La Repubblica, 6 marzo 2020
Una lettera dell'Associazione Antigone al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte e al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. L'Associazione Antigone ha scritto al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte e al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, per chiedere che ogni detenuto possa telefonare per 20 minuti ai propri famigliari, a fronte dei 10 minuti a settimana previsti dalle norme dell'ordinamento penitenziario.
"La richiesta - sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - si giustifica con l'emergenza coronavirus che sta portando importanti limitazioni anche in ambito penitenziario. I detenuti hanno paura e vivono con angoscia la solitudine. In molte carceri non sono consentiti colloqui visivi e sono impediti gli accessi ai volontari. Si comprimono i diritti dei detenuti.
Le indicazioni emanate dall'Amministrazione Penitenziaria servono a prevenire il diffondersi dell'epidemia anche in questi luoghi. Non sono omogenee sul territorio nazionale. "Stiamo comunque assistendo - specifica ancora Gonnella - a una compressione dei diritti delle persone detenute. In alcuni casi inevitabile. Proprio per questo - ha aggiunto il presidente di Antigone - invitiamo il governo a concedere 20 minuti di telefonate al giorno (che tra l'altro inciderebbe positivamente sull'uso illecito di cellulari), ad attivare dappertutto Skype per i colloqui a distanza.
Il dialogo la famiglia previene gesti tragici. Quello di aumentare la possibilità di telefonate e di Skype è un provvedimento che con poco dispendio organizzativo sarebbe capace di tutelare quel contatto con gli affetti esterni che è fondamentale per le persone recluse e che tante volte si è dimostrato essenziale anche nella prevenzione di gesti tragici.
Allo stesso modo - conclude Patrizio Gonnella - pensiamo sia utile favorire la concessione di provvedimenti di detenzione domiciliare e affidamento, che riducano la pressione sulle carceri e sugli operatori, per tutti coloro che sono a fine pena e hanno fatto un positivo percorso penitenziario. Chiediamo in tal senso alla magistratura di sorveglianza grande apertura. Infine si valutino anche misure di incentivo per lo staff carcerario impegnato in un momento così duro e si preveda la distribuzione di linee guida di prevenzione a tutti i detenuti".
calabriadirettanews.com, 6 marzo 2020
Con la visita degli studenti degli istituti d'istruzione superiore di Trebisacce alla Casa Circondariale "R. Sisca" di Castrovillari, si è compiuta, giorno 19 febbraio, la seconda e conclusiva parte del progetto "Rispetta la Legge, ne vale la Pena", promosso dall'Amministrazione comunale di Trebisacce ed ideato dall'Assessore all'Istruzione Roberta Romanelli.
Dopo l'incontro tenutosi a Trebisacce, durante il quale gli studenti dell'Iti Ipsia Aletti, dell'ITC G. Filangieri, e del Liceo G. Galilei, hanno incontrato alcuni detenuti della Casa Circondariale "R. Sisca", confrontandosi con loro sulle dinamiche che li hanno condotti a scontare la propria pena nella realtà detentiva di Castrovillari, nella seconda parte del progetto i ruoli si sono invertiti.
Sono stati infatti gli studenti, accompagnati dai docenti e dall'Ass. Romanelli a visitare la Casa Circondariale "R. Sisca", per capire la vita all'interno del carcere.
Un'esperienza formativa intensa, che ha suscito nei giovani studenti forti emozioni e una presa di coscienza sulle conseguenze del proprio agire. L'idea progettuale, che è dunque risultata vincente, attraverso un'azione che mira a rafforzare il concetto di rispetto della legalità si è posta quale obiettivo principale quello di promuovere tra gli adolescenti la cultura della legalità, del rispetto delle regole e del senso di responsabilità verso sé stessi e verso i cittadini.
