di Marco Perduca
Il Riformista, 22 gennaio 2020
"Esortiamo tutte le parti a rispettare pienamente il diritto internazionale umanitario e i diritti umani, a proteggere i civili e le infrastrutture, compresi gli aeroporti, a consentire l'accesso a medici, osservatori dei diritti umani, personale umanitario e ad agire al fine di proteggere la popolazione civile, compresi gli sfollati interni, i migranti, i rifugiati, i richiedenti asilo e i prigionieri, anche attraverso l'impegno delle Nazioni Unite". Così si conclude il documento finale della conferenza di Berlino sulla Libia. Sarebbe bastata questa pretesa di rispetto degli obblighi internazionali della ex Jamahiriya per portare finalmente in quel paese quello che manca da sempre: il rispetto dello Stato di Diritto e una presenza strutturata dell'Onu che verifichi i progressi.
La conferenza di domenica ha riportato a livello multilaterale quello che fino a ora è stato intra-governativo. La gerarchia delle priorità e la mancata partecipazione diretta di Serraj e Haftar non lasciano ben sperare per il futuro. Certo, entrambi hanno acconsentito alla creazione di un meccanismo, anche militare, che monitori il cessate il fuoco e l'embargo sulle armi, ma senza il loro coinvolgimento personale il processo politico previsto non andrà da nessuna parte. Troppo spesso nella ricostruzione del conflitto libico si fa l'economia di due passaggi: a livello internazionale delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza adottate all'iinizio delle rivolte contro Gheddafi, a livello italiano del Trattato di Amicizia Italia-Libia del 2009. Il secondo oggi non ci interessa, il primo invece sì.
La risoluzione 1973 del marzo 2011 stabiliva molti dei punti fermi fissati nell'accordo del 19 gennaio, arrivando a imporre addirittura una no-fly zone per assicurare il cessate il fuoco - primo punto dell'accordo di Berlino - e scongiurare i "crimini contro l'umanità" commessi contro la popolazione civile. Quelle iniziative, ivi compreso l'interessamento della Corte Penale Internazionale che portò all'incriminazione del figlio di Gheddafi e del capo dei servizi segreti per crimini contro l'umanità, restarono sulla carta senza che nessuno dei paesi che votarono a favore di quelle risoluzioni si sia mai impegnato a farle rispettare. Si passò all'uso delle armi per "cause di forza maggiore" scongiurando il perseguimento della pace anche attraverso l'affermazione della giustizia internazionale.
È positivo che chi ha interessi, influenze e militari sul campo abbia deciso di non farsi la guerra in Libia, ma l'assenza dei belligeranti al tavolo delle decisioni e il blocco di porti e pozzi da parte di Haftar in concomitanza coi negoziati non lascia ben sperare per il futuro di pace e riconciliazione di un Paese da decenni alla mercé di violenze, discriminazioni e soprusi. Se Serraj e Haftar non si son incrociati a Berlino, quali sono le probabilità che andranno a sedersi fisicamente al tavolo che le Nazioni unite organizzeranno a Ginevra entro gennaio per dar seguito agli impegni che, tra le altre cose, prevedono la formazione di un governo di unità nazionale? E se anche dovessero acconsentire a condividere il governo con l'altro, cosa garantisce che il governo di unità nazionale libico funzioni a differenza di tutti gli altri quelli composti in passato nel tentativo di portare pace e sicurezza in paesi in conflitto?
Dopo il Consiglio Affari generali dell'UE la questione sarà davanti al Consiglio di Sicurezza; la formazione di comitati e commissioni di controllo composte da cinque amici di Serraj e cinque sostenitori di Haftar non potrà garantire che oltre alla cessazione delle ostilità si possa accompagnare la Libia verso un futuro civilmente e politicamente migliore. Se è stato significativo portare di nuovo il conflitto alle Nazioni unite, adesso è fondamentale portare le Nazioni unite nel conflitto, come andava fatto nove anni fa. Senza una significativa presenza di caschi blu nel paese difficilmente ci saranno progressi nel rispetto degli impegni presi e della legalità internazionale.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
In Grecia c'è una legge molto avanzata in tema di diritto alla salute: è la 4368 del 2016, che garantisce servizi medici e farmaceutici gratuiti agli appartenenti a "gruppi sociali vulnerabili", tra cui i minorenni a prescindere dal loro status, i rifugiati, i richiedenti asilo e - tra questi ultimi - i minori non accompagnati. A queste persone, soddisfatti determinati requisiti, è attribuito un numero di previdenza sociale che, tra le altre cose, permette loro di accedere gratuitamente alle cure mediche (l'acronimo greco è Amka).
