di Giulio Seminara
Il Riformista, 29 marzo 2020
Acque agitate al Consiglio superiore della magistratura, incapace di presentare una proposta forte e unitaria al governo sull'emergenza carceraria legata al Coronavirus. L'altro ieri il Csm ha affrontato il tema in un plenum ad hoc ma non è riuscito a essere compatto. Il massimo organo della magistratura italiana è diviso tra i "prudenti", i "pragmatici" e i "giustizialisti".
Il Riformista, 29 marzo 2020
Per contrastare la diffusione del coronavirus nelle carceri italiane è necessario diminuire il numero dei detenuti nelle carceri italiane. È quello che dichiara la delibera della Giunta dell'Unione delle Cameri Penali italiane che esorta il Governo e il Parlamento ad agire in questa direzione.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 29 marzo 2020
Intervista a Barbara Fabbrini, Capo dipartimento del Ministero della Giustizia. La macchina della giustizia italiana reagisce alla crisi sanitaria, mettendo in campo nuovi strumenti informatici e paradigmi organizzativi.
"Grazie al lavoro instancabile del personale del dipartimento che si è impegnato per dare risposta alle necessità di magistrati e personale amministrativo, siamo riusciti ad attivare meccanismi organizzativi efficaci e il ministro Bonafede è sempre stato al nostro fianco", ha confermato Barbara Fabbrini, capo del dipartimento dell'organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi presso il Ministero della Giustizia.
Quali passi sono stati fatti per garantire il funzionamento della giustizia anche in emergenza?
Ci siamo mossi a 360 gradi e per step, partendo da un dato: ci riferiamo a una platea molto ampia che comprende oltre 10mila magistrati, 36mila dipendenti e 5mila magistrati onorari circa, cui vanno sommate le altre professionalità interconnesse, come gli avvocati. Insomma siamo un'amministrazione centrale ma numerosa e fortemente ramificata nel territorio. I passaggi sono stati prima la dotazione di strumenti tecnologici; poi la creazione di strumenti organizzativi; infine la spinta alla formazione a distanza.
Quanto è stato complicato questo processo?
Sicuramente ha richiesto un enorme sforzo da parte di tutto il personale del dipartimento, che non si è risparmiato. Tuttavia, partivamo già da un buon livello rispetto al resto della pubblica amministrazione, sia per quanto riguarda l'infrastruttura tecnologica che la capacità di utilizzo da parte di tutti i soggetti interessati.
Partiamo dalla dotazione di strumenti tecnologici. Da che livello si è partiti?
Rispetto al resto della pubblica amministrazione, il settore della giustizia si trova già in una condizione più avanzata. Grazie al processo civile telematico introdotto nel 2014, gli uffici sono già dotati dell'attrezzatura necessaria, della infrastruttura e dei server necessari per permettere il lavoro da remoto. Inoltre, tutti i magistrati sono già dotati di personal computer e smart card; stiamo verificando di completare le abilitazioni per chi non le avesse effettuate in passato. Per il personale amministrativo, ovviamente, questo non è possibile, ma i dipendenti che hanno dato la disponibilità allo smart working con dispositivi propri sono stati seguiti nell'installazione degli applicativi. Certo è che, in futuro, potranno essere fatte altre riflessioni per favorire in modo strutturale il lavoro agile per tutti.
Dal punto di vista organizzativo, è stato possibile creare prassi omogenee su tutto il territorio nazionale?
L'indicazione del Ministero è stata quella di dare forte impulso al lavoro agile ma soprattutto di creare delle logiche organizzative per l'emergenza sanitaria che fossero replicabili su tutto il territorio. Prima si è trattato di rispondere alle esigenze strettamente sanitarie, poi di permettere le udienze da remoto, ma anche di attivare i servizi necessari per rendere possibile l'espletamento di tutte le funzioni amministrative. Per farlo, abbiamo tenuto numerose call conference con i vertici di tutti i distretti, in modo da creare le migliori condizioni organizzative possibili, anche in territori in cui la situazione è molto difficile, come nel nord Italia più colpito dal virus.
