di Andrea Colombo
Il Manifesto, 9 febbraio 2020
Il segretario dell'Associazione dei magistrati Giuliano Caputo promuove l'accordo 5Stelle-Pd-Leu, ma "l'emergenza è la durata dei processi". L'Anm promuove la mediazione raggiunta da tre partiti su quattro della maggioranza in materia di prescrizione, ma senza scaldarsi troppo. "Non è una soluzione irragionevole", dichiara il segretario dell'Associazione dei magistrati Giuliano Caputo, rispondendo così a Renzi che in un'intervista aveva invocato la bocciatura della legge, anche corretta, da parte dei togati. Caputo però aggiunge che, "sulla base di preoccupazioni catastrofiche che non condividiamo si è creato uno stallo. Si è parlato troppo di prescrizione e non si è parlato più della durata del processo, che invece era un'urgenza".
In realtà il segreto della crisi che è montata sul nodo della prescrizione e che non accenna a risolversi è proprio qui. Sulla carta la riforma della prescrizione e quella del processo avrebbero dovuto marciare di pari passo, e in questo modo si sarebbe sgombrata la strada da parecchi ostacoli. Non è andata così, ma non perché governo e maggioranza fossero troppo occupati ad azzuffarsi sulla prescrizione per ricordarsi del problema principale, la durata del processo. Il blocco è dovuto, tanto per cambiare, ai dissensi nella maggioranza sugli interventi necessari per accelerare i tempi biblici dei processi. La realtà è che la divisione nella maggioranza non è limitata a un "particolare" come la prescrizione ma attiene all'intera visione della riforma della giustizia.
L'incidente, anche per questo motivo, non si chiuderà affatto tanto presto quanto il Pd e Conte si augurano. Renzi infatti insiste e non molla: "Decida Conte: se vuole cacciarci basta dirlo. Se vuole tenerci lavoriamo. Ma nell'uno e nell'alltro caso non votiamo il pasticcio prescrizione". I tamburi di guerra di Italia viva continuano a rullare per tutto il giorno, da Maria Elena Boschi, la più agguerrita, alla ministra Bellanova, che in serata ribadisce: "Se si dovesse arrivare allo scontro non saremo stati noi a provocarlo. Avevamo detto molto chiaramente che sui valori non si transige".
Allo scontro si arriverà di certo, anzi a una serie di scontri: in sede di cdm quando si varerà il dl (sempre che Mattarella permetta di usare quella scorciatoia e non è certo), sul lodo Annibali e poi sul dl Costa alla Camera, infine in aula, al momento della conversione dell'eventuale dl. L'incognita è su quanto deflagrante e reale o invece mimato e di facciata sarà il conflitto.
Dai piani alti di Iv tengono la bocca chiusa, giurano che al momento l'unica certezza è che non ci sarà il passaggio all'appoggio esterno. Gli estremi per un provvidenziale uscita dall'aula dei senatori di Iv, così da marcare la differenza, rispettare l'impegno a "non votare il pasticcio" e tuttavia evitare la crisi ci sono tutti: facile che finisca proprio così. Non è detto che basti. Alla Camera il dl Costa, che cancellerebbe la riforma Bonafede, non dovrebbe passare comunque, ma la lacerazione della maggioranza sarà traumatica. Se poi Fi ripresentasse lo stesso testo al Senato per Renzi limitarsi a uscire dall'aula non sarebbe facile.
di Paolo Biondani e Andrea Tornago
L'Espresso, 9 febbraio 2020
Centinaia di chili di stupefacenti rubati a Milano e a Padova nei caveau blindati dei laboratori di tossicologia. Colpi da professionisti rimasti impuniti da anni. E lo strano "suicidio" di un chimico che sapeva troppo. Eroina, cocaina, hashish con il marchio dello Stato. Carichi di droga imponenti, per milioni di euro, che vengono sottratti dai depositi blindati delle autorità pubbliche. Senza forzare porte o finestre, senza lasciare impronte e nessun'altra traccia.
Colpi spettacolari, con bottini ricchissimi, rimasti totalmente impuniti. Con una scia di interrogativi irrisolti da anni. A cui ora si aggiungono nuovi misteri. Atti giudiziari scomparsi dai tribunali. Lettere anonime che insinuano complicità eccellenti. E una morte collegata, molto strana. Archiviata come un suicidio anomalo. Un giallo che i familiari ora chiedono di riaprire. Per svelare i retroscena di quella tragedia. E cercare finalmente di smascherare una banda criminale potente e sfrontata, capace di impadronirsi di decine di chili di stupefacenti sequestrati dalle forze di polizia. Una gang finora intoccabile. La banda della droga di Stato.
Ci sono segreti che pesano più delle chiavi di una città. Possono aprire le porte del potere o chiudere carriere importanti. A Padova c'è un segreto che resiste da troppi anni. Riguarda un furto clamoroso, scoperto la mattina del 17 marzo 2004 nei laboratori di tossicologia forense della prestigiosa università cittadina. In quelle stanze blindate dell'istituto di medicina legale vengono conservati gli stupefacenti sequestrati da tutte le forze di polizia. Solo tecnici fidati sono autorizzati a prelevarne piccoli campioni, per il tempo necessario alle analisi: i risultati diventano prove nei processi contro spacciatori e narcotrafficanti. Poi la droga va trasferita nei caveau dei tribunali, tra i corpi di reato. E alla fine viene incenerita. Quel giorno a Padova, invece, spariscono almeno dieci carichi di stupefacenti, sequestrati nei mesi precedenti da varie forze di polizia, ma ancora stipati in "pacchi e scatoloni" nei laboratori statali. Un documento consegnato il 29 marzo dall'università al magistrato di turno elenca con precisione il bottino: 49 chili di eroina, 5,8 di cocaina, 1,8 di hashish, 64 grammi di marijuana. Più di mezzo quintale di stupefacenti. Per un valore al dettaglio di almeno cinque milioni di euro, secondo i dati di quell'anno del dipartimento nazionale antidroga.
Le indagini della squadra mobile di Padova e del pm Emma Ferrero si scontrano con una specie di enigma della camera chiusa. Il caveau sotterraneo della medicina legale è protetto da porte blindate. E da un sistema d'allarme. Che risulta funzionante e regolarmente attivato fin dalla sera precedente. In tutto l'istituto, diretto da un luminare, il professor Santo Davide Ferrara, non si trova alcun segno di effrazione. E non ci sono telecamere che inquadrino le vie di fuga dei ladri. Che dovevano essere molto ben informati.
Sapevano degli eccezionali quantitativi di droga accumulati in quei mesi nei laboratori di tossicologia. Conoscevano gli orari di attivazione e disattivazione dell'allarme, che veniva staccato di giorno, nelle ore di lavoro, e reinserito la sera. E possedevano anche altre notizie preziose. Nelle ore di servizio, i tecnici erano abituati a tenere accostata la porta blindata, senza chiuderla a chiave. E proprio la sera del 16 marzo era in programma un affollato seminario universitario, destinato a richiamare quasi tutto il personale interno, svuotando così il sotterraneo con la droga.
All'inizio l'indagine si concentra su un singolare cambio di serratura della porta del caveau, avvenuto la settimana prima del furto: l'ipotesi è che un complice interno abbia fornito le chiavi alla banda. Ma la pista non porta lontano: con l'allarme disinserito e la porta accostata, bastava una tessera di plastica per far scattare la serratura. Quindi poteva farlo anche un estraneo, entrato approfittando del seminario. E così, nonostante il bottino milionario, il colpo della droga di Stato resta senza colpevoli. Da 15 anni. Senza alcun testimone, senza alcuna soffiata.
Nei palazzi cittadini nessuno ha voglia di parlarne. Perfino i vertici della procura, dopo aver archiviato l'indagine, negano per anni la consultazione degli atti giudiziari a docenti e giornalisti, per "ragioni di riservatezza". E all'università non c'è più nulla: oggi l'ateneo "non possiede atti che possano ricostruire le circostanze del fatto", spiegano imbarazzate all'Espresso, "dopo un'attenta ricerca in archivio", fonti vicine all'attuale rettore Rosario Rizzuto, in carica dal 2015. A Padova però c'è qualcuno che non può dimenticare. E ora chiede di riaprire le indagini su quel colpo così perfetto. E su una morte collegata.
