di Federico Rampini
La Repubblica, 2 marzo 2020
Si sta chiudendo la più lunga di tutte le guerre americane: l'Afghanistan è durato molto più del Vietnam e della Seconda guerra mondiale messi insieme. Donald Trump riuscirà probabilmente a mantenere quella promessa agli elettori americani che anche Barack Obama aveva lanciato, e poi disatteso.
È l'ennesimo paradosso di un presidente spesso incompreso: militarista e isolazionista al tempo stesso, nazionalista ma non guerrafondaio. La fine della guerra americana in Afghanistan contiene molte lezioni sul mondo che verrà anche dopo Trump. Un mondo dove l'America è in ritirata e si prepara ad accettare un ritorno alle "sfere d'influenza" di una volta, cioè a lasciare alcune parti del mondo sotto l'egemonia di altri imperialismi: Cina, Russia o Turchia.
È chiaro che il ritiro dei militari americani e della Nato non risolve i problemi dell'Afghanistan. Non sappiamo neppure se ci sarà, dopo l'accordo Usa-talebani, un accordo tra il governo di Kabul e i talebani. È possibile un ritorno di guerra civile o di violenze tribali. È purtroppo realistico immaginare che i talebani tornino a calpestare i diritti umani, a cominciare da quelli delle donne. Ma chi l'aveva detto che un intervento militare degli Stati Uniti poteva portare a una democrazia liberale, laica e pluralista?
Sappiamo le enormi ambiguità che hanno accompagnato le guerre americane nel mondo. Da una parte, nella versione della destra neoconservatrice, c'era un'agenda geostrategica e una logica imperiale - allargare l'egemonia. D'altra parte, nella versione progressista, si affidava alla guerra una missione umanitaria, l'esportazione di diritti e libertà.
Le due versioni della Pax Americana si sono alternate da Clinton a Bush a Obama. Sotto Clinton, con l'intervento Nato in Kosovo, anche la sinistra europea salì a bordo dell'operazione in nome di un "dovere d'ingerenza umanitaria". Anzi rimproverò all'America di non aver fatto altrettanto per prevenire altri genocidi. La fase unipolare, l'egemonia incontrastata degli Usa, dopo la fine dell'Unione sovietica durò vent'anni.
Con la destra dei neocon al potere sotto Bush, ci fu il tentativo di ridisegnare la mappa geostrategica del Medio Oriente. Ma due guerre in Iraq e Afghanistan, più il crac finanziario del 2008, hanno accelerato i tempi della rincorsa cinese. Anche il riarmo russo ha modificato la situazione. Con Trump è al potere una destra che torna alle origini.
L'isolazionismo fu un tratto genetico dei Padri fondatori: fuggiti dalle guerre di religione europee, volevano starsene alla larga dai conflitti altrui. La destra all'antica tentò di tenere gli Stati Uniti fuori dalla prima e dalla seconda guerra mondiale.
La parola d'ordine, sulle colonne della rivista Foreign Affairs, è retrenchment. Traduzione letterale: ritirarsi dietro le trincee. Arroccarsi. Ma soprattutto: dosare la forza militare solo laddove sia necessaria a difendere interessi vitali della nazione. La scuola realista dice: quali interessi americani sono mai in gioco in Afghanistan? Purché i talebani mantengano la promessa di non ospitare né proteggere altri gruppi terroristici come Al Qaeda o l'Isis, purché non parta più un altro attacco all'America come quello del 2001, non c'è motivo di sprecare risorse e rischiare vite in quel Paese. L'Afghanistan può andare in malora.
Quest'America trumpiana è cinica, egoista, ma almeno ha smesso di farsi illusioni. Lo stesso Obama aveva cominciato a nutrire dubbi sulla dottrina progressista del "dovere di guerra umanitaria". Si era fatto trascinare - da francesi e inglesi - nell'intervento militare per deporre Gheddafi; poi lo considerò un errore; è difficile sostenere che quella guerra abbia fatto avanzare la causa dei diritti umani, in Libia o altrove.
Trump non è un teorico, agisce d'istinto, non ha una dottrina delle relazioni internazionali. Deve anche vedersela con le resistenze che gli oppongono vari settori dell'establishment, a cominciare dal Pentagono. I generali americani non sono entusiasti di gestire una ritirata dagli affari mondiali. La scuola del pensiero realista però comincia a fare breccia nelle accademie militari, nei think tank, a destra come a sinistra. Nasce dalla constatazione che l'America non è onnipotente, e la sua forza deve usarla solo per sé stessa. Gli alleati, tutti quanti, ne traggano le conseguenze. Il futuro della Nato è tutt'altro che sicuro.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 2 marzo 2020
Per fortuna Asia Bibi ha trovato nella Francia, che peraltro è scossa da tensioni interne molto più clamorose delle nostre, un rifugio e una casa. Dovremmo essere grati al presidente Macron.
