di Luisiana Gaita
Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2020
Proteste e ribellioni in molte strutture penitenziarie, le più gravi a Modena (sei detenuti morti) e
Pavia (due guardie carcerarie sequestrate). L'associazione Antigone: "Situazione difficile anche per i livelli igienico-sanitari. Per rispettare le misure di contenimento un carcere medio può isolare non più di cinque detenuti, poi salta la gestione".
di Antonio Rapisarda
Libero, 9 marzo 2020
I detenuti chiedono tutele contro il virus. Salvini: "Non diventi una scusa per aprire le celle". Dopo il primo focolaio esploso sabato a Salerno, la rivolta delle carceri - alimentata dalla psicosi e dal blocco dei colloqui causati dall'allarme Coronavirus - ha "contagiato" ieri diversi istituti in tutta la penisola: da Frosinone, con una sommossa di cento detenuti barricati in un reparto, alla sollevazione con tanto di incendio avvenuta nel penitenziario di Sant'Anna di Modena, così come a Foggia e a Poggioreale dove i carcerati si sono recati sul tetto di passeggio per protestare contro le decisioni del governo.
di Luca Cereda
lifegate.it, 9 marzo 2020
A causa del grave sovraffollamento, se si verificassero contagi da coronavirus nelle carceri, la situazione potrebbe diventare ingestibile. Forse il Coronavirus non entrerà nelle carceri. Ma se ciò dovesse accadere, le misure di gestione dell'emergenza epidemiologica da coronavirus negli istituti di pena italiani si rivelerebbero di fatto impraticabili per via del grave sovraffollamento.
Mentre anche l'Iran ha varato misure alternative fuori dal carcere, da noi le direttive parlano, in caso di contagio, di porre i detenuti in celle singole per l'isolamento sanitario. Difficile, tuttavia, comprendere in che modo ciò possa essere organizzato, tenendo conto del fatto che, secondo gli ultimi dati, in Italia abbiamo circa 61.500 detenuti per un totale di 47.231 posti effettivi. E non ci sono celle vuote, semmai ce ne sono di inagibili.
Le misure anti-contagio dei detenuti nel decreto legge del 2 marzo - Il decreto legge emanato il 2 marzo ha disposto, da un lato, che "le articolazioni territoriali del servizio sanitario nazionale assicurano al ministero della Giustizia idoneo supporto per il contenimento della diffusione del contagio da coronavirus".
Ciò accadeva già nei giorni scorsi, "con le tende montate davanti a vari istituti penitenziari lombardi, dove vengono controllati quei detenuti cosiddetti 'nuovi giunti' che devono fare ingresso in carcere", spiega Carlo Lio, garante dei detenuti o privati della libertà della Lombardia. Dall'altro lato, con lo stesso decreto il governo ha stabilito che per 30 giorni negli istituti presenti nelle "zone rosse", i parenti non possono accedere alle carceri e i colloqui si effettuano via telefono, via skype o con videochiamata. "Dove questo è tecnicamente possibile, e non lo è molto spesso", racconta Lio.
"L'isolamento degli isolati" e i diritti dei detenuti - "Questa emergenza si somma ad una situazione già compromessa - spiega Lio - dal sovraffollamento, con ottomila detenuti a fronte di una capienza di seimila in Lombardia". Inoltre, spetta al magistrato di sorveglianza, che si dovrà assumere la responsabilità della decisione in ogni caso, anche quelli di contagio, valutare se vadano sospesi e confermati i permessi premio o i provvedimenti di semilibertà, ovvero le uscite diurne dal carcere.
"I provvedimenti adottati sono anche comprensibili, ma isolano i detenuti e vanno applicati con la massima attenzione alla specificità delle singole situazioni, così da non rischiare di andare oltre lo stretto necessario, isolando dall'esterno ancor di più chi vive già in modo ristretto". Sentirsi abbandonati in carcere può essere infatti drammatico.
