di Gianni Bazzoni
La Nuova Sardegna , 28 gennaio 2020
Accuse dai familiari di Griner, detenuto 41bis che ha ferito un agente. Il messaggio rilanciato da Unida nella sua bacheca Facebook. Qualche giorno fa ha aggredito un agente della Polizia penitenziaria conficcandogli una penna in faccia e rischiando di lesionargli un occhio. Ora i suoi familiari - con un post pubblicato sul profilo Facebook del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Antonello Unida, che poi lo ha rilanciato - denunciano che a Bancali c'è qualcosa che non va e usano termini pesanti. Parlano anche di una presunta aggressione ai danni del loro congiunto.
Lui è Filippo Griner, 38 anni di Andria, recluso nel carcere di Bancali in regime di 41bis, e la moglie Maria Pistillo sabato pomeriggio ha depositato una querela ai carabinieri della compagnia di Andria dove si è presentata insieme al padre del detenuto e a una sorella. Sarà una inchiesta dell'autorità giudiziaria a chiarire gli aspetti della vicenda, e forse già oggi si potrebbero conoscere elementi ulteriori.
Intanto si può prendere atto dell'insolita iniziativa dei familiari di un detenuto della sezione di massima sicurezza che scelgono la bacheca del profilo del Garante comunale per lanciare accuse pesanti sul funzionamento della struttura carceraria sassarese, fino a sostenere che il loro congiunto sarebbe stato "pestato dalle guardie". Sotto il post oltre cento commenti e condivisioni, un vortice pericoloso come tutte le incursioni sui social che si trascinano dietro ogni cosa. Come succede quando si tratta di 41 bis, dal carcere non trapela niente.
E il Garante che ieri pomeriggio si è presentato a Bancali con l'intenzione di verificare le effettive condizioni di Filippo Griner ha dovuto prendere atto del cortese invito a tornare questa mattina. Cosa che farà uno dei difensori del recluso, l'avvocata Maria Teresa Pintus. Ma cominciamo da capo.
Venerdì mattina un agente del Gom in servizio a Bancali viene ferito al volto da un detenuto che lo colpisce con una penna. Il tappo gli resta conficcato in faccia. Soccorso e accompagnato in ospedale viene operato e i medici gli assegnano una prognosi iniziale di 20 giorni di cure. Il detenuto è Filippo Griner, viene immobilizzato e disarmato, "lo strumento" sequestrato. Una operazione non semplice, tanto che ci sarebbe stata una colluttazione tra agenti e il recluso. Il suo avvocato Giangregorio De Pascalis nel pomeriggio ha un appuntamento per il colloquio telefonico ma non riesce a parlargli perché da Trani gli comunicano che "non c'è linea con Bancali". Ancora non è informato di quanto accaduto nella mattinata.
Lo scopre il giorno dopo. Sabato nel primo pomeriggio, la moglie di Griner va dai carabinieri di Andria. Racconta - e mette a verbale - che alle 12,30 dal carcere di Trani è stata messa in contatto telefonico con il marito recluso a Bancali. "Solitamente faccio parlare prima i bambini - racconta - ma oggi Filippo ha chiesto di passare subito il telefono a me. Con voce flebile mi ha detto che intorno alle 7 circa 20 guardie lo avevano massacrato di botte e che gli sanguinava il petto. Io ho cercato di tranquillizzarlo ma lui mi ha detto di avvisare subito i nostri avvocati".
Nella denuncia, la donna ha chiesto "di poter avere notizie aggiornate sullo stato di salute di mio marito, anche perché i legali non potranno avere un colloquio con lui prima di martedì". La moglie di Griner ha anche sottolineato di avere visto il marito nel colloquio del 23 dicembre dello scorso anno (è previsto un incontro al mese per i reclusi del 41 bis) e di non avere notato situazioni anomale.
