di Luciano Capone
Il Foglio, 25 gennaio 2020
Si fa presto a chiamarla "gaffe". La semplicità con cui, per due volte, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha risposto "gli innocenti non finiscono in carcere" alla giornalista Annalisa Cuzzocrea che a "Otto e mezzo" gli aveva chiesto se da Guardasigilli si preoccupasse delle tantissime persone ingiustamente recluse è una bestialità.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Lei sa, signor ministro Bonafede, che non è mio costume speculare su incidenti altrui, e ridere scompostamente di chi inciampa. Ho anche letto la sua precisazione, che questa volta francamente fatico a comprendere. Ci mancherebbe pure che l'assolto debba poi andare in galera!
di Valentina Errante
Il Messaggero, 25 gennaio 2020
Bonafede: gli innocenti non finiscono in carcere. Bufera sul ministro, Salvini: si dimetta. Fi: "E la malagiustizia?". L'inciampo di Alfonso Bonafede ("Cosa c'entrano gli innocenti che finiscono in carcere? Gli innocenti non finiscono in carcere") tiene banco per tutta la giornata. I numeri raccontano che in tanti sono finiti dietro le sbarre ingiustamente.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 25 gennaio 2020
Com'era immaginabile, l'infelice frase del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che "gli innocenti non finiscono in carcere" ha sollevato feroci critiche e imbarazzati dissensi. Il povero ministro ha chiarito che si riferiva "in quel contesto, a quelli che vengono assolti". Il che è come dire che il signor De La Palisse un quarto d'ora prima di morire era ancora in vita. È ovvio infatti che chi è assolto non finisce in galera.
di Elisabetta Zamparutti*
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Violenze, suicidi, isolamento. Il Comitato anti-tortura del Consiglio d'Europa mette sotto accusa le carceri italiane, ma il suo report è solo in inglese. Va tradotto, per permettere a tutti di conoscerlo: direttori, detenuti e cittadini.
di Fabio Tonacci*
La Repubblica, 25 gennaio 2020
"Lui era sanissimo, l'hanno picchiato ma a chi volete che importi di un migrante morto? Giustizia? Per noi non cambia nulla, ma dateci la sua salma". Il 38enne georgiano, trovato privo di conoscenza nella sua cella, è morto sabato scorso all'ospedale di Gorizia.
A Chiatura, la città georgiana delle miniere bolsceviche e delle funivie, tremila chilometri a est di Gradisca di Isonzo, una donna piange il fratello che non ha più. Una donna che ha esaurito la speranza. "A chi volete che interessi il destino di un immigrato?". Non ha fiducia. "La giustizia? Per noi non cambia niente...".
Non ha più forza. "Vogliamo solo riavere la salma". Disorientata da una morte senza senso, di cui poco o niente è riuscita a sapere, ma che lo stesso le fa gridare: "L'hanno picchiato, me l'hanno ucciso!". Asmat Jokhadze è la sorella di Vakhtang Enukidze, il georgiano di 38 anni deceduto sabato scorso all'ospedale di Gorizia, dopo essere stato trovato privo di conoscenza nella sua cella nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca.
Nei giorni precedenti, in quel Cpr di frontiera, era successo di tutto. Rivolte, proteste, le forze dell'ordine in assetto antisommossa. Enukidze ha un litigio nel cortile interno con un altro detenuto in attesa come lui dell'espulsione, pare per una questione legata a un telefonino. Gli agenti di polizia intervengono a sedare la rissa e, secondo alcune testimonianze adesso al vaglio della procura di Gorizia, in quell'occasione sono protagonisti di violenze nei confronti del georgiano. Enukidze viene anche arrestato, per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Presenzia all'udienza di convalida davanti al giudice, e dopo due giorni torna al Centro. Chi lo ha visto al rientro lo ricorda "in condizioni pessime, incapace di stare in piedi". Gli vengono dati antidolorifici e ansiolitici, e, nella notte tra venerdì e sabato, si sente male. La procura ha aperto un fascicolo, a carico di ignoti, per omicidio volontario.
