caritasambrosiana.it, 19 gennaio 2020
Martedì 21 gennaio alle ore 18.00 al Museo Diocesano "Carlo Maria Martini", 20 detenuti provenienti da 9 carceri della Lombardia porteranno in scena il reading "La prima libertà. Vivere la religione in carcere". Il testo, presentato in una precedente versione due anni fa, è ricavato dagli appunti e le note che gli stessi reclusi, appartenenti a differenti confessioni, hanno elaborato dopo la lettura di un antico poema persiano "Simurgh, la conferenza degli uccelli".
Diversamente dal precedente allestimento, in questa nuova edizione i protagonisti assoluti saranno proprio i carcerati. Lo spettacolo darà voce alla loro personale reinterpretazione del racconto poetico compiuta al termine di un lungo percorso incentrato su un'apparente contradizione: vivere la libertà religiosa in un luogo che si fonda sulla limitazione della libertà.
"In realtà - osserva Ileana Montagnini, responsabile dell'area Carcere di Caritas Ambrosiana - proprio in carcere c'è chi si avvicina alla fede, chi la riscopre e anche chi la rivendica come limite invalicabile. Questi differenti atteggiamenti possono avere esiti molti diversi. Per lo più il percorso spirituale che si compie dietro le sbarre è espressione di una più generale presa di coscienza individuale dei propri limiti ed errori e quindi favorisce il processo riabilitativo. Altre volte, se questo cammino non è accompagnato, può diventare problematico in un contesto multi-religioso come è la realtà carceraria di oggi".
Il reading è la conclusione di un progetto triennale dedicato proprio alla gestione del pluralismo religioso nella carceri lombarde. Il corso ha coinvolto detenuti, agenti di polizia penitenziaria, insegnanti, cappellani e volontari dei 9 penitenziari inseriti nella sperimentazione unica in Italia, durante la quale il tema è stato affrontato sotto il profilo antropologico, sociologico-giuridico, etico-formativo, grazie agli interventi di esperti come il professore Paolo Branca dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, i professori Silvio Ferrari e Daniela Milani dell'Università degli Studi di Milano ed esponenti di diverse tradizioni religiose: Hamid Roberto Distefano della Comunità Religiosa Islamica Italiana, monsignor Luca Bressan vicario episcopale della Diocesi di Milano e mons. Pier Francesco Fumagalli vice prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, il rabbino Davide Sciunnach della Comunità Ebraica di Milano.
"Attraverso questi incontri si è favorita una migliore conoscenza delle tradizioni religiose e culturali presenti negli istituti di pena del distretto lombardo, fornendo al personale carcerario strumenti per comprendere meglio la diversità delle culture e delle religioni, evitare il crearsi di resistenze o forme di pregiudizio e contrastare i fenomeni di radicalizzazione e di proselitismo aggressivo.
In questo contesto sono state anche affrontate tematiche concrete e specifiche che incidono in maniera rilevante sulla vita dei detenuti quali l'alimentazione, la preghiera, i rapporti con la famiglia", spiega la professoressa Daniela Milani, coordinatrice del progetto, che illustrerà i risultati insieme a Giovanna Longo, responsabile dell'ufficio detenuti del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia.
"Oggi quasi la metà dei detenuti nei penitenziari italiani professa altre fedi. Riconoscere effettivamente la libertà di culto ai carcerati, prevista per altro dal nostro ordinamento per legge già dal 1975, significa prendere atto della realtà e quindi evitare degenerazioni, come i fenomeni di radicalizzazione, pericolosi all'interno e fuori, nella società civile, al termine delle misure restrittive. Ci auguriamo che progetti come questo spingano le istituzioni pubbliche a fare i passi necessari per la piena attuazione delle norme", osserva Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana. Dopo il reading, introdotto da mons. Luca Bressan, i detenuti della Casa Circondariale di Monza si esibiranno in una performance di percussioni dal titolo "I ritmi dal mondo".
Il progetto Simurgh, cofinanziato dalla Fondazione Cariplo, è stato promosso dall'Università degli Studi di Milano, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Provveditorato regionale della Lombardia, dalla Comunità Ebraica di Milano, dalla Comunità Religiosa Islamica Italiana (Coreis) dalla Diocesi di Milano, dalla Caritas Ambrosiana e dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, dall'Istituto di Studi di Buddismo Tibetano di Milano Ghe Pel Ling. I laboratori formativi si sono svolti negli istituti penitenziari di Milano (il carcere di San Vittore), Pavia e Brescia (nel 2017), Como, Cremona, Vigevano (nel 2018), Opera, Monza, Bergamo (nel 2019).
Il Gazzettino, 19 gennaio 2020
Una realtà unica per presenza, costanza, affidabilità. Capace di precorrere i tempi e fungere da esempio nell'intero panorama italiano. Capace di lasciare un segno indelebile in chi si trova a vivere l'esperienza del carcere, come detenuto o come operatore.
