giornalelavoce.it, 11 marzo 2020
Una trentina di detenuti del carcere San Michele di Alessandria sono stati trasferiti in altre case circondariali del Piemonte. La decisione in seguito alla protesta per le nuove disposizioni in materia di coronavirus. Due sezioni sono state date alle fiamme e risultano ora inagibili.
"Il governo e in particolare il presidente del Consiglio Conte prendano in mano, con urgenza, la situazione delle carceri italiane prima che il sistema penitenziario collassi definitivamente", è la richiesta del segretario generale dell'Osapp, Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, Leo Beneduci. "Ribadiamo con forza, la necessità di un urgente commissariamento del Dap a fronte di un così lampante fallimento delle politiche penitenziarie improntate esclusivamente sul benessere dei detenuti - insiste. Altrettanto fallimentari, inoltre, i programmi attuati, a spese dei contribuenti nelle carceri e rivolti a quei detenuti che per le devastazioni attuate si sono dimostrati in questo momento più violenti di quando dovevano fare ingresso in carcere come risultato evidente in questi giorni a tutti i cittadini".
di Andrea Sparaciari
businessinsider.com, 11 marzo 2020
Le testimonianze degli operatori che erano a San Vittore durante la rivolta. Cosa è accaduto nelle circa 24 ore della rivolta che lunedì ha sconvolto il carcere milanese di San Vittore lo stabilirà l'inchiesta avviata dalla procura di Milano. Tuttavia Business Insider Italia è in grado di tracciare una prima ricostruzione dei fatti, sia per aver seguito la rivolta sin dai primi momenti, sia grazie ai racconti (anonimi, per loro richiesta) del personale che al momento dello scoppio dei disordini si trovava all'interno della struttura.
A scatenare la violenza sarebbero stati alcuni detenuti del terzo e quinto raggio che, armati di bastoni e spranghe, hanno preso di mira per prima cosa la stanza di somministrazione del metadone, che infatti è stata subito svaligiata. Poi sono passati alle altre strutture sanitarie, sempre con un fine molto chiaro: fare incetta di metadone e Buprenorfina, le due sostanze utilizzate dal Sert per combattere le crisi di astinenza dei reclusi, che al momento dello scoppio dei disordini non erano ancora stati somministrate. A quanto risulta, sarebbero spariti almeno una ventina di litri di sostanza, tanto che due detenuti sono finiti in overdose, mentre molti altri, che non avevano partecipato ai disordini, finivano in astinenza.
Alla devastazione non si è scampata neanche "La Nave", il reparto fiore all'occhiello dell'istituto milanese, quello più aperto di San Vittore, dove le celle sono aperte per 12 ore e dove si tengono sedute psicoterapeutiche, lezioni sulla legalità, gruppi di studio sulle droghe e sulle dipendenze, gruppi di scrittura e di lettura, musica, teatro. I rivoltosi si sono accaniti anche lì, devastando tutto ciò che hanno avuto a tiro. "Per fortuna tutti gli operatori sono riusciti a mettersi in salvo", racconta un sanitario presente in quei momenti, "grazie soprattutto all'intervento dei detenuti della Nave, che hanno scortato il personale lontano dai tumulti, proteggendolo dagli altri carcerati".
Perché tutto tornasse alla (relativa) calma, sono state necessarie parecchie ore e la mediazione (illuminata) del direttore del carcere, Giacinto Siciliano, il quale ha evitato che la rivolta si trasformasse in un bagno di sangue, facendo capire ai detenuti l'inutilità delle loro azioni. "Un plauso va anche agli agenti della penitenziaria", racconta un'altra operatrice, oggi, come tutti i suoi colleghi, regolarmente al lavoro nonostante lo choc, "che hanno dimostrato grande professionalità e sangue freddo. Tanto che non ci sono stati né vittime né feriti".
Resta il fatto che la violenza è scoppiata non tanto per la richiesta di un'improbabile "amnistia e indulto", sebbene queste siano state le parole urlate dai rivoltosi asserragliati sul tetto del carcere mentre bruciava parte del quinto raggio, ma dal sovraffollamento e dalla frustrazione. Da giorni gli operatori denunciavano una situazione esplosiva, che infatti, è esplosa.
