di Patrizia Maciocchi
Il Manifesto, 21 gennaio 2020
L'entrata in vigore della legge "spazza-corrotti" non giustifica la revoca della sospensione dell'esecuzione in vista della domanda di misura alternativa alla detenzione concessa nel vigore della legge precedente più favorevole. La Cassazione, con la sentenza 1799, respinge il ricorso del Pm, che contestava la possibilità di applicare la legge più favorevole, in base al principio di diritto intertemporale, vista la natura processuale delle norme che regolano la fase dell'esecuzione penale.
L'imputato era stato, infatti, condannato in via definitiva per concussione e falso in atto pubblico. Il primo dei due reati contro la pubblica amministrazione, previsto dall'articolo 317 del Codice penale, rientra nel raggio d'azione della legge 3/2019 la cosiddetta spazza-corrotti entrata in vigore il 31 gennaio dello scorso anno.
Ad avviso della pubblica accusa la sopravvenuta natura "ostativa" del reato di concussione imponeva di revocare il primo ordine di esecuzione e di dare un colpo di spugna alla sospensione temporanea che aveva lo scopo di chiedere misure alternative alla detenzione: possibilità non più prevista dopo la legge peggiorativa. La Suprema corte non è d'accordo e respinge il ricorso.
I giudici della prima sezione ricordano in prima battuta che sulla "spazza-corrotti", proprio la prima sezione, ha sollevato, con un rinvio alla Consulta, dei dubbi di costituzionalità sia dal punto di vista della ragionevolezza e del rispetto del principio della pena intesa come mezzo di rieducazione, sia per quanto riguarda la corretta individuazione del regime intertemporale, non essendo stata prevista una disciplina transitoria. Un punto quest'ultimo sul quale la Cassazione si è già espressa ritenendo che l'entrata in vigore di una disciplina peggiorativa non faccia scattare la perdita di efficacia dei provvedimento adottati quando c'era una norma di maggior favore. E questo proprio in virtù del principio secondo il quale "il tempo regola l'atto"
di Anna Parini
Ristretti Orizzonti, 21 gennaio 2020
Giovedì 26 settembre è stato l'ultimo incontro con chi è rimasto della compagnia teatrale fondata da Pia Colombo "Si rifà". Quel giorno, ho varcato i cancelli con un senso di ansia e di grande dispiacere perché dovevo salutare - a un mese dal debutto di "Don Raffaele, 'o trombone" - le persone detenute ancora presenti, che sul palco chiamavo "ragazzi".
Non erano molte; e nessuno di noi aveva voglia di parlare di tutto il lavoro fatto che sarebbe rimasto inutilizzato. Gli anni passati insieme ci permettono di conoscere le nostre emozioni senza esprimerle e gli occhi umidi (compresi i miei) comunicano il nostro stato d'animo. È stato un periodo pieno di stimoli culturali, di prove, di letture e di conversazioni che hanno dato alla "parola" tutto il suo valore scenico e contenuto umano: credo che abbia arricchito il percorso di ognuno di noi.
Voglio ringraziare le persone detenute che non ho potuto vedere prima della loro partenza, come ho potuto fare, invece, con quelle che la legge mi ha permesso di contattare. Le voglio ringraziare per quanto mi hanno insegnato su un tipo di umanità che non conoscevo e credevo lontano anni luce e che mi ha reso più consapevole dell'umanità in genere. Spero che la mia collaborazione ai vostri spettacoli, oltre a quello che avete egregiamente dimostrato sul palco, abbia contribuito a facilitare il vostro percorso di riabilitazione.
Non ve l'ho mai detto esplicitamente, forse avrei aspettato ancora un po' a causa della riservatezza del mio carattere: "bravi!". Continuate ovunque voi siate il lavoro iniziato con Pia e proseguito con me: non sarà inutile per nessuno di voi e per il vostro reinserimento. Colgo l'occasione per augurare un sereno Natale a tutti, una pacificazione principalmente con voi stessi e poi anche con il mondo.
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2020
Se viene patteggiato un reato tributario e la pena irrogata non supera i due anni di reclusione non si possono applicare le pene accessorie previste per i delitti tributari. A fornire questo interessante principio è la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza 1439/2020. La pronuncia trae origine dalla condanna a dodici mesi di reclusione di un amministratore di una Srl, su sua richiesta, in base all'articolo 444 del codice di procedura penale, in relazione al reato di omessa presentazione della dichiarazione per due periodi di imposta.
Contro tale sentenza ha proposto ricorso per Cassazione il procuratore generale presso la Corte d'appello lamentando l'omessa applicazione delle pene accessorie previste dall'articolo 12 del Dlgs 74/2000 nonché l'omessa disposizione della confisca dei beni costituenti il profitto o il prezzo del reato, come previsto dall'articolo 12 bis del medesimo Dlgs 74/2000.
In base all'articolo 12, la condanna per taluno dei delitti tributari previsti dal Dlgs 74/2000 importa:
l'interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per un periodo non inferiore a sei mesi e non superiore a tre anni;
l'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione per non meno di uno e non più di tre anni;
l'interdizione dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria per non meno di uno e non più di cinque anni;
l'interdizione perpetua da componente di commissione tributaria;
la pubblicazione della sentenza a norma dell'articolo 36 del codice penale.
