di Marco Magnano
riforma.it, 30 gennaio 2020
Un rapporto del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d'Europa evidenzia la fine della spinta riformatrice in moltissimi aspetti della detenzione.
La scorsa settimana il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, organo del Consiglio d'Europa, ha pubblicato un rapporto sulla visita effettuata in Italia nei mesi scorsi durante la quale i membri del Comitato avevano visitato alcune carceri del nostro Paese.
È uno sguardo interessante, perché come succede con molti rapporti internazionali ci permette di vederci dall'esterno, privarci di alcuni preconcetti, di alcune convinzioni che normalmente ci portiamo dietro.
rassegna.it, 30 gennaio 2020
Oltre 94 mila i soggetti in esecuzione penale esterna, appena 1.299 i lavoratori coinvolti. Oliverio (Fp-Cgil): "Gli organici, già totalmente insufficienti, sono in costante riduzione per effetto di quota 100 e dell'età elevata"
Sono oltre 94.000 i soggetti in carico al segmento dell'esecuzione penale esterna, a fronte di una mole di lavoratrici e lavoratori interessati, tra funzionari sociali e agenti di polizia penitenziaria, pari a 1.300. È questo lo stato in cui versa l'esecuzione penale esterna, ovvero quel segmento del complesso mondo dell'esecuzione penale che si occupa, in prevalenza, di chi sconta la pena fuori dalle mura carcerarie.
informamolise.com, 30 gennaio 2020
Di Giacomo (Spp) scrive ai Ministri della Giustizia e della Salute. "Il Garante nazionale dei detenuti, di solito sempre pronto ad intervenire su tutto, questa volta continua ad ignorare la drammatica situazione che si registra nel carcere di Campobasso, dove sono negati i diritti elementari di tutela della salute dei detenuti, innanzitutto a causa della carenza di personale medico ed infermieristico.
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 30 gennaio 2020
Quando una realtà la vedi dall'interno, ti accorgi in pochi attimi che quanto pensavi non corrisponde alla realtà. Entrando in carcere tutte le mie idee si sono frantumate. Il mondo delle carceri fa paura e inquieta perché è parte del volto triste e sfigurato della società a cui apparteniamo. Ma davvero sono solo le persone detenute ad avere sbagliato?
La frequentazione del carcere, in questi quattro mesi che sono cappellano a Rebibbia, mi ha permesso di conoscere un tipo di umanità diversa: non vedo più criminali, ma solo persone. Entrare in carcere, ogni giorno, è come scendere nelle catacombe di una città dove queste persone vengono allontanate alla nostra vista per fare finta che non esistano. Ma non è così! Esistono, non sono invisibili.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 30 gennaio 2020
È una storia di donne questa, di madre e figlia: di Teresa e di Rosa. Ve ne abbiamo parlato il 1° novembre, Rosa era in carcere con una frattura vertebrale e Teresa scriveva accorate lettere perché la figlia venisse curata. Rosa dentro ci è finita per amore, e l'amore non si giudica in base a chi sia l'amato. Anzi, nessuno può dar giudizi sull'amore. La persona che Rosa ama è un ex superlatitante, Ernesto Fazzalari, la vicinanza a lui è costata a Rosa una condanna a otto anni, con una sentenza che è tuttora riformabile, non definitiva.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 gennaio 2020
La proposta di legge promossa dal Partito Radicale. A seguito dell'affermazione del Ministro della Giustizia Bonafade, secondo il quale "non ci sono innocenti in carcere", il Partito Radicale ha organizzato ieri una Giornata sugli Errori Giudiziari.
L'evento dal titolo "Anche gli innocenti vanno in carcere" è stata l'occasione per presentare la Proposta di Legge, promossa dal Partito e sottoposta all'attenzione di tutti i capigruppo, per indire la giornata nazionale delle vittime degli errori giudiziari per il 17 giugno, anniversario dell'arresto di Enzo Tortora. Per ora hanno risposto positivamente Forza Italia, Lega e Italia Viva.