Asmat Jokhadze parla solo russo. La raggiungiamo al cellulare, ma risponde alle domande di Repubblica controvoglia. Esordisce cercando di chiudere subito la conversazione: "L'ambasciata georgiana in Italia ci sta aiutando per riavere la salma. Fino a quando non avremo il risultato dell'autopsia (prevista per lunedì, ndr), e nell'interesse stesso dell'indagine, mi hanno consigliato di non parlare coi giornalisti. Non chiamateci, non abbiamo niente da dire. I miei genitori sono anziani, sono devastati dal dolore. Non hanno nemmeno il corpo di loro figlio su cui piangere. Arrivederci...".
Ma Asmat è una sorella ferita, anche da quanto ha letto sulla stampa, e quell'amarezza che la tormenta non riesce a trattenerla. "Vakhtang era sanissimo, non è vero che era malato! Sono state scritte tante falsità. Giocava a calcio qui a Chiatura, la città dove siamo cresciuti, e ha fatto anche l'imbianchino. È venuto in Italia due anni fa per cercare lavoro, ha vissuto a Roma, faceva dei lavoretti non so di che genere, ma non aveva il permesso di soggiorno e allora la polizia l'ha fermato e l'ha portato a Bari".
Il georgiano ha passato un periodo nel Centro rimpatri pugliese, poi il 19 dicembre scorso è stato trasferito, insieme ad altri stranieri, a Gradisca. "Me l'hanno ucciso, ma nessuno crederà a noi", ripete Asmat. "A chi volete che interessi il destino di un migrante morto? Mio fratello era una persona equilibrata, di buon carattere. Non era certo un violento".
Stando a quanto sono riusciti a ricostruire finora gli inquirenti, però, Vakhtang aveva partecipato ad almeno due rivolte interne al Cpr, prima del litigio del martedì con un altro straniero. Gli sono stati dati dei farmaci sia in carcere sia dopo, ma la documentazione sanitaria acquisita al Cpr è parsa agli investigatori "frammentaria e poco coerente".
Asmat ha raccontato al Piccolo di Trieste di aver chiamato Vakhtang la sera prima del decesso, e di aver capito che stesse male dal fatto che il personale del Cpr gli aveva aumentato la dose dei farmaci. Sul punto, la donna non vuole aggiungere altro. "Non posso parlare", spiega. "In Italia di sicuro strumentalizzerete questa storia per speculazioni politiche".
E quando le raccontiamo l'esito giudiziario che ha avuto, seppure dopo dieci anni, il caso di Stefano Cucchi, anche lui morto mentre era in custodia dello Stato, la risposta di Asmat chiude ogni discorso. "Sì, ma lui era italiano".
*Ha collaborato Ekaterina Koshkina
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Nelle esistenze che si spengono si soffre di più per le vite brevi, quando a morire sono i bambini. Eppure più si è piccoli, minore è la comprensione del concetto di morte, più si è giovani meno si ha paura di morire. Da grandi è diverso, la si percepisce in pieno l'ombra nera che arriva, e quando uno la vita se la toglie sa di portare dolore.
Giuseppe Gregoraci si è impiccato nella cella del carcere di Voghera: ammazzarsi in una prigione è una cosa complessa, ti devi sottrarre ai tuoi guardiani, ai compagni di pena. Muori in modo ragionato, i perché te li lasci dietro perché non siano risolti, la tua vita finisce in cronaca, poche righe veloci e per chi non ti ha conosciuto resterai quello.
Giuseppe era di Siderno, nella Locride, finito in una delle tante retate che si annunciano nelle albe radiose della Calabria, la sua aveva un nome imponente: Canadian Ndrangheta Connection, con essa, per la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, sono stati messi in luce i rapporti e i traffici fra le 'ndrine calabresi e le loro corrispondenze criminali di Toronto.
