firenzepost.it, 29 gennaio 2020
La buona notizia è che il numero dei reati, a Firenze, sta calando. La cattiva notizia è che esplode il problema droga, in tutti gli strati sociali. Non basta: gli spacciatori arrestati, il giorno dopo sono nello stesso posto a vendere dosi. L'ha detto il ministro, Luciana Lamorgese, dopo il vertice sull'ordine pubblico in prefettura. È anche difficile tenere dentro gli spacciatori, parola del ministro, perché le carceri scoppiano.
E allora? Il sindaco, Dario Nardella, ha avanzato una soluzione: aprire, anche in Toscana, i centri per il rimpatrio degli extracomunitari irregolari che commettono reati. È una novità: fino a pochi fa gli esponenti del centrosinistra (presidenti della Regione Toscana compresi) si dichiaravano contrari ai centri. Ora Nardella ne parla, aggiungendo di voler coinvolgere ne progetto anche i sindaci delle ltre città capoluogo di provincia della Toscana.
"La situazione è del tutto sotto controllo - ha detto il ministro durante la conferenza stampa dopo il vertice con il prefetto, Laura Lega, il capo dlla polizia Franco Gabrielli e gli esponenti delle forze dell 'ordine - con un territorio florido dove ci sono 15 milioni di presenze l'anno a fronte di circa 380mila abitanti. E anche le periferie urbane sono curate.
Ho riscontrato una perfetta sinergia tra le istituzioni e i problemi vengono affrontati con serenità e in un progetto comune per il bene di questo territorio. C'è stata una diminuzione dei reati pur in presenza di una forte impennata nel 2017-18: nel 2019 si è registrata una flessione del 3,7% sul territorio metropolitano e dell'1% in città. Diminuiscono i reati in generale e un dato che emerge è l'aumento dei furti in appartamento, ma su questo le forze di polizia stanno operando con determinazione, possiamo dire che Firenze è una città sicura; come in tutte le città importanti non esiste la criminalità zero, teniamo conto che i reati sono diminuiti, già questo ci deve far sperare bene sulla percezione".
Sugli organici delle forze di polizia, ha continuato Luciana Lamorgese, "il sindaco di Firenze mi ha chiesto un incremento, per sapere se noi riusciremo a mandare nell'arco dell'anno dei numeri ulteriori di forze di polizia. Abbiamo detto che fra 2018 e il 2019 ne sono arrivati 130 in più, però già quest'anno sono previste innanzitutto 22 unità appartenenti alla polizia di Stato, e poi è prevista per l'Arma dei Carabinieri una rimodulazione degli organici nelle 12 stazioni, e anche per la Guardia di Finanza ho avuto assicurazioni che si arriverà alla copertura, alla pianificazione degli impieghi, cercando di coprire le carenze sul territorio, ricorrendo a coloro che stanno terminando i corsi specifici di formazione. Vedo un incremento positivo anche da parte delle altre forze di polizia, e quindi posso dire che su questo do garanzia che nell'arco del 2020 riusciremo a far fronte con gli ulteriori corsi che stanno per concludersi".
Sugli incidenti stradali del fine settimana, il ministro ha riferito di aver "mandato delle direttive ai prefetti perché ritengo sia stato pesante il numero delle vittime, soprattutto giovani, per fare di più, perché non si verifichino eventi tragici come quelli che abbiamo visto anche di recente. Dobbiamo porci nelle condizioni di evitare queste tragedie, e per questo faremo un incontro a livello centrale. Valuteremo anche l'ipotesi di fornire un kit fuori dalle discoteche, per evitare che i giovani si mettano alla guida con un livello alcolemico elevato.
Sul memorandum Italia-Libia "è stato costituito un gruppo di lavoro, abbiamo terminato quelli che sono gli interventi da portare avanti, e attualmente è in fase di chiusura e non appena avrà il via libera anche da parte del ministero degli Esteri, con cui abbiamo lavorato congiuntamente, andrà avanti. Quindi speriamo di poterlo portare a compimento nel giro di poco tempo. La parte nostra è stata fatta. A Zagabria si è avvicinato il ministro dell'Interno romeno per dirmi che avevano portato l'accordo di Malta al parlamento romeno ed era stato valutato positivamente. Quindi anche la Romania parteciperà da oggi a questi processi di redistribuzione, di relocation dei migranti che arrivano sulle nostre coste.
