di Agnese Pellegrini
Famiglia Cristiana, 12 marzo 2020
Rivolte, morti e feriti, evasioni di massa. Gli incidenti di questi giorni nascono dal Coronavirus ma sono il prezzo di anni di politiche che hanno portato tutto il sistema penitenziario al collasso. È ora di fare qualcosa, cominciando da una modesta proposta.
La terribile rivolta in molte carceri italiani che ha mietuto 14 morti e fatto registrare una ventina di evasi sembra ora sotto controllo, anche perché in realtà le proteste volevano essere un'azione dimostrativa, e non distruttiva. E tuttavia il bilancio è pesante: una trentina di istituti penitenziari, in tutta Italia, messi a ferro e fuoco, quasi contemporaneamente, come se davvero i detenuti si fossero passati parola; oltre ai reclusi morti, la maggior parte per overdose, alcuni agenti penitenziari feriti, e tante, tante celle devastate. Perché, in carcere, non circolano armi e nemmeno esplosivi, ma a dare fuoco a un materasso basta un attimo, anche se rischi l'intossicazione (e di detenuti intossicati ce ne sono stati molti in questi giorni).
A leggere questi tragici avvenimenti in filigrana emerge dunque una evidente fragilità del sistema Stato: 60 mila detenuti, circa 15 mila in più di quanto i penitenziari italiani potrebbero contenere, sono potenzialmente in grado di creare un serio problema di ordine sociale, particolarmente in un momento di emergenza.
Non a caso, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in un messaggio ha subito rassicurato i detenuti sulla ripresa dei colloqui con i famigliari, sospesi per evitare il contagio del Coronavirus, il pretesto che ha scatenato le insurrezioni. Se non lo avesse fatto, probabilmente nessuno (Dap - Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Prap - Provveditorato regionale, responsabili istituzionali e forze dell'ordine) avrebbe potuto evitare un'escalation ancor più drammatica. Le scene trasmesse in televisione e sui social farebbero sorridere, se non fossero angoscianti: detenuti che, da nord a sud, salgono sui tetti come fossero un terrazzo su cui prendere il sole; finestre di penitenziari da cui escono nuvole nere di fumo; addirittura a Foggia un gruppo di persone che sradicano il cancello della Block house (il limite tra il perimetro del carcere e la libertà) e si arrampicano sulle inferriate con apparente facilità...
Va detto subito che le proteste sono ammissibili e legittime soltanto nella misura in cui non sono violente. Qualsiasi azione non pacifica va condannata, assolutamente. Ma la situazione che si è creata la dice lunga sul grado di resistenza del sistema carcere, logorato da anni di politiche che hanno visto più tagli che investimenti e che hanno prodotto una condizione al collasso: celle invivibili (l' Europa ha condannato l' Italia perché mancano gli spazi minimi richiesti), sovraffollamento endemico, difficoltà di accesso alle cure mediche e alle pratiche più basilari di igiene, mancanza di risorse per prevedere attività trattamentali, carenza di personale: educatori, operatori e anche agenti penitenziari che, spesso, si trovano a essere sminuiti nel loro ruolo e a dover affrontare circostanze ingestibili.
"Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri", diceva Voltaire; e Papa Francesco, durante il Giubileo dei detenuti celebrato nel 2016 in Vaticano, a migliaia di reclusi arrivati da tutte le carceri italiane ha confessato: "Ogni volta che entro in un carcere mi domando perché voi e non io", ricordando che "a volte una certa ipocrisia spinge a vedere in voi solo delle persone che hanno sbagliato, per le quali l'unica via è quella del carcere. Non si pensa alla possibilità di cambiare vita, c' è poca fiducia nella riabilitazione. Ma in questo modo si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto". Un concetto che il Pontefice ha richiamato durante l'omelia, lo scorso 24 dicembre: "Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore... Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati, continua ad amarci".
La dignità di ciò che siamo non è data da ciò che facciamo, o che abbiamo fatto, ma dall' essere figli di Dio. E lo siamo tutti. Anche Caino. Che ha ucciso Abele, ma che ha cambiato vita, per dirla con Papa Francesco. Forse, anche la politica dovrebbe fare uno sforzo in più in questo senso, proprio sulla base che la costituzione italiana affida alla pena una finalità rieducativa, e non di mero castigo o, peggio, di tortura. E, forse, andrebbero davvero presi in considerazione provvedimenti - come proprio attraverso Famiglia Cristiana chiedeva ieri don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani penitenziari - che "alleggeriscano" le patrie galere, prevedendo una moratoria dell'esecuzione penale per chi ha residui di pena bassa. Pochi giorni fa, in un'intervista a un quotidiano, Silvio Di Gregorio, direttore del carcere di massima sicurezza di Opera, l'istituto italiano con il maggior numero di detenuti al 41 bis (il carcere duro a vita), ebbe a dire in proposito: "Penso che periodicamente possa procedersi a una azione misericordiosa".