Come hanno risposto i territori?
Molto bene, da nord a sud. In moltissimi distretti le udienze hanno iniziato a svolgersi da remoto, Milano, Roma; Salerno, Napoli solo per citare alcuni degli uffici, come anche le riunioni dei magistrati ad esempio per i consigli giudiziari, Firenze in questo ha aperto proprio l'altro giorno la strada. L'applicativo che stiamo utilizzando permette di lavorare bene e di coinvolgere anche gli altri soggetti esterni, come gli avvocati e le forze dell'ordine. I territori, nonostante il momento delicato, si sono mostrati molto dinamici e hanno iniziato subito a dotarsi di prassi organizzative attraverso protocolli tra tribunali, procure e avvocatura. Noi monitoriamo ogni cosa, pur garantendo la piena autonomia degli uffici: l'obiettivo futuro è esportare le prassi virtuose e anche immaginare che possano produrre evoluzioni normative, utili anche una volta conclusa l'emergenza. E proprio su questo il Ministro sta ponendo attenzione, anche nella logica peculiare di normazione che accompagna questo momento.
In che modo è stata affrontata la necessità di formare il personale ai nuovi strumenti organizzativi?
Abbiamo reso disponibile a tutti la piattaforma di e-learning che era stata predisposta per i percorsi concorsuali. Ora tutto il personale dipendente e i magistrati possono accedere ai moduli formativi tematici, che vanno dal funzionamento della "camera virtuale" dell'applicativo in uso ai servizi di cancelleria, fino ai vademecum per l'installazione dei software necessari. Nei giorni scorsi si è tenuta una web-conference con 1800 magistrati, che verrà ripetuta anche per omologare le modalità di organizzazione su tali applicativi.
Si può già fare qualche riflessione su come la macchina della giustizia sta reagendo all'emergenza?
Io credo che questo momento di estrema difficoltà stia obbligando al salto organizzativo e tecnologico che non si era riusciti a compiere per molti anni. Da tempo ad esempio si discuteva di smart working con i sindacati e vi erano state aperture, ma facevamo fatica a immaginare un funzionamento concreto dei meccanismi, soprattutto per i limiti normativi a tale tipologia di lavoro. L'emergenza ci ha costretti trovare nuovi paradigmi.
Qual è stata la risposta dei dipendenti?
Ottima, stando al numero di accessi alla piattaforma informatica. Il tutto è costato un grosso impegno per la direzione generale dei sistemi informativi, ma il risultato è visibile, e siamo estremamente contenti per la risposta del personale e dei magistrati. Ogni progresso è seguito attraverso call periodiche con i vertici dei distretti e uno dei dati emersi è che l'utilizzo del lavoro agile è molto più intenso al nord, dove l'emergenza è più forte, con due terzi dei dipendenti operativi da remoto. Al centro sud, invece, si procede con maggiore calma perché le esigenze sono diverse. Tuttavia la logica che guida queste nuove procedure è unitaria.
Se sul fronte civile il pct aveva già portato a una digitalizzazione dei processi, quello penale è stato più complicato da gestire?
Paradossalmente, proprio sul fronte penale c'è molto fermento e stanno nascendo protocolli su tutti i territori, per costruire nuovi flussi organizzativi che permettano di gestire le necessità. Al momento, l'infrastruttura telematica permette di svolgere regolarmente le udienze in videoconferenza.
Tutto questo ha comportato costi aggiuntivi per il ministero?