Il prossimo colloquio dovrebbe avvenire a febbraio. Intanto i legali del detenuto hanno inviato una richiesta con posta elettronica certificata per chiedere chiarimenti e un colloquio con il loro assistito. Sull'episodio già oggi scatteranno ulteriori accertamenti in relazione all'aggressione all'agente della polizia penitenziaria e ad eventuali fatti che potrebbero essersi verificati successivamente e dei quali, al momento, non esiste alcuna certezza. Tra l'altro negli ambienti interessati dalla vicenda sono operative le telecamere che registrano quello che accade.
rsi.ch , 28 gennaio 2020
Gli effetti della società del "rischio zero" sulle persone sottoposte a una misura di internamento. In Svizzera, non tutti coloro che si trovano in carcere hanno una pena da scontare. Alcuni hanno già pagato il loro debito con la giustizia, ma sono considerati irrecuperabili e pericolosi.
Ad altri la pena è stata sospesa, ma siccome affetti da gravi turbe psichiche, vengono tenuti in prigione. I carcerati sottoposti a questa misura di rivalutazione costante non sono però necessariamente assassini o stupratori. C'è anche chi è in carcere da 12 anni per aver rotto la vetrina di una farmacia.
Sottoposte a misure stazionarie ci sono quasi mille persone. La maggior parte sono sotto l'Art. 59 del Codice penale. Negli ultimi 10 anni, questi casi sono quasi triplicati. Sono quasi raddoppiati invece i detenuti sottoposti a internamento secondo l'Art. 64, perché considerati "meno recuperabili" sempre per la loro pericolosità e per la gravità dei crimini commessi. Sono 148. Come si spiega questo aumento? Le misure vengono rinnovate regolarmente e queste persone vengono rilasciate sempre meno. Questo contesto ha conseguenze importanti sul sistema carcerario svizzero.
John ha quasi 60 anni ed è in carcere per abusi sessuali. È stato condannato a una pena detentiva di 3 anni e 4 mesi e invece sono 24 anni che aspetta la libertà e una seconda possibilità. John è stato internato dopo che una perizia psichiatrica lo ha dichiarato pericoloso e non curabile a causa della particolare struttura della sua personalità. In seguito, ci sono state altre sei perizie incoraggianti, ma durante i riesami, l'internamento è stato comunque sempre riconfermato. "Quando sarò troppo vecchio e malato, farò ciò che va fatto per uscirne, perché quando superi la soglia della disperazione, arrivi a soluzioni estreme", ci ha detto John al telefono dal carcere bernese di Thorberg.
A vivere nell'incertezza c'è anche Kevin, che ha 37 anni ed è in carcere da 11, malgrado la sua pena fosse di 4 anni e 8 mesi. Kevin è stato condannato per tentato omicidio, in Inghilterra. Dopo qualche tempo, per essere più vicino alla famiglia, ha chiesto di poter scontare la sua pena in Svizzera ed è stato mandato alla Stampa, dove ha imparato l'italiano e intrapreso un percorso universitario. Lo scorso anno, Kevin è passato dall'articolo 64 al 59.3.
Questo significa che ha più possibilità di essere rilasciato, ma anche lui sostiene che le perizie psichiatriche, "quando sono negative vengono considerate, mentre quando sono positive vengono messe da parte". Neanche lui sa quando uscirà. E nella stessa situazione di John e Kevin, oggi, ci sono oltre 700 persone.
In poco più di dieci anni, i detenuti sottoposti all'articolo 64 sono raddoppiati e hanno raggiunto quota 148. Quelli sottoposti all'articolo 59 sono addirittura triplicati e oggi sono 583 su una popolazione carceraria totale di 7mila detenuti. Questo significa che, nelle prigioni svizzere, quasi un detenuto su 10 potrebbe restare rinchiuso a vita, senza tuttavia che un giudice abbia pronunciato un ergastolo.
"Queste misure prevedono dei riesami a scadenze regolari, ma sono prolungabili ad vitam aeternam", ci dice l'avvocato ginevrino Guglielmo Palumbo, che si batte contro le derive del sistema. "Basta guardare le cifre per convincersi che non funziona.
Ogni anno, di questi detenuti ne vengono scarcerati solo 3 su 100. Se le misure funzionassero, ci sarebbero più liberazioni". Ed è proprio il basso numero di liberazioni che spiega l'aumento. I detenuti sottoposti a misure si accumulano sollevando non solo questioni etiche, ma anche logistiche perché le strutture attrezzate per far fronte alle loro necessità terapeutiche sono poche e sempre piene.