E viene in mente il versetto di Matteo (9,3) quando Gesù, riportando le parole del profeta Osea, ricorda: "Misericordia voglio, e non sacrificio". Commentandolo, Papa Francesco disse: "Non c' è santo senza passato, né peccatore senza futuro". Magari, questo potrebbe essere un tempo fecondo per risolvere l'annosa questione delle carceri italiane.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 marzo 2020
Il drammatico bilancio è di quindici detenuti morti, si attendono le autopsie. Ora, salvo sorprese, nelle carceri italiane è ritornata la calma. Si è esaurita nel tardo pomeriggio di ieri la protesta scoppiata al carcere di Sollicciano. Protesta, in questo caso, scaturita dai timori di contagio da Covid-19 dovute al fatto che un allievo dei corsi per Agente di polizia penitenziaria, che stava effettuando il tirocinio formativo a Sollicciano, sia stato trovato positivo al coronavirus. Tra l'altro nasce un giallo. Gennarino De Fazio, il leader del sindacato Uil-pa, denuncia che già con il Dpcm del 4 marzo scorso era stata disposta la sospensione delle attività didattiche presso le scuole di ogni ordine grado con alcune eccezioni.
"Fra quelle eccezioni erano ricomprese le scuole di talune Forze dell'Ordine, ma non di quelle della Polizia penitenziaria", tuona il sindacalista. Sottolinea che tale disposizione è stata confermata con il successivo Dpcm dell'8 marzo, "ma solo oggi pomeriggio, 11 marzo 2020, sono state disposte le sospensioni delle attività didattiche presso le Scuole della Polizia penitenziaria (177° corso Agenti) fino al 3 aprile".
Finite, per ora le proteste, lo Stato italiano si ritrova a fare i conti con gli inevitabili danni, sezioni intere inagibili e trasferimenti dei detenuti in altri penitenziari. Un problema enorme visto che la conseguenza è un ulteriore ingolfamento delle carceri già sovraffollate. Tra le macerie della tragedia annunciata ci sono 15 detenuti morti. Nove solo al carcere di Modena, quattro a Rieti e due a Bologna. Ma forse la conta macabra potrebbe aumentare visto che ci sono ancora alcuni detenuti in rianimazione. Non è certa la causa dei decessi e tutto questo dovrà essere accertata tramite l'autopsia.
Il Dubbio ha potuto apprendere che, nella giornata di oggi, almeno nel caso dei nove morti del carcere di Modena, saranno tutti sottoposti a tampone e in seguito verrà eseguita l'autopsia. Intanto continuano senza sosta le attività di ricerca dei detenuti evasi durante la rivolta del carcere di Foggia. Dei 72 evasi, ben 61 sono stati catturati o si sono costituiti. Arrivano intanto segnalazioni, tutte da verificare, di possibili ritorsioni - da parte di alcuni agenti penitenziari - nei confronti dei rivoltosi.
Se così fosse, sicuramente il Dap farà accurate indagini visto che alla violenza, lo Stato di Diritto non risponde con altrettanta violenza. Il Sistema penitenziario è in crisi, ma da tempo e forse tutto ciò poteva essere evitato se il governo precedente avesse approvato in toto la famosa riforma dell'ordinamento penitenziario dell'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, il quale è attualmente nella maggioranza di governo. Ora si paga lo scotto di una forte crisi in piena emergenza coronavirus: nelle carceri italiane, il Convid-19, è sempre in agguato e diventerebbe difficile mettere in atto gli isolamenti sanitari.
Le polemiche contro il ministro della giustizia Bonafede e del Dipartimento penitenziario non mancano. Tutte le sigle sindacali e i partiti politici si sono scagliati contro. Ma per motivi diversi. Chi chiede il pugno di ferro, chi invece chiede subito misure alternative alla pena carceraria per alleggerire i penitenziari e invoca soprattutto dimissioni del guardasigilli per non aver saputo prevenire tale tragedia.
"La situazione delle carceri italiane è molto grave anche a causa di una gestione assolutamente inadeguata da parte del governo e dei massimi dirigenti del dipartimento", dice Pompeo Mannone, il segretario della Federazione Nazionale della Sicurezza della Cisl. "Quello che sta accadendo era facilmente prevedibile vista la situazione davvero incresciosa in cui versano i nostri istituti penitenziari", spiega Mannone.
"Ormai sanno tutti che le nostre carceri - sottolinea il segretario della Fns Cisl - hanno almeno 10 mila detenuti in più rispetto alla capienza consentita e ci sono 5 mila poliziotti in meno. Aver messo in pericolo il personale è una cosa gravissima, sono 40 i poliziotti feriti cui va tutta la nostra solidarietà e vicinanza. Si poteva fare meglio e di più, non è pensabile che il sindacato venga convocato a fatti già accaduti: c'era la necessità di una condivisione ampia di misure per cercare di tamponare una situazione di per sé già pesante e drammatica".
di Marco Grieco
interris.it, 12 marzo 2020
Il capo del Dap chiarisce la dinamica che ha portato alla drammatica rivolta nelle carceri. "Non c'è più tempo" è il mantra che rimbomba da Palazzo Chigi a via Arenula, e che evoca un'emergenza dentro l'altra. Perché oggi, ad allarme rientrato, delle rivolte nelle prigioni italiane non restano che pochi focolai.
