di Sara Dellabella
L'Espresso, 11 marzo 2020
Prigioni strapiene nel caos con l'emergenza sanitaria. E da qui le sommosse che hanno provocato oltre dieci morti in tutto il Paese. Mentre anche la polizia penitenziaria si sente abbandonata. "Dobbiamo evitare che un detenuto malato di coronavirus si trasformi in una strage. Basta una sola persona positiva e non sapremmo come gestire la quarantena". A tracciare il quadro è il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, all'indomani della rivolta al carcere di Rieti dove hanno perso la vita tre detenuti morti di overdose e sette ricoverati per intossicazione da farmaci.
"Hanno bruciato tutto, rotto i macchinari radiologici e i quaderni della terapia, quindi nei prossimi giorni sarà anche complicato somministrare le cure ai detenuti. Stanotte abbiamo mandato diverse persone al pronto soccorso, chi è entrato in infermeria ha fatto uso di un cocktail di farmaci". Questo è il racconto di una delle persone impiegate nell'infermeria dell'istituto reatino che in queste ore insieme ad altre 30 carceri italiane è stato investito dalla rivolta. Perché da nord a sud, in poche ore i detenuti italiani hanno inscenato una protesta che non si vedeva da anni e che ha visto protagonisti anche i familiari delle persone in detenzione.
Una rivolta che covava da tempo e che è scoppiata con l'emergenza che sta paralizzando il paese. "Se sabato notte abbiamo visto persone prendere d'assalto i treni per scappare al sud, perché nel contesto carcerario, già allo stremo in condizioni normali, e con persone con grosse fragilità, non ci possono essere reazioni altrettanto esasperate?" è la provocazione di fra' Beppe Giunti, francescano, volontario al carcere San Michele di Alessandria e autore di due libri scritti insieme ai collaboratori di giustizia ("Padre Nostro che sei in galera. I carcerati commentano la preghiera di Gesù" e "Donne che guardano in faccia, il coraggio delle mogli dei detenuti"). È proprio questo sacerdote che ricorda che togliere i colloqui ai ristretti, equivale a privarli anche di quei piccoli doni che i parenti portano agli incontri: le sigarette, la biancheria intima nuova, talvolta un libro. Togliere un colloquio vuol dire non solo limitare ancora di più una vita familiare, ma anche negare una sigaretta a fine pasto a un fumatore.
"Hanno sostituito gli incontri con le chiamate illimitate e i colloqui via Skype. Ma non ci sono apparecchi sufficienti, a Regina Coeli c'è un solo telefono adatto a fare le videochiamate per più di mille detenuti. Dovrebbero aumentare i dispositivi per rendere veramente operative le norme" osserva sempre fra' Giunti che critica quella narrazione delle cose che poi si discosta enormemente dalla realtà. Ancora una volta, invece di affrontare i problemi, si è preferito prendere una strada più breve, calando dall'alto la decisione di sospendere i colloqui con i detenuti prima fino alla fine di maggio, e poi fino alla fine di marzo.
Dove c'è stata la possibilità di spiegare le nuove disposizioni, le proteste non ci sono state. "Stiamo parlando di 30 istituti in sommossa su 197, è una minoranza che sta protestando. Tuttavia 11 morti non si vedono da molto tempo e ci riportano molto indietro" commenta, con un filo di rammarico nella voce, il presidente di Antigone, Antonio Gonnella, che però conferma trattarsi "di un problema di salute pubblica, ora che tutta l'Italia è diventata una prigione".
Nelle carceri oggi sono presenti 61.230 detenuti su 50mila posti letto. Questo vuol dire che in caso di contagio anche di un solo detenuto, non ci sarebbe spazio sufficiente per assicurare la quarantena ai compagni di sezione, che secondo le disposizioni dovrebbero stare in una stanza singola dotata di bagno. "Per questo in carcere il virus diventa una bomba sociale" spiega il garante del Lazio. Dai racconti, sembra che in questa emergenza chi governa si sia dimenticato del mondo carcerario, delle sue difficoltà storiche, ma anche di gestire l'emergenza in questo momento particolare per tutti. Ci si è dimenticati dei cittadini che stanno scontando una pena e solo le proteste di questi giorni hanno riacceso l'attenzione. Non va meglio al personale della polizia penitenziaria impiegato nelle carceri. A raccontarlo è il Responsabile nazionale Fp-Cgil del sistema penitenziario, Massimiliano Prestini che descrive una situazione in cui presidi minimi adottati nell'emergenza Covid 19 all'interno del carcere faticano ad arrivare.