Non a caso, il giorno dopo le violenze, i magistrati delegati a trattare con i detenuti - il responsabile dell'antiterrorismo milanese, Nobili e la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Di Rosa - si sono impegnati a "studiare percorsi migliorativi della vita del carcere. Il primo dei quali è il sovraffollamento. Quando hai 500 detenuti di troppo, scoppiano disordini", hanno detto ai cronisti. Ovvero, hanno promesso di diminuire il numero dei detenuti in cella, facendo accedere ai domiciliari il maggior numero di reclusi possibile. Sia di San Vittore che di Bollate e Opera, gli altri due carceri milanesi. Proprio ciò che chiedevano da giorni gli operatori, da quando cioè le nuove circolari sul Corona virus avevano fatto lievitare il numero degli internati a San Vittore dai 700 ordinari (sebbene la capienza del carcere sia di 400 persone) agli oltre 900 presenti lunedì. Tutte persone alle quali era stato anche negato ogni contatto con parenti e avvocati. Un mix esplosivo.
di Serena De Salvador e Marco Aldighieri
Il Gazzettino, 11 marzo 2020
I circa 40 detenuti autori della sommossa di domenica sera nella casa di reclusione Due Palazzi, rischiano di essere accusati del reato di devastazione. La pena va fino agli otto anni di carcere. Pugno di ferro dunque della Procura. Ma le indagini condotte dal pubblico ministero Marco Brusegan, non sono semplici. I rivoltosi infatti, con il chiaro intento di non essere scoperti, hanno sventrato le telecamere della videosorveglianza. E al momento non ci sarebbe nessuna immagine registrata, utile a scovare i colpevoli.
A scatenare la rabbia dei detenuti sarebbero state le limitazioni imposte dal piano governativo per evitare la diffusione del Covid-19. Ma in realtà, i motivi che hanno spinto i quaranta carcerati, quasi tutti stranieri, a devastare il quarto piano del Due Palazzi sono molteplici e molti suonano come un pretesto per creare tensione nel penitenziario. Prima hanno dato alle fiamme vestiti e materassi, e poi hanno sfondato le telecamere della videosorveglianza e le pompe idrauliche. Ma l'azione più pericolosa è stata piegare verso l'esterno un paio di sbarre di una cella: se gli agenti avessero caricato sarebbero rimasti infilzati. Volevano fare male. I poliziotti, sotto una pioggia di oggetti, sono stati costretti a intervenire. La calma, almeno apparente, è tornata intorno alle 22. Dieci gli agenti rimasti feriti e intossicati dal fumo.
Al Due Palazzi dopo le scene di guerriglia di domenica sera le proteste sono per ora sotto controllo e nel braccio del quarto piano della casa di reclusione si è cominciato a sistemare gli ingenti danni. Ai detenuti viene tutt'ora concesso il regime a celle aperte che li vede liberi di circolare nella propria sezione per la maggior parte della giornata e, per evitare che gli animi tornino ad accendersi, sono stati concessi colloqui telefonici giornalieri.
I sindacati di polizia penitenziaria nel frattempo hanno deciso di interrompere le relazioni con il Ministero della Giustizia disertando la convocazione di ieri e invocando un nuovo incontro con il premier Conte. "Già prima delle devastazioni di questi giorni avevamo chiesto interventi specifici senza mai trovare riscontro - scrivono Sappe, Sinappe, Osapp, Uilpa Pp, Fns Cisl, Uspp e Cgil Fp al ministro Bonafede - Non basta l'elogio peraltro doveroso agli agenti che ogni giorno mettono a rischio la propria incolumità e servono lo Stato in modo encomiabile. Il mondo penitenziario vive un'emergenza che non è percepita nella sua reale portata e il Governo non lo degna di attenzione".
