di Paolo Colonnello
La Stampa, 30 gennaio 2020
Il Csm: "Richiesta irricevibile". È scontro totale. "Le esternazioni" del giudice Piercamillo Davigo "negano i fondamenti costituzionali del giusto processo, della presunzione di innocenza e del ruolo dell'avvocato nel processo penale". La Camera penale di Milano (l'organismo che raccoglie gli avvocati penalisti del distretto giudiziario del capoluogo lombardo) prende posizione e chiede che il Csm non mandi in sua rappresentanza il consigliere togato Davigo all'inaugurazione dell'anno giudiziario che si svolgerà sabato e alla quale ha annunciato la propria partecipazione anche il ministro della Giustizia Bonafede.
"Stupisce - scrive il Csm in una nota - che venga proprio da un'associazione di avvocati la richiesta di censurare la libera manifestazione del pensiero". E, dunque, il comunicato dei penalisti viene giudicato "irricevibile" dal Csm che lo considera "irrispettoso delle prerogative di un organo costituzionale". La richiesta degli avvocati inevitabilmente ha suscitato un putiferio nelle acque perennemente agitate del mondo della giustizia italiana, aggiungendo benzina al fuoco delle polemiche che vanno dalla sospensione della prescrizione, alla riforma delle intercettazioni, al carcere preventivo.
A far esplodere le polveri sono state in particolare alcune interviste di Davigo, celebre magistrato del pool Mani Pulite, durante le quali il consigliere del Csm a capo della corrente togata di Autonomia e Indipendenza, ha in sostanza attribuito la maggior parte delle colpe nei ritardi dei processi agli avvocati, interessati alle dilazioni per maggiori guadagni, proponendo anche che siano i legali a pagare in solido nel caso il ricorso in appello o in Cassazione del loro cliente venga respinto. Affermazioni che hanno fatto infuriare i legali e spinto la Camera Penale a prendere una posizione contro un singolo giudice senza precedenti nella storia della giustizia in Italia.
Unanime la solidarietà a Davigo da parte di tutto il Csm, avvocati compresi, mentre l'avvocatura milanese sembra compatta nella posizione contro il magistrato. Contro cui sono critiche anche le toghe torinesi."Le dichiarazioni di Davigo, sistematicamente ostili ai principi del giusto processo, rischiano di gettare discredito su tutti quei magistrati che quotidianamente ed in assoluto silenzio si impegnano per cercare la verità, assolvere gli innocenti, condannare i colpevoli con il massimo rispetto per il diritto di difesa ed il contraddittorio" dice Alberto De Sanctis, presidente Camera Penale Vittorio Chiusano. Davigo, comunque, sabato mattina sarà presente all'inaugurazione dell'anno giudiziario milanese, dove si prevedono gesti di protesta clamorosi.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2020
"Volete sanzionare la libera manifestazione del pensiero". Irricevibile. Il Consiglio superiore della magistratura rispedisce al mittente la richiesta di revocare la designazione del consigliere Piercamillo Davigo a rappresentare l'organo autogoverno delle toghe all'inaugurazione dell'anno giudiziario nel distretto di Milano. Una richiesta che va respinta sia "per i suoi contenuti, volti a sanzionare la libera manifestazione del pensiero, sia perché irrispettosa delle prerogative di un organo istituzionale".
Il Comitato di presidenza del Csm ha quindi risposto no alla Camera penale di Milano che chiedeva che l'ex pm di Mani Pulite a Milano, poi presidente di sezione in Cassazione e ora componente del Csm non presenziasse il primo febbraio nel capoluogo lombardo. "Stupisce che venga proprio da una associazione di avvocati - si legge in una lettera inviata dal vertice del Csm al presidente dei penalisti milanesi Andrea Soliani - la richiesta di censurare la libera manifestazione del pensiero". Davigo è finito nel mirino degli avvocati dopo l'intervista rilasciata al Fatto Quotidiano sul tema della prescrizione e in generale sulla riforma della giustizia.