É Ocv, l'associazione "Gruppo operatori carcerari volontari" che quest'anno celebra quarant'anni dalla fondazione. Mai data fu più propizia dal momento che lo storico traguardo cade all'esordio dell'anno in cui Padova è capitale europea del volontariato, e per festeggiare la Onlus ha pubblicato Oltre le sbarre, presentato ieri a palazzo Moroni.
Davanti a decine di volontari la presidente Ludovica Tassi ha accolto le figure più emblematiche della storia del gruppo. Ad aprire i lavori un emozionato vicesindaco: "Siete una realtà preziosa e unica, un orgoglio per la città con la vostra capacità di mettere in contatto la cittadinanza con una parte di comunità che esiste e va conosciuta, come quella del carcere - ha spiegato Lorenzoni - Grazie a voi possiamo creare una comunità matura e responsabile".
"A Padova è iniziato molto, se non tutto, ciò che riguarda il volontariato in carcere - esordiva Giovanni Tamburino, coordinatore nazionale dei magistrati di sorveglianza che per decenni ha lavorato in città - Alcuni volontari supportavano i detenuti già prima della riforma penitenziaria del 1975, specie nello studio universitario oggi fiore all'occhiello del carcere padovano con quasi cinquanta iscritti all'ateneo. Il volontariato padovano fa proprie due caratteristiche: preparazione e continuità. È un gruppo strutturato, preparato, che sa avere uno sguardo oggettivo e per questo ha saputo durare nel e integrarsi con le istituzioni".
Per Tamburino il volontariato è rappresentato da una metafora: "È il ponte sul fossato tra due città. L'elemento che segna la distinzione tra due realtà diverse ma non la loro separazione". Applicare con successo la funzione rieducativa che il carcere dovrebbe avere non è cosa semplice e proprio questo è lo scopo dei volontari Ocv.
Molteplici le iniziative in cui supportano i detenuti, dai corsi di cucina, teatro e bricolage fino alla scuola e all'università. "Un costante e invisibile esercizio di umanità che sa fungere da esempio al detenuto dimostrandogli che è possibile accogliere chi ha sbagliato, spendendo gratuitamente il proprio tempo e senza giudicare" ha ricordato Giovanni Maria Pavarin, successore a Padova di Tamburino, anticipando il presidente onorario e fondatore di Ocv Giorgio Ronconi nel ricordo dell'indimenticata Bianca Maria Bichi Vianello.
"Il volontariato si è avvicinato ai carcerati in città fin dagli anni Sessanta con l'associazione San Vincenzo, partita dagli aiuti ai vagabondi che spesso avevano patito periodi di detenzione - ha ricordato Ronconi - Dopo la nascita di Ocv nel 2003 siamo arrivati ad avere il polo universitario in carcere e oggi abbiamo oltre 70 volontari".
Inusuale per l'incredibile presenza e costanza Ocv lo è anche per Claudio Mazzeo, direttore della casa di reclusione padovana, ma il segno più profondo lo ha lasciato in Marzio Casarotto e Roberto Conacchiari, che dietro le sbarre hanno trascorso una fetta di vita.
"In quei periodi bui mi hanno fatto capire che un futuro esiste, che dovevo darmi degli obiettivi" spiega Marzio. "Non giudicano, diventano gli unici che si accorgono di bisogni piccoli, banali, ma importanti, come la data del tuo compleanno. Sono una famiglia che non ringrazierò mai abbastanza per aver dato la voglia di studiare e lavorare" gli fa eco Roberto.
liberta.it, 19 gennaio 2020
Uno spazio più bello e accogliente per ricucire le ferite emotive tra i padri detenuti in carcere e i loro figli. La stanza della casa circondariale delle Novate destinata ai colloqui coi minori verrà presto riqualificata grazie al comitato provinciale della Croce Rossa, che ieri mattina, 18 gennaio, ha donato barattoli di vernice, pennelli e altri materiali per la tinteggiatura.
A descrivere l'importanza di questa azione di solidarietà ci pensano i numeri: nel 2019, a Piacenza i locali penitenziari riservati all'incontro fra genitori e bambini hanno registrato 1.200 accessi di minori sotto ai quattordici anni d'età, a fronte di circa 510 detenuti presenti alle Novate. Attraverso il gesto dei volontari soccorritori, quindi, gli appuntamenti fra i padri carcerati e i loro figli potranno contare su un ambiente ancora più sereno e stimolante.
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 19 gennaio 2020
L'auspicio è "la formazione di un governo unico approvato dalla Camera dei rappresentanti libica". La Conferenza di pace per la Libia di oggi a Berlino si tiene sotto gli auspici dell'Unione europea e dell'Onu e con una nutrita partecipazione di Stati (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, Emirati Arabi, Turchia, Congo, Italia, Egitto, Algeria, Unione Africana e Lega degli Stati Arabi), ha comunque come attori principali la Turchia e la Russia con Fayez Al Sarraj e Khalifa Haftar a muoversi come ombre nel palcoscenico della politica mondiale.
