di Giusy Ferreli
La Nuova Sardegna, 24 gennaio 2020
Per il ministero la sua gestione è antieconomica. Ma il territorio si ribella: diciamo no alla chiusura. Se dipendesse da Francesco Basentini, alto funzionario a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il carcere di Lanusei chiuderebbe. Troppo antieconomica la sua gestione e soprattutto troppi soldi da investire in una struttura che ha fatto il suo tempo.
Ma l'ultima parola spetta al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e la battaglia dal piano tecnico si sposta su quello politico. E su questo fronte le voci contrarie alla sua chiusura, e i tentativi per scongiurare la chiusura, non mancano.
"La Casa circondariale di Lanusei è un presidio importante di legalità per il nostro territorio: percorreremo tutte le vie consentite per scongiurarne la chiusura attacca Salvatore Corrias, consigliere regionale ogliastrino che sta seguendo, con il sindaco Davide Burchi, le vicende che ruotano attorno alla paventata soppressione del San Daniele, istituto di pena che già in un decreto ministeriale del 2001 era stato inserito tra gli "istituti penitenziari strutturalmente non idonei alla funzione propria, per i quali risulta necessaria o conveniente la dismissione".
Le voci di dismissione si sono amplificate e Corrias ha presentato un'interrogazione al presidente della Regione, Cristian Solinas per verificare il reale intendimento del governo. A metà gennaio è arrivata la risposta dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero. Una doccia gelata per il territorio perché elenca tutti i motivi per cui l'istituto ogliastrino dovrebbe chiudere.
"Benché comprendiamo le ragioni avanzate dal ministero e sulla cui ragionevolezza ovviamente non dubitiamo - incalza Corrias - non possiamo esimerci dal rilevare l'indispensabilità della permanenza del carcere, sia per la sua stretta connessione con il tribunale di Lanusei, sia quale presidio di giustizia e di presenza dello Stato".
Per il sindaco Burchi il fatto che il San Daniele non sia sovraffollato depone a favore del mantenimento. Il clima che si respira al San Daniele - sottolinea Burchi - è umano, in conformità al disposto costituzionale della funzione rieducativa del carcere".
Quest'ultimo intervento si aggiunge a quelli in difesa dei servizi sanitari, l'ultimo sulla mancata apertura dell'Emodinamica dell'ospedale, per ora Vano: neanche la lettera della deputata Mara Lapia, inviata tra gli altri anche il presidente dell'Autorità anticorruzione e al procuratore di Lanusei, è servita sinora a smuovere le acque.
di Giovanni Bua
La Nuova Sardegna, 24 gennaio 2020
Da quasi tre mesi "Jodo" è il rappresentante dei detenuti nella Casa circondariale. "Non mi spaventano le critiche, ma ho ancora tanto da vedere e imparare". Un vestito di Bagella indosso e una copia di "Abolire il carcere" di Luigi Manconi sotto il braccio.
"Perché - dice parafrasando il mitico George Best - nella mia vita la maggior parte dei soldi li ho spesi in abiti, corsi e libri. E il resto l'ho sperperato". Non manca certo il senso scenico, e una robusta autoironia, ad Antonio Unida, per tutti semplicemente Jodo, pseudonimo scelto in onore del suo maestro Alejandro Jodorowsky, studioso e teorico di psico-magia.
Pezzo importante, e come sempre stravagante, dello "spiazzante" puzzle che forma la vita del 58enne di belle speranze che da novembre è il nuovo garante dei detenuti della casa circondariale di Bancali. La sacrestia. Infanzia tra via Munizione Vecchia a la sacrestia di monsignor Masia a San Giuseppe, dove fa incetta di incenso e politica. "Mi ci ha mandato mia madre per togliermi dalla strada - racconta. E, guardando la fine che hanno fatto la maggior parte dei miei vicini, mi sento di ringraziarla".
Tessera del Fronte della gioventù in tasca in pieno 1968 ("mio padre, che ha combattuto con la resistenza a Bologna, quando l'ha trovata mi ha preso per l'orecchio da scuola fino a casa e poi me l'ha strappata in faccia, e forse proprio per avere quella reazione l'avevo fatta") e ritiri spirituali autoimposti già dai tredici anni. Studente disastroso ("mi hanno bocciato due volte, per fortuna dopo il militare ho finito ragioneria) e fresco dottore in psicologia a Roma. Impiegato al banco di Sardegna, sindacalista, ambientalista e consuelor, sciamano, social-maniaco, attore e fresco gattaro.
Insomma: "Un po' maccu - ammette - ma non maccu maru". Le critiche. Niente da stupirsi dunque se, quando il consiglio comunale lo ha eletto per il delicato ruolo ("al sindaco mi sono proposto io, con umiltà ma determinazione") in molti hanno storto il naso. Anche perché lui delicato nella vita, e nel raccontarla passo passo nella sua pagina Facebook, non lo è mai stato. "Ho scoperto i social solo nel 2015 - racconta - usavo il web per interagire con il mio relatore, all'università, e ho pensato di usare Facebook per lanciare messaggi a carattere ambientale.
Ebbero un grande successo, così ho pensato che potevo denunciare situazioni, dare esempi. A un certo punto "funzionavo" talmente tanto che mi ha cercato pure Striscia la Notizia". Mezzo nudo. Difficile verificare, perché nel mentre Jodo è già andato avanti. Tra il quotidiano bagno al mare in pieno inverno ("il freddo è una questione di testa, di concentrazione, ne ho parlato anche con Pozzecco") reading, meditazione e qualche brutto scivolone. Come quel filmato diventato virale, mezzo nudo sopra il letto, in cui si lamenta dell'imbecillità dei sassaresi che non l'hanno eletto alle ultime Comunali.