La richiesta degli avvocati era fondata sulle opinioni più volte espresse dal Consigliere Davigo, da ultimo ribadite in una intervista. Per la Camera penale di Milano le "esternazioni" di Davigo "negano i fondamenti costituzionali del giusto processo, della presunzione di innocenza e del ruolo dell'Avvocato nel processo penale" e "tali dichiarazioni pubbliche da parte di un magistrato sarebbero di per sé gravi, ma diventano inaccettabili se pronunciate, come nel caso del Consigliere Davigo, da un magistrato che riveste l'alta funzionale istituzionale di Consigliere del Csm".
Nella lettera inviata ieri, tra gli altri anche al presidente della Repubblica e presidente del Csm Sergio Mattarella e al vicepresidente David Ermini, per chiedere una "rivalutazione della designazione" di Davigo, si ricordava anche che "sono già state da altri sottoposte all'attenzione dell'organo titolare dell'esercizio dell'azione per eventuali profili di responsabilità disciplinare".
Alla richiesta degli avvocati aveva replicato il Coordinamento di Area (il gruppo delle toghe progressiste), che critica l'iniziativa. "Non ci ritroviamo in diverse sue posizioni, e anzi in più occasioni le abbiamo confutate pubblicamente. Tuttavia, riteniamo inaccettabile e contrario alle regole fondamentali del vivere democratico discriminare chiunque in base alle opinioni espresse, e ancor di più tentare di privarlo del diritto di parola. Le idee non condivise si contrastano con argomenti nell'ambito del confronto e del dibattito. Tutto il resto è frutto della degenerazione culturale che il nostro Paese sta vivendo, e gli avvocati italiani dovrebbero esserne ben consapevoli".
Dura la reazione anche di Autonomia e Indipendenza, la corrente di Davigo. "Abbiamo creduto che si trattasse di uno scherzo. Poi ci hanno detto che era tutto vero. Coloro difendono il sacro principio del contraddittorio non sopportano che un magistrato esprima una propria opinione tecnica e pretendono che venga zittito, scacciato dal suo ruolo istituzionale che ogni giorno interpreta con onore. Coloro che asseritamente si battono per il giusto processo e la presunzione d'innocenza hanno già emesso un verdetto di condanna disciplinare. Certo, siccome il Consigliere Davigo pensa e, addirittura parla, deve essere "tolto di mezzo".
La lettura della nota prova una triste verità: gli avvocati della Camera Penale non vogliono confrontarsi con lealtà e correttezza sulle spinose difficoltà (quelle vere) che impediscono il funzionamento della giustizia; non hanno alcuna volontà di concorrere a rendere la giustizia italiana più efficiente e più giusta trovando assai più comodo giocare il ruolo degli offesi (da cosa non si sa). Abbiamo sempre pensato che l'Avvocatura dovesse rendersi interprete del diritto di difesa costituzionalmente garantito. Oggi abbiamo capito che, nella realtà, non è così. Ma noi magistrati non ci perdiamo d'animo e continueremo nella nostra incessante opera di tutela dei principi fondanti della giurisdizione. Insieme con Piercamillo Davigo, e orgogliosamente al suo fianco".
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 30 gennaio 2020
La sezione disciplinare del Csm ha disposto il trasferimento d'ufficio per il procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini, destinandolo alla procura generale di Torino e declassandolo a sostituto pg. La sezione disciplinare ha accolto la richiesta avanzata dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dal pg della Cassazione Giovanni Salvi, che avevano avviato l'azione disciplinare nei confronti di Lupacchini accusandolo di aver "delegittimato" il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri.
Tutto era nato prima di Natale, all'indomani della maxi operazione contro la 'ndrangheta, denominata "Rinascita-Scott", annunciata in conferenza stampa da Gratteri, e che ha portato all'applicazione di addirittura 334 misure di custodia cautelare. La colpa di Lupacchini è di aver rilasciato, dopo il maxi blitz, un'intervista a Tgcom24 in cui ha criticato l'assoluta mancanza di coordinamento da parte della procura di Catanzaro: "Sebbene possa sembrare paradossale - aveva dichiarato Lupacchini - non so nulla di più di quanto pubblicato dalla stampa, in quanto c'è la buona abitudine da parte della procura distrettuale di Catanzaro di saltare tutte le regole di coordinamento e collegamento con la procura generale. I nomi degli arrestati e le ragioni degli arresti li abbiamo conosciuti soltanto a seguito della pubblicazione della stampa, che è molto più importante della procura generale da contattare e informare".
