internapoli.it, 31 gennaio 2020
Lo scorso lunedì, in seguito al ritrovamento del cadavere di Carmelo Marchese, deceduto all'interno del carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, è stata aperta una inchiesta dalla Procura di Barcellona per omicidio colposo allo stato contro ignoti.
Fatto ingresso al carcere Pagliarelli di Palermo, i medici, viste le condizioni di salute del soggetto, le quali apparivano incompatibili con il regime carcerario, stabilirono che sarebbe stato necessario il trasferimento in un carcere munito di struttura sanitaria. Il detenuto messinese, quindi, è stato portato a Barcellona. Nel frattempo il suo difensore, l'avvocato Giovanni Villari, aveva richiesto dapprima il ricovero in struttura adeguata e successivamente, al rigetto dell'istanza, aveva presentato richiesta di incidente probatorio.
Marchese, trovandosi in manette per scontare un cumulo di pene, pare soffrisse di una serie di patologie, anche al cuore, avrebbe avuto difficoltà respiratorie e avrebbe assunto farmaci. Il tutto sarebbe stato più volte segnalato dai familiari della vittima. È stata disposta l'autopsia del corpo, la quale sarà eseguita dal medico legale Elvira Ventura Spagnolo, mentre il perito per la difesa sarà il dottor Fabrizio Perri. Resta da accertare cosa sia accaduto e quali siano le cause che hanno portato alla morte del deceduto.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 31 gennaio 2020
Continua acceso il confronto politico sulla riforma della prescrizione. Ci sono alcuni punti fermi, il primo dei quali è costituito dal fatto che la legge n. 3 del 2019, in questa parte, è già operativa per i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020. In altri termini, per le sentenze emesse dopo questa data per questi reati opera la legge spazzacorrotti, con la conseguente interruzione del decorso della prescrizione dopo la sentenza di condanna o di proscioglimento.
Il dato opera per i processi definiti con rito direttissimo, con convalida e contestuale giudizio e a breve opererà per i direttissimi (ordinari) e tra novanta giorni per i giudizi immediati a prova evidente. Il tutto oltre al fatto strutturale, più volte evidenziato, dalla frattura che si determinerà tra la fase antecedente alla decisione di prima istanza e quella successiva.
Il confronto politico si è spostato sulla legittimità della possibilità di trovare dei compromessi sul testo della riforma, differenziando le posizioni del condannato da quelle del prosciolto. In altri termini, la "politica" di maggioranza sembra aver già archiviato la possibilità di un superamento della nuova disciplina, tesa solo a trovare soluzioni di mediazione. Il punto conflittuale riguarda l'affermazione per la quale la differenziazione delle due posizioni processuali sarebbe in contrasto con la Costituzione, sotto il profilo della violazione dell'art. 3 Cost., il principio di uguaglianza. Si tratta di argomento specioso, anche in considerazione che queste riflessioni non avevano accompagnato la riforma Orlando. Invero, le ipotesi sono due. Se le due posizioni soggettive sono uguali, la eventuale declaratoria di incostituzionalità, non farebbe regredire il prosciolto al livello del condannato, trattandosi di incostituzionalità in malam partem, ma piuttosto eleverebbe la posizione del condannato alla riformata disciplina del prosciolto. Se, invece, le posizioni potessero essere considerate diverse, si potrebbero legittimamente differenziare.
Il focus del confronto si è spostato, quindi, sul cosiddetto lodo Conte, ora contenuto nella bozza di legge delega per la riforma del processo penale. In questi termini, c'è il rischio di consegnare la riforma Bonafede alle travagliate vicende, contenutistiche e temporali, del più ampio contesto riformatore del processo. Il tema della prescrizione, cioè, delle modifiche alla legge vigente, va tolto dalla delega - fissata a un anno - e va trattato separatamente a tempi brevi, imponendo alle forze politiche di assumersi le responsabilità di scelte precise. Tuttavia, guardando al lodo Conte, non possono non essere segnalate da subito distorsioni, errori grossolani, scelte giuridicamente irricevibili. Limitandosi a segnalare le più evidenti, va in primo luogo evidenziato come si ritenga che l'opposizione ammissibile al decreto di condanna, non faccia venir meno la sospensione della prescrizione: con l'opposizione - come è previsto dal codice - il decreto di condanna è revocato. Non è possibile, quindi, che un provvedimento che è venuto giuridicamente meno mantenga i suoi effetti.