di Ernesto Lupo*
Avvenire, 30 gennaio 2020
La prescrizione del reato è un argomento tecnico diventato di massima attualità politica. Si è prodotta un'ampia e accesa discussione, ma, per lo più, non chiara. Da qui l'utilità di porre innanzitutto qualche punto fermo. Il primo: occorre distinguere tra le diverse prescrizioni. Il fenomeno negativo più grave, e quindi da combattere in via prioritaria, è la prescrizione del reato che si verifica durante lo svolgimento del processo, quando è stata già esercitata l'azione penale. Un processo iniziato deve pervenire al suo risultato naturale, che è l'accertamento della verità (più precisamente: della fondatezza dell'accusa). Un processo ancora in corso che si conclude con la dichiarazione di prescrizione va considerato un 'aborto'.
di Antonio Pagliano
ilsussidiario.net, 30 gennaio 2020
Solo l'introduzione di una "prescrizione processuale" a seconda dei gradi di giudizio o della sentenza può adeguatamente bilanciare l'introdotto blocco della prescrizione.
Non si può non partire dalla prescrizione di cui, in tanti oltre chi scrive, qui si sono già interessati, come d'altronde hanno praticamente fatto tutti o quasi i laureati in giurisprudenza di questo paese, che grosso modo risultano di poco inferiori al numero di commissari tecnici della Nazionale di calcio.
Ebbene, ciò che subito colpisce è che moltissimi di questi hanno espresso opinioni molto affini fra loro. Professori universitari, molti giudici, avvocati hanno sostanzialmente espresso grandi perplessità, per usare un eufemismo, nei riguardi dell'oramai legge che blocca la prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado.
Dal 1930 all'avvento di Berlusconi, le norme del codice penale che di tale argomento si occupano non sono state mai sfiorate da alcun intervento legislativo. I processi evidentemente non si prescrivevano o, se accadeva, non interessava a nessuno. I più esperti potranno subito obiettare che almeno fino al 1988 le prescrizioni erano rarissime, perché con il vecchio codice i processi erano più celeri. Poi, certo, con il nuovo codice, la dilatazione dei tempi è diventata un'arma processuale.
Tuttavia ciò che non si dice con abbastanza chiarezza è che quest'arma funziona solo in circoscritte situazioni, ovvero in presenza dell'inizio di un processo in prossimità della data di prescrizione. Se, per dirla in termini pratici, oggi inizia a celebrarsi un processo la cui prescrizione avverrà fra 5 anni, difficilmente la strategia sarà improntata alla dilatazione dei tempi. Se invece inizia oggi un processo che fra uno o due anni si prescriverà, allora la strategia processuale potrà giovarsi di una probabile prescrizione.
A fronte di ciò, finora non si è mai intervenuti sulle vere cause che producono un rinvio a giudizio dopo anni dai fatti in contestazione. Questi tempi, quelli relativi allo svolgimento delle indagini e del conseguente esercizio dell'azione penale, sono assai spesso enormemente dilatati. Questo è il male principale del nostro sistema. Questo produce sentenze che arrivano poco prima o poco dopo la maturazione della prescrizione, ma ciò che davvero deve essere spiegato all'opinione pubblica è che un verdetto troppo lontano dal momento dei fatti non può essere quasi mai considerato giusto e pertanto provoca sempre ulteriore malanimo e nuovo risentimento nei confronti dello Stato e dei suoi rappresentanti.
Si pensi a un soggetto che dopo anni da un fatto di reato commesso non in modo seriale e reiterato, magari in giovane età, si veda irrogare una pena che compromette la sua stabilità professionale e familiare, pure faticosamente raggiunta. Si badi, il "fine processo mai" esiste già ed esiste, giustamente, per i reati più gravi. Per un omicidio, l'oblio non scatta mai e questo è da tutti i consociati considerato giusto. Se ho ucciso, anche dopo 20 anni, posso, anzi devo essere condannato se colpevole e se nel frattempo ho cambiato vita resta comunque giusto che a fronte dell'azione che ho commesso venga comunque sottoposto alla relativa pena. Ma il colpevole di una corruzione, di un furto, di un abuso edilizio, è giusto che venga condannato dopo anche 20 anni dai fatti commessi?
Su questi aspetti, cruciali, la proposta del governo di contenere i tempi dei tre gradi di giudizio senza introdurre la prescrizione processuale appare molto velleitario.
La verità è che uno Stato serio non copre le sue inefficienze con rimedi retorici. Chi afferma a gran voce che in molti paesi la prescrizione non esiste, dovrebbe anche dire qual è in quei paesi la durata media dei giudizi. Su temi così delicati, come la vita delle persone, non si può intervenire con provvedimenti parziali, in attesa di futuri correttivi o di ipotetiche integrazioni.
