teletermini.it, 1 marzo 2020
Venerdì 13 marzo 2020, alle ore 9, verrà inaugurata Spazio lib(e)ro, la nuova biblioteca tra le mura del carcere di Termini Imerese. Sarà un luogo di incontro che diviene contesto di scambio e confronto, polo attorno al quale tutte le attività culturali e interculturali dell'Istituto potranno ruotare - sostiene Patrizia Graziano - dirigente del Centro Provinciale Istruzioni adulti Palermo 2 (Cpia Palermo 2) che insieme a Carmen Rosselli, direttrice della casa Circondariale A. Burrafato, e a tutti i detenuti coinvolti nel progetto, hanno fortemente voluto questo luogo.
"È uno spazio realizzato con i finanziamenti del D.M. 663/2016 a seguito del protocollo di intesa tra il Miur e il Ministero della Giustizia e con il contributo del privato sociale. Ma soprattutto è il frutto di un lungo lavoro di ristrutturazione, grazie all'impegno e alla dedizione dei detenuti - esordisce Valentina Rinaldo, responsabile insieme a Silvana Moscato della biblioteca.
Sono stati riportati alla luce soffitti storici e mostre lapidee delle finestre; le sbarre sono state coperte da tende colorate e le poltrone hanno sostituto gli sgabelli di legno. Ma soprattutto il patrimonio librario, che grazie alla donazione di 300 volumi della casa editrice Sellerio e di persone comuni, è stato aggiornato e rivisto.
"La lettura è un importante atto sociale e non solo personale - sostiene Valeria Monti, ideatrice del logo insieme ai detenuti -, accresce la capacità di usare le parole oltre che di comprenderle, e ci aiuta a muoverci meglio in questo mondo, rendendoci più competenti e riducendo le disuguaglianze".
Un lavoro corale, dunque, che verrà presentato venerdì mattina a fianco alle autorità istituzionali. Saranno presenti: la direttrice della Biblioteca Comunale di Termini Imerese; i detenuti, principali fruitori dello spazio; il Comandante di Reparto Maria Pia Campanale e il personale di Polizia Penitenziaria; i docenti del Cpia Palermo 2 e dell'I.I.S.S. Stenio di Termini Imerese; il capo area educativa Giuseppina Pastorello; gli educatori; gli assistenti sociali, i volontari, i donatori e tutti coloro che nel tempo hanno offerto il loro lavoro per fare della lettura e della cultura un passo imprescindibile nel percorso di recupero.
La giornata sarà scandita da diversi interventi che racconteranno il luogo, dall'idea alla realizzazione e vedrà i detenuti, insieme ad attori professionisti, impegnati nel reading di brani. A conclusione poi, la firma dei protocolli di intesa con la biblioteca Liciniana e le biblioteche del territorio termitano: "il protocollo è espressione di fattiva e proficua collaborazione tra le Istituzioni Scolastica, Penitenziaria e Comunale e rappresenta una valida opportunità di crescita nel processo di integrazione/inclusione nel territorio" commenta ancora la dirigente Patrizia Graziano.
Un appello per chi vuole contribuire allo sviluppo della biblioteca: sarà previsto uno spazio donazioni, in cambio delle quali i detenuti faranno dono di segnalibri dipinti a mano durante le attività laboratoriali guidate dalle insegnanti Silvana Moscato ed Enza Gambino. Un buffet offerto dalla sezione Alberghiero dell'I.I.S.S. Ugdulena, chiuderà la giornata. Per informazioni: Valentina Rinaldo,
estense.com, 1 marzo 2020
Fino al 2 marzo sarà possibile consegnare la merce in via Ortigara, l'iniziativa per sopperire alla carenza degli ultimi giorni. A seguito dell'emergenza Coronavirus e dei provvedimenti presi per contrastarlo, il Partito Democratico di Ferrara promuove la raccolta di prodotti esclusivamente per l'igiene intima e la detergenza del corpo da destinare alla Casa Circondariale di Ferrara e alle associazioni di volontariato che si occupano di contrasto alla povertà.
"Ci segnalano in queste ore la carenza di molti prodotti per la cura personale, a seguito anche dall'esaurimento delle scorte dei magazzini. In un particolare momento di emergenza sanitaria si chiede la collaborazione dei cittadini all'acquisto e alla donazione di beni necessari per affrontarla correttamente, come da disposizioni di prevenzione" spiegano i promotori della raccolta.
È possibile contribuire alla raccolta fino a lunedì 2 marzo, consegnando il materiale presso il circolo Pd Gad di via Ortigara, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18 nelle giornate di sabato 29 febbraio e domenica 1 marzo e dalle 17 alle 19 di lunedì 2. La merce verrà suddivisa e consegnata tempestivamente agli enti bisognosi
bergamonews.it, 1 marzo 2020
"In Lombardia con ci sono solo la "zona rossa" e la "zona gialla", le scuole, i musei, i cinema, i locali che la Regione vuole che restino chiusi per altri 7 giorni per fronteggiare la diffusione del coronavirus. C'è anche la "zona carcere", ci sono 19 istituti penitenziari (compresa la sezione femminile di Milano San Vittore) vale a dire circa 9mila detenuti, il maggior numero della popolazione carceraria in una sola regione.
È questo l'ulteriore "fronte coronavirus" che continua a essere sottovalutato perché gestito con provvedimenti estemporanei e senza coordinamento". Lo ha detto Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di Polizia penitenziaria, arrivato a Milano per monitorare la situazione e incontrare i giornalisti davanti al carcere di Milano Bollate.
Di Giacomo ha precisato che "non ci sono notizie di contagi ma, per ora, di una decina di detenuti in isolamento, alcuni tamponi negativi. Tuttavia, le misure messe in campo nelle carceri non sono sufficienti. Se si dovesse verificare anche solo un contagio, il virus si diffonderebbe al 100 per cento - perché i detenuti vivono in spazi molto stretti - come del resto insegnano le cronache delle carceri cinesi e delle navi crociera, la situazione sarebbe dunque esplosiva, con tutto ciò che comporta l'evacuazione di un carcere sino a 3 mila detenuti".