siracusanews.it, 11 marzo 2020
Al piano terreno la cucina è inutilizzabile, sono stati distrutti televisori, circuiti di sorveglianza e altre attrezzature; anche le celle risultano gravemente danneggiate. Il Garante dei diritti delle persone private della libertà del comune di Siracusa, Giovanni Villari, si è recato nuovamente stamattina al carcere di Cavadonna per prendere visione delle conseguenze delle proteste avvenute ieri sera. "I danni sono seri - riferisce Villari - e per la direzione del carcere non sarà facile porvi rimedio, considerando anche la fase che stiamo attraversando. Stamattina al carcere, su richiesta del direttore, Aldo Tiralongo, è arrivato il magistrato di sorveglianza di competenza, per ascoltare le richieste di una ristretta delegazione di detenuti coinvolti".
La protesta, riferisce il Garante, ha interessato i reclusi del Blocco 50, dove si stanno contando i danni. "Devo però segnalare - aggiunge - che non tutte le persone ospitate in quella sezione vi hanno preso parte". Per quanto riguarda i danni il garante riferisce che al piano terreno la cucina è inutilizzabile, sono stati distrutti televisori, circuiti di sorveglianza e altre attrezzature; anche le celle risultano gravemente danneggiate. "Il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria - ancora - ha sospeso le traduzioni per lo sfollamento, ragione per cui i detenuti le cui sezioni non sono momentaneamente agibili dovranno essere distribuiti sempre all'interno del penitenziario di Cavadonna. Questo aggraverà ulteriormente il sovraffollamento del quale la struttura soffre oramai in maniera endemica".
L'Osservatore Romano, 11 marzo 2020
L'annuncio del Pontefice in una lettera a un quotidiano locale. Sono state affidate alla parrocchia della casa di reclusione "Due Palazzi" di Padova le meditazioni per la Via Crucis che si svolge tradizionalmente al Colosseo nel Venerdì Santo. È stato lo stesso Francesco a renderlo noto in una lettera indirizzata al direttore del "Mattino di Padova" e pubblicata sul quotidiano veneto nell'edizione di martedì 10 marzo. "Ho scelto il carcere - spiega il Pontefice - per fare in modo che, anche stavolta, fossero gli ultimi a dettarci il passo".
Scritte per la prima volta da detenuti, le riflessioni sulle quattordici stazioni sono "un'opera corale" che unisce "i vari volti" della realtà carceraria: il cappellano, don Marco Pozza, le vittime, gli internati, gli agenti di polizia penitenziaria, i volontari, le famiglie di chi è ristretto, i magistrati di sorveglianza, i funzionari pedagogici, la Chiesa, gli innocenti a volte accusati ingiustamente. Insomma, un autentico "caleidoscopio di situazioni", in cui - chiarisce Francesco - "è sempre forte il rischio" di raccontare "un particolare a scapito dell'insieme", mentre al contrario "la risurrezione di un uomo non è mai opera di un singolo, ma di una comunità che lavora alleandosi assieme".
"Commosso" alla lettura dei testi, il Papa confida di essersi sentito "partecipe" delle storie raccontate e al contempo "fratello di chi ha sbagliato e di chi accetta di mettersi accanto a loro per riprendere la risalita dalla scarpata".
E pur consapevole "che non è semplice armonizzare giustizia e misericordia", Francesco fa notare che però "laddove questo riesce, il guadagno è a favore di tutta la società". Da qui il ringraziamento alla parrocchia del penitenziario e "a tutte le persone che operano a favore di questo mondo ristretto: Dio benedica - è il suo augurio - il buon cuore di chi sfida l'indifferenza con la tenerezza".
Francesco motiva anche la scelta di scrivere a Paolo Possamai, che dirige il giornale padovano, per far giungere - davanti "alla sofferenza di questi giorni" provocata dall'epidemia di covid-19 - "una carezza simbolica". Anzitutto alla città "capitale europea del volontariato 2020" in tutte le sue componenti: sia "la società civile", sia "le comunità cristiane" che la abitano "con i loro sacerdoti e con il vescovo"; e in secondo luogo estendendo questa "carezza" a tutte le altre città italiane e di altri Paesi "che condividono questo momento e, contemporaneamente, stanno dando al mondo testimonianza di buona volontà".
