lavocediasti.it, 25 gennaio 2020
Il sindaco Rasero e l'assessore Cotto, dichiarandosi molto preoccupati, hanno espresso l'intenzione di chiedere chiarimenti al ministero competente. Nell'ambito del 4° Dossier delle criticità strutturali e logistiche relative alle carceri piemontesi, presentato il 30 dicembre scorso da Bruno Mellano, Garante Regionale dei Detenuti, con riferimento al carcere di Asti figura - oltre ad altre specifiche esigenze quali "adeguamento, ampliamento e rifunzionalizzazione dei servizi di accoglienza dei parenti, in particolare per quanto riguarda i colloqui con i figli minori che ora si svolgono in condizioni del tutto inadeguate" e "costruzione di spazi per i progetti e le attività trattamentali, formative e scolastiche" - anche il progetto di realizzazione di un nuovo padiglione detentivo, da ricavare utilizzando una parte dello spazio attualmente occupato dalle aree verdi.
Stando ad informazioni ufficiose, si tratterebbe di un padiglione di 3 piani in grado di ospitare circa 200 detenuti "a custodia attenuata", ovvero detenuti a bassa pericolosità sociale prossimi al fine pena per i quali sono previsti laboratori per attività varie come avviene nella Casa di Reclusione di Fossano (Cn)? O come nel caso del progetto Arcobaleno della Casa Circondariale "Le Vallette" di Torino?
Il sindaco, Maurizio Rasero e l'assessore Mariangela Cotto, dichiarandosi molto preoccupati, affermano: "Chiederemo spiegazioni al Ministero competente anche per il tramite dei parlamentari astigiani, in considerazione che un simile progetto dovrà trovare la collaborazione del Comune e dell'Asl ed avrà una ricaduta sui servizi sociali locali".
di Mario Morcone
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Atto di buon governo o azione criminale? Con questo presunto dilemma il leader della Lega continua la sua incessante campagna elettorale, utilizzando una vicenda che ha un suo rilievo istituzionale, per fare schermo ai problemi che non si sono saputi o voluti affrontare. Questa ossessione propagandistica si coniuga con la promessa che in un eventuale cambio di governo i porti saranno blindati per la sicurezza del nostro Paese e dei suoi cittadini. In realtà, tutto questo nasconde due grandi debolezze della vita delle nostre istituzioni.
La prima, di non coagulare un progetto politico credibile e civile in materia di immigrazione costruendo, come sarebbe necessario, non solo in Parlamento ma anche a livello europeo, le necessarie alleanze per dare prospettiva e concretezza a un'iniziativa che continua a essere, a mio avviso, insufficiente e dilatoria. Le stesse dichiarazioni del Commissario Schinas, in visita a Roma, e riportate da un importante quotidiano di tiratura nazionale, francamente non sembrano né convincenti né determinanti.
L'idea dei "panieri" annunciata dal Commissario, sembra più una strada immaginata per contenere il dissenso in uno spazio comune che un elemento strategico di novità su un tema che segnerà comunque, assieme ad altri, certamente il destino della casa degli europei. Rimane ancora l'aspettativa nata dalle dichiarazioni della presidente Von der Leyen al suo insediamento che aveva fatto sperare, e noi ancora ci crediamo, in elementi di novità. Li stiamo percependo in materia ambientale, speriamo in un secondo passo sul tema delle persone migranti e della stabilità dei Paesi nordafricani.
La conferenza di Berlino dei giorni passati è stata un elemento di novità, ma per quanto riguarda il nostro Paese ha spostato sul piano multilaterale un tradizionale rapporto di amicizia con il popolo libico che si era consolidato negli anni. Nessuno dubita della necessità e dell'efficacia di un'intesa che coinvolga il più ampio ventaglio di Paesi attori o protagonisti in quel territorio, ma tuttavia ci rimane la preoccupazione per la perdita di centralità dell'Italia nel rapporto con la Libia. Vorrei solo ricordare, senza per questo apparire nostalgico, che era già stato costituito nel 2017 un formato che comprendeva oltre l'Italia anche Francia, Germania, Svizzera, Austria e Slovenia; una rete di rapporti quasi giornalieri con il Nord Africa che avevano i loro punti fermi nelle riunioni di Roma, di Tunisi e infine di Berna.