La Cassazione ha accolto il ricorso della Procura limitatamente alla mancata previsione della confisca del profitto del reato. I giudici infatti rilevano che sussistevano tutti i presupposti per la disposizione della confisca obbligatoria a seguito dell'applicazione della pena per uno dei reati contemplati dal Dlgs 74/2000, nella specie indebitamente omessa dal tribunale nel recepire il concordato di pena.
Per effetto di tale omissione si è determinata una statuizione illegale in punto di applicazione di una misura di sicurezza obbligatoria, trattandosi di una statuizione difforme dal modello legale previsto come obbligatorio in una tale situazione che quindi, come richiesto dal pubblico ministero, deve essere rimossa.
Relativamente invece ai rilievi relativi all'omessa applicazione delle pene accessorie, la sentenza li ha ritenuti manifestamente infondati. Secondo i giudici, la pena applicata in concreto per il reato di omessa presentazione della dichiarazione (articolo 5 del Dlgs 74/2000) è inferiore a due anni di reclusione e quindi a essa non poteva conseguire, in base all'articolo 445, comma 1, del codice di procedura penale, l'applicazione di pene accessorie. Tale disposizione prevede infatti che l'applicazione su richiesta di pena detentiva inferiore ai due anni non comporta la condanna alle pene accessorie. Nella specie essa deve trovare applicazione, trattandosi di disposizione speciale che prevale su quelle generali, dunque anche su quella di cui all'articolo 12 del Dlgs 74/2000 che appunto disciplina le pene accessorie nei casi di condanna per reati tributari.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 20 gennaio 2020 n. 1997. Il ministero dell'Ambiente, cioè lo Stato, è l'unico legittimato a domandare il risarcimento per il danno ambientale in sé considerato. Infatti, i privati o le associazioni di cittadini hanno titolo a domandare un ristoro all'autore della condotta che danneggia l'ambiente solo se dimostrano di aver sofferto in proprio un danno patrimoniale o anche non patrimoniale quale conseguenza diretta dell'evento illecito.
Secondo la sentenza di legittimità n. 1997, depositata ieri dalla terza sezione penale della Corte di cassazione, va appunto affermato che per il danno ambientale, inteso l'ambiente come valore collettivo e quindi pubblico, viene superata la logica alla base della responsabilità civile, cioè la funzione compensativa del risarcimento, e titolare attivo dell'azione civile è solo lo Stato.
La Cassazione boccia perciò la sentenza di merito di appello che aveva riconosciuto il risarcimento dei danni a dei privati sulla base dell'affermazione che era stato violato il loro "diritto al godimento di una natura libera e incontaminata oltre che alla visuale del paesaggio violato". Ma tale diritto è appunto di rilevanza generale tale da vedere titolare del diritto al risarcimento - in base al principio "chi inquina paga" - soltanto lo Stato.
Il danno ambientale - Come spiega la Cassazione il danno ambientale ha risvolti pubblici e privati che vanno appunto tenuti distinti per evitare di duplicare le conseguenze di un illecito in tale ambito. Esiste perciò prima di tutto un danno ambientale di natura pubblica che non impedisce però la richiesta di risarcimento da parte di privati o di Regioni e Comuni, se provano l'esistenza di ulteriori danni che verranno riconosciuti in base alle regole della responsabilità civile ex articolo 2043 del Codice civile. Quella che obbliga a risarcire lo Stato per l'ambiente danneggiato, realizzando un'eccezione alla funzione compensativa del risarcimento, è responsabilità di natura extracontrattuale derivante dalla violazione di una norma di legge.
Il deposito incontrollato di rifiuti - Nel caso in esame il ricorrente era stato accusato di aver depositato su un proprio terreno del materiale inerte realizzando di fatto una discarica a cielo aperto in assenza di autorizzazione di legge. Veniva quindi condannato, nonostante la prescrizione dei reati, a risarcire il danno di chi aveva lamentato il nocumento, che andava dal peggioramento del paesaggio al mancato godimento di specie di uccelli prima presenti nella zona, fino alla percezione di un puzzo proveniente dall'area di proprietà del ricorrente.
Il punto è che il risarcimento di tali danni, patrimoniali e non, veniva riconosciuto senza una doverosa prova processuale del nesso eziologico tra i comportamenti dell'imputato e le conseguenze dannose lamentate. Sarà ora il giudice del rinvio a verificare specificamente i danni subiti direttamente dal singolo nella propria sfera privata e la causalità della condotta penalmente rilevante.
