Il Messaggero, 8 marzo 2020
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha ordinato alla Guardia Costiera di fermare i migranti che tentano di attraversare il mar Egeo per raggiungere le isole della Grecia. "Su ordine del presidente non verrà permesso ai migranti di attraversare l'Egeo, perché è pericoloso", ha fatto sapere la Guardia Costiera turca, citata dall'agenzia Anadolu.
Intanto incassata la tregua a Idlib con Vladimir Putin, il Erdogan si rituffa nel braccio di ferro diplomatico con Bruxelles, mentre il confine tra Turchia e Grecia continua a bruciare, con nuovi scontri e accuse di violenze tra le rispettive polizie di frontiera. Gli attuali accordi migratori "non funzionano più", ha detto Erdogan in una telefonata ad Angela Merkel, chiedendo in sostanza una revisione dell'accordo sui migranti con l'Europa del 2016. Lunedì il presidente turco si recherà in visita a Bruxelles ma non si conoscono ancora i suoi incontri in programma. In Commissione c'è comunque preoccupazione per la questione migranti dopo che Ankara ha deciso di lasciare aperti i confini con l'Europa per consentire il passaggio delle migliaia di profughi in fuga dalle aree in guerra tra Turchia e Grecia.
Il Centro, 8 marzo 2020
"Pochi agenti e troppi detenuti: sono 410 ma la capienza del carcere è di 250". Una delegazione della Fp Cgil, il sindacato della pubblica amministrazione, visita il carcere di Castrogno e lancia l'allarme - come hanno già fatto più volte altri sindacati - per la carenza di agenti della Polizia penitenziaria e per il sovraffollamento dei detenuti.
La visita al carcere teramano è stata effettuata, si legge in una nota della Fp Cgil, "al fine di verificare le condizioni lavorative in cui operano i poliziotti penitenziari". A darne notizia sono Pancrazio Cordone, segretario Generale Fp Cgil Teramo, Stefano Branchi, coordinatore nazionale Fp Cgil Polizia penitenziaria, Giuseppe Merola e Roberto Cerquitelli della Fp Cgil Abruzzo Molise Polizia penitenziaria.
"Abbiamo una carenza di circa 68 unità di polizia penitenziaria", si legge nella nota diffusa ieri dai sindacalisti, "e una presenza di 410 detenuti, per lo più con problematiche psichiatriche, a fronte di una capienza di 250. Su questo servono interventi urgenti in tal senso, affinché vi siano condizioni ottimali lavorative che possano assicurare un discreto assetto organizzativo generale.
Il carcere teramano, dicono ancora i sindacalisti, necessiterebbe anche "di attività migliorative e riparative sulla manutenzione ordinaria e straordinaria delle sezioni detentive, visto che vi sono delle discutibili precarietà strutturali e logistiche".
Inoltre, i rappresentanti della Fp Cgil auspicano un intervento per ripristinare le condizioni ottimali del manto della strada che collega l'istituto penitenziario di Castrogno alla città, attualmente piuttosto sconnesso, "anche in ragioni di sicurezza per lo spostamento dei mezzi impiegati in compiti di traduzioni e piantonamenti detenuti. Coinvolgeremo i vertici istituzionali e le varie articolazioni periferiche, essendo fiduciosi nella consueta collaborazione istituzionale", conclude la nota del sindacato, "affinché vengano sortite le dovute aspettative, nell'interesse collettivo della comunità penitenziaria".
di Luigi Murciano
Il Piccolo, 8 marzo 2020
È la gradiscana Giovanna Corbatto la figura professionale scelta dall'assemblea civica di Gradisca per ricoprire il delicato ruolo di Garante comunale per i diritti delle persone private della libertà personale. Sarà il primo garante comunale in Italia ad operare in una cittadina ove è presente un Cpr, il "carcere per migranti" irregolari sito all'ex caserma Polonio.