Del resto, proprio l'Italia sperimenta in modo particolare "la sofferenza e la morte" a causa del coronavirus, ed è per questo che egli intende manifestare "vicinanza umana" e assicurare la propria "preghiera", perché - aggiunge - "anche in questi momenti Dio ci sta parlando. Spetta all'uomo saper cogliere, dentro a questa voce, una guida per continuare a costruire, quaggiù, un pezzettino del regno di Dio".
Inoltre "questa situazione di pericolo, è anche un'occasione per vedere di che cosa sono capaci gli uomini e le donne di buona volontà", come "chi, in questi giorni, si sta impegnando oltre il dovuto: il personale medico e paramedico innanzitutto", il cui lavoro unito a "un forte senso di responsabilità e di collaborazione con le apposite autorità competenti, diventa un valore aggiunto di cui il mondo ha estremo bisogno".
In modo particolare Papa Francesco elogia "il buon cuore della gente veneta: siate orgogliosi della vostra storia e responsabili di tutto il bene seminato da chi vi ha preceduto". Infatti, conclude adoperando una metafora molto efficace, "se immagino la carità come fosse un romanzo, allora ci sono dei capitoli bellissimi che sono stati scritti a Padova e poi messi a disposizione di tutti".
Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2020
Nuove proteste a Siracusa e Caserta. A Foggia evasione di massa: 23 in fuga. Procura di Milano apre inchiesta sulla sommossa a San Vittore. Sono 8 le vittime tra i detenuti a Modena dopo la rivolta di lunedì. Non si fermano i disordini nei penitenziari italiani da Nord a Sud: alcuni detenuti tornano sul tetto a San Vittore (Milano) e al Pagliarelli (Palermo). Tra gli evasi in Puglia, anche esponenti della mafia garganica e un condannato per omicidio. Il sindacalista della polizia: "Rischio che dietro le rivolte simultanee ci sia la criminalità organizzata".
di Liana Milella
La Repubblica, 10 marzo 2020
Un no, netto e deciso, a qualsiasi ipotesi di indulto o amnistia. Né adesso, né in futuro. No anche, soprattutto subito dopo le rivolte, ad allargare i cordoni della detenzione domiciliare e a concedere la libertà a chi ha quasi finito di scontare la pena. Nei prossimi mesi un margine per queste due misure potrà anche esserci, ma solo quando gli italiani, che stanno soffrendo per il Coronavirus al pari dei detenuti, avranno cancellato dalla mente le terribili immagini dei penitenziari in fiamme.
È una linea dura quella che, a sera, esce da via Arenula e dalla stanza del Guardasigilli Alfonso Bonafede che affida a Facebook un messaggio diretto, assieme, ai carcerati ma anche agli italiani. La frase chiave è questa: "Dev'essere chiaro che ogni protesta attraverso la violenza è solo da condannare e non porterà ad alcun buon risultato".
Il ministro della Giustizia è irremovibile anche con il Pd che per tutta la giornata - con l'ex Guardasigilli Andrea Orlando, con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, con Walter Verini, con Franco Mirabelli - cerca di spuntare più blande misure svuota carceri. Una risposta, secondo i Dem, a un sovraffollamento innegabile, che è nei numeri e nei fatti. Sono le stesse misure che sollecitano anche i Radicali e la dissidente grillina Paola Nugnes.
Come concedere a chi già si trova in condizione di semilibertà la possibilità di restare a dormire a casa invece di tornare in cella, come avviene oggi. O ancora, dare la definitiva libertà a chi ha da scontare solo tre mesi di prigione. Ma la risposta di Bonafede è un no netto, perché sull'onda delle violenze non è possibile alcun cedimento, visto che "tutti gli italiani in questo periodo sono chiamati a fare sacrifici e rinunce".