Finalmente una buona notizia per chi ha a cuore i diritti umani fondamentali calpestati e si vergogna un po' per l'indifferenza cinica dell'Italia, dell'Europa e del mondo nei confronti dei perseguitati abbandonati a sé stessi, ostaggi nelle mani dei loro aguzzini con cui non intendiamo rovinare le relazioni, e anche per paura delle rappresaglie.
Asia Bibi, giovane cristiana prima condannata a morte poi liberata dopo anni di prigione, accusata in Pakistan di "blasfemia" solo per non aver seguito i precetti islamici, minacciata da turbe di fanatici che hanno tentato di lapidarla dopo l'uscita del carcere, è stata infatti accolta solennemente dal presidente francese all'Eliseo e la Francia si è detta disposta a concederle asilo per proteggerla dalle minacce e da un potere politico arbitrario e oppressivo.
Emmanuel Macron ha dato una lezione ai campioni del realismo politico a buon mercato. E ha anche messo in evidenza, con il suo gesto, l'ipocrisia di chi, Italia compresa a destra come a sinistra in egual misura, proclama l'universalità dei diritti ma solo se non costa niente, solo se non fa correre qualche pericolo, solo se non fa arrabbiare i despoti potenti e ricattatori.
Macron ha dimostrato che con la buona volontà si può fare: si può contestare la politica di discriminazione e di persecuzione dei cristiani che nei Paesi dominati dal fondamentalismo islamista sono accusati di "blasfemia" solo se si premettono di nascondere un crocefisso o un rosario nel cassetto. Ha dimostrato che noi italiani siamo i primi a tirarci indietro quando si tratta di solidarizzare con i perseguitati, visto che nessuno si era detto disponibile a offrire asilo ad Asia Bibi mentre torme di energumeni la minacciavano di morte per le piazze pakistane.
Ha dimostrato che l'Europa politica non esiste, che non è credibile, che è impotente, che non merita nessuna fiducia e che sarà schiacciata da un divario così macroscopico tra i princìpi proclamati e le pratiche compromissorie di sempre. Non occorre molto: solo un po' di coerenza e un briciolo di coraggio. Per fortuna Asia Bibi ha trovato nella Francia, che peraltro è scossa da tensioni interne molto più clamorose delle nostre, un rifugio e una casa. Dovremmo essere grati al presidente Macron. E, insieme, dovremmo provare un po' di vergogna in più.
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 2 marzo 2020
"Siamo tutti concentrati sull'emergenza coronavirus, ma quella dei rifugiati siriani e afgani in Turchia e nelle isole greche di Chio e Lesbo è una questione ben più drammatica. Non possiamo più tacere" denuncia il direttore di Nigrizia, padre Filippo Ivardi Ganapini. "La pentola a pressione nel Medio Oriente sta scoppiando".
La Commissione Giustizia e Pace dei missionari comboniani ha lanciato un appello alla Ue: annulli "il criminale accordo" con il leader turco Erdogan e trovi "soluzioni umane" per i milioni di rifugiati stanziati in Turchia. Attui l'embargo della vendita alle armi, "anche l'Italia continua a venderle. È in corso un ricatto all'Europa. È proprio per questo è davvero incredibile che rimanga in piedi un simile patto con un regime.
Vogliono altri soldi, oltre ai sei miliardi di euro già ottenuti per tenersi i migranti. Erdogan sta facendo un gioco cinico, sapendo che l'Europa è in difficoltà per il coronavirus. Ma l'Unione europea deve fare il proprio dovere visto che si proclama patria dei diritti umani, e non solo essere presente quando ci sono diktat finanziari da imporre".
L'Europa vuole tenere queste persone lontane dai propri paesi, nel timore che il loro arrivo possa portare altra benzina al fuoco dei sovranismi. "Il problema andrebbe risolto alla fonte, in Siria. E il nostro appello vale anche per l'Onu: riprenda in mano la questione siriana. A quel punto non si porrebbe più il problema di dove andranno i rifugiati che premono alle frontiere greche".
Padre Ganapini, che tutti chiamano padre Filo, è reggiano. Ha scoperto la vocazione dopo la laurea in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano. Cita il Vangelo di Matteo: "Ero straniero e mi avete accolto". Dice che l'Europa deve riattivare l'operazione Sophia, che nel 2015 provò a fermare il traffico di migranti nel Mediterraneo.