Questo accordo sta dando i suoi frutti. Oggi, purtroppo, c'è una situazione difficile dall'altra parte del Mediterraneo, dobbiamo gestirla in una certa maniera, d'accordo con l'Europa. Sono tornata venerdì da Zagabria con la condivisione da parte dei vari Stati che ci sia una gestione congiunta in Europa, perché questa esigenza che l'Europa partecipi a un processo di individuazione delle linee necessarie per gestire questo fenomeno così complesso, credo che ormai sia entrata nella mentalità dei vari Stati".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 gennaio 2020
Due sentenze hanno escluso la sua appartenenza alla mafia, ma nonostante la sua grave patologia era ancora al carcere duro: il guardasigilli il 14 gennaio ha firmato la revoca per nicola antonio simonetta.
Finalmente è finita l'ingiusta detenzione al 41bis - durata ben tre anni - del calabrese settantenne Nicola Antonio Simonetta, nonostante la presenza di due sentenze che escludevano la partecipazione al sodalizio mafioso. Una storia denunciata sulle pagine de Il Dubbio e che finalmente, grazie all'interessamento di Rita Bernardini del Partito Radicale che ha sollecitato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ad occuparsi del caso, è andata a buon fine.
Il guardasigilli con decreto del 14 gennaio, ha revocato lo speciale regime penitenziario e indicato di trasferirlo in un'altra Casa circondariale dotata dei presidi sanitari necessari alla salvaguardia della salute di Simonetta, vista la sua particolare patologia.
L'avvocata difensore Maria Elisa Lombardo, del foro di Locri, ha appreso che lunedì scorso è stato finalmente trasferito dal carcere di Parma dove era recluso in regime duro al centro clinico del carcere di Secondigliano. Finisce così l'incubo per Simonetta di vivere recluso nella frontiera massima dell'intervento punitivo dello Stato senza essere né un mafioso né un terrorista come risulta da ben due sentenze. A questo si aggiunge anche la sua delicata condizione di salute: ha il morbo di Crohn e non curabile in regime duro.
Una situazione singolare che nasce da un procedimento giudiziario molto complesso e che l'avvocata è riuscita, in parte, a decostruirlo in appello. Il procedimento più importante, per il quale Simonetta è stato condannato al 41bis, riguarda la famosa operazione "new bridge" e prende le mosse da una ampia indagine internazionale, nella quale la Dda di Reggio Calabria, in collaborazione con l'Fbi americana, ha investigato con lo scopo di mettere a fuoco eventuali collegamenti tra esponenti legati alla famiglia mafiosa dei Gambino di New York e soggetti italiani legati, o appartenenti, alle famiglie mafiose della 'ndrangheta calabrese.
L'indagine parte e si concentra intorno alla figura di Franco Lupoi, un italoamericano che vive a Brooklyn, con qualche precedente penale, considerato attiguo alla famiglia dei Gambino, al quale verrà presentato un'agente provocatore, tale Jimmy, che si fingerà interessato a traffici illeciti. L'avvocata Lombardo che difende Simonetta, spiega che tutto l'impianto accusatorio nasce da due fondamentali e mai provati presupposti: uno, che Lupoi appartenesse alla famiglia dei Gambino di New York, ma in dibattimento è emerso che abbia fatto solo da autista per un certo periodo di tempo. Due, che l'agente provocatore Jimmy si "inserisce" in una pianificazione di compravendita di eroina per raccogliere riscontri investigativi, ma, non è mai emersa, né tantomeno è mai stata dimostrata, la realtà di un preesistente traffico di sostanze stupefacenti tra l'Italia e l'America nel quale Lupoi fosse coinvolto.
Cosa c'entra Simonetta in tutto questo? Lupoi è suo genero in quanto ne ha sposato l'unica figlia. La prima severa condanna, poi riformata in appello, nasce dalla convinzione dei giudici di primo grado che Simonetta sia stato il "regista occulto" del traffico internazionale di sostanze stupefacenti organizzato da Lupoi e Jimmy.
L'avvocata Lombardo riesce a decostruire l'impianto accusatorio evidenziando che il coinvolgimento emerge sostanzialmente da un unico episodio, datato 20 aprile 2012, in cui Simonetta, Jimmy e Lupoi hanno un fugace incontro di pochi minuti. Le indagini porteranno a monitorare due soli episodi di cessione di sostanza stupefacente avvenuti tra Reggio Calabria e New York tra Lupoi e Jimmy. Da tutto ciò si pianificava che si sarebbe dovuto avviare un intenso e continuativo traffico che però non è mai partito.