Ma la lucentezza degli obiettivi reddito di cittadinanza e quota cento nel dibattito nazionale ha talmente appannato la percezione della necessità di proseguire su quella strada da consentire l'ingresso da protagonisti di altre potenze estranee agli interessi dell'Ue. La seconda debolezza, di cui mi scuso subito con i lettori e con le forze politiche, nasconde il mio percorso professionale. Voglio dire che sono fermamente convinto della rilevanza, in un sistema di sussidiarietà, del ruolo delle Regioni nel nostro Paese; la stessa approvazione di statuti risponde ampiamente a una previsione costituzionale. Quello che mi lascia perplesso è l'aver consentito, come fosse questo un fondamentale atto di autonomia, la decisione sganciata da ogni altra necessità, di fissare liberamente la data delle elezioni in ogni singola regione.
Gazzetta di Lucca, 25 gennaio 2020
Un pomeriggio di socialità per conoscersi e per parlare dei temi legati al carcere e al fine pena. È questa la finalità dell'iniziativa promossa dalla Caritas Diocesana e dal Gruppo Volontari Carcere insieme alla parrocchia di San Pietro a Vico, che si terrà il pomeriggio di domenica 26 gennaio a San Pietro a Vico, dove sorge la Casa San Francesco, struttura che ospita ex detenuti temporaneamente privi di abitazione e detenuti ammessi a godere di misure alternative alla detenzione.
Il programma prevede alle 15:30 un primo appuntamento alle strutture sportive dei Campini, dietro la chiesa del paese, dove è previsto un momento di socialità a cui sono invitati in particolare i giovani. Poi alle 17:30 una merenda alla casa San Francesco (in Via del Ponte, 406, vicino alla stazione) e un incontro con testimonianze e filmati per far conoscere la struttura e le sue finalità. Il pomeriggio si concluderà alle 19:30 con un aperitivo.
L'iniziativa fa parte dell'area sensibilizzazione del "Progetto nazionale carcere" sostenuto da Caritas Italiana e portato avanti sul territorio dagli operatori della Caritas diocesana in collaborazione con il cappellano della casa circondariale e i volontari della casa S. Francesco. L'intento è quello di diminuire la distanza tra il carcere, soprattutto chi lo abita, e le nostre comunità, innescando riflessioni sulla detenzione, l'essere umano, la corresponsabilità e il significato di essere comunità. Diversi incontri sono già stati fatti nelle parrocchie del territorio e alla casa San Francesco, coinvolgendo soprattutto i giovani.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 25 gennaio 2020
La scritta in tedesco "Qui ci sono ebrei" sulla porta della casa di Mondovì dove vive il figlio di una partigiana deportata nei lager. Stiamo scendendo nell'abisso, senza sapere dove arriveremo, fino a quando cammineremo nel buio. Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese, che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani, liberando forze sconosciute e inquietanti, in un'inversione morale della democrazia.
Chi ignorava gli allarmi di questi ultimi anni, i richiami striscianti al fascismo, la ferocia del linguaggio, la brutalità della politica, e banalizzava ogni regressione azzerandone il significato, oggi si trova davanti un'immagine iconica dell'oscurità in cui stiamo precipitando. Una stella di David e la scritta "Juden hier" (qui abita un ebreo) tracciate sulla porta di casa a Mondovì di Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbriick perché staffetta partigiana, e nel campo testimone dell'Olocausto. Guardiamo fino in fondo quel gesto.
Qualcuno è uscito di casa nella notte come un ladro, con lo spray nero, con il proposito di imbrattare in anticipo il Giorno della Memoria, individuando come bersaglio una vittima del nazismo e scegliendo un rituale fascista, per replicarlo nel 2020, in un Paese democratico, nel cuore dell'Europa e in mezzo all'Occidente.
Qualcuno tra i minimizzatori dirà adesso che si tratta di un gesto isolato: e ci mancherebbe altro. Ma la verità è che il contesto italiano rende plausibile quell'atto, certamente estremo e tuttavia non incoerente con il clima sociale, politico e culturale, di cui segna anzi il tracciato, spingendosi fino al confine. Si tratta dunque di leggere con attenzione i segni evidenti di questa trasformazione in corso.
Il cittadino privato che s'incarica di regolare conti pubblici secondo lui rimasti in sospeso nella storia, agisce infatti nel momento in cui sente che sono saltati alcuni interdetti costruiti nel tempo dalla democrazia, dal costume occidentale, dalla civiltà giudaico-cristiana, dalla cultura giuridica. Avverte che si è rotta la storia, come patrimonio condiviso del Paese, come pedagogia della conoscenza e come istruzione per la libertà.