L'eventuale disagio per la natura "rovinata" può essere percepito da chiunque, anche lontano da quei luoghi. Per cui l'ampiezza ipotetica della platea di danneggiati fa sì che il risarcimento vada in capo al soggetto pubblico che tutela gli interessi della collettività. In tali situazioni, quindi, il privato può ottenere un risarcimento per sé solo se dimostra di aver subito - se non un danno patrimoniale - anche un danno morale legato allo stato dei luoghi, magari anche per un breve lasso di tempo.
di Giulio Benedetti
Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione VII - Ordinanza 20 dicembre 2020 n. 1185. Per provare l'appropriazione indebita dell'amministratore condominiale non è necessario accertare dove sono stati nascosti i beni sottratti. L'amministratore condominiale è il mandatario del condominio e al termine del suo incarico deve rendere il conto e restituire tutto ciò che ha ricevuto a causa del mandato. Vale a dire che il denaro ed i documenti sono di proprietà del condominio e l'amministratore non può trattenerli, magari vantando crediti verso il condominio.
Il reato di appropriazione indebita (articolo 646 del Codice penale) si avvera quando l'amministratore, oltre a omettere la restituzione compie atti su tali beni da cui emerge la sua volontà di considerarli come propri. In pratica esercita un'indebita signoria sugli stessi e ignora la richiesta di restituzione operata dai condòmini.
La giurisprudenza ha precisato che l'amministratore ha la detenzione non per conto proprio delle somme sulle quali opera effettuando prelievi e pagamenti in favore del condominio. Pertanto la sua attività è un ufficio di diritto privato assimilabile al mandato con rappresentanza con la conseguente applicabilità nei rapporti tra l 'amministratore e i condomini delle norme sul mandato.
L'obbligo di restituzione sorge quindi a seguito della conclusione dell'attività gestoria. Il fatto che alla scadenza del mandato l'amministratore sia tenuto alla restituzione di ciò che ha in cassa si deduce anche dalla considerazione che egli potrebbe avere avuto anche l'incarico di recuperare somme dovute da condòmini morosi e riguardanti anche la precedente gestione. Il reato è procedibile a seguito della presentazione della querela entro novanta giorni dal momento del passaggio delle consegne al nuovo amministratore e la Cassazione (sentenza 34196/2018) sostiene il reato si consuma all'atto della cessazione dalla carica di amministratore.
Ora la Corte di Cassazione (sentenza 1185/2020) afferma che l'accusa non deve provare dove siano stati allocati i fondi sottratti dall'amministratore condominiale. Nel ricorso, dichiarato inammissibile, l'amministratore ricorrente sosteneva l'ingiustizia della condanna perché i giudici di merito non avevano dimostrato dove erano stati collocati i fondi sottratti. La Cassazione respinge tale assunto in quanto sostiene che la sentenza di condanna è stata adeguatamente motivata poiché dimostrava l'indebita appropriazione delle somme conferite dai condòmini e non utilizzate a favore del condominio. La Corte di appello, tra l'altro, si basava anche sulla deposizione del nuovo amministratore che trovava riscontro nei documenti dal medesimo prodotti nel corso del dibattimento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 gennaio 2020
Rosa Zagari rischia la paralisi, dopo una caduta che le ha provocato fratture. Se nel cittadino medio, soprattutto per reati mafiosi, prevale comprensibilmente l'istinto della giustizia retributiva, senza alcuna considerazione per l'articolo 27 della Costituzione Repubblicana che vieta l'esecuzione di pene contrarie al senso di umanità, ciò non dovrebbe valere per chi amministra la giustizia.
Eppure non si rimedia al dramma che coinvolge Rosa Zagari, ancora a rischio paralisi, condannata in primo grado a otto anni al processo denominato "Terramara Closed", compagna dell'ex latitante Ernesto Fazzalari di Taurianova - catturato nel 2016 - a considerato il ricercato più pericoloso dopo l'imprendibile Matteo Messina Denaro. Nei mesi scorsi, l'associazione Yairaiha Onlus ha più volte sollecitato interventi adeguati in merito alle condizioni di salute di Rosa Zagari, denunciando l'approssimatività delle cure che la stessa stava e starebbe tuttora ricevendo. La scorsa estate, grazie al sollecito dell'associazione e all'articolo pubblicato da Il Dubbio, Rosa Zagari è stata trasferita al centro clinico del carcere di Messina perché nel penitenziario precedente non veniva curata.
Cosa le era accaduto? Un anno fa, quando era al carcere di Reggio Calabria, è caduta nella doccia. Subito è stata trasportata all'ospedale, nel reparto di neurologia, e dalla tac è emersa una "duplice rima di frattura lineare in corrispondenza del processo trasverso di destra di L3 e rima di frattura a livello del processo trasverso di L2". Il primario ha quindi consigliato delle cure adeguate per evitarle peggioramenti.
Ma i familiari e il suo avvocato, Antonino Napoli, fanno sapere all'associazione Yairaiha che la situazione, a oggi, non è cambiata. Inoltre, lo scorso 16 gennaio, dopo un colloquio con la sorella, rientrando in sezione, ha perso l'equilibrio accasciandosi a terra.
Gli agenti in servizio hanno sollecitato l'intervento del medico e quest'ultimo avrebbe invitata la signora Zagari a "smetterla di fingere" disponendo che la stessa venisse messa in un ripostiglio per riposarsi. Solo l'intervento degli agenti e delle altre detenute ha impedito che ciò avvenisse facendosi letteralmente carico di riaccompagnarla in sezione prendendo la signora Zagari in braccio. Nel frattempo però si è aggiunta una vicenda dolorosissima.