Per capire quei mesi drammatici del 2004 occorre spostarsi all'Arcella, il quartiere dietro la stazione ferroviaria. Qui vive la famiglia di Luciano Tedeschi, ex militare, tossicologo di fama internazionale: all'epoca del maxi-furto è il capo del laboratorio. All'alba del 22 aprile 2004, poco più di un mese dopo, una vicina di casa scopre che è precipitato nel cortile del suo palazzo dopo un volo di tre piani dal balcone di casa. La polizia passa al setaccio tutto, ma non trova alcun indizio, nemmeno un biglietto d'addio ai familiari. Il caso viene archiviato come suicidio, ma è tuttora inspiegabile. Chi gli stava vicino ricorda solo il grande dolore che provava per lo scandalo che stava screditando "il suo laboratorio", che aveva contribuito a creare quando ancora era un chimico ufficiale dell'aeronautica. Il giorno successivo sarebbe dovuto partire con una collega della medicina legale: un pm antimafia di Venezia li aveva incaricati delle analisi dopo un grosso sequestro di cocaina. Nonostante il clamore del furto, la stima dei magistrati restava immutata.
Mentre preparava la trasferta, però, il tossicologo era turbato da fatti a lui estranei. Pochi giorni prima un maresciallo dell'esercito era stato accusato di aver fatto sparire un miliardo di vecchie lire. "Non è che possono farmi comparire dei soldi sul conto corrente?", aveva chiesto il chimico alla moglie, con angoscia, temendo di essere incastrato per colpe altrui. Era solo una delle tante preoccupazioni di quelle settimane passate a stilare l'elenco dei chili di droga sparita. E a sottolineare disperatamente, nelle relazioni depositate in procura, "l'inderogabile, urgente necessità di provvedere alla restituzione" all'ufficio corpi di reato degli altri carichi di stupefacenti ancora presenti nel laboratorio svaligiato.
A casa, negli ultimi giorni, sembrava aver fretta di sistemare pratiche. Tutti lo ricordano come un uomo onesto, che all'improvviso appariva terrorizzato. Di cosa aveva paura? Resta un mistero. L'unico dato certo è che il responsabile del laboratorio dell'antidroga cade dal balcone tra le 6,30 e le 7 del mattino, senza nessun testimone. Con una mossa anomala: si sarebbe gettato nel vuoto di schiena. "È una modalità non impossibile, ma sicuramente inusuale per quel tipo di suicidio", spiega oggi all'Espresso un autorevole medico legale, consulente di diversi tribunali: "Di certo non è la più frequente. E in questo caso specifico, la definirei un fatto strano". Dubbi che si sarebbero potuti fugare con un'accurata autopsia. Il caso viene affidato a un collega della vittima, Massimo Montisci, poi diventato professore ordinario e tuttora direttore dell'istituto. L'esperto considera più che sufficienti le analisi chimiche e un esame esterno del corpo. E non ravvisa "elementi di carattere medico-legale che contrastino con una dinamica suicidaria".
La mancanza di autopsia oggi non aiuta a rasserenare i familiari della vittima. Anche perché si aggiunge a molte altre anomalie. "Le pagine del fascicolo giudiziario sul suicidio di mio padre non sono numerate e nel faldone mancano atti", conferma all'Espresso una delle figlie del tossicologo, Lucia Tedeschi, avvocata penalista a Padova. Che precisa: "La polizia aveva chiesto e ottenuto un accertamento sul suo telefono, per controllare le ultime chiamate. C'è l'autorizzazione del pm e persino la fattura del gestore telefonico che ha fornito i dati. Ma i tabulati di mio padre non li abbiamo trovati".
Dopo una serie di richieste formali, la famiglia Tedeschi ha ottenuto dalla Procura tutti gli incartamenti. E ha scoperto che il fascicolo sul presunto suicidio è pieno di riferimenti al maxi-furto. Non solo. Risultano sparite carte giudiziarie anche dai faldoni dell'indagine sul colpo della droga di Stato. L'allora capo della squadra mobile, Alessandro Giuliano (figlio di Boris, l'eroico poliziotto ucciso dalla mafia nel 1979 a Palermo), aveva firmato un rapporto su quattro precedenti furti di cocaina, scoperti tra il 2000 e il 2003. Ma le informative allegate alla relazione di Giuliano sono scomparse.
Nella richiesta di riaprire le indagini sul furto e sul presunto suicidio, la famiglia fa anche notare che l'istituto di medicina legale, oggi, non può considerarsi insospettabile. Lo stesso professor Montisci è infatti indagato dalla Procura di Padova per autopsie e analisi ritenute false, anche per favorire imprenditori con il vizio della cocaina. Accuse recenti, respinte con forza dall'interessato, non collegabili al furto di 15 anni fa, che però spingono la famiglia Tedeschi a invocare nuove indagini. "Gli ultimi scandali ci hanno fatto venire in mente tante cose", racconta la vedova del tossicologo, Osvalda Minocchia, senza fornire dettagli. "Mio marito aveva seri dubbi che le responsabilità del furto potessero essere circoscritte all'interno dell'istituto. Era sconvolto per questo. Vorrei capire cosa è successo veramente e se i suoi timori, che mi confidò allora, erano fondati".
L'esposto dei familiari suggerisce piste precise, che vengono tenute riservate. Anche perché tornare a indagare su quel furto significa scandagliare gli ultimi vent'anni di misteri veneti. Lo scrittore padovano Massimo Carlotto si è ispirato a questa vicenda per un romanzo, "L'amore del bandito", dove si ipotizza un furto su commissione, con la copertura di apparati dello Stato. Un'altra suggestiva ipotesi mette insieme l'azione clamorosa, il bottino milionario, la scelta di derubare e sfidare lo Stato, la probabile esistenza di complici insospettabili: ci sono tutti i crismi di tanti colpi spettacolari che resero famosa la mala del Brenta, la prima banda veneta condannata per mafia, fondata dal boss Felice Maniero, che però in quel periodo era da tempo agli arresti. Le cronache dei giornali segnalano anche un'altra pista, giudiziaria: per i carichi di droga non ancora analizzati, il furto cancella le prove.
All'epoca una lettera anonima chiamò in causa addirittura uno degli ufficiali dei carabinieri che negli stessi mesi venivano colpiti dall'accusa-choc di aver organizzato traffici internazionali di droga di Stato. Cocaina acquistata all'estero da militari infiltrati del Ros, importata in Italia, addirittura raffinata in laboratori clandestini e poi venduta a spacciatori che a quel punto venivano arrestati. Un processo chiuso in Cassazione, dopo le condanne in primo e secondo grado, con un proscioglimento generale. Con una motivazione a suo modo stupefacente: la sentenza finale conferma che erano quei militari a gestire l'intero traffico di droga, ma solo per fare gli arresti, non per arricchirsi; e visto che i pochi spacciatori sfuggiti alla cattura hanno potuto smerciare solo "esigue quantità" di quella cocaina statale, anche le precedenti importazioni di grossi carichi vanno riqualificate come "reati di tenue entità", ormai cancellati dalla prescrizione. L'anonimo fu spedito ai familiari di Tedeschi, che lo consegnarono personalmente a un alto magistrato della Procura. Ma anche questo documento è sparito.
Una lettera anonima, beninteso, non vale niente in un processo. E il suo contenuto appare inverosimile: i militari erano sotto inchiesta a Brescia fin dal 1997 e non sono mai stati accusati di rubare droga in Italia. La lettera potrebbe invece nascondere un depistaggio proprio contro i carabinieri, per proteggere i veri ladri. Anche per questo sarebbe interessante scoprire chi sia l'anonimo, se la lettera non fosse scomparsa dagli atti del procedimento.
