Il Gazzettino, 1 febbraio 2020
Carcere a San Vito: inammissibile il ricorso di Kostruttiva. Il cantiere può ripartire. I giudici del Consiglio di Stato hanno bocciato il ricorso per ottemperanza dell'azienda. Kostruttiva aveva vinto la gara d'appalto indetta dal Provveditorato interregionale per le opere pubbliche di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia.
La sentenza del Consiglio di Stato ha rovesciato quella del Tar dando ragioni alla Pizzarotti, impresa che aveva partecipato alla gara. Chiusa la fase delle vertenze legali, sarà compito della stazione appaltante e cioè del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti Provveditorato interregionale, definire i dettagli del subentro.
L'obiettivo di Kostruttiva era ottenere chiarezza, tra gli altri temi, sul pagamento dei lavori eseguiti prima del subentro (progetto, insediamento del cantiere, prime opere di bonifica nell'ex caserma Dall'Armi). Il Comune di San Vito (come Ministero e Provveditorato) si era costituito in giudizio nel ricorso per ottemperanza promosso da Kostruttiva contro Pizzarotti "Perché - ha chiarito il sindaco Antonio Di Bisceglie - l'unico nostro interesse è che il carcere venga completato il prima possibile, al di là di chi lo costruirà, visto che abbiamo messo a disposizione il sito dell'ex caserma". Alla fine i giudici hanno ritenuto il ricorso di Kostruttiva inammissibile perché proposto dalla parte privata soccombente nella sentenza della cui esecuzione si tratta. Sentenza che rimanda alla parte pubblica titolata a chiedere chiarimenti al giudice che presentano elementi di dubbio o di non immediata chiarezza.
La sentenza chiarisce che la stazione appaltante ha ampia facoltà di intervenire sulla vicenda. Cosa succederà adesso e quale sarà il destino del carcere da 300 posti di San Vito? Con questa sentenza si chiude il capitolo dei ricorsi pendenti e il boccino passa al Ministero - Provveditorato per le opere pubbliche di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia che dovrà definire i dettagli (tra cui quelli economici) per il passaggio del cantiere da Kostruttiva a Pizzarotti.
Serviranno provvedimenti per decretare tali passaggi, ma una volta firmato il subentro, il cantiere potrà ripartire. Da parte sua il Comune di San Vito ha già fatto la propria parte per promuovere l'opera. Ha messo a disposizione l'ex caserma da riconvertire in penitenziario, sollecitando la conclusione dei lavori. Di sicuro il sindaco Antonio Di Bisceglie tallonerà ora la stazione appaltante affinché si definisca il passaggio e il riavvio del cantiere entro tempi certi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 febbraio 2020
È affetto da una grave patologia neoplastica con multiple metastasi, inoltre a causa della coesistenza di grave patologia cardiovascolare non può essere sottoposto, al momento, a trattamento chemioterapico che risulterebbe tossico e non tollerato. Per questo - come hanno scritto nero su bianco i medici - necessita di un attento monitoraggio clinico e di una condizione di ridotto stress psico-fisico per preservare lo status di immunodepressione e ridurre il rischio di complicanze.
Ma nonostante questo e le istanze presentate (prontamente rigettate dalla magistratura) l'uomo è tuttora detenuto. Parliamo di Gennaro Sicignano, attualmente recluso per droga presso la casa circondariale di Salerno (precisamente nel reparto detentivo dell'ospedale) con un fine pena al 31 maggio del 2021. Ha un figlio disabile e si è aggiunta la tragedia della moglie, deceduta nei primi giorni del mese di gennaio.
A Gennaro Sicignano, che aveva fatto istanza di recarsi al suo capezzale, è stato rifiutato il permesso, in quanto - secondo il magistrato di Sorveglianza e l'Asl competente - la signora non era in "imminente pericolo di vita". Purtroppo è morta cinque giorni dopo il rigetto della richiesta di permesso. Tutta questa situazione ha fatto indignare anche la direzione del carcere di Salerno che con una nota del 3 gennaio ha scritto ai vari uffici competenti ed al Tribunale di Sorveglianza di Salerno sostenendo anche la possibile violazione dei principi di umanità e dignità delle persone.
Una terribile vicenda che ha appreso Rita Bernardini del Partito Radicale tramite l'avvocato Emiliano Torre, il legale di Gennaro. Il caso è emblematico perché la magistratura di sorveglianza ha rigettato la richiesta di detenzione domiciliare nonostante il parere favorevole del procuratore generale, le due consulenze di parte e anche il parere di Rita Romano, la direttrice della Casa circondariale di Salerno. Un parere, quest'ultimo, corroborato dalla relazione redatta dal sanitario dell'istituto penitenziario che dichiara l'incompatibilità di Sicignano al regime detentivo. Il quadro clinico descritto è disarmante. Si legge che fin da quando è giunto nell'istituto, ovvero a novembre del 2019, era già affetto da patologie quali l'adenocarcinoma del colon destro, insufficienza cardiaca cronica decompensata in cardiopatia ischemica post- infartuale, anemia a genesi multifattoriale, depressione del tono dell'umore, sarcopenia, instabilità statico- dinamica, piccolo esito ischemico cerebrale in sede lenticolare destra, diabete mellito di tipo 2, dislipidemia mista, steatosi epatica, litiasi della colecisti, ernia iatale, gastropatia antrale e duodenopatia erosiva- emorragica. Una lunga lista di patologie che oltre a dover essere trattate in maniera accurata, rendono complicata anche la cura del tumore.