"Tant'è che nell'inerzia delle parti - sottolinea l'avvocata Lombardo -, le autorità stanche di attendere ulteriori sviluppi, decidono di chiudere l'operazione nel febbraio 2014". In sostanza, in primo grado, Simonetta è stato condannato a 27 anni di reclusione perché avrebbe - pur non comparendo mai - occultamente coordinato il traffico che altri (Jimmy e Lupoi) stavano organizzando. Poi è arrivata la sentenza di secondo grado che ha derubricato il reato in capo al Simonetta in una mera partecipazione ad una associazione semplice. Ora, per Simonetta, è almeno finito l'incubo del 41bis.
napolitoday.it, 29 gennaio 2020
"Lavoreremo affinché questo progetto cresca e divenga uno strumento riabilitativo e di reinserimento socio-lavorativo per tutti coloro che cercano di riscattarsi dalla pena detentiva", afferma l'assessore Buonanno. Ha preso il via il progetto "Mi riscatto per Napoli", nato dalla collaborazione fra l'Amministrazione comunale e il Centro Penitenziario di Secondigliano, con la volontà di sperimentare e considerare il lavoro come misura riabilitativa e di avvicinamento a percorsi di legalità.
"Per la prima volta, due persone detenute - spiega l'Assessore comunale alle Politiche Sociali e al Lavoro Monica Buonanno - sono state accompagnate nel quartiere di Scampia, dove hanno iniziato un'attività di giardinaggio coadiuvate dal personale responsabile, prestando servizio volontario e gratuito: con questo progetto, abbiamo messo al centro il tema del lavoro inteso come misura complementare alla detenzione. Pensare al lavoro come alternativa valida di riabilitazione del detenuto permette di dare dignità alle persone inserendole in percorsi di legalità: come Amministrazione ci stiamo fortemente battendo per intraprendere strade che siano alternative alla pura reclusione, valutando la possibilità di percorsi che facciano della rieducazione e del riavvicinamento al contesto sociale circostante il loro punto di forza".
"Dopo tanto lavoro - conclude la Buonanno - che ha visto il contributo dell'Assessore Del Giudice ed è stato portato avanti insieme al Dirigente del Servizio Politiche di Integrazione e Nuove Cittadinanze Fabio Pascapè e la Direzione della VIII Municipalità, sono lieta che questo progetto abbia finalmente preso avvio. Ringrazio anche l'amministrazione penitenziaria con la quale proveremo ad implementare le attività di programmazione di 'Mi riscatto per Napoli'. Lavoreremo affinché questo progetto cresca e divenga uno strumento riabilitativo e di reinserimento socio-lavorativo per tutti coloro che cercano di riscattarsi dalla pena detentiva".
Il Riformista, 29 gennaio 2020
Anche se il procuratore di Gorizia non lo esclude, la morte del migrante georgiano Vakhtang Enukidze nel Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di Gradisca d'Isonzo non sarebbe stata causata dalle percosse. È quanto è stato rilevato dall'autopsia condotta nell'ospedale di Gorizia. "Si può escludere che ci siano state lesioni traumatiche importanti tali da poter essere messe in concausa con il decesso, c'erano lesioni superficiali di difficile datazione, forse anche pregresse, ma niente di così rilevante", ha detto il medico legale del Garante dei detenuti Lorenzo Cociani, intervistato dal TgR Friuli Venezia Giulia. "Da un'analisi macroscopica - ha aggiunto Cociani - non sembrano emergere dati evidenti che facciano pensare a una patologia" come causa del decesso. Per avere un quadro completo bisognerà attendere l'esito degli esami tossicologici e istologici.
"Non escludiamo al cento per cento cause di tipo violento": c'è una prima indicazione che arriva dall'autopsia, ma occorre "prudenza" ed è presto per dare "un'indicazione precisa e univoca", commenta il Procuratore di Gorizia Massimo Lia. Ad ogni modo Il Garante nazionale delle persone private della Libertà, Mauro Palma, fa sapere che "seguirà con molta attenzione i risultati degli esami tossicologici e sottolinea il dovere per chiunque fosse stato testimone, o abbia avuto contezza del verificarsi di episodi di comportamenti lesivi nei confronti del signor Vakhtang di informarne l'autorità giudiziaria". "Non deve esserci spazio - prosegue il Garante dei detenuti - per nessun sospetto di omertà o di impunità rispetto alla morte di un giovane uomo mentre era sotto la responsabilità dello Stato".