Il dato non è solo grave in sé, ma nasconde insidie, nel retro pensiero degli estensori del lodo, nella misura in cui potrebbe giustificare il mantenimento della sospensione della prescrizione anche in caso di annullamento della sentenza di primo grado (quella che sospende la prescrizione) con regressione del procedimento nelle fasi precedenti. Inoltre, non può non segnalarsi che i riferiti termini di due anni entro i quali dovrebbe chiudersi il giudizio di appello, innestando la richiesta dell'imputato di definizione del giudizio entro sei mesi salvo il prolungamento in caso di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, decorre non dalla decisione ma dall'arrivo degli atti al giudice di secondo grado.
Non può, infine, non allarmare il fatto che è previsto che il Consiglio Superiore della Magistratura, in relazione ai carichi giudiziari possa determinare per i diversi distretti delle Corti di appello termini differenziati per la definizione dei procedimenti pendenti, differenziando le posizioni degli imputati assolti, per i quali opera il meccanismo acceleratorio. Forse gli unici che avranno processi certi, alla fine, saranno solo i condannati con misure cautelari in scadenza. Tutti gli altri resteranno sospesi. Purtroppo sollevare oggi una questione di legittimità costituzionale - sotto il profilo della durata irragionevole del processo - della riforma Bonafede (nelle situazioni operanti) sarebbe possibile solo nel giudizio di appello, che tuttavia si scontrerebbe con il profilo della rilevanza. Forse la materia andrebbe resettata; ma il tema non è nella volontà di una politica che si è incartata.
di Liana Milella
La Repubblica, 31 gennaio 2020
Parla il segretario di Area, corrente di sinistra delle toghe, ex presidente dell'Anm: "Assurdo prevedere tempi bloccati per ogni grado di giudizio". E sulla richiesta dei penalisti, che a Milano non vogliono l'ex pm di Mani Pulite all'inaugurazione dell'anno giudiziario: "Danno prova di scarsa democrazia".
"È un'idea assurda prevedere tempi bloccati per ogni grado di giudizio. Noi magistrati non accettiamo di giocare alla roulette russa sulla nostra testa, né tantomeno di essere la merce scambio per uscire dal cul de sac in cui si è cacciata la politica". E ancora sul caso Davigo: "Gli avvocati di Milano, sbagliando, stanno dando prova di scarsa democrazia e stanno trasformando il collega in un martire". È furibondo il segretario della corrente di sinistra delle toghe Eugenio Albamonte, pm a Roma ed ex presidente dell'Anm che dice: "La politica vuole uscire da un dibattito surreale scaricando tutto sulle nostre teste, ma non si stanno rendendo conto che questo sarà il peggior danno possibile da fare alla giustizia italiana".
Processi lenti: il governo giallorosso va verso un'intesa che, in primis, punisce i magistrati con la scure disciplinare. La ritiene una soluzione giusta?
"E lo sapevo che si andava a finire in questo modo. Le forze di governo, per cercare di uscire dal cul de sac in cui si sono infilate sulla prescrizione, adesso utilizzano le toghe come merce di scambio. E pretendono di addossarci tutte le colpe delle lungaggini dei processi".
Ma lei nega che queste lungaggini ci siano? Purtroppo sono sotto gli occhi di tutti...
"Certo che le lungaggini ci sono, io le verifico ogni giorno quando vado in udienza. E ne vedo chiaramente anche tutte le ragioni. Nel nostro sistema ci sono troppi reati, alcuni ormai privi di senso; il processo è diventato un percorso a ostacoli che prevede inciampi anche quando non servono a dare maggiori garanzie all'imputato; mancano clamorosamente - ma questo lo sanno tutti - risorse economiche, di personale e di infrastrutture, la cui messa a disposizione è precisa responsabilità del governo e del ministro della Giustizia".
Quindi lei, da pm, metterebbe sotto processo disciplinare il governo anziché i suoi colleghi?
"La responsabilità della politica, secondo me, sta nel fatto di utilizzare i temi del processo come strumento per acquisire consenso elettorale. Il Guardasigilli Bonafede lancia il tema della prescrizione quando era stata appena modificata dal suo predecessore Orlando. Anziché occuparsi da subito delle riforme strutturali necessarie a far funzionare meglio il processo".
Ma Bonafede sostiene che sia stata la Lega a bloccarlo nelle riforme e comunque dice che le sta facendo adesso.