Secondo quanto ha rivelato Sergey Lavrov, ministro degli esteri russo, se fosse per i due grandi nemici le trattative non sarebbero neppure iniziate. "La cosa principale ora è che dopo la conferenza di Berlino, se tutto procede come previsto, i partiti libici non ripetano i loro errori passati e non inizino a presentare condizioni aggiuntive e incolparsi l'un l'altro. Il rapporto tra loro è molto teso, non vogliono nemmeno stare nella stessa stanza, per non parlare del parlarsi o incontrarsi", ha detto Lavrov nella conferenza stampa sui risultati delle attività della diplomazia russa nel 2019.
Alle trattative di lunedì a Mosca le 2 delegazioni libiche sono erano state ospitate in sale su piani diversi, con i mediatori russi a far da spola. Come promesso ad Angela Merkel e a Recep Erdogan, Vladimir Putin ha imposto un sì, seppur stentato, ad Haftar sulla bozza di accordo, il quale prima di volare a Berlino si è prodigato con parole di amicizia verso presidente russo: "La ringrazio - ha detto Haftar rivolto a Putin - ed esprimo il pieno sostegno all'iniziativa russa di tenere colloqui di pace a Mosca, che dovrebbe portare alla pace in Libia".
Un dettaglio non da poco quello di Mosca perché nella bozza la sede delle future trattative era stato indicato nella capitale russa ma poi era stato cancellato su insistenza di Al Sarraj. A Mosca di Haftar non preoccupano tanto le mosse tattiche (la sua decisione di chiudere i rubinetti del petrolio libico stanno rifacendo schizzare verso l'alto brent e rublo) quando la malcelata speranza di giungere alla fine a una spartizione del paese. E cioè l'ipotesi ciò l'accordo di Berlino intende mettere in soffitta. In queste ore la Tass, l'agenzia ufficiale russa, ha fatto circolare la bozza dell'accordo che si firmerà domani, giratagli con compiacenza dal ministero degli esteri, in modo tale che il gioco sia a carte scoperte e le fazioni libiche non possano fare scherzi dell'ultimo minuto.
L'accordo è basato in sei punti: "cessate il fuoco, l'attuazione di un divieto di importazione di armi in Libia, la ripresa del processo politico nel paese, il ritorno del controllo statale sull'esercito, l'attuazione di riforme economiche e l'osservanza dei diritti dell'uomo". Per attuare i sei punti i partecipanti creerebbero "un meccanismo internazionale per accompagnare le decisioni del vertice al fine di mantenere il coordinamento dopo il vertice di Berlino sotto gli auspici delle Nazioni Unite" e lo stesso accordo si afferma nel documento sarà ratificato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. La quale avrà anche l'ingrato compito di monitorare la tenuta del cessate il fuoco.
"Ci impegniamo incondizionatamente e pienamente a rispettare e applicare l'embargo sulle armi imposto dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza 1970, nonché dalle successive risoluzioni del Consiglio, inclusa la proliferazione di armi dalla Libia, e sollecitiamo i rappresentanti della comunità internazionale a fare altrettanto" si dice ancora nel documento fatto circolare dalla Tass. Il tutto condito con gli scontati appelli di rito al rispetto dei diritti umani, dovrebbe avere poi come suggello "la formazione di un governo libico unico, unito, inclusivo ed efficace, approvato dalla Camera dei rappresentanti della Libia" è scritto ancora nel documento.
Al Cremlino si dice che Putin sia convinto che non sia un programma che diventerà realtà in poco tempo, ma ci crede. Del resto il "miracolo siriano" gli dà ragione. Intanto Mosca tiene d'occhio anche l'evolvere della situazione in Iran. Quattro giorni fa l'Aeroflot - sola tra le grandi compagnie di bandiera - ha ripreso a far volare i suoi aerei su Teheran, segno di una fiducia che gli ayatollah avranno sicuramente apprezzato.
amnesty.it, 19 gennaio 2020
A partire dal 20 gennaio i due psicologi responsabili della creazione e dell'applicazione delle "tecniche avanzate di interrogatorio" della Cia nel centro di detenzione di Guantánamo saranno chiamati a testimoniare durante la fase istruttoria del processo nei confronti di Khalid Sheikh Mohammed - considerato l'ideatore degli attacchi dell'11 settembre 2001 - a altri quattro imputati.
I due psicologi a contratto, James E. Mitchell e John "Bruce" Jessen, sono responsabili di aver messo a punto tecniche di interrogatorio, tra i quali il water-boarding, l'isolamento in celle di dimensioni minuscole, i pestaggi e la privazione del sonno che equivalgono tutti a tortura. Molti detenuti hanno subito tali trattamenti in centri segreti di detenzione in tutto il mondo, compresa l'Europa, con la complicità di numerosi governi europei.