Il pg di Catanzaro aveva inoltre fatto riferimento all'"evanescenza di molte operazioni" condotte in passato proprio dalla procura guidata da Gratteri. Prima del Guardasigilli e del pg della Cassazione si erano mossi pure i consiglieri di Palazzo dei marescialli, che sempre per l'intervista avevano aperto a carico del magistrato la procedura di trasferimento d'ufficio per incompatibilità funzionale.
Anche l'Associazione nazionale magistrati si era schierata in difesa di Gratteri, definendo "sconcertanti" le parole di Lupacchini. Davanti alla Prima commissione e alla Sezione disciplinare del Csm, Lupacchini - difeso dall'avvocato Ivano Iai - aveva assicurato che non intendeva denigrare Gratteri, ma semmai sollecitare una riflessione sulle criticità presenti nei rapporti istituzionali tra le procure. Le storture denunciate da Lupacchini, però, sembrano non interessare nessuno al Csm, che ha invece deciso di punire il pg spedendolo a mille chilometri di distanza, a Torino, e sottraendogli le funzioni direttive.
Insomma, in un paese dominato dalla giustizia mediatica, in cui i pubblici ministeri sono ospiti fissi di trasmissioni televisive e continuano a tenere conferenze stampa show per celebrare i numeri delle proprie inchieste, rappresentando gli indagati come dei colpevoli già accertati (e pure lamentandosi, come ha fatto Gratteri, delle poche prime pagine dedicate dai giornali agli arresti), a fare notizia, e a essere punito, è un magistrato che rilascia un'intervista e si permette di segnalare pubblicamente alcune gravi disfunzioni presenti nei rapporti tra due uffici inquirenti.
Ma evidentemente un'altra delle colpe di Lupacchini è quella di aver interrotto, indirettamente, il processo di beatificazione che aveva avvolto Gratteri, che in conferenza stampa si era pure -molto modestamente - paragonato agli eroi antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, definendo la sua indagine "la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo".
A confermarlo, in fondo, è la valanga di insulti ricevuti da Lupacchini sui social network negli ultimi giorni. Commenti che hanno aggravato le preoccupazioni sull'incolumità del magistrato. Se le segnalazioni di Lupacchini sono state ignorate, ci sono alcuni numeri che dovrebbero far riflettere.
Ad oggi, oltre 140 misure di custodia cautelare (su 334) chieste e ottenute dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nell'ambito dell'operazione Rinascita-Scott sono state annullate, revocate, sostituite o riformate dal gip e dal tribunale del Riesame. Ciò significa che circa il 40 per cento dei provvedimenti sono stati ritenuti eccessivamente restrittivi della libertà degli indagati. Quasi novanta persone sono tornate completamente in libertà, dopo essere state sbattute in carcere o ai domiciliari ingiustamente. Si tratta di cifre abnormi: possiamo parlarne o è lesa maestà?
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 30 gennaio 2020
Perché la Procura generale della Cassazione e il ministero della Giustizia non rispondono alle denunce di Otello Lupachini, l'ormai ex procuratore generale di Catanzaro? Si tinge di giallo il procedimento disciplinare che ha portato il Csm a disporre il trasferimento di Lupacchini alla Procura di Torino dopo averlo "degradato" a semplice sostituto.
L'accusa formulata nei confronti di Lupacchini è quella di aver violato, criticando in una intervista l'operato del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, il dovere di imparzialità, correttezza e riserbo che deve contraddistinguere il magistrato. Lupacchini aveva dichiarato, in occasione della maxi-retata anti 'ndrangheta di dicembre organizzata da Gratteri, di averne avuto conoscenza solo attraverso i giornali e di avere perplessità sulla tenuta in giudizio di molte delle accuse contestate agli indagati.
