laquilablog.it, 7 marzo 2020
Stando ai dati diffusi dal segretario generale territoriale Uil-Pa polizia penitenziaria, menzionati in una interrogazione al ministro della Giustizia, presentata dalla deputata del Partito democratico Stefania Pezzopane, rispetto solo a pochi anni fa, il numero dei detenuti nel carcere aquilano delle Costarelle risulta raddoppiato, con inevitabili conseguenze sul carico di lavoro e sulla sicurezza degli operatori carcerari. In luogo degli 80 detenuti del 2010 da qualche tempo a L'Aquila non si scende al di sotto dei 160. Sul delicato caso del penitenziario del capoluogo abruzzese ha acceso i riflettori Ristretti orizzonti, sito di informazione e cultura dalle carceri curato da detenuti e operatori volontari.
Il carcere di massima sicurezza delle Costarelle vanta un primato ben noto agli addetti ai lavori, nel senso che conta, in assoluto, il maggior numero di detenuti sottoposti al cosiddetto 41bis, la misura di isolamento a cui sono sottoposti i detenuti di mafia. La norma, la cui portata è stata estesa dopo le Stragi di Capaci e via D'Amelio, ha ricordato Ristretti orizzonti in un articolo di Carmine Alboretti, "prevede l'isolamento, nel senso che ogni camera è singola e non si accede agli spazi comuni; l'ora d'aria limitata (solo due ore al giorno e sempre in isolamento) e la sorveglianza costante effettuata da un corpo speciale della polizia penitenziaria che non ha contatti con altre forze dell'ordine; inoltre, i colloqui con la famiglia sono estremamente ridotti e avvengono senza contatto fisico, attraverso un vetro, e con una durata ristretta".
Con il raddoppiarsi dei reclusi sono inevitabilmente aumentate una serie di attività correlate che richiedono la presenza degli operatori penitenziari e quindi la moltiplicazione del carico di lavoro. "Il tutto - si legge nel testo dell'atto di sindacato ispettivo - è aggravato dal non adeguato numero di operatori carcerari a fronte di un aumento importante della popolazione detenuta". La Pezzopane ha chiesto al Guardasigilli di sapere "quali urgenti iniziative di competenza intenda adottare, anche mediante l'incremento del personale di polizia penitenziaria presso il carcere di massima sicurezza delle Costarelle dell'Aquila, al fine di garantire adeguati standard lavorativi e di qualità della vita agli operatori penitenziari".
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 7 marzo 2020
L'Alabama ha giustiziato un uomo per omicidio, anche se non era stato lui a premere il grilletto. Così ha riacceso la polemica sulla pena di morte negli Stati Uniti, dove le esecuzioni e gli Stati che le prevedono sono in calo ormai da diversi anni. Nathaniel Woods aveva 43 anni, ed era un afroamericano tossicodipendente che spacciava droga a Birmingham. Il 17 giugno 2004 era insieme al suo complice Kerry Spencer, e aveva avuto una lite con i poliziotti Carlos Owen e Michael Collins. Più tardi Owen, Collins, e i loro colleghi Harley Chisholm e Charles Bennett erano tornati a casa di Woods per arrestarlo.
Era scoppiata una sparatoria in cui Owen, Chisholm e Bennett erano stati uccisi. Spencer aveva confessato di aver premuto il grilletto, negando però di aver ordito un piano con Woods per attirare gli agenti in trappola. Secondo l'omicida la sparatoria era scaturita da una lite, quando aveva capito che i poliziotti volevano arrestarlo. Al processo i procuratori avevano sostenuto che Woods era comunque responsabile e avevano chiesto di condannarlo a morte, sulla base della legge dell'Alabama che prevede questa punizione per chi aiuta un omicidio, anche se non lo commette materialmente.
Dieci giurati aveva votato in favore dell'esecuzione e due contro, ma nonostante non ci fosse un verdetto unanime, nel dicembre del 2005 il giudice aveva comminato la pena capitale per entrambi gli imputati. Il mese scorso c'è stato l'appello, in cui Spencer ha confermato di essere l'omicida e ha negato l'esistenza di un piano premeditato con Woods per uccidere i poliziotti, ma non è stato ascoltato.
