di Alberto Zorzi
Corriere del Veneto, 2 febbraio 2020
Anno giudiziario, Zaia all'attacco: "Scandalosa mancanza di personale". Calano gli omicidi e soprattutto i tentati omicidi ma non i femminicidi. Crescono di molto i fascicoli per mafia, furti e reati ambientali. E resta il problema dell'organico con costi fino a 2 milioni di euro per le cause lente.
Una cifra record di oltre 2 milioni di euro pagati dallo Stato per la lentezza dei processi in Veneto. Ecco uno degli "effetti collaterali" della crisi della giustizia della nostra regione, che emerge dalla relazione della presidente della Corte d'appello Ines Marini.
Nel 2018 si era arrivati vicini a quella soglia, che lo scorso anno è stata superata, anche se non c'è ancora il dato ufficiale. Ma a impressionare è la crescita esponenziale delle cause iscritte: erano 223 nel 2015/2016 (l'anno giudiziario va dall'1 luglio al 30 giugno), 422 l'anno dopo, poi 389, ma ora sono salite a 567.
Ieri, nel corso della cerimonia a Palazzo Grimani, l'appello al governo per avere maggiori risorse, soprattutto umane, è arrivato da tutta la giustizia veneta, che non si accontenta dei 23 magistrati (o, meglio, posti) in più della recente proposta ministeriale. Oltre a Marini, anche il procuratore generale Antonio Mura, il presidente dell'Ordine degli avvocati di Venezia Giuseppe Sacco ("la distribuzione "a pioggia" è una mancanza di sensibilità verso il Veneto") e quello della Camera penale Renzo Fogliata ("sembra quasi una punizione per chi ha votato l'autonomia"), il segretario della giunta veneta dell'Anm Vincenzo Sgubbi ("anche con dieci magistrati in più la Corte d'appello di Venezia avrebbe il doppio del carico di tutte le altre Corti del nord"). "Ho visto una bella squadra di magistrati e tanta voglia di fare ha chiosato il governatore Luca Zaia - ma c'è una scandalosa mancanza di personale".
Da Roma però non sono arrivate molte risposte. Il membro del Csm Alessio Lanzi si è concentrato sugli scandali della magistratura dell'ultimo anno, la dirigente del ministero della Giustizia Gemma Tuccillo ha promesso una "particolare attenzione" sull'edilizia giudiziaria di Venezia, ma ha snocciolato una serie di cifre nazionali, dagli investimenti (9 miliardi) al personale (9 mila immissioni nel triennio) e all'informatizzazione, per dire che il governo sta facendo il possibile. Ma proprio sull'informatica, Marini e Mura hanno ricordato che il centro di assistenza è a Brescia ("troppo lontano") e conta 22 tecnici per un'area, quella del Nordest, con 5377 tra magistrati e cancellieri.
Mura ha fatto il quadro del lavoro delle procure venete. E ha spiegato che prendendo i processi con citazione diretta o per direttissima, le assoluzioni con formula piena sono il 16 per cento. "Limite fisiologico - ha detto - l'azione penale viene esercitata con ponderazione". Venendo ai reati, calano gli omicidi (da 51 a 44), soprattutto quelli tentati (da 186 a 66), anche se restano stabili i 35 complessivi con le donne come vittime. Stabili o in diminuzione i reati di terrorismo, la corruzione, le rapine e i casi di stalking, mentre crescono i furti in abitazione e gli scippi (da 6451 a 6750), gli omicidi colposi sul lavoro (da 30 a 53), i reati informatici (sia le frodi che gli accessi abusivi), quelli ambientali. I numeri sono fortunatamente bassi, ma l'anno scorso sono stati iscritti 16 fascicoli per mafia rispetto ai 5 di 12 mesi prima. Ci sono stati inoltre 2593 "bersagli" di intercettazioni, di cui 626 per mafia e 38 per terrorismo. "C'è una stabilità dei fenomeni criminosi - ha commentato Mura - resta il problema dell'insicurezza percepita dai cittadini". Le carceri venete continuano a essere sovraffollate, con 2432 detenuti a fronte di una capienza di 1942: ci sono stati 2 suicidi, 81 tentativi e 674 episodi di autolesionismo. Idem in quello minorile di Treviso, dove ci sono 16 detenuti per 12 posti, con 26 atti di autolesionismo.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 2 febbraio 2020
Dopo tre anni il magistrato torna da componente del Consiglio superiore della magistratura, e pronuncia parole appassionate. "Sono certo che saprete soffocare sul nascere il pericolo di un ritorno al passato - dice Nino Di Matteo nell'aula magna della Corte d'appello dove si inaugura il nuovo anno giudiziario - un ritorno a quegli opachi contesti nei quali trovano terreno fertile stragi e delitti eccellenti".