Un mix di malattie che lo rendono incompatibile con il regime detentivo, compreso il reparto giudiziario ospedaliero. "Considerate le condizioni di salute del detenuto Sicignano - scrive la direttrice del carcere di Salernoa più riprese ne è stato chiesto il trasferimento presso una struttura dotata di Sai (Servizio assistenza intensificato ndr.).
Nello specifico il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria (ha individuato come sede di destinazione il Centro clinico di Secondigliano. Tuttavia - prosegue sempre la direttrice - le innumerevoli richieste di disponibilità del posto letto hanno sempre ricevuto risposta negativa da parte della direzione sanitaria di Secondigliano".
La direttrice Rita Romano conclude che "sarebbe auspicabile una rapida soluzione della questione attesa l'irragionevole protrarsi della stessa". Lo stesso ospedale di Salerno ha ritenuto il Sicignano non idoneo a restare presso la struttura, e ha invitato ad un trasferimento presso struttura idonea, struttura che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non riesce a trovare in quanto tutte piene o perché - appunto - non idonee alle patologie che il detenuto manifesta.
Una situazione clinica davvero grave e nessuno è in grado di correre ai ripari. L'avvocato Emiliano Torre e la collega Maria Cammarano avevano chiesto la detenzione domiciliare perché se fosse a casa e accudito potrebbe in teoria sottoporsi a cure in centri maggiormente specializzati anche fuori provincia.
Ma la sorveglianza ha respinto la richiesta a causa di una violazione della misura che Sicignano ha commesso quando era stato precedentemente ai domiciliari. Ma il diritto sulla salute, previsto dall'articolo 32 della Costituzione, teoricamente non dovrebbe venire prima di ogni altra esigenza punitiva?
provincia.tn.it, 1 febbraio 2020
Così l'assessore alla salute Stefania Segnana intervenendo al convegno "Infermità mentale, imputabilità e disagio psichico in carcere" a Giurisprudenza. L'infermità mentale e il disagio psichico in carcere è uno dei temi più sensibili, delicati e difficili da affrontare da parte delle istituzioni politiche, giudiziarie, sociali e sanitarie, chiamate a dare risposte all'esigenza, rimasta irrisolta dopo la chiusura dei manicomi criminali, di trovare un equilibrio tra la cura e la pena, tra la salvaguardia del diritto alla salute dei detenuti e l'esigenza punitiva nei confronti degli autori di reato a garanzia della sicurezza sociale.
Un tema sul quale, a livello locale, hanno posto l'attenzione anche l'Assessorato provinciale alla salute, il Dipartimento delle Politiche sanitarie e sociali oltre che le diverse realtà istituzionali che sono impegnate su questo fronte, e del quale si discute oggi e domani alla facoltà di Giurisprudenza a Trento in un importante convegno - "Infermità mentale, imputabilità e disagio psichico in carcere: definizioni, accertamento e risposte del sistema penale" il titolo - organizzato dalla professoressa Antonia Menghini, Garante dei detenuti, e da Elena Mattevi e patrocinato dalla Camera penale di Trento, dall'Ufficio Garante dei diritti dei detenuti della Provincia, dall'Ordine degli avvocati di Trento e dall'Ordine degli assistenti sociali della Regione Trentino Alto Adige.
Al convegno ha portato, anche a nome della Giunta provinciale, il proprio saluto istituzionale l'assessore alla salute Stefania Segnana. "La permanenza in carcere 24h su 24 di operatori sanitari e professionisti - ha affermato tra l'altro l'assessore - garantisce una sicurezza non solo per i detenuti ma anche per chi lavora all'interno del carcere, la presenza numerosa della polizia penitenziaria oggi al convegno è una dimostrazione di quanto sia doveroso creare un ambiente più sicuro anche per loro".
L'attualità dell'argomento è testimoniata, oltre che dalla qualità dei relatori invitati a parlarne, dalla numerosità del pubblico - composto da psichiatri, avvocati penalisti, criminologi, docenti, medici, assistenti sociali e studenti - che ha riempito la Sala 1 di Giurisprudenza.
"Parlare di disagio carcerario non è facile - ha affermato intervenendo all'apertura dei lavori l'assessore Segnana - ed è un tema che va affrontato in maniera sicuramente multidisciplinare, considerando il fenomeno con approcci diversi a seconda delle aree su cui puntare il focus. La riorganizzazione dal punto di vista prettamente sanitario introdotta recentemente dalla Giunta provinciale con una specifica delibera, sta dando risposte puntuali in tal senso.
L'inserimento di nuovi operatori sanitari, di medici di continuità assistenziale, di psicologi e psichiatri assegnati al carcere di Trento, rappresentano sicuramente una prima, concreta risposta all'esigenza espressa dai detenuti di poter contare sulla presenza di operatori qualificati in ogni momento della giornata e della notte. La presenza 24 ore su 24 di operatori sanitari e professionisti garantisce una sicurezza non solo per i detenuti ma anche per chi lavora all'interno del carcere, in primo luogo gli operatori della polizia penitenziaria".
"Non solo: i dati emersi dall'osservatorio per la salute carceraria - ha concluso Segnana - dimostrano come la collaborazione tra enti diversi che accedono al carcere e che insieme si prendono in carico le singole situazioni, offrono l'opportunità di sviluppare modelli virtuosi di convivenza e di gestione delle condizioni di disagio manifestate dai detenuti.