Allora sono cominciate le petizioni al governatore dell'Alabama Ivey, affinché concedesse un rinvio dell'esecuzione per appurare in maniera definitiva i fatti. Tra gli altri, gli hanno scritto il figlio di Martin Luther King, il senatore democratico Doug Jones, il campione di football Bart Starr e Kim Kardashian. Ivey però è rimasto fermo, ribadendo che Woods era complice degli omicidi, e quindi secondo la legge dell'Alabama poteva essere condannato a morte.
L'iniezione letale così è cominciata alle 8,39 di giovedì sera, nella Holman Correctional Facility di Atmore, e alle 9,01 è avvenuto il decesso, senza una dichiarazione finale. Negli Usa al momento 21 stati hanno abolito la pena di morte e 29 la conservano, ma in 4 è in vigore una moratoria decretata dai governatori. Nel 2019 ci sono state 22 esecuzioni, e nell'ultimo decennio sono diminuite del 45%.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 7 marzo 2020
Le nuove misure presentate ieri dalla Commissione. Bruxelles dice di respingere le pressioni turche ma poi cede ad Ankara e accetta di portare all'Onu la richiesta di no-fly zone in Siria
Lacrimogeni della polizia greca sui rifugiati al confine tra Grecia e Turchia. L'Unione europea, paralizzata di fronte alla nuova crisi dei rifugiati al confine tra Turchia e Grecia e nelle isole dell'Egeo, non riesce ad andare oltre il minimo comune denominatore tra Stati.
Ieri, mentre l'europarlamentare della Gue Stelios Kouloglu ha confermato la denuncia dell'esponente di Die Linke, Katharina König-Preuss, sulla presenza di elementi dell'estrema destra neo-nazista tedesca ai confini tra Grecia e Turchia e sulle isole di Chio e Lesbo (foto rivelano che ci sono anche estremisti austriaci), con lo scopo di aggredire i rifugiati, la Commissione ha annunciato la preparazione di misure di sostegno alla Grecia, per la "protezione" e per "trovare un luogo sicuro in Europa" a favore dei minori non accompagnati presenti alla frontiera e nelle isole. È la promessa che ha fatto al primo ministro di Atene Kyriakos Mitsotakis la presidente Ursula von der Leyen, che martedì si era recata in Grecia con i presidenti del Consiglio (Charles Michel) e dell'Europarlamento (David Sassoli).
La prossima settimana andrà in Grecia, per definire i dettagli di questa protezione, la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson. Il governo greco continua a sostenere che "solo il 4% di coloro che hanno illegalmente oltrepassato la frontiera vengono dalla Siria, la grande maggioranza viene da Pakistan, Afghanistan, da sud del Sahara", ha detto il ministro degli Esteri, Giorgos Gerapetritis, accusando la Turchia di "industrializzazione" della pressione dei migranti "per obiettivi geopolitici e diplomatici". Ieri a Zagabria, sotto presidenza croata, si sono riuniti i ministri degli Esteri della Ue. I 27 hanno espresso "solidarietà" a Grecia, Bulgaria e Cipro e "respinto con forza l'uso delle pressioni attraverso i migranti fatto dalla Turchia con scopi politici".
Per Mr. Pesc, Josep Borrell, "la Turchia ha un grosso fardello e noi dobbiamo capirlo" (più di tre milioni di rifugiati), "ma al tempo stesso non possiamo accettare che i migranti vengano usati come strumenti di pressione". Per la Ue, la Turchia deve rispettare l'accordo sui migranti del 2016 e il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha precisato che Bruxelles "non darà direttamente soldi alla Turchia", ma come sempre "a gruppi di aiuto sul terreno" (invece Erdogan vorrebbe riceverli direttamente), "non dobbiamo reagire alle pressioni che la Turchia sta esercitando su di noi dando più soldi" dei sei miliardi promessi nel 2016 (e non ancora tutti versati).