Alle udienze saranno presenti due osservatori di Amnesty International: Julia Hall, avvocata ed esperta del Segretariato Internazionale di Amnesty International in materia di giustizia penale, antiterrorismo e diritti umani, e Zeke Johnson, direttore dei programmi di Amnesty International Usa. "Il perverso lavoro di questi psicologi ha fortemente compromesso la lotta globale contro la tortura. I metodi interrogatorio da loro caldeggiati hanno avuto un effetto domino in tutto il mondo", ha dichiarato Julie Hall.
"Invece di doverne rispondere, i responsabili del programma di torture della Cia, tra i quali Mitchell e Jessen, sono stati protetti e, in alcuni casi, difesi. Il fatto che essi testimonino in questa importantissima circostanza dimostra che la Cia non ha voluto sradicare le violazioni dei diritti umani su cui si basava il loro programma antiterrorismo. Questa impunità costituisce una macchia nella storia degli Stati Uniti. La tortura non può mai essere giustificata e chiunque ne faccia uso deve risponderne", ha sottolineato Hall.
Da tempo, Amnesty International sostiene che i funzionari governativi coinvolti in torture e maltrattamenti di detenuti durante la "guerra al terrorismo" globale degli Usa debbano rispondere delle loro responsabilità e che i detenuti di Guantánamo debbano essere rilasciati o processati tempestivamente nei tribunali ordinari federali statunitensi. Amnesty International continua ripetutamente a chiedere al governo statunitense di chiudere il centro di detenzione di Guantánamo e mettere fine ad anni, ormai 18, di violazioni dei diritti umani.
L'organizzazione per i diritti umani richiama inoltre l'attenzione sul fatto che i programmi governativi basati su maltrattamenti e torture, insieme ai ripetuti ritardi nel celebrare processi equi nei confronti dei presunti autori degli attacchi dell'11 settembre, hanno contribuito in maniera diretta all'assenza di una vera giustizia e di risarcimenti per le vittime dell'11 settembre e i loro familiari.
Nelle udienze dei prossimi giorni si valuterà se dichiarazioni estorte con la tortura debbano o meno essere escluse dalle prove nei confronti dei presunti autori degli attacchi dell'11 settembre. I cinque imputati potrebbero essere condannati a morte se giudicati colpevoli dalle commissioni militari, organismi le cui procedure non rispettano gli standard internazionali in materia di processi equi. La loro eventuale condanna a morte costituirebbe la negazione estrema dei diritti umani fondamentali.
La Repubblica, 19 gennaio 2020
Il periodico report di Nessuno Tocchi Caino sulla pratica delle esecuzioni capitali nel mondo. In Pakistan annullata l'impiccagione dell'ex presidente Musharraf. Attivisti per i diritti umani del Somaliland, Stato auto-proclamato indipendente dell'Africa orientale, che non ha alcun riconoscimento della comunità internazionale, formato dalle province settentrionali della Somalia, hanno confermato l'esecuzione dei sei detenuti nella prigione di Mandheera, situata nella capitale Hargeisa. Il funzionario del Somaliland Human Rights Center, Guleid Ahmed Jama, ha detto che i sei sono stati giustiziati il 15 gennaio mattina. Lo si apprende dal portale di "Nessuno Tocchi Caino". Secondo l'attivista per i diritti umani, questa esecuzione è la prima per un caso relativo ad Al-Shabaab in Somaliland dal 2016.
Il Somaliland, ufficialmente la Repubblica del Somaliland, è considerato a livello internazionale come una regione autonoma della Somalia.
Bielorussia - Un colpo alla nuca: emesse le prime 2 condanne del 2020. Il tribunale regionale di Mogilev il 10 gennaio 2020 ha condannato a morte due fratelli, di 19 e 21 anni, che sono stati giudicati colpevoli di aver commesso un omicidio in modo particolarmente violento, ha reso noto il Centro per i Diritti Umani Viasna. La Bielorussia è l'unico paese europeo che applica la pena di morte. Il metodo d'esecuzioni è il seguente: il condannato viene bendato, costretto a inginocchiarsi e ad aspettare circa 2 minuti prima che il boia lo finisca con un colpo alla nuca sparato con una pistola. I due fratelli giustiziati. Sono stati giustiziati due fratelli, Ilya Kostin e Stanislav Kostin, in un'udienza fuori sede a Cherikov. Sono stati accusati di aver ucciso la loro insegnante, che era anche loro vicina, dando fuoco alla sua casa", ha detto il Centro. Nell'aprile 2019, mentre spegnevano un incendio in una casa a Cherikov, gli addetti dei servizi di emergenza trovarono il corpo della sua proprietaria di 47 anni. Numerose ferite da taglio furono trovate sul cadavere. I presunti autori dell'omicidio furono identificati poco dopo; erano due fratelli con precedenti penali, di 19 e 21 anni, che avevano litigato con la donna il giorno prima.