Pensiamo che questa sia la strada giusta e siamo impegnati nel continuare a garantire sicurezza e benessere dentro il carcere, una condizione che garantisce di riflesso sicurezza e benessere anche al suo esterno".
di Giuseppe Di Federico
Il Riformista, 1 febbraio 2020
In una recente intervista, Sabino Cassese ha detto di aver saputo da fonte attendibile che circa i due terzi delle persone sottoposte a giudizio risultano poi innocenti nel corso dei tre gradi di giudizio. I dati esatti non li conosciamo e proprio ieri i Radicali hanno chiesto, con una lettera aperta al Ministro Bonafede pubblicata da Il Dubbio, di fornirli.
Nell'attesa sappiamo comunque che le percentuali sono molto elevate e certamente tali da imporre una riflessione sul perché di un fenomeno tanto diffuso e tanto pernicioso per il cittadino. Chiedono di riflettere, in particolare, sulle modalità con cui operano i guardiani dei cancelli dell'iniziativa penale, cioè i nostri pubblici ministeri (Pm).
Si può certamente dire che l'assetto del nostro Pm è fortemente deviante rispetto a quello degli altri Paesi a consolidata democrazia. Lo è sotto diversi profili. Poiché ho solo poco spazio a mia disposizione concentrerò la mia attenzione sugli aspetti di maggiore devianza, cioè quelli che più di altri contraddicono momenti rilevanti della funzionalità di uno stato democratico sia per quanto riguarda il controllo delle politiche criminali che la protezione dei diritti civili nell'ambito del processo penale. Lo farò tenendo ovviamente conto che i nostri pubblici ministeri operano in un contesto in cui vige il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale sconosciuto in altri Paesi, principio che è al contempo irrealizzabile e ciononostante gravido di implicazioni sul piano operativo.
Farò inizialmente riferimento al peculiare ruolo del nostro Pm nella fase investigativa. Una fase che è cruciale per la protezione dei diritti civili non solo perché di fatto vi è in questo settore dell'attività del Pm molta discrezionalità, ma anche perché quella discrezionalità è priva di reali, efficaci controlli. Il nostro Pm non solo è pienamente indipendente rispetto agli altri poteri dello Stato, ma lo è in larga misura anche all'interno del suo ufficio.
Ha anche il pieno ed esclusivo controllo gerarchico della polizia per la conduzione delle indagini (ce lo ha ricordato di recente anche la nostra Corte costituzionale). La polizia deve cioè operare seguendo esclusivamente le istruzioni del Pm. Quindi il Pm nella fase delle indagini è sostanzialmente un vero e proprio poliziotto pienamente indipendente, che certamente non è meno poliziotto per il solo fatto di chiamarsi Pm. Non esiste nessun paese a consolidata democrazia in cui il Pm sia pienamente indipendente ed abbia poteri di polizia tanto ampi ed incontrollati.
Sul piano operativo significa, tra l'altro, che di sua iniziativa il nostro Pm può svolgere, se lo vuole, indagini su ciascuno di noi con tutti i gravi ed irreparabili danni che questo comporta per il cittadino che poi risulti innocente. Si tratta di danni irreparabili sul piano sociale, economico, politico, familiare e della stessa salute come viene ricorrentemente documentato dalle cronache giudiziarie.
Danni la cui angosciosa, drammatica, gravità ci è stata ricordata giorni fa anche dal presidente dell'Unione camere penali, Gian Domenico Caiazza, in un suo articolo dal significativo titolo: "L'assordante silenzio degli innocenti". Se molti anni dopo il giudice di appello o cassazione riconosce che i motivi dell'azione penale o erano inconsistenti o non rilevanti sotto il profilo penale, nessuna responsabilità può comunque essere imputata, né è mai stata imputata ad un Pm, né sul piano disciplinare e neppure sul piano della valutazione della professionalità. Nei casi in cui si sono invocati quei tipi di responsabilità, esse sono state escluse con riferimento all'indipendenza del Pm e/o al fatto che in presenza della convinzione che vi fossero seri indizi di reato, il Pm era obbligato ad agire per non violare il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, un principio costituzionale che quindi trasforma qualsiasi comportamento discrezionale e ingiustificato del Pm in un atto dovuto per legge.
Robert Jackson, quando era ancora Attorney General degli Usa (procuratore generale degli Stati Uniti, capo del Dipartimento della Giustizia n.d.r.), in un suo discorso del 1940 ai procuratori federali che da lui dipendevano, li avvertiva che nel ruolo del Pm è insito un pericolo, e cioè che potendo scegliere i casi, i Pm possono anche scegliere la persona ed indirizzare la polizia alla ricerca di possibili reati da lui commessi.
È un fenomeno che riguarda tutti i Paesi ove i reati sono molto più numerosi di quelli che possono essere perseguiti, e quindi di fatto anche nel nostro, a dispetto dell'obbligatorietà dell'azione penale. La cosa che rende quel fenomeno più pericoloso nel nostro Paese è che i Pm degli altri paesi democratici sanno che i comportamenti scorretti vengono in vario modo sanzionati, mentre i nostri Pm sanno che i loro comportamenti non sono comunque soggetti a censure di nessun tipo.
Vengo ora al ruolo del Pm nella promozione dell'azione penale. È ormai un fatto pienamente riconosciuto anche in Italia che non tutti i reati possano essere perseguiti così come erroneamente creduto dal nostro Costituente e come previso all'art. 112 della nostra Costituzione. Il compito di scegliere quali reati perseguire viene di fatto lasciato alla libera ed indipendente valutazione dei nostri Pm, che in tal modo definiscono di fatto a livello operativo, senza trasparenza e senza responsabilità alcuna, gran parte delle politiche pubbliche del nostro Paese nel settore criminale.