Soprattutto sente che è venuto meno il legame sociale, il vincolo civico che crea uno scambio implicito di responsabilità tra i cittadini, nella vicenda repubblicana comune. Si sente fuori da quel vincolo, e nello stesso tempo sciolto da ogni obbligo. Libero di varcare il limite, cioè autorizzato a farlo. C'è dunque un'esemplarità rivolta al pubblico, in quel gesto, qualcosa di rituale, quasi un appello pagano.
Come se la scritta dicesse: siamo fuori dalla storia e dalla società, siamo liberi non perché possiamo esprimere al meglio le nostre facoltà ma al contrario perché liberati da ogni dovere e da qualsiasi soggezione morale, da qualunque obbligazione democratica; possiamo dunque liberare con noi i nostri demoni, segnare con la vernice il nuovo punto che congiunge passato e futuro. È un passaggio cruciale, perché in esso la persona si spoglia della responsabilità sociale di cittadino per tornare individuo, e l'individuo rinuncia al codice della convivenza costruito dai suoi padri per ritornare in un territorio neutro, primordiale, dunque sgombro da ogni tabù democratico.
Qui - è il posto giusto - si recuperano gli stilemi fascisti. Ma il fascismo è soprattutto nell'azione che mettendosi in scena si propone come forma estrema della semplificazione antipolitica e populista della complessità contemporanea. A questo punto la teoria non è necessaria, basta l'evocazione simbolica della vernice: il gesto esemplare nella sua radicalità spiega se stesso mentre si compie.
C'è in più la privatizzazione della storia, la sua distorsione consapevole, nel rifiuto ostinato di ogni sua lezione perché da quella lezione tragica è nata la ripulsa del fascismo, della guerra, della dittatura, delle leggi razziali: e tutto questo va azzerato nel gesto che mentre replica le parole d'ordine dell'orrore che abbiamo vissuto, azzera la vicenda repubblicana, nella consapevolezza che la sua fonte di legittimità morale è proprio in quella Resistenza che ha combattuto il fascismo.
Una negazione della realtà, la scelta di una realtà parallela che scende in strada di notte nel silenzio di una città piemontese di provincia, stravolgendo nella radicalità dell'offesa una tranquilla tradizione di moderazione democristiana, a conferma della mutazione in corso. Poi c'è il bersaglio di questa violenza. Poiché il rifiuto della storia produce ignoranza, hanno individuato la casa di una deportata nei campi nazisti, e l'hanno automaticamente definita ebrea, mentre Lidia Beccaria Rolfi era stata internata come partigiana.
Ma l'errore è rivelatore dell'ossessione: dal vortice feroce del neo-razzismo italiano, dalla xenofobia coltivata nella paura, dall'etnocentrismo usato come arma politica, rispunta l'ossessione eterna dell'ebreo. Ancora oggi, e nuovamente, e nonostante tutto.
Anche se siamo colpevoli, oltre che consapevoli, non riusciamo a essere vaccinati, non possiamo dirci innocenti. È come se in questa riemersione a dispetto della storia l'ebreo fosse il punto supremo in cui sì raccolgono, si potenziano e si esaltano tutte le pulsioni contro lo straniero, contro l'immigrato, contro l'ospite abusivo, contro il clandestino.
Non importa che si tratti di italiani. L'identità ebraica è prevalente e il concetto di razza, sconfitto scientificamente, ritorna proprio sul piano identitario, culturale. Come il migrante, l'ebreo è l'emblema che il neo-razzismo trasforma in bersaglio: uno è oggetto di politiche discriminatorie, l'altro di marchiature simboliche.
La persona-simbolo che è stata oltraggiata a Mondovì aveva rivelato per prima, dopo la liberazione da Ravensbrùck, la tragedia delle donne nei campi di concentramento, in una testimonianza parallela a quella di Primo Levi. La strada dove abitava oggi porta il suo nome. I fascisti hanno scelto quel nome, e quell'indirizzo. Sono arrivati fin lì, hanno individuato la casa, e hanno creduto con la loro scritta di ribaltare la storia. Hanno invece segnalato l'orlo del precipizio, dietro la porta malferma del Paese.
di Michele Fuoco
Gazzetta di Modena, 25 gennaio 2020
Oggi, nel carcere di S. Anna, sarà ospite la scrittrice Viola Ardone per parlare con i detenuti del suo nuovo libro "Il treno dei bambini", pubblicato da Einaudi. Un incontro che si svolge nell'ambito del premio letterario "Sognalib(e)ro" che intende promuovere, come strumento di riabilitazione, lettura e scrittura nelle carceri, tra cui la Casa Circondariale modenese.