Proprio sulle pagine de Il Dubbio è stata pubblicata l'accorata lettera della madre nella quale annunciava che si sarebbe lasciata morire: detto fatto, l'associazione Yairaiha fa sapere che la signora è venuta a mancare lo scorso 4 gennaio, dopo due mesi in coma, e la salma non è ancora stata tumulata in attesa che i figli detenuti vengano autorizzati all'estremo saluto.
A fine dicembre Rosa Zagari è stata visitata da un neurologo di fiducia, il dottor Burzomati, il quale ha richiesto alcuni esami strumentali specifici, ed una visita fisiatrica presso una struttura anche non carceraria per stabilire le effettive condizioni fisiche e motorie attuali, eventuali altre lesioni ed eventuali danni irreversibili. A oggi, nonostante il sollecito dell'avvocato Napoli del 3 gennaio sulle richieste mediche, tutto tace. "È questa la giustizia? È questo il rispetto della Costituzione?", chiede a gran voce l'associazione Yairaiha alle autorità competenti, compreso il ministero della Giustizia.
cagliaripad.it, 21 gennaio 2020
"È iniziato all'insegna dei vecchi problemi il nuovo anno nelle carceri della Sardegna. La conferma arriva dai dati del Ministero della Giustizia che presentano un quadro significativo sulla presenza oltre il limite regolamentare in tre istituti. La situazione più pesante a Oristano-Massama dove, a fronte di 265 posti, sono ristrette 280 persone (+105,6%). Quasi tutti ergastolani in regime di AS3 con circa 150 Agenti di Polizia Penitenziaria". Lo sostiene Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme".
"A Badu e Carros - sottolinea - sono indicati 381 posti e 282 detenuti. In realtà una sezione di circa 90 posti è chiusa per lavori ne consegue che i ristretti hanno a disposizione circa 290 posti. Anche Nuoro, che ospita peraltro alcuni esponenti legati al terrorismo islamico, è quindi ormai prossimo alla saturazione come Lanusei (28 presenza per 33 posti) e Alghero (156 su 156). Va meglio a Tempio con 153 presenze per 168 posti".
"Sono oltre il limite regolamentare, benché in misura minore, anche Cagliari-Uta (565 presenze per 561 posti, con una sezione di circa 30 detenuti in regime AS) e Sassari-Bancali (460 su 454 con una novantina al 41bis). Frattanto - aggiunge Caligaris - sono ripresi i lavori, la cui conclusione è prevista per il 26 agosto prossimo, nel Padiglione destinato al regime di massima sicurezza a Cagliari-Uta. È quindi previsto, entro l'anno, l'arrivo di una novantina di personaggi di spicco della criminalità organizzata. Ciò comporterà il trasferimento degli attuali nelle strutture di Tempio, Massama e Nuoro".
"Dobbiamo segnalare ancora una volta, purtroppo, che le Colonie Penali con 692 posti sono occupate solo per poco più della metà - denuncia - Ci sono infatti complessivamente 364 detenuti prevalentemente stranieri. Nella Casa di Reclusione di Arbus su 100 ristretti 82 sono stranieri; a Mamone sono 139 su 175 mentre a Isili sono 44 su 89. Insomma il più volte annunciato rilancio delle Colonie ancora non si è verificato.
Sono infatti un ricordo gli anni in cui le produzioni agricole e lattiero-casearie erano un vero fiore all'occhiello dell'amministrazione penitenziaria". "Con il nuovo anno non è cambiato neppure il numero dei Direttori - conclude - La Sardegna si distingue per la gravissima carenza (4 su 10 istituti) a cui si aggiunge quella degli Agenti, degli amministrativi e dei funzionari giuridico-pedagogici".
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 21 gennaio 2020
Il lavoro di cura non pagato è il motore del capitalismo. Alla vigilia di Davos, Oxfam pubblica il rapporto "Time to care". Le vite dei super-ricchi oggi dipendono dallo sfruttamento delle donne ridotte all'invisibilità. La ricchezza di 2.153 miliardari è oggi pari a quella del 60% di tutta la popolazione.
Quando guarderemo indietro al 2020 ricorderemo il mondo organizzato come una piramide. Alla base c'erano 3,8 miliardi di persone poverissime, il cui reddito non superava l'1% della ricchezza planetaria. Il vertice era stato occupato da un commando di 2.153 super-miliardari che detenevano la stessa ricchezza detenuta da 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale. Era il tempo in cui il 46% di persone viveva con meno di 5,50 dollari al giorno, mentre chi continuava a lavorare nei paesi del capitalismo occidentale diventava sempre più povero. C'è un'immagine della miniera inferno scattata da Sebastião Salgado a Serra Pelada in Amazzonia che può dare un'idea più precisa. Migliaia di minatori lottano contro il fango per risalire il cratere della miseria in cui sono sprofondate. Una moltitudine di miserabili che cercano di risalire dal fango arrampicando scale di fortuna, mentre la vetta si allontana sempre di più. Ricordiamo questa immagine: è il capitalismo del XXI secolo.