"Non ci sono mascherine per il personale, mancano pulizie approfondite e la sanificazione degli spazi comuni. Qualunque sia il tipo di crisi, stentiamo a sentire una soluzione possibile. Come polizia penitenziaria dovremmo occuparci anche del reinserimento sociale dei detenuti e invece non siamo neppure in un numero sufficiente a contenerli". La legge Madia ha ridotto la pianta organica del corpo a 40 mila unità, di cui 4.500 circa sono i poliziotti penitenziari che risultano quotidianamente impiegati nei servizi di traduzione e piantonamento, 2.800 circa quelli che prestano servizio in amministrazioni ed enti statali e parastatali o vengono impiegati in servizi amministrativi dentro e fuori dal carcere. Circa 1.000 operano nella Giustizia Minorile.
Così gli agenti effettivamente impiegati all'interno degli istituti spesso si "trovano ad affrontare turni di 16 ore perché manca il cambio. Una situazione che vede questo corpo di polizia avere il più alto tasso di suicidi tra quelli registrati nelle forze dell'Ordine - racconta Prestini - L'anno scorso abbiamo perso dieci colleghi".
Il sostegno degli psicologi è fondamentale sia per chi vive in carcere che per chi ci lavora. Ma se per i detenuti ci sono pochi psicologi, "per noi delle forze dell'ordine non c'è alcun sostegno, nonostante sia una richiesta che abbiamo più volte avanzato all'amministrazione dello Stato" lamenta il sindacalista della Fp-Cgil. Questa situazione di emergenza secondo tutti gli intervistati si può risolvere solo con un piano deflattivo del sovraffollamento.
Favorire quanto più possibile la detenzione domiciliare per i detenuti molto anziani e quelli immunodepressi; favorire le misure alternative alla detenzione e l'affidamento in prova ai servizi sociali per tutti coloro che non sono condannati per reati gravi e che abbiano dimostrato una buona condotta. Questo consentirebbe di liberare in poco tempo circa 4 mila posti e alleggerire un po' le condizioni all'interno di alcuni istituti di pena. "Le carceri, come la scuola e gli ospedali, sono la cartina tornasole del livello di civiltà di una nazione e oggi, in questa emergenza, sono quelle di cui si parla di più". Ricorda ancora fra Giunti e a guardare bene oggi sono tre istituzioni che stanno mostrando la propria fragilità, ma anche una fortissima resilienza.
piacenzasera.it, 11 marzo 2020
La nota stampa dei garanti territoriali Emilia-Romagna (Regione, Bologna, Ferrara, Parma, Piacenza): stop disordini. La situazione che si è consumata a Modena, con la tragica perdita di vite umane, e che ancora si sta consumando in alcuni istituti penitenziari emiliano-romagnoli è gravissima. Per ora, è questa l'emergenza.
A Bologna, da quanto viene riferito, è parte attiva della rivolta un certo numero di persone detenute che ha preso possesso di sezioni detentive (e di ambulatori medici) con pesantissime conseguenze che non si è ancora in grado di quantificare. Nello stesso tempo bisogna evidenziare con forza che un numero consistente di persone detenute ha inteso adottare un comportamento responsabile, non partecipando ai disordini. Non è questo il tempo di interrogarsi in merito a eventuali profili che possano aver contribuito a far degenerare la situazione, ma s'intende ora lanciare un deciso e accorato appello per l'interruzione dei disordini, prima che le conseguenze si aggravino tragicamente.
Resta ovviamente centrale la questione delle misure di prevenzione del contagio da covid-19 da assumere nel contesto penitenziario rispetto alle quali dovrà essere veicolata una corretta e puntuale informazione nei confronti delle persone detenute e la relativa adeguata possibilità di comunicare con i congiunti. Pare anche opportuno iniziare a valutare iniziative per l'adozione di misure di sostegno per le persone detenute indigenti, affinché abbiano aiuti economici per contattare le famiglie. S'intende, infine, esprimere vicinanza agli operatori dell'Amministrazione penitenziaria, delle Forze dell'ordine e dell'Ausl.
Il Riformista, 11 marzo 2020
Di fronte alle notizie di rivolte in corso nelle carceri, l'associazione Nessuno tocchi Caino - Spes contra spem rivolge un appello all'intera comunità penitenziaria, fatta di detenuti, dirigenti e operatori penitenziari, perché i comportamenti siano all'insegna della nonviolenza e del dialogo. L'appello è rivolto anche ai mezzi di informazione affinché facciano conoscere le misure adottate dal Governo volte a contenere la diffusione del virus nelle carceri. Su quest'ultimo punto è un segnale positivo che il decreto raccomandi alle autorità di valutare l'adozione di misure alternative di detenzione domiciliare (art 2 lettera u).
