tele8tv.it, 27 gennaio 2020
Ieri mattina una delegazione di portavoce del Movimento Cinque Stelle composta dal senatore Vincenzo Maurizio Santangelo, dai deputati Antonio Lombardo, Vita Martinciglio nonché dei consiglieri comunali di Erice e Trapani rispettivamente Alessandro Barracco, Eugenio Strongone e Francesca Trapani, hanno incontrato il Comandante di reparto dell'istituto penitenziario trapanese Giuseppe Romano.
È stato un lungo e proficuo colloquio con tutta la delegazione M5S, entrando nel merito di molte problematiche legate alla mancanza di personale in servizio, che possa garantire sempre al meglio i turni degli agenti. È emerso che allo stato attuale si stima una carenza di circa sessantatré unità e questo determina gravosi accorpamenti di servizi durante l'arco delle ventiquattro ore. Purtroppo il mondo carcerario è una realtà fatta di storie di vita umana, di servizio, di dedizione e soprattutto di massimo rispetto degli individui che per primi lavorano all'interno di un perimetro di lavoro di certo non semplice.
I parlamentari che già erano a conoscenza delle molteplici carenze segnalate dal Comandante Romano, dopo l'ampia discussione e raccolta di ulteriori nuovi dati necessari, hanno eseguito una visita ispettiva nelle varie sezioni del penitenziario, sempre alla presenza del Comandante Romano e del Responsabile Area Trattamentale Antonio Vanella. Per i parlamentari, ancora c'è molto da fare, sia sul potenziamento delle dotazione del personale e sia sul miglioramento delle condizioni impiantistiche e strutturali dell'istituto specie della sezione "Mediterraneo".
Hanno precisato che porteranno a conoscenza del Ministro Bonafede i dati raccolti e soprattutto l'ennesima toccante esperienza, di una mattinata dentro un mondo fatto di storie di vita, che spesso noi tutti non riusciamo a cogliere. Pertanto un ringraziamento è dovuto a chi ogni giorno nel silenzio lavora e spesso è chiamato in prima linea a gestire la vita dei detenuti stessi. Tra le altre cose, vista anche l'insufficiente presenza del personale medico specializzato per il trattamento dei detenuti psichiatrici, i portavoce hanno immediatamente resa la loro disponibilità per chiedere un incontro con la locale Asp di Trapani.
La Stampa, 27 gennaio 2020
Spunta il progetto del Ministero di raddoppiare l'attuale struttura di Quarto. Il Comune: "Nessuno ci ha informato". Giaccone: "C'è bisogno di più personale non di più detenuti". Il carcere di Asti è abituato a cambiare pelle, essendo passato da casa circondariale (accoglienza di detenuti comuni) a istituto ad alta sicurezza (detenuti mafiosi o con lunghe pene da scontare). Ma che potesse quasi raddoppiare nessuno ci aveva proprio mai pensato.
La notizia ha colto di sorpresa gli amministratori astigiani che hanno chiesto aiuto, per capirci qualcosa di più, anche ai parlamentari astigiani. In attesa di avere certezze dal Ministero della Giustizia. Nessuno, infatti, si è preoccupato di informare il Comune. È vero che il mondo carcere è un pianeta a parte e tutto ciò che lo riguarda dipende dal Ministero della Giustizia, ma sorge pur sempre a Quarto, frazione di Asti. E attorno ad esso proprio come satelliti ruotano temi come la sicurezza, il trasporto pubblico, la scuola, il lavoro, la sanità, che coinvolgono tutta la comunità astigiana.
La fonte della notizia è il quarto dossier sulle criticità strutturali e logistiche relative alle carceri piemontesi presentato da Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti. Che alla voce Asti recita tra le altre cose: "È stata annunciata la realizzazione di un nuovo padiglione detentivo utilizzando una parte dello spazio attualmente occupato dalle aree verdi".
Il sindaco Maurizio Rasero e l'assessore Mariangela Cotto chiedono: sarà vero? E spiegano: "Il Comune di Asti non ha ricevuto comunicazione da parte del competente Ministero. Informazioni ufficiose alimentano molte perplessità. Un padiglione di 3 piani per ospitare circa 200 detenuti oggetti a "custodia attenuata"?
Custodia attenuata come il progetto Arcobaleno della Casa Circondariale "Le Vallette" di Torino? Custodia attenuata come nella casa di reclusione di Fossano dove ci sono detenuti comuni a bassa pericolosità sociale a fine pena e per i quali sono previsti laboratori per attività varie?". Questi nuovi detenuti andrebbero ad aggiungersi ai circa 300 già presenti. Una piccola città nella città con 500 detenuti.