Lupacchini, come riferito dal suo difensore, l'avvocato Ivano Iai, negli ultimi anni aveva ripetutamente segnalato al ministro della Giustizia e al procuratore generale diverse "disfunzioni" all'interno della Procura di Catanzaro. In particolar modo l'assenza, o quasi, del coordinamento info-operativo fra uffici a cui il pg è preposto per legge. L'avvocato Iai aveva chiesto di conoscere quali fossero stati i provvedimenti presi, ricevendo però, sia dalla Procura generale della Cassazione che dal ministero della Giustizia, un secco no. Come mai?
Cosa si nasconde dietro questo silenzio? Il "mutismo" di piazza Cavour e di via Arenula lascia spazio alle più disparate interpretazioni. Ad esempio che non sia criticabile, in questo momento storico, un certo modo di contrastare i fenomeni criminali di stampo associativo da parte della magistratura. Ma non solo. Se la Procura generale della Cassazione e il ministero della Giustizia "non rispondono" a un procuratore generale che ha denunciato criticità negli uffici alle proprie dipendenze, figuriamoci quale esito potranno avere le segnalazioni di mala giustizia di un semplice cittadino.
La severità del Csm verso Lupacchini ha poi pochi precedenti. Non si contano, infatti, i procuratori che esternano a ruota libera su tutto. E mai nessuno che abbia avuto alcuna contestazione. Un pg arrivò addirittura a definire "eversive" le indagini di un procuratore e venne scagionato dalla disciplinare del Csm.
Il trasferimento a mille chilometri da Catanzaro e la degradazione rappresentano un'onta per Lupacchini al termine di una carriera brillante. A luglio il magistrato romano dovrà lasciare la toga per raggiunti limiti di età. Uno smacco che rende dunque ancor più indigesto il provvedimento disciplinare. Il tempismo della decisione del Csm, che è arrivata nella serata di lunedì scorso, ha invece una risposta. Molto concreta. Fra 72 ore si terrà l'inaugurazione dell'anno giudiziario.
Dopo la cerimonia in Cassazione alla presenza del capo dello Stato si svolgeranno analoghe manifestazioni nei vari distretti di Corte d'Appello. Lupacchini, in qualità di procuratore generale, avrebbe dovuto prendere la parola per un intervento sullo stato della giustizia a Catanzaro. Con il rischio dell'incidente diplomatico con Gratteri.
Lo scorso anno Lupacchini tenne un intervento durissimo che fece storcere la bocca ai molti magistrati presenti. Evidenziò, dati alla mano, che Catanzaro era il distretto con il più alto numero di risarcimenti per ingiusta detenzione. Chissà cosa dirà invece chi lo sostituirà quest'anno.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 30 gennaio 2020
Processo ter. Autorizzata la registrazione integrale da parte di Radio Radicale. Nel giorno in cui entra nel vivo il processo Cucchi ter, con la testimonianza del capo della Squadra mobile di Roma Luigi Silipo che ha svolto le indagini sul depistaggio e sui falsi confezionati secondo l'accusa a vario titolo dagli otto carabinieri imputati, la giudice monocratica Giulia Cavallone ritorna sulla sua decisione di vietare ogni ripresa audio e video delle udienze e concede alla sola Radio Radicale l'autorizzazione alla registrazione integrale del dibattimento. Un processo che si presenta fin da subito imponente - con più di cento testi chiamati a deporre -, un'attenzione mediatica rilevante (dovuta anche all'imputazione del generale di brigata Alessandro Casarsa), e altrettanta pressione per metterlo in sordina.
Gli avvocati difensori hanno subito chiesto di distanziare maggiormente le udienze, lamentando un ritmo troppo serrato, ma la giudice ha tenuto duro: "Non posso trascinare il processo per anni". D'altronde, c'è voluto già quasi un decennio perché un pm - Giovanni Musarò - aprisse le indagini sulla coltre di silenzio che aveva seppellito la verità sulla morte del giovane geometra romano pestato da due dei militari che lo avevano arrestato il 15 ottobre 2009, condannati in primo grado nel novembre scorso per omicidio preterintenzionale.