"É stata davvero un'esperienza intensa dalla quale è nata un costruttivo confronto - ha dichiarato l'Assessore Romanelli - L'obiettivo era quello di far toccare con mano ai ragazzi le reali conseguenze degli errori, in cui tutti possiamo incorrere. Ho visto gli alunni insegnare ai detenuti e i detenuti insegnare agli alunni. Uno scambio di esperienze che ha lasciato l'entusiasmo negli occhi di tutti. Nessuno era lì per giudicare: c'era solo voglia di imparare. Il carcere è un luogo triste, ma leggere negli occhi di quei ragazzi la voglia di cambiare e la consapevolezza di aver sbagliato e di dover rimediare ha lasciato in tutti un gusto meno amaro.
Un sentito ringraziamento voglio rivolgerlo Al Dott. Giuseppe Carrà, Direttore Penitenziario Casa Circondariale R. Sisca, al Dott. Carmine Di Giacomo, Comandante di Reparto Polizia Penitenziaria Casa Circondariale, alla Dott.ssa Maria Pia Barbaro, Responsabile Area Trattamentale Casa Circondariale che hanno permesso, con professionalità, la realizzazione dell'iniziativa. Allo stesso tempo non posso che ringraziare chi sempre coglie le sollecitazioni che indirizziamo loro, cioè le scuole di Trebisacce, con i loro dirigenti, gli insegnanti e gli alunni tutti".
umbriaon.it, 6 marzo 2020
Firmata la convezione fra Ternana Calcio, polizia di Stato e altri soggetti per opere di riqualificazione esterna dello stadio. È stata firmata giovedì mattina, presso la casa circondariale di Terni, la convenzione per la realizzazione di un progetto sperimentale che vede l'impiego di detenuti in lavori di pubblica utilità.
L'iniziativa, concordata con il prefetto di Terni, Emilio Dario Sensi, e con il sindaco Leonardo Latini, è finalizzata alla riqualificazione di aree esterne dello stadio "Libero Liberati" che necessitano di manutenzione, attraverso l'impiego di due detenuti per un periodo di tre mesi, suscettibile di proroga. Il progetto rientra negli interventi di inclusione sociale, previsti dall'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, a favore delle persone sottoposte a provvedimenti dell'autorità giudiziaria, finalizzati al reinserimento sociale e all'acquisizione di competenze e conoscenze professionali utilmente spendibili nella fase post-detentiva.
Il significato - I due detenuti, la cui sorveglianza durante le ore di lavoro sarà a cura della polizia penitenziaria, sono stati selezionati in base alla rispondenza a dei requisiti specifici con l'approvazione del magistrato di sorveglianza di Spoleto. La scelta dello stadio Liberati non è stata causale e la sua riqualificazione, come sottolineato dal questore di Terni Roberto Massucci, è particolarmente significativa nell'orientare i comportamenti delle persone in senso positivo: "Un'operazione di correzione strutturale, finalizzata al miglioramento della percezione della sicurezza. Un percorso di legalità, collegato al rispetto dei luoghi che hanno, come nel caso dello stadio, un alto valore simbolico". L'iniziativa ha visto il consenso immediato di tutte le parti che giovedì mattina si sono incontrate per siglare l'avvio del progetto: per la Ternana Calcio era presente il vice presidente Paolo Tagliavento, per l'ufficio esecuzione penale esterna, il direttore Silvia Marchetti e per la casa circondariale di Terni, il direttore Luca Sardella.
"Orgoglioso di questa iniziativa, unica nel suo genere - le parole di Tagliavento - e che ha avuto, da subito, il consenso entusiasta del presidente Stefano Bandecchi. Come società siamo felici di poter contribuire alla crescita sociale del nostro territorio anche attraverso operazioni come questa. Il Liberati sarà più bello anche grazie al lavoro di queste persone che magari trarranno giovamento da questa esperienza; con la speranza che possa anche servire loro per il reinserimento sociale una volta scontata la pena residua".