"Per rispettare la normativa vigente", continua il garante lombardo dei ristretti della libertà, "ho sospeso le mie visite nelle carceri regionali per ascoltare i bisogni dei detenuti". Eppure da alcuni istituti arrivano segnalazioni di chiusure ingiustificate rispetto all'obiettivo unico di limitare la diffusione del virus. Chiusure che, come segnala anche il garante nazionale dei diritti dei detenuti, "incidono anche sui diritti delle persone incarcerate e che sembrano essere il frutto di un irragionevole allarmismo che retroagisce determinando un allarme sempre crescente che non trova fondamento né giustificazione sul piano dell'efficacia delle misure".
"Bisogna ripensare il carcere, anche al di là dell'emergenza coronavirus" - "Bisogna ripensare il carcere a monte della situazione di emergenza che stiamo vivendo, dobbiamo mettere al centro la dignità dei detenuti riducendo il numero di persone presenti dietro le sbarre", conclude Carlo Lio. Le misure di semilibertà, che comportano oggi un passaggio quotidiano rischioso da dentro a fuori delle carceri, e viceversa, potrebbero in molti casi essere trasformate in affidamenti in prova al servizio sociale. In tal modo i detenuti vivrebbero le loro giornate interamente in comunità esterne. Una questione di senso civico, con l'obiettivo di cooperare tutti nella stessa direzione.
di Salvatore Prinzi
alganews.it, 9 marzo 2020
Non volevo fare questo post, perché le cose che ho visto ieri pomeriggio non sapevo davvero come metterle per iscritto. Ma, tornato a casa, ho sentito di tre morti a Modena, ho visto sui social tanta cattiveria, e ho deciso di scrivere lo stesso. Perché chi dice certe schifezze deve almeno fare i conti con la realtà. Ero fuori al carcere di Poggioreale oggi. Come in tante carceri d'Italia (Genova, Modena, Pavia, Salerno, Frosinone, Vercelli, Alessandria, Palermo, Bari, Foggia) i detenuti si sono ribellati. Hanno cominciato a battere sulle sbarre, sono saliti sui tetti. Hanno bruciato carta e stoffe, hanno urlato come potevano.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso? L'emergenza coronavirus su una popolazione già stressata, ristretta, che vive in condizioni disumane. Se la paura del contagio, la necessità di stare chiusi in casa, il terrore di non vedere i propri cari, fa uscire di testa noi "normali", vi immaginate cosa può su decine di migliaia di detenuti? Le strutture sono sporche e sovraffollate, si arriva anche a dieci in una stanza, le malattie infettive già di solito sono diffuse, bronchiti date da umidità e scarse cure. Se ti ammali puoi aspettare giorni senza che nessuno venga.
E il governo non solo non fa niente, non ti smista in altri spazi, non manda la gente ai domiciliari (l'ha fatto persino il cattivissimo Iran con decine di migliaia di detenuti!), ma ti dice: colloqui sospesi fino al 31 maggio. Mai uno stop così lungo nella storia italiana. E non ci sono mezzi per fare connessioni via skype. Permessi sospesi. Udienze sospese. La tua vita che si blocca, solo che tu sei dentro. E rischi di fare la fine del topo, magari morire di polmonite senza aver detto ciao a tua figlia.
Lo riuscite a capire o no? La sentite montare l'ansia di uno che sta sveglio tutta la notte mentre sotto il compagno di cella tossisce senza sosta?
Dice: ma lo fanno per il loro bene. Ma vi rendete conto che in carcere ci entrano i secondini che vivono il resto del tempo fuori? Con quella promiscuità, ne basta uno positivo per infettare migliaia di persone. La verità è che non lo fanno per il loro bene, lo fanno come gli viene... brutali, indifferenti. Così i detenuti si ribellano, arrivano lì fuori i parenti, e anche noi compagni per cercare di portare un po' di solidarietà.
Ci troviamo in mezzo a una folla di centinaia di persone che ondeggia fra le diverse entrate del carcere, confusa, arrabbiata, disperata, facendo capannelli e disperdendosi per la pioggia, chiedendo informazioni che non arrivano, senza interlocutori, senza direzione. Il sottofondo è l'elicottero che ci ronza sulla testa per ore, a volte abbassandosi fino a sollevare il vento.