Il fine di queste misure è quello di proteggere la società e garantire cure psichiatriche intensive in ambito penitenziario per diminuire il rischio di recidiva. Il principio è buono, secondo Panteleimon Giannakopoulos, psichiatra e direttore medico di Curabilis, struttura carceraria per i detenuti psichiatrici che è stata aperta a Ginevra nel 2014, dopo la tragedia di Adeline, la socio-terapeuta uccisa da un detenuto durante un'uscita.
"Quello che è più problematico", secondo il Professor Giannakopoulos, "è che queste misure sono state progressivamente usate come regolatore sociale, con un aumento molto netto negli ultimi anni, e questo nel solco di un'evoluzione sociale segnata da un crescente bisogno di sicurezza". Un bisogno di sicurezza che spinge a tenere queste persone in prigione per lunghi periodi. Vengono sì creati dei percorsi che dovrebbero portarli verso la liberazione, ma in taluni casi il percorso dura un decennio o più per cui, per i critici del sistema, si tratta di una perpetuità psichiatrica mascherata.
In sostanza, i dati ci dicono che una volta che scatta è difficile che un giudice decida di metter fine ad una misura raccomandata da uno psichiatra perché deve assumersi il rischio di sbagliare, di rimettere in libertà un detenuto che potrebbe ricadere nel crimine e provocare altre vittime. Le questioni che pone questo sistema sono tante. Quanta responsabilità viene data agli psichiatri? Sono adeguatamente formati? Quanto pesa l'opinione pubblica che esige il rischio zero sulle scelte di psichiatri, commissioni e, infine, giudici? Che fare dei detenuti bollati come irrecuperabili?
luinonotizie.it , 28 gennaio 2020
I cinque incontri rivolti alle scuole superiori si terranno dal 29 gennaio al 6 marzo, sempre dalle 9 alle 12.45, nell'aula magna del Collegio Cattaneo di Varese.
Educare gli studenti a contrastare e prevenire l'illegalità, la corruzione e la mentalità mafiosa: è l'obiettivo del nuovo corso formativo in cittadinanza e Costituzione promosso dall'Università dell'Insubria e rivolto alle scuole superiori. Organizza il Centro internazionale insubrico diretto da Fabio Minazzi nell'ambito del progetto Giovani pensatori, in collaborazione con l'Osservatorio sulla criminalità organizzata (Cross) dell'Università degli studi di Milano guidato da Nando dalla Chiesa.
Sono cinque incontri raccolti sotto il titolo "La legalità tra storia, pensiero e dimensione giuridica" e in programma dal 29 gennaio al 6 marzo nell'aula magna del Collegio Cattaneo, in via Dunant 7 a Varese, sempre dalle 9 alle 12.45 con la possibilità di assistere per il pubblico interessato.
Spiega Stefania Barile del Centro insubrico: "Affrontata attraverso esperienze di ricerca e di cittadinanza attiva, locali e globali, l'educazione alla legalità assume un volto e un ruolo e diviene azione concreta, vera, fattiva, sempre orientata alla cura del bene comune e del nostro patrimonio culturale".
Il tema di mercoledì 29 gennaio è "Legalità e territorio: esperienze di ricerca e di cittadinanza attiva": Federica Cabras e Arianna Zottarel dell'Università degli studi di Milano parlano di mafie e di esperienze educative nelle carceri minorili. Il 12 febbraio "Pratiche di legalità: educazione di genere ed esperienze di partecipazione" con Ombretta Ingrascì e Ilaria Meli, entrambe di Cross.
Il 26 febbraio "Educazione alla legalità e forme di resistenza civile: esperienze locali e globali" con Thomas Aureliani dell'Università di Milano e Giuseppe Muti, che insegna Geografie, territori e spazi umani nel corso di Storia e storie del mondo contemporaneo dell'Insubria.
L'11 marzo "Arte e Legalità: per un'educazione civica al patrimonio culturale" con l'esperta Tiziana Zanetti e Leonardo Salvemini dell'Università di Milano. In chiusura il 26 marzo "Violenza sulle donne e reati sui minori" con Maria Grazia Bernini, presidente della Prima Corte d'Appello del Tribunale di Milano, e Barbara Bellerio, magistrato di Corte d'Appello.
di Michele Faggi
indie-eye.it , 28 gennaio 2020
Guarda "Lettere dal Fronte" #1 image "Musica contro le sbarre: Jail Time Records" è il primo numero di "Lettere Dal Fronte. Storie di Cittadinanza Attiva", format audiovisivo scritto e realizzato da Michele Faggi, strumento "vivo" di conoscenza politica, tra Musica, Cinema e arti visuali.