Come invece si è già avuto occasione di rappresentare anche in sede di audizione in Commissione Giustizia, occorre, se si vuole provare ad agire sul sistema in modo equilibrato e organico, tenere ben distinti gli istituti della prescrizione del reato dalla prescrizione processuale, agendo su quest'ultima per fissare preclusioni di fase vere.
Allo stesso modo occorre intervenire contestualmente con un progetto organico sui temi delle priorità delle indagini nei programmi organizzativi degli Uffici di Procura, sulle priorità nella trattazione dei processi, sul processo telematico penale, sui meccanismi di rinnovazione del dibattimento e sull'appello. Su questi ultimi aspetti, per la verità, le formulate governative proposte sembrano già più interessanti e aderenti al dato reale.
Ben si comprendono le ragioni per le quali autorevoli fonti del Governo hanno nei giorni scorsi dichiarato, all'esito di un precedente confronto fra le parti, che si è aperta una fase nuova. Aggiungendo, poi, che risultava significativo l'abbandono di rigidità e che la riforma del processo sarebbe andata in Consiglio dei ministri la settimana successiva, come è in effetti accaduto. Tuttavia, resta fermo che solo l'introduzione di una "prescrizione processuale" a seconda dei gradi di giudizio o della sentenza di assoluzione o condanna possa adeguatamente bilanciare l'introdotto blocco della prescrizione. E di tale evenienza non si rinviene traccia.
Compare, invece, nella proposta la differenziazione tra la sentenza di assoluzione e quella di condanna, limitando solo a quest'ultima la sospensione, rectius il blocco, della prescrizione. La proposta, formulata dal Presidente del Consiglio, non ci sembra risolutiva, al di là dei dubbi di costituzionalità che ne derivano. Per la Costituzione, la presunzione di innocenza resta tale fino alla sentenza definitiva. E questo vale tanto per l'innocente quanto per il colpevole.
L'auspicio, allora, non può che essere che si vada ben oltre questa proposta, ragionando in termini di prescrizione processuale. Guarda caso, una proposta elaborata dalla Commissione Riccio nell'ultima proposta organica di riscrittura del sistema processuale. Il ministro era Mastella e quel governo cadde proprio per un'inchiesta giudiziaria a carico del ministro stesso e della di lui moglie, poi entrambi assolti. Con un appello della Procura della Repubblica, quelle assoluzioni, forse, sarebbero ancora in attesa di passare in giudicato.
Ha ragione il responsabile del Pd quando dice che un processo che dovesse durare non più di 5 anni rappresenterebbe un traguardo epocale e che così la bomba atomica del blocco della prescrizione non esisterebbe più. Il punto è come si decide di provare a raggiungere questo più che condivisibile obiettivo e per farlo crediamo occorrerebbe uno sforzo ulteriore, magari abbracciando un approccio da visionari, avendo la forza di guardare lontano.
di Barbara Acquaviti
Il Mattino, 30 gennaio 2020
Nessun nuovo reato, ma arrivano comunque pene più severe, al pari di quelle previste per lo stalking. Un numero d'emergenza e un'app. E, soprattutto, si evidenzia lo stato di "emarginazione" in cui finiscono per ritrovarsi le vittime. L'aula della Camera ha approvato ieri in prima lettura, con il sì della maggioranza, la legge contro il bullismo che, di fatto, riprende e completa il provvedimento varato nella scorsa legislatura contro il cyberbullismo.
Il testo - che adesso passa al Senato - si muove su un doppio binario: da una parte quello dell'inasprimento sanzionatorio, dall'altro quello della rieducazione e della prevenzione. In tutto otto articoli, un provvedimento corposo, particolarmente incisivo quando si parla di atti che coinvolgono dei minorenni. Al punto che, tra le ipotesi più radicali, c'è anche quella dell'affidamento a una casa famiglia. Si tratta di una misura estrema, solo per i casi più gravi in cui il percorso di recupero non abbia dato risultati utili.
Chiunque, dentro e fuori la scuola può segnalare i casi di bullismo al Procuratore che gira la segnalazione al Tribunale dei minori. Cosa accade a quel punto? Viene aperto il procedimento in cui vengono fissati "gli obiettivi" di un percorso di rieducazione mentre i dettagli del "progetto rieducativo vengono definiti dai servizi sociali insieme alla famiglia del bullo.