No, perché il grosso investimento in infrastruttura telematica era già stato fatto negli anni scorsi. Di fatto, si sta solo ampliando la platea degli utilizzatori ma con una struttura forte non fa differenza permettere l'accesso a mille o a quindicimila utenti. L'emergenza sta facendo sì che si utilizzi in modo più performante una infrastruttura che prima era sottoutilizzata. Gli unici veri costi aggiuntivi e non ancora quantificati riguardano le sanificazioni delle strutture, l'acquisto di mascherine, guanti e detergenti. Abbiamo attinto al fondo per le emergenze, che stiamo implementando, ma il Ministero è andato incontro a tutte le legittime esigenze degli uffici per la sicurezza del personale e dell'utenza.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 29 marzo 2020
Giuseppe Marra, magistrato componente, insieme a Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, della pattuglia dei "davighiani", è stato il relatore del parere che il Consiglio superiore della magistratura ha redatto a proposito delle misure nel settore giustizia previste dal governo a seguito dell'emergenza Covid-19.
di Amedea Franco
La Stampa, 29 marzo 2020
Né agenti penitenziari né cancelli servono a molto se il coronavirus decide di entrare nelle carceri. Quindi quell'isolamento nell'isolamento va tenuto sotto stretta osservazione. Perché ogni casa di reclusione è una piccola città nella città, abitata dai detenuti e dove ci lavorano agenti, operatori sanitari e personale amministrativo. L'allerta è dunque molto alta.
di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 29 marzo 2020
L'avvertimento dell'Alto commissario per i diritti dell'uomo. Il virus ha bussato anche alle porte del carcere. I primi casi di infezione si sono già registrati nelle camere di sicurezza, nei centri di accoglienza per migranti, nelle residenze per anziani e negli ospedali psichiatrici "dove il coronavirus rischia di fare strage della popolazione vulnerabile che vive all'interno di queste istituzioni".
Corriere del Veneto, 29 marzo 2020
L'attività giudiziaria è ferma, salvo le urgenze. Ma a pm e gip di turno stanno arrivando una montagna di istanze di scarcerazione da parte di detenuti di Santa Maria Maggiore e non solo, tutte con un motivo: la paura di contrarre il coronavirus.
A Venezia non ci sono casi, anche se ieri la Cgil ha segnalato che è arrivato un detenuto da un istituto che invece aveva avuto dei positivi, senza che gli fosse fatto il tampone. Solo negli ultimi giorni sono arrivate una ventina di istanze, per lo più respinte.
Il decreto "Cura Italia" anticipa l'uscita per i detenuti vicini alla fine della pena, ma a Venezia dovrebbero goderne solo una dozzina. Intanto la procura sta anche pensando di revocare le misure dell'obbligo di presentazione, per evitare la circolazione di chi va a firmare in caserma.
di Isabella Bossi Fedrigotti
Corriere della Sera, 29 marzo 2020
L'argomento che ci interessa trattare - scrive Furio Ghislieri - non è principalmente milanese, però anche milanese. Mi riferisco alla questione dei carcerati che, se hanno poco da scontare, potranno venire posti in libertà per svuotare le celle in cui è impossibile tenere le distanze di sicurezza per salvarsi da un eventuale contagio da Covid-19.
Non ho niente contro il provvedimento, per carità, a patto che i detenuti che usciranno vengano obbligati a una quarantena per evitare che l'infezione si diffonda nelle loro famiglie". Speriamo che per loro quarantena ci sia. Ma non sarà facile attuarla perché buona parte dei detenuti con fine pena entro i i8 mesi che potrebbero perciò ottenere gli arresti domiciliari non hanno una casa dove andare.
Non è un caso se proprio il Tribunale di Milano abbia rivolto un appello al Comune per trovare per costoro alloggi dove finire di scontare la pena. E dove - speriamo - sottoporsi a quarantena. L'alternativa per loro è di rimanere in carcere, pigiati in quattro, sei o anche otto in celle per due: con i rischi che possiamo immaginare.