Borrell si è felicitato per il cessate il fuoco a Idlib raggiunto da Erdogan e Putin: "È una buona notizia, almeno è un auspicio, vediamo come funziona". La Ue ha stanziato 60 milioni di euro per far fronte all'emergenza (sanitaria, alimentare, alloggio) nel nord-ovest della Siria e per giugno ha annunciato una Conferenza dei donatori a Bruxelles. "I paesi della Ue vogliono fornire un aiuto umanitario a Idlib - ha affermato il ministro olandese, Stef Blok - La sfida è farlo arrivare nell'area e per questo il cessate il fuoco aiuta. Una no-fly zone aiuterebbe ancora di più". La Ue porterà questa richiesta all'Onu.
di Valerio Nicolosi
Il Manifesto, 7 marzo 2020
Chi non è stato richiamato gira di notte con il fucile in mano al confine con la Turchia per catturare rifugiati e consegnarli. Ieri nuovi scontri: i turchi hanno coperto i rifugiati con fumo e droni, la polizia greca li ha respinti. Le accuse e le provocazioni tra Turchia e Grecia non si fermano e ogni giorno il fuoco incrociato è quello dei lacrimogeni ma soprattutto quello della propaganda, che tenta di colpire l'altra sponda. Ieri mattina la Turchia sembra abbia incentivato i profughi siriani a rompere la rete di confine.
Le forza speciali di Ankara hanno usato una coltre di fumo per proteggere l'azione e dei droni per coordinarla. Le forze greche sono riuscite a bloccare il tentativo ma ci sono stati momenti forti di tensione. Dopo un'ora i siriani sono stati spostati dalle forze turche circa 200 metri più indietro, in una tendopoli improvvisata.
Dalla parte greca le urla dei profughi arrivano molto nitidamente, qualche migliaio di persone è radunato senza potersi muovere in entrambe le direzioni: la Grecia non ha intenzione di aprire la frontiera e i turchi non accetteranno il loro respingimento. Uno stallo di cui i profughi pagano lo scotto.
"È incredibile come la Grecia sia impazzita all'improvviso, queste terre sono sempre state accoglienti", ci racconta Valantis Pantsidis, avvocato penalista che difende i migranti una volta passato il confine. "È sempre stata una zona di passaggio e non ci sono mai stati problemi con la popolazione. Dall'altra parte, oltre il confine, noi andiamo spesso anche solo per prendere un caffè".
Dopo il colpo di stato fallito in Turchia e la conseguente rappresaglia contro i gulenisti, Valantis ci racconta che tantissimi turchi hanno attraversato illegalmente il confine per chiedere asilo: "Insegnanti, giudici, dipendenti pubblici e tante altre persone sono state costrette a scappare e sono venute qui, passando come fanno da anni siriani, afghani e iracheni", aggiunge il penalista greco. Ora però il clima sembra essere cambiato, nella popolazione si è risvegliato un sentimento nazionalista che a quanto pare è rimasto dormiente per anni: "In Grecia il servizio militare è obbligatorio - ci racconta - e quando si finisce si ha la possibilità di restare tra i volontari della Guardia nazionale e continuare il proprio addestramento di tanto in tanto, in base alle proprie disponibilità. Si ha anche un'arma in dotazione ma ovviamente non la si può usare senza autorizzazione". Un gruppo di riservisti che nonostante non sia stato richiamato in servizio è possibile vedere in giro nei paesi e nei bar.
"Entrare in un bar e vedere i fucili poggiati al muro vicino ai tavolini dove le persone chiacchierano è una grande sconfitta dello stato di diritto ma in questo il governo ha una grande responsabilità: quella di utilizzare una propaganda nazionalista, come se ci fosse un'invasione in corso", chiosa il penalista. Uno di loro, dei riservisti non richiamati dalla Guardia nazionale, fa il tassista di giorno e il cacciatore di migranti la notte. Georgos (nome di fantasia) ha capelli corti e barba fatta da poco: "Stanotte niente migranti, la caccia è andata male", e lo dice con un sorriso amaro, dispiaciuto.