La Ardone presenterà il suo libro anche oggi, alle 18, alla Biblioteca Delfini. La sua presenza è particolarmente significativa, domani, nella casa di via S. Anna che è tra 15 istituti scelti dal Ministero della Giustizia, dove sono attivi laboratori creativi: la Casa Circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, la Casa di reclusione di Milano Opera, quelle di Pisa, Brindisi, Verona, Saluzzo, Pescara,, Firenze Sollicciano, Napoli, Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna, e quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli, i cui detenuti partecipano al concorso sotto la veste di giurati e di scrittori. La cerimonia di premiazione si svolgerà, il 20 febbraio al Teatro dei Segni, in via S. Giovanni Bosco 150.
È un concorso con due sezioni. Per la Sezione Narrativa italiana, che comprende anche il premio speciale Bper Banca, i detenuti di ogni carcere, aderenti ai gruppi di lettura, costituiscono la giuria popolare per decretare il vincitore tra i tre romanzi: "La straniera" di Claudia Durastanti (Casa di Teseo), "Fedeltà" di Marco Missiroli (Einaudi) e "Le assaggiatrici" di Rossella Postorino (Feltrinelli).
Il vincitore indicherà alcuni libri, fondamentali per la sua vita, che saranno donati alle biblioteche delle carceri partecipanti. Per la seconda sezione, quella dell'"inedito", i detenuti diventano scrittori e a giudicarli sarà una giuria di esperti, presieduta da Bruno Ventavoli, giornalista responsabile dell'inserto Tuttolibri del quotidiano La Stampa, e composta dal disegnatore satirico Makkox, dagli scrittori Barbara Baraldi e Paolo di Paolo, affiancati da Antonio Franchini, editor Giunti.
"Lo spirito è sempre quello dello scorso anno: far leggere e scrivere che è un potentissimo strumento di riflessione e di redenzione. Ma è' cambiato qualcosa per la scrittura. Lo scorso anno - dice Ventavoli - il tema era di assoluta libertà: ognuno poteva scrivere quello che voleva (romanzo, racconto, poesia). Mi sono reso conto della difficoltà della scrittura perché c'è gente che ha la terza elementare, altri sono extracomunitari e non posseggono la nostra lingua.
Allora occorreva un binario su cui incamminarsi. Ed ecco il titolo su cui sono stati indirizzati: "Ho fatto un sogno". Inteso come sogno durante la notte, o il sogno di una nuova vita, di libertà. Sono arrivati 62 testi. E non sono pochi. Non li ho letti tutti. Ma molti sono belli e potenti, sinceri. C'è dentro la vita vera, la sofferenza, la fatica di stare in carcere. Sono tanti.
C'è una giuria e il premio che daremo è simbolico. I testi vengono raccolti in un'antologia della Casa editrice digitale "Il Dondolo" del Comune di Modena. Il primo premio è un riconoscimento. Nel 2019 l'editore Giunti ha fatto un e-book del romanzo che ha vinto il concorso. Adesso non si sa ancora. Potrebbe venir fuori anche un libro cartaceo".
A cura di Ventavoli e del Teatro dei Venti è la serata finale di premiazione a Modena, con la lettura pubblica delle riflessioni e dei commenti dei detenuti che hanno votato i tre libri in concorso, la cerimonia di premiazione dei partecipanti alle due sezioni, la presentazione dello studio scenico sull'Odissea, realizzato dal Teatro dei Venti, con alcuni degli attori detenuti della Casa Circondariale di Modena e della Casa di Reclusione di Castelfraco Emilia. Il premio è promosso dal Comune di Modena con la direzione generale del Ministero della Giustizia- Dipartimento amministrazione penitenziaria, Giunti Editore, e con il sostegno di Bper Banca anche per questa edizione.
vogheranews.it, 25 gennaio 2020
Dalla Casa Circondariale di Voghera giunge una alla riflessione sulla Giornata della Memoria che ricorre il prossimo lunedì 27 gennaio. In carcere di Voghera svolgerà anche al proprio interno attività a ricordo della Shoah. "La Casa Circondariale di Voghera sente in maniera profonda l'impegno e la volontà di sensibilizzare le persone detenute a riflettere sullo sterminio del popolo ebraico vittime del genocidio nazista per non dimenticare e perché non accada più - si legge in una nota.