A fronte della ricostruzione della dinamica della morte del detenuto ancora in fase di accertamento, l'assessore regionale alla Sicurezza del Friuli Venezia Giulia, il leghista Pierpaolo Roberti, dichiara: "La morte di una persona è sempre un fatto tragico ma, alla luce degli esiti degli esami autoptici sulla vittima, credo siano doverose le scuse di chi negli ultimi giorni ha insinuato l'ipotesi di un pestaggio o che ci si trovasse di fronte ad un nuovo "caso Cucchi", arrivando addirittura ad avanzare accuse di insabbiamenti". Roberti parla di risultati "che non evidenziano lesioni traumatiche importanti" e sottolinea come la Regione ha da subito difeso le forze dell'ordine "dalle accuse infamanti che oggi sono state smontate dagli esami svolti, peraltro, alla presenza di un perito di parte". "Se ora la Polizia di Stato deciderà di difendere la propria immagine in sede giudiziaria - conclude Roberti - la Regione non potrà che valutare la propria costituzione parte civile in un eventuale processo".
"Il lavoro della Magistratura - commenta a sua volta l'ex presidente della Regione, Deborah Serracchiani in risposta alle asserzioni dell'assessore leghista - va rispettato dall'inizio alla fine e non va strattonato in un senso o nell'altro: tutti dovrebbero chiedere che si faccia luce rapidamente ma non che la verità confermi posizioni politiche o d'altra natura". "Se il Procuratore di Gorizia si mantiene prudente nel corso dello svolgimento di un'indagine delicata - prosegue la deputata del Partito democratico - l'istituzione Regione dovrebbe esserlo ancora di più. Lo stesso vale per chi ha subito evocato parallelismi con casi di violenza e depistaggio".
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 29 gennaio 2020
Gradisca, dietro il caso del georgiano morto un'enclave ingovernabile ad alta tensione. Assistenza al minimo, scappano anche i medici. Si moltiplicano i casi di autolesionismo.
Così non può funzionare. Il Centro di permanenza per rimpatri di Gradisca d'Isonzo sembra nato apposta per essere una polveriera. E aperto da poco più di un mese e già c'è scappato il morto. Le rivolte sono quotidiane. Gli interventi degli agenti in assetto antisommossa, quasi all'ordine del giorno. Gli ospiti del Cpr - una sessantina, la maggior parte provenienti dal Nord Africa attendono l'espulsione in una sorta di enclave del nonsenso: non possono uscire, ma se fuggono non sono formalmente evasi perché la detenzione è di tipo amministrativo; è proibito avere il cellulare ma hanno diritto a telefonare; possono spaccare gli infissi delle finestre o scavare un tunnel sotterraneo (è accaduto già due volte) e non sono passibili di niente; non sono in prigione, eppure vivono in gabbie d'acciaio.
La storia del 38enne georgiano Vakthang Enukidze, trovato privo di conoscenza nella sua cella e poi deceduto (la procura di Gorizia ha aperto un'inchiesta per omicidio volontario), dice molto su cosa siano, e su come vengano gestiti, i Cpr. I nuovi "non luogo" d'Italia. Ibridi, metà carcere e metà campi di accoglienza, ingovernabili. Partiamo da una domanda: perché Vakthang Enukidze era qui?
Il georgiano è entrato il 19 dicembre, tre giorni dopo l'inaugurazione, insieme al gruppo di 35 rivoltosi che avevano appena devastato un intero padiglione del Cpr di Bari. Con una mossa assai infelice il Viminale li ha trasferiti tutti a Gradisca invece di separarli e smistarli in varie strutture. Enukidze doveva essere rimpatriato perché senza permesso di soggiorno e già autore di alcuni reati contro il patrimonio, compreso un tentativo di rapina a Roma.
Il suo passato, da queste parti, non lo ha reso certo una mosca bianca: quasi il 90 per cento degli ospiti proviene dal fine pena. Hanno scontato reati e sono in attesa che il loro Paese conceda il nulla osta al rimpatrio. Alcuni hanno disturbi psichiatrici. In altre parole, non sono soggetti semplici da trattare. A maggior ragione se affidati, come a Gradisca, alla custodia di una cooperativa con risorse economiche ridotte all'osso dalla diabolica eredità lasciata dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini.
L'ente gestore è la padovana Edeco Onlus, un nome già noto alle cronache: la coop è stata amministratrice del problematico Centro di prima accoglienza di Cona (fino a 1.400 migranti accolti, nel 2017 vi morì una venticinquenne ivoriana) ed è finita in un paio di indagini che ipotizzano, a vario titolo, la turbativa d'asta, la frode in pubbliche forniture, l'abuso d'ufficio, la corruzione. I suoi dirigenti sono attualmente sotto processo a Padova. Ciò non ha impedito alla Edeco di partecipare e vincere il bando di gara della Prefettura di Gorizia.