Nella sua doppia vita fa diverse cose, la sua famiglia ha delle attività commerciali nel paese, lui è una sorta di insospettabile. Quando lavora è gentile e affabile, tratta i clienti in modo cortese. Un Dottor Jekyll che al tramonto si prepara per diventare il malvagio Mister Hyde, a caccia di migranti. "Andiamo in tre, ci disponiamo in un punto della riva del fiume dove spesso passano i migranti. Da li controlliamo la situazione e se vediamo che è tutto tranquillo ci spostiamo". Quel punto del fiume ha molto verde attorno e le sterpaglie sono un riparo naturale sia per i "cacciatori" che per i "cacciati". L'unica differenza tra loro è la condizione di necessità: chi scappa da guerra e fame e chi gioca a fare il cowboy di frontiera, calpestando sterpaglie e diritti umani.
"I nostri visori a infrarossi ci permettono di vederli anche al buio, così li circondiamo senza che nemmeno se ne accorgano. All'improvviso scatta l'azione, li blocchiamo, li mettiamo pancia a terra e con le mani legate in modo che non possano liberarsi. Gli togliamo i telefoni e li bruciamo dopo averli lasciati a terra per un po'". Il sorriso di Georgos non è più amaro e ci mostra i video di quello che ha appena descritto. I lineamenti dei profughi sono tipici dell'etnia hazara, quindi afghani. Sono impauriti al punto di non parlare mentre un compagno di Georgos si avvicina con il telefonino e la luce per riprenderli in faccia. Gli occhi mostrano il terrore, la paura di essere rimandati indietro o messi in qualche centro di detenzione in Grecia. "Poi chiamiamo la polizia e se la vedono loro", chiosa in modo sbrigativo Georgos, come se passata l'eccitazione dall'azione non ci fosse più niente d'interessante da raccontare. Tra quelle sterpaglie, cercando bene, si trova anche la tomba dell'Europa, morta sotto gli anfibi di Georgos e dei suoi compagni, che hanno mano libera d'agire contro ogni diritto internazionale e umanitario.
Il Tirreno, 7 marzo 2020
Il progetto dell'Electra Teatro di Pistoia con la regia di Giuseppe Tesi coinvolgerà, oltre ai detenuti, anche l'attrice ronconiana Melania Giglio ed il performer Giuseppe Sartori. Nel carcere Santa Caterina di Pistoia uno "Stabat potente" con l'Electra Teatro e con interpreti i detenuti e con il coinvolgimento dell'attrice ronconiana Melania Giglio ed il performer Giuseppe Sartori, il tutto sotto la regia Giuseppe Tesi.
L'idea guida del progetto è quella di coinvolgere ciascun detenuto nell' attuazione di un corto cinematografico in cui sono presenti i due attori professionisti, Melania Giglio e Giuseppe Sartori. Il progetto è nato dalla convinzione che fosse necessario utilizzare e mettere a disposizione il linguaggio registico di cui l'associazione si fa espressione e interprete. In particolare l'ultima opera prodotta dall'associazione, Jimmy creatura di sogno, ha dimostrato il livello di complessità di tematiche e di messa in scena conquistate dalla stessa.
Quest'ultima opera, tra l'altro, ha innescato una serie di riconoscimenti da parte di autorevoli addetti ai lavori e testate nell'ambito dello spettacolo. Si tratta di apprezzamenti che hanno fatto sì che Electra si guadagnasse quella autorevolezza e quella reputazione legate a un lavoro serio, appassionato e segnato dalla ricerca e dalla sperimentazione.
L'obiettivo cardine è unire la valorizzazione della persona allo sviluppo della sua autonomia, coerentemente con la vocazione dell'art. 27 della Costituzione, andando nella direzione di un re-inserimento sociale che superi una logica strettamente assistenziale. Il testo musicale e paratattico di Grazia Frisina ben si presta a compiere un articolato percorso altamente formativo, sotto il profilo culturale, artistico, pedagogico e disciplinare: una crescita linguistica anche utile ai detenuti di lingua straniera, essenziale per la loro integrazione sociale.