"Stiamo assistendo da mesi a un dibattito surreale nel quale, al di là della contrapposizione tra i partiti per ragioni di visibilità, non è stata fatta nessuna proposta concreta se non questa, del tutto assurda, di contingentare i tempi del processo e stabilire sanzioni disciplinari per i magistrati che non li rispettano".
Perché assurda?
"Per la semplice ragione che, in qualsiasi azienda che si rispetti, non si pretende un risultato senza aver prima messo in bilancio i mezzi e le risorse necessari".
Eppure proprio il Pd, che è contro la prescrizione di Bonafede, non ha sollevato un dito contro l'ipotesi di sanzioni disciplinari...
"Forse perché si va cercando un modo apparentemente onorevole per uscire da questa disputa politica e, in mancanza di altre idee che abbiano una vera consistenza giuridica, si va alla ricerca di un capro espiatorio".
L'Anm ha parlato di "metodo brutale", ma la mia impressione è che questa volta con voi magistrati non ci stia nessuno, neppure la gente che va in piazza. Non siamo più ai tempi di Mani pulite, il cittadino medio vi ritiene colpevoli di questi ritardi...
"Sarà sempre peggio perché quando il ministro Bonafede, pur non garantendo alcuna possibilità di rispettarli, fisserà dei tempi certi per ogni grado di giudizio, i cittadini saranno autorizzati a credere che il loro mancato rispetto dipende dal fatto che i magistrati sono dei fannulloni. In questo modo il governo ipoteca anche per il futuro ogni residua credibilità della giustizia e dei magistrati che invece dovrebbe preservare".
Scusi Albamonte, non voglio fare l'avvocato difensore di Bonafede. Ma da quando è ministro, e se ricorda bene anche nel congresso dell'Anm a Siena due anni fa quando lei era presidente, lui ha sempre difeso i magistrati presentandoli come produttivi e tra i migliori in Europa. È un po' la linea di Piercamillo Davigo. Non sarà che Pd e renziani, pur di ottenere una prescrizione più morbida, sono pronti a sacrificarvi? Se lo ricorda Renzi quando tagliò le ferie accusandovi di non lavorare?
"Proprio per questo sto dicendo che i magistrati oggi sono la merce di scambio nell'ambito della trattativa tra i partiti di governo innescata dallo scontro sulla riforma della prescrizione. Rischiamo di rimanere stritolati in questa dinamica, e con noi sarà stritolata anche la residua efficienza del processo che finora solo noi abbiamo garantito con i nostri sforzi e con essa anche i diritti dei cittadini".
Ma allora come mai gli avvocati, avvelenati contro la prescrizione, non dicono nulla sulla previsione di sanzioni disciplinari contro di voi?
"In questo momento mi sembra che gli avvocati si stiano avvitando in una spirale di polemiche come quella su Davigo che allontana ancor di più da un approccio ragionevole e produttivo sui tempi della riforma, perdendo tempo a confutare le posizioni personalissime di quest'ultimo come se fosse lui il legislatore e rinunciando a ogni proposta concreta di modifica".
Lei come la pensa sulla richiesta degli avvocati di Milano di escludere Davigo, in rappresentanza del Csm, dalla cerimonia per l'anno giudiziario?
"Le idee di Davigo sulla giustizia non sono certamente le mie, ma la fatwa che gli è stata lanciata dagli avvocati milanesi, oltre a essere brutalmente antidemocratica, rischia solo di attribuire al suo pensiero e alle sue proposte un valore politico e culturale molto maggiore di quello che effettivamente hanno".
di Giulio Bonotti
La Repubblica, 31 gennaio 2020
Tra Piercamillo Davigo, magistrato di lungo corso, e gli avvocati penalisti non è corso (nel tempo) e non corre spesso buon sangue. Lui è diventato notissimo negli anni Novanta con l'inchiesta Mani Pulite; ed è ben conosciuto il suo gusto a volte senza rete per la "battutaccia". Altrettanto noti, e impegnati sul fronte della giustizia, sono non pochi legali milanesi.
casertanews.it, 31 gennaio 2020
Carenza di magistrati nei tribunali: "A Napoli Nord situazione scandalosa". Aumentano i roghi di rifiuti, preoccupano le collusioni tra società civile e camorra.
Duemila detenuti in attesa di giudizio. È il dato forse più preoccupante, nei giorni della polemica a distanza tra Marco Travaglio e Gaia Tortora, che vien fuori dalla conferenza stampa della Corte d'Appello di Napoli - nel cui distretto rientrano anche il tribunale di Santa Maria Capua Vetere e quello di Napoli Nord - alla vigilia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario.