Del resto, da una parte si punta a sminuire, come se contro il coronavirus bastasse un'aspirina, e dall'altra si pensa all'allestimento di sezioni quarantena provocando ulteriori allarmismo e tensione. È esattamente quello che non si deve fare per non accrescere la psicosi tra i detenuti incollati alle tv per essere informati sull'evoluzione della diffusione di coronavirus.
La Stampa, 1 marzo 2020
Finisce la guerra più lunga: le truppe della Nato saranno ritirate dal Paese entro 14 mesi. Pompeo: sorveglieremo da vicino il rispetto dei patti. Stati Uniti e Taleban hanno firmato a Doha, in Qatar, l'accordo per il ritiro delle truppe americane e della Nato dall'Afghanistan "entro 14 mesi". Se i patti saranno rispettati, l'intesa porterà alla fine della guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti, quasi 19 anni, costata soltanto agli Usa oltre 2.400 caduti sul terreno. La Coalizione "completerà il ritiro delle forze rimanenti in Afghanistan entro 14 mesi", ma a patto che i guerriglieri mantengano "gli impegni stabiliti" dall'accordo. Entro 135 giorni le forze stranieri saranno ridotte a 8.600 uomini. Gli Stati Uniti hanno in questo momento 13 mila soldati nel Paese, gli altri Paesi della Coalizione, circa altri 4 mila.
Regime "islamico" ma non terrorista - Il segretario di Stato Mike Pompeo ha precisato che il ritiro sarà effettivo soltanto sei Taleban rispetteranno tutti gli impegni, anche riguardo "il rispetto dei diritti delle donne". Il leader degli studenti barbuti, l'emiro Hibatullah Akhundzada ha garantito che "uomini e donne" dell'Afghanistan "godranno dei loro rispettivi diritti. L'emiro ha anche ordinato la sospensione immediata di tutti gli attacchi contro le forze di sicurezza afghane. Il negoziatore capo Abdul Ghani Baradar ha però precisato che l'obiettivo "è un regime islamico", anche se non nemico dell'Occidente, e che Paesi come "Pakistan, Russia, Cina" si sono impegnati a contribuire alla ricostruzione e a garantire la stabilità del Paese. I Taleban si sono anche impegnati a lottare contro il terrorismo e a non minaccia in alcun modo, anche indiretto, l'Occidente.
Scambio di prigionieri - Il governo afghano, guidato la presidente Ashraf Ghani, si è invece impegnato a scarcerare "5 mila prigionieri" talebani entro marzo, i guerriglieri jihadisti libereranno 1000 soldati afghani nello stesso periodo. L'intesa è arrivata dopo anni di colloqui, tenuti sempre in Qatar. Le trattative erano osteggiate dallo stesso Ghani, rieletto cinque mesi fa in un voto per le presidenziali molto controverso e ancora contestato dal principale rivale Abdullah Abdullah. Ma alla fine le pressioni americane, con la minaccia di non riconoscere la legittimità della sua rielezione, lo hanno convinto.
I punti dell'accordo - Il ritiro comincerà da cinque basi, che saranno lasciate nel giro di due-tre mesi. Poi si estenderà a tutte le basi nel Paese. In base alla situazione sul terreno, gli Usa avranno però l'opzione di mantenere un contingente limitato, soprattutto forze speciali, per continuare la lotta contro i gruppi jihadisti internazionali, Al-Qaeda e l'Isis. I Taleban si impegneranno a contribuire nel contrasto del terrorismo. Dopo l'accordo fra Taleban e Stati Uniti seguiranno trattative fra gli studenti barbuti e il governo di Kabul per arrivare a un compromesso politico. L'obiettivo è evitare l'assalto a Kabul e un'altra guerra civile.
L'inviato speciale - L'intesa è il frutto anche della mediazione dell'Inviato speciale Zalmay Khalilzad, politico e diplomatico con doppia cittadinanza afghana e americana. Sarà presenze alla cerimonia assieme al ministro degli Esteri del Pakistan Shah Mehmood Qureshi. Islamabad è da sempre il padrino politico dei Taleban, "creati" dai Servizi d'intelligence pachistani, l'Isi, per contrastare l'invasione dell'Unione sovietica, cominciata nel dicembre del 1979 e durata dieci anni. La guerriglia di mujaheddin del Nord e talebani pashtun del Sud costrinse alla fine i russi alla ritirata. Nel frattempo erano arrivati però anche migliaia di jihadisti arabi, un'armata che formò il primo nucleo di Al-Qaeda.
Lo spettro di Najibullah - Nel 1996 i Taleban conquistarono Kabul e uccisero l'ex presidente filo-russo Mohammad Najibullah, anche con l'appoggio di Osama bin Laden. L'attacco alle Torri Gemelle, l'11 settembre 2001, portò però all'intervento americano, per cacciare gli islamisti da Kabul e dare la caccia al principe del terrore. Per questo l'accordo non convince ampie fette della dirigenza afghana. Oggi arriveranno a Kabul il segretario alla Difesa Mark Esper e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, per fornire garanzie al presidente Ghani, che teme di fare la fine di Najibullah.
di Mariano Giustino
Il Riformista, 1 marzo 2020
La Turchia si è svegliata il 28 febbraio, il giorno per lei più cupo del conflitto siriano, piangendo la morte di suoi 36 soldati a seguito di un pesante bombardamento aereo delle forze del regime di Assad sostenute dalla Russia, al culmine di una escalation che ha portato le tensioni con Mosca e Damasco a un livello senza precedenti.
A Idlib, provincia nordoccidentale della Siria, dal maggio 2019 si scontrano da una parte le forze di Assad sostenute dalla Russia e dall'altra le forze turche e i loro alleati ribelli sunniti. Negli ultimi giorni l'epicentro degli scontri è diventata la città strategica di Seraqib, a sudest di Idlib, crocevia delle autostrade M4 e M5 che rispettivamente collegano Latakia e Damasco ad Aleppo. In questa provincia siriana si sta consumando una tragedia annunciata.