Ospite del primo episodio, Dione Roach, artista visuale, pittrice e videomaker che ci racconta l'esperienza di Jail Time Records, primo studio di registrazione permanente nato all'interno di un carcere africano e adesso label di musica Rap e Hip Hop che impiega carcerati ed ex carcerati in un impegno costante.
Esempio virtuoso e alternativo di "certezza del recupero", Jail Time Records ha bisogno anche del tuo aiuto. Guarda il video e sostieni il progetto insieme a "Lettere dal Fronte": https://www.youtube.com/watch?v=cMyyq8Uyy6A&feature=emb_logo
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera , 28 gennaio 2020
A soli 36 anni è morta Lina Ben Mhenni, una delle voci più conosciute della "Primavera araba", nota a tutto il mondo per il suo blog A Tunisian Girl. La sua lotta in nome della libertà di espressione e per il rispetto dei diritti umani le era valsa la candidatura al Nobel per la pace nel 2011. L'attivista soffriva da tempo di una malattia autoimmune che l'aveva costretta ad un trapianto di rene.
Quando nel 2010 il tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco a Sidi Bouzid per protestare contro le condizioni economiche della Tunisia, un gesto che accese la rivolta nel Paese, Lina fu la prima a recarsi sul posto e a raccontare la "rivoluzione" sul suo blog. Nel 2011 ha pubblicato Tunisian Girl, blogueuse pour un printemps arabe, in cui racconta la sua storia di blogger indipendente e di manifestante, prima e dopo la rivoluzione. In questi anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio Roma per la Pace e l'Azione Umanitaria, quello di migliore reporter internazionale del quotidiano El Pais nel 2011, il Premio Sean MacBride per la Pace, il Premio Minerva per l'azione politica, il Premio Ischia Internazionale di Giornalismo nel 2014.
Nonostante la malattia, l'attivista era impegnata per i diritti dei detenuti e aveva avviato una raccolta di libri per le carceri. Inoltre, si era unita al movimento EnaZeda versione tunisina del MeToo che negli ultimi mesi ha denunciato molestie sessuali e discriminazioni contro le donne.
"Da ieri sono su una nuvola, una nuvola di buon umore" scriveva in uno dei suoi ultimi post sul blog raccontando di una sorpresa organizzata per lei dai suoi amici nella sede dell'Associazione tunisina delle donne democratiche. "Un pensiero alla nostra rivoluzione che si batte ancora, malgrado i tradimenti. Come lei, mi batterò per uscire da questa situazione difficile, grazie al vostro amore" sono le parole lasciate il 19 gennaio
La vita di Lina non era facile. A causa della sua battaglia in difesa dei più deboli, viveva sotto scorta da quando, negli anni della caduta del presidente tunisino Ben Ali, aveva ricevuto minacce di morte. A scuoterla era soprattutto il fatto che in Tunisia poco fosse cambiato con la rivoluzione: "Dopo sei anni dalla cacciata del dittatore Ben Ali, nulla è realmente mutato per i giovani tunisini che sono scesi in piazza e hanno affrontato di petto i prepotenti e i gas lacrimogeni, con il sogno di vedere le loro vite cambiare in meglio. Nessun governo ha mostrato una reale volontà di dialogare con i giovani e di affrontare i loro problemi, che potrebbero essere sintetizzati nel principale slogan intonato durante la rivoluzione: occupazione, libertà, dignità e giustizia sociale" diceva in un'intervista rilasciata nel 2017.
di Antonio Carlo Scacco
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2020
L'Ispettorato Nazionale del Lavoro ritiene pienamente ammissibile, entro certi limiti, il lavoro carcerario a domicilio: è il contenuto della nota n. 596 del 23 gennaio resa a fronte di uno specifico quesito avanzato dalla direzione territoriale di Padova.