Dopo tre anni, torna a Palermo da componente del Consiglio superiore della magistratura, e pronuncia parole appassionate, citando uno per uno i nomi dei magistrati uccisi dalla mafia: "Spero che Palermo abbia la volontà e la capacità di continuare a rappresentare l'esempio trainante di una giurisdizione che non ha paura di estendere ai potenti il controllo di legalità". Un appello a tutti i magistrati: "Avete la grande responsabilità di sconfiggere la tentazione, sempre strisciante, dell'oblio e dell'appiattimento alle logiche del quieto vivere e, del falso e solo formale efficientismo burocratico. Sono certo che quello spirito del 92 che animò la riscossa contro il sistema mafioso venga gelosamente custodito nell'animo di ogni magistrato".
Di Matteo ricorda cosa rappresentò quella stagione: "Questo è il distretto che ha sopportato sulle sue spalle l'urto più immediato della violenza mafiosa e le innumerevoli insidie delle complicità politiche e istituzionali di Cosa nostra. Da questi uffici, pur fra mille difficoltà e resistenze anche interne, è partita, nella immediatezza delle stragi del 1992, una splendida reazione, che nella consapevolezza che la lotta alla mafia è condizione essenziale di libertà e democrazia, ha trasformato Palermo nell'avamposto del contrasto alla criminalità organizzata. Questi uffici hanno, per molto tempo, rappresentato un insostituibile punto di riferimento, anche sociale e culturale, per quella parte del Paese che non si rassegna al predominio di metodi predatori e correttivi nella gestione del potere".
Parole forti che entrano anche nella ferita grande all'interno della magistratura. "I fatti emersi con l'inchiesta di Perugia ci devono indignare ma non ci possono sorprendere. Non possiamo permetterci di essere ipocriti, rappresentano uno spaccato, una fotografia nitida, ma pur sempre parziale, di una grave patologia che rischia di minare l'intero sistema di autogoverno della magistratura". La distorsione del sistema delle correnti, che Di Matteo definisce "una malattia che si è diffusa come un cancro, con la prevalenza di logiche di clientelismo, appartenenza correntizia o di cordata, di collateralismo con la politica".
di Ottavia Giustetti
La Repubblica, 2 febbraio 2020
"Ma la riforma è sbagliata". Si conclude con una supplica amara "vi prego chiamate un elettrauto" la prolusione del presidente del Tribunale di Torino, Massimo Terzi, all'inaugurazione dell'anno giudiziario che si celebra questa mattina a Palazzo di giustizia. Un discorso che è destinato a far discutere perché è uno sfottò tagliente alle "ricette" vecchie e nuove proposte come soluzione all'inefficienza della giustizia italiana.
È un "no" esplicito al processo eterno, come rischia di diventare quello che esce dalla riforma della giustizia del ministro grillino, Alfonso Bonafede. Anche a Torino, oltre che in Cassazione, si parla dunque dell'entrata in vigore della legge sulla sospensione della prescrizione all'esito del primo grado e la prospettiva di riforma, più volte annunciata, del codice di procedura penale. Con entrambe, il governo, scrive il presidente del tribunale: "ha violato la base etica della convivenza civile che si fonda sull'assunzione dei doveri prima di rivendicare diritti". Un attacco dritto al cuore delle scelte politiche in tema di prescrizione. Un attacco da chi la giustizia l'amministra tutti i giorni.
"Due facce della stessa medaglia di facilissima valutazione se si assume un atteggiamento laico e scevro della propaganda politica e dal corporativismo di tutte le categorie" dirà Terzi. "Laicamente non ci sarebbe nulla di scandaloso rispetto anche a un'abolizione della prescrizione già a decorrere dal momento dell'esercizio dell'azione penale: in astratto. Ma il diritto non è un'astrazione: in concreto, ad oggi, questo Stato, questa Amministrazione della Giustizia, con questa forzatura, ha violato la base etica della convivenza civile che si fonda sull'assunzione dei doveri prima di rivendicare diritti".