Anche questo non avviene in nessun paese a consolidata tradizione democratica (Inghilterra, Germania, Francia, Olanda, Austria, Stati Uniti, e così via) perché sarebbe ritenuto incompatibile con il principio che le politiche pubbliche debbono essere decise nell'ambito del processo democratico. Vale a riguardo ricordare quanto lapidariamente affermato dalla Commissione presidenziale francese a cui, nel 1997, il presidente Chirac aveva, tra l'altro, affidato il compito di esplorare la possibilità di sottrarre il pubblico ministero al controllo gerarchico del ministro della giustizia.
La Commissione liquidò la questione in poche parole ricordando che nessun paese era mai riuscito, né sarebbe mai potuto riuscire a perseguire tutti i reati. Che quindi sottraendo il Pm al controllo del Ministro si sarebbe anche demandato al Pm il compito di effettuare le scelte di priorità. Cioè scelte di politica criminale. Concludeva ricordando che in un paese democratico le politiche pubbliche in tutti i settori, e quindi anche nel settore criminale, devono essere definite da organi che ne rispondano politicamente.
Un orientamento riaffermato anche di recente (2017) dal Conseil constitutionnel francese, in un giudizio promosso dal Syndicat de la Magistrature che da molto tempo vorrebbe che il Pm francese avesse gli stessi poteri del Pm italiano. Ho citato questo caso perché illustra la principale ragione per cui in tutti i paesi a consolidata democrazia l'organizzazione del Pm è gerarchica, unitaria e vede al suo vertice un soggetto politicamente responsabile del settore (di regola il ministro della giustizia, ma anche un altro soggetto come avviene in Spagna e Portogallo ove il capo dello Stato nomina un procuratore generale pro tempore su indicazione del governo).
Non posso qui trattenermi sulle misure che vari Paesi democratici adottano per evitare che un assetto più controllato dell'attività del Pm possa portare ad un uso distorto dei suoi poteri soprattutto per iniziativa del potere politico. È tema di grande importanza risolto in maniera differente da Paese a Paese e che non può certo essere trattato nell'economia di questo breve articolo.
Da ultimo, solo due riflessioni sui progetti di riforma costituzionale attualmente pendenti in Parlamento e volti a regolare le attività del Pm: uno predisposto dall'Unione delle camere penali e l'altro presentato dal senatore Vitali. La prima riflessione è che questi progetti di riforma prevedono la fissazione di priorità nell'esercizio dell'azione penale da parte del Parlamento senza indicare chi dovrebbe controllare il pieno rispetto di quelle priorità e come dovrebbero essere sanzionati i trasgressori. Ed è a dir poco difficile immaginare come questo possa avvenire in un regime di piena indipendenza esterna ed interna del Pm quale esso è attualmente e che non viene modificato in nessuno dei due progetti di riforma.
La seconda riflessione. Nelle relazioni delle due proposte di legge si riconosce che esiste un'incontrollata discrezionalità del nostro Pm nella fase delle indagini, ed era difficile non farlo visto che entrambe le relazioni hanno ampiamente copiato, pur senza dirlo, i miei scritti.
Tuttavia nell'articolato non prevedono nessuna norma volta a rimuovere o attenuare i pericoli che al cittadino derivano dalla esistenza nel nostro Paese di un Pm che nella fase delle indagini è di fatto un poliziotto che può agire in piena indipendenza senza portarne responsabilità alcuna. Le ricorrenti tensioni che questo ha prodotto nel governo del nostro Paese e i danni che ha causato a moltissimi cittadini innocenti sono certamente ancor più gravi di quelli che possono derivare dalla assenza di priorità nell'azione penare che le norme di quei due progetti di legge costituzionale cercano di regolare.
di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 1 febbraio 2020
Antonello Nakhleh, istruttore cinofilo, porta in carcere gli amici a quattro zampe: "Organizzo corsi per diventare operatori di canile". Un'intera adolescenza dedicata allo sballo; tra notti di follia e chili di cocaina da vendere ai più giovani. Poi, all'improvviso, il baratro e la risalita verso la seconda vita, quella vera, e un sogno che finalmente diventa realtà.
Grazie ad Antonello Nakhleh, 33 anni di Novi, a partire da marzo gli amici a quattro zampe del canile intercomunale entreranno in carcere, prima al Sant'Anna e poi alla casa lavoro di Castelfranco. Un progetto, quello ideato dal giovane, che rappresenta una possibilità concreta sia per l'animale che per il detenuto. Infatti ai carcerati sarà data l'opportunità di seguire un corso di formazione per operatore di canile della durata di un anno. Una volta ottenuto il riconoscimento e scontata la pena il detenuto potrà inserirsi nel mondo del lavoro.
"Gli obiettivi del progetto sono diversi - spiega Antonello, istruttore cinofilo - intanto ai ragazzi racconterò in qualità di docente la mia storia, facendo capire che prima c'ero io da quella parte e che c'è sempre una seconda strada da percorrere. Avranno l'occasione, dopo il corso, di reinserissi nel mondo del lavoro e, nello stesso tempo, il detenuto stilerà una sorta di scheda del cane affinché possa essere adottato con più facilità.
Per ora saranno coinvolti quindici detenuti selezionati tra sex offender, alta sicurezza e collaboratori di giustizia. In futuro vorremmo riuscire a far sì che il penitenziario adottasse uno dei cani del canile perché attraverso la pet therapy il carcerato possa aprirsi emotivamente. L'animale funge anche da 'pontè nel rapporto tra il detenuto e i familiari: potrebbe aiutare in alcuni casi a ricostruire la relazione padre-figlio".