Arabia Saudita - 184 giustiziati nel 2019. L'Arabia Saudita ha messo a morte 184 persone nel 2019, il numero più alto in un anno solare da sei anni, ha reso noto l'organizzazione per i diritti umani Reprieve, definendola una "tragica pietra miliare" per il Regno. Delle esecuzioni annunciate dall'agenzia di stampa saudita l'anno scorso, 88 sono state di cittadini sauditi, 90 di cittadini stranieri mentre sei persone erano di nazionalità sconosciuta, secondo quanto dichiarato da Reprieve il 13 gennaio 2020. Il gruppo per i diritti ha riferito che 37 persone sono state messe a morte dal governo saudita in un solo giorno il 23 aprile, inclusi tre prigionieri che erano minorenni quando hanno commesso i loro presunti reati. "Questa è un'altra tragica pietra miliare per l'Arabia Saudita di Mohammed bin Salman - ha detto la direttrice del gruppo per i diritti, Maya Foa - i sovrani del Regno credono chiaramente di avere totale impunità nel violare il diritto internazionale quando pare a loro". La dichiarazione di Reprieve ha sottolineato che il principe ereditario saudita aveva dichiarato, in un'intervista televisiva nel 2018: "Abbiamo cercato di ridurre al minimo la pena di morte. Ci vorrà un anno, forse un po' di più, per porre fine. Non ci riusciremo al 100%, ma la ridurremo notevolmente".
Pakistan - Annullata la condanna a morte dell'ex presidente Musharraf. Il 13 gennaio scorso, un tribunale pakistano ha annullato la condanna a morte pronunciata nei confronti dell'ex presidente del Paese Pervez Musharraf. L'Alta Corte di Lahore ha stabilito che il tribunale speciale istituito per processare l'ex presidente non fosse legale. Il collegio di difesa di Musharraf aveva presentato una petizione all'Alta Corte in seguito alla condanna a morte emessa lo scorso dicembre dal tribunale, secondo cui l'ex generale dell'esercito era colpevole di aver imposto leggi di emergenza, in violazione della Costituzione, durante il suo governo. Nove anni al potere. Musharraf prese il potere nel 1999, quando estromise il governo eletto dell'ex primo ministro Nawaz Sharif, con un colpo di stato militare. Otto anni dopo, impose leggi di emergenza e mise diversi giudici chiave agli arresti domiciliari. Queste mosse provocarono condanne e proteste a livello nazionale che portarono alle sue dimissioni nel 2008. L'avvocato di Musharraf, Azhar Sadique, ha detto: "Vedremo come reagirà il governo". Secondo il legale, Musharraf è stato un obiettivo politico, falsamente accusato di tradimento dal governo nel 2014, dopo che l'ex premier Sharif era tornato al potere.
Myanmar - Condannato all'impiccagione per omicidio. Un tribunale della regione di Ayeyarwady nel Myanmar, il 13 gennaio 2020 ha condannato all'impiccagione un ex assistente sanitario per aver ucciso un insegnante e aver nascosto il cadavere dopo che nel 2016 un triangolo amoroso era diventato violento. L'ex assistente sanitario Than Zaw, che lavorava in un centro sanitario rurale nel villaggio di Payagon nella township di Hinthada, è stato dichiarato colpevole dal Tribunale Distrettuale della stessa Hinthada, di aver cospirato con la sua ragazza per uccidere il suo ex fidanzato Ko Aye Naing, un insegnante di 34 anni della scuola primaria del villaggio di Mayan Lay, nella stessa township. Il processo è durato tre anni e nove mesi. Il 13 gennaio il tribunale ha stabilito che ai due imputati debbano essere applicate le massime punizioni previste dalla legge. L'ex assistente sanitario è stato condannato all'impiccagione per omicidio premeditato. La sua fidanzata, Hnin Cherry, è stata condannata a sette anni di prigione con lavori forzati per aver nascosto le prove dell'omicidio.
di Massimiliano Iervolino*, Igor Boni** e Giulia Crivellini***
Il Manifesto, 19 gennaio 2020
"Un'idiozia": così è stata etichettata l'accusa rivolta al Pd di mancata discontinuità dal primo governo Conte. Tanto infondata non sembra, dal momento che negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli esponenti del Pd che hanno voluto rispondere promettendo cambiamenti concreti. Quando dai proclami si passerà all'azione?
Sono passati oltre 4 mesi dall'instaurazione del Conte bis e non vi è stato alcun intervento sui provvedimenti rispetto ai quali "rilevanti perplessità" sono state espresse dal Presidente della Repubblica. Alle parole non hanno fatto seguito i fatti. E i fatti, in materia di immigrazione, non possono prescindere dai decreti sicurezza.
Solo da agosto, quando è entrato in vigore il decreto sicurezza bis, almeno 165 persone sono morte o risultate disperse nel Mediterraneo centrale. Nel frattempo le organizzazioni non governative erano (e sono ancora) alle prese con navi sotto sequestro e sanzioni.
