di Deborah Bergamini
Il Riformista, 22 gennaio 2020
Ciò che più amo della politica è la passione con cui si lotta per gli ideali e per le idee in cui si crede. A differenza di alcuni che amano le proprie idee e non tollerano quelle altrui, ho sempre nutrito un grande rispetto per i miei avversari politici e per le loro convinzioni. E per quanto possa essermi scontrata duramente con alcuni di loro, credo di non essere mai stata irrispettosa. Oggi, e mi fa molto male scriverlo, non provo alcun rispetto umano e politico per le persone che non hanno avuto il coraggio di fare il loro lavoro di politici: quello di decidere. È stato triste assistere alla vigliaccheria della sinistra e dei 5Stelle, che invece di andare a votare a favore del processo a Salvini hanno disertato l'aula della giunta per le Immunità.
Ed è stato altrettanto triste assistere al voto della Lega, che dopo aver sostenuto la legittimità dell'azione di Salvini sulla Gregoretti, ha deciso di mandare il suo leader a processo, contrariamente a quanto fatto in un'occasione analoga. Capisco che la vicenda della Gregoretti in campagna elettorale può avere un peso sul voto; capisco la necessità di strumentalizzare tutto lo strumentalizzabile; capisco che la tattica ormai ha la precedenza su tutto, anche su quel che resta del rispetto per le istituzioni. Ciò che proprio non riesco a capire è la vigliaccheria di una politica che non ha il coraggio di assumersi la responsabilità di decidere. Chi nella propria vita sceglie di dedicarsi alla rappresentanza del popolo in un Comune, una Regione, in Parlamento, in Europa, lo fa per assumere decisioni in nome e per conto del popolo. La scelta di disertare il voto da parte della sinistra e dei 5Stelle è una pagina purtroppo indimenticabile della storia politica di questo Paese. Zingaretti, Di Maio, Renzi avrebbero dovuto mandare Salvini a processo, se ritenevano che fosse la cosa giusta da fare. Invece non lo hanno fatto.
Hanno deciso di non decidere per ragioni elettorali. Al contempo Salvini avrebbe fatto bene a essere coerente con ciò che ha sempre sostenuto, facendo votare i suoi contro l'autorizzazione a procedere. Fare il martire sull'altare del vittimismo da lui stesso creato non è stato un bello spettacolo a cui assistere. Su quell'altare infatti non giace la sua persona, ma il diritto-dovere della politica di agire in nome e per conto del popolo. Così, ancora una volta, se l'Aula darà il via libera, toccherà alla magistratura dirimere una questione squisitamente politica. Così, ancora una volta, la politica avrà perso l'occasione di recuperare la dignità a cui rinuncia ormai con grandissima leggerezza, sacrificandola al totem di un consenso elettorale destinato ad essere sempre meno duraturo.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 22 gennaio 2020
Qualche giorno fa, con un articolo di Gian Antonio Stella, il Corriere della Sera ci ha spiegato che la corruzione è dappertutto e che per combatterla bisogna che l'Anac (l'Autorità nazionale anticorruzione) sia dotata di "una guida salda", di una personalità "Investita di un pubblico riconoscimento di leadership". Ognuno ha le sue idee, ma si crede che serva semmai l'opposto, e cioè che il lavoro per riordinare la società e contenerne le deviazioni illecite sia organizzato e condotto senza protagonismi rappresentativi, e da parte di funzionari certamente capaci ma, per così dire, senza faccia e senza nome. Non da parte di campioni delle virtù pubbliche, condottieri impancati sulla scena della guerra dell'Italia onesta contro quella marcia.
Perché la celebrazione pomposa, l'assunzione leaderistica, l'investitura, appunto, servono molto poco all'efficacia dell'azione amministrativa e piuttosto assolvono al compito diverso di dare soddisfazione al pur comprensibile desiderio comune di affidarsi a un feticcio liberatore. I cittadini italiani "esausti dalla piaga del malaffare", come il Corriere della Sera descrive la gente che assiste al presunto dilagare della corruzione, sono la materia passiva di questi esperimenti di incoronazione, di queste ritualità officianti, di queste "commedie" con cui lo Stato si rappresenta nell'apologia del priore eroico. Non ne viene mai proprio nulla di buono, e anzi l'effetto è che l'azione dello Stato, con gli errori e gli abusi inevitabilmente implicati in ogni iniziativa del potere pubblico, diventa incensurabile perché si protegge sotto il manto di indiscutibilità garantito dal rango del funzionario santificato.
Un "pubblico riconoscimento di leadership" si fa in favore di chi vuole agire nelle sedi elettive, e lo si fa con il voto o comunque con i meccanismi del potere rappresentativo. Non invece nel caso di questi funzionari e di queste autorità: l'azione dei quali deve svolgersi e affermarsi con la forza impersonale della legge uguale per tutti, non con lo sfoggio di mostrine del vendicatore pubblico.