"Per un pelo mi costava il posto di lavoro. Grande errore. Non il primo né l'ultimo. Ma non faccio mai due volte lo stesso". Dentro. E ora Bancali, dentro le cui mura il "dandy" si è tuffato con il solito incosciente entusiasmo. "Sì lo ammetto - dice sornione - mi hanno detto di darmi una calmata. Anche perché ci sono situazioni molto delicate dentro cui devo imparare a muovermi. I 41bis per esempio. Regime carcerario che, sia chiaro, andrebbe radicalmente rivisto". Il fronte. Roba da far drizzare i capelli al vecchio iscritto del "Fronte", che spesso appunto deve apostrofare i suoi seguaci.
"Mi seguono molte persone che si classificano, e mi classificano, di destra. Collocazione che chiaramente mi sta stretta. E che comunque non giustifica un modo miope di vedere il carcere e chi lo occupa. Che è una potenziale risorsa, e non un problema da dimenticare". Senz'acqua. E così, tra una visita alle 6.30 del mattino ("vado "dentro" due volte a settimana, per tutto il giorno, ma faccio qualche sorpresa"), qualche post ancora da "limare", un ufficio a Palazzo Ducale aperto per incontrare i parenti, l'ex consigliere provinciale di An ("mi chiese di candidarmi Gianfranco Deriu, e lì ho proposto per la prima volta, sia a livello comunale sia provinciale, l'istituzione della figura del Garante dei detenuti, appena introdotta a Roma") inizia a snocciolare le sue denunce: "L'acqua è sporca, imbevibile.
E non tutti hanno i soldi per comprarla in bottiglia. Ed è colpa dei serbatoi da ripulire. Gli sciacquoni dei water sono vuoti. Piove dal tetto. Spesso manca la luce. Il menù è interessante ma mal cucinato. E in cucina, sino a qualche giorno fa, gli estintori erano scaduti". E ancora: "Ci sono solo 5 educatori, che poi diventano 3. E carenze croniche di personale amministrativo e agenti. Siamo senza direttore e capo delle guardie".
Ma soprattutto: "Domina l'ozio, l'abbandono. Bancali è un contenitore di corpi. Non è colpa di nessuno, perché chi è dentro quel contenitore lavora, si danna, fa l'impossibile. Ma purtroppo è così". La visione. E, tra tanti piccoli, grandi problemi da risolvere, arriva "la visione": "Quella importante - spiega Jodo - perché quando i ragazzi mi chiedono di fargli la copia di un codice fiscale o portare un messaggio alla famiglia, io li aiuto, ma gli spiego anche che il mio ruolo è un altro. È fare il facilitatore del rapporto tra il carcere e la città. Trovare il modo di portare i detenuti in città, e la città dentro il carcere".
Avamposti. Molti gli "avamposti" che già ci provano: il laboratorio di teatro di Gazale, di sartoria, musica, falegnameria, pittura. Le scuole (come il Pellegrini) che organizzano percorsi di qualificazione personale o (come il Devilla) veri e propri corsi di istruzione superiore. I dentisti della Fraterna Solidarietà e i volontari Caritas. "Ma non basta. Mai. Il punto è che, ogni volta che si organizza qualcosa per la città - spiega Unida - bisogna pensare a come coinvolgere Bancali. Che deve diventare un quartiere della città, anche perché ci vivono mille persone, e la maggior parte dei detenuti sono sassaresi.
E deve partecipare al Natale e alla Cavalcata, ai reading e alle rappresentazioni. Uscire fuori a presentare i suoi lavori, e ospitare chiunque abbia interesse a portare conoscenza, speranza, tra le sue mura. Mi prendo l'impegno di appoggiare ogni progetto, piccolo o grande, di affiancare, consigliare. E nel mentre guardo, studio, imparo. E continuo la mia battaglia per incontrare provveditore e presidente del consiglio regionale, direttori di carceri modello come Opera ed esperti delle problematiche carcerarie come la galassia radicale. E a raccontare tutto".
Prospettive. "Io penso che ridare prospettive ai sassaresi che passano dentro Bancali vuol dire ridare prospettive a Sassari. E che dobbiamo puntare all'eccellenza". Il tutto con un bel completo dandy indosso, una copia di "Abolire il carcere" sotto il braccio. E il passo veloce e incosciente di uno che non si spaventa per prese in giro e critiche.
"Nella mia vita ho spesso sentito la necessità di sentirmi un po' diverso. E per questo ho pagato pegno. Ma sono troppo maccu per farmi abbattere. E poi chi ne ha il tempo con tutto quello che c'è da fare".
cesenatoday.it, 24 gennaio 2020
Secondo i dati del Rapporto di Antigone al 30 aprile 2019 erano 60.439 i detenuti nelle carceri italiane, e il 4,4% sono donne (2.659). Le presenze dietro le sbarre sono cresciute di 800 unità rispetto al 31 dicembre 2018 e di quasi 3.000 rispetto all'inizio dello scorso anno.