Alla base degli insabbiamenti, secondo quanto riferito ieri in aula da Silipo, c'era fondamentalmente la preoccupazione di non infangare ulteriormente con il caso Cucchi "l'immagine dell'Arma, già sporcata dalla storia della tentata estorsione ai danni dell'allora governatore del Lazio". "Il ragazzo infatti - ha ricordato il capo della Squadra mobile citando tra l'altro varie conversazioni intercettate o registrate attraverso la radio di servizio - morì il 22 ottobre 2009 e il giorno dopo quattro carabinieri della Compagnia Roma Trionfale vennero arrestati per la vicenda Marrazzo". E naturalmente da parte dei militari coinvolti c'era il bisogno di proteggere se stessi, il proprio operato, l'immagine della caserma o del gruppo d'appartenenza.
Ecco perché, dopo la morte di Stefano, ai piantoni Gianluca Colicchio e Francesco Di Sano che erano di turno nella caserma di Tor Sapienza, dove Cucchi aveva passato la notte dolorante per le violenze subite, venne ordinato di correggere le annotazioni di servizio in modo da nascondere il reale stato di salute del giovane arrestato. Riferisce Silipo che durante alcune conversazioni registrate nel 2018 il luogotenente Colombo Labriola, all'epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza, parlò a suo fratello di quelle correzioni definendole "sostanziali e non di forma".
E, ricordando che le modifiche vennero ordinate tramite mail dall'allora vice comandante del Gruppo Roma Francesco Cavallo, racconta di aver girato perfino un video per immortalare quelle mail. Materiale che poi spontaneamente consegnò ai poliziotti della Squadra mobile durante una perquisizione. Quelle mail, e quei video, confidò a suo fratello, "sono il mio salvavita".
di Carmelo Musumeci
agoravox.it, 30 gennaio 2020
"L'articolo 27 della Costituzione parla di pena, non di carcere. Noi abbiamo una tradizione centrata sul carcere, ma la Costituzione lascia un campo molto aperto e non è detto che il carcere sia sempre la pena più adeguata" (Presidente della Corte Costituzionale).
Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, overdose, pestaggi, abusi, soprusi, sovraffollamento. Eppure nessuno ne parla, (o quasi, ma lo fanno in pochi) nessuno affronta il problema delle molte Guantanamo che ci sono in Italia. Non starebbe a me dire certe cose, io non ho la moralità e l'intelligenza dei nostri governati, politici, intellettuali e uomini di chiesa. Io sono un avanzo di galera, un delinquente, e per giunta pure ergastolano in liberazione condizionale, eppure sento il dovere di farlo lo stesso.
Tutti sanno che in Italia il carcere quando va bene è una fabbrica di stupidità umana e quando va male è una fabbrica di ingiustizia. È come se chi andasse all'ospedale morisse, invece di guarire. Il carcere così com'è produce carcere, si nutre di male per produrre altro male e nuovi detenuti. La privazione della libertà non dovrebbe essere considerata l'unica forma di pena, non lo dico io ma lo afferma l'attuale Presidente della Corte Costituzionale. Sì, è vero, il carcere, per qualsiasi classe politica e per qualsiasi governo, porta consensi e voti elettorali, ma sono consensi e voti che grondano sangue, morti e odio. Questa, a mio parere, non è più giustizia, è solo vendetta sociale, di uno Stato ingiusto che guadagna sulla sofferenza, sia delle vittime sia degli autori dei reati. Nei miei 29 anni di carcere ho capito che spesso i "buoni" fanno i criminali per nascondere di non essere buoni mentre i veri criminali fanno i forcaioli per continuare ad essere criminali.
Con il decreto di sicurezza bis si è andati a gettare benzina in fondo all'inferno. Ma proprio in fondo, nel girone più basso. Sembra che la società italiana davvero non voglia conoscere la verità sulle sue prigioni. Ai politici italiani non interessa sapere che le carceri scoppiano in tutta Italia, che i detenuti muoiono, che alcuni si tolgono la vita e che altri crepano psicologicamente. I politici, nella stragrande maggioranza, hanno dimenticato che anche i prigionieri sono uomini, e mai una parola o una riga sui 60.000 detenuti abbandonati a se stessi che vivono accatastati uno sopra l'altro. Vivere in questo modo toglie ogni rimorso per quello che si è fatto fuori.