Ed è poi la stessa esigenza, quotidianamente frustrata, a proposito dell'amministrazione della giustizia: col magistrato assunto a "uomo immagine" del proprio ufficio, in una rappresentazione propagandistica ancora una volta ben poco utile sul fronte della effettività amministrativa e semmai perfetta a far credere che c'è chi vigila e interviene sull'immondizia della società. Spazzare i corrotti spazzando i diritti è il prezzo che questa specie di finalismo aguzzino ci chiede di pagare. Ed è un prezzo troppo alto, anche se il conto ce lo presenta il prossimo monarca dell'Italia perbene.
Ristretti Orizzonti, 22 gennaio 2020
Negli ultimi 40 anni la popolazione carceraria a livello mondiale, e quella sottoposta a misure di prevenzione e/o sorveglianza, tranne poche eccezioni, è più che triplicata. Nell'ultimo decennio, sempre a livello globale, stiamo assistendo ad un aumento delle disuguaglianze e, parallelamente, ad un aumento della violenza, per le quali le uniche risposte elaborate dai governi sono state in chiave sanzionatoria e repressiva a cui fanno seguito misure privative della libertà personale.
È un fenomeno dibattuto poco e male all'interno delle formazioni politiche di movimento e delle sinistre partitiche dove prevalentemente si tende ad analizzare, ed eventualmente a solidarizzare, con alcune "parti" specifiche delle diverse soggettività destinatarie dell'azione punitiva e sanzionatoria.
Assistiamo quindi ad una solidarietà diffusa verso quelle che si considerano le categorie sociali più deboli o di maggior interesse collettivo o, ancora, verso quei soggetti di minore problematicità nel sentire comune che mettono al riparo da possibili critiche, ad esempio i migranti o gli occupanti abusivi. Le azioni/manifestazioni di solidarietà a specifiche categorie sociali e contro particolari provvedimenti (ad esempio i pacchetti sicurezza in Italia) si limitano a mettere in discussione alcune scelte politiche ma non l'evoluzione pan-penalistica della governance a livello nazionale e globale.
Una visione miope che non scalfisce minimamente né la misura contestata né il processo estensivo delle politiche e dei sistemi penali e punitivi all'interno degli ordinamenti. Una miopia che di fatto sta permettendo ai legislatori di introdurre un ventaglio sempre maggiore di reati e di stabilire cosa è reato ed anche il chi, come e quanto punire.
Alla base delle politiche penali agiscono per intersezione una serie di fattori razziali che definiscono i destinatari dell'azione repressiva precedentemente passati attraverso un vero e proprio processo mediatico di mostrificazione sociale: se indigeni e afroamericani rappresentano il prototipo del criminale negli Stati Uniti d'America, meridionali, marginalità sociali, migranti e attivisti sono i destinatari pressoché assoluti dell'azione penale e special preventiva in Italia.
Basterebbe riflettere su alcuni dati ascrivibili ai soggetti che oggi compongono la quasi totalità della popolazione carceraria e di quella sottoposta a misure di prevenzione per comprendere il processo di razzializzazione posto alla base delle politiche penali.
La visione del fenomeno repressivo nella maggior parte dei movimenti, quando non completamente assente, risulta parcellizzata e lontana da sé, come se riguardasse indefinitamente "gli altri". Una sorta di accettazione/rassegnazione sulla necessità dell'atto punitivo verso "qualcuno" che non mette in discussione né le cause né gli effetti, o meglio, si riconoscono le cause (le diseguaglianze sociali), si riconoscono gli effetti (aumento della violenza e della criminalità) ma si accettano passivamente le soluzioni proposte dalla classe dominante: azione punitiva che va dalla multa/divieto al carcere, passando per il braccialetto ecc. ecc..
In Italia, nell'ultimo periodo, stiamo assistendo ad una trasformazione ulteriore delle politiche penali: basti pensare alla previsione del carcere fino a sei anni per i percettori di reddito di cittadinanza sorpresi a svolgere un lavoro a nero!
Che le politiche punitive siano strumenti di controllo e regolamentazione sociale non lo scopriamo oggi, né può essere considerato argomento superato data la pervasività dei dispositivi securitari nel nostro sistema sociale. L'arresto eclatante di Nicoletta Dosio, storica militante No Tav, ha riacceso i riflettori sulla repressione (argomento talvolta tabù nei movimenti) con un rapido sguardo alla realtà carceraria nella sua complessità. Quello che manca oggi è un punto di vista di classe che metta in discussione l'impianto securitario posto alla base della governance nazionale e globale, che provi a ribaltare il giustizialismo imperante che ha fatto accettare anche in ambiti di movimento, e della cd sinistra radicale, la soluzione punitiva come l'unica possibile. Si potrebbero fare numerosi esempi di accettazione del sistema panpenalistico ma basti pensare a quanti "tra noi" ritengono accettabile il regime del 41bis per i presunti mafiosi o terroristi mentre si contesta se applicato ad alcuni prigionieri politici, oppure a quanti non riescono nemmeno ad immaginare una società libera dalle galere.