Il fatto, secondo Massimo Terzi è che "da tempo immemorabile, lo Stato non è riuscito a garantire tempi di indagine e di processi degni, prima ancora che ragionevoli". E uno Stato che "si prenda un diritto così incidente sulle persone, essendo inadempiente da trent'anni al corrispondente dovere, incide gravemente su un caposaldo della democrazia che è in primo luogo bilanciamento tra Autorità e Libertà".
Gravità etica, prima ancora che giuridica. Che potrà emendare solo se, prima che la legge inizi a produrre effetti, riuscirà a rispettare il suo dovere. "Spero di essere smentito, ma sono molto, anzi, del tutto, pessimista". E Terzi spiega il perché: sono i numeri a decretare il "coma irreversibile" della giustizia, le pendenze al 40 giugno 2019: 599.583 sul Tribunale monocratico 28.822 sul Tribunale Collegiale di primo grado. "Ciò vuol dire, ipotizzando una spaventosa produttività dei magistrati addetti al dibattimento, di 1 sentenza collegiale a settimana lavorativa e 1 sentenza monocratica a giorno lavorativo, uno stock di processi smaltibili dal primo grado in ben oltre tre anni". Questo significa, cifre alla mano, che i processi in arrivo, seguendo un mero ordine cronologico, andrebbero fissati a 4 anni.
"Abbiamo un'automobile che, secondo il manuale di costruzione di trent'anni fa, per funzionare e partire necessita di una batteria e di un alternatore funzionante. Da trent'anni invece stiamo riuniti lì intorno come ingegneri scienziati attoniti di fronte a un'astronave aliena" dice Terzi. "Se non fosse un sì grave problema la definirei una situazione tra il paradossale e il ridicolo. Cominciamo a chiamare un semplice elettrauto che sistemi la batteria del filtro processuale e l'alternatore dei riti alternativi". Scacciati gli scienziati, ecco la ricetta: "il nostro elettrauto sa che il motore può funzionare, come di fatto si è riusciti a fare nel settore civile, solo se sul Giudice dibattimentale ( e prima ancora sul Pubblico Ministero) arriva un numero di procedimenti congruo". Tradotto in numeri: non più di un quarto massimo, un terzo del carico attuale. "Tutto il resto, scusatemi il termine tecnico, ma è quello che mi sgorga spontaneo dal cuore, è purissima fuffa".
di Alessia Marani
Il Messaggero, 2 febbraio 2020
Dopo tre anni è ancora un mistero chi e cosa provocò la morte di Mimmo D'Innocenzo, romano di 32 anni rinchiuso in isolamento nel carcere di Cassino. La mattina del 27 aprile del 2017 si sentì male, venne chiamata l'ambulanza, ma il ragazzo spirò nel corridoio mentre lo stavano trasportando fuori. Su un braccio, però, aveva un foro di siringa.
Mimmo non faceva uso di eroina, figuriamoci poi se, isolato da tutti, avrebbe potuto "farsi" o procurarsi una sostanza. I familiari, assistiti dall'avvocato Giancarlo Vitelli, scoprono che la sera prima al ragazzo sarebbero stati somministrati degli oppiacei, un forte calmante, magari iniettato in dose troppo massiccia, che lo ha ucciso.
Da allora il fascicolo aperto dal pm Roberto Bulgarini, non si è più mosso dal suo tavolo: nessuna risposta per mamma Alessandra Pasquiri che ora chiede "giustizia per mio figlio". Nella vicenda sarebbero coinvolti una guardia penitenziaria dell'istituto di pena che avrebbe riferito agli inquirenti di avere prelevato la sera precedente il ragazzo dalla cella per portarlo in infermeria e due medici.
Ma i sanitari avrebbero replicato che in infermeria quella sera non era stato visitato nessuno. Accertare questa circostanza, tuttavia, sarebbe stato semplice, se non fosse che, come spiega l'avvocato Vitelli, "è scomparso tutto il carteggio del diario clinico del carcere del mese di aprile". In sede di autopsia venne chiarito che il foro sul braccio del ragazzo era stato praticato nell'arco delle 24 ore precedenti, quindi non ci sono dubbi sul fatto che la morte sia collegata a quella iniezione.