A rivelarlo è stato il presidente della corte partenopea Giuseppe de Carolis di Prossedi che ha sottolineato come circa un terzo dei 6mila detenuti complessivi in Campania sia in attesa di giudizio.
"Un segnale di recupero rispetto sul pesante arretrato accumulato negli anni scorsi - ha detto il presidente della Corte d'Appello di Napoli, Giuseppe de Carolis di Prossedi - ma resta il collo di bottiglia determinato dalla carenza di magistrati". Almeno 16 in meno rispetto ad un organico già sottodimensionato, secondo de Carolis di Prossedi. "É addirittura scandalosa - ha detto il procuratore generale presso la Corte d'Appello, Luigi Riello - la situazione del Tribunale di Napoli Nord in un'area a forte densità criminale".
Per quanto concerne i reati ambientali, invece, torna a bruciare la Terra dei Fuochi con i roghi che sono incrementati: da 205 a 258. "L'attenzione sulle discariche abusive e sull'ambiente è cresciuta sensibilmente negli ultimi anni - ha detto il procuratore generale, Luigi Riello - È una priorità. Nel terriorio di Napoli Nord, per esempio, vi è un picco di malattie tumorali collegato, secondo ricerche dell'istituto superiore di sanità, proprio ai rifiuti tossici e a questi fenomeni estremamente gravi che noi dobbiamo attenzionare sempre di più perché è intollerabile che muoiano bambini e persone".
Tra i fenomeni più preoccupanti quello delle "collusioni tra quella parte di società civile che ufficialmente condanna la criminalità organizzata, ma fa affari con essa". "C'è una diminuzione dei reati, ma c'è un aumento delle denunce (da 27 a 53) per associazione di stampo camorristico in provincia di Napoli e di Caserta - ha detto il procuratore generale, Luigi Riello - Leggo con soddisfazione la positività dei dati, ma so che c'è una parte sommersa di criminalità che è quella relativa al mare in cui naviga la camorra cioè quello degli affari, del mercato. Gli omicidi sono di meno così come i tentati omicidi, ma abbiamo il sospetto che vi sia una pax mafiosa e che si spari di meno perché si ingrassa di più su affari, intersecandosi con il mondo dell'impresa e delle professioni, ambienti insospettabili. Questo è un dato preoccupante ed è la frontiera sulla quale già stiamo lavorando, ma su cui dobbiamo lavorare sempre di più".
Tra luglio 2018 e giugno 2019 sono state emesse 143 ordinanze per oltre 1000 indagati, ed è stato disposto un sequestro da oltre 200 milioni, ma nonostante questo "la percezione di insicurezza dei cittadini non sembra diminuire". "La diminuzione complessiva dei reati più gravi non deve, tuttavia, far abbassare l'allarme rispetto alla criminalità organizzata, un fenomeno che rimane grave e diffuso", ha concluso Riello
di Alessandro Butticè
Il Riformista, 31 gennaio 2020
L'Indice di Percezione della Corruzione 2019 di Transparency International (TI) classifica l'Italia al 51esimo posto nel mondo con un punteggio di 53/100. Anche se il nostro Paese guadagna ben 12 punti dal 2012 ad oggi, viene da chiedersi se la "percezione" dell'opinione pubblica sia sufficiente per stabilire il livello di corruzione di un paese rispetto ad altri.
La mia personale esperienza nel campo della lotta alla frode ed alla corruzione a livello europeo e internazionale, mi ha portato da decenni a sostenere che paesi con bassi livelli di percezione non sono immuni dal fenomeno. In questo sono stato recentemente confortato dal Greco, l'organismo anticorruzione del Consiglio d'Europa e dall'Eurispes.
Anche se l'indice di percezione della corruzione è spesso parametro di riferimento sulla affidabilità dei paesi e dei loro sistemi giuridici ed economici, col rischio di falsare gravemente la comparazione e la competizione tra le Nazioni.
Ho sempre sostenuto, anche sulla base di un sondaggio sulla percezione e realtà di frode e corruzione in Europa che avevo fatto realizzare dall'Eurobarometro quando ero portavoce dell'anti-frode europea (Olaf), il fatto che non si possano redigere classifiche di paesi più corrotti o che frodano più di altri se non si tiene conto anche della grande diversità degli strumenti che utilizzano per scoprire i fenomeni corruttivi o fraudolenti.