A Terni per l'occasione anche il presidente della Lega di C, Francesco Ghirelli: "Devo ringraziare la Ternana che ancora una volta si muove su un terreno innovativo, che combacia esattamente con la mission della Lega che mi onoro di presiedere: territorio, socialità, legalità. Collegare il recupero dei detenuti attraverso dei lavori da svolgere allo stadio, che è un luogo di gioia, non fa altro che aumentare in me la convinzione di dover ascoltare con attenzione, imparare e trasferire questa esperienza in altre realtà del nostro Paese per determinare una crescita della nostra Lega e del calcio in generale che ha bisogno sempre maggiore di valori positivi".
Vita, 6 marzo 2020
Arriva dal capoluogo lodigiano un appello che invita alla solidarietà. Con il blocco delle zone rosse e l'assalto ai supermercati degli scorsi giorni i volontari non sono riusciti a raggiungere tutte le famiglie. E le nuove disposizioni hanno anche bloccato la raccolta prevista per questo sabato. Il Centro rimane aperto nel prossimo weekend per chi volesse donare prodotti per i pacchi alimentari destinati ai nuclei fragili.
Il Centro di Raccolta Solidale per il Diritto al Cibo con Caritas Lodigiana, Associazione Progetto Insieme, Cooperativa Famiglia Nuova, Movimento per la Lotta Contro la Fame nel Mondo e Fondazione Banca Popolare di Lodi firmano insieme un appello per poter continuare a sostenere le famiglie fragili del territorio che vivono come maggior difficoltà questo periodo.
Si legge infatti: "In questi giorni il propagarsi del Covid19 e le strategie messe in campo per arginare il contagio, stanno causando gravi difficoltà nei nostri territori.
Per tutti noi è diventato più difficile spostarsi, fare la spesa, recarsi al lavoro, e vivere la vita quotidiana con la libertà di autodeterminazione che di solito ci è concessa. Tutto questo si sta riflettendo in tutti gli aspetti delle nostre vite, e ancora di più sta condizionando la nostra possibilità di sostenere i bisogni di famiglie che, essendo già fragili, si trovano oggi sempre più in difficoltà". Inoltre, "Con il blocco delle zone rosse e i supermercati presi d'assalto è diventato molto difficile per il Centro di Raccolta Solidale erogare il servizio di distribuzione settimanale del pacco, perché non avendo più fornitori, non abbiamo più prodotti" è l'amara constatazione.
I responsabili del centro raccolta solidale nel corso di questa settimana sono riusciti ad effettuare una distribuzione straordinaria acquistando direttamente nuove merci, ma - sottolineano - "pur mettendoci tutta la nostra forza, economica e di risorse umane, non siamo riusciti a raggiungere tutte le famiglie che di solito si rivolgono ai nostri Servizi. Siamo estremamente consapevoli che tutto questo abbia avuto un grave impatto anche sulle vostre vite, ma ci troviamo comunque nella necessità di fare appello alla vostra sensibilità, per ottenere un sostegno in questo difficile momento".
"Chiunque fosse disponibile a donarci dei prodotti (purché non a breve scadenza) potrà recarsi al Centro di Raccolta Solidale di Lodi, in via Pace di Lodi, 9 venerdì 6 marzo dalle ore 8 alle 16.30 oppure il sabato dalle 8.30 alle 12.30. Straordinariamente, per questa settimana, saremo aperti anche sabato pomeriggio dalle 14.30 alle 18.30 e domenica 8 marzo alla mattina dalle ore 9 alle 13", questo l'accorato appello "Qualunque contributo per noi sarà prezioso: questa situazione ci ha costretti a sospendere anche la raccolta alimentare che avevamo in programma per questo sabato, uno degli strumenti essenziali che realizziamo per sostenerci, per cui abbiamo davvero bisogno del vostro aiuto".
di Irene Milisenda
Quotidiano di Sicilia, 6 marzo 2020
Nessuna infezione in corso all'interno del carcere e zero pericoli per la comunità agrigentina. Messe in atto anche le misure per il contenimento del Coronavirus imposte dal Governo. All'interno della casa circondariale Pasquale Di Lorenzo, dopo il caso del detenuto affetto di tubercolosi trasferito al Pagliarelli di Palermo (per il quale non sarebbero state adottate misure adeguate), sono scattati i controlli per accertare eventuali infezioni tubercolari. Una serie di verifiche che ha dato esito negativo.