Mimmo era un ragazzone bello robusto, qualcuno può avere pensato di tenerlo a bada. Ma chi e con quale cautele lo ha fatto? E, soprattutto, il 32enne poteva essere soccorso prima? C'è un superteste in questa vicenda che prima si è fatto avanti e poi è sparito.
"Un altro detenuto nel novembre scorso mi ha contattata - racconta mamma Alessandra- era appena uscito dal carcere e la prima cosa che ha fatto fu cercarmi per dirmi che aveva questo peso dentro di cui liberarsi, per Mimmo. Mi raccontò che la sera prima a mio figlio fu fatta un'iniezione per calmarlo, perché non volevano che rompesse le scatole. Che già subito cominciò a sentirsi male. Poi però quest'uomo è scomparso".
La famiglia di D'Innocenzo ha fornito alla Procura il nome e cognome, "ma a noi non risulta che sia stato ancora sentito", dice la mamma. "Mimmo era un giovane speciale - dice Alessandra - mi aveva scritto due giorni prima di morire, voleva tornare a essere se stesso, libero dal "mostro" della cocaina per occuparsi del fratello più piccolo che ora ha 15 anni e che lo adorava". Quella del 32enne di Pietralata è anche una storia speciale.
A vent'anni ebbe un grave incidente di moto sulla Tiburtina, finì in coma per alcuni giorni, a distanza l'assicurazione lo risarcì con 250mila euro, una cifra stratosferica per un ventenne e difficile da gestire. "Era un ragazzone buono Mimmo, fu avvicinato da brutti giri, pusher sicuri di avere trovato un cliente d'oro". Comincia il calvario della coca.
A 29 anni Mimmo decide di smettere ed entrare in comunità. Ma da solo non trova la forza. Quindi una mattina scende al supermercato sotto casa e a volto scoperto inscena una improbabile rapina, la polizia lo prende.
Lui chiama la mamma al telefono: "Vedi ma', mi sono costituito". Al suo avvocato dell'epoca chiese di non ottenere attenuanti. "Mimmo riuscì ad entrare in comunità ad Assisi, poi però quando la condanna diventò definitiva me lo portarono a Cassino dove dopo appena un paio di giorni me lo hanno ucciso", piange Alessandra.
di Cristina Palazzo
La Repubblica, 2 febbraio 2020
Si era cucito la bocca più volte, aveva scioperato rinunciando al cibo e si era tagliato perché in Marocco, dove sarebbe tornato tra pochi giorni in seguito a un decreto di espulsione, non voleva andare. Stava scontando una condanna per rapina e sperava nell'udienza della prossima settimana, che ora non si terrà perché il detenuto, trentenne, si è ucciso usando una busta in testa e delle bombolette di gas venerdì sera nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, una tecnica diffusa tra chi è in carcere come gesto voluttuario, per compensare la carenza di droga.
Era stato sottoposto a una visita psichiatrica la sera prima, non avrebbe mostrato di voler farla finita, e prima di quel momento non aveva mai tentato il suicidio. Ma comunque era in cella con un'altra persona, una sorta di supporter, che però venerdì sera dormiva.
È stato lui comunque a lanciare l'allarme: i soccorriti hanno provato a rianimarlo ma non c'è stato più nulla da fare: la notizia della sua morte è stata data dal garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma.
"La sua pena sarebbe terminata tra 11 giorni - denuncia. Possibile che ciò non interroghi la società esterna e che resti soltanto un problema del carcere e di chi in esso opera? Possibile che non si legga il nesso tra l'assenza di un qualche supporto territoriale e una vita così "sprecata"?".
di Eleonora Falci
ilcapoluogo.it, 2 febbraio 2020
Raddoppiati in 10 anni i detenuti in regime di 41bis al carcere dell'Aquila. Una situazione difficile tanto per i detenuti quanto per gli operatori penitenziari. Il carcere dell'Aquila è quello con il maggior numero in Italia di detenuti in regime di 41bis: in 10 anni sono di fatto raddoppiati. Ma non sono aumentati, di contro, gli operatori penitenziari.