Il piano di ragionamento che si propone muove da una idea abolizionista del sistema penale a 360° che sgomberi il campo dall'equivoco tra giustizialismo e giustizia sociale, potendo dimostrare il fallimento di una istituzione razzista e classista e la barbarie che la stessa rappresenta all'interno di una società che non riesce ad affrontare, attraverso efficaci meccanismi redistributivi delle ricchezze, le diseguaglianze socio-economiche che stanno alla base di buona parte degli illeciti sanzionati penalmente. Ed anche per quanto concerne l'uso e il commercio delle sostanze stupefacenti che, ricordiamolo, rappresenta l'ombelico attorno a cui gravitano sia il sistema penale sia quello criminale, l'approccio dovrebbe essere liberato da ipocrisie di fondo (sconfiggere il traffico e scoraggiarne l'uso) ed avviare politiche di prevenzione e riduzione dei (molteplici) danni. Le cronache degli ultimi anni sono pregne di esempi di uno stato debole e compiacente con i forti e forte con i deboli, quelle che si sono levate contro questo sbilanciamento sono state voci flebili, incapaci di spostare l'ordine del discorso anche per la forte ricattabilità cui sono soggette.
Sviluppare oggi una proposta dal basso contro lo Stato penale significa mettere a nudo le contraddizioni interne alla società stessa, ridefinire il perimetro del concetto di legalità (attualmente ad esclusiva difesa delle classi privilegiate, della proprietà privata e della libertà dei mercati e delle imprese) a difesa degli ultimi e dei beni comuni, libertà comprese.
Significa liberare il nostro ordinamento dal Codice Rocco e successive degenerazioni, dai singoli decreti criminalizzanti che comprimono sempre più le libertà individuali; significa mettere in discussione il carcere come soluzione alle "violazioni" ed iniziare a vederlo per quello che è: una parte del problema!
La narrazione delle classi dominanti ha portato alla criminalizzazione di chiunque osi minare il loro benessere, iniziamo dunque a rivendicare un benessere di classe e universale che ridefinisca anche i concetti stessi di giustizia, crimine e devianza, non accontentandoci più dei pezzetti di diritti che ci lasciano raccattare sotto il tavolo.
Bisogna elaborare una critica militante del populismo punitivista, che si articoli su due piani: il primo è quello della critica al giustizialismo, che per molti, a sinistra è diventato il surrogato della giustizia di classe. Sull'altare della legalità si sono sacrificati i diritti dei più deboli, si è introdotto un interclassismo punitivista che trascenderebbe le differenze di classe ma in realtà si traduce nell'incarcerazione e nel controllo preventivo delle classi pericolose. L'altro livello è quello delle politiche penali alternative, che vadano nel senso dell'abolizione di un'istituzione, quella carceraria, che oltre a puntare alla neutralizzazione delle spinte oppositrici all'ordine esistente, tenta di eliminare dal sociale tutti i gruppi sociali che non riesce a governare. Inoltre, il carcere è un luogo di sofferenza estrema, di malattie croniche, suicidi veri o presunti, abusi persistenti. Una società senza carcere, manette facili e legislazioni speciali è una società più giusta.
Sottoscrivono:
Sandra Berardi, Associazione Yairaiha Onlus
Vincenzo Scalia, ricercatore University of Winchester
Italo di Sabato, Osservatorio repressione
Domenico Bilotti, docente Università Magna Graecia
Donato Cardigliano, Associazione Bianca Guidetti Serra
Maurizio Nucci, avvocato
Eleonora Forenza - Rifondazione Comunista
Francesca de Carolis, scrittrice
Lisa Sorrentino, Associazione Yairaiha Onlus
Carmelo Musumeci, attivista per l'abolizione dell' ergastolo
Antonio Perillo - Rifondazione Comunista
Ilario Ammendolia, politico e scrittore
Giuseppe Lanzino, avvocato - Yairaiha
Damiano Aliprandi, giornalista
Peppe Marra, Pap RC
di Giorgio Varano*
Il Dubbio, 22 gennaio 2020
La comunicazione è di importanza fondamentale per la politica, ma anche per la giustizia. Il Consiglio Superiore della Magistratura ne è consapevole e ha assunto numerose iniziative in tal senso, non ultime le linee guida sulla comunicazione degli uffici giudiziari (2018) e le linee guida sulla comunicazione del Csm stesso (2010).