I disaccordi tra Mosca e Ankara derivano principalmente da diverse interpretazioni dell'accordo di Sochi del 2018. Da quasi due anni, Mosca, pur sostenendo Bashar al-Assad, ha un accordo con la Turchia per la de-escalation nella provincia di Idlib. Le forze turche sono presenti in quest'area della Siria nordoccidentale con proprie truppe per costituire una zona cuscinetto delimitata dalla cosiddetta "linea di de-escalation" presidiata da 12 avamposti militari (ormai quasi tutti assediati) per tenere separate le forze ribelli da quelle del regime, secondo l'accordo di Sochi siglato da Turchia e Russia del 17 settembre 2018.
Per la Russia, l'accordo di Sochi avrebbe dovuto portare a una soluzione per Idlib. Il ruolo della Turchia sarebbe dovuto essere quello di demilitarizzare la regione procedendo al disarmo di tutti i gruppi ribelli suoi alleati e di combattere le milizie filo al-Qaida di Hayat Tahrir al-Sham (HTŞ) per permettere ad Assad di avanzare indisturbato. Ma la Turchia non ha fatto nulla di tutto ciò e la sua presenza militare è diventata dunque un ostacolo all'offensiva dell'esercito siriano.
Mosca sembra determinata in ogni caso a sostenere Damasco, lasciando Ankara davanti ad una scelta: se vuole avere un ruolo con la sua presenza in Siria deve disarmare i ribelli e riprendere il dialogo con Damasco. La Turchia, dal canto suo, sostiene che Mosca non sta osservando il secondo articolo dell'accordo di Sochi, che impegna la Russia al rispetto del cessate-il-fuoco obbligando Assad a sospendere la sua offensiva. Secondo la Russia, la presenza sul terreno di elementi jihadisti legittima l'offensiva delle forze del governo siriano, annullando il cessate il fuoco.
Insomma, tutti gli attori in campo hanno visioni diverse e i nodi stanno venendo al pettine. Le oltre 40 fazioni eterogenee che la Turchia ha riunito nella Siria nordoccidentale sotto la bandiera dell'Esercito nazionale siriano sono considerate da Mosca e Damasco organizzazioni dell'Islam radicale e dunque terroristiche.
A Idlib, vivono intrappolate tre milioni di persone, sottoposte alla tirannia di HTŞ e delle sue bande armate e nel terrore delle bombe siriane e russe. Non hanno alcuna via d'uscita dalla loro tragedia se non raggiungere l'Europa attraversando il confine turco. L'intervento militare per eliminare i gruppi del radicalismo islamico a Idlib sta causando un bagno di sangue, probabilmente anche peggiore di quello che si è consumato ad Aleppo nel 2016. E proprio al confine turco si sono ammassati oltre un milione di persone in fuga dai bombardamenti indiscriminati che hanno raso al suolo interi villaggi. La Turchia ha aperto i propri confini ai profughi siriani, sia quelli con la Siria che quelli con l'Unione Europea. Una decisione con cui mira a esercitare pressione sull'Europa affinché la sostenga nella sua intenzione di costituire una zona cuscinetto in Siria lungo il suo confine per dare riparo ai profughi. File interminabili di rifugiati stanno attraversando il confine siriano di İdlib e di Afrin e sono giunti alle porte dell'Europa al confine con Grecia e Bulgaria e sulla costa dell'Egeo, pronti a salire su un gommone per approdare sulle isole greche davanti alle coste turche.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 1 marzo 2020
Il diritto di voto negli Usa non è uguale per tutti e colpisce soprattutto gli afroamericani. Perciò democratici e repubblicani litigano. Dawn Harrington è una signora 39enne di Nashville che da più di dieci anni combatte inutilmente con la burocrazia del suo Stato, il Tennessee, per riavere il diritto di voto. Nel 2008, mentre era a New York, venne fermata e trovata in possesso di una pistola regolarmente registrata in Tennessee. Ma New York non riconosce il porto d'armi di altri Stati: Dawn finì in prigione. Quando fu scarcerata riacquistò la libertà, ma non il diritto di andare alle urne. In molti Stati dell'Unione, infatti, i pregiudicati non possono votare: in alcuni casi finché hanno conti aperti con la giustizia, in altri anche dopo.
Milioni di ex detenuti (l'America è il Paese con il tasso di incarcerazioni più alto al mondo: quasi l'1 per cento della popolazione dietro le sbarre, ai domiciliari o rilasciata su cauzione) che diventano elettori-fantasma. Norme durissime, molto diverse da quelle in vigore in Europa, spesso introdotte fin dall'Ottocento. Leggi a sfondo razziale: dopo la Guerra civile, finito lo schiavismo, questo era uno dei modi per evitare che i neri esercitassero in massa il diritto di voto, quando era loro riconosciuto (negli Usa gran parte delle persone che hanno problemi con la giustizia sono afroamericani e, in misura minore, ispanici).
Negli ultimi decenni in vari Stati sono emerse tendenze più garantiste che hanno portato a una modifica di queste legislazioni. È il caso del referendum del 2018 nel quale una larga maggioranza della popolazione della Florida ha deciso di restituire il diritto di voto a un milione e 400 mila cittadini dello Stato che hanno ormai saldato il loro debito con la giustizia. L'attuazione di questa misura è stata, però, ostacolata in vari modi (e conflitti analoghi si sono prodotti anche in altri Stati) con la conseguente esplosione di dispute in sede giudiziaria che minano ulteriormente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e rischiano di mettere in dubbio la credibilità del responso delle urne.