Il regime speciale del 41bis è stato introdotto nel 1986 ma esteso nel 1992 dopo le stragi di mafia: prevede restrizioni soprattutto per gli autori di reati di criminalità organizzata. Lo scopo è quello di evitare contatti con l'esterno e con l'associazione di cui il condannato fa parte. Nel corso degli ultimi anni il numero di detenuti al 41bis alle Costarelle è però di fatto raddoppiato.
Nel 2010 erano 80: adesso ne sono 166 su un totale di 760 reclusi. Tra di loro c'è chi ha ucciso Giovanni Falcone, chi ha attentato alla vita di Paolo Borsellino, chi ha ucciso Marco Biagi, chi si è macchiato le mani nell'uccisione di Massimo D'Antona.
Una situazione difficile, sottolinea il segretario regionale territoriale Uil Pa Polizia Penitenziaria Mauro Nardella: "Con il raddoppio dei reclusi sono inevitabilmente raddoppiate le video conferenze, gli ingressi dei familiari impegnati nell'adempimento del diritto ad avere colloqui, le traduzioni in posti diversi e i piantonamenti nei luoghi di cura; l'attività amministrativa in tutti gli uffici". A rimetterci in questa situazione sono però tanto i detenuti quanto gli operatori penitenziari. "In termini di organici l'amministrazione non ha risposto in maniera proporzionale all'aumento dei detenuti" sottolinea Nardella che fa un appello anche al neo-garante dei detenuti Gianmarco Cifaldi.
"L'Amministrazione Penitenziaria si faccia carico della situazione difficile creatasi provvedendo più che a raddoppiare il personale di Polizia Penitenziaria a riportare il numero di sottoposti al regime speciale ai valori antecedenti il 2010. Ne varrà del mantenimento adeguato degli standard lavorativi e, per quello che più ci riguarda da vicino, della qualità di vita di tutti gli operatori penitenziari"
Garantire diritti mantenendo al tempo stesso le restrizioni del regime del carcere duro: è di pochi giorni fa la vittoria di una battaglia legata proprio ad un detenuto "aquilano" cui era stato proibito di portare dolci e giochi durante il colloquio con la figlia, nata quando lui era già in carcere. Il legale dell'uomo, Nicoletta Ortenzi, ha vinto il reclamo presentato dal suo assistito. Il tribunale di sorveglianza dell'Aquila, tra le motivazioni, ha evocato le osservazioni della Corte costituzionale: "le compromissioni dei diritti nel regime del 41bis sono costituzionalmente legittime soltanto se serve a escludere contatti dei detenuti con il gruppo criminale di riferimento". Tutto il resto, quindi, sono misure afflittive inutili.
di Dario Del Porto
La Repubblica, 2 febbraio 2020
Le toghe contestano la legge che, evidenziano, rischia di trasformarsi in un "ergastolo processuale per cittadini imputati a vita". Gli avvocati napoletani sfilano in manette per protestare contro la riforma della prescrizione. È la provocazione che aprirà la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario in programma al Maschio Angioino. Le toghe contestano la legge che, evidenziano, rischia di trasformarsi in un "ergastolo processuale per cittadini imputati a vita".
In questi mesi, l'avvocatura napoletana ha promosso incontri e dibattiti, anche con parlamentari eletti nel distretto, per sollecitare una modifica della riforma fortemente voluta dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede. Quando ha preso la parola la rappresentante del ministero della Giustizia, la dottoressa Concetta Lo Curto, gli avvocati si sono alzati in piedi esponendo silenziosamente cartelli di protesta con scritto "rispettate la Costituzione". La cerimonia è stata aperta dalla relazione introduttiva del presidente della Corte d'Appello Giuseppe De Carolis di Prossedi.
"Viviamo in una società che sembra incattivirsi e nella quale vi è sempre più bisogno di legalità e di giustizia. È importante che chi subisce una violenza o un torto sappia di poter contare su un sistema giudiziario che è in grado di tutelare i suoi diritti", ha detto l'alto magistrato. E ha aggiunto: "per mantenere la fiducia dei cittadini è necessario innanzitutto un recupero dell'efficienza del sistema giudiziario. Una giustizia che arriva a distanza di molto tempo rischia di essere inutile". Per quanto riguarda i magistrati, ha detto ancora, "non credo che la fiducia dei cittadini si possa guadagnare con la ricerca del consenso popolare e con la visibilità mediatica, ma con l'applicazione indipendente della legge e con un comportamento eticamente corretto".