Un'altra anomalia vistosa è l'assenza di indagini coordinate sui possibili legami con altri maxi-furti di droga statale commessi negli stessi anni. Negli atti di Padova, in particolare, non c'è alcun riferimento a un altro raid clamoroso, realizzato nel 2006 a Milano. Dove oggi i magistrati confermano di non essere mai stati informati della precedente razzia in Veneto. Anche il colpo di Milano è spettacolare ed è tuttora impunito. Il 27 giugno 2006 almeno quattro banditi a volto scoperto, senza armi, entrano nel deposito blindato dell'istituto di medicina legale, in via Mangiagalli, dove rubano almeno 100 chili di cocaina. Quel quintale di droga, all'epoca, vale sul mercato circa 12 milioni. Un blitz da "veri professionisti del crimine", come li definiscono i magistrati, compiuto in meno di 15 minuti.
I banditi entrano dal portone principale, mescolandosi a studenti e dipendenti che affollano l'istituto universitario in quel giorno di esami. Tre sono vestiti di nero, uno con jeans e maglietta. Hanno occhiali scuri e cappellino, parlano italiano senza inflessioni, solo uno ha un accento strano, forse slavo. Il caveau del dipartimento di tossicologia forense è al primo piano. I banditi salgono indisturbati e suonano il videocitofono: mostrano un falso tesserino dei carabinieri e si presentano come militari in borghese, mandati a ritirare un campione di droga per esigenze investigative. All'interno, bloccano una dipendente e la costringono ad aprire il cancello d'acciaio che protegge il caveau e a digitare la combinazione della porta blindata, che pesa otto tonnellate.
Quindi sequestrano sei ostaggi, medici e tecnici di laboratorio: quattro uomini e due donne, terrorizzati, che vengono rinchiusi nella stanza blindata con la bocca tappata e le mani legate dietro la schiena con fascette di plastica. I banditi sanno cosa cercare: aprono diversi scatoloni, finché trovano i 100 chili di cocaina, con cui riempiono i loro borsoni. Pochi minuti dopo, se vanno a piedi, con calma. All'uscita, secondo alcuni testimoni, sono attesi da un complice, travestito da carabiniere. I pm Alberto Nobili e Gaetano Ruta aprono un'inchiesta per rapina, sequestro di persona, traffico di droga. E scoprono che le telecamere interne esistono, ma non funzionano: in quei giorni non registrano le immagini. I banditi non lasciano nessuna impronta, nessun'altra traccia. A Milano magistrati e carabinieri indagano a fondo sull'ipotesi di un basista interno, ma senza risultati.
Nella conferenza stampa dopo il raid, nessuno menziona il maxi-furto di Padova, nonostante l'identità degli obiettivi: le due indagini restano scollegate, affidate a procure e forze di polizia diverse. A Milano gli inquirenti citano solo i precedenti che conoscono: altri furti organizzati tra il 1999 e il 2000 a Roma, nel caveau del tribunale, grazie a complici poi arrestati.
Da Brescia a Sassari, Messina e altre città, è sempre l'ufficio corpi di reato a diventare bersaglio dei ladri. E nei casi risolti, le indagini portano all'arresto di almeno un dipendente interno. Come nei più ricchi furti di droga commessi all'estero, da Parigi a Bogotà, dal Messico al Guatemala, dove vengono accusati poliziotti, militari o altri basisti. A Milano e Padova invece tutti i banditi restano impuniti, liberi di arricchirsi con 17 milioni in eroina e cocaina rubata allo Stato.
di Barbara Acquaviti
Il Messaggero, 9 febbraio 2020
Senato, testo di tutta la maggioranza: la stretta con le modifiche al Codice rosso. Per ora sono quattro punti, sottoscritti da tutta la maggioranza. Ma potrebbero diventare di più. La legge sul Codice rosso contro il femminicidio è stata approvata lo scorso luglio, quando il governo era ancora grillo-leghista, ma è diventata legge con un largo consenso (si astennero solo Pd e Leu, perché contestavano le scarse risorse).
Eppure, di fronte ai numeri statistiche che raccontano la vita spezzata di troppe donne i rosso-gialli hanno cominciato già a mettere in cantiere nuove modifiche. Nero su bianco, sono agli atti in una proposta di legge che ha come prima firma quella di Valeria Valente, senatrice del Pd e presidente della commissione sul femminicidio, ma è appoggiata anche dagli altri partiti della maggioranza, attraverso le firme di Alessandra Maiorino del M5S, Donatella Conzatti e Nadia Ginetti di Iv, Francesco Laforgia di Leu e Julia Unterberger delle Autonomie.
La prima correzione è il cuore della proposta: prevedere l'arresto obbligatorio in flagranza nei casi di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare o del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona che è stata vittima di aggressioni. Il punto, spiega Valente, è che nonostante la presa in carico immediata da parte del sistema giudiziario il Codice rosso prevede l'obbligo entro i tre giorni le donne restano esposte al contatto dei loro persecutori. Attualmente, l'arresto in flagranza non è possibile, e questo si legge nella relazione che accompagna la proposta determina un vuoto che espone la vittima a un grave pericolo per la sua incolumità.Da qui, l'esigenza di ritoccare la legge, condivisa trasversalmente e riconosciuta durante la sua audizione proprio nella commissione Femminicidio anche dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Che però, ha chiesto di attendere almeno sei mesi per poter avere una casistica esaustiva sugli effetti che la legge ha avuto nella sua prima fase di attuazione. Attualmente, infatti, non esistono ancora dati significativi sull'applicazione del Codice rosso.
Alcuni numeri, tuttavia, sono emersi durante le relazioni per l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Come evidenziato dal pg della Cassazione Giovanni Salvi, pur in un "contesto positivo" del calo degli omicidi con uomini come vittime, risulta "ancora più drammatico" il fatto che permangano pressoché stabili i cosiddetti femminicidi. Inoltre, secondo i dati forniti dall'Istat alla commissione Femminicidi, l'80,5% delle donne uccise "è vittima di una persona che conosce: nel 43,9% dei casi è un partner (35,8% attuale, 8,1% precedente), nel 28,5% un parente (inclusi figli e genitori) e nell'8,1% un'altra persona conosciuta.
La legge a prima firma Valente presenta anche altri tre punti di modifica. Si prevede, infatti, che si possa disporre il fermo della persona quando sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l'integrità fisica o psichica della persona offesa. Viene poi estesa la possibilità di uso del braccialetto elettronico e, inoltre, si stabilisce che il pubblico ministero investito del caso, possa trasmettere gli atti al prefetto al fine di valutare l'adozione di eventuali misure di protezione.
Grazie alle audizioni ancora in corso con le varie associazioni, tuttavia, la commissione Femminicidio sta prendendo in considerazione ulteriori proposte di modifica, come per esempio aumenti importanti di pena per recidive da tenere distinte da ipotesi di continuazione per alcuni reati, oppure l'obbligo di comunicazione alla persona offesa della carcerazione o scarcerazione dell'autore del reato anche per il tentato omicidio.
Valente sottolinea come il Codice rosso "abbia generato un effetto di maggiore attenzione e consapevolezza" e, a suo giudizio, "anche il fatto che se ne stia parlando tanto ha aiutato, perché ci sono donne che magari non sanno quale sia il contenuto della legge ma hanno comunque percepito di avere una tutela in più".
Detto questo, "la vera scommessa è rendere più efficaci le misure di protezione, quindi l'intervento normativo è importante ma dobbiamo essere consapevoli che nemmeno la migliore norma possibile è sufficiente. La vera svolta la avremo quando tutti gli operatori della filiera, non solo saranno specializzati, ma anche formati e saranno in grado di leggere la violenza per quello che è e di credere alle donne".
Il Riformista, 9 febbraio 2020
Patrick George Zaky, attivista e ricercatore egiziano di 27 anni, era partito da Bologna alla volta del Cairo per qualche giorno di vacanza con la sua famiglia. Giovedì, appena arrivato nell'aeroporto egiziano è stato arrestato. Il ricercatore, da alcuni mesi frequentava un master in Studi di genere all'università di Bologna ed era diretto a Mansoura, la città dove è nato. Come ha riferito all'agenzia Dire Amnesty International, una volta atterrato, è stato preso in custodia dalla polizia egiziana. La notizia è stata confermata sui social network anche dall'associazione locale Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), con cui Patrick George Zaky collaborava.
