di Massimiliano Panarari
La Stampa, 4 marzo 2020
Le misure draconiane del Comitato tecnico scientifico stravolgono le nostre vite trasformandole nella trama di un film. Tra le vittime del virus ci sono sicurezza collettiva e libertà dei singoli. Armiamoci di resistenza e resilienza. Allo sguardo di un osservatore esterno potrebbe persino sembrare un film. E, invece, è la realtà. La dura e complicata realtà, specialmente per noi che ci ritroviamo sul suolo della Penisola, improvvisamente trasformatasi, a causa del Covid-19, da Belpaese in Paese malato. E, quindi, messo in quarantena.
Da una serie di misure draconiane (e l'aggettivo mai è stato usato in maniera tanto appropriata dopo il suo impiego originario) che possono essere raccontate con l'andamento di un film dei fratelli Marx, in un mix di leggerezza e surrealtà. Ma che sono terribilmente serie - come, al fondo, lo erano parecchie delle loro pellicole. E che, in verità, assomigliano molto di più alla trama di una distopia, con la quale dovremo malauguratamente andare a convivere nelle prossime settimane.
La storia è questa: ieri sera il Comitato tecnico scientifico insediato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha inviato al ministero della Salute una lista delle raccomandazioni, che verrà diramata ufficialmente, con validità per l'intera nazione. Misure che modificano il nostro stile di vita e i comportamenti collettivi, e che incideranno massicciamente sul futuro delle relazioni umane e sociali se non si inverte la tendenza all'espansionismo di questo maledettissimo virus. In questo caso siamo assai distanti dal decalogo - colmo anche di azioni di assoluto buon senso - che abbiamo visto affisso nelle farmacie e nelle toilette dei treni, e che ha circolato largamente nei giorni scorsi. Gli scienziati voluti da Conte "raccomandano" ai cittadini italiani di mantenere (specie negli ambienti chiusi) una distanza reciproca di un paio di metri per evitare la diffusione delle goccioline con cui si propaga il Covid-19.
Di abrogare strette di mano (già archiviate nelle funzioni religiose), baci e abbracci: quel repertorio di saluti affettuosi che ci contraddistingue (ed è un marchio di fabbrica dell'italianità). Di restare dentro casa se si è persone anziane, e si ha qualche linea di febbre per quanto provocata da una "normale" influenza. E, ancora, di starnutire e tossire coprendosi con un fazzoletto di carta, da gettare immediatamente (e questa, a dire il vero, dovrebbe essere un'abitudine di uso comune, ma come sappiamo così non è stato). E, per finire, il comitato di esperti chiede al governo di sospendere ogni manifestazione pubblica nella quale non si diano le condizioni di distanza ritenute necessarie per evitare il contagio, e sconsiglia di evitare i luoghi di ricreazione affollati.
Per tanti (anzi, tantissimi) versi, la messa in isolamento della popolazione. La quarantena. Rispetto alla quale la mente di ciascuno corre a immaginare quali "margini di trattativa" esistano per non abbandonare completamente la propria normalità (e la socialità). Un segno inequivocabile del fatto che, giustappunto, ambedue si ritrovano gravemente sotto scacco, e archiviate. Gli scienziati presentano le loro indicazioni sotto forma di raccomandazioni e "buone pratiche", secondo le regole (e il galateo) di una democrazia liberalrappresentativa, in cui la tecnica fornisce pareri e suggerimenti alla politica. Perché questa - vivaddio - è la nostra formula di convivenza civile e il nostro regime di governo.
Eppure se, anziché a Roma, a Milano o a Torino, ci trovassimo a Pechino o Shangai (o a Wuhan), quelle indicazioni assumerebbero la forma di imposizioni e proibizioni istantanee. È la fondamentale differenza tra una democrazia (dove il consenso e i diritti individuali devono essere presi necessariamente in considerazione) e un'autocrazia (dove non solo non costituiscono una precondizione, ma neppure un tema dell'agenda di chi prende le decisioni).
Tuttavia, in un caso come nell'altro, questa epidemia dell'età globale sta sfidando come mai avvenuto in precedenza gli stili di vita e la serenità delle popolazioni. Ed è diventato un tema di biopolitica che, per noi cittadini-elettori e consumatori di una nazione democratica, produce con una intensità mai registrata in passato una restrizione delle prerogative individuali. Il coronavirus sta così continuando a mietere vittime: innanzitutto persone, purtroppo, ma anche l'equilibrio (sempre assai delicato) tra la sicurezza collettiva e le libertà dei singoli.