A volte queste situazioni caotiche nascono da insolubili rebus burocratici. Come nel caso di Dawn alla quale le autorità che dovrebbero restituirle il certificato elettorale chiedono gli originali dei documenti dello Stato di New York sulla fine delle procedure penali nei suoi confronti. E pretendono anche che i funzionari della Grande Mela firmino una dichiarazione all'interno di un documento dello Stato del Tennessee. Nel caso della Florida, invece, è stato lo stesso governatore, il repubblicano Ron DeSantis, a far varare, subito dopo il referendum, una leggina che condiziona il rilascio del certificato elettorale all'avvenuto pagamento di multe, indennizzi e altre pene pecuniarie accessorie.
Per i conservatori è una misura giusta: se il diritto di votare va restituito a chi ha saldato i conti con la giustizia, è bene che si tenga conto di tutti i capitoli sospesi, pene pecuniarie comprese. Per i progressisti, invece, quella introdotta in Florida è una specie di tassa per l'esercizio dei diritti politici. Un tributo che taglia fuori gran parte del popolo degli ex detenuti visto che, stando alle indagini condotte dalle associazioni per i diritti civili, il 70 per cento non è in grado di saldare il debito: uscito dal carcere e senza un lavoro, non ha i mezzi per pagare le multe.
Il conflitto politico è divenuto ben presto battaglia legale: un giudice ha riconosciuto a chi è stato riabilitato il diritto di partecipare al voto anche se non ha saldato le pene pecuniarie, ma ha applicato la sua sentenza solo ai 17 ex detenuti che avevano fatto ricorso in sede giudiziaria. Per lo stesso motivo un tribunale federale, quello di Atlanta, in Georgia, ha dichiarato incostituzionale la norma votata dal Parlamento della Florida. Che ha fatto subito ricorso alla Corte Suprema dello Stato.
Il rischio di arrivare alle presidenziali di novembre in una situazione giuridica ancora confusa, senza una vera certezza su chi ha diritto di votare e chi non ce l'ha, è rilevante. E la Florida non è un posto qualunque: è uno Stato ricco e popoloso la cui conquista è essenziale per arrivare alla Casa Bianca. Ed è uno Stato in bilico: basta pensare a quello che accadde vent'anni fa quando proprio lo stallo della Florida lasciò per giorni e giorni la presidenza in bilico tra George Bush e Al Gore.
Poi, nel bel mezzo di un riconteggio dei voti, con una differenza di meno di 300 schede a favore di Bush su sei milioni di voti espressi e i democratici che chiedevano una revisione dei criteri usati per individuare le schede nulle, la Corte Suprema improvvisamente assegnò la vittoria al candidato repubblicano. E quattro anni fa la Florida, pur non essendo uno dei tre Stati (Pennsylvania, Wisconsin e Michigan) conquistati da Trump per un pugno di voti (meno di 80 mila in tutto), andò a The Donald con un margine di poco più di centomila suffragi: mettere in pista più di un milione di nuovi elettori sarebbe una scossa non da poco.
Questo della Florida è il caso più grosso e politicamente significativo, ma il fenomeno soprannominato voter suppression crea incertezza e confusione in vari Stati. In America solo Vermont e Maine riconoscono, come da noi, il diritto di voto anche ai detenuti. Poi ci sono 16 Stati (dall'Illinois all'Ohio, passando per la Pennsylvania e la città di Washington) che restituiscono automaticamente il certificato elettorale a chi ha saldato i conti con la giustizia.
In altri 21 Stati (tra i quali i più importanti: California, Texas e New York), il diritto di voto viene restituito, ma solo dopo che l'interessato avrà completato tutte le procedure di riabilitazione. Infine gli 11 Stati (tra essi Florida, Alabama e Arizona) che tolgono i diritti politici agli ex detenuti a tempo indeterminato, anche dopo che tutti i conti sono stati saldati.
L'atteggiamento nei confronti degli ex detenuti è il principale fattore di distorsione dell'elettorato, ma non l'unico: i trucchi per tenere lontani dalle urne i gruppi sociali più deboli (e sgraditi a chi fa le regole) sono tanti: seggi elettorali spostati senza preavviso, trasferiti in luoghi difficili da raggiungere o addirittura soppressi, norme cervellotiche sul documento da presentare per farsi identificare e altro ancora. Anche qui con una coda di ricorsi all'autorità giudiziaria che mina la credibilità dell'impianto elettorale.
di Fausto Bertinotti
Il Riformista, 1 marzo 2020
Un'epidemia è un'epidemia, si potrebbe dire classicamente. Ma la diffusione del coronavirus sancisce anche qualcos'altro oltre a quello che manifesta direttamente, ovvero l'esistenza di una crisi di civiltà e la totale sparizione degli intellettuali.
L'epidemia e la crisi di civiltà sono sorelle. C'è un'evidenza che si manifesta anche nelle citazioni che si sentono in questi giorni come la peste raccontata dal Manzoni ne I promessi sposi e nella Storia della colonna infame. La peste, del tutto imparagonabile al virus dei nostri giorni, ha in comune con ciò che stiamo vivendo la manifestazione di una paura che persino con la peste era largamente sovrastimata, tanto che il Manzoni denuncia la caccia all'untore. La prima ragione per la quale viene denunciata risiede nel principio della carità cristiana.
Questa citazione mette in luce una necessità, a cui tuttavia non si può dare seguito, perché la carità cristiana, così rilevante in Manzoni, è uno dei tanti elementi che vengono messi in crisi nella civiltà dei nostri giorni. Manca cioè l'anticorpo a cui, nella sua grande narrazione, il Manzoni faceva riferimento. Tuttavia, la cosa è ugualmente indicativa, perché c'è un bisogno di far fronte al fenomeno, secondo le difese dell'umanità e della razionalità ma la crisi di civiltà le ha consumate.
