di Ignazio Marino
L'Espresso, 26 gennaio 2020
L'alleanza tra Pd e 5 Stelle doveva, tra le altre cose, portare alla cancellazione delle leggi sull'immigrazione volute dal leghista. Ma i dem hanno deciso che se ne parlerà solo dopo le regionali.
Fare ciò che è giusto, non ciò che conviene. Può sembrare un'affermazione scontata, almeno dal punto di vista etico. E certamente è sempre stato un principio di riferimento nella mia vita da chirurgo. Ma nei pochi anni in cui mi sono dedicato alla politica attiva mi sono immediatamente scontrato con un principio assai diverso: la strada da seguire è quella che conviene al partito, o a se stessi.
Ricordo il momento in cui me ne resi conto per la prima volta. Avevo appena depositato al Senato una proposta di legge sul testamento biologico e volevo discuterne con i senatori della maggioranza di centro-sinistra. Una senatrice del Pd, guardandomi dritto negli occhi, affermò che era inutile incontrarsi perché la decisione era "politica". Tradotto: la legge non si votava. Compresi in quel momento, con sgomento, la differenza tra una decisione presa sul merito e una presa sull'opportunità politica. Passo dopo passo capii quanto l'affermazione di quella senatrice era la regola nella vita dei palazzi.
E da sindaco di Roma mi capitò di condividere con un altro sindaco un momento di commiserazione reciproca. Il mio interlocutore durante una riunione mi disse: "Ignazio, devo abbellire il lungomare e sostituire la pavimentazione. Ho chiesto di selezionare materiali diversi sia di natura che di colore e la mia maggioranza mi ha fermato perché la decisione, mi hanno detto, è politica. Ma se io devo scegliere tra pietra, calcestruzzo o altro sulla base di criteri funzionali ed estetici, perché devo convocare una riunione di maggioranza?". Il perché è chiaro. La politica non è interessata all'eleganza o alla solidità della pavimentazione ma a chi verranno assegnati i lavori.
Questi pensieri mi sono tornati in mente in questi giorni. Ho già scritto su queste pagine quanto io ritenga innaturale e sbagliato presentarsi alle elezioni indicando i propri valori, affermando che mai esisterà, ad esempio, un'alleanza con il M5S e poi percorrere la strada opposta, pur invocando scenari devastanti come il pericolo di un ritorno del fascismo in Italia.
Quindi, ci è stato spiegato lo scorso agosto, l'alleanza si giustifica per il bene del Paese, e non per mantenere le poltrone in Parlamento. E, infatti, promisero solennemente che nella prima settimana la "santa alleanza" contro il fascismo avrebbe abolito gli odiosi decreti votati dalla Lega e dal Movimento Cinque Stelle che prevedono multe fino a un milione di euro per le navi che soccorrono migranti in mare evitando che affoghino e consentono l'arresto del comandante che porti in acque territoriali quelle vite salvate. Di settimane però ne sono trascorse venti, e in questi giorni il Pd ha deciso che non se ne parla proprio di abolire adesso quei decreti, ci sono le elezioni in Emilia-Romagna quindi è meglio aspettare.
Conosco l'Emilia e moltissimi elettori sono giustamente e orgogliosamente legati ai valori della Resistenza e dell'antifascismo. Siete davvero convinti, signori del Pd, che con la vostra decisione di convenienza politica decideranno di sostenervi?
di Roberto Saviano
L'Espresso, 26 gennaio 2020
Il tranello del giornalismo da gossip e retroscena: abbassare tutto a impostura, in un tritacarne che serve a soffocare la verità. E la reazione. Ho scritto di Ani Laurent, l'adolescente trovato morto a Parigi nel carrello di atterraggio dell'aereo proveniente da Abidjan e il racconto, crudo, terribile di ciò che è accaduto a qualcuno non è piaciuto. E chi si è indignato non l'ha fatto per il dramma, ma per il racconto del dramma.
Qualche settimana prima apro la casella di posta elettronica e trovo uno screenshot raccapricciante, me lo manda una amica. È la homepage di un noto sito soft-porno di pseudo-informazione, lo stesso che si indigna e strepita per il mio articolo sul quattordicenne morto nel tentativo di raggiungere l'Europa. Ebbene, quel sito dà una notizia come peggio non potrebbe. Il fatto di cronaca è questo: nella provincia di Firenze, un uomo droga con sonniferi sua cognata, la sequestra e per un mese la tiene rinchiusa in un pollaio dove la lega a una branda, la picchia e la violenta.