Scorrendo il dossier si scopre, ad esempio, che alla casa di reclusione Giuseppe Montalto di Alba, il cui padiglione principale è chiuso dal gennaio 2016 per una epidemia di legionella, "il padiglione sta degradando e i 4 milioni e mezzo che sono stati stanziati, rischiano di non essere sufficienti". Perché non fare lì a questo punto il padiglione previsto ad Asti?
Tra le altre criticità del carcere astigiano Mellano annota anche la necessità di adeguare e ampliare lo spazio dedicato ai colloqui, con particolare riguardo ai bambini; la necessità di destinare spazi ad attività formative e scolastiche; chiarire cosa si intenda per spazio vitale in seguito a un provvedimento di un magistrato di sorveglianza in Sicilia. In Piemonte ci sono 13 carceri per adulti e un istituto minorile. Per ognuno il dossier indica gli aspetti principali di criticità o progetti.
Interrogazione al ministero - Sul caso ha già preso posizione il deputato della Lega Andrea Giaccone: "Presenterò in settimana un'interrogazione al ministro competente per approfondimenti e chiarimenti sul tema, il carcere di Asti ben lungi dall'avere bisogno di nuovi detenuti, avrebbe invece bisogno di un'implementazione di figure della polizia penitenziaria, in primis ispettori e Sovrintendenti di cui la struttura astigiana è da tempo carente".
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 27 gennaio 2020
Riccardo Magi, parlamentare di +Europa, parla del caso del georgiano Vakhtang Enukidze trovato privo di conoscenza nel Centro di permanenza per i rimpatri di Gradisca e poi morto in ospedale,
Onorevole Riccardo Magi, a proposito del georgiano Vakhtang Enukidze trovato privo di conoscenza nel Centro di permanenza per i rimpatri di Gradisca e poi morto in ospedale, lei ha evocato lo spettro del caso Cucchi. Ci spiega?
"Quando una persona muore mentre è in custodia di una struttura dello Stato dobbiamo sentire l'urgenza che venga fatta chiarezza in tempi brevi. Sui media erano uscite versioni un po' sbrigative, che volevano il decesso di Enukidze frutto di una rissa tra reclusi nel Cpr. Ho parlato di rischio di un nuovo caso Cucchi rispetto a versioni liquidatorie, soprattutto a fronte di alcune testimonianze, tutte da verificare, che parlano di un pestaggio da parte degli agenti di polizia. Non volevo accusare nessuno".
Cosa ha visto durante le sue due visite al Cpr?
"Domenica notte, il giorno dopo il decesso, vado a Gradisca e mi apre un poliziotto in tenuta antisommossa, col casco in testa e il manganello in mano. Capisco che ci sono agitazioni e tensioni. In portineria sento gli agenti dire "c'è molto sangue in giro, perché uno si è tagliato". Durante la visita trovo migranti con profondi tagli autoinflitti sulle braccia e sull'addome. Alcuni sembrano in stato semi-confusionale, indice di un uso massiccio di calmanti e psicofarmaci".
Con chi ha parlato?
"Inizialmente con un egiziano di 27 anni, che era nella cella 1 della zona verde (il Cpr è diviso in zona rossa e zona verde, ndr), la stessa di Enukidze. Mi racconta che il 14 gennaio il georgiano è stato picchiato da otto-dieci agenti intervenuti per sedere una colluttazione".
Quante testimonianze le hanno confermato questa circostanza?
"Complessivamente otto. Il lunedì successivo torno e altri detenuti mi spiegano che Enukidze è stato pestato tre volte dalle forze di polizia interne al Centro. Uno dei più anziani mi descrive la dinamica dell'intervento del 14 gennaio, spiegandomi che gli agenti hanno colpito Enukidze alla nuca, poi alla schiena con una ginocchiata, infine l'hanno immobilizzato e trascinato via per i piedi".
Cosa ha scatenato la rissa?
"Stando a uno dei gestori del Cpr, Enukidze ha spaccato dei pannelli di plexiglass per ricavarne delle schegge appuntite, non so se le voleva usare come armi o per ferirsi. Gli agenti gli hanno ordinato di gettare le schegge, lui si è rifiutato ma a quel punto è stato il ragazzo egiziano a buttarle via. Da lì la rissa".
Schegge di plexiglass, risse, proteste, agenti in assetto antisommossa, materassi - è notizia di ieri - date alle fiamme. Ma che sta succedendo in quel Cpr?
"È una struttura fuori controllo, i reclusi sono in stato di abbandono. Non ci sono spazi di socialità, non c'è la mensa, tutti lamentano difficoltà a ottenere informazioni di tipo legale. È un Cpr nuovo, eppure i detenuti hanno a disposizione telefoni fissi che funzionano con le vecchie schede magnetiche della Telecom. Praticamente inservibili".