Nella linea del tempo della storia dell'uomo, solo un attimo fa è accaduta tale immane tragedia che ha segnato per sempre la storia contemporanea, ma che già adesso tanti non ricordano o fingono di non ricordare. È compito delle menti lucide e delle istituzioni democratiche ricordare quanto avvenuto affinché le colpe personali non diventino responsabilità collettive; di qui l'impegno a tracciare un solco indelebile nella memoria della gente perché tali misfatti non si ripetano".
Per questo, nell'istituto di pena di via Prati Nuiovi, nella giornata di lunedì 27 gennaio 2020, saranno dedicati diversi momenti alla riflessione sull'argomento. Le persone detenute impegnate in percorsi scolastici, grazie alle scelte degli insegnanti dell'Istituto "A. Maserati" e del C.P.I.A. di Voghera, saranno coinvolte in Aula Magna per assistere alla proiezione del film "Un sacchetto di biglie".
A seguire, nella Sala Teatro, si terrà l'evento dal titolo "Il Cinema e la Shoah", promosso dal Comitato Soci Coop di Voghera e dall'associazione "Voghera è", in collaborazione con l'associazione "GattoMatto", per discutere su spunti offerti da letture e trailer dei film più famosi sull'argomento. "Nel pomeriggio siamo onorati di accogliere gli operatori dell'A.N.E.D. -Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti - spiega la direzione -, per approfondire la conoscenza sulla deportazione nella provincia di Pavia e ascoltare interviste ai sopravvissuti dei lager."
In serata, poi, un gruppo di persone detenute appartenenti a circuito Media Sicurezza avranno l'opportunità, accompagnate da tre operatori volontari, di recarsi presso la sede della Fondazione Adolescere di Voghera per assistere all'evento proposto alla cittadinanza "Il Cinema e la Shoah", che qui è tenuto alla mattina. Infine, il giorno seguente, gli studenti detenuti si ritroveranno ancora per una discussione guidata sul film "Un sacchetto di biglie" e per ascoltare il messaggio della senatrice Liliana Segre.
"Si rivolge un particolare ringraziamento ed un pensiero di autentico riconoscimento agli operatori volontari e alla scuola che, in questa circostanza, credono e ci aiutano nell'importante compito di mantenere viva questa memoria, affinché nessuno possa più dire di non sapere", conclude la direzione del carcere.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 25 gennaio 2020
Sono trascorsi quattro anni, lunghi e penosi, da quando Giulio Regeni è stato torturato e ammazzato in Egitto. Un omicidio politico consumato impunemente, almeno finora, ai danni di un giovane ricercatore italiano. Di fronte a ogni crimine, comune o politico, vi sono sempre due verità, una storica e l'altra processuale, non sempre sovrapposte, ma soprattutto non sempre sovrapponibili. La storia giudiziaria e politica italiana degli ultimi cinquant'anni è piena di doppie verità.
La verità processuale è necessariamente dettata dai tempi e dalle forme della giustizia, nonché dallo stato della democrazia in un dato Paese o dall'asservimento in un certo momento storico del potere giudiziario a quello politico. La storia invece non ha bisogno di un processo in un'aula di tribunale per definire come veri taluni fatti. Giulio Regeni è stato torturato a morte. Questo è un fatto storicamente accaduto ed oramai ampiamente dimostrato.
La tortura è qualificata nel diritto internazionale quale un crimine di Stato. Non riguarda i rapporti violenti tra persone comuni nelle loro vite private. La tortura presuppone un rapporto asimmetrico tra la persona fermata/arrestata/controllata/detenuta e colui che la custodisce/trattiene/detiene/controlla in nome e per conto del potere pubblico.