Quando un giornalista mi chiedeva chi era il paese europeo più corrotto o che frodava di più in Europa, la mia prima risposta era che non lo sapevo. Alla sorpresa di chi non si aspettava questa risposta da me, completavo la provocazione proponendo di chiederlo ad un mago, ma non al portavoce dell'Olaf. Io potevo infatti fornire i dati dei casi scoperti nei singoli paesi.
Ma da lì arrivare a stabilire chi era più corrotto o frodatore di un altro, era come, ad esempio, voler stabilire il numero di pesci del Mare del Nord, rispetto a quelli dell'Adriatico, unicamente su base del pescato. Senza considerare cioè che nel Mare del Nord si pesca magari con la lenza, mentre nell'Adriatico si usano le reti a strascico...
Potevo allora spiegare che in Italia, ad esempio, vi sono forze di polizia e magistratura con strumenti investigativi che non hanno pari in altri paesi europei, e non solo. Ricordando che per anni l'Italia è stata dipinta solo come il Paese della Frode e della corruzione, ma che era anche - come spesso avviene per le tante contraddizioni nazionali - quello della lotta alla frode, alla Mafia ed alla corruzione. Arrivato a Bruxelles nel 1990, come primo ufficiale e appartenente alle forze di polizia del nostro paese, presso la Commissione Europea, ho potuto contribuire all'inizio del ribaltamento dell'immagine del nostro Paese. Soprattutto a Bruxelles. Immagine spesso alimentata - nella migliore delle ipotesi con rassegnazione - anche da connazionali.
Non è un segreto che l'Uclaf il servizio antifrode che precedette l'Olaf, sia stato creato per tenere d'occhio "paesi canaglia" come l'Italia e la Grecia. Paesi che, alla fine degli Anni Ottanta, agli occhi della Signora Tatcher - che urlava "I want my money back" - erano patria solo di frodatori, criminali corrotti e corruttori che succhiavano le finanze comunitarie, attraverso indebite e fraudolente percezioni di aiuti agricoli e regionali, ai danni degli "onesti contribuenti britannici".
In qualche anno, dopo essermi accorto che tutto il mondo è paese e che i frodatori non parlavano solo italiano o greco, non senza qualche sforzo, devo dire, e a volte persino contro corrente e contro interessi contrastanti di altri, anche italiani - che avevano ragioni personali o strumentali ad amplificare quella cattiva "percezione" del nostro paese - siamo riusciti a ridurre la forza di molti stereotipi. Pensiamo quindi di aver dato un iniziale contributo al processo che ha portato oggi, finalmente, alla presa di coscienza del Greco, a livello di percezione vs realtà.
E questo è stato soprattutto merito delle nostre forze di polizia, e della Guardia di Finanza in particolare, che anche attraverso una capace attività di comunicazione internazionale, ha portato oggi l'Italia ad essere considerata, tra gli addetti ai lavori, un paese virtuoso nella tutela delle finanze dell'Ue, e nella lotta a frode e corruzione. Spesso presa persino ad esempio da Commissione e Parlamento Europei. E anche questo va detto e ricordato quando Trasparency International lascia l'Italia nel fondo della lista.
Perché urlare "in Italia tutti frodano e tutti sono corrotti", equivale a dire che "nessuno froda e nessuno e corrotto". Incentivando potenziali corrotti e frodatori (che nella "percepita" generale impunità possono chiedersi: "se lo fanno tutti perché non devo farlo io?") a passare all'azione, e dando unico beneficio ai veri corrotti e frodatori, che non mancano certamente nel nostro Paese, se confusi con moltitudini di "presunti colpevoli". E che dovrebbero essere estirpati dalla mano ferma, asettica e precisa del chirurgo, e non da sciabolate al vento accompagnate da ululati alla luna.
chiesadimilano.it, 31 gennaio 2020
In occasione della seconda edizione della Martini Lecture Bicocca, la presidente della Corte costituzionale terrà una conferenza dal titolo "Riconoscimento e riconciliazione". Marta Cartabia è professore ordinario di Diritto costituzionale. È stata nominata giudice della Corte costituzionale nel 2011. È stata eletta vicepresidente nel 2014 e nel dicembre 2019 è diventata la prima presidente donna della Corte costituzionale nella storia d'Italia.
Adolfo Ceretti è professore ordinario di Criminologia nell'Università degli Studi di Milano-Bicocca. È segretario generale del Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa sociale e coordinatore scientifico del Centro per la Giustizia Riparativa e per la Mediazione del Comune di Milano. Ha da poco pubblicato l'autobiografia professionale Il diavolo mi accarezza i capelli. Memorie di un criminologo (Il Saggiatore).