Non hanno i cellulari?
"Sì, però a volte glieli tolgono. La notte della mia visita i poliziotti mi hanno detto di aver sequestrato i telefonini, perché era uscito un video girato all'interno del Cpr. Per questo, se li vogliono tenere, sono obbligati a rompere la telecamera del telefonino con un cacciavite".
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 27 gennaio 2020
In questo momento storico, quando i protagonisti della Shoah stanno per dirci addio, le ultime parole di ognuno di loro andrebbero ascoltate e conservate come doni preziosi. I ricordi dei deportati sopravvissuti, vegliardi segnati dal trauma, bambini o adolescenti negli anni terribili del Terzo Reich, dovrebbero essere incisi con l'inchiostro rosso nei registri novecenteschi per frantumare qualsiasi illusione che potremmo ancora nutrire sulla natura umana.
I nostri simili, purtroppo dobbiamo ammetterlo, sono pericolosi: ciò che accadde nel cuore di tenebra dell'Europa nella prima metà del secolo scorso non possiede uguali per ferocia e dimensione tecnologica e potrebbe riproporsi, in forma nuova e diversa, anche oggi.
È la ragione per cui la triste recente vicenda legata alla senatrice Liliana Segre, costretta ad avere la scorta per difendersi dalle minacce antisemite, rappresenta una pagina nera. Quando non ci saranno più quelli come lei, dovranno essere le generazioni venute dopo ad assumersi la responsabilità di rivolgersi ai più giovani. Con una differenza decisiva: mentre i testimoni diretti avevano la naturale legittimità per farlo, noi dovremo conquistare tale condizione. Come? In due modi, entrambi ineludibili: trasformando i luoghi del terrore hitleriano e fascista in musei a cielo aperto e studiando le fonti.
In tale prospettiva dobbiamo interpretare il testamento spirituale che Ginette Kolinka, nata a Parigi nel 1925 e deportata ad Auschwitz a diciannove anni insieme al padre, al fratello e al nipote, ha consegnato a Marion Ruggieri, scrittrice sensibile e pronta a raccoglierlo con taglio stilistico avvincente e personale. Il titolo dell'opera, Ritorno a Birkenau. 78699 (Ponte alle Grazie, traduzione di Francesco Bruno, pp. 89, 12 euro), riprende il numero tatuato sul braccio della giovane donna pochi momenti dopo il suo arrivo sulla famigerata banchina dove gli sventurati venivano divisi fra donne e uomini, bambini e adulti, sani e malati. Chi saliva sul camion andava direttamente al gas e poi nei forni crematori: migliaia e migliaia di esecuzioni a ritmo forsennato.
Gli altri venivano condotti nelle baracche dove potevano almeno sperare di continuare a respirare, anche se le famigerate e periodiche "selezioni" incombevano giornalmente: bastava una ferita non guarita o una semplice malattia per essere eliminati. Ginette, partita dal campo di Drancy come tanti ebrei, deve la vita a una serie di fortuite circostanze, fra le quali il fatto di essere stata deportata nella primavera del 1944, solo un anno prima della fine del conflitto.
Il suo resoconto possiede un'intensità a volte quasi insostenibile; anche chi, come il sottoscritto, è abituato a leggere questi documenti, resta colpito dal ritmo incandescente del dettato: le condizioni spaventose della reclusione coatta, le attività inutili a cui le povere donne venivano sottoposte, la crudeltà spesso arbitraria delle Kapò, le angherie e soprattutto la fame che divorava le viscere, l'egoismo impietoso delle persone trasformate in bestie ma anche, verso la fine, quando Ginette rievoca il suo trasferimento in una fabbrica, la generosità inaudita di certi operai pronti a lasciare pezzi di pane nascosti nei macchinari industriali a beneficio delle lavoratrici.
Ginette ha molto atteso prima di aprire bocca. A convincerla sono stati i ragazzi che ormai da tempo accompagna ad Auschwitz. La stessa cosa accadde a Ruth Kluger, di sei anni più giovane, l'autrice di Vivere ancora (Einaudi), una delle più potenti riflessioni sullo sterminio nazista. Entrambe queste donne hanno avuto la forza di attraversare la retorica, scansandola d'istinto, insieme agli alibi interiori in agguato per tutti noi: "Io sono diverso, io sono migliore". Nessuno può dirlo. Solo Ginette ha il diritto di indignarsi, come quando nei paraggi del campo di Birkenau, qualche anno fa, vide una ragazza fare jogging proprio lì. "Correva, tranquillamente. Mi è mancato il respiro. Ho avuto voglia di urlare, di gridarle: "Ma sei matta?". Salvo andare a capo e chiedersi: "O la matta ero io?".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 27 gennaio 2020
Prima che a Mosca o a Berlino, dove si sapeva che le conferenze di tregua sarebbero fallite, i tripolini avevano già capito che in Libia sarebbe finita come sempre. Ma come sarà il Day Haftar? Prima che a Mosca o a Berlino, dove si sapeva che le conferenze di tregua sarebbero fallite, i tripolini avevano già capito che in Libia sarebbe finita come sempre.