Per i responsabili dell'associazione Sergio d'Elia, Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti, rispettivamente Segretario, Presidente e Tesoriere, l'umana reazione alla paura rischia di provocare errori madornali, come vediamo accadere in queste ore. Invitiamo tutti a desistere da reazioni violente convinti che non è questo il modo per mettersi al riparo dai pericoli. Occorre invece ponderare e restare vigili. Vale per chi ricopre ruoli dirigenziali e di custodia ed anche per i detenuti e i loro familiari. Per noi in questo momento è importante che tutti si attengano alle misure di precauzione sanitaria.
È un momento che va anche colto per diffondere conoscenza e consapevolezza su quelle che sono le condizioni di vita in carcere affette, prima che dal Covid-19, dal problema del sovraffollamento. Un problema che a nostro avviso va affrontato con misure quali la #moratoria dell'esecuzione penale (tanto degli ordini di esecuzione pena che dell'esecuzione della pena stessa) ed anche l'amnistia e l'indulto a partire da chi deve scontare brevi pene o residui di pena da espiare, tenuto conto che ci sono 8.682 che hanno un residuo pena da scontare inferiore ai 12 mesi e altri 8.146 che devono scontare pene tra 1 e due anni. Tuttavia, non è con la violenza che si possono ottenere misure di buon governo delle condizioni di vita in carcere. Non bisogna mai giocare al tanto peggio tanto meglio e tenere sempre presente che i mezzi che si adottano, se violenti o sbagliati, pregiudicano la bontà degli obiettivi e dei fini a cui si aspira.
di Ivan Grozny Compasso
padovaoggi.it, 11 marzo 2020
L'avv. D'Agostino, esecutivo nazionale Giuristi Democratici: "Forme di detenzione alternative subito. La salute di chi ci sta in carcere è un problema di garanzia alla salute per chiunque viva in questa città, libero o non libero che sia". Mentre un Paese come l'Iran, considerato dall'occidente uno Stato anti democratico e finito nella lista di Bush tra quelli "canaglia", concede 'permessi' a circa 70.000 detenuti nel mezzo dell'emergenza Coronavirus, in Italia scoppiano rivolte in ogni dove. Tra la notte di domenica 8 marzo e lunedì è accaduto in almeno 27 carceri. Sommosse che in alcuni casi si sono manifestate in maniera molto violenta, che hanno provocato danni ad alcune strutture penitenziarie, evasioni come nel caso di Foggia e soprattutto nel carcere di Modena, addirittura sette morti. Gravi tensioni anche a Padova.
Sommossa - Martedì 10, poi, giunge anche la notizia della rivolta nel carcere maschile Santa Maria Maggiore di Venezia. La causa che ha portato a queste drammatiche situazioni è stata la decisione del ministero della Giustizia, comunicata con una circolare che anticipava il decreto di prossima pubblicazione, di sospendere "dal 9 al 22 marzo 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati, che verranno svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che può essere autorizzata oltre i limiti della normativa vigente".
Giuristi Democratici - Abbiamo così contattato l'avvocata Aurora D'Agostino, dell'esecutivo nazionale dei Giuristi Democratici che sta facendo circolare un appello tra tutti gli avvocati italiani affinché si arrivi a "utilizzare tutte le forme di detenzione domiciliare e tutte le misure alternative possibili, più in fretta per i detenuti anziani e per chi ha problemi di salute, innanzi tutto. Poi per quelli che hanno pene brevi da scontare si possono anche trovare forme di cooperazione. Sobbarcarsi un onere collettivo per far sì anche i detenuti privi di una casa dove andare trovino una comunità di accoglienza dove stare, c'è certamente chi è disposto a farlo".
Visite - "Tanti avvocati - spiega D'Agostino - stanno facendo giustamente istanza per motivi di salute per sottrarre i propri assistiti al contagio che è più facile si propaghi in ambienti collettivi e degradati, dall'altro lato non si può pensare che i detenuti restino in cella isolati dal resto del mondo". Così specifica: "L'assenza di visite annulla il detenuto oltre che umanamente anche materialmente, non potendo più ricevere i pacchi che ricevono durante le visite, soprattutto coloro che sono da più tempo presenti nelle celle e che hanno una rete familiare che li sostiene, rappresentano per esempio la sola possibilità di lavarsi i panni e di ricevere cibo che non sia quello che può offrire un carcere. Sembrano banalità ma sono aspetti che segnano quella quotidianità che per chi vive il carcere sono vitali".