Classe 1981, già capo area immigrazione della Caritas diocesana e oggi componente dell'Ufficio per le politiche Migratorie e Protezione Internazionale e dell'Ufficio Europa di Caritas Italiana, Corbatto riceverà formalmente la nomina dal sindaco della Fortezza, Linda Tomasinsig, grazie all'esito della votazione del consiglio comunale di giovedì sera.
"Ringrazio il sindaco ed il consiglio per la fiducia - il primo commento di Corbatto. È un compito di responsabilità, ho la consapevolezza che non verrò lasciata sola. I primi passi saranno con le istituzioni che gestiscono la struttura, poi sarà necessario un primo ingresso per comprendere le dinamiche e la situazione interna". Corbatto è stata eletta con maggioranza semplice al terzo spoglio della votazione, svoltasi a scrutinio segreto. Nelle prime due tornate non era stata raggiunta la maggioranza richiesta di 2/3 dei consiglieri.
Recentemente premiata dall'Unhcr, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, per il suo impegno a favore del progetto per i Corridoi Umanitari, Corbatto ha riportato 10 voti. Totalmente staccati gli altri candidati: un voto per l'avvocato del Lavoro Marco Giovanni Rocco Barone di Ronchi dei Legionari; a secco sia Gianni Cavallini, già direttore del Dipartimento di Prevenzione dell'Aas numero 2, sia Tullio Donda, filosofo e docente isontino; tre invece le schede bianche, riconducibili alla Lega.
Il Carroccio inizialmente si era espresso positivamente sulla creazione della figura del garante, provvedimento votato all'unanimità dal consiglio. Ma ha poi preso le distanze, accusando il sindaco Tomasinsig di "avere fatto venire meno i presupposti di collaborazione" a seguito della morte dell'ospite georgiano Vakthang Enukidze.
Tre le ragioni espresse dal capogruppo leghista Massimiliano Cattarin: "La visita del Garante nazionale, casualmente e tempestivamente accompagnato dalla parlamentare Serracchiani; quella del deputato Magi, che senza contraddittorio ha fornito una ricostruzione faziosa sull'operato delle forze dell'ordine; e, infine, la visita non istituzionale del sindaco a Zugliano, ove senza consultare il consiglio ha espresso la sua posizione pro chiusura del Cpr che non ci vede concordi.
Ci siamo sentiti usati politicamente: inevitabile ora avere dei dubbi sull'imparzialità dei candidati". Accuse respinte al mittente da Tomasinsig. "Inopportuno e grave fare questo tipo di insinuazioni - ha affermato il sindaco -. Quanto alla posizione espressa a Zugliano, la contrarietà dell'amministrazione al Cpr è nota da tempo e non credo di dover chiedere il permesso di ribadirla".
di Emanuela Carucci
Il Giornale, 8 marzo 2020
L'uomo, un 28enne, è in coma farmacologico, ma le sue condizioni sono lievemente migliorate. È risultato positivo al coronavirus anche un agente di polizia penitenziaria di 28 anni in servizio presso la casa circondariale di Vicenza. L'uomo aveva da qualche giorno l'influenza, poi aggravatasi. Ora è stato sottoposto alla ventilazione forzata, ma le sue condizioni sono in lieve miglioramento e potrebbe tornare a respirare da solo. Il poliziotto è ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale "San Bortolo" del capoluogo veneto.
Al momento della conferma della positività, l'azienda sanitaria, la Ulss n. 8 di Vicenza, si è riunita urgentemente con il direttore ed il comandante dell'istituto di pena e ha immediatamente provveduto a trasmettere all'istituto il vademecum con le indicazioni da adottare "per la gestione dei casi asintomatici di pazienti con ili (patologie polmonari) o di contatti stretti in isolamento domiciliare". È quanto si legge in una nota del ministero della giustizia che continua "Agli operatori penitenziari è stato raccomandato di segnalare immediatamente all'unità sanitaria dell'istituto eventuali sintomi di malattia, in particolare difficoltà respiratorie e/o febbre superiore a 38 gradi: in tal caso sarà subito avvisato il servizio di igiene pubblica che provvederà ad effettuare il cosiddetto tampone presso appositi ambulatori dell'ospedale civile".