L'arresto - I familiari hanno riferito di aver perso ogni contatto con lui da giovedì notte fino a stamani, quando è stato riaccompagnato a casa. Dopo l'arresto, infatti al ragazzo non sarebbe stata data la possibilità di contattare né i famigliari né un avvocato. Amnesty, in base alle informazioni ricevute da fonti sia nel capoluogo emiliano che al Cairo, riferisce che Zaky è stato arrestato per un ordine di cattura spiccato nel 2019, di cui lui però non era a conoscenza. Lo studente, stando alle stesse fonti, durante l'interrogatorio potrebbe aver subito torture, tra cui l'elettroshock.
"Ho la sensazione che si tratti dell'ennesima persecuzione verso un attivista politico: ce lo dice la storia di Zaky e la storia dell'Egitto sotto Al Sisi". Così il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury. Le accuse - "Pubblicazione e diffusione di false notizie sul proprio profilo Facebook", riferisce all'agenzia Dire Mina Thabit, responsabile della ong Egyptian commission for rights and freedoms, con cui collabora Zaky. "Patrick", precisa Thabit, che è anche un amico dello studente, "è stato accusato di diffondere false notizie sui social media, spingere le persone a protestare contro le istituzioni, spingere le persone a sollevarsi contro le istituzioni e usare i social media in modo da danneggiare la sicurezza nazionale". Tutti reati, prosegue l'attivista, "che il regime impiega per mettere facilmente la gente in carcere. Ma non sono accuse fondate: Patrick è un ragazzo tranquillo, non ha mai fatto niente di male e non ha precedenti. È solo un attivista per i diritti".
"Tutti i capi d'accusa contestai a Zaky- avverte Thabit- conducono all'accusa di terrorismo". Vale a dire, "appartenenza a un gruppo oppure propaganda terroristica", date le accuse relative alle fake news e al "cattivo uso" dei social network. Per questo, "è molto probabile che dopo l'interrogatorio, Zaky sarà incarcerato". Quanto alle notizie che circolano su possibili torture? "Non abbiamo ancora conferme, ma purtroppo- conclude l'attivista- è una pratica frequente".
Rischia la tortura - Amnesty, in base alle informazioni ricevute da fonti sia nel capoluogo emiliano che al Cairo, riferisce che Zaky è stato arrestato per un ordine di cattura spiccato nel 2019, di cui lui però non era a conoscenza. Lo studente, stando alle stesse fonti, durante l'interrogatorio potrebbe aver subito torture, tra cui l'elettroshock.
"Condanniamo l'arresto di un attivista per i diritti umani, che ora rischia un periodo di lunga detenzione e torture" dichiara Noury. "C'è un periodo di diverse ore di cui di lui non si è saputo nulla - spiega Noury - Il suo arrivo al Cairo è avvenuto nella notte tra giovedì e venerdì" e questa mattina è giunta la notizia della formalizzazione dell'arresto. Zaky "si occupava di identità di genere che infatti era oggetto del suo master a Bologna", il Gemma. Per Noury l'"aver fatto questo 'rumorè" su Patrick "è una deterrenza per chi pensa che nessuno nel mondo sappia cosa succede e che quindi crede di poterlo trattare come gli pare, come accaduto con Giulio", torturato e ucciso in Egitto nel 2016.
"Noi da parte nostra pretendiamo di sapere cosa c'è scritto sul mandato di cattura. Basandomi su analogie, se il mandato contiene un reato che non è altro che una legittima attività di denuncia, di informazione, di commento pubblico o critica, in questo caso scatta l'imputazione per diffusione di informazioni false, di minaccia per la sicurezza nazionale, di terrorismo poi sarebbe allucinante. Questo darebbe un alibi per legittimare una procedura del tutto illegale. Se nel mandato si leggono capi di imputazione che equivalgono a una attività legittima, va scarcerato subito, devono farlo sapere".
E aggiunge: "Ci aspettiamo un susseguirsi di ordini di detenzione di 15 giorni, rinnovabili più volte, e naturalmente in questa situazione di detenzione prolungata, con la scusa di condurre indagini, il rischio è che le condizioni detentive siano equiparabili a tortura, se non la tortura stessa". Nel 2018 l'attivista, contattato dall'agenzia Dire, aveva dichiarato: "L'Egitto non è affatto un Paese stabile, né dal punto di vista socio-economico né delle libertà fondamentali. La gente non trova lavoro, il costo della vita continua ad aumentare e il governo fa di tutto per limitare gli spazi del dissenso". L'associazione con cui il giovane collabora "si batte per i nostri attivisti, ma anche per Giulio Regeni". "Condanniamo l'arresto di un attivista per i diritti umani, che ora rischia un periodo di lunga detenzione e torture" ha dichiarato alla Dire Riccardo Noury, portavoce di Amnesty.
Corriere della Sera, 9 febbraio 2020
"La casa circondariale di Como è tra le peggiori d'Italia per i problemi strutturali e sovraffollamento. Ci sono 442 detenuti a fronte di una capienza di 231 e gli agenti della polizia penitenziaria sono pochi rispetto alle necessità". Lo dice Giulia Crivellini, tesoriera dei Radicali Italiani, che oggi ha partecipato, con una delegazione di nove persone dell'osservatorio Lucio Berté, a un'ispezione al Bassone.
"La nostra attenzione è rivolta sia ai detenuti sia al personale - spiega Giulia Crivellini, che ale ultime elezioni politiche ha corso alla Camera per Più Europa nella Circoscrizione di Como - Abbiamo trovato un direttore molto disponibile e attento, ma la situazione è grave. Ci sono ben 204 detenuti tossicodipendenti, che non hanno un'assistenza adeguata e non dovrebbero a nostro avviso stare in carcere.
In queste situazioni - ha aggiunto Giulia Crivellini - il rischio di recidiva è praticamente certo una volta tornati in libertà". I Radicali chiederanno l'istituzione del garante dei detenuti per il Bassone. "Esiste questa figura a livello regionale - dice Crivellini - ma crediamo che Como abbia bisogno di una persona dedicata". La visita dei Radicali segue di alcune settimane l'azione del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa, che ha richiamato proprio l'Italia per le condizioni delle carceri.
di Stephanie Barone
comozero.it, 9 febbraio 2020
Dopo una lunga chiacchierata con Fabrizio Rinaldi, direttore della Casa Circondariale di Como da febbraio 2019, si ha l'impressione che il suo ruolo sia più quello di un tuttofare. Rinaldi, originario di Napoli ma adottato dal Nord Italia da 23 anni, quando ricevette il suo primo incarico come vicedirettore del San Vittore di Milano, era già stato direttore del Bassone tra il 2006 e il 2007. "È una sede che ho chiesto esplicitamente al Ministero, ci ero già stato, conoscevo l'istituto e volevo tornare. Così l'anno scorso ho ricevuto l'incarico".
Non che sia un ruolo semplice quello che si è scelto. "Ho avuto una formazione giuridica, poi ho ottenuto l'abilitazione da avvocato e ho anche praticato per qualche anno - spiega Rinaldi - ma il mio profilo mi ha aperto le porte a una serie di professioni possibili e alla fine ho scelto questa. Di certo mentre ero studente non mi prefiguravo questo lavoro, più che altro perché non è una figura molto conosciuta".
Essere direttore di un carcere non è solamente gestire i detenuti, far scontare la pena e proporre attività per un reintegro positivo nella società civile al termine della detenzione, ma anche gestione del personale (sempre in numero minore rispetto alle reali necessità), manutenzione di una struttura vetusta senza personale qualificato.