Dentro ci è finito a luglio quando in Calabria domina l'Oriente e gelsomini e oleandri fanno a gara per profumare la notte, oltre la libertà ha perso la sua terra e si ritrovato a respirare l'aria Padana di Voghera, che in estate sa delle vite giovani di granturco e riso e del letame delle stalle. Ed è stata la mancanza a segnare la gran parte dei suoi 51anni di esistenza: nessuno lo sa, ma da giovane Giuseppe è stato solo Pino, è entrato in una delle migliori pasticcerie del suo paese per imparare un mestiere. E lo ha fatto il pasticcere. Un incidente stradale gli ha portato via un piede.
A Voghera ci è arrivato con una protesi, dopo un po' ha rinunciato a utilizzarla perché le condizioni igieniche in promiscuità non sono facili da trovare. Si è arreso a una sedia a rotelle. E Pino era un uomo, era un uomo con una disabilità, con una giovinezza segnata da quel dramma, era un marito, un padre. Da detenuti si perde tutto, se si è accusati di mafia si diventa solo quello, un 'ndranghetista. Lo si diventa prima di qualunque condanna.
E forse anche quando ci siano le responsabilità, magari dopo che siano state dimostrate, il fatto di essere imputati non dovrebbe travolgere tutto. Le manette non lo hanno un angolo buono a contenere il cuore, non c'è una società buona a fabbricarglielo. E chissà se Pino è stato solo un pasticcere mancato o il boss "di rilievo" riportato in cronaca. Stava a 1.300 chilometri da casa, nel regime duro delle sezioni riservate ai mafiosi, la sua protesi nascosta da qualche parte e la sua umanità accantonata. Si è impiccato e ha lasciato i suoi perché, perché non si capiscano, o perché si capiscono fin troppo bene.
di Luca De Vito
La Repubblica, 25 gennaio 2020
Il presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano: "La detenzione quando si tratta di reati lievi o di persone incensurate è una misura sproporzionata". "Il problema, di questi tempi, è che la narrazione politica è tutta spostata sul carcere come soluzione dei problemi: in realtà aumentare le pene non serve a diminuire i reati". Vinicio Nardo, presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, interviene sul tema delle alternative alla detenzione.
Presidente Nardo, come valuta questi numeri?
"Sicuramente l'esperienza è positiva, non a caso è stata fortemente voluta dagli avvocati. Tutti noi ci rendiamo conto della sproporzione della sanzione del carcere in una grandissima parte dei processi che vengono svolti. Sia perché si tratta di reati lievi, sia perché molte di queste persone sono incensurate. Il problema adesso è politico".
In che senso?
"La narrazione del dibattito politico è tutta in direzione della pena carceraria: non a caso non si è varato l'importantissimo progetto di legge elaborato dagli stati generali dell'esecuzione, ovvero la riforma Orlando per le carceri, che prevedeva tra le altre cose la sistemazione del pacchetto delle misure alternative, potenziandole e inserendo una modalità che avrebbe consentito di approfondire la valutazione delle persone a cui far scontare la pena fuori dal carcere".
È rimasto tutto bloccato...
"Senza quel progetto non si danno le risorse giuste a tutto il sistema dell'Uepe e agli operatori del sistema carcerario e dei servizi sociali. Ad esempio gli psicologi che lavorano con i detenuti e che devono fare le loro valutazioni affinché i servizi interni al carcere funzionino. Adesso si continua con il sistema ordinario che ha pochi mezzi".
Perché secondo lei questo stop?
"Probabilmente qualcuno ha temuto che fosse penalizzante da un punto di vista elettorale, evidentemente è più facile dare una risposta illusoria aumentando le pene, invece di ricorrere a un sistema alternativo che ha dimostrato di funzionare, anche con l'abbattimento del tasso di
recidiva per chi sta fuori dal carcere".
Le pene alte non servono secondo lei?