ùConcluso il "progetto", e "comunque con scadenza annuale", il servizio sociale "trasmette al Tribunale per i minorenni una relazione che illustra il percorso e gli esiti dell'intervento". È quello il momento in cui il Tribunale, sulla base della relazione e dopo aver sentito il minorenne e i genitori, ha di fronte quattro opzioni: dichiarare concluso il percorso rieducativo, decidere che è il caso di proseguirlo, ricorrere ai servizi sociali o - come si diceva - prevedere addirittura l'affidamento a una comunità.
La parte della legge che tratta l'inasprimento delle pene, modifica l'articolo 612 bis del codice penale sullo stalking. Viene prevista una nuova aggravante che interviene quando il fatto viene commesso da più persone: in quel caso c'è un aumento della pena fino alla metà. Inoltre, in caso di condanna per il reato di atti persecutori commessi con l'uso di strumenti informatici o telematici, si stabilisce la confisca obbligatoria degli stessi.
Ma la novità più importante sta in quella integrazione che definisce il reato anche in virtù della condizione di emarginazione che la vittima vive come conseguenza degli atti di bullismo. La parte più articolata della legge, tuttavia, è quella che riguarda la prevenzione e la rieducazione. Un ruolo di rilievo viene affidato, oltre che alla famiglia, anche alla scuola.
Il dirigente deve diventare una sorta di "sentinella": se viene a conoscenza di qualsiasi tipo di atto di bullismo che coinvolga studenti iscritti all'istituto, può valutare se coinvolgere i rappresentanti dei servizi sociali e sanitari. È previsto anche un lavoro di monitoraggio della percezione dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo e per questo il ministero dell'Istruzione, attraverso proprie piattaforme nazionali, mette a disposizione delle scuole strumenti di valutazione e questionari da somministrare a docenti e studenti.
Si prevede anche un servizio di assistenza delle vittime accessibile tramite il numero pubblico di emergenza infanzia 114, gratuito e attivo 24 ore su 24, e un'app ad hoc. Tra le novità inserite durante l'esame in aula, c'è anche un rifinanziamento con tre milioni di euro per il triennio 2021-2023, del Fondo per i ragazzi "careleaver", ossia i giovani cresciuti in comunità residenziali o in famiglie affidatarie, con un ampliamento dell'età limite dei destinatari fino a 25 anni dagli attuali 21. Soddisfatta la maggioranza: "Da oggi ci sono strumenti più efficaci", affermano i grillini. Mentre l'opposizione si è astenuta parlando di "occasione mancata".
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 gennaio 2020
La richiesta della Camera penale di Milano. A pochi giorni dall'inaugurazione dell'anno giudiziario scoppia la "grana" Piercamillo Davigo. Con la richiesta, da parte della Camera penale di Milano, di annullarne la partecipazione alla cerimonia di Milano in qualità di rappresentante del Csm, e la secca risposta da parte dell'organo di autogoverno delle toghe, che ha bollato come "irricevibile" l'istanza, paragonandola ad una censura. Un dibattito che ruota tutto attorno alle posizioni di Davigo sulla Giustizia e, in particolare, sulla prescrizione, attaccate dai penalisti di tutt'Italia come un attentato al principio del giusto processo.
Tutto parte dalla lettera inviata il 24 gennaio dalla Camera penale di Milano "Giandomenico Pisapia", guidata da Andrea Soliani, al Capo dello Stato Sergio Mattarella, in qualità di presidente del Csm, al primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Mammone e al procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. Una lettera con la quale i penalisti hanno definito la presenza del magistrato a Milano una "inopportunità istituzionale", considerate "le posizioni ideologiche pubblicamente manifestate dal consigliere Davigo".