Ma il bilancio è pesante: 12 morti per overdose, 8 detenuti in fuga nel foggiano, 600 posti letto distrutti, 20 milioni di euro di danni. E così quella che sembrava un'emergenza esclusivamente sanitaria ha invaso altri aspetti del sistema, quelli che rivelano un'Italia fragile, come il sistema penitenziario. Si calcola che nel Paese almeno 10mila detenuti siano oltre la capienza consentita dalle attuali carceri.
Strutture che, a loro volta, sono fatiscenti, e lo dimostra la multa da cento milioni di euro comminata dalla Cedu di Strasburgo dopo la sentenza Torreggiani per via di soli 3 metri a detenuto. Queste ad altre criticità fanno parte della trama complessa del sistema penitenziario.
"Nella protesta, non si parla di violenza, ma di atti criminali" ha ribadito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nella relazione alla Camera di ieri pomeriggio. Le forze politiche chiedono chiarezza, le procure stanno indagando su un'eventuale regia esterna che abbia coordinato tutto.
Per il Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, non è il tempo delle ipotesi. Ora si tratta di agire, procedendo alla sicurezza dei detenuti e delle strutture che li ospitano.
Come risponde a chi chiede le sue dimissioni da capo del Dap?
"Semplicemente non rispondo".
Cosa ha scatenato il caos nelle carceri del Paese?
"Il perché di ciò che è successo ha sicuramente un ordine di ragioni, ha dei contenuti apparenti ed altri che 'non sono emersi'. Attenendoci alla ragione manifestata dai detenuti, si è trattato di una preoccupazione di contagio all'interno delle strutture penitenziarie".
A proposito di questo, quali provvedimenti sono stati adottati dal Dap?
"Il 22 febbraio scorso è stata emanata la prima circolare in cui si davano precise disposizioni in cui si richiamano le disposizioni dalla Protezione Civile e del Ministero delle Salute. La seconda circolare è stata emanata il 25 febbraio scorso ed era decisamente più rigorosa: in essa, sempre a tutela della salute dei detenuti e del personale penitenziario, si ponevano accorgimenti che non inficiavano in nessun modo i diritti dei detenuti. Non si faceva nessun intervento sui colloqui, sui trattamenti, sulla sospensione dei permessi". Il 26 febbraio è stata emessa l'ennesima circolare, in sinergia con i provvedimenti del governo, in cui il Dipartimento ha avuto il 'coraggio' di prendere una serie di misure per prevenire il contagio. Con questa circolare si raccomandava tutti i provveditori e gli operatori penitenziari di informare i detenuti sulla situazione e sulle cautele necessarie da tenere. Inoltre si diceva di 'comunicare, dialogare con detenuti' e 'concordare con essi le azioni da adottare per limitare il rischio di contagio'. In buona sostanza, l'idea era quella di trovare il consenso dei detenuti per poter intervenire, in mancanza di una norma, sulle modalità di esercizio dei loro diritti. La politica del Dap è stata sempre quella di trovare una soluzione assieme ai detenuti".
La rivolta nel carcere di Poggioreale
Cosa è accaduto l'8 marzo, quindi?
"Le idee sviluppate nei nostri provvedimenti sono state ratificate nei provvedimenti del Governo. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell'8 marzo 2020, il Governo raccomanda di sostituire i colloqui visivi con quelli a distanza e di poter agevolare, attraverso la magistratura di sorveglianza, i provvedimenti di concessione della detenzione domiciliare. Con decreto legge dell'8 marzo del 2020, le stesse proposte trovano collocazione nella norma d'emergenza".
Qual è il suo commento per le morti di overdose, invece?
"Nelle nostre carceri, abbiamo un'alta percentuale di detenuti tossicodipendenti. Secondo quanto emerge dalle prime evidenze acquisite, una delle prime cose fatte dai detenuti, in occasione delle rivolte, è stata quella di prendere possesso dei locali infermeria, dove ci sono metadone e psicofarmaci. Una parte di loro ne avrebbe fatto uso smodato procurandosi uno stato di overdose. Il dramma di Modena si è ripetuto esattamente a Rieti: stessa modalità. Ritengo che su tali decessi gli accertamenti di indagine della magistratura requirente serviranno a ricostruire l'esatto accadimento dei fatti.
Questi episodi non mostrano la fragilità del sistema penitenziario?
"Più che di fragilità, parlerei di complessità di un sistema su cui, a livello strutturale e organico, per anni non si è investito. Una delle criticità più serie deriva dall'assistenza sanitaria. La sanità pubblica è già in difficoltà: chi vive in una condizione di assembramento obbligato, si sente preoccupato. L'occasione è stata utile per far emergere una serie di carenze e una voglia di libertà dei detenuti".
Come intendete procedere?
"Adesso dobbiamo lavorare per ripristinare la sicurezza degli ambienti e ricostruire un clima di serenità. Abbiamo seri problemi per l'utilizzabilità di strutture. Modena è inutilizzabile, aveva 500 posti detentivi. Il mio auspicio è che si lavori per garantire la sicurezza nelle carceri, si continui a lavorare per incentivare la prevenzione dal contagio, ma occorre il contributo di tutti e soprattutto degli stessi detenuti. Una parte consistente di essi non ha preso parte alle proteste. C'è una stragrande maggioranza che ha manifestato dissenso in maniera accettabile, senza l'uso della violenza. C'è bisogno della collaborazione buona di questi detenuti. Muoviamoci con senso di responsabilità e dovere".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 12 marzo 2020
Il Pd chiede accertamenti e Italia viva la rimozione di Francesco Basentini, ex procuratore aggiunto di Potenza chiamato a capo dell'amministrazione penitenziaria da Bonafede che però non annuncia provvedimenti. Il contagio delle carceri in subbuglio finisce per coinvolgere il capo dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, l'ex procuratore aggiunto di Potenza chiamato dal ministro della Giustizia Bonafede a governare le prigioni d'Italia.