Salute - Lo sa, avvocata, che molti obietteranno che viene prima la salute dei cittadini che quella dei detenuti e che avrebbero dovuto mantenere anche loro un comportamento consono alla situazione: "La salute del carcere e di chi ci sta è un problema di garanzia alla salute per chiunque viva in questa città, libero o non libero. Se accadesse che il virus passasse nelle carceri diventerebbe una bomba batteriologica per tutta la comunità. Dove c'è una concentrazione di tante persone, andrebbe capito, si corre questo grave rischio. Dove ci sono garanzie per loro ci sono per tutti noi. È uno dei primi elementi che una persona intelligente dovrebbe comprendere". E aggiunge: "Il nostro ordinamento prevede che chi ha sbagliato paghi una pena. Ma in carcere ci sono anche detenuti che sono ancora in attesa di un giudizio. Possono quindi eventualmente anche essere condannati a una pena, ma non alla privazione della salute e dell'incolumità fisica. E questo vale per tutti i detenuti. La carcerazione non sospende i diritti di cittadinanza".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 11 marzo 2020
Le carceri sono carnai illegali, ma i tutori della legge stanno zitti. L'amnistia sarebbe un atto di civiltà e di legalità. Ma i politici tacciono. Preferiscono strillare: "I delinquenti stiano in galera". Figuriamoci adesso, coi problemi "più importanti" che bisogna affrontare. Figuriamoci se durante questo pandemonio si sente la necessità (il dovere manco a parlarne) di occuparsi di carcere. Prima gli italiani, se i negri ci invadono. Prima la gente "perbene", se le carceri esplodono. Ed esplodono letteralmente, come i disordini e le rivolte dei giorni scorsi dimostrano.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 10 marzo 2020 n. 9393. Nel reato di bancarotta scatta lo stato di necessità a favore dell'imprenditore, vittima di estorsione con metodo mafioso. A differenza dell'usura, che presuppone il sottoporsi al pericolo volontariamente, l'estorsione deve essere considerata dal giudice come causa di giustificazione per gli esborsi non "documentabili". Diverso il caso dei soci amministratori che pagano alcuni creditori - consapevoli della loro appartenenza alla mafia per timore di ritorsioni violente - a cui si sono comunque rivolti, mettendo a rischio l'impresa. Per loro non c'è stato di necessità. Partendo da questi distinguo la Cassazione, con la sentenza 9395, accoglie il ricorso dell'amministratore di una Srl contro la decisione della Corte d'Appello di confermare la responsabilità per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.
La Suprema sgombra prima il campo dall'ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale, perché l'imputato aveva consegnato al curatore le scritture su supporti informatici, senza che risulti una richiesta di elaborazione al quale l'imputato abbia opposto un rifiuto, circostanza che avrebbe potuto determinare la qualificazione del fatto come bancarotta semplice. Passa anche la tesi della difesa sullo stato di necessità a giustificazione degli esborsi rimasti privi di giustificazione. Per i giudici è, infatti, documentato lo status di persona offesa del ricorrente, che non si è spontaneamente sottoposto ad una situazione di pericolo, ma è stato costretto a pagare il "pizzo" dalla mafia. La Suprema corte annulla dunque con rinvio chiedendo di valutare la scriminante, prevista dall'articolo 54 del Codice penale. I giudici di legittimità precisano, infatti, che "è sufficiente una prospettazione verbale di conseguenze sfavorevoli, caratterizzata, rispetto al contesto in cui si inserisce, da connotati di serietà, gravità e consistenza tali da determinare un'azione imposta dall'esigenza di salvare l'autore dal pericolo attuale di un danno grave alla persona".
cittadinanzattiva.it, 11 marzo 2020
"Occorrono misure urgenti contro il sovraffollamento e per la tutela della salute dei detenuti. Le proteste che stanno dilagando nelle carceri italiane, scatenate dall'emergenza coronavirus, scoperchiano in modo drammatico un vaso di pandora che da tempo, colpevolmente, si è scelto di ignorare, a cominciare dai grandi problemi del sovraffollamento e di una sanità penitenziaria estremamente carente.
Sebbene non possiamo in alcun modo giustificare né legittimare forme di violenza, riteniamo che le ulteriori restrizioni volte a contenere il rischio di contagio, come la sospensione dei colloqui con i familiari, andavano adeguatamente comunicate ai detenuti e bilanciate garantendo la possibilità effettiva di continuare a comunicare con i propri parenti", dichiara Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva.
