visto una larga partecipazione, registrando l'esaurimento dei posti disponibili.
Oltre a giornalisti ed operatori di alcune delle maggiori testate televisive e ad una nutrita rappresentativa di studenti, erano presenti il presidente di Apulia Film Commission Simonetta Dellomonaco, il presidente di Fondazione Con il Sud, Carlo Borgomeo, il sindaco di Lucera, Antonio Tutolo, accompagnato dal vicesindaco e da alcuni consiglieri e assessori. Il saluto ai partecipanti è stato rivolto dal Vice Presidente della Camera Ettore Rosato e dal questore della Camera, Francesco D'Uva, oltreché dall'On. Tasso.
Dopodiché la parola è passata al regista Luciano Toriello, che ha puntato le telecamere sulla genitorialità dei detenuti, analizzando le numerose, piccole e grandi difficoltà che emergono nella costruzione di un rapporto coi propri figli attraverso gli incontri nel luogo di detenzione; e facendo affiorare le fragilità non solo dei soggetti ristretti in carcere, ma di tutti i componenti della famiglia, i quali non sempre godono delle attenzioni e dell'assistenza necessarie. Il documentario mette discretamente in risalto l'esempio virtuoso del volontariato che ruota incontro alla casa circondariale di Lucera e le attività svolte all'interno e fuori dall'istituto di pena dalle associazioni Paidos Onlus e Lavori in Corso.
"Questa opera vuole essere anche il racconto di una presa di consapevolezza individuale e di un desiderio di cambiamento che unisce genitori e figli: insieme in un percorso in cui ci si pensa - o ripensa - come persone e come parte di una comunità" spiega Toriello. "La Luce Dentro" era stato selezionato e ammesso a finanziamento con le risorse messe a bando dal Social Film Fund, finalizzato a raccontare per immagini il Sud attraverso i fenomeni sociali che lo caratterizzano e condiviso da "Apulia Film Commission" e "Fondazione Con il Sud" col duplice scopo di promuovere anche l'incontro tra imprese cinematografiche ed enti del terzo settore meridionale e favorire percorsi di coesione sociale attraverso l'approfondimento dei temi sociali più rilevanti per il Mezzogiorno.
Una consapevolezza che non sempre matura, come avvenuto per i tre detenuti intervistati nel film tra cui Mario Battista (presente anche lui alla proiezione con sua moglie e i due figli Simone e Gianni), ma della quale il documentario potrebbe rappresentare uno stimolo, al pari di quello esercitato sulle Istituzioni coinvolte.
"Un altro tassello inserito in quella opera di sensibilizzazione verso la cultura e l'arte in tutte le forme conosciute, che recentemente mi ha portato a Sanremo e Montecarlo per promuovere iniziative che possano rivitalizzare un processo economico anche, e soprattutto, sui territori ove opero quando non sono a Roma" conclude il parlamentare della Capitanata.
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