Dall'interno della maggioranza di governo i renziani di Italia viva ne chiedono l'immediata rimozione, Leu ne sottolinea "ritardi, indecisioni e balbettii", il Pd chiede accertamenti. Tre partiti su quattro, nella sostanza, lo sfiduciano dopo le rivolte di cui ieri è stata aggiornata la contabilità: tredici morti ("come neanche nelle carceri degli anni di piombo", accusa il Garante dei detenuti di Milano Francesco Maisto) e nuove sollevazioni nel carcere fiorentino di Sollicciano, apparentemente sedate.
Ma il Guardasigilli, per adesso, non annuncia provvedimenti nei confronti del responsabile delle carceri. Nel bilancio dei disordini, prima dei morti annota gli "oltre quaranta feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l'augurio di pronta guarigione", e afferma con solennità: "Fuori dalla legalità e addirittura nella violenza non si può parlare di protesta; si deve parlare semplicemente di atti criminali". Riferisce che nelle rivolte sono state coinvolti circa 6.000 detenuti in oltre venti istituti, "in quasi tutte le regioni d'Italia", ma solo una minoranza di essi hanno dato vita alle violenze, in particolare a Napoli, Modena e Foggia.
"È giusto - spiega - ascoltare le rivendicazioni che arrivano dai detenuti che rispettano le regole e dimostrano di seguire un percorso di rieducazione vero. Ma dobbiamo anche avere il coraggio e l'onestà di dire che tutto questo non ha nulla a che fare con gli incendi, i danneggiamenti, le devastazioni, addirittura le violenze". E conclude: "Lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità".
A parte i Cinque stelle, però, e a parte la solidarietà di tutti alla polizia penitenziaria, nessuno è completamente d'accordo con il ministro. Né sul giudizio sulle rivolte, né sulle contromisure rispetto a un sistema carcerario in sempre maggiore sofferenza messa in evidenza dalle misure anti-contagio per l'emergenza coronavirus. La scintilla che ha fatto scattare le proteste, infatti, al di là di presunte "regie occulte" su cui anche alcune Procure stanno svolgendo indagini, è stata la sospensione temporanea dei colloqui tra i detenuti e i loro familiari per evitare il pericolo che il contagio entri anche negli istituti di pena.
Si va dal Pd che chiede altre misure per alleggerire il sovraffollamento (per esempio concedere subito la liberazione anticipata a chi ha pochi mesi da scontare) alle opposizioni (Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia) che invocano le dimissioni del capo del Dipartimento e, a ruota, dello stesso Bonafede. Fino ai radicali che accusano: "I problemi del carcere non sono causati né dai detenuti né dagli agenti penitenziari, ma dallo Stato che viola la Costituzione, i trattati internazionali sottoscritti, le proprie leggi".
Insoddisfatti e "delusi" anche i sindacati della polizia penitenziaria. Sebbene le rivolte sembrino rientrate, quindi, l'emergenza carceri continua. E se possibile peggiora, visto che con i disordini che hanno devastato alcuni istituti ci sono 2.000 posti disponibili in meno, che fanno salire a oltre 12.000 i detenuti in sovrannumero rispetto alla capienza delle prigioni.
Con le "misure minimali" proposte non solo dal Pd, ma anche dall'Associazione Antigone, dall'Unione Camere penali e che potrebbero essere ufficialmente proposte, a breve, dal garante nazionale dei detenuti, potrebbero "liberarsi" 1.060 posti se si concedesse ai semiliberi di non rientrare in cella la sera, e altri 3.785 se venissero liberati subito i condannati che finiranno di scontare la pena entro i prossimi sei mesi. La parola passa nuovamente al ministro Bonafede, che dovrebbe anche decidere il destino del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Probabilmente dopo avere svolto ulteriori verifiche dopo la gestione della crisi che ha portato alle sommosse. Giovanni Bianconi
osservatoriorepressione.info, 12 marzo 2020
Appello di associazione e singoli per un provvedimento immediato di sospensione della pena per tutte le persone detenute ammalate ed anziane.
A Papa Francesco, Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, Al Ministro della Sanità Roberto Speranza, Al capo del Dap Franco Basentini, Al Garante Nazionale Mauro Palma, Ai Parlamentari della Repubblica, Ai Senatori della Repubblica, Al Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli
di Maria Brucale
linkiesta.it, 12 marzo 2020
Per i detenuti l'emergenza coronavirus ha un impatto diverso rispetto ai cittadini liberi: non hanno il controllo della propria vita e sono relegati in spazi stretti, dove il contagio potrebbe propagarsi in pochissimo tempo. Per calmarli serve un gesto di umanità da parte dello Stato.