Fin dalla riforma dell'ordinamento penitenziario attuata con legge 354/1975, il lavoro carcerario ha perso il carattere originario meramente sanzionatorio (pur rimanendo obbligatorio) per divenire elemento fondamentale della rieducazione e reinserimento sociale del detenuto secondo i principi contenuti nell'articolo 27 della Costituzione, in base al quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Il decreto legislativo 124/2018, nel riformare le norme sull'ordinamento penitenziario contenute nella legge del 1975, ha ulteriormente valorizzato tale prospettiva stabilendo, ad esempio, che nelle strutture detentive debbano essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti al lavoro e a corsi di formazione professionale ed il lavoro debba essere regolarmente remunerato (un tempo si chiamava "mercede"), sia pure in misura corrispondente a 2/3 di quella prevista normalmente dai contratti collettivi.
Nella nota in commento, l'Inl sottolinea come il lavoro dei detenuti possa essere già svolto, sulla base di apposite convenzioni, anche presso imprese pubbliche e private, particolarmente imprese cooperative sociali, in locali concessi in comodato dalle Direzioni (articolo 47 del D.P.R. 230/2000, recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà) che diventano pertanto dei locali dell'azienda (fatta ovviamente salva la possibilità del libero accesso da parte della Direzione per motivi inerenti la sicurezza).
Allo stesso modo non vi sono preclusioni circa la ammissibilità del lavoro a domicilio considerato anche che tale peculiare tipologia di lavoro risulta espressamente richiamata dal predetto Dpr 230/2000.
Il lavoro carcerario a domicilio, in particolare, è una tipologia lavorativa introdotta come novità assoluta dalla L. 56/1987, sebbene l'art. 19, comma. 6 e 7 non forniscano alcuna definizione di tale tipo di lavoro inframurario, limitandosi a richiamare l'applicabilità delle norme sull'ordinamento penitenziario, in materia di lavoro artigianale, intellettuale e artistico.
Secondo l'Ispettorato è tuttavia necessario che le prestazioni lavorative siano compatibili con le caratteristiche peculiari del lavoro a domicilio (si pensi alle concrete modalità di svolgimento dell'attività lavorativa, la individuazione dei locali in cui svolgere il lavoro, l'uso degli strumenti necessari, il rimborso delle spese sostenute dall'amministrazione, l'invio all'esterno dei beni prodotti in considerazione del luogo dove la prestazione si svolge e la privazione della libertà personale cui è soggetto il detenuto).
Ulteriore aspetto sottolineato dalla nota è rappresentato dalla remunerazione corrisposta al detenuto che, come accennato, è stabilita, in relazione alla quantità e qualità del lavoro prestato, in misura pari ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi.
di Giovanni Terzi
Libero, 27 gennaio 2020
Intervista allo storico direttore penitenziario, oggi consulente: "Le monetine a Craxi, la pagina più buia della storia recente". Quarant'anni passati accanto a chi ha compiuto atti contro la nostra società, una vita passata a cercare di ottemperare quel famoso articolo 27 della Costituzione che sancisce come ogni detenuto deve essere recuperato alla società vivendo in condizioni umane; ma anche una vita vissuta all'interno della nostra società che spesso dimentica il principio costituzionale.
di Pierpaolo Scavuzzo
agi.it, 27 gennaio 2020
Per le toghe la proposta del Ministro pentastellato è "un rischio per la tutela dei diritti dei cittadini". E dicono no anche ai tempi strozzati per i processi. Un "rischio per la tutela dei diritti dei cittadini". Cosi' l'Associazione nazionale magistrati (Anm) bolla la proposta del Guardasigilli Alfonso Bonafede di programmare i tempi - 4 o 5 anni al massimo - dei processi penali, con l'ipotesi di sanzioni disciplinari per le toghe in caso di sforamenti.
I magistrati definiscono "irricevibile" e "brutale" questa previsione - contenuta nella bozza del ddl delega messa a punto dagli uffici di via Arenula e circolata nei giorni scorsi tra le forze politiche di maggioranza - e si dicono pronte a dare battaglia.
Il ministro, allo stato, non ha replicato alle critiche, ma mercoledì prossimo incontrerà i vertici del sindacato delle toghe e quella sarà la sede per chiarimenti e approfondimenti sulla riforma: il tema sarà certo affrontato dai magistrati anche in occasione delle cerimonie per l'apertura dell'anno giudiziario che si svolgeranno venerdì in Cassazione e sabato prossimo in tutti i distretti di Corte d'appello italiani.