È questo il mondo rappresentato in "Time to care - Aver cura di noi", il nuovo rapporto sulle diseguaglianze sociali ed economiche pubblicato ieri da Oxfam alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos. È il mondo che sfrutta i molti e mette ricchezze eccessive nelle tasche di pochi ricchi. È il mondo dove il potere economico è detenuto dagli uomini, la cui ricchezza cresce indipendentemente dal fatto che il valore che aggiungono alla società corrisponde alla ricchezza che accumulano.
Questo capitalismo è "sessista e sfruttatore" si legge nel rapporto. Il dominio di classe e quello patriarcale sono fondati sullo sfruttamento del lavoro di cura non retribuito delle donne alle quali il rapporto Oxfam dedica un significativo approfondimento. Questo lavoro consiste nel prendersi cura dei bambini, dei malati e degli anziani, svolgere la maggior parte del lavoro domestico, lavorare precariamente ed essere tra l'altro soggette alla violenza sociale e a quella in famiglia. Le donne lavorano ogni giorno 12,5 miliardi e mezzo di ore senza retribuzione o riconoscimento, e dedicano innumerevoli ore in più a un lavoro di assistenza professionale sottopagato. Oxfam ha provato anche a ipotizzare un valore possibile di queste ore: almeno 10,8 trilioni di dollari all'anno, tre volte le dimensioni dell'industria tecnologica mondiale. Sono approssimazioni, utili per dare l'idea dell'eccesso e della sproporzione del potere attuale. La situazione può essere descritta in termini marxiani, oggi diffusi anche nelle analisi del lavoro di cura: il lavoro di cura è essenziale alla creazione del valore, ma la forza lavoro che lo produce è invisibile. Inoltre le vite e gli stili di vita dei super-ricchi dipendono dalla sua attività. "Questo lavoro non permette di liberare tempo, energie e risorse per poter accedere ad un lavoro retribuito, incide sul tasso di frequenza scolastica delle donne e delle giovani ragazze", sostiene Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam. Il rapporto si concentra sul continente africano, soprattutto l'Africa subsahariana, ma è chiaro che si sta parlando di un rapporto di potere costitutivo del capitalismo oggi.
Il rapporto formula una critica del "predominio dell'economia neoliberale" fondata sulla deregolamentazione e sulla riduzione della spesa pubblica, mentre assiste complice e impotente alla creazione di monopoli sempre più grandi nei settori del cibo, della farmaceutica, dei media, finanza e tecnologia. La scelta di campo è netta: "Questi monopoli, e i ricchi azionisti che li sostengono, sono responsabili dell'accelerazione della disuguaglianza economica - si legge - Permettono a queste società, e agli azionisti, di estrarre profitti dal mercato e di condividerli tra loro. Questo alimenta direttamente l'accumulo di ricchezza per pochi, a spese dei cittadini comuni, rendendo ancora più difficile la riduzione della povertà". Circa un terzo della ricchezza miliardaria proviene dall'eredità. Alcuni individui come il presidente Usa Trump ereditano miliardi di dollari.
La ricchezza ereditaria ha creato una nuova aristocrazia che rafforza un potere tramandato da generazioni. I super-ricchi usano il patrimonio anche per pagare meno tasse, impiegando eserciti di consulenti specializzati nell'elusione e nell'evasione fiscale.
"Un miliardario è un fallimento politico". Costruire una società più giusta, libera dalla povertà estrema, richiede la fine della ricchezza estrema, precisa Oxfam. Dal punto di vista di una critica dell'economia politica, il fallimento per una società coincide con il successo del Capitale. Restiamo nell'esigente attesa del tempo in cui "la parte di redentrice delle generazioni future", di cui parlava Walter Benjamin nelle sue tesi sulla filosofia della storia, sarà di nuovo interpretata dagli sfruttati e dagli oppressi. E sarà più facile immaginare la fine del capitalismo, e non quella del pianeta.
di Stefano Lorenzetto
L'Arena, 21 gennaio 2020
Giuseppe Ongaro sta per aprire nella casa circondariale di Verona persino una cantina. Segregato nel castello d'If, sullo scoglio di fronte a Marsiglia, l'abate Faria riuscì a fabbricarsi scalpello, coltello e leva per scavare i 50 piedi di galleria che, anziché verso la libertà, lo condussero per sbaglio nella cella 34 dov'era rinchiuso Edmond Dantès, e così nacque Il Conte di Montecristo.
Ma quello che Giuseppe Ongaro è riuscito a fare dentro il carcere di Verona avrebbe superato di gran lunga la fervida immaginazione di Alexandre Dumas: rastrelliere per biciclette, scale metalliche, parapetti, inferriate, cancelli, gazebo, box per cavalli, parti meccaniche, schede elettriche, filtri per i forni delle autocarrozzerie, magliette serigrafate, gadget pubblicitari, articoli promozionali per aziende ed eventi, mattonelle a mosaico con tesserine in pietra o in vetro, bat box (le casette-rifugio per i pipistrelli che danno la caccia alle zanzare). E ora si accinge addirittura a imbottigliare ed etichettare vino.