"Nel campo di Moria a Lesbo, che può ospitare 3mila persone, ce sono già 20mila. I minori tentano il suicidio. È insostenibile". E la Chiesa? "Chiediamo ai vescovi italiani di alzare la voce a sostegno delle vittime di questi conflitti di cui anche noi siamo responsabili. E di denunciare con forza politiche disumane e anticristiane. Chiediamo alle comunità cristiane di prendere a cuore la sorte di questi fratelli e sorelle allo stremo. È inconcepibile che tanti fedeli simpatizzino per la Lega che chiude le porte ai migranti. Vuol dire sbarrare la porta a Gesù di Nazaret".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 2 marzo 2020
Migliaia di profughi dalla zona di Idlib. La Turchia li lascia passare. La Ue cerca la sponda di Putin per fermare l'offensiva dell'esercito di Assad nel nord del Paese. Via dall'inferno siriano, via dai campi profughi in Turchia. Sfidano il filo spinato e i lacrimogeni. Si battono a mani nude contro manganelli e scudi. A terra fagotti con povere cose, vestiti vecchi. Sono migliaia di uomini, donne, anziani, ragazzini, bambini che cercano di passare la frontiera dalla Turchia alla Grecia.
Accade nelle ultime ore nella zona turca di Edirne, sul confine orientale greco a est di Salonicco, in particolare al punto di passaggio presso Kastanies. Oltre 10.000 migranti brutalmente fermati sabato e altri 5.500 ieri dalla polizia greca, che impedisce il passaggio. Mentre loro scappano, si disperdono, cercano di farsi varchi nelle reti di confine in zone più nascoste di montagna e foresta. Altri 500 sono arrivati con gommoni di fortuna dalla costa turca alle isole greche di Lesbos, Chios e Samos. Le organizzazioni Onu parlano di 13.000 in marcia dal Bosforo verso ovest. Ci sono filmati di vero dramma, con civili greci che cercano di fermare le barche nell'acqua, bambini che piangono infreddoliti: la guerra tra poveri nella sua versione più crudele.
Civili - Scene che ricordano quelle terribili del grande esodo del 2015. Solo che adesso la situazione è anche più tesa. Il presidente turco Erdogan prometteva a muso duro l'altro ieri ai governi europei che entro pochi giorni i migranti in partenza saranno "oltre 30.000". Numeri da minaccia, un vero ricatto politico. I civili siriani, afghani, iracheni, africani, marocchini si trovano al cuore della sfida senza esclusione di colpi tra la Turchia, che si sente abbandonata dalla comunità internazionale, e l'Europa indignata, che accusa Erdogan di violare i patti.
La guerra - A complicare le cose c'è alle origini la guerra in Siria. Erdogan è schierato con le milizie sunnite siriane nella zona di Idlib, dove vivono tre milioni e mezzo di oppositori al regime di Assad. Tra loro jihadisti radicalizzati da 9 anni di guerra, repressione e morte. Un milione stanno cercando di scappare in Turchia. Ma qui vivono già 3 milioni e 700mila profughi. Erdogan non ne vuole altri. Così li lascia partire verso la Grecia. E ciò nonostante nel 2016 abbia promesso di tenerli in Turchia in cambio di 6 miliardi di euro pagati dall'Europa. "L'esodo dei migranti è collegato alla crisi di Idlib", ammettono i dirigenti turchi.
La riunione Ue - L'offensiva lanciata a dicembre dal regime di Damasco con il sostegno russo rende tutto più grave. I Turchi hanno perso una cinquantina di soldati nella zona di Idlib a febbraio, 33 tra giovedì e venerdì scorsi. Adesso dicono di avere reagito in modo duro e determinato. Ieri la guerra si è fatta più aspra. La contraerea turca ha abbattuto due caccia siriani, dopo che questi avevano distrutto un drone turco. Il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, racconta che le sue truppe avrebbero "neutralizzato" 2.200 militari di Bashar, oltre a 103 carri armati e 8 elicotteri. Intanto gli organismi europei offrono solidarietà alla Grecia. I ministri degli Esteri Ue terranno una riunione straordinaria nei prossimi giorni, in cui cercheranno tra l'altro di coinvolgere Putin per fermare Assad.
La Stampa, 2 marzo 2020
Le dichiarazioni del presidente Ghani all'indomani della storica firma dell'accordo tra talebani e Stati Uniti. La firma dell'accordo di pace tra Stati Uniti e taleban, avvenuto a Doha, è un fatto storico. Ma già c'è chi frena sull'intesa. Il presidente asghano Ashraf Ghani ha fatto sapere di essere contrario a uno dei punti cruciali dell'accordo, ovvero la liberazione di 5mila detenuti da parte di Kabul. "Non c'è nessun impegno in questo senso", ha affermato Ghani in una conferenza stampa a Kabul all'indomani dell'intesa. Per il presidente uno scambio di detenuti "potrebbe entrare nell'agenda per i colloqui inter-afghani, ma non può essere un pre-requisito per i negoziati".