"All'interno del carcere di Agrigento non c'è nessun caso di infezione tubercolare", ha chiarito il direttore della casa circondariale Valerio Pappalardo. È stata fatta chiarezza sui test di Mantoux effettuati sia dal personale della Polizia penitenziaria che dai detenuti. Più di 150 le persone sottoposti ai test, di cui venti positive, anche se ciò non significa che queste persone siano malate.
"Nessun allarmismo - ha spiegato - Pappalardo - perché il personale, compreso io stesso, ha effettuato i controlli e la positività non si traduce in malattia. Posso affermarlo poiché da ulteriori accertamenti e analisi non è risultata nessuna infezione in corso. Vorrei tranquillizzare la comunità agrigentina che non sussiste nessun allarme".
Insieme al direttore Pappalardo hanno preso parte alla conferenza il capo della Polizia penitenziaria Giuseppe Lo Faro e la responsabile del Servizio giuridico-pedagogico, Maria Faro. Come riferito dall'Asp, la scorsa settimana il medico referente dell'Asp di Agrigento e i tecnici radiologi, grazie a una strumentazione portatile, hanno eseguito le lastre al torace dei detenuti risultati positivi ai test, ma fortunatamente non è emersa la malattia infettiva. Nel frattempo, per prevenire il contagio dal Coronavirus, anche all'interno della struttura carceraria si stanno adottando le direttive dettate dal Governo nazionale. Il personale è munito di mascherine, sono state sospese le attività didattiche e sono state limitate le visite e i colloqui con i detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 marzo 2020
Interrogazione di Stefania Pezzopane, del Pd, sulla struttura. Fino a qualche tempo fa era stata ritenuta un fiore all'occhiello, ma con il passar del tempo sono aumentate i problemi che hanno provocato una interrogazione parlamentare urgente a firma della deputata del Partito Democratico Stefania Pezzopane. Parliamo della residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Barete, in Abruzzo. Secondo la deputata, la Rems avrebbe assunto ormai un aspetto sempre più detentivo e sempre meno una definizione sanitaria riabilitativa.
Sono numerose le problematiche emerse: dalla precarietà del personale, alla mancanza di progetti terapeutici e riabilitativi da parte dei Centri per la Salute mentale e, più in generale, è presente negli operatori un profondo malessere che si associa a una gestione che andrebbe rivista, per lo più improntata all'intervento in emergenza. Si fa riferimento al report di Stop Opg, l'osservatorio sul superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari e sulle Rems che ha visitato recentemente la struttura. La rappresentanza dell'equipe presente all'incontro ha espresso alla delegazione di Stop Opg una grande sofferenza e difficoltà operative nella gestione della struttura.
I problemi manifestati riguarderebbero la precarietà del personale che è rappresentata da un turnover molto frequente che determina una certa fragilità dell'equipe e nella condivisione delle prassi lavorative. È stata segnalata anche la scarsa collaborazione di alcuni Centri di Salute Mentale relativamente alla presa in carico e alla stesura dei progetti terapeutici individuali: ciò ricade sulla qualità di vita del paziente all'interno della Rems con conseguente rischio di non riabilitarsi e quindi, come conseguenza, determinare permanenze prolungate. L'aumento di misure provvisorie, inoltre, si è spesso rivelata conseguenza di invii impropri che hanno sensibilmente influenzato l'operatività quotidiana della struttura sanitaria.