Il tutto però avviene in modo particolare, perché parte da un dato forse non conosciuto o comunque non abbastanza discusso: non esiste un codice etico e comportamentale specifico per i consiglieri del Csm. È abbastanza incomprensibile, perché i consiglieri appartengono a categorie professionali diverse, con differenti codici etici e comportamentali, e svolgono una funzione particolare diversa da quella delle professionalità di provenienza, che dovrebbe essere oggetto di una specifica disciplina deontologica e comportamentale.
Il motivo di questa assenza? Lo spiega il Csm stesso, in una delibera (dal tratto un po' ottimistico) del 20.01.2010: "L'aspetto precettivo e sanzionatorio, infatti, mal si concilia con lo svolgimento di un simile elevato compito istituzionale essendo lecito ritenere che la consapevolezza dei doveri insiti nella funzione sia connaturata al livello etico dei componenti eletti".
L'autogoverno dei doveri, in parole povere. Non a caso la parola "dovere" non compare una sola volta nelle cento trentuno pagine del regolamento interno del Csm del 2018 (attualmente vigente). Ma il punto non è (solo) questo.
Il Csm ha deliberato delle linee guida per gli uffici giudiziari in tema di comunicazione per tutti, tranne che per che per i propri componenti, se non con una risoluzione del 26.07.2010, che però riguarda la comunicazione del Csm in quanto organo, e non quella dei singoli consiglieri. Curare la comunicazione dell'organo di governo della magistratura - si legge nella risoluzione del luglio 2010 - parte dalla considerazione che "la fiducia nella giustizia è in qualche modo collegata alla rappresentazione che della stessa viene data attraverso i mezzi di informazione", pertanto la comunicazione diventa "strumento principale per la costruzione di un rapporto fiduciario tra i cittadini ed il sistema giudiziario". Interessante, ma è condiviso integralmente da tutti i componenti del Csm? I consiglieri tengono in considerazione questi principi quando comunicano all'opinione pubblica?
Inoltre, è veramente surreale leggere nelle linee guida per la comunicazione degli uffici giudiziari (delibera 11.07.2018) una serie di indicazioni per i singoli magistrati, a cui invece i singoli consiglieri del Csm - a quanto pare - possono non attenersi. Per esempio, evitare, nella comunicazione, la "costruzione e il mantenimento di canali informativi privilegiati con esponenti dell'informazione", "l'espressione di opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi". O anche il dovere di curare, nella comunicazione, "il rispetto del giusto processo e dei diritti della difesa; la tutela della presunzione di non colpevolezza".
L'assenza di un codice etico e comportamentale specifico dei consiglieri e di linee guida sulla comunicazione degli stessi comporta conseguenze un po' spiazzanti per l'opinione pubblica. Il Csm ha un ufficio stampa, delibera alcuni pareri e li comunica, ma poi un singolo consigliere può - volendo - dire pubblicamente l'esatto contrario, non avere limiti comportamentali specifici per il proprio ruolo, o non rispettare le linee guida sulla comunicazione redatte dal Csm per i magistrati.
Più che innanzi ad un malinteso "autogoverno" della comunicazione, siamo agli "autogoverni" della comunicazione dei singoli consiglieri. Il Csm rischia di apparire come una sorta di federazione tra entità comunicative diverse e confliggenti, con un peso mediatico diverso delle stesse magari grazie a "canali informativi privilegiati con esponenti dell'informazione", e non come un organo unico autonomo e indipendente anche dalle esternazioni dei suoi componenti, dai quali del resto non prende mai le distanze.
Una delle regole più importanti della comunicazione di un organo istituzionale è l'unicità della sua voce pubblica. Altrimenti, per dirla con Karl Popper, "è impossibile parlare in modo tale da non essere frainteso". Speriamo, dunque, che non ci siano più fraintendimenti e che arrivino delle linee guida sulla comunicazione anche per i consiglieri del Csm e magari anche un codice etico e comportamentale specifico per gli stessi.
*Avvocato, responsabile Comunicazione Unione Camere penali italiane
La Stampa, 22 gennaio 2020
Reazioni a una lettera inviata ai giudici astigiani. La replica di Francesco Saluzzo, Procuratore generale del Piemonte. "Inaccettabile" e "gravemente intimidatoria". Così l'Anm (Associazione nazionale magistrati) del Piemonte definisce un'iniziativa attribuita alla Camera penale subalpina, che ha inoltrato a tre giudici del Tribunale di Asti una lettera con l'invito a chiedere di cambiare settore e distretto.
Ciò in seguito al caso delle scorse settimane, della sentenza letta in aula, durante un processo nal tribunale di Asti, prima che fosse data la parola all'avvocato difensore dell'imputato. La lettera risulta giunta per conoscenza al Csm, al Presidente della Corte d'Appello del Piemonte, al procuratore generale e al presidente del Tribunale di Asti.