Le rivolte nelle carceri andate in scena alcune settimane fa (con parecchi morti) potrebbero essere solo un assaggio di quel che, chissà, succederebbe se il contagio dovesse dilagare all'interno dei luoghi di pena. Problema non molto diverso è quello dei tanti centri di accoglienza per migranti sparsi in tutto il paese, anche in Lombardia, dove, si sa, le camere singole non sono previste e i pasti vengono consumati gomito a gomito.
Già è tristemente noto quel che succede nelle comunità numerose, per esempio nei conventi e nelle case di riposo per anziani, quando parte il contagio. Se poi si pensa a quei migranti che con il bel tempo di primavera torneranno a sbarcare nel sud, magari in arrivo da un'Africa che tra qualche mese potrebbe trovarsi a sua volta in pandemia, non è da escludere che il flagello, nel frattempo forse messo sotto controllo in Italia, di nuovo si riaccenda. E di ridistribuzione allora non si parlerà proprio più perché nessun paese vorrà accogliere, per paura del virus, anche una sola persona: panorama inquietante che speriamo irreale.
di Gianluca Amadori
Il Mattino, 29 marzo 2020
In tutto il Veneto da parte dei detenuti vi è grande preoccupazione e il crescente timore di contagi ha come conseguenza una valanga di istanze per poter usufruire di permessi, per chiedere la concessione degli arresti domiciliari o la remissione in libertà.
Da un paio di settimane gli uffici giudiziari ricevono decine di istanze al giorno, sulle quali i giudici decidono dopo aver assunto informazioni dalle direzioni dei penitenziari che, finora, hanno assicurato che la situazione è sotto controllo e non vi sono rischi né per i detenuti, né per il personale di custodia. Di conseguenza gran parte delle richieste presentate dai difensori ottiene parere negativo della Procura e viene rigettata.
Negli ultimi giorni la situazione di maggiore agitazione si è verificata a Verona Montorio, dove il sindacato di polizia penitenziaria ha segnalato l'esistenza di una quindicina di casi di positività al Covid 19 tra gli agenti di sorveglianza, con la conseguente richiesta di attivare speciali misure di sicurezza. Nessuna conferma ufficiale in merito all'esistenza di contagi tra il personale è però pervenuta.
Dopo le rivolte di inizio marzo, la situazione è molto tesa anche perché la prospettata liberazione di tutti i detenuti a cui sia possibile applicare il braccialetto elettronico è di fatto inattuabile in quanto i braccialetti non ci sono e quelli che sono stati ordinati dal ministero potranno essere messi in funzione soltanto un po' alla volta. A fine febbraio erano presenti nelle carceri italiane ben 61.230 detenuti (di cui 2702 donne e 19.899 stranieri) rispetto ad una capienza di circa 50 mila posti; in tutto il Veneto lo scorso anno erano mediamente 2394 a fronte di una capienza regolamentare di 1942, e la situazione peggiore la vive Venezia (Santa Maria Maggiore) dove alla data dello scorso 4 marzo erano detenute ben 268 persone, a fronte di una capienza di 169, con un tasso di sovraffollamento di oltre il 158 per cento. Non migliore il quadro del Friuli Venezia Giulia dove a fronte di una capienza di 479 posti, sono ristrette 663 persone (23 donne e 236 stranieri).
Per la Camera penale veneziana, ridurre il rischio di contagio è un dovere giuridico prima ancora che etico e per questo motivo chiede interventi tempestivi ed efficaci: Si impongono soluzioni eccezionali quali l'amnistia e l'indulto - è la proposta - Occorre, inoltre, immediatamente rafforzare il personale del Tribunale di sorveglianza al fine di verificare quanti detenuti abbiano diritto a ottenere la detenzione domiciliare ovvero le misure alternative al carcere.
di Marco Tribuzi
agenziadire.com, 29 marzo 2020
Il Sindacato di Polizia penitenziaria lancia l'allarme dopo la notizia dei tamponi positivi: "L'intero istituto è in pericolo". "Sono risultati positivi al Coronavirus due medici e due infermieri che prestavano servizio nel complesso femminile del carcere di Rebibbia". Lo ha detto all'agenzia Dire il segretario generale del sindacato generale del sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo.