C'è il caso di un internato, con atteggiamenti aggressivi, al quale è stata prorogata diverse volte la misura di sicurezza che ha condizionato marcatamente l'andamento della Rems abruzzese determinando su di sé la totale attenzione dell'equipe curante. In effetti anche la visita dell'osservatorio Stop Opg è stata focalizzata sulle difficoltà espresse dagli operatori nella gestione operativa e nei vissuti altamente frustranti ingenerati dal paziente.
"Agli atteggiamenti aggressivi - si legge nel report di Stop Opg - è stata data nel tempo una risposta sempre più repressiva (intervento delle forze dell'ordine, Tso, rimozione degli arredi), subordinando la possibilità di un contenimento relazionale. In generale si può affermare che è presente negli operatori un profondo malessere che si associa ad una gestione quotidiana che andrebbe rivista nella sua organizzazione operativa che è per lo più attualmente improntata all'intervento in emergenza".
Le problematiche enunciate dagli operatori rappresentano, quindi, un quadro dell'equipe caratterizzato da una profonda instabilità e solitudine che mal si concilia con il delicato intervento che si richiede all'interno di una Rems. "Nel confronto con le due precedenti visite - scrive l'Osservatorio nel report - è evidente come la Rems assuma aspetto detentivo e sempre meno una definizione sanitaria riabilitativa sia nel contesto abitativo che operativo, evidenziando un peggioramento sia strutturale che operativo". La stessa equipe curante inoltre ha evidenziato il bisogno di un costante lavoro di formazione con una adeguata supervisione.
Il clima che si è instaurato di paura diffuso sta sempre più determinando chiusure e preoccupanti separazioni fra curanti e curandi. "Appare - ha sottolineato Stop Opg - necessario coinvolgere le Associazioni nei progetti personalizzati per una maggiore valorizzazione della già presente collaborazione con la Rems, mancando ora la partecipazione degli operatori alle attività associative sia intra che extra moenia. L'Osservatorio esprime massima disponibilità alla collaborazione sia alla Direzione Aziendale e Dipartimentale che al competente Assessorato Regionale".
di Carmine Alboretti
ladiscussione.com, 6 marzo 2020
La vita in carcere è già di per sé difficile per detenuti e lavoratori che vi prestano servizio quotidianamente. Ma i disagi crescono a dismisura nel caso delle strutture che accolgono stabilmente soggetti criminali socialmente molto pericolosi. Il carcere di massima sicurezza delle Costarelle de L'Aquila vanta un primato ben noto agli addetti ai lavori, nel senso che conta, in assoluto, il maggior numero di detenuti sottoposti al cosiddetto 41bis.
La norma - la cui portata è stata estesa dopo le Stragi di Capaci e via D'Amelio - prevede l'isolamento, nel senso che ogni camera è singola e non si accede agli spazi comuni; l'ora d'aria limitata (solo due ore al giorno e sempre in isolamento) e la sorveglianza costante effettuata da un corpo speciale della polizia penitenziaria che non ha contatti con altre forze dell'ordine; inoltre, i colloqui con la famiglia sono estremamente ridotti e avvengono senza contatto fisico, attraverso un vetro, e con una durata ristretta.
È evidente che si tratta di disposizioni particolarmente afflittive che, non a caso, si applicano nei confronti di coloro che sono chiamati a rispondere di fatti molto gravi di mafia, terrorismo e eversione, riduzione in schiavitù e tratta di persone, prostituzione minorile, pedo-pornografia, violenza sessuale di gruppo, sequestro di persona per rapina o estorsione, e al traffico di sostanze stupefacenti. Non appare difficile comprendere quanto all'interno del penitenziario abruzzese si respiri un'atmosfera pesante.
Stando ai dati diffusi dal segretario generale territoriale Uil-Pa polizia penitenziaria, menzionati in una interrogazione al ministro della Giustizia, presentata da Stefania Pezzopane, rispetto solo a pochi anni fa, il numero dei detenuti nel carcere del capoluogo regionale risulta raddoppiato, con inevitabili conseguenze sul carico di lavoro e sulla sicurezza degli operatori carcerari. In luogo degli 80 detenuti del 2010 da qualche tempo a L'Aquila non si scende al di sotto dei 160.