Il sito soft-porno di pseudo-informazione dà la notizia più o meno in questo modo, vado a memoria: "Un porcello nel pollaio". E poi c'è una foto: polli rinchiusi in un recinto e, in primo piano, una pornostar di spalle nuda e legata. Un crimine - naturalmente ci sarà un processo, ma non mi sembra che si possa a cuor leggero definirla una bravata - raccontato come una goliardata: il presunto stupratore diventa un "porcello" e la donna abusata una attrice porno. Inorridisco al pensiero di chi possa essere il destinatario di un tale giornalismo e al pensiero che possa esserci assuefazione a questo modo di raccontare non solo fatti di cronaca, ma anche ciò che accade in politica. Tutto diventa gossip, anche un crimine, e tutto diventa retroscena costruito spesso da giornalisti falliti, che non sono riusciti a realizzarsi nell'accademia, nell'editoria, né tantomeno nel giornalismo autorevole, ma che oggi stanno avendo il loro termidoro, o almeno così credono.
Mi si risponderà che questo modo di fare giornalismo è sempre esistito, ma la cianfrusaglia diffamatoria di un tempo non aveva altra diffusione che i lettori che andavano a cercala in edicola. Penso a tutto il bassissimo gossip che "lo Specchio" vomitava su Pasolini; non oso immaginare quanto peggiore sarebbe stata la vita di Pasolini se tutta la bile che gli veniva gettata addosso avesse trovato una eco sul web. Molto probabilmente sarebbe arrivata, prima del suo lavoro, la diffamazione e avrebbe convinto molti a tenersi lontani dalla sua produzione letteraria e artistica.
Quando si descrive l'ingiustizia di una morte precoce, avvenuta per inseguire un sogno, la risposta di alcuni è: perché ce lo racconti? Per farci sentire in colpa? Si insinua che in realtà si tratta solo di un'operazione tattica perché tanto il racconto dell'ingiustizia non muta la realtà che viviamo, ma porta solo consenso a chi scrive. E quale vantaggio si ottiene a raccontare una storia dolorosa? Al contrario, interrogatevi su quali siano le conseguenze di chi non legge le tue parole, ma ti dice che non dovresti scriverle; interroghiamoci sull'obiettivo che chi deride il racconto vuole ottenere: disarmare il coraggio e permettere a tutti di sentirsi comodi nell'odio, legittimando l'ignoranza che spesso non è mancanza di studio, ma di conoscenza. Se non so, sto meglio, ergo tu non devi raccontare, tu devi tacere.
Le parole perdono centralità; l'imperativo è denigrare chi scrive e racconta, perché si decida a priori di non leggere e non ascoltare. Colpire l'autore senza interrogarsi sul testo, non farne mai una analisi puntuale, ma basarsi lombrosianamente su quanto un volto possa suscitare antipatie o simpatie, attribuire vizi o virtù a seconda delle necessità. Siamo caduti nel tranello delle bestie del giornalismo da gossip e retroscena, che vogliono abbassare tutto a trama, a imbroglio, a vizio, a impostura, impedendo che possa esistere una differenza.
Ed ecco la loro vittoria: far pensare che non ci sia alcuna differenza e tutti, anche i loro "amici", sono trattati come carne da frollare, a cui spaccare le ossa perché nessuno possa rimanere in piedi. Ma se vuoi puoi sottrarti al tritacarne. Come? Paga e non verrai attaccato, paga e non entri nel mirino. Compra pubblicità sulle nostre pagine e staremo tutti a cuccia. E chi non paga? Verrà massacrato non una volta, non due volte, ma all'infinito. E allora il massacro perenne diventa garanzia. Nessuna paura, come scrisse Blaga Dimitrova: "Calpestata, l'erba diventa un sentiero".
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 26 gennaio 2020
La Tunisia ha annunciato il rimpatrio di una decina di minori, detenuti in Libia, figli di estremisti dell'Isis uccisi nel 2016 a Sirte, vecchia roccaforte dello Stato Islamico. Sei di loro sono tunisini e hanno un'età compresa tra i 3 e i 12 anni, gli altri invece possiedono nazionalità differenti. Tutti insieme sono stati ospitati per 3 anni, nella città di Misurata, dalla Mezzaluna Rossa libica, un'associazione di volontari che offre assistenza alla popolazione. Si tratta di bambini che sono rimasti orfani di terroristi, appartenenti all'organizzazione dello Stato Islamico, da quando, nel 2016, la città di Sirte è stata liberata dall'occupazione jihadista. Ora la Tunisia ha accettato di accogliere circa una decina di loro.