La vecchia caserma militare Ugo Polonio, riadattata prima a Cie (Centro di identificazione ed espulsione) e ora a Cpr, ha 150 posti, ma solo in teoria: un'ala e la mensa sono vuote perché l'impianto di riscaldamento è rotto. Ci sono undici postazioni telefoniche fisse che funzionano con la scheda magnetica della Telecom, praticamente introvabile. A mandare avanti il centro la Edeco ha messo sei operatori, tutti stranieri, che di notte si riducono a due.
È attivo un presidio sanitario, in cui però la presenza del medico libero professionista è garantita solo per cinque ore al giorno. Tanto è complicato lavorare in queste condizioni che la prima dottoressa chiamata dalla coop ha lasciato dopo un paio di settimane. Agenti di scorta al personale "Chi è li dentro sa di essere all'ultima spiaggia: arrivano a tagliarsi la pelle o a bere lo shampoo, pur di farsi portare al pronto soccorso e tentare la fuga", racconta Gianni Cavallini, ex direttore del Dipartimento prevenzione della asl Bassa Friulana-Isontina.
All'ospedale di Gorizia hanno già registrato una cinquantina di accessi di migranti per atti di autolesionismo. "Dal punto di vista sanitario la Edeco non ha ancora trovato una stabilità. Le gabbie hanno un impatto psicologico terribile. Quando l'ho visitato ho avvertito un grande disagio, si sentivano urla disperate, quasi come fosse un luogo di torture".
La Questura è stata costretta ad aumentare il numero di agenti incaricati della vigilanza e dell'ordine pubblico interno: non è raro vedere poliziotti scortare operatori della coop mentre servono i pasti. L'eredità di Salvini E qui si arriva al peccato originale di queste strutture, volute dall'allora ministro Minniti nel 2017 e geneticamente modificate dal suo successore. Salvini, durante il suo mandato al Viminale, ha infatti tagliato i capitolati d'appalto per l'accoglienza, che prima in media erano di 35 euro a migrante al giorno, ora sono di 25 euro.
Di conseguenza sono diminuiti servizi essenziali e il personale è meno qualificato. Non è un caso che le prime quattro classificate nella gara pubblica (Badia Grande, Freedom Onlus, Ospita srl, Consondo Matrix) siano state escluse dalla prefettura di Gorizia: intendevano pagare i dipendenti con stipendi inferiori ai minimi salariali.
L'impronta di Salvini si avverte anche nella permanenza massima degli ospiti, portata da tre a sei mesi dal suo Decreto Sicurezza e, secondo gli operatori, alimentatrice di tensioni. Manca poi un regolamento ad hoc per i Cpr, il ministero dell'Interno non l'ha ancora emanato. Si va avanti con le norme che venivano applicate per i Cie. A certificare, una volta di più, la natura meticcia dei Centri di permanenza per rimpatri. Non sono carceri. Eppure lo sono.
estense.com, 29 gennaio 2020
Giornata di studio con i detenuti-attori. Czertok: "Ponte straordinario tra il carcere e la società civile". Parte da Ferrara e da Teatro Nucleo il nuovo partenariato strategico Erasmus+ "Attuando vite nuove", dedicato a creare un ponte tra il carcere e la città attraverso il teatro. Ferrara diventa così centro di attività e riflessioni sull'educazione con il teatro in carcere, con la presenza di Teatro del Norte (Spagna), della Compagnia tedesca Z3 (Berlino) e degli ungheresi Ures Ter di Pecs, coinvolti in una settimana di convegni condotta da Teatro Nucleo.
In particolare, giovedì 30 gennaio presso la casa circondariale G. Satta di Ferrara - dove Teatro Nucleo opera dal 2005 - si terrà una giornata di studio con la partecipazione dei detenuti-attori impegnati nella produzione di "Album di famiglia", spettacolo ispirato all'Amleto di Shakespeare, una cui prima versione è stata presentata nell'ambito del Festival di Internazionale nello scorso ottobre.
"Il teatro è un catalizzatore efficacissimo per l'alfabetizzazione e l'acquisizione di nuove competenze per il reinserimento dei detenuti, rappresentando un ponte straordinario tra il carcere e la società civile a fine pena, quando è necessario trovare casa e lavoro, superando lo stigma", racconta Horacio Czertok co-fondatore di Teatro Nucleo, attivo da più di quindici anni all'Arginone con progetti di teatro carcere che rappresentano ormai un'eccellenza riconosciuta a livello internazionale e che gli hanno valso la nomina a ambasciatore per la Regione Emilia Romagna della piattaforma Epale- Electronic Platform for Adult Learning in Europe.