In queste giornate angosciose e problematiche, l'opinione pubblica italiana sta imparando ad apprezzare sempre di più i membri della comunità scientifica, alcuni dei quali compaiono con frequenza nei talk e in tv, e si sottopongono allo sforzo di adottare la logica mediale e comunicativa per mandare messaggi al pubblico preoccupato. Nello scenario distopico che si sta concretizzando - e che speriamo derivi da un forte principio di precauzione e da un'opzione molto cautelativa - noi cittadini siamo chiamati a mostrare un grande senso di responsabilità.
E un'abbondantissima dose di resistenza e resilienza. Senza parlare di quello che purtroppo avverrà al nostro sistema economico, con tutte le limitazioni previste. Alla classe dirigente politica spetta, come sempre - e come malauguratamente, in questo nostro Paese, in tanti casi non è avvenuto nel modo dovuto - di prendersi fino in fondo la responsabilità di una serie di decisioni che ricadono su tutti restringendo l'orizzonte della libertà di movimento e di circolazione e arrestando significativamente la vita sociale e culturale.
Con queste raccomandazioni anche gli scienziati si assumono, però, una enorme responsabilità: quella di disegnare una strategia di salute pubblica che è, ipso facto, il contesto (bio)politico in cui ci ritroviamo a vivere da domani. All'insegna della proclamazione di uno stato d'emergenza di fatto. Speriamo che passi la nottata, dunque, in tempi non troppo lunghi. Ma tutti coloro che si trovano a prendere decisioni molto difficili in queste ore devono tenere bene a mente che, non appena possibile, dovremo tornare a essere, ancora di più, una società aperta. E se tutto andrà nel migliore dei modi, questa crisi sanitaria avrà almeno spazzato via un bel po' di irrazionalismo antiscientifico e no vax.
di Valentino Di Giacomo
Il Mattino, 4 marzo 2020
La Polizia penitenziaria: "È allarme, colloqui tramite Skype". Stop ai colloqui con i familiari, tamponi, assicurarsi che gli agenti non abbiano contratto il virus. Sono le misure che richiede il segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo, per affrontare il coronavirus nelle carceri. Ieri il segretario si è recato all'esterno della casa circondariale di Poggioreale.
"Ho assistito all'ingresso dei parenti - ha spiegato - tutti ammassati all'esterno, prima di entrare a nessuno è stata misurata la temperatura. Eppure in carcere il virus circolerebbe senza problemi". Un micro-mondo dove, se il virus infettasse anche un solo detenuto, riuscirebbe in poco tempo a scatenare un'epidemia non solo tra i carcerati, ma anche tra le guardie penitenziarie. Un pericolo soprattutto per le carceri molto affollate - proprio come Poggioreale - dove singole celle sono divise da diverse persone.
"Parliamo di norme di buon senso - ha rilevato il segretario del Spp - bisognerebbe ridurre al minimo i colloqui esterni, anzi bloccarli e consentire ai detenuti incontri via Skype con i familiari". Il sindacato chiede che per i prossimi giorni la direzione di Poggioreale preveda uno stop ai colloqui per poterli garantire attraverso videochiamate via web fino a quando l'emergenza non sarà arginata.
"Cosa succede - si è chiesto Di Giacomo - se un solo detenuto risulta positivo? Si evacua il carcere? No, non è possibile. Ci sono detenuti che hanno chiesto ai loro familiari di non andarli a trovare in questo momento. Hanno mostrato di avere buon senso".
Lo scenario ipotizzato, non così lontano dal potersi verificare, è di un familiare affetto dal coronavirus che si reca a colloquio con il proprio parente. Se alcuni incontri sono consentiti solo se separati da un vetro, la maggior parte delle visite in carcere prevede il contatto diretto tra il detenuto e i propri cari. Ad esempio ci sono aree dedicate ai bambini che fanno visita al papà e possono giocare con lui. Quel detenuto - qualora venisse contagiato - entrerebbe facilmente a contatto con gli altri, sia nella propria celle che durante le attività comuni. L'altro modo per far arrivare il virus nelle case circondariali riguarda gli agenti della Polizia penitenziaria che, vivendo all'esterno della struttura, potrebbero contrarre il virus e portarlo in carcere.