Mercoledì 4 marzo, alle 11, nell'Aula Magna dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca (Edificio U6, piazza dell'Ateneo Nuovo 1, Milano), seconda edizione della Martini Lecture Bicocca, una lettura attualizzata del magistero del cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, proposta dal Centro "C.M. Martini" in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, la Fondazione Carlo Maria Martini e Bompiani, con il patrocinio della Diocesi di Milano.
"Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione": questo il tema della Lecture dedicata ai temi della giustizia, nell'ambito della quale Marta Cartabia, presidente della Corte costituzionale, terrà una conferenza dal titolo "Riconoscimento e riconciliazione". L'intervento della professoressa Cartabia sarà introdotto da Adolfo Ceretti, professore ordinario di Criminologia nell'Università di Milano-Bicocca, con un discorso dal titolo "Carlo Maria Martini. Pensare pensieri non-pensati e loro destino".
Il cardinale Martini riservò frequenti visite alle carceri milanesi e costanti e appassionati interventi pubblici sulla giustizia e il sistema carcerario. Invitò laici e fedeli, membri delle istituzioni e privati cittadini a interrogarsi sulla prevenzione dei reati davvero razionale e umana e a una riflessione sulla pena che avesse invece al centro la dignità della persona, la riparazione, la riconciliazione. Marta Cartabia e Adolfo Ceretti si confrontano con il magistero di Martini spiegando il valore che esso continua a racchiudere e la necessità ancora viva di ciò che l'Arcivescovo auspicava: una giustizia capace di ricucire rapporti piuttosto che reciderli, che promuova i valori della convivenza civile, che porti in sé il segno di ciò che è altro rispetto al male commesso.
Introdurrà i lavori padre Carlo Casalone SJ, presidente della Fondazione Carlo Maria Martini e membro del comitato scientifico della Martini Lecture. Coordinerà Alberto Sinigaglia, presidente dell'Ordine dei giornalisti del Piemonte. Porgerà il benvenuto dell'Ateneo la rettrice Giovanna Iannantuoni. I testi degli interventi saranno raccolti nel primo volume della collana "Martini Lecture" dal titolo Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione, pubblicato dall'editore Bompiani. Il libro sarà disponibile il giorno dell'evento.
cityrumors.it, 31 gennaio 2020
"Cominceranno già da oggi i sopralluoghi propedeutici a una stima dei lavori utili per rendere più accoglienti gli spazi dell'ospedale Santo Spirito riservati alla cura dei detenuti della Casa Circondariale di Pescara". Lo annuncia il consigliere PD Antonio Blasioli, che ieri pomeriggio ha effettuato un sopralluogo con la direttrice Lucia Di Feliciantonio e il direttore sanitario del nosocomio, Walterio Fortunato e i tecnici Asl nel reparto, posto all'ottavo piano dell'ospedale, proprio al fine di valutare le condizioni igieniche e l'utilizzo degli sopazi.
"Si tratta di spazi strategici, perché il ricovero dei detenuti nei reparti aperti dell'ospedale comporta problemi legati alla privacy e alla sicurezza degli altri degenti, nonché dei detenuti stessi - avverte il consigliere Blasioli - ma anche e soprattutto problemi legati al controllo.
Occorrono, infatti, circa 8 agenti al giorno per coprire i 4 turni e ciò rischia di sminuire la già carente presenza di operatori penitenziari, circa 100, questo soprattutto se i detenuti ricoverati dovessero essere più di uno e in reparti diversi, anche se tale situazione si verificherà però solo per casi eccezionali, da intendersi come malattie gravissime".
"Ieri la Asl", prosegue Blasioli, "ha ribadito la massima collaborazione nel dotare il reparto detenuti di infermieri all'occorrenza. Parliamo di un reparto chiuso, solo perché non ospita al momento alcun detenuto, che è gestito direttamente dal carcere in sinergia con la Asl e che sarà ritinteggiato e riqualificato a partire dai prossimi giorni, in un tempo di tre settimane, ci hanno assicurato dalla direzione sanitaria.
La riqualificazione in atto consentirà un migliore utilizzo del reparto, dove vengono accolti i detenuti che non richiedono degenze in specifici reparti di terapia intensiva o mirata. Una concentrazione che rende più agevole anche il controllo, evitando piantonamenti in loco che assottigliano le disponibilità di personale nella struttura carceraria, dove gli organici richiedono un potenziamento di almeno 30 unità in più, ci ha spiegato la direttrice, che sta continuando l'opera di rieducazione dei detenuti, confermando l'apertura della struttura a sinergie con associazioni ed enti organizzatori di attività e corsi di formazione, l'ultimo è l'università".