La prima cosa che balza agli occhi è il gran numero di donne: e come potrebbe essere diversamente? Dentro ci sono i loro uomini. Per un attimo penso che è ironico, è proprio l'8 marzo, ma in effetti per loro la lotta è tutti i giorni.
Le donne urlano, provano a salutare i detenuti, a farsi sentire vicine. Battono sulla cancellata a ritmo con loro. Gridano indulto, libertà. Alcune, soprattutto le più giovani, hanno gli occhi lucidi, avidi di qualche sicurezza: si vede che ancora non gli torna questa vita. Le altre sono già vecchie a 50 anni, capelli in disordine, tuta, decise e convulse, si fanno sotto ai carabinieri. Ma - è difficile spiegare come - non per aggredirli, ma a spiegargli, a convincerli, che è uno schifo, che loro non sono bestie, che non si può campare così. E non si sa da che lato c'è più impotenza.
Alcune invece sono vestite da domenica, truccate. Si vede che sono accorse dal pranzo con le famiglie. Bambini di 6 anni appresso, che guardano verso il padiglione dove cascano pezzi di carta che bruciano. Lampade cinesi al contrario, che scendono tristi. Negli occhi dei bambini la stessa traiettoria, tanta innocenza e già tanta ombra, come se questa fosse l'unica vita possibile.
Una donna a un certo punto si sente male, accorrono fino a soffocarla. Interviene un pompiere per rianimarla, si fa spazio quasi rassegnato. Un'altra inizia a urlare contro la fila infinita di camionette. Che bisognerebbe appicciarle, dice. Perché siete dei corrotti. "Corrotti, corrotti, mò fanno schifo i detenuti, eh, ma non vi fanno schifo quando vi mettete la 500 euro nella sacca per far passare il telefonino, no?".
Un uomo sui 60 appena uscito di galera fa vedere i lividi dei maltrattamenti subiti. Chiamate i giornalisti, urla. Questo fanno quelli lì dentro. A un certo punto esce il Garante dei Detenuti, che era entrato dentro per vedere la situazione. Rassicura un po' tutti. Dice che i detenuti sono rientrati nelle celle, spontaneamente. Che per tutto il resto si vedrà, si parlerà... Si alza un boato ma non è chiaro se i detenuti abbiano strappato qualcosa. Non sembra ci sia stata trattativa.
Quello che è certo è che non si può andare avanti così. Sapevamo di vivere in un paese fragile, da tutti i punti di vista, economicamente, amministrativamente, emotivamente. Sapevamo che prima o poi sarebbe saltato il sistema. Certo, non ci immaginavamo che sarebbe stato un virus a dirci quanto poco siamo comunità, quanto male funzioni il nostro Stato, quanto è stata distrutta la sanità pubblica. E forse, è per non guardare queste verità, che ci imporrebbero di cambiare, che ora continuiamo con la crisi di nervi: reagiamo sui social senza sforzarci di capire, senza sforzarci di essere umani.
Così, tornato a casa, apprendo di ben sei morti a Modena. E leggo i soliti commenti, come domenica scorsa dopo l'omicidio del 15enne Ugo: che i detenuti devono morire tutti, che è meglio se il coronavirus entra e fa una strage. Se, come diceva Dostoevskij, che di anni in galera se n'era fatti quattro, "il grado di civilizzazione di una società si può misurare entrando nelle sue prigioni", penso che oggi nessuno possa girarsi dall'altra parte. Quello delle carceri non è un altro mondo, non ci sono alieni lì dentro: è solo la radiografia del nostro paese. Dove ormai si vede bene l'infezione.
di Franco Giubilei
La Stampa, 9 marzo 2020
Proteste da Vercelli a Frosinone. I Sindacati: istituti in emergenza da tempo ma il governo non se ne occupa. Carceri in rivolta, dopo le modifiche introdotte dal governo rispetto alle modalità di colloquio detenuti e familiari a causa dell'infezione da coronavirus. Tensione e proteste negli istituti penitenziari di Napoli Poggioreale, Modena, Frosinone, Alessandria San Michele; battiture delle inferriate a Foggia e Vercelli. Mentre questa mattina un centinaio di persone hanno richiesto di effettuare i colloqui presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano stazionando per alcune ore.