Un anno fa, la polizia forense tunisina aveva estratto campioni di Dna dai bambini per confermare la loro nazionalità prima di rimpatriarli. Le procedure seguite per preparare i minori all'espatrio sono state spesso criticate dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, prima fra tutte Human Rights Watch, che ha accusato i funzionari tunisini di indugiare e di non fare nulla per rendere più semplici e veloci i meccanismi di rimpatrio dei figli dell'Isis.
Negli ultimi anni, la Tunisia è stata una delle maggiori incubatrici di foreign fighters, che, dal loro Paese, hanno deciso di spostarsi in altre parti del mondo per aderire alla causa dello Stato Islamico e combattere a fianco dei militanti estremisti.
Nel 2015, le Nazioni Unite hanno contato che circa 5.000 tunisini hanno raggiunto la Siria e la Libia per unirsi all'Isis. Le autorità di Tunisi, da parte loro, smentiscono i numeri dell'Onu e ridimensionano la portata dei foreign fighters a circa 3.000 cittadini. La maggior parte di questi combattenti tunisini si è unita allo Stato Islamico in Libia e ha portato avanti le sue offensive soprattutto a Sirte, dove le forze del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli (Gna) sono riuscite a entrare solo dopo settimane di intensi combattimenti.
La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l'inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall'Onu. Dall'altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell'esercito di Haftar. L'Italia, il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.
La presenza in Libia di forze appartenenti allo Stato Islamico è stata ripetutamente confermata nel corso degli ultimi due anni. Già nel dicembre del 2017, il coordinatore dell'antiterrorismo dell'Unione Europea, Gilles de Kerchove, aveva dichiarato che, nonostante l'ISIS fosse stato sconfitto a livello territoriale in Siria e in Iraq, sarebbe potuto rinascere in Paesi caratterizzati da "governi deboli", come la Libia.
Il 15 novembre scorso, poi, i militanti dello Stato Islamico in Libia hanno giurato fedeltà al nuovo leader dell'ISIS, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, succeduto ad al-Baghdadi il 31 ottobre scorso. Nel video trasmesso, ogni foto riporta una didascalia che cita: "Siamo a lato delle truppe del califfato del principe dei fedeli, lo sceicco jihadista, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi (che Allah lo protegga)".
Il Global Terrorism Index 2019, relativo al 2018, ha inserito la Libia al 12esimo posto tra i Paesi che subiscono maggiormente la minaccia terroristica, con un indice pari a 6,76 su 10. Nonostante le capacità militari dello Stato Islamico siano notevolmente diminuite, il gruppo terroristico è ancora in grado di condurre attacchi contro obiettivi occidentali locali e nella regione circostante.
Nell'ambito della lotta contro l'Isis, un ruolo di rilievo è stato svolto da Washington e dal comando statunitense in Africa (Africom), responsabile di diversi attacchi aerei condotti contro le milizie terroristiche, situate in aree definite principali per la produzione di petrolio del Paese. Tra il 20 ed il 30 settembre scorso, quattro attacchi aerei hanno causato la morte di 43 militanti dello Stato Islamico ma, a detta di un funzionario della difesa statunitense, in Libia vi sono ancora circa 100 combattenti jihadisti.
di Luciano Capone
Il Foglio, 25 gennaio 2020
Si fa presto a chiamarla "gaffe". La semplicità con cui, per due volte, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha risposto "gli innocenti non finiscono in carcere" alla giornalista Annalisa Cuzzocrea che a "Otto e mezzo" gli aveva chiesto se da Guardasigilli si preoccupasse delle tantissime persone ingiustamente recluse è una bestialità.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Lei sa, signor ministro Bonafede, che non è mio costume speculare su incidenti altrui, e ridere scompostamente di chi inciampa. Ho anche letto la sua precisazione, che questa volta francamente fatico a comprendere. Ci mancherebbe pure che l'assolto debba poi andare in galera!