Il Riformista, 31 gennaio 2020
"Ormai pesa 42 chili e la stiamo perdendo". Rosa Zagari, 44 anni, affida al suo legale un appello per chiedere di ricevere le terapie adeguate nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) dove attualmente è detenuta. La sua storia, ampiamente denunciata in queste settimane dal Riformista, è stata segnalata da tempo al garante nazionale dei detenuti e viene definita dall'avvocato che assiste la donna, Antonino Napoli, "un caso di violazione dei principi fondamentali della dignità e della tutela della salute che non si possono attenuare solo perché una persona è detenuta".
L'appello è lanciato attraverso l'agenzia Agi. "Vivo un calvario, qui non mi curano: aiutatemi" fa sapere Rosa, arrestata in passato a con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. È stata condannata a 8 anni in primo grado e aspetta l'esito dell'Appello. Rosa è la compagna di Ernesto Fazzalari, uno degli elementi apicali della famiglia dei Viola-Fazzalari della 'ndrangheta, arrestato nel 2016 dopo oltre 12 anni di latitanza e sta scontando una condanna all'ergastolo in regime di carcere duro.
La donna non riesce a camminare da oltre un anno dopo un incidente avvenuto nel carcere di Reggio Calabria: dopo essersi fatta la doccia, Rosa è scivolata fratturandosi due vertebre. Stando al racconto del difensore e agli accertamenti dei periti nominati dalla difesa, la donna non è mai stata trattata in modo adeguato in nessuna delle tre strutture penitenziarie in cui è stata (Messina, Reggio Calabria, Santa Maria Capua Vetere).
Il suo legale ha chiesto più volte, senza ottenere alcun riscontro, che un Gip nomini un medico legale in grado di fare una diagnosi non di parte. All'Agi i familiari sono preoccupati delle sue condizioni e della perdita di peso: "È 42 chili, la stiamo perdendo. È ridotta malissimo - sono le parole della sorella - mi ha detto che in carcere la prendono in giro sostenendo che finge. A gennaio è morta di dolore anche la mamma che si era spesa molto per farla curare".
Il suo legale spiega che "un nostro ortopedico di fiducia, primario dell'ospedale di Locri, aveva notato che il busto era stato messo male e aveva prescritto una riabilitazione mai fatta. In seguito, la mia assistita è stata trasferita a Santa Maria Capua Vetere dove non c'è un centro clinico e, quindi, anche lì nulla è stato fatto per curarla. Nel luglio scorso, sua sua richiesta, sono andato a trovarla e ho visto coi miei occhi che non era in grado di camminare, se non appoggiata a un'altra persona. Dopo varie istanze al Dap, siamo riusicti a farla trasferire al centro clinico di Messina, dove le vengono somministrati degli antidolorifici, ma nulla più".
di Luciano Moia
Avvenire, 31 gennaio 2020
Parlano i ragazzi maggiorenni che hanno alle spalle esperienze positive in famiglie affidatarie o comunità. "Senza l'aiuto ricevuto non ce l'avremmo fatta". Il volto limpido e autentico dell'affido - l'abbiamo ripetuto tante volte in questi mesi - non è quello urlato nelle piazze della strumentalizzazione politica. E neppure quello denso di ambiguità ideologiche e di interessi economici raccontato a senso unico da certi media.
Al di là dei casi giudiziari - che certo esistono e su cui bisogna andare fino in fondo con tutta la determinazione necessaria - per riscoprire la verità dell'affido è fondamentale guardare in faccia i ragazzi che hanno vissuto questa esperienza in prima persona. Ascoltare le loro storie, scoprire quello che ha rappresentato per loro l'abbraccio generoso di una nuova famiglia, in un momento in cui nella propria casa non c'erano le condizioni minime per vivere e crescere serenamente. Oggi, diventati grandi, cosa pensano dell'esperienza vissuta?
Per otto ragazzi su dieci l'affido è stato un'ancora di salvezza da situazioni altrimenti senza uscita e l'occasione per costruire legami importanti (87%). È quanto emerge dalla ricerca presentata ieri a Roma da Valerio Belotti (Università di Padova) e Diletta Mauri (Università di Trento) che ha coinvolto quasi 400 care leaver: una fotografia che mostra come per questi giovani i percorsi in comunità residenziale e in affido siano stati decisivi per nuove opportunità di vita (94%).