Con il raddoppiarsi dei reclusi sono inevitabilmente aumentate una serie di attività correlate che richiedono la presenza degli operatori penitenziari e quindi la moltiplicazione del carico di lavoro. "Il tutto - si legge nel testo dell'atto di sindacato ispettivo - è aggravato dal non adeguato numero di operatori carcerari a fronte di un aumento importante della popolazione detenuta.
Di qui la richiesta di un aumento adeguato del personale di polizia penitenziaria o comunque, di riportare il numero di sottoposti al regime speciale ai valori antecedenti il 2010, anche per ragioni di sicurezza. Sulla scorta di questi rilievi la deputata del Pd ha chiesto di sapere dal Guardasigilli "quali urgenti iniziative di competenza intenda adottare, anche mediante l'incremento del personale di polizia penitenziaria presso il carcere di massima sicurezza delle Costarelle de L'Aquila, al fine di garantire adeguati standard lavorativi e di qualità della vita agli operatori penitenziari". Non ci resta che attendere la risposta in Commissione Giustizia dell'esponente del Governo Conte II o di un sottosegretario da lui delegato alla risposta...
tgpadova.it, 6 marzo 2020
"Avvicinare al tema quanti non sanno della presenza, nel territorio, del centro provinciale per l'istruzione degli adulti (Cpia) e dell'esecuzione penale esterna", ma anche e soprattutto dei risultati sul piano del reinserimento attraverso la scolarizzazione derivanti dalle iniziative messe in campo dalle due realtà. Silvestro Tucciarone, pedagogista ed insegnante di italiano negli istituti di prevenzione e pena di Padova, sintetizza così lo scopo del libro "Esecuzione penale esterna e rientro in formazione degli adulti" (Edizioni Progetto).
Il volume, curato da Tucciarone con i contributi di Susanna Cristofanello e Francesco Lazzarini, analizza la complessa realtà, alla luce di protocolli e intese tra realtà diverse, che permette alle persone soggette a misure alternative al carcere di accedere a corsi scolastici per adulti. Questo, nel padovano, è stato possibile grazie a un accordo di collaborazione tra il Cpia di Padova e l'Ufficio per l'Esecuzione Penale Esterna (Uepe) di Padova e Rovigo e a distanza di un anno dall'inserimento si è concluso con successo il percorso scolastico, presso il Cpia di Padova, del primo utente Uepe. Un corsista in affidamento in prova ha conseguito il diploma di licenza media nella sessione di febbraio. "Si trattava - spiega Tucciarone - di rendere operative le indicazioni contenute in precedenti protocolli del ministero della Giustizia e del ministero dell'Istruzione che prevedevano eguali opportunità di accesso agli studi, in qualsiasi periodo dell'anno, sia ai detenuti in carcere che a detenuti domiciliari e a persone nelle misure alternative".
Il Cpia di Padova si è impegnato nel rendere concreti e operativi questi accordi partire da febbraio 2019. Persone segnalate dall'Ufficio Esecuzione Penale Esterna si trovano inseriti in corsi serali e corsi per adulti di tutta la provincia. A questo risultato, unico in Regione e probabilmente in tutto il Paese, si è giunti attraverso la stretta collaborazione delle due istituzioni.