Non si rilevano, al momento, casi di sospetto contagio fra i detenuti del carcere vicentino, secondo quanto dichiarato in una nota dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Non è stato, inoltre, ritenuto necessario sottoporre ad isolamento sanitario il poliziotto penitenziario che condivide la stanza in caserma con l'agente contagiato, poiché quest'ultimo aveva usufruito di congedo ordinario dall'8 al 18 febbraio e il suo compagno di camera, a sua volta, dal 19. Inoltre, dall'unica notte passata insieme nello stesso locale sono già decorsi senza complicazioni i quattordici giorni previsti dalla quarantena, scaduti il 3 marzo scorso.
"Il coma farmacologico serve per aiutarlo nella respirazione. È una situazione complessa, siamo seriamente preoccupati", dice in una nota Luigi Bono, segretario provinciale di Vicenza del Sappe (il sindacato autonomo di polizia penitenziaria). Il carcere di Vicenza ospita circa quattrocento detenuti e vi lavorano duecento agenti penitenziari, come si legge sul sito del sindacato. "Riceviamo tante telefonate da colleghi preoccupati. Chiediamo - conclude Bono - che si proceda a una verifica immediata delle condizioni sanitarie degli operatori penitenziari in servizio a Vicenza e dei detenuti presenti nella struttura".
La Repubblica, 8 marzo 2020
Sta bene. Non è stato maltrattato. È detenuto insieme a oppositori del governo e non criminali comuni, come era a Mansoura. Oggi potrà vedere la sua famiglia e ancora una volta di fronte al magistrato che esaminava il suo caso si è detto innocente.
Ma Patrick George Zaky resterà in carcere per almeno altri 15 giorni. Per lo studente egiziano dell'Università di Bologna arrestato 1'8 febbraio all'aeroporto del Cairo di ritorno dall'Italia e accusato di aver diffuso informazioni dannose per lo Stato, ieri è stata un'altra giornata di attesa, finita in una delusione. La prima di fronte ai giudici di Tora, il carcere di massima sicurezza alle porte del Cairo dove è stato trasferito giovedì mattina per motivi ancora poco chiari: qui la situazione è più tesa che a Mansoura.
Giornalisti e diplomatici - fra cui rappresentanti dell'ambasciata italiana, svizzera e statunitense - sono stati tenuti fuori dall'aula e non hanno potuto vedere il ragazzo. Come la sua famiglia, che ha tentato invano di fargli avere cibo e altri beni di conforto. "Probabilmente è stato spostato a Tora per essere sotto il controllo diretto delle autorità - spiega a Repubblica Hoda Nasrallah, capo del team di avvocati che difendono il ragazzo presto faremo di nuovo appello contro la legittimità della sua detenzione. Ma dubito che avremo risposte rapide".
Il prossimo appuntamento con la speranza è dunque fra 15 giorni, quando i giudici dovranno di nuovo esaminare le accuse contro il ragazzo. Davanti a loro, Patrick ha di nuovo espresso il desiderio di continuare a studiare: e nei prossimi giorni il rettore dell'Università di Bologna, Francesco Ubertini, chiederà ufficialmente all'ambasciata egiziana che gli sia consentito proseguire gli studi.
di Andrea Sangermano
dire.it, 8 marzo 2020
Lo afferma il rettore Francesco Ubertini, commentando l'ennesima udienza negativa per il ricercatore egiziano ormai da oltre un mese in cella nel suo Paese. L'Alma Mater di Bologna prenderà contatti con l'ambasciatore egiziano perché' a Patrick Zaki sia permesso di avere i suoi libri e di continuare a studiare anche in carcere. Lo afferma il rettore Francesco Ubertini, commentando così l'ennesima udienza negativa per il ricercatore egiziano ormai da oltre un mese in cella nel suo Paese. "Non ci arrendiamo - afferma Ubertini - continueremo ad andare avanti e a tenere alta l'attenzione sul caso finché Patrick non sarà rilasciato. Lo sconcerto e l'amarezza di aver appreso, ancora una volta, la mancata scarcerazione del nostro studente, non intaccheranno la nostra determinazione".