Nel testo del ddl delega, "sembra esserci una sorta di messa in mora", ha osservato il segretario dell'Anm Giuliano Caputo, il quale ha ricordato che la posizione dell'Anm sulla prescrizione - favorevole allo stop dalla sentenza di condanna in primo grado, come previsto con il 'Iodo'proposto dal premier Giuseppe Conte - espressa fin dal novembre 2018, "non è corporativa" e, dunque, "no a contropartite con tempi strozzati e sanzioni: è inaccettabile ragionare in questi termini, davanti al ministro siamo pronti a una risposta incisiva".
L'Anm, infatti, con il presidente Luca Poniz, ribadisce il suo "essere fuori da qualunque logica di contrapposizione politica: le nostre posizioni non possono essere tirate per la giacchetta, a favore di una parte politica o di un'altra". Secondo Poniz, inoltre, "non è ricevibile l'idea che se la prescrizione non ci sarà più, si può restare imputati per sempre, come se il giudice decida le sorti di un imputato solo in base al meccanismo burocratico del calcolo della prescrizione". È un'idea che dobbiamo contrastare".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 27 gennaio 2020
I dati del Dap. Nelle carceri svantaggiati i non cattolici. Quasi 8 mila i detenuti aderenti al culto islamico. Nelle carceri italiane, tra i 60.889 detenuti, secondo i dati diffusi dal Dap -Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, la comunità religiosa più numerosa è ancora quella cattolica con 36.608 aderenti seguita dall'islamica con 7.940 aderenti e dall'ortodossa con 2.467 fedeli.
Gli altri culti si attestano tutti intorno alle centinaia e anche meno a cominciare dai 339 cristiani evangelici delle varie chiese, il rispettivo centinaio di hindu e buddisti per arrivare a 66 testimoni di Geova, 56 ebrei e 30 anglicani.
Il principio della libertà religiosa, sancito all'art. 19 della nostra Costituzione, non dovrebbe valere meno nei nostri istituti di pena visto che all'articolo 26 dell'ordinamento penitenziario si prevede che detenuti e gli internati abbiano libertà di professare la propria fede religiosa approfondendola e praticandola.
Eppure, dall'ultimo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione risulta che nel 22% delle carceri visitate mancano spazi dedicati alla preghiera dei non cattolici. Per quanto concerne la religione cattolica, in ogni istituto è prevista la presenza di almeno un cappellano e la celebrazione dei riti di culto mentre gli appartenenti a religione diversa dalla cattolica hanno diritto di ricevere, su richiesta, l'assistenza dei ministri del proprio culto e di celebrarne i riti.
Al 15 gennaio 2019, sono quasi 50 mila i detenuti che hanno dichiarato di professare una fede religiosa. In 11.631 casi, per la statistica del Dap, la religione d'appartenenza figura come "non rilevata" e ci sono 961 detenuti non appartenenti ad alcuna religione. L'assistenza è assicurata per tutti i culti: per i cattolici è presente un cappellano in ogni istituto penitenziario, per i culti diversi dalla religione cattolica, ad oggi i 1.505 i ministri di culto entrano in carcere attraverso due differenti modalità.
Per le confessioni religiose che hanno stipulato un'intesa con lo Stato Italiano, i relativi ministri possono entrare "senza particolare autorizzazione", secondo le rispettive leggi d'intesa e ai sensi dell'art. 58 del regolamento di esecuzione della legge 354/75. In questi casi, le suddette confessioni trasmettono ogni anno al Dap e ai provveditorati regionali gli elenchi dei ministri destinati a prestare assistenza spirituale negli istituti penitenziari.
Allo stato attuale, le confessioni che hanno stipulato un'intesa con lo Stato italiano, sono la Tavola Valdese, le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa Evangelica Luterana, l'Unione delle Comunità Ebraiche, la Chiesa Cristiana Avventista, la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia, la Chiesa Apostolica, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, l'Unione Buddhista Italiana e l'Istituto Buddista Italiano "Soka Gakkai".