"Al contempo, come da più voci richiesto nelle ultime settimane, andavano - e andrebbero tuttora - adottati provvedimenti straordinari volti a tutelare la salute di tutte le persone ristrette e del personale di polizia penitenziaria, cominciando subito dalle persone anziane e già affette da patologie. Eppure soltanto oggi si ha notizia della distribuzione di mascherine e dispenser per gel disinfettanti all'interno degli istituti penitenziari. Nella rivolta scoppiata nella casa circondariale di Modena hanno perso la vita sette persone. Una tragedia agghiacciante ed assurda, su cui occorre assolutamente fare chiarezza accertando ragioni e responsabilità e di fronte alla quale bisogna mettere da parte ogni tentazione di becera speculazione politica.
A questo punto, sarebbe miope e ingiusto affrontare la situazione unicamente in termini di gestione dell'ordine pubblico. Occorre assumere con urgenza decisioni coraggiose e responsabili, a cominciare da misure volte anzitutto a decongestionare la situazione del sovraffollamento, favorendo da un lato il ricorso alla detenzione domiciliare e alle misure alternative, alla concessione degli arresti domiciliari in sede di adozione delle misure cautelari e adottando dall'altro un provvedimento di indulto per tutti i detenuti con fine pena breve. Salute e dignità hanno identico valore, che un cittadino sia libero o detenuto".
Ristretti Orizzonti, 11 marzo 2020
Dalle Vallette di Torino Luca Abbà, Semilibero No Tav, domenica 8 marzo (labottegadelbarbieri.org).
Visto il rapido evolversi della situazione legata alla diffusione del nuovo corona virus, divenuta emergenziale, desidero comunicare il mio punto di vista nella condizione particolare di detenuto semilibero presso il carcere di Torino.
L'ambiente carcerario risulta essere, a maggior ragione in casi come questi, un luogo delicato, sensibile ma piuttosto ignorato dall'opinione pubblica e dalla classe politica; oppure considerato inopinatamente una sorta di discarica per ciò che si ritiene "la feccia" della società.
In questi giorni di grande flusso mediatico e misure di controllo imponenti, l'ansia e l'angoscia per il dilagare dell'infezione stanno crescendo anche tra le mura del carcere, tra i detenuti e il personale ivi impiegato. Scenari di
blocco dei colloqui con i familiari, sospensione di permessi e uscite per i semiliberi sono già divenuti realtà in alcuni penitenziari del territorio nazionale e stanno divenendo probabili per gli altri visto il precipitare degli eventi giorno dopo giorno.
Appare chiaro che allo stato attuale, con una popolazione carceraria abbondantemente superiore alla capienza prevista (siamo più di 60.000 in carcere in circa 50mila posti disponibili), non ci sarebbe la possibilità di affrontare con misure di sicurezza adeguate l'eventualità non remota di un contagio tra i detenuti. Non oso pensare con quali
conseguenze si ripercuoterebbe su individui già deboli e fragili, nonché ristretti, la diffusione di questa nuova infezione.
Di fronte alla impreparazione e approssimazione delle autorità statali nell'affrontare questa cosiddetta emergenza
sanitaria, non pare sensato concentrare ulteriormente i carcerati bloccando anche le uscite di chi gode di benefici o di regimi di custodia attenuata. Inoltre, così facendo si infierisce ulteriormente su persone e sulle loro famiglie che già vivono da anni una condizione di privazione, sacrificio e umiliazione.
I semiliberi, che non potendo più uscire per settimane o mesi, perderebbero sicuramente il lavoro, con tutta la difficoltà di poterlo poi ritrovare di questi tempi una volta passata la psicosi. Aggiungiamo pure i problemi di chi,
come me, ha una famiglia con figli che (non) vanno a scuola.
Partendo da questa premessa mi ritrovo ad argomentare una proposta che, per assurdo, gioverebbe per primo a chi le carceri li gestisce, li controlla e ne detiene la responsabilità.
Un provvedimento urgente, e di assoluto buon senso, sarebbe quello di liberare chi già gode di benefici, chi è sopra una soglia di età definita "a rischio", chi ha un residuo di pena sotto i due anni. Non sta a me proporre quali misure
alternative si potrebbero applicare (tipo obblighi di firma, rientri domiciliari ecc...) e nemmeno la forma legislativa adeguata (amnistia, indulto, decreto legge).
Ai detenuti esclusi da tale provvedimento si potrebbero applicare più facilmente misure di prevenzione e sicurezza adeguate per poter garantire i colloqui con i propri cari e condizioni di detenzione meno disagiate di quelle odierne a causa del sovraffollamento cronico degli ultimi anni.