Con la solita guerra di posizione. Con le solite posizioni in guerra fra loro. Domani, sulle montagne di Bani Walid, a riunirsi e a parlare di pace ci provano i capi delle tribù: è solo un po' d'orgoglio della volontà - il futuro della Libia si decide qui, non a casa di Putin o della Merkel! - accompagnato a un ragionevole pessimismo.
La verità è che la soluzione politica non c'è più. E in questa fase, le sole analisi possibili sono quelle militari. Precisi come un chirurgo, ieri i razzi del feldmaresciallo Haftar hanno colpito il posteggio dell'aeroporto di Mitiga: dopo l'altolà ai voli civili, è il segnale che si punta al progressivo isolamento della capitale. In dieci mesi, l'attacco a Tripoli s'è esteso da un piccolo fronte di cinque chilometri a una stretta tenaglia di ventidue.
Vai in periferia e sei subito in prima linea. L'esercito di Serraj ha perso quasi tremila dei cinquemila uomini che gli servono e può contare sempre meno sulle milizie misuratine, a loro volta messe in affanno dall'avanzata di Haftar: da Misurata hanno richiamato i soldati in tutta fretta, basta difendere la capitale, ora c'è da riprendere Sirte e impedire che i cirenaici replichino l'assedio. Per evitare la disfatta, così, Serraj ha avuto bisogno di rimpiazzare rapidamente le perdite: ecco il perché della richiesta urgente a Erdogan d'inviare i tremila mercenari siriani.
Quando arriverà il Day Haftar? Dipende. Dalla capacità dell'aspirante Gheddafi di rompere l'asse militare Tripoli-Misurata e di scegliere bene: se far cadere la capitale oppure la città che la protegge. Il maresciallissimo ha fretta, prima che gli strateghi turchi prendano il controllo delle operazioni a Tripoli. Anche i tripolini scalpitano, però: come vittime sacrificali, spaventati da una guerra che può diventare eterna, molti pensano che la toppa turca sia peggio dello strappo di Haftar. E che una fine con orrore sia meglio d'un orrore senza fine.
facebook.com, 26 gennaio 2020
Perché così sostenete anche la nostra Rassegna Stampa quotidiana. Un servizio giornaliero gratuito on line, nato nel 2001 nella Casa di Reclusione di Padova da alcuni pionieri appassionati (Francesco e Ornella). Per qualche tempo la pubblicazione è stata irregolare, le pagine venivano portate fuori dal carcere su DVD e poi caricate nel sito.
Il Dubbio, 26 gennaio 2020
L'intervento della presidente della Corte costituzionale. Le carceri sono sovraffollate, ne servono di più? "L'articolo 27 della Costituzione parla di pena, non di carcere. Noi abbiamo una tradizione centrata sul carcere, ma la Costituzione lascia un campo molto aperto e non è detto che il carcere sia sempre la pena più adeguata".
di Gian Domenico Caiazza*
Gazzetta del Mezzogiorno, 26 gennaio 2020
È il destino più infame, quello degli innocenti. Si chiamano così perché sono stati, un tempo e per lungo tempo, presunti colpevoli. La storia dell'innocente è dunque una storia di dolore, e assai raramente di completo riscatto.
di Vincenzo Bisbiglia
Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2020
Cresce l'allarme sul Centro di detenzione in cui è spirato il georgiano Enukidze. Il Siulp: "In un mese 40 tra incendi e atti vandalici, non dovrebbe gestirlo la polizia". Quaranta atti vandalici gravi. Materassi bruciati, porte sfondate, strutture danneggiate. Tre tentativi di fuga, di cui due riusciti, solo a gennaio. E poi risse quotidiane e atti di autolesionismo. Il tutto a poco più di un mese dall'inaugurazione.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 26 gennaio 2020
La vicenda di Gradisca solleva interrogativi ai quali solo le indagini potranno dare risposta. A partire dall'autopsia in programma domani. Questa è la scena. Un giovane straniero, dalla finestra di una stanza comune, all'interno del Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca (Gorizia), osserva quanto avviene nel cortile antistante.