Alessandro, attraverso la sua storia e l'innovativo progetto offre infatti un messaggio di speranza e una possibilità. Il giovane, ex tossicodipendente e spacciatore, dopo un percorso a San Patrignano a 20 anni, ha deciso di voltare pagina: è diventato allevatore e formatore cinofilo e nel 2007 ha fondato Hello Dog Cinofilia, a Soliera che propone corsi di formazione ma che è attiva su più fronti, tra cui quello del volontariato.
La scuola è un riferimento nazionale e all'interno ha un centro d'esame qualificato per istruttori. "Il cane suscita emozioni positive ed io ho capito quanto potesse dare all'uomo proprio a San Patrignano, dove mi occupavo del canile. Ho iniziato a fare uso di stupefacenti a undici anni; a tredici avevo già provato di tutto ma avevo bisogno di soldi per farmi. Così ho iniziato a spacciare: eravamo in otto, tutti giovanissimi. Marionette nelle mani di pezzi grossi e arrivavamo a spacciare fino a trenta chili di droga al mese, oltre a migliaia di pastiglie di extasy. Spesso il nostro compito era quello di rifornire studenti.
Tutte le entrate, poi, le bruciavamo in vizi e droga fino a che qualcuno non ha fatto il mio nome. Sono stato arrestato e condannato a quattro anni. Mi hanno dato l'opportunità di scontare la pena a San Patrignano e mi hanno affidato il settore canile: è stata la mia salvezza. Da quel momento la mia vita è cambiata. Vorrei così riuscire ad aiutare chi ha scelto la strada sbagliata come ho fatto io; affinché capisca che l'alternativa esiste e che si può fare tanto, soprattutto per gli altri".
di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 1 febbraio 2020
Ieri 31 gennaio alle ore 20.30 all'interno della Casa di Reclusione Verziano di Brescia, Dr. Feelgood and the Black Billies si sono esibiti per i detenuti della struttura. Si è trattato di un concerto con lunghe introduzioni attraverso cui il conduttore di Virgin Radio, considerato tra i maggiori esperti di American Roots Music, racconta la storia delle canzoni eseguite e i generi musicali a cui fanno riferimento.
Giovedì scorso Maurizio Faulisi, in arte Dr. Feelgood, ha tenuto una lezione sulla storia della musica popolare americana che ha suscitato interesse ed entusiasmo tra i detenuti. Lo spettacolo di domani farà rivivere le radici della musica americana, dalle canzoni di artisti della prima generazione rock & roll come Buddy Holly, Fats Domino ed Elvis Presley, a star del country come Johnny Cash, Hank Williams e Webb Pierce. All'interno della Casa di Reclusione Verziano di Brescia ogni settimana vengono proposti spettacoli musicali e teatrali aperti a tutta la popolazione detenuta.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 1 febbraio 2020
Le modifiche al memorandum sui migranti si faranno "nell'arco dei prossimi tre anni". C'è tempo. La risposta del governo giallorosso a chi chiede di non rinnovare il memorandum con la Libia visto che non è stato possibile migliorarlo è che il 2 febbraio, giorno in cui l'accordo per fermare i barconi dei migranti si rinnoverà automaticamente, non rappresenta una scadenza per eventuali modifiche. Che potranno essere apportate in futuro attraverso "uno scambio di note durante il periodo della sua validità". Cioè entro i prossimi tre anni, che però è come dire che probabilmente non accadrà nulla vista la situazione del Paese nordafricano e le possibili variabili dalle quali potrebbero dipendere le relazioni tra Roma e Tripoli.
A palazzo Chigi ieri si è tenuto un vertice veloce sulla Libia e sul memorandum prima del consiglio dei ministri convocato per discutere dell'emergenza coronavirus. Presenti, oltre al premier Giuseppe Conte, i ministri degli Esteri, dell'Interno e delle Infrastrutture. A quanto pare le proteste di numerose associazioni, ma anche dell'Oim, dell'Unhcr e da ieri anche del Consiglio d'Europa perché l'Italia non rinnovi l'accordo con Tripoli non sono servite a niente. Così come, almeno finora, non ci sarebbe traccia dei miglioramenti promessi a ottobre dal governo. C'è, invece, la conferma del supporto (da capire se economico o in fornitura di nuovi mezzi con cui bloccare in mare i migranti) alla contestata Guardia costiera libica, dei finanziamenti alle aree della Libia interessate al passaggio delle carovane dei migranti e della fornitura di strutture sanitarie. Insieme alla richiesta di chiudere i centri governativi dove ancora oggi vengono tenuti prigionieri i migranti per sostituirli con strutture gestite dall'Oim e dell'Unhcr. Senza alcun impegno da parte libica, pare di capire, visto che non si può imporre la presenza di organismi internazionali.
La prossima settimana dovrebbe riunirsi la commissione italo-libica delegata a discutere le modifiche all'accordo e lunedì a Roma potrebbe arrivare Fathi Beshaga, ministro dell'Interno libico e uomo forte del governo di Tripoli. Al momento però si naviga nell'incertezza totale, visto che non è detto che dall'incontro possano uscire risultati concreti. Dopo le aperture fatte da Roma al generale Khalifa Haftar, il premier libico Serraj non vede più l'Italia come un alleato del quale potersi fidare come in passato. Senza contare che, ora che Tripoli è sempre più sotto il controllo della Turchia, la tensione crescente tra Roma e Ankara sui giacimenti di gas al largo di Cipro potrebbe indurre il presidente Erdogan a mettersi in mezzo a un accordo che ridare all'Italia un ruolo nel Paese nordafricano.