Credo che nel marasma mediatico di questi giorni debba farsi strada una simile opzione. Io per primo mi impegnerò da subito ad alimentare l'urgenza di un dibattito che, oltre a riguardare una categoria umana di oppressi e indifesi, rientra nell'etica della solidarietà e "del benessere di comunità", concetti molto sbandierati in questi giorni.
Non sarebbe un provvedimento di clemenza, semplicemente di umanità e buon senso e non dovrebbe precludere né limitare un dibattito necessario sul senso del carcere nella società di oggi, sulle condizioni detentive, sulla
repressione del fenomeno migratorio e delle lotte sociali.
Perfino in un paese come l'Iran, che non si può certo dire sia gestito da un regime democratico, si è appreso da
alcune fonti di stampa che sono stati scarcerati e messi ai domiciliari più di 50 mila detenuti con pene inferiori ai 5 anni.
In generale, stante la situazione in cui un'epidemia rischia di provocare il collasso dell'insieme del sistema sanitario pubblico è quanto mai opportuno che al più presto vengano riconsiderati gli investimenti pubblici in spese militari e grandi opere inutili e costose (come il TAV) per liberare risorse da impiegare nella salute pubblica, sia preventiva, che curativa.
Che il sistema sanitario diventi un bene comune ed esca dalla logica di tipo aziendale nella quale è stato inserito! Che la voglia di libertà diventi il virus più contagioso per l'umanità.
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Dalle Vallette di Torino l'Avv. Valentina Colletta, legale di Nicoletta Dosio (labottegadelbarbieri.org) Sono appena uscita dalle Vallette dove ho incontrato alcuni detenuti, e tra questi ovviamente Nicoletta. Mi pare opportuno, visto quanto sta avvenendo nelle carceri italiane, relazionarvi su quanto ho visto e sentito. Quando sono arrivata davanti all'ingresso principale del carcere c'erano alcuni mezzi della Polizia di Stato e dei Carabinieri ed un'ambulanza. Deserto l'ingresso riservato i parenti. Mi hanno misurato la febbre, fatto sottoscrivere un modulo con il quale attestavo di non essere entrata o uscita dalla Cina o dalle zone rosse nei 15 giorni precedenti e di non avere sintomi febbrili. Alla seconda porta ho visto personale della Polizia penitenziaria che preparava e puliva una serie di scudi appoggiati al muro ed in prossimità delle sale colloqui distribuivano mascherine ai pochi avvocati presenti. Ho notato, firmando il registro, che alcuni colleghi avevano annullato le prenotazioni dei colloqui con gli assistiti. Durante il primo colloquio con un detenuto mi è stato riferito di un clima estremamente teso, della consapevolezza di misure del tutto inadeguate: il personale di Polizia penitenziaria, pur entrando ed uscendo dal carcere, continua ad essere privo di qualsivoglia presidio atto a prevenire il contagio, i detenuti continuano ad essere stipati in celle e locali in cui è impossibile rispettare le distanze interpersonali o i minimi presidi sanitari prescritti. Giunta alla sezione femminile ho visto detenute nel corridoio a distanze estremamente ravvicinate e prive, come il personale penitenziario, di mascherine. Ho poi visto Nicoletta. Sta bene anche se, come le sue compagne, è preoccupata. Prova a distrarsi leggendo la posta che riceve ma quanto sente alla televisione non la conforta. Hanno tutti avuto notizia delle rivolte delle ultime ore e dei morti e già nella notte scorsa molti detenuti hanno iniziato la battitura e si sono levate ripetutamente urla corali. Io stessa, mentre parlavo con Nicoletta, ho sentito a ripetizione battere sulle sbarre delle sovrastanti sezioni e cori di cui non sono riuscita a cogliere il significato letterale, ma che erano evidentemente proteste e richieste di attenzione ed aiuto. Nicoletta mi ha confermato che sono stati sospesi i colloqui con i familiari e molti detenuti temono così di non poter più neppure ricevere i pacchi che, spesso, sono il loro unico mezzo di sostentamento, vista la qualità e la quantità del vitto fornito dal carcere. Da alcuni giorni, poi, pare siano aumentati significativamente i prezzi di quanto i detenuti possono acquistare in carcere. Tutto ciò, unitamente alla paura per le condizioni sanitarie dei parenti che sono fuori getta i detenuti in uno stato di prostrazione, impotenza e preoccupazione importanti. I colloqui sono stati sostituiti dall'autorizzazione a telefonate straordinarie nella misura di 10 minuti per ogni colloquio saltato e, pare, che per effettuare le chiamate si formino delle code in condizioni di inevitabile promiscuità. Nicoletta mi ha inoltre confermato che gli ultimi arrestati vengono collocati, in una sorta di quarantena, ai nuovi giunti con delle mascherine ma, ancora, in condizioni igienico-sanitarie del tutto inadeguate a prevenire l'epidemia in corso. Pare che sia stato anche limitato l'uso delle docce e nelle celle non c'è l'acqua calda. Da questa mattina è stata sospesa anche l'ora d'aria, mentre la socialità all'interno della sezione prosegue inalterata. Ho chiesto - per scrupolo e, lo confesso, anche per egoistica preoccupazione - a Nicoletta se non riteneva opportuno che predisponessi un'istanza per chiedere, in ragione dell'età e del residuo pena, una detenzione domiciliare. Ha rifiutato condividendo quanto, da fuori, si sta cominciando ad invocare: almeno un indulto che consenta di alleggerire il sovrappopolamento delle carceri e ripristinare sicurezza sanitaria e condizioni di vita minimamente dignitose.