Ma soprattutto oggi si registrano oltre 8 mila detenuti in più rispetto a tre anni e mezzo fa e il tasso di affollamento sfiora il 120%. Vivere in carcere non è facile, ma è altrettanto complesso il respiro della libertà a fine pena. Si parlerà anche di questo al convegno "Sbarre alle spalle, la realtà carceraria dal dentro al fuori" che si terrà sabato 25 gennaio dalle 9,30 alle 12 al Palazzo del Ridotto. Aperto al pubblico, l'evento gode del patrocinio del Ministero della Giustizia, del Comune di Cesena e di Techne.
Al centro della mattinata il racconto dei detenuti che narreranno il quotidiano di una vita che scorre lenta dietro le sbarre. Interverranno inoltre alcune figure di spicco della Casa circondariale di Forlì: la direttrice Palma Mercurio, Michela Zattoni, Comandante della Polizia Penitenziaria, Erika Casetti, Psicologa, Luigi Dall'Ara, Volontario dell'Associazione San Vincenzo De Paoli. Presente anche l'Assessore allo Sviluppo Economico, Legalità e Sicurezza Luca Ferrini.
Ampio spazio sarà poi riservato al rapporto tra il detenuto e il lavoro. Il tempo della detenzione deve essere riempito di contenuti, dall'istruzione alla formazione al lavoro. Le statistiche infatti attestano che il lavoro in carcere riduce fortemente la recidiva. In questa seconda parte della mattinata porteranno la propria testimonianza Lia Benvenuti, Direttore generale Techne, Stefano Fabbrica, Presidente Coop Sociale Lavoro Con, Pietro Bravaccini, Production Planner Vossloh-Schwabe Italia Spa e una persona detenuta.
Toccherà invece a Barbara Gualandi, Direttore Ufficio locale di Esecuzione esterna, e all'Assessora ai Servizi per le persone e le famiglie Carmelina Labruzzo illustrare l'ampia realtà dei servizi sociali che supportano il detenuto per il reintegro nella comunità e nella legalità.
di Antonio Tiso
romah24.com, 24 gennaio 2020
"Non possono marcire dentro. Oggi Rebibbia è una scuola di rabbia, violenza e delinquenza, dove i carcerati non sono rispettati nei loro diritti e nella loro dignità". Sono le parole di padre Lucio Boldrin, parroco per 16 anni alla Santissima Trinità di via Marchetti, oggi Cappellano del carcere di Rebibbia. Al negozio Kent di viale Somalia, ieri mercoledì 22 gennaio, ha raccontato la sua drammatica esperienza. Erano in tanti ad ascoltarlo. Il suo è stato un racconto duro ed emozionante. Padre Lucio, veronese di origine, la domenica alle 12 dice messa a Santa Croce al Flaminio, ma in settimana spende molto del suo tempo al 41bis, il reparto speciale che ospita i mafiosi.
"Ho a che fare con personaggi che raramente si pentono. Ci sono ragazzi del 1997, si sono abbeverati di una realtà mafiosa da cui non escono fuori". Il cuore del suo discorso è andato però agli invisibili, gli autori di reati comuni che scontano pene vivendo in condizioni terribili: "Il reato va punito, ma le persone vanno rispettate".
Quello che il sacerdote cerca di spiegare ai presenti è che la detenzione, così com'è strutturata oggi, non è rieducativa: "I posti, sulla carta sono 2200, ma nella realtà la struttura ospita 2685 persone. Le stanze da 3 diventano da 6 e i bagni alla turca mettono in grande difficoltà i carcerati con più di 75 anni." Rebibbia è grande quattro volte Porte di Roma, eppure gli spazi a disposizione per le attività sono ridotti. "Ci sono gazebo dove ci si incontra coi familiari che sono rotti. Infiltrazioni alla chiesa, per la quale servono 40.000 euro per ristrutturare il tetto, altrimenti sarà chiusa. In generale non si fanno lavori di manutenzione: ci sono vetri rotti e acqua fredda. E anche gli agenti sono sotto organico".
Padre Boldrin, ha 61 anni ed è prete da 36. Ogni giorno entra a Rebibbia alle 8.30 del mattino ed esce la sera alle 19.30. "I clochard vengono messi dentro per reati banali, uno ha scontato 22 giorni perché ha rubato una pigna in un parco pubblico per mangiarne i pinoli. Un altro è stato messo in galera per 23 giorni per aver rubato una mozzarella". Il denaro fa la differenza anche nel carcere: "Ogni carcerato paga 118 euro al mese per avere il posto branda: a chi lavora viene detratto dalla busta paga. Idem per chi ha la pensione. Ma il problema è per chi non ha nulla e quando escono dal carcere, magari dopo 10 anni, arriva la lettera di Equitalia che chiede il conto". E cosa può fare dunque un cappellano in queste situazioni?
"Noi cappellani aiutiamo chi non ha niente, come gli stranieri che non hanno familiari, né la possibilità di chiamare a casa perché non possono permettersi una scheda telefonica". Secondo don Lucio in carcere ci sono persone per reati sotto i 18 mesi che potrebbero stare ai domiciliari. "Molti escono peggiori da Rebibbia, si potrebbe alleviare la loro condizione e quella dei familiari facendogli scontare la pena a casa o in una comunità".
A Rebibbia vivono 60 persone sopra i 75 anni, alcuni dei quali in carrozzina, altri ciechi, diabetici o con l'Alzheimer. "Un ragazzo di 40 anni è stato colpito 10 giorni fa da ischemia, ma ancora non è stato ricoverato". Quando padre Boldrini esce la sera ci sono mani tese tra le sbarre per mandargli un Sos. "È giusto che paghiamo, mi dicono, ma non siamo bestie, aiutaci a far sentire la nostra voce". Secondo il sacerdote il 98% dei detenuti rientra in carcere: "Questo è un fallimento totale. Quando escono si trovano senza sbocchi di lavoro.