I "muri" sono abbastanza alti da permettere di poter far finta di non vedere e udire la disperazione e le grida d'aiuto che vengono da dentro. Sembra che a nessuno importi sapere che nelle carceri italiane non c'è più spazio per vivere; che vivere uno sopra l'altro è una condanna aggiuntiva, una condanna moltiplicata dal punto di vista fisico, psichico, morale e sanitario; che il carcere in Italia non è solo il luogo dove vanno i delinquenti, (non tutti, quelli veri stanno fuori) ma è soprattutto la discarica sociale per gli emarginati, i diseredati, gli emigrati, i tossicodipendenti, i figli di un Dio minore, i ribelli. Basti pensare a Nicoletta Dosio, l'attivista No Tav di 73 anni, condannata a un anno di carcere dal tribunale di Torino, perché accusata insieme ad altri attivisti di aver aperto le sbarre di un casello autostradale durante una manifestazione di protesta.
di Nicolatta Dosio
Il Dubbio, 30 gennaio 2020
Ecco la lettera che Nicoletta Dosio ha inviato a "Potere al Popolo". La militante 74enne No Tav è in carcere dalla fine di dicembre del 2019 dopo la condanna a un anno, accusata insieme a altri attivisti di aver aperto le sbarre dei un casello autostradale durante una manifestazione di protesta.
"Carissime compagne e compagni, Eccomi a voi per un saluto, sia pure da lontano, dal mondo capovolto che da venti giorni mi tiene carcerata. "Carcerata", si, non "detenuta": "detenuta" è un eufemismo che non rende bene la realtà; lo stridere ferrigno delle chiavi che chiudono a doppia mandata il cancello della cella; i colpi di spranga della "battitura" alle inferriate, nelle ore più disparate del giorno e della notte, a prevenire evasioni impossibili; la convivenza forzata, a due a due, in cubicoli di due metri per quattro, il cui fine non è certo favorire la socialità, ma privarci di momenti indispensabili di solitudine, del silenzio buono che rigenera, che ti permette di riordinare i pensieri e i ricordi. Qui siamo come uccellini chiusi in gabbia, in una gabbia troppo stretta.
In questi luoghi, più che la violenza cieca dello stato che ci reprime (che pure esiste) colpisce la violenza subdola dei divieti immotivati, delle regole ad arbitrio, pesa la perdita della dimensione spazio- temporale e soprattutto, per chi come me è ancora nella sezione delle "nuove aggiunte" in stato di "media osservazione", la chiusura delle celle diciotto ore su ventiquattro. Eppure, nonostante tutto, la solidarietà tra recluse, magari un po' "petrosa", ma salda e immancabile, riesce a vincere anche la disumanizzazione del carcere: per tutte da parte di tutte, nei momenti bui, c'è la mano tesa, la parola che riesce a sdrammatizzare, il cibo offerto da cella a cella.
Certo, non sono questi i momenti delle grandi lotte per i diritti nelle carceri, eppure non riesce a prevalere la ' guerra tra poveri' su cui il sistema fonda da sempre il proprio dominio. Per questo, care compagne e compagni, sono serena e sperimento di persona, alla scuola del carcere, quanto da sempre andiamo teorizzando: che il carcere non è se non luogo di controllo sociale, di repressione contro gli ultimi, chi non ha voce e chi, individualmente e collettivamente si ribella; dunque da abolire.
Quest'esperienza conferma che le nostre ragioni sono giuste e che la guerra infinita contro gli errori umani e contro la natura non può portare se non alla catastrofe sociale e ambientale. Contro un sistema irriformabile non serve aspettare dalla delega la salvezza che non verrà: serve allargare il conflitto, senza farsi spaventare da un potere che, più che mai, è un gigante dai piedi d'argilla.