"Facciamo un esempio pratico, l'omicidio stradale: in questo caso le pene sono state aumentate a dismisura, ma il numero di morti in strada è sempre lo stesso e non è diminuito neanche il numero di incidenti. Significa che c'è qualcosa che non torna. Non è con l'aumento delle pene che si riducono reati".
Milano ha dimostrato di essere all'avanguardia sul tema delle alternative al carcere. È un modello che funziona meglio che altrove?
"Milano è un esempio virtuoso perché è una piazza che sa accogliere le novità e le sa utilizzare a beneficio del funzionamento della macchina. È così da sempre. Diciamo che queste misure alternative hanno preso piede in tutta Italia, e anche se all'inizio potevano esserci delle remore ideologiche, tutti hanno capito che funzionano".
Qual è il passo avanti che bisognerebbe fare adesso?
"Il primo è riprendere a ragionare in termini più razionali e non di un automatico aumento delle pene. Viceversa, bisogna ampliare tutto il ventaglio della reazione dello Stato al reato, con delle soluzioni diverse dal carcere. Poi bisogna rafforzare legge Gozzini riprendendo il lavoro fatto dagli Stati generali dell'esecuzione e aumentare i casi di messa alla prova oltre che di pene sostituite con lavori di pubblica utilità. Bisognerà creare infine un sistema molto più vasto di enti e associazioni presso i quali si possono completare questi percorsi".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 25 gennaio 2020
Giornalisti e politici ora fanno ironia sul ministro negazionista e ignorantello. Ok. Ma loro hanno fatto qualcosa per porre fune alla vergogna degli innocenti in carcere?
Il negazionismo del ministro Bonafede, secondo il quale "gli innocenti non finiscono in carcere", rappresenta più che altro un caso di sfrontata indecenza. Fa abbastanza schifo, come quello che lascia in mare i disperati perché lo sanno tutti che non sono veri profughi ma ragazzoni muscolosi col cellulare fico.
Certo, ci sarebbe da trasecolare davanti a un ministro che spaccia roba simile, così violentemente falsa, così insultante, ma si tratta dello stesso che si traveste da secondino e fa il film della giornata indimenticabile col detenuto avviato a marcire in galera. Insomma, questo Bonafede lo conosciamo bene.
A far vergogna, tuttavia, a dare scandalo, è che tanti innocenti finiscano in carcere: non tanto il ministro della Giustizia che nega quel fatto inoppugnabile. E a quelli che pur giustamente hanno denunciato la dichiarazione del ministro Bonafede bisognerebbe domandare se il problema della detenzione ingiusta si risolve così, e cioè contestando al ministro il diritto di dire panzane. Perché non è che se il ministro smette di negare che gli innocenti finiscono in galera quelli smettono di finirci. Se sparano ai negri il problema qual è?
Che un ministro nega la matrice razzista dell'attentato? Eppure ieri il deputato Pd Andrea Romano si lagnava della "barbarie" di Bonafede, che dovrebbe essere sconfessata dal Movimento 5 Stelle "se davvero vogliamo lavorare ad una prospettiva di alleanza". Ma ci si interroga: nella prospettiva di alleanza di cui parla Romano c'è posto per qualche iniziativa sugli innocenti in carcere?
O la questione è risolta con Bonafede che non dice più cretinate? Ne dice e continua a dirne, e lo ha fatto giusto a proposito della propria dichiarazione: spiegando che lui, quando parlava di "innocenti" (che appunto non finirebbero in carcere), intendeva in realtà riferirsi agli "assolti". E vediamo se qualcuno gli domanda se tra gli assolti (dopo) non c'è qualcuno che (prima) s'è fatto la sua bella galera. Ma si ripete: da questo qui cosa vuoi pretendere?
Sono gli altri, alleati e presunti oppositori, a lasciare le cose come stanno e anzi a lasciare che si aggravino, e non è che una politica più grammaticata e presentabile serva a impedire l'ignominia delle carcerazioni ingiuste. Le prigioni sono piene di gente che in prigione non dovrebbe starci, ed è su questo, magari, che bisognerebbe fare qualcosa.