L'accordo firmato dagli Stati Uniti prevede il ritiro entro 14 mesi di tutte le truppe straniere dall'Afghanistan a patto che i talebani rispettino una serie di impegni e avviino negoziati con Kabul per un accordo di pace complessivo.
"La riduzione della violenza continuerà con l'obiettivo di raggiungere un pieno cessate il fuoco", ha dichiarato Ghani, "il generale americano Scott Miller (comandante delle truppe straniere in Afghanistan, ndr) ha detto ai talebani di attenervisi e ci si attende che prosegua".
Gli accordi di Doha sono stati raggiunti dalle delegazioni di Stati Uniti e talebani, guidate dall'inviato della Casa Bianca Zalmay Khalilzad e dal mullah Baradar. Sono una prima intesa, a oltre 18 anni dall'intervento americano dopo gli attentati dell'11 settembre.
Tra i punti cruciali c'è proprio lo scambio di prigionieri: i talebani ne dovrebbero rilasciare un migliaio e il governo afghano dovrebbe rimettere in libertà 5mila talebani. Le parole di Ghani, già nel mirino in patria per le accuse di brogli nella sua rielezione annunciata la settimana scorsa dopo mesi di attesa, fanno capire quanto sia ancora lunga la strada verso la pace in Afghanistan.
di Domenico Quirico
La Stampa, 2 marzo 2020
Qui si muore di colera, dengue, listerosi, febbre di lassa, ebola. In Mozambico è tornata la peste. Anche il panico è diventato un lusso. E se la paura, questo immateriale potere, fosse in fondo un lusso, un lusso che solo noi, nel mondo della sicurezza, di favole pulite, terse, confidenti, amabili, possiamo permetterci? Insomma: nel contempo è maledizione e privilegio, che si insinua nelle pause in cui le nostre certezze, salute, Pil, frontiere aperte, per una improvvisa, insidiosa affezione respiratoria di massa, sembrano sfilarsi tra le dita.
Affondano in dubbi, sconforti, afflizioni, lacrime, clamore di voci dispari. Così la Paura si fa universalmente visibile in giornate lombardo-venete di gente in quarantena e intristita, una nebbia sporca attorno alla vita quotidiana. Come per gli attentati: che ci portano a domicilio la guerra che noi non conosciamo, e soprattutto non vogliamo vedere.
Abituati a specchiarci in un avvenire radioso, dove la Morte è sgradevole argomento di conversazione, da evitare nel "bon ton", e sulla sofferenza non indugiamo mai, ci sembra che il mondo si sia addirittura capovolto: per un virus. Ma appena la pressione atmosferica della modernità e della sicurezza scompare, in Africa per esempio, tutto diventa tragicamente più semplice.
Il panico si fa appunto lusso, come gli ospedali asettici e attrezzati, i virologi, i vaccini che prima o poi si troveranno, le ambulanze, le quarantene precauzionali, il turismo, i supermercati da svuotare. Che loro non hanno. Se la sgrondano di dosso, gli uomini che vivono lì, perché non possono permettersela, la Paura. La sicurezza di sopravvivere, restar sani, non morire di fame o di kalashnikov e machete, nell'usura di quelle esistenze, nel mondo che percorro io, non è in dotazione. La Peste è permanente, come la vita, e la morte.
Dopo una settimana di "peste" nostrana, le frasi si confondono, i discorsi di politici, epidemiologi, catastrofisti tenaci e immarcescibili "candide" sono ormai caricati a carta, esaurite anche le facezie sfiancate sulla amuchina, il lavarsi le mani e le mascherine; stenta anche la ricerca delle coincidenze, a costo di qualche sbandamento filologico, con i morbi ben scritti di Manzoni Tucidide Defoe Boccaccio e perfino la metafisica peste di Camus, una sorta di grottesco antidoto da letteratura. Allora è il momento di un viaggio concepito come esame di coscienza, nell'altro mondo che ci sta intorno. Solo così ci libereremo dalla Paura: che è fatta del guardate solo me, non distogliete lo sguardo, proibito evocare altre vittime.