Mentre vi scrivo, si fa sera. La mia finestrella è in ombra, ma fuori i cortili sono inondati dal sole al tramonto. Anche il cemento, gli alberi polverosi addossati ai muri sembrano accarezzati da una precoce primavera. I passeri vanno e vengono dal davanzale oltre sbarre e reti, becchettano le briciole che riesco a spargere per loro.
Mi fanno compagnia i miei libri più cari, che sono riuscita a portare con me, e le centinaia di lettere che mi giungono ogni giorno: le guardo e sono felice perché vi sento tutte e tutti qui vicini, voi, la mia grande famiglia di lotta. E sento la profonda, emozionante verità che Rosa ci lascia in una sua lettera dal carcere di Wronke '... Rimanere umani significa gettare con gioia la propria vita nella grande bilancia del destino, quando è necessario farlo, ma nel contempo gioire di ogni giorno di sole e di ogni bella nuvola'. Questo il mio messaggio di saluto, con tenerezza.
di Rosaria Brancato
tempostretto.it, 30 gennaio 2020
Carmelo Marchese era stato trasferito nei giorni scorsi dal Paglierelli di Palermo al Madia. Le sue condizioni di salute non erano compatibili con il regime carcerario, ma in attesa che si svolgesse l'incidente probatorio richiesto dal suo difensore, è stato trovato morto nella sua cella nel carcere di Barcellona. Il cadavere di Carmelo Marchese è stato trovato lunedì poco dopo mezzogiorno, nel letto della sua cella e sarà l'autopsia a chiarire la causa della morte. Il detenuto messinese infatti soffriva di una serie di patologie, anche al cuore, aveva difficoltà respiratorie e assumeva farmaci.
Precarie condizioni di salute - Marchese era stato trasferito nei giorni scorsi da una comunità al carcere Pagliarelli di Palermo. Dopo la visita d'ingresso i medici avevano stabilito che viste le sue condizioni di salute sarebbe stato necessario il trasferimento in un carcere dotato di struttura sanitaria. Marchese quindi è stato portato a Barcellona. Nel frattempo il suo difensore, l'avvocato Giovanni Villari, aveva richiesto dapprima il ricovero in struttura adeguata e successivamente al rigetto dell'istanza aveva presentato richiesta di incidente probatorio (che avrebbe dovuto svolgersi la prossima settimana).
Ipotesi: omicidio colposo - Le condizioni di Marchese però evidentemente sono peggiorate e lunedì in tarda mattinata è stato trovato il suo corpo. La procura di Barcellona ha aperto un'inchiesta con l'ipotesi di omicidio colposo a carico di ignoti. La famiglia Marchese ha dato mandato all'avvocato Villari per la difesa. L'autopsia sarà eseguita dal medico legale Elvira Ventura Spagnolo mentre il perito per la difesa è il dottor Fabrizio Perri. Resta da accertare cosa sia accaduto e quando e quali siano le cause che hanno portato alla morte del deceduto.
di Emanuele Minca
Il Gazzettino, 30 gennaio 2020
Ancora bloccato il cantiere del nuovo istituto penitenziario da 300 posti del Friuli Occidentale, la cui costruzione è prevista a San Vito al Tagliamento: si attende il pronunciamento dei giudici del Consiglio di Stato. Un progetto che doveva essere ormai a buon punto nella sua realizzazione, ma che oggi è ancora fermo al palo.
Le ultime novità sul fronte giudiziario - perché è in tribunale che da mesi si sta decidendo il futuro del nuovo carcere - risalgono a metà novembre quando a Roma, al Consiglio di Stato, c'è stata l'udienza per il carcere sanvitese. Da allora non ci sono novità conferma il sindaco Antonio Di Bisceglie. Da quel pronunciamento si attende lo sblocco dell'iter per il ritorno delle ruspe nell'ex caserma Dall'Armi.
Decisione particolarmente attesa in municipio a San Vito, che fa riferimento al ricorso per ottemperanza promosso da Kostruttiva, impresa che aveva vinto la gara d'appalto indetta dal Provveditorato interregionale per le opere pubbliche del Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Il ricorso contro la sentenza del Consiglio di Stato, rovesciando il pronunciamento del Tar, aveva accolto la richiesta dell'impresa Pizzarotti, la quale aveva partecipato alla gara posizionandosi al secondo posto.