Ongaro, 63 anni, nato nel rione di San Zeno, sposato due volte, due figli dal primo matrimonio, non è un detenuto, bensì un ex tagliatore di teste che ha passato buona parte della sua vita a licenziare e che dal 2005 ha deciso di assumere. Non dipendenti qualsiasi, però: solo carcerati. Lo fa con Lavoro & futuro srl, sede al numero 30 di lungadige Galtarossa, fondata insieme a Edgardo Somma, da cui sono nate Labor in jail srl e Segni onlus, cooperativa per il lavoro esterno, realtà nelle quali ai primi soci dipendenti oggi sono subentrati i figli, perché il futuro delle famiglie è ciò che più sta a cuore a Ongaro.
Per capire la professione che svolgeva nella sua vita precedente, tocca per forza riferirsi alla figura di Ryan Bingham, il professionista interpretato da George Clooney nel film "Tra le nuvole", che vola da un capo all'altro degli Stati Uniti per mandare a casa il personale di aziende travolte dalla crisi. Anche Ongaro per 15 anni ha disboscato piante organiche e per farlo usava il machete. "Il ricordo peggiore riguarda un'industria elettronica del Friuli: 480 licenziati in un colpo solo. Perciò non mi descriva come un santo, non lo sono mai stato". In realtà, a riprova di come spesso gli uomini siano migliori di quanto appaiono a prima vista, subito dopo collaborò con i sindacati per 18 mesi al fine di ricollocare negli altri stabilimenti della regione il personale in esubero.
Non era nato come tagliatore di teste, Ongaro. Fin dall'adolescenza ha dovuto provare sulla propria pelle quanto sia difficile procurarsi un lavoro. Suo padre Luciano, grande invalido di guerra reduce dai lager nazisti, morì a soli 56 anni. "A 12 io già ero nei campi a tirar giù mele, pere e uva", racconta. "A 16 scaricavo all'alba i sacchi di farina nei panifici e poi correvo al liceo scientifico". Dopo essersi diplomato all'Isef e laureato in Statistica all'Università di Padova, è stato responsabile vendite della Digitronica. "Chiuso con l'informatica, sono diventato consulente".
Come mai ha deciso di assumere proprio i carcerati?
Una volta rinchiusi, a loro nessuno pensa più, la galera diventa una pattumiera. Dal punto di vista egoistico la scommessa era molto interessante.
È stato difficile entrare?
Quattordici mesi di scartoffie. Siamo controllati da tre ministeri e quattro sindacati.
Quanti dipendenti ha nella casa circondariale di Montorio?
In 15 anni ne abbiamo assunti 984. Due mesi fa erano 114. Ora sono scesi a 94 a seguito delle nuove norme. Prima potevamo far lavorare anche i detenuti in attesa di giudizio, oggi solo i condannati in via definitiva. Inoltre uscire di prigione è diventato più facile.
Avevo questo sospetto, considerata l'escalation di furti.
Prima le celle di Montorio erano sovraffollate. Oggi no: 540 reclusi contro i 950 di 10 anni fa. Nel Veneto quelli che stanno dentro sono circa 2.400, mentre 3.600 scontano pene alternative all'esterno, in affidamento o ai domiciliari.
In che cosa vi siete specializzati?
Siamo i secondi produttori al mondo di interruttori elettrici e i secondi in Europa di profumatori per la casa, deodoranti per auto, antitarme. Sono nostre le rastrelliere portabiciclette che vede in molti centri storici, da Verona a Catania, nate da un'idea di Tommaso Lentini, progettista di Colognola ai Colli che le ha brevettate. Il municipio di Bologna ce ne ha appena ordinate 300. Ho trasformato la galera in un'azienda. Il nostro gioiello è l'officina meccanica, che occupa 4.000 metri quadrati e ha comportato una spesa di 1,6 milioni di euro, interamente a nostro carico. La dirige Alberto Boggian, figlio di un carpentiere che ne possedeva una, storica, in Basso Acquar. È persino autorizzato a restaurare opere d'arte ferrose. Considerate tutte le tipologie di prodotti, ogni anno escono dal carcere 54 milioni di pezzi. Abbiamo costruito attorno al colonnato una cella frigorifera che ci consente di confezionare, per conto di un'azienda francese con sede a Vallese, cipolle, scalogno, patate e aglio destinati ai supermercati. A breve avvieremo la produzione biologica e la riparazione delle idropulitrici. Ma il progetto di cui andiamo più orgogliosi è Vinoincella.
Ricorda il Valpolicella.
È partito nel 2018 in collaborazione con l'azienda agricola La Pedrotta di Montorio. Mariagrazia Bregoli, la direttrice della casa circondariale, con molto coraggio ha autorizzato 12 detenuti a lavorare all'esterno, fidando nel fatto che la sera sarebbero rientrati in cella. Quest'anno sono andati a vendemmiare un terreno di 24 ettari. Dal 2021 avremo una cantina dentro il carcere e potremo imbottigliare il vino ed etichettarlo.
Come ha fatto a trasformare i reclusi in agricoltori?