Nei Tribunali di tutta Italia aumentano i ricorsi dei richiedenti asilo contro i rigetti delle commissioni territoriali e la durata dei procedimenti, conseguenze della riforma del sistema di protezione introdotta dal primo decreto. Circa 80mila persone rischiano di divenire irregolari, esposte a sfruttamento lavorativo e criminale. Eppure i testi di legge restano in piedi, inalterati. Se il Governo giallorosso vuole fregiarsi dell'aggettivo "discontinuo" agisca. I numeri per attuare il cambiamento ci sono. Faccia di più: stabilisca una discontinuità anche col memorandum Italia-Libia, che in tre anni ha ricondotto in Libia 40mila persone, forse poi torturate, abusate, morte. Lo sospenda. Noi continueremo a chiederlo, ogni giorno. E il 2 febbraio saremo in piazza per ribadirlo.
*Segretario Radicali Italiani
**Presidente Radicali Italiani
***Tesoriera Radicali Italiani
di Maria Maggiore
Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2020
Minorenni reclusi nei campi: la Ue come gli Usa di Trump. Reza è iraniano, ha 17 anni e vive in prigione da un anno. In una "zona di transito" in Ungheria, a Rószke. "Di transito" perché non è completamente chiusa: aperta se decidi di tornare in Serbia, chiusa se vuoi chiedere asilo in Ungheria. Il ragazzo è arrivato qui con lo zio e i cugini, ma loro sono riusciti a passare con la protezione umanitaria.
A Reza è stata negata e da più di un anno aspetta da solo, con altri 99 minori non accompagnati, in una città dove le case sono container, i confini sono filo spinato e tutto è sorvegliato da soldati armati, che ti accompagnano ammanettato anche dal medico. "Non dormo da due giorni dopo l'ultimo rigetto della mia domanda", ci dice Reza.
"Il dottore mi ha detto di non pensare troppo, ma è difficile, tutto è difficile qui. Siamo venuti dalla Serbia, con i documenti, non illegalmente. Perché l'Ufficio immigrazione gioca con noi, trascina le decisioni per mesi? Non abbiamo fatto nulla di male. Perché siamo rinchiusi qui? Pensare troppo è una bomba nella testa". L'Ungheria è sotto accusa perché lascia senza cibo i migranti a cui è stato negato l'asilo, in attesa di espulsione. Anche i bambini.
Nel luglio scorso, la Commissione europea ha denunciato il governo Orban alla Corte di Giustizia Ue per violazione dei diritti fondamentali. Come Reza ci sono migliaia di minori in prigione ai confini dell'Europa, in attesa dell'asilo o dell'espulsione. Non hanno commesso reati, sono solo entrati illegalmente nel territorio Ue. L'Unione europea ha fortemente criticato il presidente americano Donald Trump per aver diviso le famiglie al confine con il Messico e chiuso i bambini nelle gabbie.
"Noi abbiamo altri valori" ha detto stizzito un portavoce del governo di Parigi nel 2018. Ma la Francia ha il record di condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo - sei dal 2012 - per la detenzione dei minori migranti, la maggior parte li tiene nell'isola di Mayotte nell'Oceano Indiano. Il diritto internazionale condanna la detenzione dei bambini migranti, fin dalla Convenzione sui diritti del fanciullo (art. 37) del 1989.
Nel 2017, un Comitato speciale delle Nazioni Unite, ha ribadito che "i minori non dovrebbero mai essere detenuti per ragioni legate allo stato migratorio loro o dei genitori. Qualsiasi tipo di detenzione per immigrazione minorile dovrebbe essere vietata dalla legge". Ma l'Europa non sente. Sostiene che la detenzione dei minori dovrebbe essere solo "l'ultima ratio", ma di fatto la tollera, la incoraggia.
"La Commissione peri diritti umani nel Senato italiano ha scritto nel 2014 che oltre i 45 giorni un migrante (anche adulto, ndr) non partecipa più alla sua identificazione, quindi la detenzione è inutile e costosa", spiega Marta Gionco della piattaforma Picum, a Bruxelles. La rivista Lancet scrive che la detenzione "provoca danni alla salute mentale e fisica dei bambini".
La rete europea per l'Alternativa alla detenzione ritiene che "consentire alle persone di rimanere nella comunità, coinvolgendole nel processo di integrazione, offrendo consigli legali, accesso a servizi e un "gestore sociale", pagato dallo Stato ma indipendente, è molto più economico".
Ma l'ex commissario all'Immigrazione, Dimitri Avramopoulos non la pensa così. Nel 2018 scriveva: "Un uso più efficace della detenzione renderà più efficace l'applicazione dei rimpatri", lamentandosi che il numero dei rimpatri restava al 36,6% nel 2017.