Partendo dal presupposto che, per garantire maggiore sicurezza e prevenire la recidività a delinquere, sono necessari percorsi formativi ed educativi atti a promuovere l'autostima, il linguaggio cinematografico, ancora una volta, ha lo slancio affettivo e professionale atto a svolgere un efficace percorso di "educazione alla legalità".
Il progetto si prefigge di poter sviluppare le personali potenzialità creative e culturali, ristrutturando l'identità sociale e rispondendo al necessario reinserimento della persona nella cittadinanza attiva. "Stabat Mater", testo di grande impatto spirituale ed emotivo, consente uno sviluppo e una trasposizione in chiave contemporanea. Il pianto della Madre di Cristo è il pianto di tutte le madri di fronte al sacrificio e all'abbandono, ai troppi e recenti fatti di cronaca cui, ancora oggi, purtroppo assistiamo.
Nell'ambito dello sviluppo drammaturgico e analitico dello scritto, ognuno ha l'opportunità di manifestare il proprio grido, il proprio disagio, la propria essenza, realizzando la concreta opportunità di ascolto e di rinascita. Un progetto dell'associazione pistoiese Electra che vedrà alla regia Giuseppe Tesi e che per concretizzarsi cerca il sostegno della città. È attivo da qualche giorno un conto corrente verso il quale effettuare una donazione e sostenere questo lavoro. (Iban: IT34T0760113800000009533944, Info:
di Paolo Affatato
L'Osservatore Romano, 7 marzo 2020
Da Parigi Asia Bibi racconta la sua dolorosa esperienza. È apparsa in pubblico con un volto disteso e perfino sorridente. Ha pronunciato parole che mostrano serenità e fede, dopo la travagliata esperienza vissuta in nove anni di carcere e l'incubo di una condanna morte. Asia Bibi, la donna pakistana cristiana condannata a morte per blasfemia in Pakistan, e poi assolta dalla Corte suprema nel 2018 e, infine, fuggita in Canada, ha scelto la Francia per la sua prima uscita pubblica, per mostrarsi al mondo, per parlare.
A Parigi, ospite del sindaco Ana María Hidalgo e poi ricevuta dal presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, Asia nei giorni scorsi è stata accolta dalle autorità civili e religiose presenti, giunte per assistere alla consegna ufficiale della cittadinanza onoraria della capitale francese. "Sono onorato di aver potuto dare ad Asia Bibi l'assicurazione della preghiera dei cattolici di Francia. Lei chiede l'aiuto di tutti per coloro che sono attualmente in prigione per motivi calunniosi o per presunta blasfemia", ha detto l'arcivescovo di Reims. Éric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese.
Asia ha chiesto asilo politico in Francia, ricevendo piena disponibilità dal governo d'oltralpe, anche se un suo trasferimento definitivo in Europa non appare imminente, dato che la donna vorrà prima consultarsi con la sua famiglia. Accanto a lei la giornalista televisiva francese Anne-Isabelle Tollet che, negli anni scorsi, aveva dato vita a un Comitato internazionale per la liberazione della donna, e che ha raccontato la sua tormentata esperienza nel volume Enfin Libre! ("Finalmente libera"), uscito in Francia e presto tradotto in altri Paesi europei. Il testo è simbolicamente dedicato "a tutti coloro che sono accusati di blasfemia e ancora imprigionati". Perché Asia Bibi oggi, benché abbia trascorso tutti quegli anni in carcere e possa oggi ricordare la sua sofferenza, ma anche gioire per la sua salvezza, non pensa a sé stessa, ma a tutte le persone che in Pakistan sono ancora vittime della legge di blasfemia.
La controversa normativa, composta da alcuni articoli del codice penale, punisce con l'ergastolo o la pena di morte il vilipendio al profeta Maometto, al Corano e all'islam. Queste vittime in Pakistan sono ancora tante: donne e uomini che, come lei, sperimentano la punizione di un carcere da innocenti. Grazie a complotti o a vendette private, sono colpite ricorrendo al facile mezzo di una falsa accusa di blasfemia, comodo escamotage perché l'attuale procedura, relativa all'applicazione della legge, permette di convalidare l'arresto grazie a due testimoni, anche senza prove evidenti.