Sono trascorsi anni da quando, con gli Stati Generali sull'esecuzione penale, si era avviata una vasta operazione culturale per riportare il carcere al centro della comunità e l'uomo al centro di una visione costituzionale della pena da intendere non più come un percorso sterilmente punitivo bensì come una tensione alla rieducazione ed al recupero dell'individuo.
Anni produttivi di idee e di percorsi, animati da una pulsione civile alta, quella di dare un senso all'afflizione connaturata alla privazione della libertà, tradurla in una proiezione di utilità sociale concreta, di restituzione del recluso al proprio mondo intatto, familiare, lavorativo, sociale. La riforma dell'ordinamento penitenziario, tuttavia, insieme alla passione civile che la aveva sospinta, si è ancorata travolta da pulsioni di segno opposto che relegano il carcere a un processo eliminativo e meramente sanzionatorio, un capro espiatorio cui indirizzare miserie e sentimenti di oppressione e di insoddisfazione. Un muro oltre il quale confinare i cattivi per l'illusione di essere buoni e al sicuro.
La carcerazione è un tempo durante il quale la presenza nella società dell'individuo detenuto si è sospesa e ha generato una condizione che diviene perno e direzione della vita non solo del ristretto ma anche della sua famiglia e suddivide i giorni in pacchi di vestiario e di alimenti, viaggi per destinazioni lontane dalla propria casa, visite di colloquio, vaglia postali, ricezione di telefonate, spese legali. Una condizione, la detenzione, che è in sé mutilazione di vita, frattura di rapporti, interruzione di ogni attività lavorativa, esclusione.
Il carcere è privazione, afflizione, mortificazione quotidiana, negazione dei più elementari diritti, frustrazione costante della personalità, menomazione della sfera affettiva, annichilimento della natura stessa di uomini. Il carcere ti piega, ti umilia, ti rende servo obbediente e silenzioso, ti spoglia della volontà costringendoti ad accantonarla, ti aliena, ti annienta gli istinti forzandoti a domarli, reprimerli, sconfessarli, trasformarli, custodirli, schiacciarli. Il carcere nega all'uomo di essere uomo.
Il detenuto non dispone di sé, non ha il controllo della propria vita, è, nella sostanza, deresponsabilizzato e tenuto a relegare in spazi imposti ogni espressione della propria individualità. In una situazione simile, l'irrompere di un'emergenza si palesa con un chiaro potenziale esplosivo.
I mezzi di informazione, tutti, propagano la notizia di un virus venuto dalla Cina, ad altissima capacità di diffusione, impietoso con gli anziani, anche letale. Arrivano le prime indicazioni di attenzione e di precauzione: l'igiene personale accurata, l'uso di prodotti disinfettanti per le mani, la necessità di evitare i contatti, le strette di mano, gli abbracci. Arriva la paura, per tutti. Ma in carcere la paura è un sentimento diverso che non fa i conti soltanto con la capacità di ognuno di autocontrollo ma con i sentimenti di una umanità reclusa che non dispone del proprio tempo e che è sottratta ai propri affetti; che non può scegliere di quali presidi di igiene dotarsi; di frequentare o meno locali promiscui e sporchi; di rispettare una distanza di sicurezza gli uni dagli altri. Nelle nostre carceri si sta stipati in spazi asfittici e luridi, tarlati da muffe e non adeguatamente areati e illuminati, in un convivere coatto sempre difficile di persone di etnie ed abitudini di vita diverse.
Il contagio è qualcosa da cui non ci si può difendere. E il mondo di fuori, quello degli affetti e della speranza, quello a cui tornare, è sempre più lontano, indefinito, informe. È il 23 febbraio quando per molti detenuti di alcune carceri del nord Italia arriva la doccia fredda: le persone che hanno diritto di andare in permesso non possono uscire.
Lo apprendono all'improvviso, senza avere il tempo di avvisare. Da quel momento è un susseguirsi di nuove e più stringenti limitazioni dal divieto di ingresso per i volontari che sostengono i ristretti in attività trattamentali e in progetti formativi e ricreativi fino alla sospensione dei colloqui con i familiari per quindici giorni, da sostituire con un accesso più agile alle telefonate o ai colloqui tramite Skype ove possibile.
Le persone ristrette avvertono la precarietà del loro essere nelle mani dello Stato e si sentono lasciate sole ad un vivere recluso di mera e aggravata afflizione menomata dell'aspetto rieducativo, anima costituzionale di ogni pena.
È l'emergenza nell'emergenza e un sentimento di disperazione sotterraneo e palpabile esplode dentro alle mura e si traduce nella violenza delle rivolte. Violenza da condannare, certo, sempre, ma una condanna che non può non muovere dalla comprensione che si deve a gesti scaturiti da angoscia e struggimento e che deve tradursi in un approccio di risoluzione di una crisi fin troppo prevedibile ed annunciata.
Chi governa e ha governato in passato ha gravissime responsabilità. Ha colpevolmente ignorato una situazione di sofferenza sempre più patologica ed opprimente animando nella collettività sentimenti antisociali e coltivando un concetto di giustizia ottusamente vendicativa. Nelle persone in carcere hanno acuito la percezione di un muro invalicabile che si traduce in isolamento, impotenza, abbandono. Oggi per sedare animi in rivolta non servono nuove e più stringenti limitazioni, non saranno taser e pieni poteri di controllo e di punizione concessi ai comandanti a contenere la rabbia e la paura esplose di uomini in cattività.