Lo scorso luglio il ministero del Lavoro ha annullato la circolare che disciplinava l'attribuzione dell'Amka alle persone di nazionalità non greca. A ottobre è stata annunciata una nuova circolare che ha regolato la situazione dei rifugiati con status riconosciuto ma ha solo rimandato il problema per richiedenti asilo e minori stranieri figli di migranti irregolari, disponendo che nel loro caso sarebbe stata emessa una nuova circolare. La nuova legge sull'asilo, entrata in vigore un mese dopo, dispone che i richiedenti asilo possano avere accesso alle cure mediche gratuite attraverso un "numero temporaneo di assicurazione medica" (Paaypa).
Ma, viene precisato, a questo documento hanno diritto solo coloro che hanno completato la registrazione della loro domanda d'asilo. In altre parole, i richiedenti asilo la cui procedura non è stata completata non hanno diritto alla Paaypa. Inoltre, per diventare operativa, il sistema Paaypa necessita dell'adozione di una decisione inter-ministeriale, tuttora pendente. Per i bambini figli di migranti in condizione di irregolarità non è stara proposta alcuna soluzione alternativa.
Considerando il numero dei richiedenti asilo bloccati sulle isole greche - ne sono arrivati 50.000 solo nella seconda metà dello scorso anno - e la lentezza delle procedure (largamente frutto dell'accordo tra Unione europea e Turchia del marzo 2016), il diritto alla salute per decine di migliaia di persone che si trovano in Grecia, tra cui molti minori, è compromesso. Le direzioni di alcuni ospedali pubblici di Atene e alcuni medici nel servizio sanitario pubblico hanno mostrato grande sensibilità nel ricoverare richiedenti asilo colpiti da tumori o dall'Hiv che non avevano l'Amka (e ovviamente neanche la Paaypa).
Ma la generosità e l'umanità non possono risolvere le carenze legislative. Le strutture mediche private, come quelle di Medici senza frontiere nella capitale messe a dura prova dall'elevato numero di pazienti, hanno registrato a novembre un repentino aumento del numero di persone prive di Amka, ormai quasi la metà di quelle che si rivolgono al suo centro di Atene.
Un'altra organizzazione non governativa locale, Voce positiva, ha sollecitato le autorità greche a fornire farmaci retrovirali gratuiti ai cittadini non-greci, denunciando che "nei primi 10 mesi del 2019 il 43 per cento delle nuove diagnosi di Hiv ha riguardato migranti e rifugiati" e che i centri per malattie infettive non sono in grado di assistere pazienti privi di Amka.
Sul piano istituzionale, il difensore civico della Grecia ha espresso la sua preoccupazione. Lo stesso commissario dell'Unione europea per "la promozione del nostro stile di vita europeo" ha chiesto che sia trovata una soluzione. Che tuttavia, ancora non c'è. C'è invece un appello di Amnesty International per sollecitarla.
di Elena Papa
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
Il carcere modello di Nanterre è dello studio Lan dell'architetto Napolitano. Dostoevskij nel romanzo del 1866 Delitto e castigo scriveva: "Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni". Sul tema la Francia ha dato il via al primo progetto pilota per una riforma penitenziaria. Il programma del nuovo sistema prevede una struttura in cui convivono detenzione e reintegrazione nella società.
A realizzare l'innovativo edificio penitenziario di minima sicurezza, appena ultimato, è lo studio francese Lan (Local Architecture Network) fondato dall'italiano Umberto Napolitano e dal francese Benoit Jallon. Se prima le carceri venivano realizzate nei centri urbani, verso la fine del Novecento si è optato definitivamente per il loro allontanamento dalla città.
La prigione di Nanterre, invece, è stata realizzata in una zona densamente abitata: il quartiere di Chemin-de-Ylle di Nanterre. Un'area mista composta da case unifamiliari, alloggi sociali degli anni Sessanta ed edifici industriali.
L'abolizione del muro - La realizzazione del nuovo penitenziario in città ha spinto gli architetti a pensare a una struttura che fosse in rapporto con il contesto urbano circostante.
"Il nostro primo pensiero è stato di "cancellare il muro" - racconta Umberto Napolitano - volevamo creare un involucro che non fosse un limite invalicabile ma che contenesse un edificio con una vera facciata, in rapporto diretto con la città. Così abbiamo realizzato un parallelepipedo di vetro rivestito in corten, un materiale resistente che cambia aspetto con il passare del tempo, interrotto solamente da una grande apertura".
In forma metaforica "l'apertura" è pensata dai progettisti come una finestra che mette in relazione l'architettura con la città, il dentro e il fuori. È riscontrato che i detenuti che non sono stati impiegati in un lavoro in carcere, una volta scontata la pena tornano a delinquere. In Italia i dati del ministero della Giustizia parlano di recidive che sfiorano il 70%.