Dopo 5, 10, 20 o 30 anni non hanno più niente fuori. Un carcerato di 75 anni mi ha detto: "Aiutami a morire in carcere, perché fuori non ho più nulla, né una casa, né una famiglia pronta ad accogliermi". Il carcere, così, non è più rieducativo. Ci sono carcerati che stanno 21 ore su 24 in cella. Ci sono analfabeti e un 3 - 4% che per me sono innocenti che nessuno ascolta. Molte persone sono state incastrate come prestanome o vivevano ai margini. Poi ci sono casi psichiatrici bombardati di medicine, che alla messa mi appaiono come zombie".
Secondo padre Lucio, non c'è pietà verso i detenuti neppure quando escono dal carcere: "Sono accompagnati fuori e lasciati su via Tiburtina. Un malato di Alzheimer di 82 anni, in carrozzina, è stato lasciato alla porta e lui chiedeva perché non portavano la cena. L'ho aiutato d'urgenza, trovando una casa famiglia a Velletri che lo accogliesse". Difficile anche farsi ascoltare a Rebibbia, tanto che alcuni detenuti arrivano a scelte estreme: "Qualcuno per farsi ascoltare si taglia il corpo o fa lo sciopero della fame. Poi dopo due giorni di infermeria, però tornano nel loro limbo".
di Sara Galliano
cuneo24.it, 24 gennaio 2020
Conferenza stampa giovedì 30 gennaio in Provincia a Cuneo con i Garanti dei detenuti del Piemonte e della Granda. Giovedì 30 gennaio 2020 alle 17 nel palazzo della Provincia di Cuneo (Sala Giolitti) si parlerà di carcere: qual è la situazione delle strutture carcerarie del cuneese? Come si sviluppa il ruolo dei Garanti dei detenuti? Qual è il rapporto tra carceri e territorio?
Per cercare di dare una risposta a queste domande interverranno il presidente della Provincia Federico Borgna e l'onorevole Bruno Mellano, da poco confermato Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte. Sono attesi anche i Garanti comunali della provincia di Cuneo, in carica e decaduti, Alessandro Prandi, Mario Tretola, Rosanna Degiovanni, Paolo Allemano e Bruna Chiotti.
Prendendo spunto dal quarto Dossier delle criticità strutturali e logistiche relativo alle carceri piemontesi, si affronteranno gli aspetti logistici dell'esecuzione penale in carcere nel cuneese, con la consapevolezza che anche il miglior ordinamento o il più avanzato regolamento penitenziario debba poggiare le proprie basi in un contesto determinato e reale di risorse strutturali e umane legate al territorio di riferimento.
Il territorio cuneese offre molti spunti di riflessione sulla situazione carceraria. Decidere di trasformare la Casa di reclusione di Saluzzo in un carcere tutto dedicato a detenuti di "Alta Sicurezza" (capienza regolamentare 468) comporterà una trasformazione delle varie attività dell'istituto, in primis quelle in capo all'Amministrazione penitenziaria, ma anche quelle assicurate dalle altre amministrazioni che concorrono a fornire servizi alla comunità penitenziaria. Si pensi alla sanità, alla formazione, all'istruzione, alle politiche sociali, alle politiche del lavoro (tutte in carico alla Regione), ma anche i progetti e le iniziative degli enti locali volti al reinserimento sociale o alla valorizzazione del potenziale lavorativo dei reclusi, soprattutto in chiave di restituzione e riparazione del danno.
Saranno messi in discussione dalla modifica della popolazione detenuta. Semplicemente le progettualità che con la media sicurezza sono per lo più rivolte verso l'esterno, con l'Alta Sicurezza devono essere necessariamente rivolte all'interno dell'istituto, ma una simile "conversione" delle attività è quasi mai possibile, soprattutto perché si scontra con gli spazi e l'organizzazione del carcere. Infine, l'impatto che può avere un carcere di circa 500 detenuti "As", afferenti quindi alle grandi organizzazioni criminali del nostro Paese, sul tessuto socio-economico di una cittadina medio-piccola è da presidiare con attenzione e senza pregiudizi.
Continuare a rimandare l'inizio dei lavori di ristrutturazione della Casa di reclusione "Giuseppe Montaldo" di Alba (chiusa ormai da quattro anni in attesa del ripristino dell'impianto idraulico), o lasciare ancora nell'indeterminatezza la questione del padiglione "ex-giudiziario" della Casa Circondariale "Cerialdo" di Cuneo (chiuso da circa dieci anni in attesa di un intervento di riqualificazione degli impianti), sono solo alcuni esempi di come non ci siano le basi migliori per un serio ragionamento di sistema che veda ciascun attore responsabile per la propria parte in un gioco di squadra che abbia chiari gli obiettivi condivisi e le finalità ultime dell'esecuzione penale. A tutto ciò si aggiunga la necessità di rifunzionalizzazione degli spazi attualmente non utilizzati per la piena valorizzazioni delle funzioni trattamentali della Casa di reclusione a custodia attenuata di Fossano, unica in Piemonte.
di Marina Caneva*
gnewsonline.it, 24 gennaio 2020
Una delegazione norvegese guidata dal Capo del Dipartimento di Istruzione del carcere di Ila, alle porte di Oslo, ha visitato nei giorni scorsi fa la Casa di Reclusione di Padova. La trasferta è stat resa possibile dai finanziamenti comunitari ottenuti dalla scuola secondaria superiore di Rud, in Norvegia, nel quadro del programma Erasmus+.