La parola clemenza appare reazionaria a fronte di un concetto di giustizia sempre più in osmosi con il concetto di pena e di pena in carcere sospinto da malcelate pulsioni di vendetta privata ma amnistia e indulto appaiono soluzioni di lucida gestione di un'emergenza difficilmente superabile.
Occorre richiamare le autorità giudiziarie affinché concedano, tenendo presenti le esigenze di sicurezza, in sede esecutiva e in sede cautelare, quanto più possibile la detenzione o gli arresti domiciliari e si ispirino a quella norma, già essenza del nostro sistema ordinamentale, che vede nel carcere l'extrema ratio, quando ogni altra misura risulti inadeguata. Il ministero richieda con urgenza la disponibilità di un numero di braccialetti elettronici ben maggiore di quelli ad oggi disponibili.
Si adottino misure di riduzione della pena da espiare quali la cosiddetta "liberazione anticipata speciale" con effetto anche sulla pena già valutata e ancora in espiazione e a tutti i detenuti, indistintamente. Si renda effettiva in tutte le carceri la comunicazione via Skype e più frequente l'uso del telefono. Si dotino le celle di presidi igienici adeguati. Si tenti di attenuare la pressione emotiva subita dai detenuti nelle nostre carceri, attraverso misure concrete di aiuto coerenti ai dettami imposti da un'emergenza sanitaria internazionale. Si offrano segnali di speranza.
Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2020
Un gran numero di notizie giungono da diverse fonti circa l'evolversi della situazione negli Istituti detentivi e sulla possibilità di predisporre strumenti per mettere il sistema penitenziario in grado di affrontare, almeno in termini di essenzialità, un'eventuale maggiore difficoltà sul piano sanitario.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 12 marzo 2020
L'illegalità è il sovraffollamento. Indulto o misure alternative per chi ha diritto. Mentre la situazione delle carceri italiane resta lontana dall'essere sotto controllo, mentre il capo del Dap Francesco Basentini è ancora inspiegabilmente al suo posto, il ministro di Giustizia Alfonso Bonafede ha riferito al Senato che nei giorni scorsi si sono verificati soltanto pochi "atti criminali ascrivibili ad una ristretta parte dei detenuti" e ha annunciato una relazione. Ha parlato anche di situazioni "fuori dalla legalità".
È purtroppo del tutto evidente che la prima cosa, e la più grave, ad essere da decenni fuori dalla legalità è la situazione (e la gestione) interna agli istituti di pena italiani, indecenza per uno stato di diritto che è costata al nostro paese condanne e sanzioni in sede europea. E la prima illegalità è il sovraffollamento, quello che secondo il mentore di Bonafede, Piercamillo Davigo, sarebbe "una balla". E che invece, in questa situazione drammatica per la salute di tutti i cittadini (anche i carcerati sono cittadini) rischia di trasformare i luoghi di reclusione in luoghi di contagio, di non-cura, probabilmente di morte.
Una situazione che richiederebbe, quantomeno, il raziocinio di sospendere le "balle", per citare Davigo, dei giustizialisti, tra cui si distingue al solito il senatore Salvini, e mettere mano all'unico provvedimento urgente e fattibile: svuotare le carceri, ora. Una strada, quella più diritta e che richiederebbe per una volta la sospensione delle polemiche elettoralistiche - ora che, come ha notato Rita Bernardini di Radicali Italiani, "il negazionismo sul sovraffollamento è stato superato" - è quella dell'indulto, che permetterebbe di decongestionare subito le carceri.
Poi c'è l'amnistia, che contribuirebbe anche ad alleggerire l'afflusso nei tribunali, ora e in futuro. Ma si tratta, lo sappiamo, di scelte che si sono sempre scontrate con l'interesse elettorale di una parte dei partiti e con l'ignavia generale della politica. C'è però un provvedimento che farebbe immediatamente molto: le misure alternative al carcere. Applicandole ad esempio, come suggerisce Bernardini, ai 16 mila detenuti che hanno meno di due anni di pena da scontare. Per le carceri sarebbe una boccata d'aria. Legale, senza virus.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2020
Ora, dopo le rivolte, abbiamo un'emergenza da tamponare. L'ondata di rivolte che ha attraversato le carceri italiane sembra essersi calmata e adesso si traggono bilanci. Il ministro Alfonso Bonafede è in queste ore in Parlamento a riferire al proposito. Dodici morti, diciannove evasi, 6mila detenuti coinvolti nei disordini, 600 posti letto inagibili, danni per 35 milioni di euro cui si aggiungono 150.000 euro di psicofarmaci rubati.
Oggi è tempo di contare i danni, di preoccuparci per il tasso di sovraffollamento accresciuto dalle devastazioni, di indagare su un'improbabile ipotesi di regia esterna per le proteste. Ed è anche il tempo di stigmatizzare le modalità di queste proteste, perché mai la violenza deve essere avallata quale strumento per risolvere i problemi, neanche nelle situazioni più estreme.