Il rettore dice di essere stato "molto colpito" dalle parole rivolte da Zaki alla sua famiglia, durante una delle visite in carcere, dicendo di volere i suoi libri per studiare anche in cella. "Sento il dovere, come rettore dell'Università in cui è iscritto, di soddisfare la sua richiesta- dice Ubertini- proprio in questi giorni in cui la didattica è ripresa scriverò all'ambasciatore egiziano perché' a Patrick sia data la possibilità di proseguire gli studi. Da parte nostra ci rendiamo disponibili come Ateneo a favorire in ogni modo questa sua volontà".
Intanto in Parlamento, la senatrice M5s Michela Montevecchi continua a sollecitare perché' sia mantenuta alta l'attenzione sulla vicenda di Zaki. Il giovane è tuttora "nel limbo - sottolinea Montevecchi - la cosa certamente preoccupa. Anche questa volta all'udienza erano presenti rappresentanti della Ue e della nostra ambasciata, oltre che i rappresentanti delle ambasciate degli Stati Uniti e della Svizzera".
Per questo, afferma la senatrice M5s, "come membro della commissione Diritti umani rinnovo la richiesta di audizione del funzionario delegato dalla Ue per continuare ad approfondire la conoscenza della vicenda e continuare a monitorarla. Sono certa che la commissione Diritti umani continuerà a tenere i fari puntati su Patrick al quale spero giunga il messaggio che non è solo".
di Liana Milella
La Repubblica, 7 marzo 2020
Ma si faranno quelli urgenti. I tribunali non chiudono. Decidono i capi degli uffici. Sì alle udienze per divorzi, minori, espulsioni. Stop ai permessi per i detenuti. Fino al 31 maggio scatta il massimo stato di emergenza possibile in tutti i tribunali italiani. Con il rinvio dei processi, sia civili che penali, che non hanno carattere di urgenza. Stop anche ai colloqui in carcere e ai permessi per i detenuti. Ma attenzione: la giustizia non è la scuola, quindi gli uffici giudiziari non solo non chiudono i battenti, ma non ci sarà alcun tipo di automatismo. Si valuterà, caso per caso, quale processo effettivamente debba essere rinviato a dopo il 31 maggio e quale invece debba essere necessariamente fatto. Come per tutti i casi che riguardano le famiglie (ad esempio i divorzi), ma soprattutto i minori.
Il decreto legge di via Arenula - Tre articoli, e poco più di tre pagine. Chi ha potuto vedere il decreto legge del Guardasigilli Alfonso Bonafede, cui sta lavorando il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, lo descrive come un "cantiere tuttora aperto" perché fino all'ultimo momento potrebbe cambiare l'elenco delle emergenze non rinviabili.
Perché, per 24 ore, proprio questo è stato l'oggetto di discussione in via Arenula: intervenire sul Coronavirus, per evitare qualsiasi tipo di possibile diffusione, ma al contempo non bloccare la macchina della giustizia italiana. Perché questo sarebbe un danno troppo grande, rispetto al quale - è il messaggio del ministero - chi opera in quel mondo, magistrati, avvocati, agenti penitenziari, ma anche parenti dei detenuti - devono fare ognuno la propria parte di responsabilità.
Il rinvio a dopo il 31 maggio - Saranno i capi degli uffici giudiziari (il presidente della Corte di appello e il procuratore della Repubblica), dopo aver consultato sia i responsabili sanitari della Regione, sia il Consiglio dell'ordine degli avvocati, a decidere le misure sulla vita nei palazzi di giustizia e quindi sui processi da fare oppure da rinviare con l'obiettivo di evitare sia gli assembramenti che i contatti troppo ravvicinati tra le persone.