La tortura è sempre un delitto proprio di funzionari dello Stato. Giulio Regeni è stato torturato e ammazzato da chi ha agito in nome e per conto di qualcun altro, a sua volta espressione del potere pubblico. Non sappiamo materialmente i nomi e cognomi di esecutori e mandanti, ma conosciamo con certezza il contesto del crimine. Esso è oramai un fatto storico acclarato e non più contestato neanche dagli egiziani, dopo i loro numerosi tentativi di depistaggi e di far finire l'inchiesta in una palude investigativa. L'assenza di cooperazione da parte egiziana nella ricerca delle prove e nel raggiungimento della verità processuale è esso stesso un fatto politico che a sua volta supporta la verità storica.
Alla luce di queste premesse vanno distinte le azioni politiche da intraprendere da quelle giudiziarie. Mentre queste ultime sono necessariamente vincolate al raggiungimento della verità processuale e richiedono inevitabilmente il supporto investigativo egiziano, i rapporti tra i Governi ben possono prescindere dalla verità processuale e invece affidarsi alla verità storica, ossia che Giulio è stato torturato e assassinato da chi agiva in nome e per conto dello Stato egiziano.
Se dunque è storicamente determinato che Giulio Regeni è stato torturato a morte e che le autorità di quel Paese fino ad oggi non hanno aiutato i giudici italiani nella ricerca della verità, allora l'Italia dovrebbe farne un caso politico internazionale aprendo un conflitto duro contro l'Egitto davanti alle Nazioni Unite. In particolare è giunto il momento che l'Italia attivi la procedura di inchiesta di cui al Patto sui Diritti Civili e Politici del 1966, ratificato sia dall'Italia che dall'Egitto, che ne è dunque vincolato formalmente.
L'Italia non deve limitarsi a questo ma deve formalmente rivolgersi anche al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura avviando il procedimento di cui all'articolo 20. Anche in questo caso l'Egitto ha ratificato il Trattato e si è conseguenzialmente vincolato a sottoporsi a un'investigazione internazionale. Un giorno, infine, prendendo atto che in Egitto non si arriverà probabilmente in tempi ragionevoli a un processo e a una sentenza rispettosa della verità storica, così come è avvenuto in altre vicende riguardanti violazioni sistematiche dei diritti umani, si dovrà iniziare a pensare a un processo da svolgersi in Italia che sottoponga a giudizio tutti coloro che hanno depistato le indagini, occultato la verità o comunque materialmente impedito che essa fosse raggiunta.
*Presidente Antigone
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Scusate se insistiamo. Chi ha ucciso Vakhtang Enukidze? Il capo della polizia, Gabrielli, non se la può cavare semplicemente mostrando indignazione per i paragoni che vengono fatti tra la sua uccisione e l'uccisione di Stefano Cucchi. Il capo della polizia deve spiegare cosa è successo nel Cpr, chi ha picchiato il ragazzo georgiano, perché lo ha fatto, quali sono le responsabilità della polizia di Stato, se e come si sta indagando per scoprire i colpevoli.
Il fatto che la vittima non sia italiana non cambia di una virgola le cose. Se le forze dell'ordine hanno pestato con violenza Vakhtang, come sostengono alcuni testimoni, e se - oltretutto - è poi riuscita a far espellere in fretta e furia dall'Italia alcuni dei profughi che avevano assistito al pestaggio, beh, il capo della polizia non avrà difficoltà a capire che ci troviamo di fronte a uno scandalo. E se questo scandalo schiarisce un po' in questo clima da "prima gli italiani" solo per il fatto che la vittima non è italiana, vuol dire che l'Italia sta scivolando in basso nel pozzo dell'inciviltà.
Chi legge questo giornale sa cosa è successo. (Chi legge altri giornali, forse, non lo sa: molti giornali ne hanno parlato poco assai o niente). A metà della settimana scorsa un ragazzo georgiano, rinchiuso nel Cpr di Gradisca (Centro di permanenza per i respingimenti) è stato picchiato, poi portato in carcere e forse di nuovo picchiato, poi riportato al Cpr agonizzante, poi finalmente messo in una ambulanza per tentare un ricovero in ospedale in extremis, ma ormai era troppo tardi e l'ambulanza è diventata la camera mortuaria.
Le autorità prima ha detto che il giovane era rimasto ferito in una rissa tra profughi, poi quando la cosa è stata smentita da tutti i presenti, non hanno detto più niente. I testimoni sono concordi nel racconto: c'è stata una scazzottata tra Vakhtang e un giovane del Marocco, Vakhtang stava avendo la meglio quando sono intervenuti una decina di agenti.