In rappresentanza del Csm ha preso la parola il consigliere togato Antonio D'Amato, che ha voluto ricordare l'avvocato Aldo Cafiero, decano dei penalisti napoletani, scomparso nei giorni scorsi. Sulla questione morale, D'Amato ha ricordato le recenti vicende "che hanno gettato un'ombra sull'intero ordine giudiziario.
Il presidente Mattarella ha affermato che quello che è emerso ha disvelato un quadro sconcertante e prodotto conseguenze negative sull'intero ordine giudiziario. Mai come ora è necessario riaffermare l'indipendenza della magistratura e la sua autonomia", ha evidenziato, ricordando la necessità di assicurare il rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata del processo. D'Amato ha assicurato la "costante attenzione del Csm ai problemi e alle criticità del distretto di Napoli".
Il procuratore generale Luigi Riello ha lanciato l'idea di far "partire da Napoli un confronto franco, senza riserve mentali e senza pregiudizi, per proporre insieme, avvocati e magistrati, una riforma strutturale del processo penale". Il pg ha aperto il suo intervento definendo l'anno appena trascorso come "il più difficile e lacerante per la magistratura perché è esplosa una questione morale anche al nostro Interno. Deve essere chiaro che le erbacce vanno decisamente sradicate, ma è necessario non consentire che sulla nave dei salvatori della Patria e della Giustizia salgano soggetti interessati non a spezzare ignobili collusioni ma a presentare il conto ai magistrati seri".
"L'Avvocatura, baluardo della democrazia e garante dei diritti, è oggi qui in questa sede, per denunziare i gravissimi attentati ai princìpi e ai valori fondamentali su cui si fonda lo Stato di diritti", ha detto prendendo la parola il presidente dell'Ordine forense Antonio Tafuri. E ha parlato di "odiosa compressione dei diritti della difesa e del ruolo dell'avvocato sta purtroppo caratterizzando la politica giudiziaria anche nel nostro Paese".
Quindi ha lanciato per ben diciassette volte il suo "io accuso" contro il potere esecutivo, dalle scelte sui tempi del processo penale alle politiche su processo civile, tributario e sulle carceri, fino all'"abuso delle intercettazioni". E sulla prescrizione ha ribadito: "Io accuso il potere esecutivo che ha abolito la prescrizione, spacciando questa misura come intervento acceleratorio e sapendo perfettamente, invece, che il processo senza prescrizione è un processo che non si concluderà mai".
di Luca Kocci
Il Manifesto, 2 febbraio 2020
Pax Christi contro l'intesa che si rinnova automaticamente oggi, anche se il governo, senza troppa convinzione, fa sapere che potrà essere modificato in ogni momento nei prossimi tre anni. "Un accordo diabolico, che va cancellato". È il netto giudizio di don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, sul memorandum Italia-Libia, l'accordo fra Roma e Tripoli firmato nel 2017 da Gentiloni e al-Serraj per fermare i barconi nel Mediterraneo e deportare i migranti nei centri di detenzioni libici. Il memorandum si rinnova automaticamente oggi, anche se il governo italiano, senza troppa convinzione, fa sapere che potrà essere modificato in ogni momento nei prossimi tre anni.
Intanto le caselle di posta elettronica dei ministri degli Interni Lamorgese (
"All'indomani della Giornata della memoria, non dobbiamo avere la memoria corta: ricordare i lager del passato ma ignorare i lager di oggi, ovvero i campi di prigionia in Libia", spiega il coordinatore di Pax Christi, che ha aderito alla campagna "Io accolgo", scrivendo a Lamorgese e Di Maio. "Non è una questione di legalità, ma di umanità. Senza considerare che le leggi sicurezza volute da Salvini rendono tutto ancora più disumano", aggiunge don Sacco.