Sarà invece una task force, composta dal Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, dai responsabili degli uffici centrali e periferici del Dipartimento delle carceri, dall'unità di crisi della protezione civile, e da Gemma Tuccillo, responsabile della giustizia minorile e dell'esecuzione penale esterna, a verificare cosa effettivamente sia accaduto in questi due giorni di violenza. Vince la linea dura di Bonafede, il Pd si piega e accetta, i detenuti non ottengono nulla? Sarebbe del tutto sbagliato semplificare così una giornata politicamente complessa, che di certo ha visto, per molte ore, lo stesso ministro di M5S sulla graticola.
Contestato dal centrodestra, con il leghista Matteo Salvini pronto a pretendere un commissario straordinario per le carceri, quasi la stessa richiesta dei renziani di Italia viva che, con Davide Faraone, vogliono la testa del direttore del Dap Francesco Basentini. Un tam tam che batte su Bonafede a cui si chiede di venire subito in Parlamento per riferire sulle rivolte. Accadrà domani, alle 17, in Senato. Sono gli stessi momenti in cui anche il Pd appare critico col Guardasigilli. Il suo predecessore Orlando non gli fa sconti e chiede che "il ministro costituisca subito una task force e chiami a raccolta tutte le competenze che in questi anni sono state marginalizzate in nome di un opinabile spoil system".
Parla di "un'emergenza affrontata senza alcuna preparazione da parte del dipartimento competente, visto che la catena di comando si è fortemente indebolita". Un'uscita netta che poi però in via Arenula lascia il passo alla strategia in due tempi. Adesso, per Bonafede come per la macchina che contrasta il Coronavirus, l'importante è riportare l'ordine dei penitenziari. Facendosi carico delle preoccupazioni sanitarie e rettificando la linea sui sacrifici imposti ai detenuti.
Tant'è che il capo della Protezione civile Angelo Borrelli annuncia che domani saranno consegnate nelle carceri "centomila mascherine e saranno montate 80 tende che servono per il pre-triage". Ma non basta. È lo stesso Bonafede a spiegare meglio rispetto a quanto sia stato fatto finora le ragioni della stretta sui permessi ai detenuti e soprattutto sugli incontri negati: "Stiamo lavorando affinché vi siano tutte le cautele mediche per garantire la più rapida ripresa dei colloqui con i familiari.
Nel frattempo, per un periodo limitato, di 15 giorni, abbiamo sospeso i colloqui fisici aumentando il numero e la durata dei contatti telefonici e delle conversazioni a distanza". Ma restano comunque i dubbi su questi due giorni. Che toccherà agli investigatori approfondire.
A cominciare da quei volantini che, tutti uguali, sono stati trovati in più penitenziari. L'ipotesi è quella di una rivolta che forse ha dietro una mente organizzativa. Anche per questo, e non solo per la violenza e i danni, Bonafede e i suoi ci vogliono veder chiaro prima di concedere misure contro il sovraffollamento.
di Francesco Maselli
linkiesta.it, 10 marzo 2020
Tra domenica e lunedì sono scoppiate proteste in 27 istituti penitenziari dopo la notizia della sospensione dei colloqui con i familiari, dei permessi premio e del regime di semilibertà. Misure necessarie ma spiegate male, che hanno fatto esplodere una situazione già molto tesa
di Adriano Sofri
Il Foglio, 10 marzo 2020
Domenica 8 marzo. La domenica è il giorno più triste in galera. Non ci sono colloqui coi famigliari, non ci sono attività sociali. C'è la messa, quando va bene, accoglie tutti, credenti e no, cristiani e musulmani. Per il resto, mera giacenza.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10 marzo 2020
Coronavirus. Sette detenuti morti, evasioni, sequestri, devastazioni: la decisione di sospendere i colloqui innesca l'incendio nelle celle sovraffollate. Il ministro Bonafede lancia un appello alla calma e avverte: "Nessun provvedimento finché c'è violenza".
- La rivolta nelle carceri e il fantasma di Bonafede
- I numeri che servono perché la pena porti al cambiamento
- La protesta, quel virus che ha contagiato tutte le carceri
- Il capo Dap è rimasto a guardare: ora si deve dimettere
- La rivolta delle carceri è frutto della folle politica giustizialista, sia concessa amnistia