Ex detenuti o persone con misure diverse dalla detenzione - sottolinea - hanno ora la possibilità "di iniziare, riprendere e completare gli studi, di migliorare o imparare la lingua italiana e così facendo spendere in modo proficuo e risocializzante il loro tempo che, se vuoto, renderebbe nulli i vantaggi della non carcerazione". "L'inserimento di questi utenti - conclude Tucciarone - inizialmente sembrava porre serie questioni di sicurezza come di privacy ma, dopo le prime legittime perplessità degli insegnanti, i risultati raccontano di persone eccezionali che sanno riprendersi, sperare e lottare per una vita migliore a partire dalla consapevolezza dei reati commessi".
di Grazia Longo
La Stampa, 6 marzo 2020
Reclusi in carcere come "in un collegio svizzero, dove studiare fino a conseguire la laurea". È la linea dettata da un avvocato a tre suoi famosi detenuti, tutti condannati in via definitiva per omicidio. Due di loro si stanno preparando alla laurea in legge. Qualcuno potrà pensare a un contrappasso, qualcun altro a un paradosso, ma Valter Biscotti, il loro difensore, preferisce parlare di "un gesto di riscatto".
Uno dei due studenti modello è Salvatore Parolisi, l'ex caporalmaggiore che deve scontare 20 anni nella prigione di Pavia per aver ucciso, il 18 aprile 2011 nel bosco di Ripe di Civitella, in provincia di Teramo, la moglie Melania Rea. L'altro è Winston Manuel Reyes, il cameriere filippino reo confesso (nel marzo 2011) del delitto, all'Olgiata a Roma il 10 luglio 1991, della contessa Alberica Filo della Torre. A Winston, detenuto a Rebibbia, è stata inflitta una pena di 16 anni.
E c'è poi un terzo assistito dell'avvocato Biscotti che di laurea ne ha già presa una e sta per conseguirne una seconda. Si tratta di Rudy Guede, l'ivoriano condannato in concorso con ignoti (Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti in Cassazione) per l'assassinio della studentessa Meredith Kercher il 1 novembre 2007 a Perugia. Nel carcere di Viterbo, Guede si è già laureato con 110 e lode in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e a breve diventerà di nuovo dottore in Storia e società all'università di Roma Tre con una tesi in narrazione cinematografica. "Quando Rudy fu condannato - ricorda l'avvocato Biscotti - gli consigliai di diplomarsi e laurearsi in prigione. "Fai finta di essere chiuso in un collegio svizzero e prendi la laurea" gli dissi e lui mi ha dato ampiamente ascolto".
Il desiderio di affrancarsi studiando in prigione, del resto, è una tendenza che riguarda anche altri casi. Su poco più di 60 mila detenuti che si registrano nel nostro Paese, nel 2018 si sono laureati in 28, tutti uomini. Mentre gli iscritti all'università, nell'anno accademico 2018/2019, sono stati 796, distribuiti in 70 istituti di pena e iscritti a 30 atenei.
I dati, elaborati dal Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), sono inseriti nel XV rapporto dell'associazione Antigone, associazione che si occupa di detenzione e giustizia penale, pubblicato a maggio 2019. La percentuale degli iscritti sul totale della popolazione carceraria è la seguente: circa l'1% del totale (60.476 gli uomini reclusi al 31 maggio, 2.648 le donne). E infatti le studentesse in carcere sono 26, gli studenti detenuti 743. Ma cosa studiano gli studenti carcerati? Un quarto degli iscritti (il 25,6%) studia discipline politico-sociologiche. Al secondo posto, con il 18,6%, si piazzano le materie umanistiche (da Lettere a lingue fino al Dams). Seguono Giurisprudenza (15,8% degli iscritti), Scienze naturali, Agraria, Storia (9,2%), Psicologia ed Economia (attorno al 6%) e infine Ingegneria e Matematica.
A due lauree punta Rudy Guede, che oggi ha 34 anni, e ha già scontato 12 dei 16 anni di reclusione che gli sono stati inflitti con il rito abbreviato. Non ha mai negato di essere presente in casa al momento dell'omicidio ma si è sempre professato innocente. "Chi lo incontra oggi - sottolinea l'avvocato - racconta di un Rudy serio ed impegnato. Credo che anche gli studi in carcere abbiano contribuito molto alla sua riabilitazione".