Da Pax Christi, interviene un ex coordinatore nazionale, don Tonio Dell'Olio. "Trapelano alcune interpretazioni secondo le quali si potrebbero negoziare nuovi termini dell'accordo anche dopo la scadenza", scrive Dell'Olio su Mosaico di pace, mensile promosso da Pax Christi. "Ma la verità è che il testo di quegli accordi sembra un segreto di Stato e nessuno l'ha mai letto, forse nemmeno chi l'ha firmato - prosegue. E soprattutto che sono proprio quegli accordi a produrre morte, violenze, sofferenze atroci e violazione dei diritti umani. Mille volte abbiamo ascoltato racconti raccapriccianti. Mille volte giovani migranti hanno testimoniato, talvolta documentato, le torture subite. Per questo siamo in molti a chiedere di non rinnovare quel memorandum".
Vista la sordità dei governi, Dell'Olio si rivolge direttamente a Mattarella, "perché giunga fino a lui l'urlo senza voce del dolore dei disperati e con uno scatto di dignità umana intervenga direttamente a scongiurare la nostra complicità da questa violazione dei diritti umani su vasta scala. Sarebbe la maniera più nobile per onorare la Giornata della memoria appena celebrata e riscattarci dal giudizio severo con cui ci condanneranno le generazioni a venire".
di Danilo Loria
strettoweb.com, 2 febbraio 2020
Il messaggio di don Italo Calabrò nelle scuole e negli istituti penitenziari. Melissari: "dalle mafie si può uscire. È questo il tema di una serie d'incontri che il Comunitario Agape ha organizzato nei prossimi giorni in alcune scuole della città".
"Dalle mafie si può uscire. È questo il tema di una serie d'incontri che il Comunitario Agape ha organizzato nei prossimi giorni in alcune scuole della città, c/o la comunità ministeriale della giustizia minorile, al carcere di Palmi con i detenuti dell'alta sicurezza ed al rione Archi.
Porterà la sua testimonianza, Giosuè che negli anni 80 dal carcere minorile ha iniziato un percorso di liberazione dal clan di appartenenza grazie al sostegno ed al l'accompagnamento di don Italo Calabrò, di Agape e dei servizi della giustizia minorile.
Una esperienza che lo ha portato oggi a vivere una attività imprenditoriale di successo nel campo agricolo che rappresenta un esempio concreto di una vita alternativa ai modelli esistenziali negativi che la criminalità propone ancora oggi ai giovani". È quanto scrive in una nota per il centro comunitario agape, la responsabile del gruppo giovani Giulia Melissari.
"Gli incontri sono - prosegue- parte del progetto "io non delego la mia vita" che il gruppo giovani dell'agape sta realizzando in alcune scuole della città. Un progetto che parte dall'invito che don Italo Calabro' rivolgeva ai giovani di non delegare ma di essere protagonisti attivi della propria vita, Nella vita si possono delegare tante cose diceva, una sola cosa non si può delegare: il vivere.
Nessuno può dire ad un altro tu vivi al posto mio! Questo concetto, che don Italo Calabrò comunicava spesso ai giovani che incontrava, ha ispirato questa iniziativa di promozione della cittadinanza attiva e del volontariato che i giovani del centro Comunitario Agape in collaborazione con Libera e con la rete delle Alleanze Educative hanno avviato presso l'Itis Panella- Valluari, l'istituto Piria, il Liceo Volta e il Fermi Boccioni, in collaborazione con Dirigenti scolastici e professori e soprattutto degli studenti che hanno aderito con entusiasmo alla proposta e si sono messi in gioco in prima persona facendosi coinvolgere in un percorso di presa di coscienza delle loro responsabilità per la costruzione di un futuro diverso per loro e per la città.
Un tentativo di coinvolgerli e ridare, loro, la convinzione di avere il potere, la forza e la responsabilità di cambiare la società, impegnandosi "senza mai delegare", per far capire che è importante oggi soprattutto tornare alla Costituzione, rileggerla e riscoprirla, perché bisogna essere coscienti, tutti, soprattutto in un momento difficile come questo, che la responsabilità è collettiva.
Il gruppo giovani di Agape propone agli studenti momenti di formazione, di conoscenza delle realtà di servizio agli ultimi del nostro territorio e soprattutto darà loro la possibilità di mettersi in gioco coinvolgendosi direttamente in attività di volontariato.
