di Rossella Guadagnini
MicroMega, 29 febbraio 2020
Lungaggini dibattimentali e procedure barocche hanno trasformato il processo in un percorso accidentato, pieno di ostacoli, insidie e cavilli, osserva il magistrato. Un "brodo di coltura" per avvocati spregiudicati, grazie anche alla prescrizione che non si interrompe mai. Nel nostro sistema penale coesistono due distinti codici: uno per i 'galantuomini', l'altro per i cittadini comuni.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 febbraio 2020
Per il presidente emerito della Consulta, l'uso dei trojan a strascico nega l'inviolabilità delle comunicazioni, cioè la base della civiltà. "Sa, in una democrazia è importante stabilire le regole del gioco. Invece a me sembra che da un po', anche con il decreto intercettazioni, si indulga troppo nel gioco delle regole".
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 29 febbraio 2020
Nel messaggio per la Quaresima dell'Ispettore dei cappellani delle carceri, don Raffaele Grimaldi, inviato a diaconi, religiosi e volontari tutto il rischio che l'emergenza sanitaria sta comportando nell'ambito della detenzione. In seguito all'emergenza da Coronavirus, in molte carceri italiane è stato interdetto l'ingresso dei volontari, incontri e celebrazioni eucaristiche sono state annullate e perfino ridotti i colloqui con i familiari.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 29 febbraio 2020
In un momento in cui razionalità e ragionevolezza andrebbero potenziate in ogni ambito, è ancor più fondamentale che la facciano da padrone nella conduzione delle carceri. Se mai il virus dovesse entrare in un penitenziario, specie se di grandi dimensioni, la gestione dello spargersi del contagio diverrebbe difficilissima. Ben lo sanno le persone che in carcere lavorano e quelle che vi sono detenute, le quali tra l'altro, nell'isolamento dal mondo circostante, vedono inevitabilmente aumentata quell'ansia che ha colpito grande parte della popolazione esterna.
Il Mattino, 29 febbraio 2020
Colloqui tra detenuti e parenti solo via web, sospensione dei permessi d'uscita e degli ingressi, l'istituzione di un'unità di crisi del Provveditorato e dotare gli operatori di mascherina e altri dispositivi di protezione. A chiederlo, al provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone, è Ciro Auricchio, dell'Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria, al fine di tutelare la salute dei carcerati e del personale in servizio negli istituti di pena.
"In un clima di tensione come quello che stiamo vivendo, con agenti e detenuti preoccupati - dice il sindacalista - è bene calmierare ma soprattutto prevenire la diffusione del contagio secondo le linee dettate dal Ministero della Salute: chiediamo l'individuazione di spazi nelle sezioni detentive da dedicare a eventuali soggetti in quarantena e, per eventuali casi più gravi che richiedano l'ospedalizzazione, aree dedicate esclusivamente alla popolazione carceraria".
di Adriano Sofri
Ristretti Orizzonti, 29 febbraio 2020
Il Garante Regionale dei detenuti per la Toscana, Franco Corleone ha completato il suo mandato, compresa la proroga prevista dalla Legge. Bisogna consultare le Associazioni e i movimenti che si occupano di Giustizia e carcere. Ora la nomina incombe, e bisogna sperare che la candidatura prescelta appartenga alla persona dal curriculum e dai titoli più appropriati alla responsabilità che assumerà.
Mi auguro vivamente che i Consiglieri Regionali se ne ricordino e si guardino dal far prevalere calcoli di opportunità di partito e di correnti. Si tratta di andare nelle galere a vedere e auscultare i giorni e le notti degli esseri umani detenuti. Non di un titolo in più da stampare sul proprio biglietto da visita.
Conosco bene Francesco Ceraudo, già Direttore del Centro Clinico Don Bosco di Pisa. Non immagina per sé una realizzazione migliore di quella che lo ha sempre tenuto dalla parte dei detenuti e dei diritti, a cominciare da quello alla salute.
Se il Garante regionale dei detenuti dovesse essere uno intenzionato ad auscultare le pareti sudate e i pavimenti macchiati delle celle nude, uno capace di presentarsi a San Gimignano, così da essere temuto all'inizio, amato poi, allora quello buono è Ceraudo. Ha il profilo umano e professionale appropriato.
di Antonella Rossi
Corriere della Sera, 29 febbraio 2020
Sono le vittime indirette dei crimini contro le donne. Hanno assistito alle botte, qualche volta all'omicidio della madre. Hanno imparato a convivere con il dolore e chiedono giustizia. C'è chi li aiuta. Che la morte si sconti vivendo, come scriveva Ungaretti, è un dato di fatto. Per gli orfani di femminicidio però, la pena è amplificata. Dall'avere una famiglia a perdere entrambi i genitori - perché l'assassino si è suicidato, o è in carcere - è un trauma devastante.
"Un bambino è tradito nel suo bisogno di accudimento, e privato della persona più cara" spiega Emanuela Iacchia, psicoterapeuta dell'età evolutiva che collabora con Il Giardino Segreto, onlus fondata dall'avvocata Patrizia Schiarizza.