Da San Vittore a Milano scrive Ervis Doku (oblodelanave.blogspot.com)
È la prima volta che mi capita di assistere ad una cosa del genere, un'epidemia. Sono preoccupato per i miei familiari, e loro sono molto preoccupati per me. Vedo negli altri lo sguardo della paura, all'improvviso sembra che un invasore straniero, chiamato Coronavirus abbia invaso l'Italia e c'è molta paura e diffidenza per l'altro. Anche se viviamo in un luogo di sofferenza la paura si vede e si percepisce, non sono molto bravo a descrivere con le parole le mie sensazioni ed emozioni, ciò che provo in questo momento. Una cosa però la capisco bene: siamo diventati molto fragili e delicati, quando succedono questi eventi inaspettati che non riusciamo ad affrontare. Ho visto la disponibilità ed il coraggio delle dottoresse che si presentano tutti i giorni e cercano di andare avanti, specialmente la capitana Bertelli. Il mio pensiero è che basta non dare troppo peso e continuare a vivere la propria vita, bisogna affrontare e non arrendersi di fronte alle difficoltà, come mi ha sempre insegnato anche mio padre, essere forte e coraggioso, agire e andare avanti.
Da San Vittore a Milano scrive Feliks Precetaj (oblodelanave.blogspot.com)
Coronavirus è arrivato in un momento delicato e purtroppo a pagarne un poco di più le conseguenze, siamo noi detenuti, ai quali vengono sospesi i percorsi trattamentali terapeutici. È un cataclisma quello che sta succedendo in questo mondo, gli accordi tra i Paesi sono sospesi, addirittura alcune nazioni vietano l'ingresso delle persone provenienti dai luoghi dove il contagio è maggiore. Speriamo che finisca al più presto, perché le persone sono già nel panico e qui dentro noi veniamo poco informati e ognuno dice la sua, spesso esagerando, ma voglio credere che la situazione possa migliorare presto, anche se il momento è molto delicato e solo il tempo potrà dirci come andrà a finire. Sono un ottimista e sono convinto che tutto finirà nel miglior modo possibile. L' OMS ci ha spiegato come prendere le precauzioni necessarie: frequente pulizia con acqua calda evitare il contatto con oggetti non disinfettati, non toccarsi gli occhi e la faccia e tenere le distanze fra noi. Purtroppo, come dicevo, questa epidemia sospende l'opportunità che avevamo per curarci. Personalmente l'unica, grande preoccupazione che ho, riguarda i miei famigliari, soprattutto i miei piccolini. Prego il Signore di vegliare su tutti noi. |
Il falso in cartella dell'infermiere di clinica privata è aggravato dall'incarico di pubblico serviz
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 10 marzo 2020 n. 9393. Le schede infermieristiche destinate a confluire nella cartella clinica sono atti pubblici. E per tale natura la loro falsificazione determina la commissione del reato di falso aggravato. Così la Cassazione con la sentenza n. 9393di ieri ha confermato la condanna di due infermieri che avevano falsificato le schede di annotazione sui pazienti e avevano affermato di aver compiuto rilievi in realtà non effettuati.
Per entrambi la Cassazione ha confermato la condanna per i reati previsti dagli articoli 476 e 479 del Codice penale (falsità materiale e ideologica compiuta da pubblico ufficiale in atto pubblico). La sicura natura pubblica della cartella clinica, perché finalizzata alla certificazione dello stato di salute delle persone, si estende alle proprie componenti che ben possono essere le cartelle infermieristiche e le schede di annotazione che vi confluiscono, anche se redatte all'interno di strutture private. Si tratta cioè di attività di rilevanza pubblica. Anche se gli infermieri di una clinica privata svolgono anche mansioni che non determinano l'assunzione del ruolo di incaricato di pubblico servizio.