La delegazione, composta da 13 operatori del penitenziario di alta sicurezza, per lo più insegnanti e responsabili della sicurezza e delle attività lavorative, è stata accompagnata da alcuni docenti dei Centri Permanenti di Istruzione per Adulti di Vicenza, Padova e Verona. La struttura detentiva di Ila, ex campo di concentramento nazista, può ospitare fino a 124 detenuti ed è articolata in dodici settori dove prestano servizio circa 230 operatori, che non fanno parte delle Forze di Polizia ma sono addestrati, mediante appositi corsi, alla gestione di criticità che potrebbero compromettere la sicurezza.
Dopo i saluti del Direttore Claudio Mazzeo e una breve presentazione delle caratteristiche dell'istituto, ha avuto inizio la visita guidata dal Capo Area Pedagogica Lorena Orazi e dal Comandante Commissario Carlo Torres, che hanno accompagnato i visitatori presso i capannoni dove si svolgono le attività di pasticceria e di call-center. Dopo un coffee-break allestito con prodotti realizzati dalla popolazione detenuta, ci si è spostati nei locali ove opera la Cooperativa Altra Città e infine presso la redazione di Ristretti Orizzonti.
Al termine del percorso il gruppo si è riunito nell'aula didattica per uno scambio di riflessioni. Le dimensioni e la complessità della struttura padovana hanno suscitato stupore nei componenti della delegazione norvegese e particolarmente apprezzato è stato anche l'alto numero di committenti esterni privati che forniscono opportunità lavorative ai detenuti, prassi non comune nel Paese scandinavo. In Norvegia, infatti, i detenuti in totale sono circa 3.500 e i servizi essenziali sono forniti da enti locali e comunali poiché gli istituti penitenziari non dispongono di personale dipendente dell'amministrazione penitenziaria ma 'importano' i servizi medici ed educativi dalla comunità esterna.
Il dipartimento scolastico del carcere di Ila, ad esempio, è un'unità separata dipendente dalla scuola secondaria superiore di Rud. L'offerta educativa propone materie di base professionali e comuni e studi universitari. Come accade in Italia, la scuola è un segmento importante del processo rieducativo del detenuto e costituisce parte della valutazione che il Tribunale deve effettuare prima di concedere il rilascio dalla detenzione preventiva.
Considerazioni positive sono state espresse anche in merito all'entità degli stipendi percepiti dai detenuti impiegati in attività lavorative, che, a differenza di quanto previsto in Norvegia dove comunque una percentuale di detenuti pari all'85% è occupata, consentono di supportare le famiglie all'esterno rappresentando altresì un'opportunità in vista del reinserimento nella società. Anche il numero di volontari e il loro impegno in termini di tempo è stato considerato decisamente incisivo.
Il confronto ha riguardato anche le tipologie di reati più diffusi e causa di maggiore allarme sociale: in Norvegia a guidare la classifica sono i crimini a sfondo sessuale, commessi anche attraverso il web, mentre non si registrano casi di criminalità organizzata. Attraverso il confronto sulla tematica dei suicidi è emerso che in entrambi i Paesi il sistema penitenziario è strettamente collegato con quello sanitario allo scopo di assistere al meglio soggetti afflitti da problematiche psichiatriche e comportamentali. Proprio nel 2020 la Norvegia ha previsto l'attivazione di una particolare collaborazione tra gli staff sanitari e penitenziari per arginare questo tipo di criticità.
*Referente della Comunicazione per il Provveditorato del Triveneto
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 24 gennaio 2020
"Il modello che abbiamo adottato dipende essenzialmente da due elementi: il carattere 'meritorio' e il carattere "premiale". Sotto il primo profilo, infatti, solo detenuti a basso potenziale di pericolosità possono accedere alla custodia aperta. A parlare è il Commissario Coordinatore Chiara Morales, Comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria all'interno del carcere di Ragusa.
"La selezione dei detenuti ammessi - aggiunge Morales - viene effettuata sulla base di informazioni fornite dalle Aree Sicurezza ed Educativa e dalla lettura del fascicolo personale. Per la determinazione del livello di pericolosità ci si attiene a quanto previsto dalla tabella A della circolare del 2015.
In ogni caso i detenuti non già conosciuti dagli operatori penitenziari, come i nuovi giunti o provenienti da altri istituti, sono sottoposti a un periodo di osservazione minima di due mesi. La 'custodia aperta' è inoltre ispirata a un modello di premialità che prevede un'articolata serie di benefici per quei detenuti che dimostrino di aver aderito alle offerte dell'amministrazione Penitenziaria e di aver avviato un processo di revisione critica".
Eccola la giornata tipo dei detenuti ammessi alla "Sorveglianza dinamica e custodia aperta" nella casa circondariale di Ragusa: l'attività inizia alle 8,30 e termina alle 18. La mattina, fino alle 15, i detenuti raggiungono autonomamente, senza cioè essere scortati da agenti, i locali in cui lavorano, studiano o svolgono altre attività oppure, se devono incontrare i familiari, le sale colloqui. Le stanze di pernottamento, anche dopo il pranzo, restano aperte fino alle 18 e i detenuti hanno libertà di movimento negli spazi comuni interni alla sezione.