di Valentina Errante
Il Messaggero, 25 gennaio 2020
Bonafede: gli innocenti non finiscono in carcere. Bufera sul ministro, Salvini: si dimetta. Fi: "E la malagiustizia?". L'inciampo di Alfonso Bonafede ("Cosa c'entrano gli innocenti che finiscono in carcere? Gli innocenti non finiscono in carcere") tiene banco per tutta la giornata. I numeri raccontano che in tanti sono finiti dietro le sbarre ingiustamente.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 25 gennaio 2020
Com'era immaginabile, l'infelice frase del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che "gli innocenti non finiscono in carcere" ha sollevato feroci critiche e imbarazzati dissensi. Il povero ministro ha chiarito che si riferiva "in quel contesto, a quelli che vengono assolti". Il che è come dire che il signor De La Palisse un quarto d'ora prima di morire era ancora in vita. È ovvio infatti che chi è assolto non finisce in galera.
di Elisabetta Zamparutti*
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Violenze, suicidi, isolamento. Il Comitato anti-tortura del Consiglio d'Europa mette sotto accusa le carceri italiane, ma il suo report è solo in inglese. Va tradotto, per permettere a tutti di conoscerlo: direttori, detenuti e cittadini.
di Fabio Tonacci*
La Repubblica, 25 gennaio 2020
"Lui era sanissimo, l'hanno picchiato ma a chi volete che importi di un migrante morto? Giustizia? Per noi non cambia nulla, ma dateci la sua salma". Il 38enne georgiano, trovato privo di conoscenza nella sua cella, è morto sabato scorso all'ospedale di Gorizia.
A Chiatura, la città georgiana delle miniere bolsceviche e delle funivie, tremila chilometri a est di Gradisca di Isonzo, una donna piange il fratello che non ha più. Una donna che ha esaurito la speranza. "A chi volete che interessi il destino di un immigrato?". Non ha fiducia. "La giustizia? Per noi non cambia niente...".
Non ha più forza. "Vogliamo solo riavere la salma". Disorientata da una morte senza senso, di cui poco o niente è riuscita a sapere, ma che lo stesso le fa gridare: "L'hanno picchiato, me l'hanno ucciso!". Asmat Jokhadze è la sorella di Vakhtang Enukidze, il georgiano di 38 anni deceduto sabato scorso all'ospedale di Gorizia, dopo essere stato trovato privo di conoscenza nella sua cella nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca.
Nei giorni precedenti, in quel Cpr di frontiera, era successo di tutto. Rivolte, proteste, le forze dell'ordine in assetto antisommossa. Enukidze ha un litigio nel cortile interno con un altro detenuto in attesa come lui dell'espulsione, pare per una questione legata a un telefonino. Gli agenti di polizia intervengono a sedare la rissa e, secondo alcune testimonianze adesso al vaglio della procura di Gorizia, in quell'occasione sono protagonisti di violenze nei confronti del georgiano. Enukidze viene anche arrestato, per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Presenzia all'udienza di convalida davanti al giudice, e dopo due giorni torna al Centro. Chi lo ha visto al rientro lo ricorda "in condizioni pessime, incapace di stare in piedi". Gli vengono dati antidolorifici e ansiolitici, e, nella notte tra venerdì e sabato, si sente male. La procura ha aperto un fascicolo, a carico di ignoti, per omicidio volontario.
Asmat Jokhadze parla solo russo. La raggiungiamo al cellulare, ma risponde alle domande di Repubblica controvoglia. Esordisce cercando di chiudere subito la conversazione: "L'ambasciata georgiana in Italia ci sta aiutando per riavere la salma. Fino a quando non avremo il risultato dell'autopsia (prevista per lunedì, ndr), e nell'interesse stesso dell'indagine, mi hanno consigliato di non parlare coi giornalisti. Non chiamateci, non abbiamo niente da dire. I miei genitori sono anziani, sono devastati dal dolore. Non hanno nemmeno il corpo di loro figlio su cui piangere. Arrivederci...".
Ma Asmat è una sorella ferita, anche da quanto ha letto sulla stampa, e quell'amarezza che la tormenta non riesce a trattenerla. "Vakhtang era sanissimo, non è vero che era malato! Sono state scritte tante falsità. Giocava a calcio qui a Chiatura, la città dove siamo cresciuti, e ha fatto anche l'imbianchino. È venuto in Italia due anni fa per cercare lavoro, ha vissuto a Roma, faceva dei lavoretti non so di che genere, ma non aveva il permesso di soggiorno e allora la polizia l'ha fermato e l'ha portato a Bari".