"Una progressiva e preoccupante ingravescenza nella campagna mediatica e di delegittimazione messa in atto da parte dell'Avvocatura nei confronti dei colleghi coinvolti e dell'intera Magistratura". Inizia così la nota dell'Anm a commento dell'iniziativa della camera penale subalpina.
L'Anm osserva che la richiesta proviene da "un organo in nessun modo legittimato ad intervenire in ordine allo stato, alle valutazioni di professionalità e alla sede dei magistrati", appare "largamente esorbitante dai limiti della critica legittima" e risulta "inaccettabile, in quanto sottende valutazioni in ordine alla capacità professionale, alla compatibilità ambientale ed alla dignità personale dei colleghi coinvolti che spettano esclusivamente agli organi istituzionali preposti".
"Gravemente intimidatorie - prosegue la nota dell'Anm - risultano poi le modalità prescelte, ovvero una lettera diretta personalmente ai magistrati, nella quale si sentenzia una situazione di insanabile perdita di credibilità che sconfinerebbe nell'incompatibilità ambientale".
Solo la legge "prevede come, quando, e da parte di quale pubblica autorità, è possibile il trasferimento dei magistrati". È quanto afferma il procuratore generale del Piemonte, Francesco Saluzzo.
Un caso "grave" ma "isolato" che non ammette "misure sommarie" o "pubbliche intimazioni a singoli magistrati", aggiunge Saluzzo. "Ricordo - dice Saluzzo - che il presidente del tribunale e il procuratore di Asti hanno immediatamente segnalato l'accaduto (grave, inusitato, chi lo può negare?) al Consiglio Superiore della magistratura e alle altre autorità chiamate ad accertare e valutare le responsabilità dei magistrati".
La lettera della Camera penale del Piemonte è, secondo Saluzzo, una circostanza "destabilizzante ed estranea al perimetro istituzionale", una forma di pressione "con una dose di brutalità". "Non spetta ad alcuno, e nemmeno agli avvocati singoli o associati - scrive Saluzzo - fare pressioni sugli organi costituzionali o istituzionali ai quali è rimesso il potere della valutazione e della sanzione. Non è ammissibile che si invochino misure sommarie e neppure che si esercitino pubbliche intimazioni a singoli magistrati venendo così a creare artificiosamente situazione di debolezza ambientale e di difficoltà nell'esercizio della giurisdizione. Soprattutto a fronte di un fatto isolato, unico e per nulla indice di una diffusa tendenza alla sottovalutazione del ruolo della difesa". Saluzzo osserva che "quei magistrati hanno diritto a che il loro caso sia esaminato e trattato con la stessa serenità che i giudici riservano e garantiscono a chi è portato al loro giudizio" e che in questa circostanza "si vorrebbero negare loro quei diritti che gli avvocati per primi sempre rivendicano e per i quali si battono con tante giuste iniziative".
di Giuseppe Latorre e Guglielmo Saporito
Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2020
Consiglio di Stato - Sentenza n. 452 del 20 gennaio 2020. Un vuoto normativo rende inutilizzabili le informative antimafia nei rapporti tra privati. Non può, cioè, essere utilizzato fuori dal perimetro dei contratti con la pubblica amministrazione il documento che attesta l'esistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi di una società.
La dirompente conclusione arriva dal Consiglio di Stato (sentenza 452 del 20 gennaio 2020) e, oltre a creare una gigantesca spaccatura tra contratti pubblici e privati sul fronte delle tutele, ha l'effetto di travolgere anche tutti quei protocolli di legalità che puntano a rafforzare i controlli in ambito privato.
Un'informativa che attesta il tentativo di infiltrazione - va ricordato - nel campo degli appalti pubblici porta all'esclusione dell'impresa. La pronuncia del Consiglio di Stato, invece, spiega che questo stesso principio non può essere applicato anche nel campo degli appalti privati, proprio quando la stessa committenza privata si stava orientando, attraverso i protocolli di legalità, alla selezione più stretta delle imprese.
Tutto deriva, come spiegano i giudici, "dalla doverosa applicazione di una disciplina normativa che non offre diversa lettura". Le norme vigenti (articolo 83 del Codice antimafia 159/2011, modificato nel 2018) consentono infatti di utilizzare le cautele antimafia solo nei rapporti con la pubblica amministrazione: la conseguenza è che i soggetti privati non possono chiedere alle prefetture alcuna documentazione sui rischi di condizionamento mafioso delle imprese cui intendono affidare appalti. Per i privati, resta così inutilizzabile la documentazione, delle prefetture e del casellario gestito dall'Autorità nazionale anticorruzione (Anac), sulle interdittive antimafia.