"La struttura risale agli anni Ottanta e ha diversi problemi, soprattutto di infiltrazioni ma nella struttura non abbiamo personale tecnico che possa far fronte a queste situazioni. Abbiamo solo una squadra formata da alcuni agenti di Polizia Penitenziaria e detenuti che fa fronte alle piccole manutenzioni. In caso di emergenza possiamo rivolgersi a dei tecnici regionali ma nulla di più".
Poi ci sono le pubbliche relazioni per far dialogare la realtà del carcere con il territorio. "La difficoltà più grande di questo lavoro è senza dubbio la complessità gestionale - spiega il direttore Rinaldi - Si passa dall'esecuzione della pena, che richiede attenzione agli aspetti giuridici del mio lavoro, a tutta la parte azienda. Quindi il controllo della contabilità del carcere, la gestione delle esigenze dei detenuti, il rispetto della sicurezza sul lavoro degli agenti".
Tra le problematiche più rilevanti del carcere Bassone di Como - dove ci sono detenuti che devono scontare un massimo di 5 anni di pena, c'è senza dubbio quella del sovraffollamento. I dati di inizio 2020 parlano di 430 detenuti (di cui 222 stranieri e 50 donne) malgrado la capienza massima della struttura penitenziaria comasca sia 231. Meno della metà, 200, gli agenti di Polizia Penitenziaria in forze.
"Un altro dato significativo è 300, ovvero il numero di definitivi, i detenuti che hanno già terminato l'iter processuale, sono stati ritenuti colpevoli e che quindi stanno effettivamente scontando la pena detentiva - aggiunge Rinaldi - Nel caso del Bassone, una casa circondariale, si tratta di detenuti che hanno compiuto reati per un massimo di 5 anni di pena. Con loro bisognerebbe lavorare di più in termini di trattamento, per un rientro positivo nella società a fine pena, ma per farlo ci servirebbero molti più funzionari giuridico-pedagogici, ovvero educatori, che purtroppo al momento sono inferiori alle nostre esigenze".
Il direttore aggiunge infatti: "Per me è importante offrire opportunità affinché il periodo che i detenuti trascorrono in carcere venga impegnato in qualcosa di utile. Attraverso il lavoro durante il periodo di detenzione si avvia infatti anche un percorso di responsabilizzazione, evitando una pericolosa tendenza all'ozio". E proprio su questo tema il direttore sta lavorando da quando è tornato a Como: obiettivo far dialogare la struttura penitenziaria con il territorio.
"In questi mesi mi sono confrontato con diverse realtà e ho cercato di testare le disponibilità che mi sono giunte per organizzare nuove attività all'interno del carcere ma anche di stimolarne di nuove. Ad esempio sto cercando di implementare il numero delle aziende che offrono lavoro ai detenuti (fuori o dentro il carcere, Ndr) e che possono godere della Legge Smuraglia che concede loro sgravi fiscali".
Diversi, ad ogni modo, sono i corsi attivi per i detenuti. Tra i più celebri sicuramente "Sperart", un laboratorio artistico tenuto da Angiola Tremonti, ma anche "Cucinare al Fresco" di Arianna Augustoni in cui i detenuti organizzano delle ricette che poi vengono pubblicate nell'omonima rivista. Inoltre il Cpia 1 (Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti) di Como organizza corsi di formazione scolastica all'interno della struttura carceraria e non mancano letture condivise con autori di libri.
Guardando invece ai laboratori, Ersaf (Ente Regionale per i Servizi all'Agricoltura e alle Foreste) tiene un corso di lavorazione e intaglio di bastoni da passeggio in legno mentre la cooperativa Omofaber affida piccoli lavori di grafica al computer ai detenuti che hanno seguito il corso. Molto però c'è ancora da fare calcolando che l'associazione Antigone, autorizzata dal Ministero della Giustizia a visitare i quasi 200 istituti penitenziari italiani per valutarne le condizioni, nel rapporto 2019 indicava che solo il 5,7% dei detenuti del Bassone frequenta un corso di formazione professionale (rispetto alla media nazionale del 64,3%), il 28,8% quelli scolastici (74,0% è il dato nazionale) e che il numero di detenuti per ogni educatore è 227,5 (contro la media del 77,8%). Il suo sogno? "Riuscire a creare migliori condizioni di vita per i detenuti ma anche di lavoro per il personale di guardia" ha concluso Rinaldi.
La Città di Salerno, 9 febbraio 2020
Un progetto coraggioso e ambizioso che già guarda oltre la reclusione ed i pregiudizi. La pizzeria sociale nel carcere di Salerno è una realtà tutta salernitana che nasce dalle buone prassi, dall'incontro tra Istituzione e associazionismo locale.
Lo scorso 5 febbraio le porte del carcere si sono nuovamente aperte per una iniziativa di raccolta fondi, 75 persone hanno varcato il "confine" ed hanno gustato un'ottima pizza preparata e servita dai detenuti impegnati nel progetto di formazione. In cucina, ai forni, Salvatore Di Tota, 47 enne di Scampia, recluso da 4 anni e con altri 12 anni di pena da scontare e Domenico Cocco, sotto la supervisione del tutor Gerardo Nappi, si apprestavano ad infornare le pizze, impasto con lievitazione di 48 ore e 70% di idratazione, in sala invece il 22 enne Amin, di origini marocchine e Carmine, 39 enne di Nocera Inferiore servivano, con cortesia e garbo, le pizze fumanti appena sfornate. In tutto sono 10 i detenuti che seguono un corso per pizzaioli, finanziato dalla Regione Campania ma l'obiettivo è quello di coinvolgerne in un prossimo futuro almeno altri 10. La mission è quella di dare una possibilità a chi esce dal carcere di avere un'opportunità di reinserimento lavorativo ma anche di creare occupazione all'interno del carcere, in modo che chi sconta la pena possa strutturare la fiducia in sé stesso, negli altri, nelle istituzioni e nello Stato. La pizzeria nata in un deposito inutilizzato al piano terra della struttura, è frutto di un protocollo di intesa siglato oltre un anno fa tra le istituzioni coinvolte dall'associazione Rete Solidale.
di Giulia D'Argenio
orticalab.it, 9 febbraio 2020
Carolina Maestro, dall'Italia alla Spagna per la ricerca di modelli di dignità. Incontro con l'autrice del libro "La bic nera", attualmente impegnata in un dottorato di ricerca all'Università di Foggia sul tema dell'insegnamento ai detenuti. Un'esperienza che l'ha portata in Spagna, ad Almería, per un illuminante periodo di osservazione dell'organizzazione carceraria oltremare: "La differenza sostanziale sta nella concezione della persona e della pena come mera fase di passaggio".
Quel che sta accadendo nelle carceri italiane è sempre più convintamente considerato il rovescio esatto di una società segnata da violenza - più o meno latente - e marginalità crescenti. Sul punto, chiare furono le parole del Garante per i diritti dei Detenuti della provincia di Avellino, Carlo Mele, che volle sottolineare soprattutto l'abbassamento dell'età media dei detenuti e del loro livello di alfabetizzazione. Giovani, con poca istruzione, figli di una società che ha abdicato alle proprie responsabilità educative collettive, lasciando i ragazzi a cavarsela da soli alle prese con una vita di illusioni e falsi miti. E proprio per tutto questo l'istruzione in carcere finisce per assumere un valore ancor più rilevante, un ruolo centrale per qualsivoglia percorso detentivo che non sia solo espiazione ma anche preparazione ad un ritorno in società nella legalità ed in dignità.
"Il mio attuale percorso di ricerca e formazione mi sta confortando non poco, confermando le convinzioni già maturate ai tempi del mio incarico come insegnante in una sede carceraria". È ancora Carolina Maestro a parlare: l'autrice del libro "La bic nera", una raccolta che racconta alcuni tra gli episodi più significativi del suo periodo di insegnamento proprio ad Ariano, presso la scuola della Casa Circondariale "Pasquale Campanello".