Il georgiano ha passato un periodo nel Centro rimpatri pugliese, poi il 19 dicembre scorso è stato trasferito, insieme ad altri stranieri, a Gradisca. "Me l'hanno ucciso, ma nessuno crederà a noi", ripete Asmat. "A chi volete che interessi il destino di un migrante morto? Mio fratello era una persona equilibrata, di buon carattere. Non era certo un violento".
Stando a quanto sono riusciti a ricostruire finora gli inquirenti, però, Vakhtang aveva partecipato ad almeno due rivolte interne al Cpr, prima del litigio del martedì con un altro straniero. Gli sono stati dati dei farmaci sia in carcere sia dopo, ma la documentazione sanitaria acquisita al Cpr è parsa agli investigatori "frammentaria e poco coerente".
Asmat ha raccontato al Piccolo di Trieste di aver chiamato Vakhtang la sera prima del decesso, e di aver capito che stesse male dal fatto che il personale del Cpr gli aveva aumentato la dose dei farmaci. Sul punto, la donna non vuole aggiungere altro. "Non posso parlare", spiega. "In Italia di sicuro strumentalizzerete questa storia per speculazioni politiche".
E quando le raccontiamo l'esito giudiziario che ha avuto, seppure dopo dieci anni, il caso di Stefano Cucchi, anche lui morto mentre era in custodia dello Stato, la risposta di Asmat chiude ogni discorso. "Sì, ma lui era italiano".
*Ha collaborato Ekaterina Koshkina
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Nelle esistenze che si spengono si soffre di più per le vite brevi, quando a morire sono i bambini. Eppure più si è piccoli, minore è la comprensione del concetto di morte, più si è giovani meno si ha paura di morire. Da grandi è diverso, la si percepisce in pieno l'ombra nera che arriva, e quando uno la vita se la toglie sa di portare dolore.
Giuseppe Gregoraci si è impiccato nella cella del carcere di Voghera: ammazzarsi in una prigione è una cosa complessa, ti devi sottrarre ai tuoi guardiani, ai compagni di pena. Muori in modo ragionato, i perché te li lasci dietro perché non siano risolti, la tua vita finisce in cronaca, poche righe veloci e per chi non ti ha conosciuto resterai quello.
Giuseppe era di Siderno, nella Locride, finito in una delle tante retate che si annunciano nelle albe radiose della Calabria, la sua aveva un nome imponente: Canadian Ndrangheta Connection, con essa, per la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, sono stati messi in luce i rapporti e i traffici fra le 'ndrine calabresi e le loro corrispondenze criminali di Toronto.
Dentro ci è finito a luglio quando in Calabria domina l'Oriente e gelsomini e oleandri fanno a gara per profumare la notte, oltre la libertà ha perso la sua terra e si ritrovato a respirare l'aria Padana di Voghera, che in estate sa delle vite giovani di granturco e riso e del letame delle stalle. Ed è stata la mancanza a segnare la gran parte dei suoi 51anni di esistenza: nessuno lo sa, ma da giovane Giuseppe è stato solo Pino, è entrato in una delle migliori pasticcerie del suo paese per imparare un mestiere. E lo ha fatto il pasticcere. Un incidente stradale gli ha portato via un piede.
A Voghera ci è arrivato con una protesi, dopo un po' ha rinunciato a utilizzarla perché le condizioni igieniche in promiscuità non sono facili da trovare. Si è arreso a una sedia a rotelle. E Pino era un uomo, era un uomo con una disabilità, con una giovinezza segnata da quel dramma, era un marito, un padre. Da detenuti si perde tutto, se si è accusati di mafia si diventa solo quello, un 'ndranghetista. Lo si diventa prima di qualunque condanna.
E forse anche quando ci siano le responsabilità, magari dopo che siano state dimostrate, il fatto di essere imputati non dovrebbe travolgere tutto. Le manette non lo hanno un angolo buono a contenere il cuore, non c'è una società buona a fabbricarglielo. E chissà se Pino è stato solo un pasticcere mancato o il boss "di rilievo" riportato in cronaca. Stava a 1.300 chilometri da casa, nel regime duro delle sezioni riservate ai mafiosi, la sua protesi nascosta da qualche parte e la sua umanità accantonata. Si è impiccato e ha lasciato i suoi perché, perché non si capiscano, o perché si capiscono fin troppo bene.
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