Rilievo pubblicistico dell'attività infermieristica - L'attività infermieristica, nel momento in cui è svolta a diretto contatto del malato, è sempre attività di rilevanza pubblica, in quanto assicura il diritto alla salute costituzionalmente garantito. E a nulla rileva che sia svolta in strutture private non convenzionate col sistema sanitario nazionale. Non sposta tale affermazione neanche il rilievo dell'esistenza di un rapporto di lavoro pienamente privatistico, in quanto se l'attività è di rilevanza pubblica chi la svolge se non è pubblico ufficiale risulta comunque incaricato di pubblico servizio. Da ciò discende il corollario per cui l'incaricato che commette un reato nello svolgimento delle sue funzioni viene perseguito per le fattispecie aggravate dall'essere l'autore un pubblico ufficiale.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2020
Corte di cassazione, Quinta sezione penale, sentenza 10 marzo 2020 n. 9398. Bancarotta possibile anche in caso di fusione, quando il fallimento riguarda una sola delle società trasformate. Può infatti manifestarsi una condotta di distrazione, dal momento che i rapporti giuridici di cui è titolare ciascuna società non si estinguono, ma si trasferiscono alla società che deriva dalla fusione. A patto che sia dimostrata con valutazione ex ante e in concreto la pericolosità dell'operazione di fusione per la società poi fallita. Queste le conclusioni cui approda la Corte di cassazione con la sentenza n. 9398 della Quinta sezione penale depositata ieri.
La Corte ricorda innanzitutto gli esiti cui è arrivata la giurisprudenza della stessa Cassazione sul piano civilistico dopo la riforma del diritto societario del 2003 e cioè che la fusione, nel prevedere la prosecuzione dei rapporti giuridici, anche di natura processuale, in capo al soggetto unificato, come centro di imputazione di tutti i rapporti preesistenti, considera l'operazione una vicenda che non ha effetti estintivi, ma solo di modificazione, che hanno come conseguenza il cambiamento formale di un'organizzazione societaria già esistente, ma non la creazione di un nuovo ente distinto dal vecchio.
Fatta questa premessa, la pronuncia di ieri ricorda che, una volta arrivata la sentenza di fallimento, tutti i fatti in pregiudizio delle ragioni dei creditori assumono rilevanza in qualsiasi momento, quando ne hanno messo in pericolo la soddisfazione. Così, la perseguibilità dei reati commessi dall'imprenditore è strettamente dipendente dal fallimento di una delle società in cui si è articolata la vicenda aziendale anche se caratterizzata da un fenomeno di fusione.
"E se ciò è indiscutibile - osserva la Cassazione - quando il fallimento riguarda la società incorporata, alla stessa situazione occorre pervenire ove il fallimento sia pronunciato nei confronti dell'incorporante giacché il fenomeno estintivo, che riguarda l'incorporata, concerne l'ente in sé e non le situazioni giuridiche, attive e passive, che ad essa fanno capo, nè quelle maturate in capo al suo amministratore".
Si tratta di situazioni che sono state influenzate, e spesso determinate, da operazioni rischiose, come l'assunzione di un rilevante debito fiscale, effettuate a danno dell'incorporate, con la conseguenza che il fallimento dell'incorporante realizza la condizione alla quale è, per legge, subordinata la punibilità del trasgressore. A questo dato formale, puntualizza poi la Corte, si aggiunge l'esigenza, più sostanziale, di assicurare la punibilità di condotte delittuose anche gravi e di impedire facili elusioni della Legge fallimentare, particolarmente agevole, si mette in evidenza, nei gruppi di società e in quelli caratterizzati da rapporti interpersonali tra i suoi componenti.
In questa prospettiva allora, qualsiasi negozio con passaggio di proprietà e qualunque operazione societaria può assumere rilevanza di distrazione o dissipazione. E questo anche quando l'operazione avviene per lo scopo preciso di trasferire la disponibilità di beni societari a un altro soggetto giuridico in previsione del fallimento. Un'impostazione che ha riflessi anche sulla considerazione dell'elemento psicologico del reato, visto che il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è di pericolo concreto a dolo generico, per la cui esistenza non è necessaria nè la volontà di provocare il fallimento, né la consapevolezza dello stato di insolvenza dell'impresa e neppure lo scopo di provocare un pregiudizio ai creditori, "essendo sufficiente la consapevole volontà di conferire al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte".
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