di Roberto Galullo
Il Sole 24 Ore, 9 marzo 2020
Il coronavirus o il blocco dei colloqui non sono la (sola) causa dei disordini nelle carceri italiane. C'è anche un'altra strategia. Nello sfondo delle insostenibili condizioni delle celle. Se c'è una falsa ragione per la quale è scoppiata la rivolta nelle carceri italiane, ebbene, quella è proprio il blocco dei colloqui tra detenuti e i loro familiari e avvocati.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 9 marzo 2020
"La situazione è a rischio anche a causa di una cattiva comunicazione. Sta passando il messaggio che i collegamenti del carcere con l'esterno sono completamente interrotti, ma non è così, bisogna riportare un po' di razionalità e placare gli animi".
Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti, annuncia che anche il suo ufficio cercherà di collaborare per riportare la calma nei penitenziari in rivolta: "Andremo negli istituti per spiegare direttamente la situazione ai detenuti".
E qual è la situazione?
"In un contesto molto complicato anche per la società esterna, è giusto prendere precauzioni anche all'interno delle carceri. Il blocco degli incontri diretti fino al 22 marzo, cioè per due settimane, può avere un senso se nel frattempo l'amministrazione penitenziaria si impegna perché siano realmente sostituiti con i colloqui a distanza".
Come?
"Con i collegamenti via skype, che però devono essere estesi a tutti, e non riservati ai circuiti della media sicurezza come ora; anche i reclusi in alta sicurezza devono averli. E l'aumento delle telefonate, sempre in sostituzione delle visite, deve essere non solo nel numero delle chiamate, ma anche nella durata. Inoltre va chiarito che la possibilità di sospendere i permessi premio e le uscite in semilibertà è sottoposta al vaglio dei magistrati di sorveglianza, senza automatismi, e questo significa decidere situazione per situazione, distretto per distretto".
In tutto questo il sovraffollamento resta un problema...
"Certo, peraltro destinato ad aumentare dopo i trasferimenti in altri istituti a causa delle rivolte che ieri hanno reso inagibili le strutture di Frosinone e Modena. In questo senso credo che si debba ragionare sulla possibilità di concedere una liberazione anticipata speciale, o in detenzione domiciliare, sempre a discrezione del giudice, per chi sta scontando le ultime settimane o gli ultimi mesi di pena, esclusi ovviamente coloro che hanno preso parte agli episodi di violenza".
E l'ipotesi di un'amnistia?
"Sono contrario, e credo sia sbagliato persino parlarne. Non ci sono le condizioni, e si rischia di far balenare illusioni che susciterebbero altre situazioni di criticità".
di Patrizio Gonnella
associazioneantignone.it, 9 marzo 2020
Coniugare la tutela della salute con il rispetto degli altri diritti fondamentali. È questo il compito - non facile - che l'Amministrazione Penitenziaria deve perseguire in questo delicato momento in cui il nostro paese è alle prese con l'epidemia coronavirus. Un contagio in carcere, dove gli spazi sono limitati e c'è una totale promiscuità fra detenuti e personale penitenziario potrebbe trasformarsi in una catastrofe.
In questi ultimi giorni abbiamo assistito a provvedimenti di chiusura degli istituti, triage all'ingresso per i nuovi giunti, riduzione o sospensione dei colloqui e dell'ingresso dei volontari. Provvedimenti che se da una parte mirano a salvaguardare la salute dei ristretti, dall'altro possono isolare ancor di più una parte di popolazione che già spesso è fortemente esclusa. Per questo abbiamo chiesto al governo una serie di provvedimenti urgenti: aumentare la possibilità di telefonate a 20 minuti al giorno a fronte degli attuali 10 minuti a settimana, utilizzando anche skype; prevedere misure di detenzione domiciliare e affidamento per chi abbia una pena residua limitata e abbia avuto un percorso penitenziario positivo.