Da quell'esperienza, Carolina ha preso spunto per elaborare un progetto di ricerca che le ha aperto le porte del dottorato di ricerca in "Cultura, Educazione, Comunicazione" all'Università di Foggia e che l'ha recentemente portata fino in Andalusia, per visitare il carcere di Almería, nella Spagna meridionale. "Quel che mi ha maggiormente colpita è stata la concezione completamente diversa della pena e, dunque, dell'organizzazione stessa del carcere: una vera e propria casa all'interno della quale, fermo restando il regime di reclusione, si lavora per la responsabilizzazione e dunque il riscatto ed il pieno recupero della persona.
Lì il carcere è organizzato in moduli - che corrispondono ai nostri padiglioni - dove i detenuti sono suddivisi in base al tipo di reato commesso ed ogni modulo ha le proprie infrastrutture: dalle aree comuni, alla cappella, passando per la palestra e l'infermeria. Le giornate sono organizzate in modo che siano gli stessi detenuti a prendersi cura degli spazi, assolvendo mansioni specifiche in un'ottica, per l'appunto, di responsabilizzazione. Proprio per questo i detenuti sono lasciati liberi di muoversi all'interno dei moduli, nel massimo rispetto della loro dignità: mi ha colpito molto il fatto che, durante un'intervista, una detenuta fosse stata chiamata in infermeria, dove erano arrivati i medicinali di cui aveva bisogno".
Un universo profondamente distante da quello italiano per motivi di ordine materiale ma anche di carattere culturale. "È pur vero che stiamo parlando di una popolazione carceraria meno numerosa di quella italiana, ma la distanza tra il sistema carcerario italiano e quello spagnolo si spiega con un principio molto semplice: lì la pena viene vista come una fase racchiusa in un tempo determinato, un passaggio, superato il quale la persona deve poter tornare in società.
L'espiazione non è eterna. Ad Almería ho parlato con detenute che avevano le lacrime agli occhi mentre mi raccontavano dei loro insegnanti - maestri di scuola primaria, in accordo che l'idea che in carcere la ri-educazione della persona debba ricominciare praticamente daccapo - e della forza che questi avevano dato loro. Una in particolare mi ha fatto comprendere il concetto della pena come passaggio transitorio: una ex-poliziotta, grata alla sua maestra che le aveva fatto comprendere che, al di là del carcere, c'è ancora la vita". La persona come bene comune, la persona che protagonista della società: una società che può essere migliore solo se migliori sono le persone che la compongono.
A conferma della validità di questo principio, i dati sulla recidiva che, in Spagna, sono decisamente più bassi che in Italia dove il carcere, invece, è una gabbia che chiude bestie in cattività. "Un mio alunno ad Ariano mi disse una frase che non potrò mai dimenticare: "Professoré, noi usciamo da qua dentro con una violenza addosso che non potete avere idea". Una frase, poche parole che riassumono l'essenza del problema: per noi in Italia il carcere è una gabbia dove vivono racchiuse persone private della loro umanità, in una cattività che ne accresce la frustrazione e la violenza.
Ad Almería mi ha lasciata di stucco la scoperta dell'esistenza, all'interno dei moduli, di una stanza dove, una volta al mese per quattro ore, i detenuti possono ricongiungersi con i loro cari in totale privacy ed intimità, senza che nessuno li controlli. Che siano i genitori o i compagni, è un modo per salvaguardare la sfera affettiva ed il benessere fisico del detenuto. All'inverso da noi la sofferenza emotiva del carcerato, recluso in celle sempre troppo piccole e sovraffollate, con un'assistenza medico-sanitaria estremamente carente, è un'altra urgenza alla quale non si pone troppa attenzione.
Questa scarsa sensibilità verso il detenuto in quanto essere umano con dei diritti ed una dignità al pari di qualsiasi altro cittadino, lascia trasparire quasi un senso di condanna permanente: come se chi avesse sbagliato fosse destinato a portare il marchio del carcere a vita, a vestire l'onta della vergogna in maniera permanente e a dover espiare senza possibilità di riscatto alcuna".
Questo sul piano generale: un quadro desolante all'interno del quale emergono con forza alcune esperienze particolarmente felici che rappresentano, tuttavia, dei casi isolati. "Il carcere di Volterra, con le sue iniziative di interazione ed apertura al territorio, è un'eccellenza indiscussa. Ma lì, come ad Ariano o altrove in Italia, stiamo parlando di sperimentazioni che nascono dalla buona volontà dei singoli.
Non vi è alcun piano preordinato, organicamente definito dal livello nazionale e questo comprime l'efficacia anche delle esperienze più propositive perché l'ambiente generale resta in sostanza sfavorevole al reinserimento del detenuto. Lo stesso vale per la scuola o l'università: molte iniziative lodevoli sono riconducibili alla passione ideale dei docenti. A tal proposito mi torna in mente una domanda posta da uno dei relatori al convegno "Oltre il carcere", recentemente promosso dalla piattaforma Epale all'Università di Bari, che si chiedeva: "Il carcere di chi è?"
Detta altrimenti quella domanda potrebbe così esser rielaborata: siamo consapevoli che il carcere è un affare collettivo, che riguarda la società complessivamente intesa? La risposta temo sia, purtroppo, negativa. In Italia i temi che riguardano la detenzione e la pena quale percorso di rieducazione non suscitano grande interesse: né tra gli addetti ai lavori, né in ambito socio-culturale. Anche la scuola è disattenta, spesso dimenticando la propria missione di agente di cambiamento, riscatto ed emancipazione a servizio delle persone. Qualsiasi sia la loro età o la loro condizione. Il mio augurio, dopo la straordinaria esperienza spagnola, è che anche l'Italia, prima o poi, vada oltre lo studio delle buone prassi per importarne ed elaborarne proprie".
di Luigi Vicinanza
L'Espresso, 9 febbraio 2020
Nell'era delle grandi insicurezze globali, il pensiero laico e illuminista sembra non riuscire più a fornire una risposta alle coscienze. Il grande disordine ci sovrasta e ci sgomenta. Penetra nelle nostre case attraverso il Web, le tv, i giornali. Alimenta un senso di insicurezza che si dipana lungo linee immaginarie da Nizza a Cleveland, da Istanbul a Tripoli, da Londra a Milano. È la globalizzazione della paura. L'instabilità come motore delle vicende umane. Il Grande Disordine è il titolo di copertina di questa settimana. Una bussola per provare ad orientarsi in un'estate, questa del 2016, segnata da una sequenza di avvenimenti internazionali impressionanti. Apparentemente sconnessi gli uni dagli altri; eppure destinati a tratteggiare la mappa del futuro prossimo. Le forze irrazionali della Storia, avrebbe detto Benedetto Croce, si stanno impadronendo del campo. E non c'è più una nazione guida, un blocco di Stati alleati in grado di costruire un nuovo ordine mondiale. Così come invece accadde dopo la Seconda guerra mondiale con la competizione Usa-Urss e il duraturo equilibrio del terrore, secondo la celebre definizione coniata negli anni della corsa agli armamenti nucleari.
Siamo immersi nell'era dall'assenza. Mancano modelli di società in grado di supplire il crollo degli schemi novecenteschi. Il welfare occidentale "dalla culla alla tomba" e il comunismo sovietico affamatore ma con un tozzo di pane per tutti sono stati entrambi sostenuti per decenni, prima ancora che da teorie economiche, da un pensiero forte. Dall'una e dall'altra parte della cortina di ferro. Scrittori, filosofi, artisti, scienziati, registi, cantanti, giornalisti hanno dato corpo a una visione, individuale e collettiva al tempo stesso. Che facessero sognare l' american way of life o che evocassero il sol dell'avvenire, gli intellettuali sono stati determinanti nel dare una coscienza di massa all'era industriale.
Non sembra più così ora. L'ultimo quarto di secolo ha segnato il trionfo della globalizzazione dei mercati e della finanza internazionale, divinità inique di una società ingiusta. Poteri opachi e irresponsabili, molto più potenti dei governi nazionali, fuori da qualsiasi controllo che abbia una parvenza di democrazia. Totem intoccabili e vendicativi davanti ai quali si è prostrato il pensiero debole delle élite sia in Europa che in America. Ce ne siamo già occupati, sottolineando il paradosso delle nostre democrazie: stanno entrando una dopo l'altra in crisi attraverso l'esercizio più democratico che vi possa essere, il voto popolare. È già accaduto con il referendum britannico, può accadere negli Stati Uniti di Trump, è in incubazione nella Francia di Marine Le Pen. Altro che sistemi elettorali e riforme costituzionali, intorno a cui ci arrabattiamo noi italiani.