Le regole obbligatorie - I palazzi di giustizia, quindi, non chiudono. Ma vi potrà entrare solo chi potrà dimostrare di dover compiere atti effettivamente urgenti. Quindi anche gli orari di ingresso saranno ridotti. Mentre verrà potenziato un sistema di prenotazioni per fare in modo che chi deve compiere un atto urgente possa entrare in tribunale ad un orario prestabilito.
I processi civili e penali - Il decreto è molto dettagliato nel capitolo che riguarda i processi. A cominciare dal divieto della presenza del pubblico. Anche per quelli civili saranno possibili collegamenti "da remoto" che garantiscano il contraddittorio ma evitino contatti diretti tra le persone. Quanto al rinvio delle udienze dopo il 31 maggio sono previste delle deroghe. In ambito civile, per esempio, si svolgeranno comunque le udienze che riguardano i divorzi, quando vi sia da decidere il mantenimento. Si faranno i processi sugli abusi familiari, ma anche quelli sulle espulsioni, nonché tutte le udienze che riguardano i minorenni che quasi sempre hanno carattere di urgenza. Saranno comunque i giudici a decidere caso per caso. Ovviamente, tra le urgenze, ci saranno soprattutto i processi con persone detenute, anche in custodia cautelare.
La prescrizione bloccata - Per tutti i processi rinviati la prescrizione resterà bloccata. Quindi non si perderà un solo giorno. Ricomincerà a decorrere quando l'emergenza sanitaria sarà terminata.
Le regole per i detenuti - Videoconferenze per tutti i detenuti che devono prendere parte a un processo, ad esempio per essere interrogati. Blocco degli incontri direttivo tra detenuti e familiari, che saranno comunque garantiti ma probabilmente via telefono. Permessi premio e semilibertà bloccate ma solo dopo il via libera del Garante dei detenuti d'intesa con il magistrato di sorveglianza.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 7 marzo 2020
Pensando all'emergenza Coronavirus - a questa epidemia che può diventare un'occasione per riflettere su noi stessi e per non trattare gli altri come estranei e appestati, come dice il filosofo Galimberti - non posso non pensare alla situazione delle carceri. Un po' perché da oltre dieci anni ho imparato a conoscere cosa è e cosa fa il carcere, e un po' perché conosco le tante persone che vi sono rinchiuse e con le quali ho avviato e avviato progetti legati alla scrittura, all'editoria, al teatro.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 7 marzo 2020
Strano periodo quello che stiamo vivendo. E ancora più strano, ansioso, angoscioso per coloro che si trovano in carcere o dentro hanno un parente. L'amministrazione penitenziaria ha fortemente ridotto ogni contatto con l'esterno, per cercare di impedire la diffusione del virus in un contesto chiuso, e quindi estremamente rischioso, come è un istituto penale.
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 7 marzo 2020
Una giudice di Milano bloccata all'ingresso di San Vittore perché ha la febbre e potrebbe essere infetta. L'immagine svela l'isolamento in cui versano le carceri italiane e in particolare quelle lombarde, coi detenuti ai quali sono state tolte le possibilità di avere colloqui di persona coi familiari e di uscire, nemmeno per lavorare, se non con deroghe eccezionali. Per il momento non sono stati registrati casi di coronavirus. Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato di polizia penitenziaria, informa che "nelle carceri lombarde ci sono una ventina di persone in isolamento perché hanno la febbre, non il coronavirus, per una misura di cautela. A nessuna di loro è stato fatto il tampone, perché non ci sono i criteri che valgono per tutti. Ma quando avranno febbre alta e disturbi respiratori, non resterà che metterli in ospedale e avranno già probabilmente infettato i loro compagni".