La specificità del progetto è appunto nel riunire al suo interno i due programmi: il servizio di integrazione in libertà vigilata e il sistema di semi-libertà che consente al detenuto di uscire dall'edificio per svolgere delle mansioni utili al suo reinserimento nella società.
Nanterre può essere definito "un carcere senza sbarre" e dal design innovativo, non più pareti grigie e scure, ma spazi luminosi, i colori pastello rivestono la pavimentazione del cortile dotato di campi di basket e la corte è delimitata da specie arboree acquatiche.
La fascia verde, infatti, è stata progettata con appositi pannelli drenanti per il recupero dell'acqua piovana, riutilizzata per uso sanitario. Nanterre è un carcere "intelligente" dotato di un software ed elettronica per il controllo dell'intero edificio, sia per la gestione dei consumi energetici (30-50 kw/mq di energia primaria annua), sia per l'acqua calda (di cui il 70% viene scaldata dai pannelli solari), oltre al monitoraggio di tutti i sistemi di sorveglianza.
Una specie di "sala di regia", il quartier generale tecnologico. La sorveglianza dei detenuti in semi-libertà avviene in modo dinamico con braccialetti connessi. Il nuovo sistema Un percorso graduale che porterà presto a rinnovare gli strumenti e modernizzare la gestione delle carceri per ridisegnare il volto dei penitenziari. E soprattutto, a non abbandonare più i detenuti alla noia e alla solitudine, ma avviarli verso un effettivo percorso di rieducazione e formazione professionale.
La Repubblica, 22 gennaio 2020
La denuncia di Amnesty International: "Un nuovo attacco alla libertà di espressione". Si vuole colpire l'intenzione di danneggiare l'interesse nazionale e "infiammare l'opinione pubblica".
Sul un nuovo emendamento al codice penale del Qatar, che penalizza un'ampia gamma di attività nel campo dell'editoria e della comunicazione, si concentra la critica di Amnesty International. Si tratta di una decisione politica che, di fatto, limiterà in modo significativo la libertà di espressione, ad appena due anni dall'adesione del Paese al Patto internazionale sui diritti civili e politici. La legge, emanata dall'emiro Tamim bin Hamad Al Thani, emenda il codice penale aggiungendo l'articolo 136-bis, che autorizza il carcere per "chiunque diffonda, pubblichi, o ripubblichi voci non confermate, dichiarazioni, notizie false o faziose, propaganda provocatoria, a livello nazionale o all'estero, con l'intenzione di danneggiare l'interesse nazionale, infiammare l'opinione pubblica, violare il sistema sociale o il sistema pubblico dello stato".
Una legge che disattende impegni del passato. "Questa legge - dice Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International - indica chiaramente una preoccupante regressione rispetto agli impegni presi due anni fa a garanzia del diritto di libertà di espressione.
Il Qatar possiede già numerose leggi repressive, ma quest'ultima dà un altro duro colpo alla libertà di espressione del paese e costituisce una palese violazione del diritto internazionale dei diritti umani. L'approvazione di una legge che può essere utilizzata con lo scopo di mettere a tacere critiche pacifiche è molto preoccupante - ha aggiunto - le autorità qatarine dovrebbero abrogare tali leggi coerentemente con i loro obblighi giuridici internazionali, e non approvarne altre".
Carcere fino a 5 anni e sanzione di 25.000 euro. Secondo questa nuova disposizione, la trasmissione o la pubblicazione "faziosa" può essere punita con il carcere fino a cinque anni e una sanzione di 100.000 riyal (quasi 25.000 euro), in palese violazione dell'articolo 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che garantisce il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee; nel 2018 il Qatar aveva ricevuto il plauso internazionale per la sua adesione al patto.
Il 18 gennaio, il giornale qatarino al-Raya ha pubblicato sul sito un articolo abbastanza dettagliato sulla nuova legge, riportandone il contenuto limitandosi a riassumere molte disposizioni senza alcun commento o analisi editoriale. Alcune formule erano diverse dal testo finale, ma i dettagli essenziali erano giusti; tra questi, un accurato riferimento alla potenziale pena di cinque anni di reclusione per "fomento dell'opinione pubblica".
Le scuse di un giornale per aver pubblicato la notizia. In 24 ore, tuttavia, il giornale ha provveduto a emettere una nota di scuse per aver pubblicato la notizia, esprimendo rammarico per "aver fomentato lo polemica", cancellando l'articolo e dichiarando che il testo era arrivato "da una fonte non ufficiale ed era stato pubblicato senza verifiche con le autorità competenti".