Oltre a Guede, anche Parolisi, a differenza di Winston, si è sempre proclamato innocente ma la Cassazione ha stabilito il contrario. "Ribadisco l'importanza della pena certa - osserva il legale - ma un condannato ha diritto di riscattarsi, studiando, come una persona costituzionalmente rinata".
Ma perché proprio il corso di Giurisprudenza? "Chi, come Salvatore, si sente innocente forse ha voluto trovare una chiave per capire quello che gli è successo. Salvatore è stato vittima di un processo mediatico pazzesco. Per chi, invece, come Winston ha confessato l'omicidio, anche se con 20 anni di ritardo, studiare legge è una sorta di catarsi".
E se Rudy Guede durante il giorno usufruisce dei permessi per lavorare in una biblioteca del centro per gli studi criminologici di Viterbo (la sera rientra in carcere), Salvatore Parolisi potrebbe ottenere a breve il permesso di uscire dalla prigione. In carcere da 8 anni e mezzo, l'ex militare, ha sempre rifiutato l'accusa di assassino - la moglie Melania fu uccisa a 28 anni con 45 coltellate, mentre la figlia di soli 18 mesi dormiva nell'auto parcheggiata poco distante - ma ha ammesso di aver tradito la moglie con la soldatessa Ludovica.
"Sono un traditore, non un assassino", ha ripetuto all'infinito. Ma la legge non gli ha creduto e gli ha anche vietato di incontrare la figlia che oggi ha quasi 11 anni. Winston Manuel Reyes, invece, pur avendo già da tempo la facoltà di usufruire dei permessi premio, preferisce scontare tutta la pena dietro le sbarre.
malpensa24.it, 6 marzo 2020
La bicicletta ha tanti pregi ma di essere strumento di redenzione forse le mancava. E a colmare questa lacuna ci stanno pensando quelli del carcere di Bollate, alle porte di Milano. "Il progetto si chiama A.c.t.s. A Chance Through Sport - spiega il professore Andrea Di Franco del Politecnico di Milano a La Gazzetta dello Sport. Da diversi anni come Politecnico abbiamo avviato una serie di studi all'interno del carcere, legati agli spazi, ma anche alla qualità della vita dei detenuti e della polizia penitenziaria che condivide i medesimi luoghi. Questo è il primo studio che riguarda lo sport fatto dal Politecnico e abbiamo ottenuto questo riconoscimento. Ora lo vogliamo tradurre in qualcosa di concreto e reale".
E ancora: "Per la popolazione carceraria la cura del fisico è l'ultima barriera, l'ultima difesa. E quella del ciclismo può essere una pratica molto interessante da sviluppare all'interno di un carcere come Bollate che ha spazi adatti su cui lavorare. In questo nostro progetto abbiamo trovato già alcuni compagni di viaggio, ma altri ne vogliamo aggregare.
Lo studio di avvocati Bonelli Erede di Milano ci è stato subito vicino: questo studio ha al suo interno un gruppo di fan delle due ruote che ha costituito un gruppo sportivo che si chiama Amici di Davide Cassani. Così il c.t. è diventato nostro testimonial e ha dato la sua disponibilità ad accompagnarci in una pedalata da Milano a Parma, con detenuti e guardie (all'interno di Bollate è stata costituita una Asd da parte dell'ispettore Vincenzo Ormella, ndr). Abbiamo già ottenuto il supporto del Comune di Milano e anche l'appoggio dell'olimpionico Antonio Rossi.
Ma vogliamo andare oltre: perché il senso è lasciare qualcosa che possa essere più duraturo, come una "pista", non un vero e proprio velodromo, ma qualcosa che possa assomigliarci. Ma già prima a Bollate vorremmo recuperare anche uno spazio per gli allenamenti da "fermi" con cyclette o i rulli proprio perché si possano organizzare nei prossimi mesi allenamenti continuativi. Mapei e la casa di produzioni Dude sono già adesso al nostro fianco. Ma stiamo cercando anche altri partner perché questo sogno diventi realtà e si possa ingrandire ancora di più".
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