Gli ammessi alla "Custodia aperta" possono inoltre usufruire di una serie di specifiche opportunità lavorative, di formazione e di altre ricompense, se dimostrano di aderire alle offerte trattamentali dell'amministrazione. Prima dell'inserimento nel reparto - che avviene dopo un'attenta selezione da parte degli operatori - i detenuti devono però firmare un documento di 'assunzione di responsabilità' in cui sono descritte regole e conseguenze di una loro violazione.
La "Sorveglianza dinamica e custodia aperta", adottata a Ragusa dal settembre del 2018, si compone di due elementi tra loro complementari: lo spostamento della centralità della vita detentiva dalla "cella" agli ambienti di detenzione dove si svolgono le attività trattamentali (lavoro, studio, formazione, attività ricreative) e un modo di sorvegliare basato su controlli itineranti, alternativo a quello custodiale consistente in postazioni perlopiù statiche.
Nell'istituto penitenziario di Ragusa si trovano 183 detenuti (196 i posti disponibili) in stanze di detenzione in gran parte a norma. Circa un terzo dei detenuti è occupato in attività lavorative non a turnazione, 84 impegnati in corsi scolastici e altri quaranta in attività culturali o sportive (dati riportati nella Scheda trasparenza del Ministero della Giustizia).
Morales ci tiene ad aggiungere che "la nostra struttura si sviluppa su tre piani e, grazie alla conformazione 'a palo telegrafico', un singolo agente può avere un sia pur parziale controllo visivo e uditivo sugli altri due piani. Il tradizionale presidio fisso viene sostituito dal cosiddetto gruppo dinamico, ossia una pattuglia itinerante composta da due unità che si muove nello spazio fisico del reparto 'aperto' come una ronda, presidiando dinamicamente 'il territorio' delle sezioni detentive, e intervenendo anche con controlli e ispezioni a sorpresa nelle stanze. Il livello di vigilanza è comunque implementato da una sala regia dedicata che costituisce la centrale operativa del reparto: controlla tutti gli ambienti dell'Istituto ed è in costante contatto con le unità del "gruppo dinamico".
"Il modello della Custodia aperta - conclude la Comandante - ha influito positivamente sulla vita detentiva: il clima all'interno del padiglione appare disteso e sereno. Non si è finora verificato alcun episodio di tentato suicidio, né si sono registrati casi di aggressione al personale".
di Antonio Mattone
Il Mattino, 24 gennaio 2020
Questa volta è stato superato ogni limite. Le immagini della baby gang che ha affrontato i poliziotti intervenuti per spegnere il falò di Sant'Antonio Abate, lanciando cassette della frutta, petardi e tutto quello che capitava sotto tiro, non si erano ancora viste. Mai fino ad oggi bande di ragazzini avevano osato affrontare gli uomini in divisa. Il furore violento si era sfogato verso immigrati anziani e clochard, tuttalpiù contro altri ragazzini indifesi o inermi passanti.
Tuttavia, bisogna andare oltre la sacrosanta indignazione e tentare di capire cosa passa per la testa di questa gioventù bruciata. Provo a farlo ragionando assieme a Ciro, un ragazzo che proviene da quel quartiere, uscito da qualche anno dal carcere che adesso fa il cameriere in un ristorante del Centro storico di Napoli. Subito va diritto al problema e mi dice che quegli adolescenti non accettano il fatto che in un rione dove tutto è illegale, tra spaccio, contrabbando, racket e prostituzione, dove non si vedono mai forze dell'ordine, proprio quando loro accendono il fuoco devono venire i poliziotti. "Certo - afferma deciso - io credo che questo modo di ragionare sia sbagliato ma è quello che pensano loro. Ci hanno messo settimane per accatastare la legna e in un attimo gli è stato tolto quello per cui hanno tanto faticato".
Anche Ciro da piccolo andava in giro a raccogliere le pedane di legno dai salumieri, le cassette di frutta e i rami secchi che venivano tagliati nell'Orto botanico e messi da parte dai giardinieri. Era un gioco ma anche una tradizione molto sentita proprio nel quartiere che prende il nome dal Santo del fuoco, una memoria che abbraccia il sacro e il profano. Il discorso poi va a cadere sulla violenza, sull'uso dei coltelli. Il giovane è perentorio: oggi i ragazzini hanno i telefonini e niente è più filtrato, possono vedere di tutto. Soprattutto nei quartieri degradati, dove c'è un'alta dispersione scolastica e le famiglie disagiate tirano avanti tra stenti e attività illegali, le rappresentazioni di chi emerge con la prepotenza e la crudeltà sono l'unico modello vincente. E chi riesce ad imporsi diventa un mito e suscita un grande fascino.
"Certe immagini di Gomorra vanno oltre la realtà, - mi dice - e non ti nascondo che talvolta ho provato un senso di nausea nel vederle". La definisce una forma di fanatismo, cioè di autoesaltazione. Le rapine una volta si facevano per necessità, oggi per trasgressione. Perché i ragazzi portano un coltello in tasca invece di un pallone sotto al braccio? "Noi non vedevamo l'ora discendere da casa nella speranza di incontrare gli amici e fare una partita a pallone, oggi invece ci sono i gruppi whatsapp e subito si fanno gli appuntamenti, magari per marcare un territorio o per minacciare dei presunti rivali".