Il punto è che, come è accaduto ad Asia Bibi, queste persone in Pakistan vengono irrimediabilmente condannate dall'opinione pubblica, prima del processo, etichettate come blasfeme e relegate a marcire in prigione. Così Asia ricorda la sua dolorosa esperienza: "Ci sono giorni che non si dimenticano. Come il 14 giugno 2010. Prima del tramonto, sono arrivata per la prima volta al centro di detenzione di Sheikhupura, dove ho passato tre anni prima di cambiare prigione Non ero stata ancora giudicata, ma secondo tutti ero già colpevole. Mi ricordo di questa giornata come se fosse ieri e quando chiudo gli occhi, rivivo ogni istante".
Nel primo capitolo del nuovo libro, la donna racconta le condizioni disumane della detenzione: "I miei polsi bruciano, non riesco quasi a respirare. Il mio collo è compresso in un collare di ferro che la guardia può stringere a piacimento con un enorme dado. Una lunga catena si trascina sul terreno sporco, collega la mia gola alla mano ammanettata della guardia che mi tira come un cane al guinzaglio. Nel profondo di me, una sorda paura mi attira nelle profondità dell'oscurità.
Una paura assillante che non mi lascerà mai. In questo preciso momento, avrei voluto sfuggire alla durezza di questo mondo". A quella sofferenza fisica si aggiungevano le vessazioni verbali e il disprezzo di altri detenuti e dei secondini: "Sei peggio di un maiale. Dovrò sporcarmi al tuo contatto, sorbirmi il tuo marciume, ma non durerà a lungo".
Nel corso di una trasmissione radiofonica, cui Asia ha preso parte, la giornalista Tollet ha spiegato: "Asia Bibi è triste per aver lasciato il Pakistan, ma vuole continuare a essere portavoce per tutte le persone ingiustamente accusate di blasfemia, soprattutto i cristiani". Per questo la sua vita futura potrebbe essere in Europa, dove potrà svolgere il ruolo di "ambasciatrice" per sensibilizzare sulle storture e sulle immani sofferenze generate ancora oggi dalla controversa normativa.
"Liberata Asia, bisogna ricordare tutti coloro che sono ancora in carcere, come i coniugi cristiani Shagufta Kausar e suo marito Shafqat Emmanuel, vittime innocenti di false accuse per blasfemia, e oggi nel braccio della morte. È urgente che lo stato prenda adeguati provvedimenti per fermare l'abuso della legge", spiega a "L'Osservatore Romano" il domenicano padre James Channan, direttore del Peace Center a Lahore, impegnato per il dialogo islamo-cristiano in Pakistan.
Padre Channan illustra il caso raccontando che Shafqat Emmanuel e Shagufta Kausar, due coniugi con quattro figli, hanno ricevuto una condanna a morte nel 2014, per l'invio di messaggi di testo telefonici ritenuti blasfemi, dopo un processo iniziato nel 2013. I messaggi sms sono stati scritti in inglese, ma entrambi gli imputati sono poveri e analfabeti, non sanno scrivere in urdu, tantomeno in inglese. Il giudice in primo grado, come accaduto anche nel caso di Asi Bibi, "ha ceduto alle pressioni islamiste e ha emesso la sentenza di morte", hanno detto gli avvocati.
L'intero processo si è svolto all'interno della prigione a causa di timori per la sicurezza della coppia. Il ricorso presentato alla Corte di appello di Lahore, dopo una lunga attesa, è nella fase decisiva, con l'udienza fissata per l'8 aprile prossimo: "Non ci sono prove sostanziali a carico degli imputati e dunque il giudice dovrebbe dare l'assoluzione", rileva Khalil Tahir Sandhu, avvocato cattolico che, nella sua carriera ha difeso e fatto assolvere oltre quaranta casi di cristiani ingiustamente accusati di blasfemia. Attualmente, sono oltre venticinque i cristiani condannati e detenuti per false accuse: tutte vittime che, rileva l'avvocato, "sono più sicure all'interno di un carcere piuttosto che al di fuori, dove sarebbero esposte alle vendette dei radicali islamici, che vorrebbero giustiziare quanti sono bollati come blasfemi, prima che se ne accertino le responsabilità", spiega il legale. Shagufta conosceva Asia perché, nell'ultima fase della detenzione di quest'ultima, le due erano vicine di cella. Hanno condiviso attese, parole, speranze, lacrime. Ora Asia potrà cercare di aiutare la sua compagna di sventura. Con la speranza che possa ottenere la meritata liberazione.