Anche la tappa che si farà c/o la comunità ministeriale si propone, attraverso la testimonianza di chi ce l'ha fatta e con la presenza della Dirigente della Giustizia minorile Isabella Mastropasqua e di altri operatori della giustizia minorile e delle comunità, di incoraggiare i minori a scegliere un percorso di vita di all'insegna della legalità e del lavoro onesto.
Altri incontro speciale sarà quello programmato nella casa circondariale di Palmi che grazie alla disponibilità del Direttore Antonio Galati e degli operatori dell'area pedagogica offriranno ai detenuti dell'alta sicurezza la possibilità di ascoltare chi è riuscito a farsi una vita fuori dal carcere e di potere anche esprimere il loro pensiero sul progetto Liberi di scegliere confrontandosi con i referenti del Tribunale per i minorenni di Reggio che lo sta realizzando", conclude.
di Milvana Citter
Corriere del Veneto, 2 febbraio 2020
Il carcere minorile di Treviso scoppia. A sancirlo la presidente della corte d'appello di Venezia Ines Maria Luisa Marini, nella sua relazione di apertura dell'anno giudiziario. Nel report ha messo nero su bianco i dati forniti dal presidente del tribunale per i minorenni di Venezia. Numeri che fotografano la realtà dell'istituto di pena trevigiano, l'unico carcere per minori nel Triveneto. La struttura ha una capienza massima di 12 detenuti. Ma attualmente sono 16 i reclusi, 6 dei quali stanno espiando una condanna definitiva.
La media di presenze, nel corso del primo semestre del 2019, è stata sempre di 16 detenuti in quello che nella relazione è descritto come "un conseguente costante affollamento" nonostante la direzione dell'istituto "sia sempre attenta nel chiedere il nulla osta al trasferimento quando la situazione diviene di difficile gestione, sia per il superamento della capienza massima, sia per le problematiche comportamentali del detenuto".
Nel 2019, le problematiche dell'istituto si sono tradotte in 26 atti di autolesionismo compiuti dai giovani reclusi, gesti quasi sempre dimostrativi ma che in alcuni casi hanno portato a ricoveri e cure mediche. Non solo. In almeno un caso c'è stata una vera e propria sommosse a cui si aggiungono due episodi violenti commessi dai detenuti contro gli agenti penitenziari.
Il primo all'inizio di maggio quando un detenuto diede fuoco a lenzuola e materasso rischiando di provocare un incendio nella struttura, il secondo quando, pochi giorni dopo, un agente rimase ferito nel tentativo di sedare una rissa scoppiata tra altri giovani reclusi.
"Quando i detenuti sono troppi e hanno età così diverse, i problemi aumentano - spiega Luca Bosio della Fp Cgil Polizia penitenziaria, sindacalista e agente in servizio a Treviso. Viviamo una situazione critica da anni nonostante le ripetute segnalazioni. Ed è inevitabile perché essendo quella di Treviso l'unica struttura per minori del Triveneto, ci saranno sempre più detenuti di quelli previsti".
A risolvere la situazione dovrebbe intervenire la costruzione di un nuovo istituto di pena minorile a Rovigo, il cui progetto sarebbe stato avviato dal ministero delle infrastrutture. Per ora però, tutti i minori per i quali viene disposto il carcere tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, arrivano a Treviso. E non si tratta solo di minorenni perché la legge prevede che, se un minore viene incarcerato prima della maggiore età, deve restare nell'ambito della reclusione minorile fino al compimento dei 25 anni.
Questo rende la convivenza ancora più complessa, perché aumentano tensioni e risse. E per gli agenti penitenziari diventa difficile gestire la situazione: "C'è stato l'adeguamento degli organici, ma ci sono problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente e per i quali da tempo chiediamo alla direzione di aprire un tavolo di confronto".
Tra i problemi da mettere sul piatto c'è anche il problema dei piantonamenti dei detenuti all'ospedale, cresciuti con l'aumentare dei gesti autolesionistici. "Se dobbiamo accompagnarli in ospedale perché stanno male o si sono feriti - conclude Bosio -, da contratto dovremmo fare turni di 6 ore e invece rimaniamo per 10 o 12 ore. E neppure su questo, dalla direzione, abbiamo avuto risposte".
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