Le vicende dei nostri giorni - che sono francamente clamorose - ci inducono e ci obbligano a un'indagine sia sulla crisi della politica, che sulla crisi più profonda, quasi di natura antropologica del vissuto dei nostri giorni. La crisi della politica è molto evidente. Assistiamo a un fenomeno che sarebbe potuto essere fronteggiato con le armi ordinarie del contenimento, dell'informazione, dell'introduzione degli elementi necessari contro un male oggettivo, ma assolutamente circoscrivibile. Invece tutto questo è diventata una patologia, perché si è depositato in questa così diffusa e sistemica crisi. Sul banco degli accusati, prima ancora della deficitaria politica, va il sistema delle comunicazioni di massa per il suo connotato strutturale, di fondo, di essere una trincea osmotica tra il popolo e la produzione di informazioni e di cultura.
L'epidemia la mette proprio sulla frontiera ed è qui che rivela tutto il suo carattere deficitario. In questa patologia psicologica di una risposta del tutto incomprensibile razionalmente e fondata tutta sulla paura, la comunicazione di massa ha avuto il ruolo di regina. Bastava accendere nei giorni scorsi una televisione di qualunque ordine e grado per avere obbligatoriamente un sovrappiù di informazione drammatizzante sul virus, pervasiva, drammaticamente pervasiva. Persino le frasi che sono diventate di rito, "Bisogna preoccuparsi senza allarmismi", erano il viatico di ogni allarmismo.
Questo ruolo non credo sia mai stato svolto in maniera così esagitata, scomposta e così sistematica, e mette in luce che ormai abbiamo un sistema di informazione (stampa, tv e radio) malato nella sua radice, in grado soltanto di amplificare quello che ritiene sia esistente, privo di qualunque capacità critica. Non si è mai visto un sistema di comunicazione così privo di pensiero critico come quello che abbiamo visto all'opera in questa stagione. Spariti gli intellettuali, il pensiero critico è stato completamente bandito.
Per quanto riguarda la crisi della politica, è facilmente rintracciabile una mancanza di autorevolezza, delle istituzioni di qualsiasi ordine e grado: dal governo alle regioni sono stati semplicemente una carta assorbente. A differenza delle parole dei sistemi di comunicazione che sono state pesanti, le parole della politica sono state leggere, prive di qualunque influenza. È vero che la politica ha perso legittimità da diverso tempo, ma neppure in un frangente come questo, in cui non sono in campo direttamente le categorie classiche della politica, ha dimostrato la sua impotenza, la sua totale estraneità alla vita comune delle persone.
Possiamo poi individuare un elemento di crisi nel sistema istituzionale italiano, che ha mostrato la sua incongruenza. Il rapporto tra il potere centrale e potere delle regioni si è rivelato non disciplinato da un comune sentire e da una comune cultura. Messa in mora l'autorevolezza dei comuni - la cui autonomia sarebbe stata fruttuosa e che ha a che fare con le radici della grande tradizione italiana - il bilanciamento tra potere centrale e regioni è tra due ordinamenti burocratici, entrambi privi della linfa vitale del popolo.
A proposito della crisi antropologica, c'è un'immagine molto pertinente che descrive lo stato delle cose esistenti nella formula usata da Giuseppe De Rita, ripresa da Vincenzo Gioberti, ovvero l'immagine del "popolo di sabbia". Il popolo di sabbia è un ossimoro: "popolo" fa pensare che si tratti di un processo unitario; la "sabbia" fa pensare ai granelli che vivono l'uno accanto all'altro in una assoluta solitudine. Quest'ossimoro è rappresentativo della realtà che viviamo: continuiamo a considerarci popolo, ma siamo solo granelli di sabbia. Questa antropologia della solitudine non poteva che portare al formarsi del senso comune di questi ultimi nostri, drammatici anni: la vittoria di un populismo reazionario, che ha fatto della paura la sua bandiera. In primis, la paura nei confronti dell'altro.
L'altro non è più considerato una risorsa, come nelle culture del movimento operario. Il populismo reazionario ha proposto invece il rovesciamento di questo paradigma, individuando nell'altro una minaccia e un pericolo, tanto più grande, quanto l'altro è diverso. L'immigrato, il nero, l'ebreo e il malato, invece che elementi che richiedono solidarietà, inducono alla paura. La paura è stata infatti la cifra con cui si è affrontata questa crisi, è il prodotto di una mutazione della cultura del Paese a cui corrisponde la desertificazione della politica e un ruolo inquinante delle comunicazioni di massa.
di Silvia Gusmano
L'Osservatore Romano, 1 marzo 2020
Storia dell'avvocato Bryan Stevenson e della sua Equal Justice Initiative. "La maggior parte delle cose importanti non possono essere capite da lontano, "Bryan. Ti devi avvicinare", mi ripeteva sempre mia nonna".
Un invito, un imperativo che ha guidato negli anni l'avvocato statunitense fondatore dell'Equal Justice Initiative, organizzazione senza scopo di lucro impegnata a porre fine all'incarcerazione di massa e alle punizioni eccessive, a sfidare l'ingiustizia razziale ed economica, e a proteggere i diritti umani delle persone più deboli e vulnerabili. Una vicenda vera, dolorosa e incredibile che lo stesso Bryan Stevenson racconta in Il diritto di opporsi. Una storia di giustizia e redenzione (Roma, 2019, pagine 446, euro 16), bestseller oltre oceano ora finalmente proposto al pubblico italiano da Fazi nella traduzione di Michele Zurlo.
Bryan Stevenson è un giovane avvocato da poco laureatosi a Harvard quando decide di trasferirsi a Montgomery, in Alabama, per fondare l'Equal Justice Initiative. Al racconto della sua formazione, Stevenson intreccia le storie delle persone che ha difeso e che lo hanno introdotto in un groviglio di cospirazioni, macchinazioni politiche, inganni legali e razzismo diffuso, costringendole a modificare radicalmente e definitivamente la sua concezione della giustizia.