Nel caso affrontato dalla sentenza, Confindustria Venezia aveva varato un protocollo di legalità, cioè uno schema tipo di contratto tra privati: chi avesse aderito a questo protocollo (pur non essendovi tenuto, in quanto impresa privata) si impegnava a chiedere, prima di stipulare contratti, informazioni antimafia alla prefettura. In questo modo, anche nei rapporti tra privati si intendeva evitare il pericolo di infiltrazione mafiosa.
L'obiettivo di questo schema era trasferire nei rapporti tra privati il sistema pubblico di controlli, basato su indagini e giudizi della magistratura penale. Ma ora il Consiglio di Stato frena questa tendenza, osservando che l'informativa antimafia può essere chiesta solo per rapporti contrattuali con pubbliche amministrazioni, e quindi non per rapporti economici tra privati. Se un privato vuole affidare l'esecuzione di lavori ad un'impresa, dovrà ora accertare in proprio, senza l'ausilio delle prefetture e dell'archivio Anac, la qualità del potenziale appaltatore.
Più nello specifico, secondo la legge i soggetti che devono acquisire la documentazione hanno tutti natura pubblica: si tratta di amministrazioni ed enti pubblici, anche costituiti in stazioni uniche appaltanti, enti e aziende vigilati dallo Stato o da altro ente pubblico e società o imprese comunque controllate dallo Stato o da altro ente pubblico, "nonché i concessionari di lavori o di servizi pubblici".
A questi vanno aggiunti i contraenti generali. Inoltre, ricorda la sentenza, questa documentazione "può essere utilizzata solo nei rapporti tra una pubblica amministrazione ed il privato e non, come nella specie, nei rapporti tra privati".
Esiste allora un vuoto nella nostra legge: mentre il tessuto economico vede espandersi i controlli antimafia, impedendo anche attività private (autorizzazioni commerciali, Scia, permessi edilizi, concessioni demaniali), la normativa antimafia non prevede nulla nei rapporti tra privati. La legge applica i controlli solo ai casi in cui il privato in odore di mafia contragga con un parte pubblica, mentre l'attività economica tra privati è completamente libera. E questo vuoto normativo non può essere colmato da un protocollo di legalità.
A questo proposito, allora, i giudici si chiedono se non sia il caso di "valutare il ritorno alla originaria formulazione del Codice antimafia, nel senso che l'informazione antimafia possa essere richiesta anche da un soggetto privato ed anche per rapporti esclusivamente tra privati".
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
I messaggi d'odio diminuiscono, anche se non abbastanza. E il razzismo è ancora il motivo alla base di tre episodi di violenza su quattro. È quello che dicono i dati diffusi ieri dall'Oscad, l'Osservatorio interforze per la sicurezza contro gli atti discriminatori.
Nel 2019 si sono registrati 969 reati che hanno a che fare con razzismo, identità di genere e disabilità, il 12,7% in meno rispetto ai 1.111 del 2018. Ma si tratta di cifre molto superiori in confronto al 2016, quando si registrarono 736 crimini. Significa che nel 2019, ogni giorno, sono stati compiuti 2,6 reati di questo genere, uno ogni 9 ore.
E la differenza è ancora più marcata se si guardano i soli dati relativi alle violenze, fisiche e verbali, che hanno a che fare con razza, etnia, nazionalità o religione: nel 2019 ne sono state segnalate 726, meno delle 801 del 2018 ma molte di più delle 494 del 2016. Sempre sul fronte razzismo si registra un aumento delle aggressioni fisiche (da 88 a 93, erano 28 nel 2o16), degli incitamenti alla violenza (da 220 a 234), degli atti di vandalismo (da 5 a 10) e delle turbative della quiete pubblica (da 49 a 91).
Il monitoraggio dei reati, spiega il vice capo della Polizia Vittorio Rizzi, sconta due problemi fondamentali: la mancanza di denunce, che determina una sottostima del fenomeno, e il mancato riconoscimento della matrice discriminatoria da parte delle forze di polizia e degli altri attori del sistema penale. "Non è più accettabile che ci siano episodi di violenza verso il diverso, banalizzare non è più possibile - ha commentato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Sono troppi e su questo dobbiamo lavorare.
Il compito della politica è rendere il paese più inclusivo e porre un freno alle contrapposizioni". Sulla stessa linea le ministre dell'Istruzione Lucia Azzolina e delle Pari Opportunità Elena Bonetti, che sottolineano la necessità di "intervenire contro il linguaggio d'odio" e di "politiche per eliminare ogni forma d'odio".
di Remigio Russo
Avvenire, 22 gennaio 2020
Un buon libro da leggere, scrivere o vedere un film. Sono occasioni non solo ricreative, servono anche a un ripensamento di sé e del proprio vissuto e intraprendere così un nuovo percorso di vita. Almeno per le donne rinchiuse nella sezione Alta Sicurezza della casa circondariale di Latina, riservata alle recluse per reati di mafia e altri gravi reati associativi e con forti limitazioni nella stessa vita carceraria rispetto ai detenuti comuni.