Continua intanto la mobilitazione contro il memorandum. Un mailbombing è stato lanciato dalla campagna "Io accolgo" della quale fanno parte numerose associazioni tra le quali Arci, Gruppo Abele, Asgi, Medici senza frontiere, per chiedere ai ministri Di Maio e Lamorgese di non rinnovare l'accordo con la Libia. "Anche grazie al supporto dell'Italia persone innocenti e vulnerabili sono intrappolate in un Paese in guerra, costrette a vivere situazioni di pericolo e minaccia e sottoposte a un sistema di detenzione arbitrario e spietato" ha denunciato Marco Bertotto, responsabile per gli affari umanitari di Msf. Stessa richiesta avanzata da Amnesty International e dal Consiglio d'Europa. "L'Italia deve sospendere con urgenza le attività di cooperazione con la Guardia costiera libica almeno fino a quando quest'ultima non possa assicurare il rispetto dei diritti umani" ha chiesto Duja Mijatovic, commissario dei diritti umani del Consiglio d'Europa. E per domani 2 febbraio, giorno in cui si rinnova il memorandum, i Radicali italiani hanno convocato per le 15,30 un presidio sotto Montecitorio al quale hanno invitato a partecipare anche il movimento delle Sardine.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 febbraio 2020
Il documentario del regista iraniano Tangshir. Un documentario che si basa su due livelli di realtà virtuale. Gli spettatori indossano dei visori a 3D ed entrano al carcere di Torino la Vallette, possono muoversi liberamente come se fossero dentro l'istituto penitenziario. Possono incontrare i detenuti, che a loro volta indossano dei visori che però li proiettano nella loro "realtà virtuale": quella fuori dal carcere. "VR Free" è il titolo di questo documentario che vuole sensibilizzare sull'isolamento della popolazione carceraria.
Era il 22 marzo 2019 quando nell'aula B3 del Campus Luigi Einaudi di Torino, Milad Tangshir presentava per la prima volta il trailer del documentario VR Free. Dopo cinque mesi quell'opera è sbarcata a Venezia in occasione della 76a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, con il merito di essere l'unico film italiano selezionato nell'ambito della Venice Virtual Reality, la categoria dedicata all'uso della realtà virtuale. Oggi, invece il documentario è in concorso al Sundance Film Festival.
Milad Tangshir, regista iraniano nato a Tehran nel 1983 e laureato al Dams dell'università di Torino, ci porta nella Casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino attraverso la virtual reality. Questo tipo di tecnologia permette un'esperienza unica all'occhio di chi guarda, consentendo l'immersione in un mondo definito dallo stesso autore, "per sua natura pieno di spazi crudi e violenti". Il carcere visto dall'interno, la reclusione vissuta in prima persona. "Credo che la realtà virtuale - ha dichiarato il regista - sia uno strumento molto potente per raccontare il concetto di spazio. Abbiamo provato a sfruttare questo potenziale in modo espressivo e drammatico. "Vr Free" vuole mostrare al pubblico la realtà nascosta della prigione, stimolando un dibattito sempre più necessario sui nostri spazi di detenzione".
Il cortometraggio di Tangshir, come detto, non si limita a portare il pubblico all'interno di una struttura detentiva. Allo stesso modo, utilizzando cioè un visore a 360°, anche i detenuti hanno potuto vivere la medesima esperienza immersiva, ma in senso opposto. A loro, costretti all'interno della casa circondariale, è stata data la possibilità di "evadere": andare allo stadio, passeggiare all'aria aperta o visitare luoghi che sembrano lontani.
Il cortometraggio, della durata di 10 minuti, è uno dei progetti selezionati e sostenuti dal Bando "Under35 Digital Video Contest - Giovani Protagonisti", promosso dalla Film Commission Torino Piemonte. Prodotto da Valentina Noya per l'Associazione Museo Nazionale del Cinema di Torino, VR Free è stato realizzato con il sostegno e la collaborazione dell'Assessorato alle Politiche giovanili della Regione Piemonte, Antigone Piemonte, Emergency Infopoint Torino, Eta Beta scs, Sapereplurale e Diritti Globali LiberAzioni Axto Nord.
recensione di Stella GrilloVen
sulromanzo.it, 1 febbraio 2020
La letteratura come àncora di salvezza "Atonement. Storia di un prigioniero e degli altri" è un libro di Salvatore Torre, edito da Libreria Editrice Vaticana. Salvatore Torre è un detenuto dall'età di vent'anni che, nel tempo trascorso in carcere, ha scoperto l'amore per la cultura. Oggi cinquantenne, nel 2018 ha vinto il Premio Vatican News, mentre nel 2019 diventa uno scrittore con la pubblicazione del suddetto romanzo autobiografico, curato dalla giornalista Antonella Bolelli Ferrera e con un'introduzione del Mons. Dario Edoardo Viganò, vice-cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e delle Scienze sociali della Santa Sede.
La riscoperta passione per la letteratura ha aiutato Salvatore a evadere dalla sua condizione di prigionia forzata. Con questo libro, infatti, consegna ai lettori la sua storia e quella di altri detenuti come lui, descrivendo con minuzia l'esperienza del carcere, i sentimenti e le sensazioni. Un excursus di vicende drammatiche dovute all'abbandono, alla malavita, alla devianza, agli ambienti sociali poco funzionali. Storie di vita nate in realtà malavitose, criminali, a volte spietate che sembrano già definire il destino di un individuo "colpevole" di esser nato in situazioni simili, quasi come se il fato prevalesse sul libero arbitrio del soggetto.