Con questa nomina e con il progetto Attuando vite nuove, Ferrara vede riconosciuta l'esperienza più longeva dell'Emilia Romagna, quella di Teatro Nucleo, che ha suscitato la nascita del coordinamento regionale dei teatri-carcere dando vita ad una rete regionale e ha quindi generato progetti attraverso i quali la rete regionale agisce in parallelo con quella internazionale, che risulta dai vari progetti sviluppatisi negli anni in Francia, Belgio, Germania, Spagna, Portogallo, Cipro, Grecia, Ungheria, Lituania, Russia, Svezia, Danimarca, Malta, Inghilterra, Paesi Bassi, Argentina, Cile, Colombia, Messico.
"In questo modo, i risultati delle esperienze hanno modo di confrontarsi e interagire, assunto estremamente rilevante in quanto non esistono istituti nei quali si possa acquisire la formazione necessaria al teatro in carcere".
latinaoggi.eu, 29 gennaio 2020
Il consigliere regionale del Lazio Eleonora Mattia ha annunciato l'avvio di un dialogo con l'ateneo di Roma Tre. Non solo istruzione superiore, ma anche una prospettiva universitaria. È questa la novità che riguarda il carcere di Velletri, appresa grazie a un annuncio effettuato dal consigliere regionale del Lazio, Eleonora Mattia, che ieri mattina ha visitato il penitenziario di Lazzaria in occasione della cerimonia di consegna di tre diplomi di maturità ad altrettanti detenuti che hanno conseguito il titolo di studio all'interno dell'istituto di pena.
L'evento è stato inquadrato nel corso dell'iniziativa "Agricoltura sociale - Istruzione come forma di riscatto": hanno preso parte, oltre all'esponente del Pd alla Pisana, anche il sindaco di Velletri, Orlando Pocci; l'asssessora regionale all'Agricoltura, Enrica Onorati; il consigliere regionale Salvatore La Penna; la direttrice della casa circondariale, Maria Donata Iannantuono; il dirigente scolastico dell'Istituto "Cesare Battisti" Eugenio Dibennardo; il referente scolastico presso il carcere, professor Antonino Marrari.
In qualità di presidente della IX commissione della Regione Lazio che si occupa di Istruzione, Lavoro e Diritto allo studio, la Mattia ha spiegato: "Abbiamo visitato le serre, la fungaia e i luoghi dove vengono prodotti olio e vino, toccando con mano l'entusiasmo con cui i detenuti si impegnano in queste attività, consapevoli che istruzione e cultura siano gli unici veri stimoli per crescere e riscattarsi, una sorta di ascensori sociali di cui non possiamo fare a meno. Non è un caso che nel carcere ci siano anche 10 iscritti all'università, motivo per cui, insieme alla direttrice, abbiamo lanciato la sfida per attivare nel prossimo anno, oltre all'Istituto alberghiero (già previsto) anche il corso Its di Enologia e, in tempi brevi, un percorso distaccato con l'università Roma Tre". Una novità interessante, dunque, che consentirà ai detenuti altre possibilità di reinserimento sociale e di arricchimento del proprio bagaglio personale di esperienze.
di Lorenzo Rosoli
Avvenire, 29 gennaio 2020
Il direttore Gualzetti: "Ma è solo la punta dell'iceberg di un problema devastante". I giocatori patologici? Più spesso uomini che donne, fra i 50 e i 70 anni d'età. "Questi dati mostrano solo la punta dell'iceberg. Ma bastano a far capire quanto gravi possano essere le conseguenze dell'azzardo patologico per i giocatori e le loro famiglie. A partire dalla riduzione in povertà di chi, magari, povero non era". Così Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, commenta gli esiti della ricerca sul "Gioco d'azzardo problematico" realizzata sui dati del biennio 2017-2018 raccolti in 115 dei 390 centri d'ascolto presenti in diocesi di Milano.
L'"emerso" - Ebbene: 46 centri d'ascolto - sui 115 che hanno risposto al questionario inviato dalla Caritas - "hanno complessivamente incontrato 162 persone che nel corso dei colloqui hanno esplicitato di avere problemi legati al gioco d'azzardo, proprio o di altri, anche se questi non rappresentavano la richiesta principale per la quale si erano presentati al centro", si legge nella ricerca svolta dall'Area dipendenze di Caritas Ambrosiana con l'Area Centri d'ascolto e l'Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse. Le loro caratteristiche? Più spesso uomini che donne, fra i 50 e i 70 anni d'età o, in seconda battuta, fra i 30 e i 49. A segnalare il problema è più spesso il coniuge che il giocatore stesso. E il maggior numero di casi si è riscontrato nella Zona pastorale di Milano.