Allora capisco che si tratta di disagio, identità, marginalità sociale, uso distorto dei social, ostentazione di modelli violenti, un mix di motivazioni che si intrecciano tra loro. Insomma è un fenomeno complesso di cui si parla solo quando ci scappa il morto o avviene un fatto grave come il ferimento del povero Arturo. E si invocano fantomatici maestri di strada, scuole aperte di pomeriggio e d'estate. O all'opposto si richiedono misure estreme e nello stesso tempo inutili come l'abbassamento dell'età imputabile o l'allontanamento dei minori dalle famiglie. Poi una volta che si spengono i riflettori tutto passa nel dimenticatoio. Che fine ha fatto il documento dei minori a Napoli trasmesso dal Csm al Parlamento, come ricordava l'altro giorno Antonello Ardituro nell'intervista rilasciata a "Il Mattino"? Non ci sarebbe bisogno di un tavolo permanente per monitorare il fenomeno e prendere iniziative opportune come auspicava lo stesso magistrato?
Ciro intanto mi racconta che con i pochi risparmi messi da parte è stato ad Amsterdam per una breve vacanza, una città dove i tram sono in perfetto orario e non c'è la spazzatura fuori dai cassonetti come quella che vediamo mentre prendiamo il caffè a piazza San Domenico maggiore. Poi mi dice che è contento perché il suo datore di lavoro oggi gli ha fatto da garante alla banca per comprare a rate un motorino.
"Sai - dice con orgoglio - non era facile per uno che ha i precedenti, ma lui ha avuto fiducia in me e ci ha messo la faccia". Allora penso che Napoli è un città matrigna che non è capace di prendere sul serio i suoi figli. E nel momento in cui mi viene un senso di vergogna di e di scoramento mi sussurra: "Ma sono ottimista, se ce l'ho fatta io non ce la possono fare anche questi ragazzi?".
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 24 gennaio 2020
Nel giallo della morte del 38enne georgiano Vakhtang Enukidze neanche le cartelle cliniche sono chiare. Gli investigatori della procura di Gorizia, che indaga per omicidio volontario, hanno trovato documentazione sanitaria "caotica e frammentaria" negli uffici del Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca, dove l'uomo sabato scorso è stato trovato in stato di incoscienza nella sua cella.
E mettendo a confronto quei fogli con quanto certificato prima dai dottori del carcere di Gorizia (dove Enukidze ha passato le notti del 14 e 15 gennaio, fermato per una lite con un altro ospite del Cpr) e poi dall'ospedale dove è morto, emergono incongruenze sospette. Non si capisce bene quali antidolorifici e ansiolitici avessero prescritto ad Enukidze i medici e i paramedici del Centro, né perché glieli avessero dati visto che - dicono i famigliari - stava bene.
Sarà l'autopsia di lunedì prossimo a stabilire la causa della morte di Enukidze. Tre le ipotesi: cause naturali, abuso di farmaci, pestaggio. Alcune testimonianze, raccolte dal deputato Riccardo Magi, parlano di un intervento violento ("colpi alla nuca e alla schiena") da parte degli agenti chiamati a sedare il litigio del 14 gennaio: circostanze da verificare ma che hanno spinto Magi al paragone col caso Cucchi.
Secca la replica del capo della Polizia, Franco Gabrielli: "Fare parallelismi a dir poco arditi tra una vicenda che non è stata ancora definita con un'altra per la quale sono stati impegnati anni e processi è offensivo". Anche il Garante dei detenuti Mauro Palma, pur ribadendo l'esigenza di far luce sull'accaduto, invita alla cautela. Mentre un portavoce della Commissione europea si dice fiducioso che le autorità italiane "indagheranno e garantiranno il seguito appropriato".
di Stefano Galieni
Left, 24 gennaio 2020
Non passa giorno senza che i tribunali rigettino quanto scritto nelle leggi simbolo dell'ex ministro dell'Interno. Liberarsi del peso materiale e simbolico dei decreti Sicurezza ormai convertiti in legge (il primo 132/2018 e il bis 53/2019) sembra a tratti possibile.
Poi basta un tentennamento, la perenne campagna elettorale, le difficoltà ad uscire da decenni di narrazioni tossiche e ci si ferma. Da queste pagine ne abbiamo scritto spesso, affrontando non solo gli aspetti più crudeli dei provvedimenti attuati nei confronti dei richiedenti asilo ma anche quelli che direttamente vanno ad incidere nella vita quotidiana di ognuno.
Un esempio. Il 17 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che disciplina l'utilizzo del taser, la pistola elettrica, da parte delle forze di polizia. Dopo un periodo di sperimentazione in 12 città ora occorrerà solo l'avallo del Consiglio di Stato ed un ulteriore passaggio in Cdm per rendere ordinario l'utilizzo di tale strumento, che negli Usa miete vittime ogni giorno e che pare incomprensibile di fronte ad un continuo calo dei reati.
Nel dibattito pubblico, a partire da quanto affermato dalla ministra Luciana Lamorgese che ha sostituito l'ideatore dei decreti Sicurezza, emerge l'ipotesi di una loro modifica, almeno per quanto riguarda gli aspetti più incostituzionali, soprattutto quelli riguardanti l'immigrazione. Non passa quasi giorno che le sentenze dei tribunali e le difficoltà ad applicare alcune norme portino a dover smentire quanto già pubblicato in Gazzetta ufficiale.
Il 19 dicembre è stata dissequestrata la nave della Ong Sea Watch che ha vinto il processo d'appello al tribunale di Palermo, lo stesso giorno veniva emanata dal Viminale una circolare che, se applicata, avrebbe messo in strada, entro il primo gennaio, migliaia di richiedenti asilo presenti negli ex Sprar (Sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ora sostituito dal Siproimi, ndr) che avevano perso il diritto all'accoglienza in virtù delle norme sull'immigrazione volute da Salvini.