Lunedì pomeriggio, grazie alla disponibilità della direzione del penitenziario le recluse hanno assistito alla proiezione del film Sezione femminile, del regista Eugenio Melloni e prodotto da R2Production di Riccardo Badolato. Una pellicola sulla difficile situazione interiore delle donne finite in carcere, con le loro paure e vergogne, le relazioni con le proprie famiglie che a volte si interrompono, i nuovi rapporti "tra le sbarre", l'incertezza del futuro una volta che si uscirà dal carcere.
Insomma, un vissuto in cui ritrovarsi e da cui partire per un riscatto personale. Questo speciale evento è stato reso possibile dal gruppo della Caritas della diocesi di Latina- Terracina-Sezze-Priverno che da alcuni anni svolge il servizio di volontariato carcerario a Latina all'interno della struttura di via Aspromonte, gestendo anche uno sportello di ascolto per i detenuti.
"Questa esperienza è scaturita da un'altra iniziativa che come Caritas stiamo portando avanti nel carcere", ha spiegato Pietro Gava, coordinatore del servizio, "si tratta di un progetto con cui offriamo un laboratorio di lettura e scrittura, che al momento per esigenze organizzative la direzione del carcere ha autorizzato solo per la sezione femminile".
In sostanza, i volontari hanno voluto creare un ponte comunicativo letterario tra l'interno e l'esterno dell'istituto penitenziario per mettere in comunicazione questi due mondi apparentemente così diversi, scegliendo la lettura come attività di comprensione del mondo e favorendo allo stesso tempo la connessione con partner di ogni tipo: istituzioni, altre associazioni, librerie, editori, scuole, lettori.
di Maria Trozzi
La Notizia, 22 gennaio 2020
In Abruzzo si fanno esperimenti sui detenuti? Se lo chiede Maurizio Acerbo, segretario Rifondazione comunista, alla luce delle scelte fatte dal garante dei detenuti scelto dalla giunta sovranista di Marco Marsilio. Un'iniziativa che sembra richiamare le scene di Arancia meccanica di Stanley Kubrick, dove l'incallito criminale Alex è sottoposto a un trattamento che lo priva della reazione agli stimoli, lasciandolo indifeso.
È infatti un progetto proprio sugli stimoli quello dedicato ai detenuti del carcere di Chieti, messo a punto dal garante Gianmarco Cifaldi, docente dell'università D'Annunzio Chieti-Pescara, che ha sottoscritto un protocollo con il rettore della D'Annunzio, Sergio Caputi, e il direttore del carcere teatino, Franco Pettinelli.
Verrà effettuata una ricerca per verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta, viene spiegato in burocratese, attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto. "L'attività che si vuole portare in carcere è l'opposto di quello che è stato detto. Hanno creato un polverone", prova a giustificarsi Cifaldi. Si oppone sconcertato invece Acerbo, autore della legge che nel 2011 ha istituito, in Abruzzo, il Garante. L'ex parlamentare non nasconde incredulità e indignazione: "Potevamo avere Rita Bernardini e invece ci ritroviamo un imitatore di Lombroso".
Eletto 6 mesi fa, a maggioranza qualificata del consiglio regionale (23 consiglieri su 29, 5 schede bianche del Pd), il garante delle persone sottoposte a misure restrittive replica: "Ho attivato da quest'anno l'iscrizione ai corsi universitari per i detenuti che non pagano e ho stimolato degli incontri per far frequentare ai ristretti i corsi universitari e mandare i colleghi a fare lezione sui vari temi. Perché l'equazione virtuosa è che più sei acculturato meno delinqui. Questo a testimonianza della particolare attenzione che non è la ricerca lombrosiana, anche se l'indicazione non mi dispiace. Ringrazio Acerbo".
Un botta e risposta insomma tra il professore e il politico. "Siamo di fronte alla palese distorsione del ruolo del garante che non è quello di retribuire un professore già stipendiato dall'università per emulare Lombroso. Mi sembra una situazione evidente di conflitto d'interessi - sostiene Acerbo - si dimetta e poi presenti a un nuovo garante le sue proposte di sperimentazione".
Controbatte il professore: "A malapena mi ripago con i rimborsi, io lo faccio perché ci credo". E con gli stanziamenti in Finanziaria regionale quest'anno Cifaldi potrà disporre dei primi due assistenti. "Tra i compiti che la legge affida al garante dei detenuti non ci sono quelli di trasformarli in cavie - insiste Acerbo - i consiglieri regionali intervengano. I detenuti hanno tanti problemi, ora devono pure subire gli esperimenti del garante". Cifaldi, contattato da La Notizia, spiega che i detenuti saranno volontari. Ma i dubbi sull'esperimento sovranista restano tutti.
di Paolo Comi
Il Riformista, 22 gennaio 2020
Il caso del migrante morto nel Cpr friulano. L'allarme del vicepresidente dell'Asgi, Gianfranco Schiavone: "Gli ospiti del centro possono essere mandati via, è da scongiurare la sparizione dei reclusi che hanno accusato gli agenti".