È fondamentale infatti diminuire il sovraffollamento penitenziario in questa fase e, per chi rimarrà in carcere, garantire dei contatti costanti con i famigliari. È importante inoltre che i detenuti siano messi a conoscenza di quanto sta accadendo, altrimenti il rischio è che si possano creare disordini come avvenuto ieri nel carcere di Salerno.
Per capire cosa sta accadendo, e sollecitati da molti parenti di detenuti che a decine ci hanno chiamato o scritto, abbiamo avviato una mappatura dei provvedimenti assunti carcere per carcere che aggiorneremo costantemente. Per rimanere aggiornati su quanto sta accadendo vi invitiamo a seguirci sul nostro sito e sui nostri canali social.
di Franco Corleone
L'Espresso, 9 marzo 2020
Si chiudono le scuole e le università, si annullano iniziative politiche e culturali, si rinvia sine die il referendum sul demagogico "taglio" dei parlamentari e per la sorte delle carceri non si scrive e non si propone nulla, se non qualche balbettio delle circolari dell'Amministrazione penitenziaria.
Forse si pensa che i detenuti sono già in quarantena e quindi ci si affida allo stellone d'Italia.
Ma il carcere non è chiuso dai muri di cinta. Entrano ogni giorno gli operatori (direttori, polizia penitenziaria, educatori, amministrativi, insegnanti), i volontari, gli avvocati, i magistrati e i familiari per i colloqui; un mondo che merita attenzione.
Non vorrei sbagliare ma non mi pare che le Regioni, che hanno la responsabilità del servizio sanitario e il compito di tutelare la salute come diritto fondamentale, abbiano messo in campo un piano efficace di prevenzione.
Meno colloqui, più telefonate propone l'amministrazione penitenziaria. Un po' poco.
Si potrebbe almeno cominciare con l'installazione in ogni corridoio di macchinette con gel detergente e poi garantire una visita di primo ingresso per gli arrestati molto approfondita.
Per tutti i visitatori si potrebbe prevedere la misurazione della temperatura.
Azioni che servirebbero almeno a segnalare la gravità del momento.
Questa emergenza nascosta e/o sottovalutata (solo per il carcere) imporrebbe una svolta, una vera discontinuità. Il corpo e lo spazio della pena (titolo di un volume curato da Stefano Anastasia, da chi scrive e da Luca Zevi) dovrebbe diventare il tema di una rivisitazione del modello penitenziario. Una architettura fondata sulla dignità della persona e sulla apertura alla città, abbandonando la prevalenza di una edilizia fatta per contenere e ammassare corpi senza presente e senza futuro.
Prendiamo per buono il nuovo metro di misura per i rapporti umani, un metro o un metro e ottanta, come lo si garantisce in una cella con tre, quattro, cinque detenuti? E le norme di igiene con un lavandino accanto alla tazza come possono essere rispettate?
Finalmente bisognerebbe sancire che di norma in cella si sta da soli e eccezionalmente in due.
E ora? Che si aspetta ad adottare un piano di uscita dal carcere, magari verso misure alternative o verso i domiciliari per tutti coloro che hanno pene sotto i tre anni?
In attesa dell'indulto il Presidente Mattarella potrebbe valutare una concessione straordinaria di grazie legate a una vera emergenza umanitaria.
Infine il Parlamento potrebbe riprendere alcune misure legate ai diritti costituzionali a cominciare dalla proposta sull'affettività e sessualità in carcere elaborata dalla Conferenza dei garanti regionali e inviata al Senato dal Consiglio Regionale della Toscana.
Ultimo punto. Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria va radicalmente ripensato e per questo va nominato il vice capo che manca attraverso una discussione pubblica e con criteri di trasparenza che garantiscano una scelta che si ricolleghi al pensiero di Alessandro Margara e di Michele Coiro.
di Gianluigi De Vito
Gazzetta del Mezzogiorno, 9 marzo 2020
Sabato di guerriglia nel carcere di Salerno, ieri tensione altissima quasi ovunque, soprattutto a Modena dove un detenuto a perso la vita. Ma anche Bari e Foggia non costituiscono eccezione. L'annunciata sospensione o limitazione dei colloqui con i parenti ha già scatenato rivolte.