Davide, 30 anni: "Ho abbattuto un muro e l'ho ricostruito" Ma cosa significa vivere in affido per tanti anni? "È come but- tare giù un muro e ricostruirlo daccapo. Ma questa volta con i mattoni buoni", racconta Davide B, trent'anni di Verona, attivo nel network nazionale messo insieme dall'associazione Agevolando per i ragazzi che hanno vissuto parte della loro vita 'fuori famiglia'. "Sono uscito di casa a tre anni.
La situazione era molto, molto difficile. Sono stato in comunità poi in un famiglia affidataria. A nove anni sono tornato a casa, ma neppure questa volta ho potuto restare". Davide preferisce non spiegare i problemi che si è lasciato alle spalle. "Dico soltanto che la famiglia che mi ha aperto le porte di casa è stata la mia salvezza. Ho vissuto con loro dai 11 agli 19 anni, anzi sono ancora la mia famiglia perché, quando ci sono dei problemi, devo raccontare qualcosa di importante oppure durante le festività, torno da loro".
Da alcuni anni ha conquistato l'autonomia. È laureato in infermieristica e lavora a Verona. "I miei genitori affidatari - racconta ancora - mi hanno trasmesso valori, mi hanno dato regole, mi hanno sostenuto nell'affrontare i rapporti con la mia famiglia d'origine che, in qualche modo, non si sono mai interrotti. Anche i miei 'nuovi' mi hanno accolto come uno di loro, erano più grandi di me. E la loro presenza è stata ed è fondamentale".
Un progetto diffuso in tredici regioni con oltre 400 ragazzi Il progetto Care Leavers Network, di cui si è parlato ieri alla Camera, dalla presenza del presidente Roberto Fico, è diffuso in 13 regioni. È finanziato dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e realizzato da Agevolando in collaborazione con il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca). Un nuovo impegno concreto in ambito legislativo che riguarda giovani fuori famiglia oltre i 21 anni, è stato annunciato dalla deputata del Gruppo misto Emanuela Rossini.
Si pensa a un emendamento per una misura che vada a integrare e prolungare il Fondo per i ragazzi care leaver - oggi rivolto alla fascia d'età 18-21 anni - fino a 25 anni. "Si tratta di un fondo sperimentale su tre anni - spiega Federico Zullo, presidente di Agevolando - che da un lato ha rappresentato un risultato storico ma che ci dice anche come il sistema di accoglienza vada migliorato, soprattutto per quanto riguarda la transizione all'autonomia di questi ragazzi".
Maria N. "In casa famiglia sono stata accolta, ascoltata, e sono rinata" Un problema vissuto in prima persona anche da Maria N. di Salerno, che oggi ha 26 anni. Arrivata dalla Romania, ha vissuto in casa-famiglia per 6 anni. "Un'esperienza molto intensa. Mi manca ancora. La comunità è stata la mia salvezza, ho imparato le regole giuste, sono rinata. Sono riuscita a rimanere lì fino a 19 anni, quando ho trovato una casa e un lavoro".
Una ricerca per ascoltare i 'fuori famiglia' "Le narrazioni proposte dagli adolescenti colgono e propongono spesso aspetti del lavoro sociale che spiazzano non di poco gli adulti che hanno la responsabilità della loro protezione e che li frequentano abitualmente", spiega Valerio Belotti dell'Università di Padova. La richiesta di fondo dei ragazzi è quella di tenere in considerazione il loro parere. E poi implorano chiarezza, trasparenza, verità. Di grande impatto l'appello agli assistenti sociali: "Abbiamo il diritto di sapere cosa sta succedendo, i motivi per cui veniamo allontanati dalla nostra famiglia. Per questo vi chiediamo di trovare i modi e le parole per comunicarceli, adatti alla nostra età, per quanto difficile sia".
Altrettanto importante la richiesta di non essere giudicati - "ma non giudicate neppure le nostre famiglia" - di essere accompagnati, di non essere lasciati in sospeso, di essere interpellati prima di decisioni importanti. Ieri, alla Camera. a rispondere alle loro sollecitazioni c'erano tra gli altri Maria Francesca Pricoco, presidente associazione nazionale dei magistrati per i minorenni e la famiglia e Gianmario Gazzi, presidente Consiglio nazionale ordine assistenti sociali.
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