La pubblicazione ha un triplice valore, un'operazione letteraria che investe non solo lo stesso Torre, percorrendo un viaggio all'interno di se stesso e della propria esistenza, ma narrando anche di quelle vite silenziose e oscure che spesso aleggiano all'interno delle carceri e di cui non si sa niente, donando a chi è fuori una piccola finestra per capire quel mondo, spesso, sconosciuto all'esterno.
La scrittura ha un forte impatto emozionale, le parole possono sembrare incastonate da una certa ruvidità espressiva, e, a volte, trascendendo nel volgare proprio per mettere in risalto quel tipo di ambiente e di vita che si è costretti a vivere. Fra le pagine si ritrovano espressioni forti che sembrano proprio rievocare quello scenario malavitoso in cui, spesso e volentieri, è difficile intravedere un barlume di speranza.
Il microcosmo, il piccolo mondo che si vive, è quello di un carcere. Un contesto fatto di uomini e donne finiti nella spirale della criminalità e della devianza, a volte anche appena adolescenti. Una patina che non si scolla via facilmente, quando si attacca addosso. Quando si parla di carcere la prima cosa che balza alla mente è la libertà negata, quasi una sorta di sgretolarsi della propria identità, costretta a sopravvivere, forzatamente, in un luogo. La seconda cosa è la gestione del tempo, il da farsi dei detenuti che subiscono questa costrizione.
L'apposizione del termine Atonement all'inizio del titolo dell'opera non è casuale: il vocabolo deriva dall'inglese e in italiano possiede un duplice significato. Se, semanticamente può designare la riparazione di una colpa commessa, quindi, "l'espiazione", si può trovare un duplice significato che indica la salvezza, la "redenzione". I protagonisti della storia sono quindi consapevoli del male commesso, forse sollevati di porre rimedio ai misfatti, ai crimini, alle atrocità commesse, ma silenziosamente chiedono anche comprensione e pietà al lettore, che per la prima volta si avvicina a un mondo che sembra un limbo, una dimensione parallela.
Il carcere come un limbo di persone invisibili è quello che traspare dalle pagine di Salvatore Torre, che fluttuano tra le mura palesando il loro malessere e sperando di salvarsi e redimersi dai loro stessi errori. Lo scrittore probabilmente scrive con l'auspicio che il lettore non giustifichi le malefatte, ma ne comprenda le condizioni.
Torre è un ergastolano che ormai nel corso del tempo ha smembrato le sue colpe e i suoi reati, analizzandoli: il messaggio dell'autore è quindi volto a spiegare che vivere in una circostanze deviante non giustifica i comportamenti criminali, ma sicuramente rafforza le devianze commesse da chi, come lui, è stato costretto a vivere in atmosfere stantie e in condizioni di difficoltà. Riuscire a salvarsi, con queste premesse, è impossibile, soprattutto perché qualsiasi ragazzo è alla perenne ricerca dell'amore e dell'approvazione di chi gli sta vicino: un padre, le occasioni sociali, gli amici. Anche se dovesse significare avviare comportamenti criminali e distruttivi per raggiungere la tanto agognata approvazione. Questo è il messaggio dello scrittore, che se da un certo punto di vista sembra chiedere la misericordia del lettore, dall'altro meno emotivo traspare invece la voglia di far conoscere a chi legge la sua storia e le tantissime storie che aleggiano in quelle mura, chiedendo solo a chi è fuori di liberarsi dai preconcetti.
Salvatore Torre con la sua opera "Atonement. Storia di un prigioniero e degli" altri invita dunque a far capire al lettore che la vita è una lotta continua, e ognuno la affronta con gli strumenti a propria disposizione: un'esortazione che mira alla rinuncia del pregiudizio, verso realtà sociali che sono poco conosciute.
di Gad Lerner
La Repubblica, 1 febbraio 2020
Adolfo Ceretti raccoglie in un libro il "male" che ha studiato tutta la vita. Dai delitti italiani da prima pagina agli esperimenti di giustizia riparativa. "Ceretti, avevi ragione, non era una cazzata quella che mi avevi proposto. Ne valeva la pena".
Se dopo quarantasette anni trascorsi dietro le sbarre il celebre bandito Renato Vallanzasca si rivolge così al criminologo che l'ha convinto a incontrarsi con una delle sue vittime, vuol dire che davvero la giustizia riparativa, che aspira alla ricomposizione dei punti di vista senza pretesa né di perdono né di penitenza, può aprire uno squarcio di consapevolezza.
Tant'è che Vallanzasca - non chiamatelo "il bel René" se no davvero s'incazza - accomiatandosi da Adolfo Ceretti dismette la sua corazza di seduttore e confida: "Ho deciso di stare al mondo perché voglio uscire di qui prima di morire".
Potrei continuare a raccontarvi quali siano le regole impulsive a cui s'è ispirata tutta la vita del bandito della Comasina, cominciando dalla pessima idea di quei tre giovani milanesi che con la loro utilitaria gli soffiarono il posto in cui stava parcheggiando l'auto sportiva (rubata) per andare al cinema con la ragazza. Ma questo è solo un capitolo fra i tanti delle memorie di un criminologo che non cerca effetti speciali, non si esibisce nei talk, ma aspira a "trovare un posto al disordine".
Confrontandosi con il male che è dentro di lui, per entrare in sintonia col male che ha spinto altri a diventare violenti. Vastissimo è l'orizzonte delle esperienze sentimentali e scientifiche che rendono questo libro un unicum affascinante.