Il libro si apre con il caso di Walter McMillian, un afroamericano condannato a morte per l'omicidio di una ragazza bianca, nonostante innumerevoli prove dimostrassero la sua completa estraneità ai fatti. E si chiude con Anthony Ray Hinton, rimasto in isolamento per tre decenni all'Istituto correzionale di Holman in una cella di un metro per due, proprio in fondo al corridoio che porta alla camera in cui, nel periodo da lui trascorso nel braccio della morte, vennero giustiziati oltre 50 detenuti. Hinton che in un caldo mattino del venerdì santo 2015 uscendo di prigione divenne la 152a persona a essere scagionata dopo un'ingiusta condanna a morte.
Il diritto di opporsi - divenuto anche un film ora al cinema con Michael B. Jordan, Jamie Foxx e Brie Larson - è la storia della vita di Stevenson, e di un progetto volto a perseguire una giustizia più equa ("prima la facoltà di legge mi era sembrata astratta e avulsa da tutto il resto, ma dopo aver incontrato chi era imprigionato e non aveva speranza, ogni cosa divenne rilevante e di estrema importanza"). Perché equo non è un sistema che continua a trattare meglio le persone ricche e colpevoli rispetto a quelle povere e innocenti; che nega agli indigenti l'assistenza legale di cui hanno bisogno; che rende la ricchezza e la posizione sociale più importanti della colpevolezza.
Cresciuto nel Delawre, "un luogo in cui la storia razziale del nostro Paese aveva proiettato un'ombra lunga", Stevenson sa benissimo cosa significhi essere condannati prima ancora di aver a che fare con la legge. Nella terra della sua infanzia gli afroamericani vivono segregati in ghetti isolati dai binari della ferrovia, in piccole città o all'interno dei "settori di colore" nelle campagne. "Sono cresciuto in un insediamento rurale in cui c'erano persone che vivevano in baracche minuscole; famiglie sprovviste di impianti idraulici interni e che erano costrette a usare i gabinetti all'esterno. Le nostre aree di gioco all'aperto le dovevamo condividere con i polli e i maiali. I neri intorno a me erano gente forte e determinata, ma esclusa ed emarginata. (...) Era come se tutti avessimo addosso una veste non gradita fatta di differenza razziale, che ci vincolava, ci confinava e ci limitava".
Alternandolo con il racconto della sua vita, Stevenson esamina le incarcerazioni di massa e le pene estreme in America, racconta la facilità con cui le persone sono giudicate e l'ingiustizia che viene regolarmente commessa "quando consentiamo che siano la paura, la rabbia e il distacco a dare forma al modo in cui trattiamo i più vulnerabili tra noi". Non solo. Stevenson è convinto che negli ultimi decenni le cose negli Stati Uniti siano peggiorate: viviamo in un periodo drammatico della storia recente americana "che ha segnato in maniera indelebile la vita di milioni di americani di ogni razza, età e genere, e la psiche del Paese nel suo complesso".
"La prima volta che ho messo piede nel braccio della morte, nel dicembre 1983, gli Stati Uniti muovevano i primi passi verso una trasformazione radicale che ci avrebbe resi una nazione inclemente e punitiva senza precedenti, e il cui esito sono state incarcerazioni di massa che non hanno corrispettivi storici. Oggi noi deteniamo il più alto tasso di carcerazione al mondo". I dati non lasciano scampo: si calcola che un bambino di colore su tre, tra quelli nati in questo secolo, verrà incarcerato.
Le pagine che Stevenson dedica ai minori in carcere sono decisamente le più dure. "Ho rappresentato ragazzini vittime di abusi e abbandonati, che sono stati perseguiti come adulti e che hanno subito ancor più abusi e maltrattamenti dopo essere stati mandati in strutture destinate agli adulti". Alcuni stati americani non prevedono un'età minima per perseguire i minori come adulti: un quarto di milione di bambini sono stati mandati nelle prigioni e nei penitenziari destinati agli adulti a scontare pene a lungo termine. E alcuni di loro non hanno neppure dodici anni. A lungo, infatti, gli Usa sono stati l'unico Paese al mondo a condannare i bambini all'ergastolo senza neanche la libertà condizionale. Quasi tremila minori - chiosa Stevenson - sono stati condannati a morire nelle carceri.
Un risultato molto concreto, però, l'avvocato l'ha raggiunto: nel 2012 in seguito a quanto da lui argomentato nel caso di Kuntrell Jackson, la Corte suprema degli Stati Uniti ha vietato la condanna all'ergastolo obbligatorio senza condizionale per tutti i minori di 18 anni. Sono dunque state centinaia le persone che nel Paese hanno ottenuto finalmente la scarcerazione dopo essere state condannate a morire in prigione per crimini commessi quando erano ragazzini.
A fronte di una spesa per prigioni e penitenziari salita da 6,9 miliardi di dollari nel 1980 ai quasi 80 miliardi di dollari oggi, quel che colpisce delle pagine di Stevenson è il ritratto di un ordinamento che nega una seconda possibilità a chi sbaglia. Con effetti a catena deleteri. Se ad esempio sono già state condannate per droga, viene negata alle donne povere, e inevitabilmente ai loro figli, la possibilità di accedere ai buoni spesa e alle case popolari. Ciò ha dato vita a "un nuovo sistema di caste che costringe migliaia di persone a vivere senza un tetto, che proibisce loro di stare con la propria famiglia e nelle loro comunità, e che le rende virtualmente non idonee al lavoro". Alcuni Stati privano definitivamente del diritto di voto chi è stato condannato per un reato penale; il risultato è che nel sud del Paese la privazione del diritto di voto tra gli afroamericani ha raggiunto livelli che non si vedevano più da prima del Voting Rights Act del 1965.
Gli Stati Uniti - prosegue Stevenson - hanno rinunciato al recupero, all'istruzione e ai servizi per i carcerati, "perché a quanto pare fornire assistenza è troppo gentile e compassionevole". Hanno istituzionalizzato politiche che riducono le persone ai loro atti peggiori, bollandole per sempre come criminali, assassini, stupratori, ladri, spacciatori, molestatori sessuali, delinquenti; "identità che non possono cambiare, indipendentemente dalle circostanze in cui sono avvenuti i loro crimini o da tutti i miglioramenti che possono aver compiuto nella propria esistenza".