Siamo nel pieno di una crisi epocale. E paradossalmente, nello sbandamento provocato da tumultuosi cambiamenti, quali sono i campioni di un pensiero forte? Non prendetela come una bestemmia, ma le religioni monoteiste del Mediterraneo sono le forze capaci di mobilitare masse enormi di esclusi. Sia pure con obiettivi completamente diversi. C'è papa Francesco, con il suo cristianesimo pauperista ed egalitario, capace tuttavia di trattare da posizione di forza con Castro e Obama, con Erdogan e Putin sulle grandi questioni di geopolitica. Unico vero leader mondiale in grado di emozionare anche chi, al dono della fede, antepone l'esercizio del laico dubbio.
C'è poi l'Islam dispotico ed espansionista, elemento identitario per popoli sparsi in almeno tre continenti, Africa, Asia, Europa. È lo spettro che agita le nostre coscienze occidentali, disabituate a confrontarsi con il timore e il tremore che il mistero della religiosità suscita nelle masse. Se l'orrore dell'autoproclamato Stato islamico è il frutto avvelenato di un dio senza pace né misericordia, l'islamismo - per quanto lo si possa definire moderato - assume i caratteri della reazione popolare contro le élite occidentalizzanti. Il moderno sultanato di Erdogan è il distillato di una società con radici profonde. Sovversivo e autoritario per volontà popolare. Né si può dimenticare Israele dove, pur nella laicità delle istituzioni statali, l'identità religiosa è questione consustanziale alla sua esistenza. Insomma, nel nostro smarrimento, le identità religiose ci costringono a ripensare la realtà. Non è un caso se proprio sulla Francia, culla della cultura illuminista e del pensiero libero, si accanisca l'odio del fanatismo islamico. Facciamo fatica a capire e dunque a reagire. Il sonno della ragione ancora una volta genera mostri.
di Francesca Sironi
L'Espresso, 9 febbraio 2020
Sono tante le realtà attive che sostengono i disabili, integrano gli immigrati, lavorano nelle periferie. Ma con la stessa missione: superare l'assistenzialismo.
Il volontariato "deve essere uno stimolo per costruire. Non un santo a cui affidare tutto". Patrizia corre fra attrezzi di cantiere e pareti ancora da stuccare. A giugno queste stanze saranno un bed&breakfast: a Padova ne aprono in continuazione, per ospitare turisti attratti da Giotto o pellegrini di Sant'Antonio. Questo però sarà unico: verrà gestito da giovani down. La corsa di Patrizia è un biglietto da visita ideale del modello di solidarietà che ha trasformato la città veneta nella Capitale europea del volontariato per il 2020. Dal 7 febbraio comincia l'anno dedicato a "Ricucire insieme l'Italia", ma il laboratorio civico che lo ha reso possibile è iniziato da tempo. Tante realtà attive e che sembrano condividere tutte, a prescindere dall'ideologia o dal settore, una stessa missione: superare l'assistenzialismo. Vogliono fondare esempi di solidarietà costruiti sull'autonomia dei più fragili, liberandoli dall'eterna dipendenza da un benefattore, da un patrono. O dallo Stato: le oltre 6mila associazioni della provincia di Padova hanno bilanci per 12 milioni di euro, mostra il rapporto annuale del Centro servizi per il volontariato (Csv). E solo il 22 per cento di questi fondi, nel 2019, erano contributi pubblici. Il no profit qui vuole farsi da sé.
Patrizia Tolot cerca la chiave giusta in un mazzo che peserà un chilo, neanche San Pietro: "Scusa, è che avendo dodici sedi...". I molti indirizzi non sono un caso. Ma un metodo. Insieme a un gruppo di genitori di Padova, Patrizia è l'anima di "Down Dadi", un'associazione - ora anche cooperativa e fondazione - che conta trecento iscritti. Fra loro ci sono novanta ragazzi che partecipano ogni giorno alle attività: un negozio dove vendono oggetti costruiti da loro; appartamenti condivisi dove abitano; sale dove vanno a ballare. L'obiettivo è uno solo: "L'autonomia. Quando ho affrontato la disabilità di mio figlio, l'unica risposta delle strutture sanitarie era: il centro diurno. Lo accompagni lì, lui fa i "lavoretti", mangia, e poi lo riporti a casa. È vita questa? Per me no. Ho tre figli maschi. Per tutti e tre ho sempre cercato il meglio". Sfruttando ogni ora libera dal suo lavoro di insegnante, Patrizia ha avviato una rete che si impegna affinché le persone down possano lavorare, vivere da sole, prendere i mezzi, andare al bar con i colleghi, parlare di sessualità e di affetti. "Uno degli aspetti più difficili è convincere i genitori a credere nella possibilità che anche i figli disabili possano essere indipendenti; con un supporto esterno impegnativo, certo, ma indipendenti. L'altra sfida sono i conti: se volessimo ricevere finanziamenti pubblici dovremmo avere strutture solo con porte di tot centimetri, gestire i turni in modo rigido... Impossibile per i nostri progetti diffusi. Troviamo così fondi privati per pagare gli operatori".
La spinta ad arrangiarsi, anche nelle risorse, è una forza. Che rischia di diventare una condanna: per rispondere a bisogni che dovrebbero essere coperti dalle istituzioni, c'è il pericolo che le amministrazioni se ne approfittino. Delegando ad altri la responsabilità di garantire strumenti e mezzi a chi sta ai margini. "Sono un volontario, non uno stupido", risponde a questo rischio Emanuele Alecci, presidente del Csv padovano e artefice della candidatura europea: "Solo nell'emergenza va bene operare per anticipare lo Stato. Ma il nostro compito è fare pressione alle istituzioni perché agiscano come e dove serve". I volontari non devono essere supplenti delle burocrazie ma un'avanguardia, spiega, flessibile e libera. E un pungolo: "Io insisto sempre: se non è politico non è volontariato". Una vita nel sociale ("ma lavoro alle Poste, dedico semplicemente il mio tempo", sottolinea), per spiegare perché Padova sia diventata capitale del volontariato, Alecci ricorda le radici dell'esperienza di Monsignor Nervo, staffetta partigiana e fondatore, da qui, della Caritas; l'apertura di Banca Etica; la prima missione del Cuamm, medici con l'Africa, partita sempre qui nel 1950. Ma più che la storia è la spinta contemporanea a voler rinnovare una visione della pratica solidale, a cementare un anno di iniziative che vuole essere un manifesto: "dobbiamo riuscire a attrarre giovani e adulti con progetti concreti, e una proposta nuova".
Per entrare nel sociale Doc del Nord Est bisogna andare in via Tiziano Aspetti 23, al confine del quartiere popolare di Arcella. Don Luca Favarin indossa una giacca di velluto blu a coste e beve vino biologico "Rosso Arcaico" insieme ad alcuni operatori della cooperativa "Percorso Vita" che ha fondato con Irene Pavanello. Anche questo bar, "VersiRibelli", è un nodo della loro impresa sociale: vini bio, cicchetti veneti, luci calde, barman richiedenti asilo. "Non voglio che la gente venga qui "perché ghe xe i moreti", per sentirsi buona. I giovani lo frequentano perché è bello, punto", inizia Favarin: "Io non sopporto il buonismo. Quello che cerchiamo di fare con la cooperativa è proprio superare l'atteggiamento buonista e assistenzialista tipico di un certo mondo cattolico". Da prete con queste idee e queste pratiche, Favarin è scomodo a tutti, dice: non piace "alle parrocchie che parlano di "micro-accoglienza", uno profugo per chiesa. Un sistema che trovo sbagliatissimo, perché crea solitudine e dipendenza".