Il Qatar ha già leggi che limitano in maniera arbitraria la libertà di espressione, come la Legge sulla stampa e le pubblicazioni del 1979 e quella sui reati informatici del 2014. Nel 2012, il poeta qatarino Mohammed al-Ajami fu condannato a un lungo periodo di detenzione per aver recitato una poesia critica nei confronti dell'emiro nel suo appartamento privato mentre viveva all'estero (in seguito ha ottenuto la grazia ed è stato rilasciato).
Preoccupa anche il trattamento dei lavoratori immigrati. I dati sui diritti umani in Qatar sono molto preoccupanti, soprattutto quelli sul trattamento dei lavoratori migranti. La scorsa settimana, dopo che il Qatar ha annunciato una nuova legge che abolisce la necessità del permesso di uscita dal paese per i collaboratori domestici migranti, il ministero degli Interni ha dichiarato che le sanzioni per i lavoratori partiti dal Qatar senza permesso del datore di lavoro saranno ancora applicate, sebbene non esista nella legge alcuna disposizione che le preveda.
coe.int, 21 gennaio 2020
Il Comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura (CPT) ha pubblicato oggi un rapporto in cui raccomanda di abolire la misura d'isolamento diurno imposto dal tribunale come sanzione penale accessoria per i detenuti condannati a reati che prevedono la pena dell'ergastolo. Il CPT accorda inoltre particolare attenzione a varie forme di isolamento e di separazione dal resto della popolazione carceraria imposte ai detenuti, in ragione della durata indeterminata di tali provvedimenti e dell'assenza di procedure e garanzie relative alla loro applicazione e riesame.
today.it, 21 gennaio 2020
"Abolire l'isolamento diurno e ripensare il 41bis": nel rapporto del Comitato anti-tortura pesanti raccomandazioni per le autorità italiane sottolineando le condizioni delle carceri. Suicidi in aumento e denunce di violenza: "Calci e manganellate in luoghi non coperti da telecamere".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 gennaio 2020
Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti chiede che venga rivisto l'isolamento diurno dei detenuti.
Presunte violenze al 41bis come la vicenda di una ispettrice femminile del carcere di Viterbo che avrebbe bruciato le dita dei piedi con un accendino per accertare se il detenuto stesse fingendo uno stato catatonico. È questo uno dei casi segnalati da CPT (Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti).
Quotidiano di Sicilia, 21 gennaio 2020
Il Cpt, Comitato anti tortura del Consiglio d'Europa, nel rapporto sulla visita condotta in Italia lo scorso marzo con l'obiettivo di valutare le misure d'isolamento imposte ai detenuti, invita il governo italiano a intervenire sul sistema carcerario. E sollecita anche una riforma del regime del 41bis perché potrebbe creare disordini mentali.
agensir.it, 21 gennaio 2020
"Avviare una seria riflessione sul regime detentivo speciale detto 41bis", evitare il sovraffollamento delle carceri, contrastare forme di violenze sui detenuti: sono alcuni dei pesanti rilievi mossi all'Italia dal Comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura (Cpt) mediante un rapporto pubblicato oggi a Strasburgo. Vi si raccomanda, anzitutto di "abolire la misura d'isolamento diurno imposto dal tribunale come sanzione penale accessoria per i detenuti condannati a reati che prevedono la pena dell'ergastolo".
Il Cpt accorda inoltre "particolare attenzione a varie forme di isolamento e di separazione dal resto della popolazione carceraria imposte ai detenuti, in ragione della durata indeterminata di tali provvedimenti e dell'assenza di procedure e garanzie relative alla loro applicazione e riesame"; invita, appunto, le autorità "ad avviare una seria riflessione sul regime detentivo speciale detto 41bis, al fine di offrire ai detenuti un minimo di attività utili e di porre rimedio alle gravi carenze materiali osservate nelle celle e nelle aree comuni delle sezioni 41bis visitate". Inoltre, il rapporto descrive "diversi casi di maltrattamenti fisici inflitti ai detenuti dal personale della polizia penitenziaria".
In tal senso, il Cpt raccomanda alla direzioni delle carceri in questione di "esercitare maggior controllo sul personale di polizia penitenziaria e di far sì che ogni denuncia di maltrattamenti di questo tipo sia sottoposta a un'indagine efficace da parte dell'autorità giudiziaria".
di Andrea Oleandri*
Ristretti Orizzonti, 21 gennaio 2020
Questa mattina il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, organo del Consiglio d'Europa, ha pubblicato un report sulla visita effettuata in Italia nei mesi scorsi e durante la quale i membri del Comitato avevano visitato alcune carceri del nostro paese."Quello che emerge nel report - il commento di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - è una situazione che denunciamo da diverso tempo e che abbiamo avuto modo di segnalare anche al CPT, incontrato da noi durante la loro visita.