Ci sono i casi più noti della cronaca nera italiana - da Erika e Omar ai satanisti di Lecco fino al killer della Uno Bianca, Alberto Savi - ma anche i protagonisti della mediazione fra vittime e carnefici del dopo apartheid in Sudafrica; ci sono i mafiosi, e i brigatisti rossi che accettano il confronto con i congiunti degli innocenti presi a bersaglio, per poi addentrarci nelle favelas brasiliane e nella bolgia infernale delle carceri boliviane.
Senza falsa modestia, Ceretti si descrive tra i criminologi che "non solo in Italia, più si occupano di cose concrete, del cuore, dell'anima delle persone, pur senza aver mai perso il mio interesse verso la costruzione di ipotesi teoriche".
Chi lo conosce sa quanto sia timido e schivo, ma la sua autorevolezza di ricercatore nei territori inesplorati della giustizia riparativa spazia ormai su almeno tre continenti. Cosa sarà mai questa giustizia riparativa? Per spiegarlo non trovo di meglio che descrivere la mattinata che pochi anni or sono ho avuto modo di vivere, grazie a un suo invito, nella palestra del carcere Due Palazzi di Padova, dove si erano radunati centinaia di detenuti condannati definitivi per reati gravi, spesso in regime di massima sicurezza, con i loro parenti.
Difficile trattenere le lacrime mentre, uno dopo l'altro, gli ergastolani salivano a rilasciare la loro testimonianza accanto ai figli che per anni il vetro antiproiettile gli aveva proibito anche solo di tenere per mano. E riconoscevano come fossero stati proprio quei ragazzi a farli desistere dal codice ottuso e violento della criminalità, per tentare di recuperare l'umanità e l'affettività perdute. Dietro c'è un lavoro improbo, soggetto a fallimenti ma prezioso, per arrivare a dirsi - "in uno spazio di parola protetto dai mediatori" - "il lampo e il temporale causati dall'offesa altrui" che li aveva inferociti. Possibile "punto di svolta per ritrovare un'immagine di sé meno opaca e negativa".
Il titolo del libro, "Il diavolo mi accarezza i capelli", scaturisce proprio da un drammatico confronto fra due detenuti in lite, giunti a promettersi la morte: "Professo', ogni sera, prima che io mi addormenti, il diavolo viene e mi accarezza i capelli".
Per esplorare i meandri interiori del male che genera violenza, Ceretti compie la scelta più audace: guarda dentro di sé. Perché anche a lui, anche a noi, nella vita succede che il diavolo accarezzi i capelli. Ecco dunque la ferita di un padre che cade in depressione e smette di parlare quando Adolfo è ancora adolescente. La madre con cui fatica a comunicare e che legge di nascosto il biglietto infilato da Adolfo nella tasca di papà prima che ne venga chiusa la bara. E ancora l'identificazione nella fragilità di una nipote, il buco nero dei malesseri che lo assalgono sotto forma di una sindrome chiamata post viral fatigue.
L'umiltà con cui affronta questa fatica introspettiva gli consente un approccio alla dimensione criminale davvero inedito. Ne trae alimento anche la ricerca teorica che lo fa entrare in relazione con i colleghi impegnati a livello internazionale in questa nuova branca del diritto. Dove la letteratura, il cinema, la poesia e le arti figurative - che arricchiscono il racconto immaginifico di questo libro - lo aiutano a oltrepassare i limiti angusti della criminologia clinica ereditata da Cesare Lombroso.
Lo avevano intuito i Maestri cui Ceretti rende omaggio con la maiuscola e con ritratti affettuosi. Il primo è Giandomenico Pisapia, estensore del nostro Codice di procedura penale, che, scegliendolo come assistente, lo definiva "l'ultimo puledrino della mia scuderia". Il secondo è stato il magistrato Guido Galli, ucciso con tre colpi di pistola davanti a un'aula dell'Università Statale di Milano nel 1980 da un commando di Prima Linea.
Farà molta fatica, Adolfo Ceretti, a accettare una relazione personale con l'autore di quell'omicidio: Sergio Segio. Solo dopo diversi incontri col "nemico" troverà il modo di dirgli, durante una cena, quale ferita ha inferto pure a lui. Ma riunendo con pazienza, per anni, un gruppo di lavoro basato nel Centro San Fedele di Milano, si realizzerà lo straordinario "Libro dell'incontro", opera collettiva, insieme, di vittime e responsabili della lotta armata.
Quanto sia stato difficile, può intuirlo chi si è appassionato nella lettura del romanzo Patria di Fernando Aramburu. Ma questo non è un romanzo. E le incomprensioni non sono mancate, ad esempio nel febbraio 2016, quando la Scuola superiore della magistratura ha rifiutato di ospitare un loro intervento.
La giustizia riparativa, che cerca di soddisfare il bisogno di comprensione senza offrire in cambio premi o sanzioni, è solo ai suoi primi passi. Deve fare i conti con la propagazione della paura che diventa passione collettiva e orienta le mentalità. Al centro dell'esperienza di vita di Adolfo Ceretti resta sempre la fisicità e la vulnerabilità dei corpi, che lo spinge all'interpretazione e nei modi più diversi lo turba.
Era ancora giovanissimo quando giunto a Londra, ospite di un amico prezioso come Claudio Abbado, s'imbucò in una festa della rockstar Boy George; per darsi alla fuga quando i partecipanti, in uno sballo collettivo, cominciarono a denudarsi.
Quale estrema diversità dai corpi tatuati degli adolescenti "in conflitto con la legge" ammucchiati l'uno sull'altro a migliaia dentro la prigione di Palmasola a Santa Cruz di Bolivia. Eppure è in quella dimensione feroce e selvaggia che il criminologo in cerca di riparazione deve saper immergersi.
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