È questa la "barbarie", prima che la boutade tontolona del ministro guardasigilli. Prima e dopo, come detto: perché gli innocenti continuano a finire in carcere, e se è vero che ingiustamente qualcuno ce li manda è anche più vero che qualcun altro, altrettanto ingiustamente, ce li lascia. Ed è, questa, una responsabilità che non s'attenua imbrigliando la disinvoltura giustiziera di un ministro grillino.
di Maria Trozzi
La Notizia, 25 gennaio 2020
Palma boccia l'iniziativa avviata nelle carceri. No a ricerche in contrasto con le norme anti-tortura. Il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma bacchetta il garante d'Abruzzo Gianmarco Cifaldi sui test ai detenuti e sulle dichiarazioni di Cifaldi riportate in una nota dell'Agenzia di stampa della Regione Abruzzo (Acra).
Tutte affermazioni rilasciate per la sottoscrizione del protocollo d'intesa e, conferma il Garante, in contrasto con il protocollo effettivamente sottoscritto tra i vertici del carcere teatino e l'università di Chieti in cui Cifaldi è docente.
Palma spiega l'accaduto, stupito dall'intervento del garante abruzzese alla stessa stregua di Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, che si è mobilitato contro l'iniziativa annunciata e ora chiede le dimissioni di Cifaldi. "Il Garante nazionale informa che Cifaldi è stato costretto a fare marcia indietro e infatti si rimangia il comunicato che ho contestato", sostiene l'autore della legge istitutiva del garante in Abruzzo.
Niente cavie dunque, la nota (Acra) sarà rimossa perché non corrisponde all'intesa sulla "Osservazione scientifica della personalità dei detenuti sex offender e di iniziative trattamentali, culturali e sportive riguardanti gli stessi".
"Tale nota riporta dei virgolettati attribuiti al Garante Cifaldi con un contenuto molto diverso da quello del testo del Protocollo sottoscritto - dichiara il Garante nazionale - e seguendo il ragionamento del comunicato, la ricerca in cantiere avrebbe caratteristiche inaccettabili come la conduzione di test che comprendono registrazioni posturo-stabilometriche e termografiche di reazioni a stimoli somministrati attraverso immagini emotivamente significative ed emotivamente neutre in contrasto con standard e indicazioni anche del Comitato europeo contro la tortura (Cpt) oltre che dei principi su cui si basa l'azione del garante nazionale".
Palma aggiunge che non consentirebbe mai una ricerca che contrasti gli standard internazionali e il rispetto dei diritti delle persone private della libertà. "Anche considerando i limiti che la situazione soggettiva di tali persone determina relativamente alla genuinità del loro libero consenso", puntualizza il garante. Quest'ultimo ritiene poi "inopportuno che un'Autorità di garanzia si renda promotrice e attrice di iniziative che rientrano nella sfera del proprio controllo indipendente", facendo così anche riferimento alla docenza del garante Cifaldi.
"Il compito che la legge regionale affida all'Ufficio del Garante - chiarisce l'ex parlamentare Acerbo - è quello di assumere ogni iniziativa volta ad assicurare che alle persone detenute siano erogate le prestazioni inerenti al diritto alla salute, al miglioramento della qualità della vita, all'istruzione e alla formazione professionale e ogni altra prestazione finalizzata al recupero, alla reintegrazione sociale e all'inserimento nel mondo del lavoro.
Il Garante deve segnalare eventuali fattori di rischio o di danno per le persone, accertare omissioni o inosservanze, proporre gli interventi amministrativi e legislativi da intraprendere per contribuire ad assicurare il pieno rispetto dei diritti delle persone - conclude il segretario di Rifondazione - proporre iniziative concrete di informazione e promozione culturale sui temi dei diritti e delle garanzie delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. E ancora una volta la Regione Abruzzo fa una figuraccia per l'incompetenza del ceto politico e anche, purtroppo, per la pochezza culturale della sua università". L'ennesimo schiaffo per la giunta sovranista.
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