Tra esigenze di salute pubblica e anche di sicurezza, perché non è difficile immaginare subbugli dei reclusi se qualcuno di loro dovesse ammalarsi, gli istituti penitenziari affrontano un momento molto delicato. "L'epidemia arriva in una situazione già grave - spiega Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà di Milano - determinata da due fattori: il sovraffollamento, con ottomila detenuti a fronte di una capienza di seimila in Lombardia, e i problemi particolari in tema sanitario che ci sono da sei-sette mesi.
È successo che, per inadempimento di una legge regionale che ha imposto degli accorpamenti, siamo arrivati al punto che erano scaduti i contratti dei medici e non erano state fatte delle proposte per nuovi contratti. Quindi dei medici lavoravano senza contratto e altri non hanno più lavorato".
Le regole per il coronavirus sono state dettate da un susseguirsi frenetico di decreti, raccomandazioni del capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e direttive di vario genere. Il problema è stato armonizzarle e metterle in ordine di gerarchia. "Non è che ogni direttore potesse scegliersi la normativa ritenuta più giusta, questo non è giustificato neanche dall'emergenza", osserva Maisto.
Per le carceri milanesi all'inizio la scelta era stata quella di lasciare la possibilità di colloqui visivi ai detenuti, mentre altrove, per esempio in Emilia Romagna, erano stati sospesi subito. Col decreto legge del 2 marzo, il governo ha stabilito che negli istituti delle regioni che hanno comuni in 'zona rossa' i parenti non possono accedere alle carceri e i colloqui si fanno via telefono, via skype o con videochiamata.
Un' interpretazione della disposizione ha fatto sì che questa possibilità non venisse concessa nelle carceri di massima sicurezza, come Opera. "Sono stata stamattina a Bollate - racconta l'avvocato Valentina Alberta - il cortile era pieno di gente che telefonava. Quello che non capisco è perché solo noi avvocati dobbiamo entrare con la mascherina, mentre gli operatori no. Allora che senso ha non fare entrare i parenti?".
Nel frattempo, in Lombardia sono arrivate le tende per il triage a Opera, Bollate e San Vittore. Agli avvocati viene controllata la temperatura e sono sospesi gli ingressi dei volontari per evitare assembramenti. "Non vado in carcere da due settimane - afferma Juri Aparo, psicologo che dalla fine degli anni settanta ha seguito migliaia di carcerati col suo 'Gruppo della Trasgressionè - come volontario non posso, come operatore a Bollate potrei, ma non ci sono andato perché le attività di gruppo sono sospese. Quelli che mi chiamano, considerandomi alla stregua di un familiare, sono dispiaciuti, ma molto equilibrati, dimostrano di avere cognizione della realtà delle cose. Non posso assicurare che tutti abbiano queste stato d'animo. D'Altra parte se in carcere ci fossero dei casi di coronavirus le cose andrebbero ancora peggio".
"I detenuti considerano corrette le prescrizioni - conferma Di Giacomo - meglio così che prendersi il virus. Certo, nel momento in cui dovesse succedere ci sono anche persone irragionevoli che potrebbero dare vita a una rivolta. A questa eventualità non si è preparati. Al prefetto di Poggioreale ho chiesto di tenere pronto l'esercito. La polizia penitenziaria, in generale, non è abbastanza".
L'avvocato Maria Brucale, attivista radicale, ha altre sensazioni: "A Opera viene concessa una telefonata in più del normale. Così si ovvia all'interruzione degli affetti? I detenuti sono isolati e spaventati, bisogna aiutarli". Per rassicurarli, i detenuti sono accompagnati in gruppi di 150 al teatro del carcere dove un'équipe di infettivologi spiega le modalità di trasmissione del contagio e i sintomi. E se il virus dovesse davvero entrare negli istituti di pena cosa succederebbe? "Sarebbe una possibile tragedia", dice Maisto, che però rassicura: "Un piano c'è, le zone di isolamento ci sono in tutte le carceri, anche se poi bisogna fare i conti anche con eventuali falle dall'esterno".
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