Come se tutto ciò non bastasse, tra i condannati il numero di innocenti è altissimo. La somma di presunzione di colpevolezza, povertà, pregiudizi razziali e complesse dinamiche sociali, strutturali e politiche ha dato vita a un sistema costellato di errori in cui migliaia di innocenti soffrono in prigione.
Quella vicinanza suggeritagli dalla nonna, ha pertanto insegnato una lezione fondamentale all'avvocato Stevenson: ognuno di noi è ben di più dell'atto peggiore che possa aver commesso. "Il lavoro che ho svolto con i poveri e con i carcerati mi ha persuaso che il contrario della povertà non è la ricchezza. Il contrario della povertà è la giustizia".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 1 marzo 2020
Dopo l'accordo con gli Usa, incognite e ferite: che ne sarà degli afghani che si sono battuti a fianco degli occidentali e ora sono esclusi dai negoziati con i Talebani? È una pace zoppa quella firmata ieri per l'Afghanistan, ma è pur sempre una pace dopo diciotto anni di massacri e di guerra senza vincitori.
È la pace di Donald Trump, che vuole avere il tempo e il modo di ritirare dalla "Tomba degli imperi" afghana quasi tutti i suoi 13.000 soldati prima delle elezioni presidenziali di novembre, e che già tra 135 giorni potrà esibire agli elettori statunitensi una riduzione del contingente a 8.600 uomini. Quanto dovrebbe bastargli per rimanere alla Casa Bianca.
Già tra 135 giorni il Presidente potrà esibire agli elettori statunitensi una riduzione del contingente a 8.600 uomini. Quanto dovrebbe bastargli per rimanere alla Casa Bianca. È la pace dei Talebani, ai quali per tornare al potere viene chiesta soltanto la stessa pazienza che ebbero i nordvietnamiti quando gli statunitensi cominciarono a ripiegare, fino a quell'ultimo sovraccarico elicottero in partenza nel 1975 dal tetto dell'ambasciata di Saigon. Forse si può sperare che sia anche la pace delle popolazioni civili afghane, che hanno pagato un prezzo esorbitante alla ferocia o alla mancanza di cautela di entrambi gli schieramenti.
Ma non è la pace, questa, degli afghani che si sono battuti con enormi perdite a fianco degli occidentali, e che ora sono stati esclusi dai negoziati con i Talebani in cambio di un vago "dialogo inter-afghano" che proprio ieri ha fatto emergere un primo contrasto sul numero di prigionieri che il governo di Kabul dovrebbe liberare (cinquemila?) in cambio dei mille lasciati andare dai Talebani. E non è nemmeno la pace, questa, delle popolazioni urbane che durante la presenza degli occidentali hanno conquistato margini di libertà individuale impensabili prima che l'attacco alle Torri Gemelle nel 2001 provocasse la risposta armata dell'America. È un bene che i talebani abbiano promesso agli Usa di impedire che terroristi sul modello di al-Qaeda tornino a minacciare gli Stati Uniti dal suolo afghano. Ma cosa accadrà alla società che in quasi due decenni è nata e cresciuta, alle donne orgogliosamente affrancate seppur nei limiti delle tradizioni, ai giovani, alle minoranze? Le promesse fatte sono vaghe, e colpisce che i Talebani continuino a parlare, per il futuro anche prossimo, di un "Emirato Islamico dell'Afghanistan" che non può essere considerato di buon auspicio.
E come non ricordare, proprio oggi, i nostri morti tra tanti altri morti, i 54 militari italiani che in quella terra lontana hanno lasciato la vita combattendo sì ma cercando anche di fare del bene. E noi del Corriere, possiamo forse dimenticare la collega Maria Grazia Cutuli che alla fine di quel 2001 in Afghanistan fu uccisa perché voleva raccontarci orrori evidenti e orrori nascosti?
Oltre a essere zoppa, questa road map per la pace afghana tocca cicatrici profonde. Ma alla fine sarà come sempre una storia fredda e cinica a decidere se la pace ci sarà davvero, e se sarà giusta, o almeno tollerabile per chi lì si è battuto tanto a lungo.
I talebani hanno ottenuto ieri scadenze precise davanti alle quali gli americani ancora nello scorso settembre storcevano la bocca: non solo le forze Usa saranno ridotte a 8.600 uomini entro 135 giorni e di pari passo dimagriranno i contingenti alleati (gli italiani sono oggi circa novecento, con compiti di istruttori), ma entro quattordici mesi tutte le forze straniere, statunitensi, italiane o di altri Paesi, saranno fuori dall'Afghanistan.
A condizione che i Talebani tengano fede ai loro impegni. Una condizione fragile, verrebbe da dire, perché non è immaginabile che il Trump che conosciamo, oppure un Trump rieletto a novembre, oppure ancora un suo successore, vogliano ri-coinvolgere l'America in una guerra afghana. E lo stesso vale per gli alleati. Per questo i talebani fanno fatica a non gridare vittoria, oggi. Per questo i talebani faranno del loro meglio per non deludere Washington, per incoraggiare Trump a non aspettare tutti i quattordici mesi e per favorire la sua rielezione: lui, di sicuro, non potrebbe contraddirsi e tornare indietro.
La Casa Bianca, delusa dalla Corea del Nord, trova in Afghanistan il successo di politica estera di cui il Presidente aveva bisogno. Ma nessuno può nascondersi che le insidie sono già in attesa. Questa è una pace singolare, che non ha stabilito nemmeno un cessate il fuoco ma soltanto una approssimativa "riduzione della violenza".