Il Consiglio di Stato ha deciso che l'opera andasse assegnata alla Pizzarotti: Kostruttiva ha quindi stoppato il cantiere che si era ormai insediato e aveva mosso i primi passi con l'operazione di bonifica dell'ex sito militare e aveva presentato il ricorso in ottemperanza per ottenere chiarezza in merito al pagamento dei lavori che ha eseguito prima del subentro. Al contempo, il Comune si era costituito in giudizio per far valere le proprie ragioni.
Il pronunciamento è molto atteso - spiega il sindaco - perché chiarirà il costo delle opere già realizzate dopo la posa della prima pietra e l'apertura del cantiere. Attendiamo la decisione dei giudici con l'auspicio che ripartano quanto prima i lavori di costruzione della struttura. L'iter della casa circondariale di San Vito era stato avviato il 18 dicembre 2013.
La spesa prevista è 25 milioni di euro circa, per un carcere innovativo da 300 posti. Anche il mondo della giustizia ha fatto sentire la propria voce affinché il carcere sanvitese venga costruito quanto prima. In particolare lo scorso settembre il procuratore Raffaele Tito, assieme al pm Federico Facchin, ha evidenziato al sindaco Antonio Di Bisceglie, in un incontro specifico che si è tenuto in tribunale, la necessità di una rapida realizzazione del nuovo carcere.
radiosienatv.it, 30 gennaio 2020
L'ha presentata la senatrice della Lega, Tiziana Nisini: "Da febbraio 2020 ulteriore peggioramento". "Ho rivolto al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede un'interrogazione urgente per sapere come intenda rimediare agli evidenti problemi che ad oggi sono presenti presso la casa circondariale di Santo Spirito a Siena e all'evidente carenza di risorse umane in servizio", dichiara la senatrice della Lega e commissario provinciale di Siena, Tiziana Nisini.
"Poco tempo fa durante una visita presso la casa circondariale sono stata messa al corrente di questa angosciante situazione. Infatti, anche le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria senese hanno più volte manifestato sulla situazione di grave carenza di organico, dove l'ambiente lavorativo sta diventando incontrollabile, sia per il sovraccarico di lavoro a cui sono sottoposti gli agenti, sia per la carenza di organico in rapporto alla qualità e alla quantità dei servizi di polizia richiesti", continua Nisini.
"La cosa ancora più grave è che a partire dal mese di febbraio 2020 ci sarà un ulteriore peggioramento, in quanto le 3 unità inviate come supporto dal carcere di San Gimignano torneranno in sede. Negli ultimi due anni si sono perse 8 unità di personale di Polizia penitenziaria (erano 45 nel 2017 e sono 37 nel 2020) a causa di un mancato completamento del turnover. Ad oggi - evidenzia la senatrice - mancherebbero ancora un commissario, 4 ispettori, 3 sovrintendenti e 5 agenti assistenti e l'età media degli operatori di Polizia penitenziaria nel carcere di Siena va progressivamente aumentando.
Ci aspettiamo - in conclusione - che il Ministro possa rispondere nel più breve tempo possibile e dica come intenda rimediare all'evidente carenza di risorse umane e se ritenga urgente l'incremento del personale organico dell'istituto. Situazioni come questa sono analoghe nella maggior parte delle case circondariali italiane, il Ministro Bonafede non continui a fingere di non esserne a conoscenza".
- Opera (Mi). Al di là delle barriere della disabilità, oltre i confini del carcere
- Andra (Bat). I taralli fatti a mano dai detenuti donati a Papa Francesco
- Roma. "Gli Ultimi saranno" arriva alla Camera: musica e teatro per i detenuti
- Cuneo. Se la giustizia per autori di reato può essere "riparativa": incontro-dibattito
- Bergamo. Nuova tappa per il "Percorso 5 sensi" nel carcere