Grazie alla sensibilità della Coldiretti, della Cantina sociale della Valpantena e a un vigneto didattico di 4.000 metri quadrati, creato all'interno della prigione in collaborazione con la sezione biotecnologie di San Floriano dell'Università di Verona. Stiamo trattando con la Compagnia delle opere, legata a Comunione e liberazione, per far sì che gli hotel regalino una bottiglia di Vinoincella a tutti i loro clienti.
I prodotti che escono dal carcere non scontano un pregiudizio di fondo, ideologico o igienico?
Ideologico non so. Igienico no, perché siamo in regola con le normative Iso e Haccp. Sono le stesse aziende a farci le certificazioni in quanto terzisti.
Come la chiamano i detenuti?
Giuseppe. Beppì i meridionali. Boss i cinesi. Capo gli africani e i rumeni.
È amico di alcuni di loro?
No, perché sarebbe un modo per far torto a qualcuno e gratificare qualcun altro.
Impiega anche ergastolani?
Tre o quattro, condannati per omicidio.
Ma si fida a lasciargli in mano utensili pericolosi?
Teniamo gli elenchi degli attrezzi. Alla sera li restituiscono e finiscono sotto chiave. Parliamoci chiaro: il personale del carcere dovrebbe vederci più come una spina nel fianco che come una risorsa, soprattutto per la sicurezza. E invece mi stupisce il fantastico rapporto umano creatosi fra guardie e reclusi. Merito della direttrice Bregoli, della comandante della polizia penitenziaria, Lara Boco, della sua vice, Gabriella Caputo, e di tutti gli agenti.
Non temete una rivolta?
No. Gli psichiatri hanno notato che chi lavora, soprattutto all'aperto, cambia in meglio.
Come vengono scelti i reclusi da assumere?
Decide una commissione formata dalla direttrice, dagli educatori, dalla polizia penitenziaria e da me.
Quanto guadagnano?
Dai 300 agli 800 euro netti al mese per 6 ore di lavoro. Però in base alla legge Smuraglia hanno diritto ai contributi previdenziali pieni, per cui ci sono lavoratori con molti figli a carico che magari percepiscono solo 400 euro ma altri 1.200 di assegni familiari.
Dove glieli versa?
Bonifichiamo l'importo complessivo delle retribuzioni alla direzione del carcere, che provvede a suddividerli sui libretti personali di ognuno.
E possono spenderli?
Certo, per l'acquisto di prodotti personali allo spaccio. Molti li fanno spedire a casa, e questo è un aspetto meraviglioso, perché vedo legami coniugali che riprendono, rifioriscono, si rinsaldano. Quando esci, se non trovi una famiglia ad aspettarti, è dura.
La trovano?
Al loro paese, ma non a Montorio. La liberazione è il momento peggiore. Un pomeriggio, all'improvviso, gli agenti di custodia ti dicono: "Te ne vai". Fuori dal carcere non c'è nessuno ad attenderti. D'inverno alle 17 fa già buio. Ti ritrovi da solo al freddo, sotto la pioggia, nella nebbia e non sai dove andare. Con l'associazione Recupero dignità umana, mi sono sentito in dovere di consegnare un kit a questa gente: pochi euro per mangiare, una scheda per telefonare dall'ultima cabina sopravvissuta vicino alla casa circondariale, gli indirizzi degli ostelli dove passare la notte, i biglietti per l'autobus. Ma può capitare di peggio.
Cioè?
In galera funziona, invisibile, la banca della delinquenza. Chi non ha i soldi per comprarsi la schiuma da barba o altri generi di prima necessità deve chiederli in prestito, e così nel corso degli anni accumula debiti mostruosi. All'uscita trova un esattore che gli dice: "Paga". E come può riuscirci un ex galeotto privo di soldi? Gli tocca ricominciare con l'unico mestiere che conosce: il malvivente. Dando lavoro in carcere, io rovino gli affari della malavita. Sa quante volte mi sono trovato l'auto con la carrozzeria rigata o le gomme bucate al momento di rincasare la sera?
I suoi lavoratori hanno diritto alle ferie?
Devo dargli il corrispettivo in busta paga, ovviamente. Se hanno bisogno di un giorno di riposo, non hanno che da dirmelo. Se rifiutano di presentarsi al lavoro, perdono il posto.
Ne ha mai licenziati?
Una ventina in 15 anni, o perché erano svogliati o perché rubacchiavano durante la produzione. Una saponetta o uno shampoo hanno su di loro lo stesso effetto delle caramelle sui bambini.
Quando sente dire: "Bisognerebbe rinchiuderli e buttare via la chiave", come reagisce?
In alcuni casi sono d'accordo. Un po' di semente, una vanga e lasciarli su un'isola deserta. Non sono per la redenzione a tutti i costi.
Quante ore passa dietro le sbarre?
Nove. Devo aver commesso qualcosa di grave.
Anche il sabato e la domenica?
Il sabato se c'è bisogno: nel 2019 è accaduto otto volte. La domenica se è in programma qualche manifestazione.
Ricorda il suo primo contatto con la prigione?