Problemi e risposte - I problemi più spesso segnalati dai centri d'ascolto in relazione al "gioco problematico"? Quelli economici, fino all'indebitamento. Ma anche le difficoltà nelle relazioni e i problemi legali, fino ad arrivare alla dipendenza da alcol o droghe. Le risposte date dagli stessi centri? In primo luogo: la fornitura di generi di prima necessità. Quindi: l'invito ai servizi sociali, ai servizi specifici per le dipendenze, a quelli per l'indebitamento, ai gruppi di auto-aiuto. E in alcuni casi allo sportello diocesano per familiari di giocatori "problematici" che Caritas gestisce dal 2015.
Un numero per ripartire - "Lo sportello - che nel tempo ha ricevuto finanziamenti nell'ambito dei progetti regionali sulla prevenzione e contrasto al gioco d'azzardo patologico, l'ultimo dei quali negli scorsi mesi - offre ai familiari ascolto e supporto educativo, psicologico, legale, economico-finanziario ed è realizzato con la Fondazione San Bernardino e l'Ordine degli Avvocati di Milano - ricorda un comunicato Caritas -. L'accesso è gratuito. Il primo colloquio va fissato chiamando l'Area dipendenze allo 02.76037261".
Il "sommerso" - La ricerca, inoltre, ha stimato in circa 200 le persone che si sono rivolte ai centri d'ascolto per chiedere aiuto, senza che dai colloqui emergesse esplicitamente il problema dell'azzardo - magari nascosto per vergogna o imbarazzo - ma che operatori e volontari hanno percepito essere fra le cause delle difficoltà personali o familiari. Una circostanza segnalata da 80 centri su 115.
L'impatto dell'online - Ad aprire la via alla sempre maggiore diffusione del gioco patologico "non è stata solo la moltiplicazione esponenziale dell'offerta di luoghi in cui giocare, alla quale abbiamo assistito negli ultimi vent'anni, ma anche l'introduzione dell'azzardo online che consente di scommettere a tutte le ore, ovunque, in modo solitario", sottolinea Laura Rancilio, responsabile dell'Area dipendenze di Caritas Ambrosiana. Si apre così la via ai "comportamenti compulsivi". Di persone a forte rischio di indebitamento. E di usura.
Prima che sia troppo tardi - L'azzardopatia azzera patrimoni e risparmi, fa perdere il lavoro, manda in frantumi matrimoni e famiglie. "E spinge alla disperazione - conclude Gualzetti. Che oltre 300 famiglie, senza storie di grave povertà alle spalle, abbiano dovuto chiedere aiuto ai centri d'ascolto, dimostra quanto sia devastante l'impatto dell'azzardo sulla vita delle persone. Un prezzo troppo alto da pagare, su cui da anni chiediamo una seria riflessione pubblica. Occorre moltiplicare gli sforzi per far emergere il fenomeno, "intercettare" le vittime prima che la situazione sia troppo compromessa, e avviare percorsi di prevenzione, accompagnamento e cura".
di Luca Imperatore
gnewsonline.it, 29 gennaio 2020
Si è svolta questa mattina nell'aula bunker del carcere di Trani l'ultima udienza del processo "Pandora" che vede coinvolti quasi novanta imputati, presunti appartenenti alla mafia barese. Tutte le udienze si sono svolte ricorrendo al servizio di multivideoconferenza che ha permesso a 88 detenuti di alta sicurezza di essere contemporaneamente video-collegati dai rispettivi penitenziari. Si è trattato di un percorso senza precedenti per il sistema di videoconferenze fortemente voluto dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede e dal capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Francesco Basentini.
Il processo, che vedeva coinvolti i presunti affiliati ai clan Diomede-Mercante e Capriati di Bari, accusati di associazione mafiosa pluriaggravata, tentato omicidio, rapina, furto, lesioni personali, sequestro di persona e violazioni della sorveglianza speciale, è iniziato il 20 maggio 2019 con rito abbreviato nel Tribunale del capoluogo pugliese. Il nome, "Pandora", scelto dagli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, intende far riferimento al nome del mitologico vaso greco in cui sarebbero racchiusi tutti i mali.