"È urgente prevedere - spiega il sindacato - la misurazione della febbre anche per gli agenti di polizia penitenziaria". In altre case circondariali questo genere di interventi è stato già previsto. "La direzione di San Vittore ha già chiuso l'istituto penitenziario alle visite esterne - ha spiegato Di Giacomo - ma sarebbe opportuno farlo dappertutto".
La richiesta è stata presentata al Dap, il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. "Non abbiamo avuto risposte - ha concluso il segretario del sindacato - eppure, come è accaduto per le Regioni con il decreto del governo, sarebbe stato meglio avere una linea unica per tutti". Si attende ora una direttiva da parte del Dap e del Ministero della Salute.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 marzo 2020
Non si possono isolare eventuali contagiati. Mentre nelle carceri della Lombardia, in particolare quelle di Milano - grazie anche all'occhio vigile del garante locale dei dritti delle persone private della libertà Francesco Maisto - sono stati incrementati i controlli sanitari attraverso tendoni per il triage, c'è il carcere di Parma che al momento sembra non essere raggiunto da alcune misure precauzionali. Eppure, secondo i dati più recenti, sono 335 i casi positivi al Coronavirus accertati in Emilia Romagna e di questi, ben 61 provengono da Parma. Eppure il carcere di Via Burla è particolare. Non solo perché ha una sezione dedicata al 41 bis dove non mancano detenuti 80enni con numerose patologie fisiche, ma è un carcere che ha la peculiarità di ospitare un numero spropositato di detenuti malati, anche nelle sezioni ordinarie, tutti in attesa di essere assegnati all'ex centro diagnostico terapeutico, oggi denominato Sai.
Persone di difficile gestione dal punto di vista sanitario che un contagio da Coronavirus può essere devastante. Il garante locale Roberto Cavalieri è andato a far visita al carcere ieri pomeriggio e ha potuto constatare che non si sta facendo nulla, nonostante le circolari e le disposizioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. "Hanno ripristinato i colloqui ed è un bene, ma non c'è alcun tendone per i controlli sanitari - spiega il garante a Il Dubbio -, in compenso hanno solo incontrato i detenuti, anche stranieri, per spiegare le regole di comportamento del ministero della sanità".
Al carcere di Parma poi si aggiunge un altro grande problema. Le direttive per prevenire il contagio all'interno delle carceri, hanno disposto anche che i penitenziari coinvolti nelle regioni dove c'è un numero consistente di persone positive al nuovo virus siano predisposti per isolare al livello sanitario con scopo precauzionale i cosiddetti "nuovi giunti".
Quelli, in pratica, che varcano per la prima volta la soglia del carcere. Le sezioni di isolamento del carcere di Parma sono tutte occupate dai detenuti per il sovraffollamento cronico, ma anche per il fatto che il carcere è diventato meta di diversi ergastolani giunti da altri penitenziari.
Il risultato? Ha compromesso la vivibilità delle celle per i detenuti con lunghe condanne e, spesso, costretto i ristretti a vivere con un compagno malato, anch'esso bisognoso di maggior tutela. Accade quindi che i detenuti, pur di non vivere in cella con un compagno, preferiscono farsi rinchiudere nelle celle di isolamento e avviare forme di proteste.
primabiella.it, 4 marzo 2020
È stato stroncato da un malore nella sua cella in carcere ed è morto, la notte scorsa, l'avvocato Alessandro Pronzello, 53 anni, del foro di Novara, figlio di Luciano, uno dei decani dell'Ordine. Era detenuto nel carcere di Biella. Gli agenti lo hanno trovato morto prima dell'alba. Il magistrato ha disposto l'autopsia per chiarire la causa del decesso.
Stalking alla moglie - L'avvocato Pronzello era rimasto coinvolto in una vicenda familiare complessa, fatta di denunce e contro denunce, che, negli scorsi mesi, l'ha portato, per una storia di stalking e lesioni nei confronti della moglie, anche in carcere. Da quale era uscito, grazie alla concessione dei domiciliari. Il legale era già stato arrestato una volta per non aver rispettato l'ordine del giudice di non avvicinarsi alla moglie. E un'altra volta per essere evaso di nuovo da un'altra comunità la "Mondo X" di Cerano, nel Novarese, durante alcuni lavori all'aperto nella zona del Ticino, cui si dedicano gli ospiti della struttura. Pronzello, stanco, decise di prendersi una pausa e di andare a prendere un caffè in un bar con un altro ospite. Nel locale erano però arrivati i carabinieri che avevano fatto scattare le manette.