Non va a genio a una certa sinistra "per la quale una cooperativa è bella solo se è in crisi. Mentre noi abbiamo un bar, un ristorante, un'azienda agricola, e fatturiamo". Ed è ovviamente odiato dalla destra "perché quante volte mi son preso gli sputi addosso, gli insulti, le gomme bucate, i picchetti organizzati sotto le case dove portavamo accoglienza. Poi però quando le cose funzionano, guarda un po', i picchetti si sciolgono". Favarin è stato missionario in Africa. Quando è tornato, ha deciso che serviva una scossa. "Vengo dal volontariato e penso che sia sacro. Proprio per questo ha bisogno di un recinto però. Volontariato e lavoro sociale non sono sovrapponibili. Donare tempo è una missione evangelica, mentre la professionalità di un lavoro, anche nel sociale, va riconosciuta in quanto tale".
Per questo ha fondato iniziative solidali che vogliono essere imprese che funzionano, non che vivacchiano su contributi pubblici. "Non facciamo questo mestiere perché siamo buoni ma perché siamo giusti. La bontà passa, la giustizia resta", continua: "Nelle nostre strutture rifiutiamo l'approccio infantilizzante che si ha normalmente con i richiedenti asilo. Dire "poverini" è esercitare una visione capitalistica, perché tende a rinnovare continuamente uno squilibrio di potere, dove loro sono condannati a essere deboli e "poverini", gli altri bravi benefattori. Questa non è integrazione, è sudditanza. Noi cerchiamo di far sì che gli immigrati possano invece costruirsi la loro strada. Imparare un mestiere, lavorare, andare nel mondo a testa alta. Non devono essere costantemente segnati dalla condizione di partenza, di "poveri immigrati".
Mauro Rolle detto Pablo è comunista, dice, ma ha incontrato Don Luca e scelto di partecipare a questa "missione laica che vuole smontare il pietismo costruendo un nuovo discorso sociale". Anni di attivismo alle spalle, Pablo ha due lavori, tre figli, una moglie "che minaccia sempre di lasciarmi perché non ci sono mai: ma per me il tempo è una categoria fordista, è fondamentale metterlo a disposizione della comunità". Ha un'associazione che si chiama "Mille e una Arcella" per dare orgoglio al quartiere dove abita. E una professione da cuoco, che esercita soprattutto a "Strada facendo", il ristorante di "Percorso vita" dove vengono formati richiedenti asilo. "Guarda: siamo diventati il primo ristorante di Padova su Tripadvisor. Nei commenti alcuni fanno riferimento al valore del progetto, all'inclusione, ma la maggior parte scrive solo del menù, del servizio e del prezzo. Vuol dire che sta funzionando. Quest'anno abbiamo chiuso i bilanci in pari e possiamo continuare a assumere". A parlare sono Carolina e Stefano Ferro, osti, formatori e volontari del ristorante. Un passato in Banca Generali, un presente da consigliere comunale - "non sono mai stato così a corto di soldi ma va bene così, fra non molto sarò in pensione" - Ferro è convinto "che il volontariato deve essere sprone perché il pubblico eserciti il suo ruolo". Non è facile: "Sono andato decine di volte al ministero dell'Interno, insistendo perché riconoscano un permesso a chi si integra e trova lavoro. Altrimenti che senso ha l'accoglienza? Avevamo un aiuto cuoco nigeriano, bravissimo. Gli hanno respinto ogni richiesta di protezione. È finito clandestino a Rosarno, nei campi. È riuscito dopo mesi a raggiungere Lisbona. Ora è assunto in un ristorante di successo. La legge ci fa perdere". L'altra convinzione di Stefano e Carolina è che l'integrazione "passa dal lavoro vero. Non da quella parvenza dei lavori socialmente utili, che servono solo a gratificare gente con la coscienza sporca, dando in pasto agli odiatori un'immagine ammaestrata".
Entrambi sono appena tornati da Lesbo, dove sono stati grazie a una "carovana", un'iniziativa di solidarietà, organizzata da Angela e Zeno. Angela, precaria, dopo un master in pasticceria è finita a fare tirocini da 16 ore al giorno sotto grandi chef. Ha detto basta dopo due anni di sfruttamento. Adesso produce e vende i suoi dolci ai mercati di "Genuino clandestino". "Siamo andati a Lesbo a ottobre perché non ci bastava leggere dello stremo e delle condizioni indegne in cui l'Europa lascia lì in balia oltre 25mila persone. Dovevamo fare qualcosa", racconta: "Siamo tornati e abbiamo lanciato una raccolta fondi per portare kit igienici al campo. Ci sono cose impossibili da trovare sull'isola, come gli assorbenti. Abbiamo raccolto 15mila euro, che sono diventati materiali consegnati a dicembre ai profughi". Il 22 febbraio da Bolzano partirà un'altra carovana per aiutare i rifugiati bloccati lungo la rotta balcanica. Stesso obiettivo: rispondere a bisogni concreti, trasformando l'azione volontaria in mobilitazione sociale. "Alle nostre assemblee ci sono persone dai 22 ai 70 anni", raccontano Salvatore e Maria, rappresentanti della "Clac", uno spazio appena sgomberato dall'ex mattatoio di Padova, dove da anni si riuniscono speleologi, artisti e volontari di "Cucine briganti", che ogni venerdì raccolgono merce in scadenza ai mercati per offrire pranzi di comunità. Il 12 febbraio incontreranno il sindaco per capire il futuro dello spazio.
La giunta di centrosinistra, eletta nel 2017 grazie a una coalizione allargata, che anticipava il modello di collaborazione fra liste civiche e partiti a cui ha fatto appello di recente anche Romano Prodi dopo la vittoria in Emilia-Romagna, promette ascolto. "Ma un ascolto che valorizzi le dinamiche collettive: l'ex sindaco leghista Massimo Bitonci organizzava sedute chiamate "il sindaco ascolta", ma erano individuali, per pochi minuti. È un modello distorto", riflette Cristina Piva, assessore locale con delega al volontariato. "Tutto passa invece dalle dinamiche cooperative che riesci a creare", prosegue Arturo Lorenzoni, vicesindaco, professore di ingegneria ambientale che confessa di aver imparato in campagna elettorale a preferire il titolo di "ingegnere" a quello di professore. È più radicato nella realtà, dice. "Le associazioni sul territorio riescono a intercettare prima e meglio i nuovi bisogni", continua: "penso al problema della non-autosufficienza, o della solitudine. In questo lavoro di ascolto e risposta il partito è un mediatore distonico. Un gruppo di dottorandi padovani aveva avviato un servizio di sostegno gratuito, a domicilio, per gli anziani. Si riunivano a Casetta Berta, uno spazio sgomberato dall'agenzia regionale per le case popolari poco fa".
La città di cui si era parlato in tutta Italia per il muro di via Anelli, che ghettizzava alcuni palazzi considerati problematici per via dello spaccio, sembra voler cambiare verso. "Ho sempre fatto l'imprenditore. Pensavo di conoscere la città, ma solo diventando sindaco ho scoperto la forza straordinaria delle associazioni", conclude Sergio Giordani, il sindaco, alzandosi per andare a un altro appuntamento ("odio arrivare in ritardo"): "Quello che ho scoperto è soprattutto l'orgoglio di queste migliaia di volontari". L'orgoglio, gran motore. Renzo Frisio riparava macchine da scrivere e attrezzature d'ufficio. Oggi è uno dei quattro pensionati volontari che garantiscono l'apertura del battistero del Duomo di Padova, meraviglia dipinta nel Quattrocento da Giusto De Manabuoi: "Il Medioevo è la mia passione. Sapevi che Petrarca cambiò nome per dissociarsi dal padre, Petrocco, indagato per corruzione? Vieni, te lo indico. C'è tutto qui: c'è il bene, il male, la povertà, la disuguaglianza, la ricerca di giustizia". Renzo continua a spiegare, mentre una restauratrice cinese saluta, tornando sul trabattello con le sue colleghe, e la città fuori prepara i festoni per l'inaugurazione dell'anno del volontariato.