La nuova Commissione non ha cambiato politica. "Abbiamo cercato, nella scorsa legislatura, di vietare per legge la detenzione dei bambini migranti - spiega l'eurodeputata Caterina Chinnici (Pd), presidente dell'intergruppo per i minori - ma non ci siamo riusciti". L'Europarlamento aveva infatti approvato il divieto di privare i minori della libertà nelle riforme della Convenzione di Dublino e dei rimpatri. Manon c'è stato l'accordo con i governi, i testi non sono stati votati. Non c'è la volontà politica di vietare la detenzione dei piccoli migranti".
Peggio, la detenzione è vista come un deterrente alla migrazione in Europa. Il campo di Moria, a Lesbo (Grecia), ne è la prova. Prima di tutto senti colpi di tosse da quasi tutte le tende, a Moria, migliaia di tende, sparse fuori dal campo.
E la tosse dei bambini che non hanno abbastanza cibo, abbastanza caldo, abbastanza cure. Li vedi correre in mezzo al fango, di notte fanno la coda per il bagno, al buio. In un'ex base militare che può contenere fino a 3.000 persone, oggi ce ne sono 18.000, di cui 1.200 bambini non accompagnati, 8.300 minori in tutto. Aspettano l'esito delle richieste d'asilo e non possono lasciare l'isola. È scritto nell'accordo Ue-Turchia firmato nel 2016 da tutti capi di governo Ue.
Si erano impegnati a distribuirsi poi i migranti arrivati in Grecia e a rispedire indietro, in Turchia, chi non aveva diritto all'asilo. Ma da allora solo 1.975 persone su 98.000 sono state rimandate in Turchia. Le altre sono rimaste bloccate nelle cinque isole greche trasformate in prigioni a cielo aperto: Lesbo, Leros, Kos, Samos e Chios.
La psicologa di Medici senza Frontiere, Danae Papadopoulou, dice: "Moria è in un posto così isolato da costringere le persone a vivere come in prigione. È una bomba a orologeria". Sono i più fortunati: sulla terraferma 240 minori non accompagnati vivono in un commissariato di polizia, in attesa dell'asilo.
Nei nostri Paesi la detenzione minorile è vietata ai minori di 13-14 anni. Ma non se il bambino è un migrante. Per la Commissione Ue "migliorare i rimpatri, anche con la detenzione, manderà un forte segnale a chi vuole intraprendere viaggi pericolosi verso l'Europa". I bambini, però, continuano ad arrivare in barca, a Lesbo e in Europa.
di Guido Alfani
La Stampa, 19 gennaio 2020
Il 2020 non si apre bene per la società italiana: la recente revisione dei dati Eurostat sulla distribuzione del reddito mostra come la diseguaglianza continui a crescere. Qualcuno potrebbe stupirsi, visto che appena a dicembre l'Inps sembrava aver certificato un netto calo della povertà - già peraltro assai ridimensionato nelle dichiarazioni degli ultimi giorni.
Diseguaglianza e povertà sono due mali strettamente collegati ed è utile fare chiarezza sulla situazione attuale per capire che cosa ci aspetta nel nuovo anno. Iniziamo dalle dimensioni del problema. I dati Eurostat si riferiscono al 2018, anno in cui in media il 20% più ricco degli Italiani ha avuto un reddito pari a 6,1 volte quello del 20% più povero.
Nel 2017, tale rapporto era pari al 5,9. Dieci anni prima, nel 2007, era solo del 5,4: già abbastanza alto, ma non troppo lontano dalla media dell'Unione europea (5,0). Nel 2018, invece, con il suo 6,1 l'Italia guidava la classifica dell'Europa occidentale, essendo ben lontana dalla media dell'Unione (5,2) e venendo superata solo da alcuni Paesi dell'Europa orientale come Bulgaria (7.7) o Romania (7.2).
Per quanto riguarda la povertà, sempre l'Eurostat stima che nel 2018 la quota di popolazione italiana a rischio povertà ed esclusione sociale sia stata del 27,3%, anche in questo caso ben sopra la media europea del 21,9% e molto lontano da Paesi quali Francia o Germania (17,4% e 18,7% rispettivamente). L'Italia, poi, soffre per la sua elevatissima diseguaglianza interna: nel 2018, la popolazione a rischio povertà era il 15,7% in Lombardia e il 18,7% in Piemonte ma toccava addirittura il 53,6% in Campania.
Sulla base di questi dati, è chiaro che contenere la tendenza all'aumento della diseguaglianza (tra ricchi e poveri e tra Nord e Sud), ridurre la povertà e costruire una società più equa e inclusiva dovrebbe costituire una priorità per l'Italia. È altrettanto chiaro che nulla lascia presagire che nel corso del 2020 il problema possa ridursi da sé. Occorre agire.
Il governo giallorosso ha già operato una scelta importante abbandonando ogni ipotesi di flat tax. Gli interventi a contrasto della povertà, dal Reddito di Inclusione del governo Gentiloni al Reddito di Cittadinanza dei governi Conte, sono utili a creare le condizioni minime perché la parte meno fortunata della popolazione possa sperare in un futuro migliore.