Domiciliari anche a Bielmonte - Nell'ultima occasione l'avvocato aveva ottenuto i domiciliari dopo aver fatto lo sciopero della fame. Il giudice gli aveva trovato un posto in un maneggio a Bielmonte. Ma tra l'avvocato e il gestore del centro, i rapporti non sarebbero risultati per nulla semplici. Così, venerdì, l'uomo ha preso la decisione di farsi arrestare dal maresciallo Remy Di Ronco (comandante a Bioglio) al quale già in precedenza avrebbe confidato di non essere contento dell'ultima sistemazione al punto da preferire il ritorno in carcere.
di Guido Mocellin
Avvenire, 4 marzo 2020
Come è noto, ai detenuti non è concesso navigare su internet. Se interagiscono con la Rete lo fanno in forma indiretta, attraverso i volontari. Si deve dunque certamente a qualcuno dei volontari il fatto che una "Via Crucis composta dalle persone detenute, uomini e donne", nella Casa circondariale "Rocco D'Amato" di Bologna, già conosciuta come "carcere della Dozza", sia oggi disponibile online, sul sito "Settimananews".
La breve introduzione ci annuncia che vi troveremo "riferimenti diretti alla condizione di reclusi", giacché "sarebbe stato insipido proporre riflessioni sconnesse dalla propria condizione di vita". Mentre Gesù è condannato, gli autori testimoniano il sentimento di solitudine provato al momento della propria condanna, pur ricevuta "giustamente", e la vicinanza di Gesù nell'espiazione.
Le tre cadute di Gesù risuonano violentemente nello spirito dei detenuti: "Ci siamo creduti più forti, più astuti, più coraggiosi. E poi il tonfo che ti accascia"; "La seconda caduta fa più male della prima. Il carcere si fa più chiuso la seconda volta"; "Quando perdiamo la voglia di rialzarci per il timore di cadere nuovamente" Gesù accetta di cadere "dal suo cielo". Poiché hanno "lasciato figli lontani dal padre e dalla madre", i reclusi si riconoscono nel dolore di Maria "che si vede strappare il figlio"; quando Gesù è spogliato, ricordano "la prepotenza che strappa di dosso le vesti" e il "controllo che denuda e perquisisce".
Davanti alla crocifissione le persone detenute si identificano con il ladrone e la sua domanda di perdono; al momento della deposizione dalla croce, rivivono la disperazione di "non credere più in niente, non avere più nulla per cui lottare, per cui vivere, non stimarsi nemmeno più come persona". Se la Via Crucis si definisce un "esercizio di pietà", gioverà molto a noi, che ci presumiamo "liberi", provare pietà per la passione e morte di Gesù riconoscendo il suo volto in quello degli uomini e donne che hanno scritto questa Via Crucis.
radiobombo.com, 4 marzo 2020
C'è tempo fino a giovedì 5 marzo per manifestare la disponibilità a ricoprire l'incarico di garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Si ricorda che per ricoprire tale funzione è necessario essere in possesso questo ruolo di competenze ed esperienze nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, dell'amministrazione penitenziaria ed avere una conoscenza, documentata, della realtà carceraria.
La scadenza dei termini per le candidature è fissata al 5 marzo. Al garante dei diritti dei detenuti sono attribuite funzioni di: osservazione e vigilanza diretta; di promozione di opportunità di partecipazione alla vita civile ed alla fruizione dei servizi comunali delle persone private della libertà personale (con particolare riferimento ai diritti fondamentali, al lavoro, alla formazione, alla cultura, all'assistenza, alla tutela della salute, allo sport); di promozione di iniziative e momenti di sensibilizzazione pubblica sul tema dei diritti umani dei detenuti e sul tema dell'umanizzazione della pena detentiva; di promozione di iniziative congiunte con altri soggetti pubblici e con l'associazionismo locale. La presentazione dell'avviso era avvenuta il 20 febbraio all'interno della casa circondariale femminile.
di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 4 marzo 2020
Udienze ridotte all'osso nel Tribunale penale e in quello civile di Milano per contrastare la diffusione del coronavirus. Mentre Roma ha scelto una strada differente, dispenser di Amuchina attaccati con lo scotch al muro nei punti strategici della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. Al Csm, invece, per i giornalisti che affollano palazzo dei Marescialli, in vista dell'elezione del nuovo procuratore capo di Roma, è stato stabilito un ingresso limitato. Un numero pianificato di cronisti alla sala del Plenum, per consentirne la collocazione in posti a sedere distanziati. Per tutti gli altri sarà allestita (con le stesse modalità) la sala stampa dove potranno assistere alla seduta grazie alla diretta streaming.