Per esempio: ho attraversato da poco il Sahel, dove quattro milioni di uomini, donne e bambini sono esposti alla denutrizione e alla immediata possibilità della carestia. Dietro c'è un micidiale impasto di insicurezza causata dalle guerre etniche e del fanatismo islamista che nelle zone rurali costringe contadini e allevatori a farsi profughi, abbandonando bestiame e campi; a cui si aggiunge la desertificazione.
La fame, la più primitiva delle angosce, endemica, ricorrente a vampate, nei luoghi del mondo in cui la geografia simboleggia il travaglio della vita. Guardo negli occhi le file degli affamati che si allungano nei luoghi dove sperano di trovare cibo. Non c'è paura ma quel tanto di indomito fatalismo che entra nel sangue dei popoli abituati a strappare davvero la vita al nulla.
Allora capisco quello che mi scrive un amico che vive in Niger replicando alla mia dettagliata descrizione del virus, delle vittime anziane, delle attività economiche impacciate: "Beati voi che avete solo il problema del coronavirus, qui non riusciamo nemmeno a contarli, i problemi...".
Già: continenti interi dove la vita è appesa a fili insignificanti, un abisso quotidiano in cui si può precipitare senza avere l'impressione di ferirsi, un abisso madre, un precipizio di ombra antico come l'uomo e appunto la peste, un imbuto infinito in cui, se ci vivi, ti infili ogni giorno come per un viaggio qualsiasi.
Il mondo delle maledizioni bibliche, fame guerre epidemie, dove un ospedale, quando c'è, ha un bacino di utenza di 350 mila persone; dove puoi vedere statistiche di bambini che muoiono di morbillo (nel terzo millennio!) o per il morso di un cane rognoso che come lui rovistava tra i rifiuti (non c'è l'antidoto contro la rabbia). Dove non usa che gli uomini piangano. E nessuno può aver paura. Un virus in più non fa crescere certo il loro affanno di tagliati fuori.
Forse ci aiuterà, ad affrontare i nostri guai epidemici e avere meno paura, consultare le cifre della Sanità in Africa, che, purtroppo, non è quella dei villaggi vacanza e degli economisti che si fregano le mani per le cifre della Crescita del continente. Ma non si accorgono che la ricchezza aumenta, sì, ma va nelle mani di una quarantina di manigoldi, i presidenti, con cui facciamo affari.
Si scopre che migliaia di persone muoiono ogni anno di colera, dengue, listeriosi, febbre di lassa.
Che in Madagascar c'è stata una micidiale epidemia di peste, quella vera, davvero manzoniana.
E c'è ebola: ricordate ebola nel 2014, la fiammata brutale di febbre che in Africa occidentale causò la morte ventimila persone? In Congo l'epidemia non è mai finita, sonnecchia, guizza, uccide. Dalla Nigeria al Sudan, dallo Zambia al Centrafrica, il timore di infettarsi, di morire, non è che un immenso fatale disturbo. La paura è una faccenda tra noi e noi; gli altri, quelli del terzo mondo, non compaiono nella fotografia. Forse guardarli ci aiuterà ad avere più coraggio.
di Andrea Scaglia
Libero, 1 marzo 2020
"Deve marcire dentro", questa la frase che ci piace tanto. Ma quando la sentiremo rivolgere a noi stessi o a qualcuno a noi vicino, non ci resterà che piangere. E non ci ascolterà nessuno.
Attenzione, che quando si tratta di condanne inflitte a persone che appaiono ricche e potenti, i discorsi si confondono. Qui non si vuole entrare nel merito della vicenda penale, dei reati commessi o meno, di quanto Vittorio Cecchi Gori abbia davvero brigato per dichiarare bancarotta in maniera fraudolenta.
Redattore Sociale, 1 marzo 2020
Firmato un documento che contiene le indicazioni utili per tutte le sedi giudiziarie, anche con riferimento a quelle che non rientrano nelle aree più colpite dal contagio. E nel Decreto Legge approvato venerdì previste anche misure per gli Istituti penitenziari.
di Samuele Ciambriello
linkabile.it, 1 marzo 2020
Diminuirebbero le forme di autolesionismo e i tentativi di suicidio. In tanti Paesi europei questo diritto è riconosciuto. Le parole "carcere" e "affettività'' mostrano ad una prima analisi una apparente inconciliabilità.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 1 marzo 2020
La metafora del processo come ponte tibetano apre il saggio del giurista Glauco Giostra, intitolato "Prima lezione sulla giustizia penale", pubblicato da Laterza. Ed è una metafora che ricorre in tutto il libro. Giostra insegna procedura penale alla Sapienza e probabilmente oggi, tra i suoi studenti, ci saranno i magistrati e gli avvocati di domani: a loro Giostra racconta come funziona o non funziona il ponte tibetano del processo penale.
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