Al ministero quando si sono resi conto del fatto che si stava utilizzando in maniera retroattiva una legge, si decideva di sospenderne l'esecuzione, e si fa strada ora l'ipotesi di estendere ad ulteriori categorie vulnerabili una protezione speciale e temporanea.
Il 17 gennaio la Terza sezione della Corte di Cassazione, dando un altro colpo alle azioni intraprese con i decreti, ha respinto il ricorso presentato dalla Procura di Agrigento contro l'ordinanza che il 2 luglio scorso aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch Carola Rackete. Il Gip che non aveva convalidato allora l'arresto aveva motivato la decisione col fatto che il reato di cui era accusata, resistenza a pubblico ufficiale, era avvenuto in nome di un interesse sovrastante, salvare vite umane.
Le perplessità evidenziate all'atto dell'approvazione del decreto bis dal Presidente Sergio Mattarella paiono dunque addirittura superate dall'inapplicabilità concreta di gran parte delle misure previste. Nonostante gli attacchi delle destre sovraniste ci sarebbero oggi le condizioni per ulteriori interventi, ad esempio risposte efficaci (non i rimpatri), alle tante persone che lavorano e sono costrette nell'irregolarità da una legge fallimentare come la Bossi-Fini, quindi azioni per incidere anche più a fondo, oltre il perimetro dei decreti sicurezza.
Nel frattempo, pur essendo diminuita la pressione nei confronti dei migranti, almeno a livello mediatico, complice anche la temporanea diminuzione degli arrivi, i decreti continuano ad essere utilizzati pesantemente. Sia negli articoli che riguardano il contrasto all'immigrazione che in quelli inerenti generali questioni di dissenso sociale.
Tanti gli elementi che lo comprovano, quello più evidente - nonostante i tentativi di mettere la sordina alle notizie - riguarda il peggioramento delle condizioni di vita nei Centri permanenti per i rimpatrio. Il "Salvini 1" ha riportato a 6 mesi i tempi massimi di trattenimento e questo ha fatto salire le tensioni. Il risultato: rivolte, atti di autolesionismo, tentativi di fuga a Torino, Bari, Palazzo S. Gervasio, Caltanissetta, Gradisca D'Isonzo.
E mentre lunedì ha aperto il nuovo Cpr di Macomer, in provincia di Nuoro, il 12 e il 18 gennaio si sono verificati due decessi rispettivamente a Caltanissetta (un cittadino tunisino che sembra non abbia ricevuto assistenza sanitaria adeguata) e a Gradisca, riaperto il 16 dicembre, dove è morto un ragazzo di 20 anni della Georgia. In entrambi i casi sono stati aperti fascicoli per appurare le cause dei decessi.
Per quanto accaduto nel Cpr friuliano l'ipotesi è pesante: omicidio volontario. Il Garante per i diritti dei detenuti, dopo una ispezione, ha dichiarato che intende costituirsi come parte civile. Con una circolare si potrebbe riportare almeno a tempi più congrui i trattenimenti ma ad oggi tutto tace. 211 gennaio è stata comminata l'ultima multa del "Salvini bis": a Claus Peter Reisch, comandante della nave dell'Ong Lifeline è stato chiesto di pagare 300mila curo, per ingresso illegale nelle acque territoriali italiane.
Per smontare il peso dei decreti bisognerebbe agire su più fronti ma sono rimasti in pochi, in Parlamento a chiederne tout court l'abrogazione. Vanno eliminate le misure contenute nei testi con cui si estende la possibilità di infliggere Daspo, punire con pene che oltrepassano i confini del fascista Codice Rocco chi esprime dissenso e si fa protagonista di lotte sociali.
Le multe inflitte ai lavoratori di Prato e Genova, i provvedimenti contro i pastori sardi, sembrano trovare scarso interesse fra forze politiche, sindacati e associazioni, tranne apprezzabili eccezioni. Come se ci fosse un tacito accordo per rendere pressoché impraticabili mobilitazioni non compatibili col quieto vivere.
A creare paura sono i rumori francesi e delle periferie del Medio Oriente che rischiano di raggiungere e contaminare un Paese ancora privo di prospettive e in balia di una crisi non superata. E paradossalmente l'attenzione resta concentrata sull'ex inquilino del Viminale. Lunedì 20 gennaio si è riunita la Giunta per le autorizzazioni a procedere, per deliberare in merito all'accusa di sequestro di persone, relativa ai 6 giorni in cui alla nave della Marina militare italiana Gregoretti venne impedito l'attracco al porto di Siracusa pur avendo a bordo, in condizioni pessime, 119 richiedenti asilo salvati.
Accadeva a fine luglio, pochi giorni dopo la crisi di governo e l'evoluzione inaspettata del quadro politico. In giunta i senatori della maggioranza e del gruppo misto non hanno partecipato al voto, dei 22 aventi diritto erano presenti in 10.
Il presidente della Giunta ha chiesto che non si procedesse contro l'ex ministro ma, in chiave puramente legata alla propaganda elettorale, i rappresentanti della Lega si sono opposti e, in parità, l'autorizzazione a procedere è stata concessa. Se ne discuterà in aula, dopo le elezioni in Emilia e Calabria, ma ancora con i decreti perfettamente in vigore?
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