L'ultima occasione è data dall'intervista al Fatto Quotidiano, sulle cui colonne il magistrato ha proposto una sorta di "multa" per gli avvocati autori di ricorsi in Cassazione giudicati inammissibili. Parole alle quali aveva replicato, nei giorni scorsi, anche il presidente del Consiglio nazionale forense, Andrea Mascherin, secondo cui il giusto processo "non può essere inteso come un percorso a ostacoli per la difesa, disseminato di sanzioni processuali e pecuniarie", bensì "si fonda sul riconoscimento del ruolo costituzionale dell'avvocato oltre che sulla necessaria autonomia e indipendenza della magistratura". Per i penalisti, dunque,
quelle di Davigo sono "esternazioni che negano i fondamenti costituzionali del giusto processo, della presunzione di innocenza e del ruolo dell'avvocato nel processo penale, che viene marchiato come soggetto sodale con gli interessi più negativi e lucrativi nell'innestare meccanismi difensivi pretestuosi e dilatori".
Ma non solo: tali affermazioni, già "di per sé molto gravi", continua la lettera, "diventano inaccettabili se pronunciate, come nel caso del consigliere Davigo, da un magistrato che riveste l'alta funzione istituzionale di consigliere del Csm". Dichiarazioni, sottolineano ancora i penalisti, già sottoposte al vaglio dell'organo preposto per indagare eventuali profili di responsabilità disciplinare e che stanno alla base della "contrarietà" manifestata dagli avvocati milanesi, che hanno auspicato "una rivalutazione della designazione a suo tempo effettuata". Ma la richiesta è stata fermamente respinta dal Comitato di presidenza del Csm, composto dal vicepresidente David Ermini, dal presidente Mammone e dal pg Salvi che, con un gesto raro rispetto alla grammatica istituzionale del Consiglio superiore, hanno replicato ai penalisti con una nota. Un modo per sottolineare la gravità attribuita all'uscita della Camera penale. "Stupisce che venga proprio da una associazione di avvocati - si legge nella nota - la richiesta di censurare la libera manifestazione del pensiero".
Una richiesta "irricevibile, sia per i suoi contenuti, volti a sanzionare la libera manifestazione del pensiero, sia perché irrispettosa delle prerogative di un organo istituzionale". Parole fatte proprie anche dal membro laico del Csm in quota M5s, Fulvio Gigliotti, che manifestando "grande stupore" ha preso pubblicamente le distanze dalla Camera penale, ha dichiarato "il più fermo rigetto della sollecitazione ricevuta, la quale riesce, in un colpo solo, a mettere inusitatamente in discussione l'equilibrio delle delibere di un organo a rilevanza costituzionale e la libertà di opinione individuale, oltre che la figura di un degnissimo magistrato che, proprio dalla sede di Milano, ha contribuito a scrivere pagine tra le più significative della storia giudiziaria del Paese".
ulla Camera penale milanese si sono abbattute anche le proteste di Area democratica per la giustizia e Autonomia& Indipendenza, che hanno tacciato come inopportuna l'iniziativa degli avvocati. "Le idee non condivise si contrastano con argomenti nell'ambito del confronto e del dibattito. Tutto il resto è frutto della degenerazione culturale che il nostro Paese sta vivendo, e gli avvocati italiani dovrebbero esserne ben consapevoli", si legge in una nota del coordinamento di Area. Che pur sottolineando la distanza dalle posizioni di Davigo, più volte "confutate pubblicamente", ha definito "contrario alle regole fondamentali del vivere democratico discriminare chiunque in base alle opinioni espresse, e ancor di più tentare di privarlo del diritto di parola".
Più polemica la nota di A& I, gruppo di appartenenza di Davigo, che ha accusato i penalisti di non aver "alcuna volontà di concorrere a rendere la giustizia italiana più efficiente e più giusta trovando assai più comodo giocare il ruolo degli offesi (da cosa non si sa). Abbiamo sempre pensato che l'avvocatura dovesse rendersi interprete del diritto di difesa costituzionalmente garantito - continua la nota. Oggi abbiamo capito che, nella realtà, non è così. Ma noi magistrati non ci perdiamo d'animo e continueremo nella nostra incessante opera di tutela dei principi fondanti della giurisdizione".
Critica anche la giunta dell'Associazione nazionale magistrati, secondo cui la richiesta della Camera penale è "contraria a elementari regole di correttezza istituzionale". Invece di confrontarsi con il merito delle dichiarazioni altrui, sottolinea la nota dell'Anm, "si pretende che al soggetto portatore di opinioni divergenti venga tolta la parola. L'iniziativa, mera provocazione, contraddice i valori che predica di tutelare e si inscrive nella sgradevole ma purtroppo diffusa tendenza di alimentare inutili polemiche al solo fine di fare scalpore".
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