"Questa segreteria generale - ha scritto Di Giacomo in una lettera inviata al capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, al Provveditore di Lazio-Abruzzo-Molise e al direttore del carcere Rebibbia Femminile - è venuta a conoscenza che un medico che prestava il proprio servizio all'interno dell'istituto è risultato affetto da Covid-19.
Risulterebbe altresì che nella mattinata di oggi sono stati effettuati 7 tamponi alle detenute venute in contatto con il predetto medico. Lamentele a riguardo giungono da parte degli operatori di Polizia Penitenziaria ai quali risulterebbe non effettuato il tampone e nessuna precauzione per il possibile contagio è stata messa in atto".
"Tale episodio se fosse vero risulterebbe una grave lesione del diritto alla salute del personale di Polizia Penitenziaria oltre a costituire, evidentemente, una messa in pericolo per l'intero istituto in quanto il personale contagiato potrebbe essere untore e propagare il virus all'interno nello stesso, nuocendo agli stessi detenuti che si è cercato di tutelare effettuando il tampone- prosegue la lettera-. Si prega di voler mettere in campo tutti gli idonei accorgimenti per evitare di arrecare danno al personale di Polizia Penitenziaria, chiarendo fin da ora che la scrivente seguirà le vie legali in caso si dovessero riscontrare delle inadempienze da parte dell'Amministrazione penitenziaria, augurandovi di avere un unico interesse, ossia, la salvaguardia e la tutela di tutto il sistema carcerario, agenti e detenuti".
"Nella sezione femminile di Rebibbia ci sono nove bambini che vivono con le mamme detenute. Dopo il caso accertato di medico positivo al Coronavirus si facciano uscire i bambini dal carcere affidandoli a familiari o ai servizi sociali o alle stesse madri agli arresti domiciliari". È l'appello, come si legge in una nota, che il segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo.
Di Giacomo ha rivolto al presidente della Repubblica Mattarella e ai ministri della Salute, Speranza, e Giustizia, Bonafede. "Una situazione di grande inciviltà che si aggiunge- dice Di Giacomo- all'autorevole e recente denuncia del presidente Mattarella sulla "mancanza di dignità in carcere".
Al 29 febbraio scorso, spiega la nota, sono 55 i bambini di meno di tre anni d'età che vivono in carcere con le loro madri, alle quali non è stata concessa, per decisione del giudice, la possibilità di accedere alle misure alternative dedicate proprio alle detenute madri. Ad essere recluse con i propri figli sono 51 donne, 31 straniere e 20 italiane.
Per Di Giacomo: "non possono essere i bambini a pagare la sempre più grave disattenzione dell'Amministrazione penitenziaria che si manifesta in relazione alla crescente diffusione del contagio Covid-19 in tutte le carceri italiane. Questi bambini devono uscire subito".
Tra le misure decise per ridurre il numero di detenuti secondo il dl varato dal Governo la condizione dei bambini in carcere con le madri richiede priorità su tutti gli altri casi. È una situazione insostenibile che va rimossa e che, conclude la nota, come sindacato di Polizia Penitenziaria abbiamo denunciato "in tempi normali" figuriamoci in questi tempi di emergenza sanitaria. I bambini non devono stare in carcere né tanto meno rischiare la salute.
- Venezia. "Al personale dei penitenziari dispositivi come quelli dei sanitari"
- Milano. Incendio nel Palazzo di giustizia. "Atti urgenti salvi, ma è un disastro"
- Milano. Dopo la rivolta di San Vittore, intervista a Ileana Montagnini
- Napoli. Il Garante: "I detenuti di Poggioreale vogliono contribuire nella lotta contro il Covid-19"
- Reggio Calabria. Le detenute cuciono mascherine per le carceri calabresi