Avevo 16 anni. Nel mio quartiere gli ex galeotti non mancavano. Uno di loro mi disse che un suo compagno di cella era un fenomeno a pitturare con l'aerografo. Così un pomeriggio d'estate mi presentai al cancello del Campone, la tetra caserma fatta costruire nel 1847 dal feldmaresciallo Radetzky e poi adibita a casa di pena. Mostrai al piantone la mia bicicletta e gli chiesi se fosse possibile farla dipingere di azzurro metallizzato dal recluso. Anziché mandarmi al diavolo, andò a chiamare l'ispettore, che fu comprensivo: "Lasciala qui". Tornai a riprendermela dopo 20 giorni. Stupenda, di un colore mai visto prima. Pagai 1.500 lire.
Se un giorno dovesse finire in galera con un ordine di arresto, per lei cambierebbe poco.
(Risata). Un grande vantaggio per i miei soci: sarei già pronto per il lavoro alle 7 di mattina.
Perché non va in pensione?
Non ho l'età, come Gigliola Cinquetti. Per fortuna. I nostri genitori li hanno tirati su bene, quelli della mia generazione. Non smetteremo mai. Sarebbe un dramma.
Chi è il suo dipendente migliore?
Laurentin, un rumeno. Un asso nelle saldature.
Perché è dentro?
Non lo so, non gliel'ho mai chiesto. A me i delitti non interessano. Bado solo alle persone.
Quando uscirà?
Fra due o tre anni. Sto cercando di trovargli un posto all'esterno. Come lei avrà capito, il mio unico scopo, in carcere, è di restare presto senza lavoro.
Gazzetta del Mezzogiorno, 21 gennaio 2020
Quattro appuntamenti all'interno della Casa Circondariale del capoluogo pugliese. L'Università si "sposta" all'interno del carcere di Bari. Prende il via oggi il primo ciclo di seminari penitenziari, destinati a studenti del dipartimento For.Psi.Com e ai detenuti. Una sperimentazione che vede studenti e detenuti insieme, per confrontarsi, discutere, studiare, consultare testi.
L'iniziativa, che si inquadra in un programma di ampia collaborazione tra Università di Bari e Istituzioni Penitenziarie, ed a cui sono sollecitati a partecipare anche altri docenti ed altre strutture penitenziarie oltre quella della città di Bari, vede inizialmente la partecipazione di circa 70 studenti, che avranno la concreta possibilità di conoscere da dentro una realtà complessa come quella di un istituto penitenziario: un modo per sfrondare le proprie idee da pregiudizi e luoghi comuni, stando fianco a fianco con persone che hanno avuto un'esperienza di vita completamente diversa.
I docenti dovranno mantenere un sottile equilibrio tra un corso che sia soddisfacente dal punto di vista universitario, ma anche di stimolo per chi vive dentro al carcere.
L'obiettivo finale, oltre l'iter usuale della lezione universitaria con tutti i crismi, è portare qualcosa di prezioso dentro alle mura del carcere, riflettendo, insieme, studenti, docenti e detenuti, su aspetti e questioni aperte ed importanti:
Lo studio, la cultura, la ricerca danno un senso della pena? Lo studio in carcere deve essere uno spazio, per quanto limitato, di libertà e offre strumenti che cambiano la percezione che la persona ha di sé e del mondo. Si tratta, e non solo per i detenuti, di riflettere e riscattarsi da un passato per diventare persone migliori e sapere che ciò è possibile. Un progetto per prendere coscienza di come sia facile far prevalere la parte più buia di sé, ma allo stesso tempo prendere coscienza sulle questioni della legalità, educando alla cittadinanza, alla responsabilità, alla legalità, alla tolleranza. La speranza è che così si riesca a raccontare e ascoltare con mitezza, anche per dire "il mai detto" e ascoltare "il mai sentito".
Il primo ciclo di seminari è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra la Direzione del Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia, Prof. Giuseppe Elia, il Provveditorato della Amministrazione Penitenziaria Regioni Puglia e Basilicata, dott. Giuseppe Martone e la Direzione della Casa Circondariale di Bari, dott.ssa Valeria Pirè.
Il programma è così articolato:
20 Gennaio 2020. Prof. Luigi Cazzato, dott.ssa Marilù Mastrogiovanni "Cultura, giornalismo e discriminazione: noi e gli altri".
21 Gennaio 2020. Prof.ssa Rosita Maglie "Letture, visioni e testimonianze dentro e fuori il Carcere"
27 Gennaio 2020. Prof. Armando Saponaro. " Elementi di Vittimologia e Giustizia Riparativa"
4 Febbraio 2020. Prof. Ignazio Grattagliano " La Vendetta, aspetti criminologici e psicologici-psichiatrico forensi".
- Mestre (Ve). Mamma si dà fuoco davanti al tribunale: è gravissima
- Pescara. L'emergenza del carcere sarà discussa in Parlamento
- Napoli. I 4mila "figli" della cooperativa Dedalus, che accoglie i minori soli
- Gorgona (Li). Protocollo d'intesa per la revisione dei percorsi di riabilitazione dei detenuti
- Montecatini (Pt). Liceo Salutati, al via un progetto sulla vita in carcere