Ma è a Milano che si sono prese le misure più drastiche. Soprattutto in virtù del contagio che ha riguardato due magistrati. Lunedì sera sono risultati positivi e sono stati ricoverati all'ospedale Sacco. Per gli uffici, le aule e le cancellerie delle due sezioni coinvolte sono scattate le procedure di sanificazione. Dopo una riunione fiume si è deciso di continuare a garantire le attività "essenziali", ma sono state sospese le udienze civili e penali non urgenti.
Non è finita qui perché - come si legge nel provvedimento firmato da tutti i vertici, tra cui il procuratore Greco, il presidente vicario della Corte D'Appello Giuseppe Ondei e l'Avvocato generale Nunzia Gatto - "sono in corso operazioni di monitoraggio per censire la presenza di ulteriori ipotesi di necessario isolamento" per "soggetti che, pur non lavorando presso le sezioni interessate, possano avere avuto contatti stretti con i due contagiati". Il presidente del Tribunale Roberto Bichi spera che il contagio "rimanga isolato".
E proprio perché le risorse di giudici e personale si stanno riducendo, e probabilmente si ridurranno ancora, i capi degli uffici hanno deciso, ognuno a seconda delle proprie peculiari attività, di garantire "la continuità delle essenziali attività giurisdizionali", ma con "limitazioni dei servizi". Da qui, ad esempio, la decisione di Bichi di sospendere le udienze civili non urgenti e di disporre che i giudici "del settore penale procedano al rinvio" dei processi "a data congrua, comunque successiva al 31 marzo", escluse le convalide di arresti o fermi, i procedimenti a carico di detenuti, le udienze del Riesame e quelle che saranno ritenute "di urgenza".
Un modo questo per limitare il fiume di persone che affollano il Palazzo di Giustizia di Milano, frequentato ogni giorno da oltre 5mila persone. Nel Tribunale di Roma si è, invece, scelta una linea soft. Il numero dei contagiati in Lombardia è infinitamente più alta rispetto a quelli del Lazio. Per questo le udienze vengono regolarmente celebrate. Tuttavia è necessario prendere una serie di precauzioni. Indicazioni che sono rappresentate da numerose locandine affisse all'ingresso delle aule del Tribunale penale che ricordano quali sono i comportamenti da seguire.
L'unico Tribunale, nella Capitale, che limita l'accesso è quello di Sorveglianza. Ai detenuti che vogliono partecipare all'udienza vengono date due opzioni: con un collegamento audiovisivo, se invece si vuole presenziare l'udienza verrà rinviata.
A Napoli è in atto un braccio di ferro tra ordine degli avvocati e vertici del Tribunale. Con i legali che hanno stabilito l'astensione dopo che un loro collega, rientrato da Milano, è risultato positivo al Covid-19. Lo sciopero riguarderà le udienze civili e penali della Corte di Appello di Napoli e della Circoscrizione del tribunale di Napoli, nonché amministrative davanti al Tar Campania (sezione Napoli) fino all'undici marzo.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 4 marzo 2020
Il Tribunale dei ministri sul caso della Alan Kurdi: lo Stato di primo contatto è quello della nave. La responsabilità di assegnare un "porto sicuro" alle navi con i profughi soccorsi in mare spetta allo "Stato di primo contatto", che però non è sempre facile individuare. Tuttavia, volendo seguire "alla lettera" le indicazioni che si possono ricavare da Convenzioni e accordi, "lo Stato di primo contatto non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio"; dunque se un'imbarcazione che ha raccolto i naufraghi batte bandiera tedesca, è alla Germania che deve rivolgersi per ottenere l'approdo.