Come giocherà la feroce rivalità politica tra il presidente Ghani e il suo premier Abdullah quando Kabul dovrà "dialogare" con il fronte compatto e sprezzante dei talebani? Quante clausole degli accordi sono state tenute segrete, e potrebbero esplodere come mine lungo il cammino che porta alla scadenza dei quattordici mesi da oggi (per esempio, i militari Usa vorrebbero garantire a Kabul la copertura aerea contro i talebani anche dopo il ritiro)? E i talebani, a loro volta, si mostreranno uniti, come in realtà non sono mai stati? La pace zoppica, e le sentenze definitive sono rinviate senza ottimismo. Come accade sempre nelle guerre che non si riesce a vincere.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 29 febbraio 2020
Frontiere aperte per 72 ore. Centinaia di profughi in marcia verso le frontiere. Subito blindate da Grecia e Bulgaria. Per i governi europei l'allarme scatta nella notte tra giovedì e venerdì quando, al termine di un consiglio di sicurezza straordinario, Recep Tayyip Erdogan decide che la Turchia non fermerà più i migranti che vogliono lasciare il Paese. "Non siamo più in grado di trattenere i profughi", annuncia un portavoce del governo. Una decisione che nelle intenzioni di Ankara dovrebbe durare solo 72 ore, che però sono più che sufficienti per popolare di incubi la notte di molti leader del Vecchio continente.
L'apertura delle frontiere è una ritorsione per l'uccisione di 33 soldati turchi avvenuta poche ore prima a Idlib, in Siria, colpiti dagli aerei di Bashar al Assad con il via libera della Russia. Un tentativo disperato, con cui Erdogan cerca di deviare l'attenzione di un'opinione pubblica interna stanca di vedere la Turchia sempre più isolata a livello internazionale, oltre che dei quasi quattro milioni di profughi presenti da anni nel Paese. Ma la decisione di aprire le porte ai migranti - più volte minacciata in passato da Ankara - è però anche un modo per tornare a ricattare l'Unione europea, che ha preso di mira la Turchia anche per le trivellazioni nel Mediterraneo.
La reazione dell'Europa alle minacce è immediata e, ovviamente, non tiene conto delle sorti dei migranti che intanto, fin da ieri mattina, hanno preso a marciare incolonnati verso i confini europei e ad affollare le stazioni degli autobus comprando biglietti per le linee dirette al confine. Come è successo a Istanbul, dove nella notte decine e decine di profughi hanno acquistato biglietti per i pullman diretti a Edirne, città vicina sia al confine greco che a quello bulgaro.
E proprio la Grecia è stata la prima a muoversi, preoccupata da un ulteriore aumento degli arrivi e con le isole dell'Egeo già sovraffollate all'inverosimile di profughi costretti a vivere in condizioni disperate. E lo fa con durezza annunciando un rafforzamento dei confini con la Turchia: "Non tollereremo ingressi illegali nel Paese", dice il premier Kyriakos Mitsotakis annunciando l'aumento delle pattuglie composte da poliziotti e militari lungo il fiume Evros e il confine terrestre con la Turchia, nel nord del Paese. Ma anche l'uso massiccio di filo spinato per rendere ancora più difficili i tentativi di attraversamento.
Nel frattempo non si va certo per il sottile per convincere chi non è desiderato a restarsene dall'altra parte della frontiera dove, non distante dalla città di Orestiada, nel corso della giornata si è creato un accampamento con 500 profughi. Gas lacrimogeni vengono usati dalla polizia che carica un gruppo di migranti, tra i quali anche donne e bambini, che approfittando dell'improvvisa sparizione delle guardie di frontiera turche nel pomeriggio prova ad attraversare il valico di Edirne-Pazarkule. "La Grecia non ha alcuna responsabilità per i tragici aventi in Siria e non sconterà le conseguenze delle decisioni prese dagli altri", annuncia Mitsotakis. Stessa linea inflessibile adottata anche dalla Bulgaria, altro paese confinante con la Turchia. "Siamo preoccupati dal fatto che le guardie di frontiera turche sono state ritirate", dice il premier Bjko Borisov che autorizzato l'invio di mille soldati lungo i 300 chilometri di confine con la Turchia. Misura che, come spiega il ministro della Difesa Krassimir Karakachanov, servono "per non far entrare neanche un singolo immigrato irregolare nel territorio bulgaro".
Come sempre, anche questa volta Erdogan alterna il bastone alla carota. E così l'apertura delle frontiere viene fatta seguire da dichiarazioni più rassicuranti come quelle con cui una nota del ministero degli Esteri assicura che la politica di Ankara nei confronti dei migranti non cambierà. Parole che servono a tranquillizzare l'Unione europea dalla quale la Turchia ha già preso sei miliardi di euro per impedire ai profughi di partire e dalla quale vorrebbe come minimo un altro miliardo.
Le prime reazioni di Bruxelles sono improntate al rigore: "Dal nostro punto di vista, l'accordo sui migranti del 2016 è sempre valido e ci aspettiamo pertanto dalla Turchia che rispetti i suoi impegni", annuncia un portavoce della Commissione europea. ma poi è tutto un susseguirsi di telefonate con esponenti del governo turco utili a cercare rassicurazioni promettendo un maggiore impegno nella ricerca di una soluzione al dramma siriano.
"Ho parlato con il ministro degli Esteri turco, Mevlud Cavusoglu. La de-escalation resta la chiave per affrontare con efficacia le sfide sul terreno. La sofferenza umana e la perdita di vite devono finire", annuncia a metà pomeriggio Joseph Borrell, rappresentante della politica Estera dell'Ue. "Ho ricevuto rassicurazioni sul fatto che la Turchia resta impegnata nell'accordo Ue-Turchia".
- Caselli: "La prescrizione? Una patologia che nega elementari principi di equità"
- Giovanni Maria Flick: "Intercettazioni, qui si colpisce la base della nostra civiltà"
- I cappellani delle carceri: "No al virus dell'isolamento"
- Il coronavirus può arrivare anche in carcere. Giuste le cautele ma attenzione ai diritti
- Campania. Uspp: "Provvedimenti coronavirus, colloqui detenuti-parenti solo via web"