di Davide Varì
Il Dubbio, 6 marzo 2020
Sovraffollamento ed emergenza sanitaria: il carcere è una bomba pronta a esplodere. Dopo anni di narrazione manettara si può tornare a parlare di amnistia? Chiudono le scuole, limitano i movimenti dei cittadini e, ogni tanto, li "confinano" - ci confinano - nelle cosiddette zone rosse. Va bene, ci stiamo, c'è un'emergenza sanitaria serissima. C'è un virus sconosciuto e ancora imprevedibile che minaccia la nostra salute, il nostro sistema sanitario e la nostra tenuta sociale ed economica.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 marzo 2020
Secondo gli ultimi dati ci sono 61.230 reclusi su un totale di 47.231 posti effettivi. Forse avremo fortuna e il virus non entrerà nelle carceri, ma se ciò dovesse accadere, le misure di gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid19 presso gli Istituti penitenziari sono impraticabili per via del grave sovraffollamento.
ansa.it, 6 marzo 2020
Per ora nelle carceri non vengono segnalati casi di contagio da Coronavirus, ma l'allarme resta alto. "La salute è un diritto che deve essere garantito a tutti e quindi in questo momento di emergenza, è necessario attenzionare tutti, compreso il mondo delle carceri: detenuti, polizia penitenziaria, operatori sociali, personale sanitario e amministrativo che opera all'interno delle strutture" dice il vice ministro Pierpaolo Sileri, che avverte "in un momento delicato non va trascurata la salute di nessun cittadino".
di Fabrizio Ravelli
La Repubblica, 6 marzo 2020
Che poi, in questi momenti di limitazioni e divieti, di consigli su cosa non fare e distanze da prendere, bisognerebbe quanto meno rivolgere un pensiero a quelli che di limitazioni ne avevano parecchie e distanze da prendere pochissime. I detenuti, intendo. Il coronavirus ha aggiunto complicazioni alla vita di chi sta in carcere, ha aggravato condizioni quotidiane già difficili, ha messo un carico in più di isolamento e di dolore.
Le disposizioni ministeriali hanno ora sospeso del tutto i colloqui dei reclusi coni familiari. Chi conosce il carcere sa bene quanto indispensabili siano i contatti con mogli, figli, genitori per resistere alla detenzione, per tenere stretto un filo con le vite di fuori. L'amministrazione ha cercato di ovviare a questa limitazione pesante aumentando il numero delle telefonate concesse ai detenuti, ma si parla sempre di numeri limitati: una telefonata in più alla settimana, dieci minuti. Si fa, dove è possibile, qualche tentativo di chiamata via Skype.
C'è un disegno di legge - frutto del recente incontro fra quattro parlamentari e un gruppo di detenuti - per allargare le maglie di questi contatti telefonici. Un altro problema è il divieto di ingresso ai volontari: molte attività di istruzione e di socialità dipendono da loro. Anche certi consigli alla popolazione - per esempio quello di evitare luoghi affollati e tenere un metro di distanza dal vicino - in carcere suonano paradossali.
Il sovraffollamento è la condizione abituale, e come si fa a tenere le distanze quando si vive in troppi in una cella angusta. Per non dire dell'assistenza medica, che avrebbe bisogno di investimenti e personale. Detto questo, nelle carceri tutti fanno quel che possono con buona volontà e impegno: direttori, polizia penitenziaria, personale amministrativo, e anche i detenuti. Prima o poi la pena del virus finirà, si spera.
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