Così ritiene il tribunale dei ministri di Roma, che anche per questo motivo, il 21 novembre, ha archiviato le accuse di omissione di atti d'ufficio e abuso d'ufficio nei confronti dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini e del capo di Gabinetto Matteo Piantedosi, per aver negato lo sbarco ai 65 migranti che si trovavano a bordo della nave tedesca Alan Kurdi, della Ong Sea Eye, nell'aprile scorso. "L'assenza di norme di portata precettiva chiara applicabili alla vicenda - hanno scritto i giudici Maurizio Silvestri, Marcella Trovato e Chiara Gallo - non consente di individuare, con riferimento all'ipotizzato, indebito rifiuto di indicazione del Pos (Place of safety), precisi obblighi di legge violati dagli indagati, e di conseguenza di ricondurre i loro comportamenti a fattispecie di rilevanza penale".
Niente reati quindi, e niente processo. Qualche giorno fa Salvini aveva esultato alla notizia dell'archiviazione: "Finalmente un tribunale riconosce che bloccare gli sbarchi non autorizzati non è reato"; ora le motivazioni del provvedimento potrebbero accrescere la sua soddisfazione. Oltre a stabilire la responsabilità dello Stato di appartenenza della nave che ha soccorso i profughi, infatti, il tribunale romano aggiunge che quando - come nel caso della Alan Kurdi, e come spesso accade - le coste di quel Paese sono troppo lontane, "la normativa non offre soluzioni precettive idonee ai fini di un intervento efficace volto alla tutela della sicurezza dei migranti in percolo". Le leggi sono inadeguate, e tutto è rimesso a "una concreta e fattiva cooperazione tra gli Stati interessati che, fino a oggi, è di fatto scritta solo sulla carta".
L'interpretazione di norme e regolamenti, però, sembra tutt'altro che scontata. E difficilmente il provvedimento del tribunale porrà fine a denunce e inchieste. Come dimostra la richiesta della Procura di Roma, che aveva sollecitato i giudici ad archiviare il fascicolo con motivazioni ben diverse. Secondo le conclusioni del pm Sergio Colaiocco (avallate dai procuratori aggiunti Michele Prestipino, Paolo Ielo e Francesco Caporale), una volta interpellata l'Italia aveva l'obbligo di concedere il Pos, in forza della Convenzione di Amburgo. Ma non il ministero dell'Interno (e dunque Salvini), bensì la Guardia costiera, che fa capo al ministero delle Infrastrutture. Il quale con un atto del 2015 ha delegato la pratica al Viminale per accelerare le procedure: ma ciò non fa venire meno la propria responsabilità, e le eventuali omissioni.
Nel caso della Alan Kurdi, Salvini fece scrivere a Piantedosi una direttiva di divieto d'ingresso e transito nelle acque italiane che per i pm "appare in contrasto con più di una disposizione di legge". Tuttavia per contestare l'abuso d'ufficio serve un "dolo intenzionale" mirato a provocare danni a terzi, mentre l'ex ministro e il suo capo di Gabinetto avevano altri intenti. Di qui la richiesta di archiviazione per ragioni del tutto differenti da quelle del tribunale: l'illecito di Salvini ci fu, senza però rientrare nei reati di omissione o abuso d'ufficio.
di Mario Tozzi
La Stampa, 4 marzo 2020
Per prenderci cura della nostra salute dobbiamo iniziare a difendere il pianeta. Se c'è una cosa che oggi non vogliamo proprio sentirci dire è che anche questa epidemia da Covid-19 dipenda dalle azioni scriteriate dei sapiens ai danni dell'ambiente. Ma, forse, dobbiamo iniziare a ricrederci, e riconsiderare anche altri casi recenti, come Ebola, Sars e Zika, ma pure H1N1 e Mers.
I ricercatori partono da una semplice considerazione, che il minimo comune denominatore di tutte queste patologie è indubbiamente la trasmissione animale. Il 70% delle Eid (Emerging Infectious Diseases, malattie infettive emergenti) deriva da un'interazione più o meno diretta fra animali selvatici, addomesticati e sapiens. In questo senso vanno tenuti in conto diversi fattori scatenanti e/o aggravanti. Per primo le alte densità di popolazione delle aree urbane: più sapiens in aree ristrette vuol dire più rischio di contagi. I nomadi cacciatori-raccoglitori, ovviamente, si ammalavano molto meno dei cittadini agricoltori e non sviluppavano certo epidemie. Ed è, peraltro sotto gli occhi di tutti, sebbene non inquadrabile scientificamente, che sia la provincia di Hubei, sia, vorrei dire soprattutto, la Pianura Padana sono regioni estremamente degradate dal punto di vista della qualità ambientale in generale e dell'aria in particolare. In Europa non c'è un'altra area così inquinata come la nostra. Una questione che va presa con le molle, ma che non andrebbe trascurata.