Ma non sono sufficienti, anzi: se non accompagnati da politiche incisive sul fronte occupazionale e di promozione della mobilità sociale non faranno altro che curare i sintomi senza guarire il paziente. Sarà il periodo dell'anno, che induce a sperare per il meglio, ma proviamo a trasformare i disastri industriali annunciati, specialmente al Sud, in occasioni di rilancio su grande scala del tessuto non solo economico, ma anche sociale del Paese.
Il caso Ilva è un ottimo punto di partenza, e in merito il governo pare avere obiettivi ambiziosi. Troppo ambiziosi, obietteranno alcuni, ma in questo momento della storia nazionale, e a fronte di una situazione di elevatissima diseguaglianza interna e povertà troppo diffusa e radicata, forse gli obiettivi ambiziosi sono gli unici meritevoli d'essere perseguiti.
di Umberto De Giovannangeli
Il Garantista, 19 gennaio 2020
La Guida Suprema sfida la piazza democratica. E rivendica la sua leadership, politica più ancora che religiosa, della Repubblica islamica dell'Iran. "Nelle ultime due settimane ci sono state giornate amare e dolci, un punto di svolta nella storia. I due grandi avvenimenti dei funerali del generale Qassem Soleimani e del giorno in cui l'Iran ha attaccato le basi Usa sono stati "Giorni di Allah". I due episodi, miracoli delle mani di Allah, hanno mostrato il potere di una nazione che ha dato uno schiaffo in faccia agli Usa e che la volontà di Allah è continuare il cammino e conquistare la vittoria".
Così dixit la Guida suprema iraniana Ali Khamenei nel suo primo sermone dopo 8 anni alla preghiera islamica a Teheran. Khamenei oscura il presidente Hassan Rouhani, e rilancia la sfida al Grande Satana americano. Con l'attacco missilistico contro la base militare statunitense in Iraq della settimana scorsa, l'Iran "ha colpito il prestigio e l'orgoglio dell'America", sentenzia Khamenei durante l'atteso sermone nella grande moschea. A Teheran un'immensa folla ha assistito alla preghiera guidata dal leader religioso e l'intervento è stato trasmesso in diretta dalla Tv di stato. Khamenei, parlando dello scontro tra Iran e Stati Uniti, l'ha paragonato alla "resistenza opposta da Mosé ai Faraoni" egiziani, superpotenza dell'epoca. La "tragedia amara" dall'abbattimento dell'aereo ucraino a Teheran "non deve oscurare il sacrificio di Soleimani".
"Il fatto che l'Iran abbia il potere di schiaffeggiare un arrogante" come gli Stati Uniti "dimostra che Dio ci sostiene". In riferimento all'attacco condotto dai Guardiani della Rivoluzione iraniana (i Pasdaran) contro due basi americane in Iraq e alla folla che ha partecipato alle cerimonie funebri per il generale Qassem Soleimani, Khamenei ha parlato di "giorni divini".
"Il presidente terrorista dell'America", Donald Trump "ha commesso il crimine" di uccidere il generale iraniano Qassem Soleimani "non nel campo di battaglia, ma in modo vigliacco". Soleimani "combatteva nelle prime linee contro i terroristi dell'Isis. Era il più importante comandante nei combattimenti contro l'Isis in Siria e in Iraq ma gli americani non hanno avuto il coraggio di affrontarlo sul campo di battaglia e lo hanno ucciso mentre era in vista a Baghdad dietro invito del governo iracheno", ha rimarcato Khamenei.
La Guida Suprema affonda a piene mani nella retorica antiamericana, con le forze di sicurezza schierate per cercare di indirizzare le persone ed evitare incidenti collegati a eventuali proteste. Khamenei ha continuato affermando che "usando tecnologia, armi, politiche ingannevoli e falsa propaganda, l'Occidente ha cercato di dominare la regione e dividere le nazioni di Iran e Iraq.
Alcune persone irresponsabili (riferendosi ai manifestanti anti-Iran, ndr), che si sono fatte influenzare dalla propaganda satanica dei nemici, hanno fatto dichiarazioni gli uni contro gli altri, ma il martire Soleimani ha sventato questo complotto".
Ed ancora: "Quei pagliacci che sostengono di essere dietro il popolo sono bugiardi - ha aggiunto riferendosi ai manifestanti anti-regime - Sono manipolati dai nemici e non hanno dedicato le proprie vite alla sicurezza dell'Iran, diversamente da gente come Soleimani". Ma i giovani che hanno riempito le piazze iraniane chiedendo la fine del regime teocratico-militare, sfidando il carcere, la repressione e le brutali milizie Basiji, mettendo direttamente sotto accusa l'Ayatollah Khamenei, sono "pagliacci" indomiti che fanno paura alla Guida Suprema e ai suoi Pasdaran. Sono quei "pagliacci" la speranza di un nuovo Iran.