Hanno preso Vakhtang, lo hanno gettato a terra, lo hanno pestato e poi lo hanno trascinato via per i piedi. Dove? In prigione. Da questo momento in poi i testimoni che erano al centro non hanno saputo più niente. Tre giorni dopo lo hanno rivisto, ma era già in fin di vita. Lo hanno messo sul lettino. Lui ha rantolato tutta la notte e poi è anche caduto dal letto. A quel punto, finalmente, è stata chiamata l'ambulanza.
Questi sono i fatti nudi e crudi. Sul nostro giornale li ha raccontati due giorni fa Riccardo Magi, parlamentare radicale che domenica è andato in visita al Cpr di Gradisca e ha raccolto le testimonianze di alcuni reclusi. Oltre a questi fatti c'è la denuncia Gianfranco Schiavone dell'Asgi (Associazione studi giuridici sull'immigrazione) e dello stesso Magi, secondo i quali sarebbero stati espulsi dall'Italia alcuni testimoni.
Oggi in tutt'Italia si celebra, con rabbia - con giusta rabbia - il quarto anniversario del rapimento e poi dell'uccisione di Giulio Regeni, giovane ricercatore italiano ammazzato dalle autorità egiziane. Giulio era un ragazzo straniero in Egitto. Non si sa perché l'hanno ucciso. Non vogliono dircelo. Né perché, né chi, né in che modo. In Italia si è creato un forte movimento di protesta contro le autorità egiziane. Anche le istituzioni hanno partecipato a questo movimento. Verità e giustizia: questo si chiede. Il caso di Vakhtang è uguale al caso Regeni. Verità e giustizia anche stavolta: niente di più. Per Giulio e per Vakhtang. Gabrielli si offende? Poco male. La ministra dell'Interno ha qualcosa da dire? Ha qualcosa da dire il premier Conte?
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 25 gennaio 2020
Lunedì l'autopsia sul corpo di Vakhtang Enukidze. Intanto l'altro ieri rimpatrio volontario di un altro testimone e foglio di via a un attivista No Cpr. Intorno alle ragioni del decesso di Vakhtang Enukidze rimangono aperte diverse piste. Il 38ennne cittadino georgiano è spirato sabato 18 gennaio, poche ore dopo il trasporto in ospedale dal Cpr di Gradisca d'Isonzo.
La versione diffusa inizialmente attribuiva le cause della morte alle conseguenze di una rissa tra migranti avvenuta martedì 14. L'ipotesi è stata smentita dalle testimonianze raccolte durante due visite ispettive dal deputato Riccardo Magi (+Europa), "nella colluttazione Enukidze ha avuto la meglio", e dal fatto che l'altro uomo coinvolto, un egiziano, è stato rimpatriato tra lunedì e martedì scorso. Difficile credere che il potenziale omicida sia stato allontanato dall'Italia prima della conclusione delle indagini.
L'attenzione si è quindi concentrata sulle modalità con cui le forze dell'ordine hanno sedato la colluttazione tra i due reclusi. Alcuni testimoni hanno raccontato a Magi che circa 10 agenti sarebbero intervenuti in maniera pesante, colpendo il georgiano e "trascinandolo via come un cane". L'uomo avrebbe sbattuto la testa in una caduta. In seguito a questo episodio, Enukidze è stato trasferito in carcere, forse dopo un passaggio in pronto soccorso. Lì è apparso turbato, agitato, ma le sue condizioni non hanno destato preoccupazione. Giovedì è comparso davanti a un giudice nell'udienza di convalida per l'aggressione, difeso dall'avvocata Marzia Como.
La legale non ha voluto rilasciare dichiarazioni sullo stato del suo assistito in quel momento, ma il Garante dei detenuti Mauro Palma, che lunedì scorso ha visitato Cpr e carcere e chiesto informazioni alla Procura in qualità di persona offesa, ha confermato al manifesto che durante l'udienza Enukidze era in grado di rispondere alle domande. Dopo la testimonianza della polizia sulla presunta aggressione, infatti, ha preso parola e detto al giudice che quella versione era solo parzialmente corretta.