In secondo luogo, i cambiamenti di uso del suolo e l'intensificazione degli allevamenti intensivi, specialmente in regioni cruciali per la biodiversità, sono fattori che intensificano i rapporti sapiens-fauna domestica-fauna selvatica. Di particolare gravità è la deforestazione, necessario preludio a queste attività, come dimostra il caso del virus Nipah, comparso in Malesia nel 1998, e probabilmente legato all'intensificarsi degli allevamenti intensivi di maiali al limite della foresta, dove cioè si disboscava per ottenere terreni a spese dei territori di pertinenza dei pipistrelli della frutta, portatori del virus. E sia Sars che Ebola sono da ricondursi a pipistrelli, sia cacciati che comunque conviventi con i sapiens nelle aree metropolitane, oltre che a scimmie, preda di bracconaggio e vendita illegale.
Lo spillover (il salto di specie) è sempre possibile, ma viene favorito dove ci sono attività umane che impongono grandi modifiche ambientali, per esempio impiantare allevamenti intensivi e monoculture, come le palme da olio, a spese della foresta tropicale, cioè proprio dove la fauna selvatica è più importante per numero di specie e di individui e dove, di conseguenza, i patogeni sono più presenti e importanti. Quando vediamo arrivare storni e gabbiani nelle nostre città, non ci sorprendiamo forse poi più di tanto, ma bisogna considerare che questi animali portano con loro un corredo di microrganismi che andrebbe conosciuto. E la loro migrazione è dovuta esattamente alle stesse cause: crescita delle aree metropolitane, disboscamenti selvaggi, deserti agricoli, caccia.
Il commercio illegale della fauna selvatica è un terzo motivo di preoccupazione, e non deve essere sottovalutato. Nel caso di Covid-19 è il caso del pangolino cinese, le scaglie della cui "corazza" lo rendono ambito dai bracconieri. Fatte di cheratina, come le nostre unghie, secondo diverse superstizioni sarebbero una panacea per molti mali e vengono utilizzate, come le ossa di tigre e il corno di rinoceronte, dalla medicina orientale. Inoltre la carne di pangolino viene considerata da alcune comunità locali una vera e propria prelibatezza: ecco perché oggi questo mammifero, mite e innocuo, è divenuto l'animale più contrabbandato al mondo. In Cina la sottospecie è declinata del 90% dagli anni Sessanta, proprio a causa del commercio illegale. Il genoma del virus rinvenuto nei pangolini (che si suppone essersi sviluppato originariamente nei pipistrelli) è quasi identico al Coronavirus 2019-nCoV rinvenuto nelle persone infette. Sembra quindi che il commercio illegale di animali selvatici vivi e di loro parti del corpo sia veicolo per vecchie e nuove zoonosi, aumentando il rischio di pandemie i cui contraccolpi sono sotto gli occhi di tutti. In particolare, non è la prima volta che si sospetta che l'ospite intermedio di una malattia infettiva sia un animale vivo venduto in un mercato cinese: circa 17 anni fa, la sindrome respiratoria acuta grave (Sars), è comparsa in un mercato cinese che vendeva civette delle palme.
A questo dobbiamo aggiungere la caccia, spinta a livelli insostenibili, e tutta una serie di pratiche tese alla massima resa dei terreni agricoli che impoveriscono la ricchezza della vita e abbattono le difese naturali degli ecosistemi. Varrà anche la pena di ricordare che il cambiamento climatico è un incubatore perfetto per le uova delle zanzare anofeli, che si riproducono oggi a ritmi impressionanti, colonizzando regioni che mai avevano conosciuto prima i deliri della malaria. Lo stesso accade con l'Aedes aegypti, la zanzara che trasmette dengue e febbre gialla, che, già da qualche anno, si spinge fino a oltre i 1300 metri in Costa Rica e, addirittura ai duemila in Colombia, Uganda, Kenya, Etiopia e Ruanda.