Ma domani speriamo che divenga il tempo di disegnare altri bilanci. Speriamo di imparare qualcosa da questi drammi. Che divenga il tempo di guardare allo spaccato che queste rivolte ci hanno mostrato, uno spaccato che quotidianamente, e non solo in tempi di coronavirus, vive in quelle mura dentro le quali tendenzialmente non ci piace guardare.
Se le indagini confermeranno che le morti sono state dovute a overdose da farmaci, dodici persone avrebbero approfittato dei tumulti per assaltare l'infermeria del carcere e bersi metadone o altra sostanza fino a morirne. Dodici persone erano così disperate e così tossicodipendenti da crepare attaccati a una boccetta di liquido.
Sono decenni che lo raccontiamo: il carcere è questo.
È prima di tutto e soprattutto un luogo di raccolta di poveracci e di disperati, i cui problemi si potrebbero affrontare con ben altri strumenti - con il welfare, la solidarietà statale, le politiche sanitarie - rispetto all'inutile galera. Usare la sola repressione contro la tossicodipendenza non ha alcun senso, né umano né di politica criminale. Soldi e vite sprecate. E allora magari alla fine di tutto questo, quando auspicabilmente il coronavirus sarà lasciato alle spalle, potremo ragionare su una seria riforma penale in Italia, ricordandoci anche che abbiamo un codice che ci è stato lasciato dal fascismo nel 1930.
Tutto questo, però, domani. Oggi abbiamo ancora un'emergenza da tamponare, fuori e dentro le carceri. Per quanto riguarda queste ultime, Antigone ha appena presentato un pacchetto di proposte che, in maniera normativamente più articolata, ricalcano quanto andiamo dicendo ormai da settimane: prima di tutto che i numeri del carcere vanno in fretta deflazionati, altrimenti non saremo in grado di affrontare la sciagurata, ma pur possibile, eventualità che il virus vi faccia ingresso.
Gli strumenti di legge che consentono la detenzione domiciliare - un allargamento della quale è stato auspicato dallo stesso Governo nel decreto dell'8 marzo scorso - a chi ha un residuo breve di pena da scontare già esistono. Oggi la magistratura di sorveglianza deve darsi da fare a esaminare ogni fascicolo e chiudere in casa tutti i detenuti che rientrano in questa possibilità. Le patologie a rischio in caso di contagio, inoltre, devono essere fatte rientrare tra le ipotesi di concessione della detenzione domiciliare e dell'affidamento ai servizi sociali.
I detenuti in semilibertà, dunque già valutati come non pericolosi, possono essere lasciati a dormire a casa. Molti provvedimenti di esecuzione della pena per chi ha aspettato il processo a piede libero possono essere momentaneamente sospesi: chi è stato libero fino a oggi può restarlo un altro mese ancora, fino a quando non sconfiggeremo il virus.
Inoltre, per chi rimane dentro, è necessario ampliare l'uso del telefono. La paura causata dall'isolamento dal mondo esterno è stato il vero motore delle rivolte. La possibilità del contagio ha creato il terrore nelle sezioni, e il fatto di non poter avere notizie dei propri cari lo ha acuito.
Nella prima delle proposte pubblicate oggi da Antigone si legge che "la direzione di ciascun istituto penitenziario provvederà all'acquisto di uno smartphone ogni cento detenuti presenti - con attivazione di scheda di dati mobili a carico dell'amministrazione - così da consentire, sotto il controllo visivo di un agente di polizia penitenziaria, una telefonata o video-telefonata quotidiana della durata di massimo 20 minuti a ciascun detenuto ai numeri di telefono cellulare oppure ai numeri fissi già autorizzati".
Il cellulare in carcere è un eterno tabù, chissà che non sia questa l'occasione per superarlo. Un altro spaccato di realtà che questa situazione ha fatto emergere è quello di un'Italia penitenziaria a macchia di leopardo, dove l'iniziativa è troppo spesso lasciata alla buona volontà del singolo operatore e dove ogni carcere è un mondo a sé a seconda di chi lo dirige.
In alcuni istituti i direttori, come da subito Antigone aveva spinto a fare, sono andati nei reparti, hanno convocato assemblee di detenuti, hanno spiegato le misure prese dal Governo e la loro provvisorietà, hanno invitato chiunque a cooperare con senso civico. E poi hanno messo in campo tutti gli strumenti possibili per far comunicare i detenuti con le loro famiglie. È successo a Reggio Calabria, a Lecce, è successo nel carcere femminile di Rebibbia, è successo a Trieste e in vari altri istituti.
In alcuni tribunali di sorveglianza si sono concesse licenze di due settimane a tutti i detenuti semiliberi (ripetiamo: sono coloro che già sono stati valutati non pericolosi e che hanno tenuto un comportamento penitenziario corretto). È successo a Roma, è successo a Napoli.
Altrove, invece, si sono presi provvedimenti restrittivi con il solo scopo di coprirsi le spalle da eventuali critiche sulla gestione sanitaria, senza valutare se tali provvedimenti fossero realmente utili a prevenire i contagi. L'Italia della razionalità contro l'Italia della paura. L'Italia che usa la testa contro l'Italia che si affida alla pancia. Si è visto come è finita. Quando tutto questo sarà passato, speriamo che ne uscirà rafforzata la prima.