Se si vuol fare piena luce sulla morte del 38enne georgiano Vakhtang Enukidze, avvenuta nel Centro per i rimpatri di Gradisca d'Isonzo lo scorso 18 gennaio, bisogna fare presto. C'è il pericolo che spariscano testimoni importanti per l'inchiesta che la procura di Gorizia ha aperto contro ignoti per omicidio volontario.
A lanciare l'allarme è Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell'Asgi (l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione) che da subito si è mobilitato per chiedere chiarezza sulla vicenda La versione circolata nelle prime ore riconduceva la morte di Enukidze alle lesioni riportate pochi giorni prima, in una rissa con un altro ospite della struttura.
Questa ricostruzione però sarebbe stata smentita dai reclusi che hanno assistito alla colluttazione e che avrebbero invece puntato il dito sull'operato degli agenti intervenuti per sedarla, come ha raccontato ieri sul Riformista il deputato radicale Riccardo Magi, che è potuto entrare nel centro per raccogliere voci e informazioni sull'accaduto.
"Non possiamo nascondere che ci siano accuse alla polizia mosse da diversi migranti non collegati tra loro, all'interno del Cpr ma anche non più presenti nel centro e quindi senza alcun interesse a entrare nella vicenda Queste testimonianze devono essere vagliate con la massima serietà, ma il presupposto è che le persone ci siano", spiega Schiavone al Riformista.
"Parliamo di un centro per rimpatri dal quale le persone possono essere mandate via. Quindi può succedere per caso, o non per caso - in modo forzato - che nell'ambito di una regolare procedura di rimpatrio si verifichi una sparizione dei testimoni".
Di un rimpatrio già avvenuto e di altri imminenti aveva parlato anche Magi nel resoconto della sua visita ispettiva. Secondo Gianfranco Schiavone, per la raccolta delle testimonianze "non ci si può affidare alla stesura del verbale di sommarie informazioni raccolte dalla polizia all'interno del Cpr", perché "ci sarebbe il rischio di intimidazioni o di pressioni fortissime" nei riguardi dei migranti. "La Procura dovrebbe valutare quali siano i testimoni più attendibili e solo per questi - dice Schiavone - si potrebbe considerare il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di giustizia, così da farli uscire dal Cpr.
Se scappano vuol dire che la loro testimonianza non è attendibile", continua, "ma prolungare il trattenimento nel centro per raccogliere le testimonianze, magari in caso di una data per il rimpatrio già fissata, rischia di essere punitivo. Le condizioni di vita nel Cpr sono di forte disagio".
E poi, osserva il vicepresidente dell'Asgi parlando con il Riformista, "il contesto non è neutrale. Nel Cpr sono presenti tutte le forze di polizia e qualsiasi operatore delle forze dell'ordine non sarebbe percepito dai reclusi come neutrale, anche se incaricato dalla Procura. Per questo le persone informate dei fatti dovrebbero essere ascoltate fuori dal Cpr e a loro dovrebbero essere assicurate le maggiori garanzie possibili perché non siano oggetto di ritorsioni.
Quasi nessuno di loro conosce l'ordinamento giudiziario italiano e provengono da Paesi non democratici, dove la distinzione tra polizia e giudici è molto labile", sottolinea Insomma, "siamo in un campo minato, la tempestività e l'accuratezza nelle raccolta delle testimonianze sono condizioni fondamentali", conclude Gianfranco Schiavone, che di tutto questo e degli ultimi sviluppi della vicenda parlerà oggi alla Camera insieme a Riccardo Magi in una conferenza stampa dal titolo emblematico: "Morte al Cpr di Gradisca: il rischio di un nuovo caso Cucchi".
Per il procuratore di Gorizia, Massimo Lia, sarà l'autopsia lo snodo fondamentale per indirizzare l'inchiesta sulla morte di Vakhtang Enukidze. "Fino a ora, su questo caso si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto, ma per noi è decisivo procedere unicamente a fronte delle certezze che soltanto l'esame potrà fornire", ha dichiarato.
L'incarico è stato affidato al dottor Carlo Moreschi e l'esame è stato fissato per questa mattina, ma, fa sapere il procuratore, potrebbe slittare di qualche giorno, perché i familiari di Enukidze vorrebbero nominare un proprio consulente tecnico che possa rappresentarli durante l'autopsia e gli altri accertamenti medici, i risultati saranno disponibili in un paio di mesi.
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