Il giudice ha rilasciato il georgiano a piede libero. Così è stato portato nuovamente nel Cpr. Ha varcato il cancello intorno alle 8 di sera dello stesso giorno. Il Garante ha visionato la scheda di ingresso, dove il personale del centro di detenzione ha scritto che Enukidze era vigile. Quando le altre persone recluse lo hanno rincontrato, però, lo hanno trovato in pessime condizioni. A Palma hanno riferito che barcollava, era dolorante e aveva ematomi evidenti (che potrebbero anche avere origine nell'episodio del martedì). A Magi hanno detto che non riusciva a stare in posizione eretta e aveva le gambe piegate. Il deputato ha anche affermato che dalle informazioni raccolte risulta che i compagni di cella di Enukidze hanno chiesto l'intervento medico nella notte di venerdì, senza ottenere risposta fino al sabato mattina. Che cosa ha causato l'aggravamento delle condizioni del georgiano? Il nodo principale della vicenda è stretto intorno a questa domanda, sebbene altri interrogativi riguardino le motivazioni della mancanza di un'adeguata e rapida assistenza medica.
Il dottor Vittorio Fineschi, direttore dell'Unità operativa complessa di medicina legale e assicurazioni della Sapienza, ha rilasciato un parere scientifico al manifesto affermando che il nesso tra un episodio di scontro fisico e un decesso successivo di oltre 72 ore, durante le quali il soggetto rimane lucido, può verificarsi principalmente in tre casi: "presenza di un ematoma a livello subdurale dell'encefalo, rottura della milza in due tempi o, evento più raro, sanguinamento interno per rottura delle viscere". Sarà l'autopsia a dire cosa ha ucciso Enukidze e verificare l'eventuale presenza di questi traumi. Si svolgerà lunedì alla presenza del legale della famiglia, nominato solo ieri dopo diversi giorni di attesa, e di un rappresentante del Garante dei detenuti. Se quegli elementi non venissero rilevati, sarà ancora più importante capire in maniera dettagliata cosa è accaduto giovedì sera, al rientro tra le mura del Cpr.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 25 gennaio 2020
Amnesty International ha aggiornato a oltre 600 il numero dei manifestanti uccisi in Iraq dall'ottobre 2019 e ha denunciato un forte aumento della repressione, con 12 manifestanti uccisi solo nell'ultima settimana a Baghdad, Bassora, Kerbala e Diyala. La campagna di morte delle autorità irachene è dunque ripresa, con l'impiego di proiettili veri e delle micidiali granate a uso militare di produzione serba e iraniana. Uno degli episodi più gravi è accaduto il 21 gennaio a Baghdad sul cavalcavia della strada a scorrimento veloce Mohammed al-Qasim, presidiata da veicoli blindati con le insegne di un'unità speciale d'élite che risponde direttamente al primo ministro.
I militari che stavano sul cavalcavia hanno preso alcuni manifestanti e li hanno scaraventati giù, da sette metri di altezza. Un fotografo ha ripreso un uomo che improvvisa una danza della vittoria dopo aver sparato una granata dal cavalcavia contro i manifestanti che si trovavano sulla strada sottostante. La sera del 21 gennaio, sempre a Baghdad, la Guardia presidenziale ha invaso le strade di al-Dora, un quartiere residenziale e commerciale situato nella zona meridionale della città.
Questa è la testimonianza di un ragazzo che ha preso parte alle manifestazioni sin da ottobre: "Le forze presidenziali erano presenti in massa al posto di blocco. A un certo punto hanno iniziato a sparare in aria e a catturare persone, giovani soprattutto. Siamo scappati in direzione di via al-Tuma, riparandoci nelle caffetterie, nei negozi e in una palestra. Ci hanno inseguiti sin lì portando via alcuni di noi e le persone che cercavano di fermarli. Poi hanno strappato i telefonini dalle mani di coloro che stavano riprendendo la scena e hanno arrestato chi opponeva resistenza". A Bassora, le notti del 21 e del 22 gennaio le forze di sicurezza hanno disperso le manifestazioni con brutali pestaggi e usando proiettili veri.
Ecco una testimonianza raccolta dalla città: "Le forze di sicurezza arrivavano verso le 23 o intorno alla mezzanotte, quando i manifestanti erano di meno, e iniziavano a sparare. Come se fossero venute lì per ucciderci. Ho visto molte persone venire immobilizzate a terra e picchiate, alcuni avevano 14-15 anni. Quando tornavano nella zona dove era concentrato il grosso delle proteste, ci mostravano i segni delle bastonate e delle manganellate sulla schiena".