Invece, per i ministri di culto che appartengono a religioni che non hanno stipulato alcuna intesa con lo Stato, la domanda presentata dal singolo o dalla congregazione per accedere in uno o più istituti è trasmessa dalla Direzione generale detenuti e trattamento del Dap all'Ufficio culti del ministero dell'interno che svolge gli accertamenti di rito e rilascia un nulla osta. Per la religione islamica, mancando una struttura unitaria rappresentativa dell'islam, si segue la stessa procedura utilizzata per i ministri di culto che appartengono a confessioni religiose senza un'intesa con lo Stato italiano.
Ad oggi sono 43 gli imam che hanno ottenuto il nulla osta del Viminale: alcuni accedono alle strutture penitenziarie periodicamente, altri solo in occasione del Ramadan. Nel 2015 è stato siglata un'intesa tra il Dap e l'Unione delle comunità ed organizzazioni Islamiche in Italia grazie alla quale 13 imam indicati dall'Ucoii hanno ottenuto il nulla osta e sono stati inseriti nell'elenco dei ministri di culto già autorizzati all'accesso negli istituti.
Con riferimento ad altre fedi, ci sono 24 ministri di culto ortodossi autorizzati ad accedere negli istituti penitenziari a seguito di rilascio del nulla osta del ministero dell'interno. La legge 126/2012 ha inoltre regolarizzato i rapporti tra lo Stato Italiano e la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia autorizzando 32 sacerdoti.
Per i buddisti, nel 2015, con una prima intesa dell'Unione Buddista Italiana con lo Stato, sono entrati nelle carceri 17 monaci e una seconda del 2016 con l'Istituto Buddista Italiano "Soka Gakkai" di Firenze, ha permesso a 73 ministri di culto buddisti di accedere agli istituti penitenziari.
di Gianni Bazzoni
La Nuova Sardegna, 27 gennaio 2020
Potrebbe arrivare domani - con un provvedimento urgente del ministero della Giustizia - il nuovo direttore del carcere di Bancali. La procedura, attesa ormai da tempo, avrebbe avuto una brusca accelerazione dopo i gravi fatti che si sono verificati negli ultimi giorni nella struttura carceraria.
In particolare dopo le tensioni e le aggressioni agli agenti da parte di detenuti della sezione di massima sicurezza del 41bis che hanno fatto salire notevolmente il livello di attenzione. Anche perché c'è da capire che cosa sta succedendo nel carcere dove le organizzazioni sindacali - ormai da tempo - hanno segnalato una lunga lista di problemi e carenze.
Il provveditore regionale delle carceri Maurizio Veneziano dovrebbe essere a Bancali nei primi giorni della prossima settimana per rendersi conto di persona della situazione e per portare la solidarietà all'agente ferito nel corso dell'ultima drammatica aggressione.
Il poliziotto ha avuto 20 giorni di cure dopo essere stato colpito al viso con una penna da Filippo Griner, 38 anni, uno dei reclusi della sezione 41bis. Nei giorni precedenti, Leoluca Bagarella, invece, si era reso protagonista di una protesta plateale, con un tentativo di aggressione agli agenti che lo stavano accompagnando dalla cella alla sala della videoconferenza dalla quale doveva partecipare al processo sulla trattativa Stato-mafia in corso di svolgimento alla Corte d'assise d'appello a Palermo.
Il boss era stato prontamente bloccato e riaccompagnato in cella. In quella occasione nessuno degli agenti aveva riportato conseguenze. La situazione di Bancali continua a essere complicata. Anche perché oltre al direttore titolare (che ora sarebbe in arrivo) manca ancora il comandante della polizia penitenziaria, una figura fondamentale in una struttura così complessa, e le responsabilità continuano a gravare su una figura intermedia come quella dell'ispettore.
Dei problemi del carcere di Bancali si doveva parlare nel corso di una riunione tra le organizzazioni sindacali e il provveditore regionale Veneziano prevista a metà gennaio, ma la riunione era poi saltata e c'era stato un rinvio ai primi di febbraio.
Ora è stata aggiornata per i primi giorni di febbraio, una conferma - questa dell'incontro - dell'esistenza dei "problemi nella casa circondariale di Sassari" (questo il tema della riunione). La data della riunione tra il provveditore regionale della carceri e i rappresentanti sindacali dovrebbe essere fissata proprio in occasione della visita di Veneziano a Bancali.