E si trema per le nostre carceri. La Puglia è la regione col più alto tasso di sovraffollamento carcerario: legna sul fuoco. Nel carcere di Bari, i detenuti sono 460 su una capienza di 299 (tasso di affollamento al +65%).
A Taranto, 600 su 306 (+51 %); a Lecce, 1.105 su 808 (+73%); a Brindisi, 205 su 120 (+58%); a Foggia, 608 su 365 (+60%); a Lucera, 177 su 137 (+77%); a Trani, 363 su 277 (+76%); ad Altamura, 85 su 52 (61 %); a Turi, 149 su 99 (+66%); a Matera, 186 su 132 (+71 %); a Melfi, 206 su 123 (+60%). Solo nel carcere di Potenza e nella sezione femminile di Trani ci sono "posti vuoti".
A questo bisogna aggiungere comunque, per motivi diversi, dagli agenti ai volontari, frequenti le strutture. Un piccolo pianeta è in subbuglio, sotto una ghigliottina che non perdonerebbe perché nel mondo "ristretto" il contagio scoppierebbe veloce e forte come una bomba. È attesa per stamani la direttiva di Giuseppe Martone, provveditore per la Puglia e Basilicata del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Martone, ci sono casi sospetti nelle carceri?
"No, al momento nessuna segnalazione di pazienti positivi. E la situazione nelle sezioni è tranquilla. È ovvio che stiamo in campana. Dovremo sospendere i colloqui sostituendoli con Skype e con telefonate più lunghe. Ovviamente dovrà essere fatta un'opera di informazione in tutta la popolazione detentiva".
Telefonate settimanali da 10 a 20 minuti?
"L'orientamento è questo".
Il problema è la sospensione dei colloqui. Ha già creato insurrezioni. È difficile farla digerire, no?
"Quello che abbiamo già fatto è diminuire l'accesso delle persone in visita e inibirlo ai minori di 12 anni, e garantire il rispetto della distanza".
Le scorte di materiale igienico sanitario sono sufficienti? Amuchina e Lysoform sono un problema: sono banditi per evitare episodi di autolesionismo. E a che punto è il montaggio delle tende pre-triage per gli arrestati prima dell'entrata in cella?
"Stiamo interloquendo con la protezione civile che sta montando le tende in tutte le case circondariali. Stanno per arrivare altre forniture di mascherine e tute".
Ci sono stati trasferimenti da carceri del Nord?
"No, sono stati tutti bloccati. E per i nuovi ingressi, per gli arrestati, appunto, ci sono le tende del pre-triage".
E prima delle tende, come vi siete attrezzati?
"Sono state individuate camere di isolamento. Abbiamo il pre-triage e le camere di isolamento. Non sono un medico, ma reputo che se dovesse entrare una persona che ha i sintomi c'è anche la possibilità di non farlo proprio entrare in carcere e di ospedalizzarlo".
E per gli operatori, quali misure?
"Abbiamo fermato tutte le attività, quella scolastica e quella dei volontari, convegni ed eventi. Ci saremmo dovuti occupare del polo universitario da istituire. Sto messaggiando col Rettore, rinvieremo tutto ad aprile".
Giovedì 12 marzo è prevista la riunione dell'Osservatorio regionale per la sanità penitenziaria. Quali saranno le urgenze da affrontare?
"Faremo il punto".
Ma l'incubo-rivolta rimane, no?
"Sto per diramare una disposizione a tutti i direttori e i comandanti di polizia penitenziaria di fare riunioni con detenuti per una sana comunicazione. Credo che dove non ci sia comunicazione, lì possa scoppiare qualche problema. Ma nella misura in cui si spiega ai detenuti che è per tutela, in una istituzione chiusa dove sarebbe una bomba, non arriveremo alla rivolta. In questo sono cautamente ottimista".
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