Visto l'alto numero di imputati è stato deciso di affidarsi alla tecnologia della videoconferenza e spostare le udienze nell'aula bunker del carcere di Trani predisposto per questo tipo di dibattimento. Il grande lavoro di squadra, durato circa tre settimane, che ha visto coinvolti gli istituti penitenziari, la Dgsia e l'ufficio multivideoconferenze del Dap coordinato dall'Ispettore Superiore Luigi Chiani, ha permesso di seguire simultaneamente su 20 monitor gli 88 detenuti, collegati da 27 siti diversi. Numeri mai raggiunti in precedenza. L'udienza camerale (senza pubblico) si è svolta questa mattina a porte chiuse con la presenza solo di giudici e avvocati.
Grazie a questa strategia organizzativa, è stato possibile elevare i livelli di sicurezza nella gestione del processo e conseguire un risparmio importante sotto il profilo dell'impiego di unità di personale del Corpo di Polizia Penitenziaria oltre che dei mezzi di trasporto per il trasferimento dei detenuti.
di Gad Lerner
La Repubblica, 29 gennaio 2020
Pochi lo ricordano, ma il primo ad allestire la messinscena di una spedizione punitiva sotto la residenza di una persona indicata come meritevole di pubblica persecuzione fu Matteo Salvini, nel maggio 2014. Si trattava di Elsa Fornero. "Meno male che non è in casa perché mi prudono le mani", dichiarò minaccioso, a favore di telecamera, il futuro ministro dell'Interno.
Che due anni dopo replicò l'appostamento dei suoi seguaci sotto il domicilio dell'ex ministra. La pratica dell'intimidazione squadristica -sappiamo dove abiti, d'ora in poi non vivrai più tranquillo - trova i suoi cattivi maestri nel presente, non solo nel passato. Non possono fingere stupore se ora assistiamo al passaggio dalla violenza verbale, sparsa nei social e in tv, all'assedio fisico rivendicato come espressione di collera popolare.
La svastica abbinata alla scritta "troia negra" dietro la vetrina in frantumi nel bar di una cittadina italiana di origine marocchina, a Rezzago; la stella di Davide usata come marchio identificativo sulla porta di una ex deportata nel lager di Ravensbruck, a Mondovì; il "crepa sporca ebrea" scritto sul muro di un'abitazione di Torino: sono i richiami storici, i feticci di un'aggressività latente cui si è concessa licenza di parola; e quindi ne approfitta puntando al salto di qualità.
Prendono i simboli del Male e li brandiscono in sintonia con l'auspicio diffuso della cattiveria al potere, sulla scia del plauso che riscuotono nella pubblica arena gli spacciatori del verbo trucido, presentato come voce del popolo. Non a caso, in questi giorni, anche gli asiatici vengono fatti oggetto di sputi, minacce e offese in diverse città italiane.
Trattati come untori, colpevoli di impestarci con il coronavirus che l'ignoranza e la xenofobia descrivono annidato perfino nelle cucine dei ristoranti cinesi. C'è una componente sadica nella parodia di caccia all'uomo orchestrata intorno alla Giornata della Memoria. Confida nel piacere che può suscitare nell'animo degli incarogniti. Li lusinga con l'umiliazione dei malcapitati presi a bersaglio, vivi o morti che siano.
Le imprese di questa nuova forma di squadrismo assecondano una tendenza diffusa nella società dell'incertezza, se è vero che ormai anche le fiction di maggior successo, non solo i talk show, prediligono nel ruolo di protagonisti i rough Nero, che più sono infami più ci piacciono. Perché allora Hitler e i nazisti non dovrebbero ritrovare il posto che si meritano in questa allegoria di guerra sociale, etnica e culturale, per il momento (ma fino a quando?) ancora incruenta?
"C'è tanta omertà in giro, sembra quasi che sia colpa mia se mi hanno distrutto il bar", ha detto sconsolata Madiha, colpevole di non essere una bresciana autoctona. Mentre la torinese Maria per ora ha deciso di non cancellare la scritta antisemita per ricordarci che "la storia antica a volte ritorna". Ci ha messo una settimana Facebook per decidersi a rimuovere il video della citofonate bolognese di Salvini, contornato da giornalisti sorridenti che lo scambiavano forse per un genio della comunicazione anziché incalzarlo come propagandista dell'odio.
Il guaio è che i partiti dell'estrema destra hanno imparato a usare l'espediente retorico di fare sfoggio dei principi liberali per rivendicare il diritto di schernire e minacciare i loro capri espiatori. Non a caso si sono battuti per l'abrogazione della legge Mancino che punisce l'incitamento all'odio razziale. Troppe volte ignorata per timore di ledere la libertà d'espressione. Col risultato che stiamo passando dalle parole ai fatti.
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