Tutto questo sotto la nostra responsabilità. Però, qui c'è anche parte della soluzione del problema: basterebbe infatti ridurre l'intensità e il livello di quelle attività distruttive per gli ecosistemi per ridurre, di conseguenza, i rischi di pandemie e, anzi, irrobustire le nostre difese. Purtroppo, però, nonostante esistano modelli di previsione dell'insorgenza di epidemie abbastanza precisi, a questi studi non vengono dedicate risorse in tempo di pace, salvo poi rimpiangerlo quando le malattie scoppiano. Fermare la distruzione degli habitat naturali comporta una revisione del nostro modello di sviluppo, solo che stavolta a indicarla non sono i soliti ambientalisti, ma i medici.
di Tommaso Frosini
Il Dubbio, 4 marzo 2020
È con le situazioni di emergenza che si misura la forza di uno Stato di diritto. Anzi, direi di più: lo Stato di diritto è tale proprio perché riesce a gestire l'emergenza senza dovere piegare la sua natura garantista. Le vicende, lontane e recenti, del terrorismo hanno messo a dura prova la stabilità di Paesi, in Europa e in America, che si fondano sul e che praticano il costituzionalismo, quale tecnica di libertà degli individui.
Certo, sono stati emanati provvedimenti legislativi rigorosi e restrittivi, al fine di combattere una guerra che era stata mossa contro la democrazia liberale. Il cui nemico un tempo era interno al territorio e quindi individuabile, poi è diventato esterno e sparpagliato in giro per il mondo, animato da una furia anti- occidentale e da una esaltazione religiosa. Nei giorni del coronavirus la situazione è diversa. È un'emergenza sanitaria da non sottovalutare e da reprimere ma non mette certo a repentaglio le fondamenta della democrazia liberale. Piuttosto esige un rafforzamento delle strutture statali, una maggiore efficienza amministrativa nel settore della sanità pubblica e una solidarietà tra cittadini, nella consapevolezza che chiunque potrebbe rimanere contagiato.
Quindi, in una emergenza come quella che stiamo vivendo non occorrono leggi e atti ammnistrativi rigorosi e restrittivi ma soltanto, e non è poco, un buon governo della cosa pubblica, da gestire con competenza e senza procurare allarmismi. E invece, purtroppo, anche in questa vicenda epidemica lo Stato di diritto sta conoscendo forme di attenuazione se non di lesione dello stesso. Mi riferisco all'annoso problema della privacy, che nel nostro Paese non ha mai veramente attecchito come cultura giuridica e nonostante l'impegno che a suo tempo dedicò Stefano Rodotà.
Dovrebbe essere noto che ci sono dei dati "sensibilissimi" che non devono assolutamente essere divulgati a terzi, fra questi quelli concernenti lo stato di salute delle persone (come anche le scelte sessuali, politiche, religiose). Lo afferma la legge e lo conferma il recente regolamento europeo. Il divieto di diffusione di questi dati è dato dalla salvaguardia della dignità della persona, architrave dello Stato di diritto, che potrebbe essere menomata. Anche attraverso forme di discriminazione sociale, che potrebbero essere compiute a danno di coloro di cui si conoscono scelte intimistiche oppure situazioni di sofferenza sanitaria.
E invece, purtroppo, leggiamo tutti i giorni nomi, abitudini, comportamenti di persone affette dal Coronavirus, addirittura vediamo i loro volti nelle fotografie, che circolano sui giornali e sul web. Senza che nessuno abbia detto nulla, ovvero si sia preoccupato di tutelare la privacy di questi cittadini incidentalmente colpiti da una epidemia contagiosa.
Senza che il Garante della privacy sia intervenuto se non altro per ricordare e affermare il precetto normativo, nazionale ed europeo, a tutela dei cittadini e dei loro dati sensibili. Sebbene, l'ufficio del garante sia da un anno scaduto e quindi ancora in proroga, e senza che il Parlamento abbia provveduto alla sua sostituzione, nell'attesa di individuare il candidato più anziano di età per farlo diventare presidente. Meglio no comment. Il Coronavirus ha poi messo a dura prova anche la tenuta del sistema regionale, che si è dimostrato quantomeno schizofrenico. Ma questo, per ora, è un altro discorso. Prima pensiamo ai diritti degli individui e allo Stato di diritto.
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