*Coordinatrice associazione Antigone
di David Allegranti
Il Foglio, 12 marzo 2020
Quindici morti tra i detenuti, 40 agenti di polizia penitenziaria feriti. Il bilancio delle rivolte in carcere - solo provvisorio, ieri ci sono state nuove proteste a Sollicciano, dove un allievo agente di polizia penitenziaria in tirocinio è risultato positivo al coronavirus - è sanguinoso.
Ieri il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è intervenuto alle Camere per un'informativa sullo stato dei disordini, nella quale ha annunciato che adesso verranno effettuati i tamponi sui detenuti trasferiti a vario titolo e che lunedì scorso è arrivata la "prima fornitura di circa 100 mila mascherine che sono in fase di distribuzione, prioritariamente agli operatori che accedono dall'esterno".
Il ministro ha condannato le violenze compiute da parte dei carcerati, la maggior parte dei quali morti, ha detto, per "abuso di sostanze sottratte all'infermeria durante i disordini" ma ha aggiunto: "È evidente che tanti detenuti siano effettivamente preoccupati, soprattutto in condizioni di sovraffollamento, dell'impatto del Coronavirus sulla propria salute e sulle condizioni detentive". Dunque, contrariamente a quanto sostiene da tempo Francesco Basentini, capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il sovraffollamento carcerario esiste.
"Al contrario di quanto molti affermino, quello del sovraffollamento negli istituti penitenziari italiani è un falso problema, sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista dimensionale-logistico", ha detto Basentini nel marzo 2019. In realtà, come spiega chi il carcere lo visita quasi quotidianamente, basta entrare in una cella per capirlo. Ed è lo stesso ministero della Giustizia, nella sua ultima relazione, a spiegare che servono "strategie dirette a combattere il fenomeno del sovraffollamento" e volte a trovare "soluzioni per redistribuire i detenuti appartenenti all'alta e alla media sicurezza attualmente ubicati nelle zone dove è più alto l'indice di affollamento e in particolare negli istituti del Sud Italia".
Per legge, ogni detenuto ha diritto a uno spazio di 3 metri quadri in cella ma, come spiega al Foglio la direttrice de "L'altro diritto" Sofia Ciuffoletti, "sono rari i luoghi e le carceri in cui sono garantiti tre metri quadri per persona almeno". Così come è difficile che vengano garantite più di 4 ore al giorno fuori dalla cella. Il problema, fra i tanti, è che in Italia non si è mai capito come venga conteggiato lo spazio.
È tutt'ora in corso una discussione sul considerare o meno comprensivo dei 3 metri anche il letto, che per Mark Twain è "il posto più pericoloso del mondo: vi muore l'ottanta per cento della gente". Ieri Italia viva è tornata a chiedere le dimissioni del capo del Dap, sia al Senato sia alla Camera. "Nessuna violenza dei detenuti può essere giustificata, eppure con dispiacere e amarezza devo dire che in questi giorni dal ministero e dai vertici Dap è mancata una linea: avete lasciato sola la polizia penitenziaria e i direttori delle carceri prima e in questi giorni", ha detto Maria Elena Boschi al ministro Bonafede.
Un giudizio condiviso da Pietro Grasso di Leu: "È mai possibile che la sospensione dei colloqui abbia potuto provocare un'ondata di violenza così diffusa e incontrollata? Poteva il peso dell'emergenza pesare soltanto sulla limitazione dei diritti dei detenuti? Agenti, educatori, medici, infermieri, psicologi, direttori, detenuti in semilibertà, che ogni giorno entrano ed escono dal carcere senza alcuna protezione, sarebbero immuni per decreto?".
Perché, ha chiesto ancora Grasso, "non sono state date chiare e precise direttive su una comunicazione anticipata che rassicurasse detenuti e sindacati nel garantire valide alternative come filtri sanitari, telefonate, colloqui via Skype e altre soluzioni? Tutte queste misure sono state genericamente devolute alla discrezionalità dei provveditori e dei direttori lasciati soli ad affrontare reazioni non imprevedibili".
Molti ignorano che "i colloqui non sono l'unico contatto dei detenuti con i propri affetti, ma anche la principale possibilità per ricevere cibo, biancheria pulita e beni di prima necessità. Modificare improvvisamente questo equilibrio senza dare le giuste informazioni e soprattutto rassicurazioni è stato un errore gravissimo. A questo si aggiunga la paura del contagio in uno spazio in cui centinaia di corpi, tra reclusi ed operatori, condividono gli stessi spazi angusti".
L'associazione Antigone propone l'estensione dell'affidamento in prova e della detenzione "anche a persone che abbiano problemi sanitari tali da rischiare aggravamenti a causa del virus Covid-19", così la concessione della detenzione domiciliare a tutti i detenuti che usufruiscono della semilibertà.
"Ho orrore della violenza", dice Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, "però penso anche allo stato di abbandono in cui versano tante galere, le giornate passate ad ammazzare il tempo, i corpi accatastati in spazi inadeguati, la perenne emergenza sovraffollamento, e ora su tutto questo la paura del virus, il senso di impotenza, la rabbia, e capisco quanta fatica si faccia a restare umani in quei luoghi, e quanto il pensiero di chi ha partecipato a queste rivolte alla fine sia stato anche quello di sballarsi fino a dimenticare, fino alla morte".
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