Le maggiori criticità? "Paura dell'abbandono, disturbi post traumatici da stress, distacco emotivo, scarsa concentrazione e attaccamento ansioso" spiega la psicologa Vincenza Cinquegrana, che ha lavorato assieme alla psicologa e criminologa Anna Costanza Baldry, esperta di livello internazionale (prematuramente scomparsa nel 2019), al progetto di respiro europeo Switch-off, che ha fornito linee guida di intervento per i figli del femminicidio (i risultati nel libro Orfani speciali, di Anna Costanza Baldry, Franco Angeli Editore).
"Nelle vite di questi bambini c'è un prima e un dopo, la ripresa è sempre in salita" prosegue Iacchia. "Bisogna ridare positività, inserirli in un ambiente socializzante, invitare e accettare gli inviti, far capire che sono diversi dal loro padre, educarli al rispetto". In genere hanno paura della violenza, anche se il progetto Switch-off ha riscontrato episodi di emulazione contro bambole o animali. Peggio è la negazione, ma spesso sono proprio i piccoli a fornire la chiave. "Una volta uno mi ha detto: "Sai che papà ha ammazzato la mia mamma?". La mamma era sua, il papà non più. "Nell'assenza di quel mio c'era già distacco" aggiunge Iacchia. Come racconta chi ci è passato.
Nonno Renato - Mentre il padre massacrava la madre, il nipotino più grande di Renato, 6 anni, prendeva per mano la sorellina di 3 e bussava alla porta della vicina. "Un miracolo, perché in questi casi il bambino resta paralizzato o fugge da solo. Secondo gli psicologi i miei nipoti erano destinati a impazzire o a troncare i rapporti con il mondo: ora siamo certi che questo rischio è superato, anche se restano criticità" spiega il nonno, che li ha in affido.
"Vivono nella paura di essere uccisi, specie il maggiore, tanto che l'ho dovuto portare davanti a un carcere per fargli capire che da lì non si può uscire. Vedeva i maschi adulti come nemici, convinto che i parenti del padre potessero ucciderlo perché lui non era riuscito a farlo". Per ridargli fiducia, sono uomini lo psicologo e l'istruttore in piscina.
"La piccola ha risentito meno perché assisteva alle violenze senza subirle, ma aveva molte paure: della fiamma del gas, di salire in macchina, di chiunque bussasse alla porta e della sera, il momento dell'assassinio". Renato non guarda la tv e non può mostrarsi debole davanti ai nipoti. "Hanno la psicosi dell'abbandono. La bambina ha vissuto come una perdita persino il pensionamento della maestra". Tante le spese. "Faremmo qualsiasi cosa per loro, ma per lo Stato non esistono". La figlia di Renato, invece, nelle istituzioni credeva, ma i processi sono finiti tre anni dopo la sua morte. "Spesso penso che almeno ha smesso di soffrire".
Vanessa Mele - Vanessa, 27 anni, lavora a Manchester con criminali ad alto rischio. "Controllo che rispettino le loro condizioni, sia quando sono in libertà vigilata, sia in carcere". La passione per la criminologia è frutto della sua esperienza personale; a 6 anni è rimasta orfana di madre, a 18 ha cambiato cognome. "Volevo appartenere totalmente alla mia nuova famiglia, da piccola quando le amiche mi chiedevano perché avessimo cognomi diversi mi feriva, non mi sentivo come gli altri. Mi sarebbe piaciuta una famiglia "normale", anche se poi ne ho avuta una bellissima: i miei zii, che sono i miei genitori, sono riusciti a ricostruire un porto sicuro. Poi non volevo avere più niente a che fare con il mio padre biologico, che aveva fatto domanda per la pensione di reversibilità di mia madre e l'avrebbe ottenuta se non mi fossi opposta. Dopo l'omicidio, è stato il momento più difficile, come rivivere tutto a distanza di anni". Il padre di Vanessa oggi è libero. "La mia strada è completamente separata dalla sua, ma mi piacerebbe avere una conversazione adulta e delle scuse. Penso che un confronto non lo si debba negare a nessuno, ma la richiesta dovrebbe arrivare da lui".
Pasquale Guadagno - Voce allegra, 23 anni, Pasquale ne aveva 14 quando la madre è stata uccisa dal padre. Cresciuto con la nonna paterna e la famiglia di una zia, lo ha sempre visto. "Obbligato, altrimenti a casa era l'inferno, non potevo uscire con gli amici, non mi davano soldi, una prigione. Non sono mai andato da uno psicologo, nessuno mi ha mai chiesto: "Stai bene? Hai bisogno di qualcosa?". Nessuno mi ha considerato una vittima, ho tirato fuori l'uomo che era in me e mi sono arrangiato. Ringrazio solo per il tetto e il cibo. Mi dicevano che mio padre aveva fatto bene e che mia madre era una prostituta". Pasquale ha continuato a vedere il padre anche da maggiorenne, quando usciva in permesso. "Non so perché, era routine, sai quando ti inculcano una cosa e finisci col credere che sia giusta? Dopo l'ennesima lite, ubriaco, mi ha messo le mani addosso e ho capito che era sbagliato. Ora non lo vedo da un anno". Tante difficoltà, dagli attacchi di panico superati da solo ("Mi sentivo la morte, stare in mezzo alla gente mi uccideva, non riuscivo a prendere un autobus"), al pensiero di poter essere come il padre: "Avevo scatti di ira, mi arrabbiavo, tutto doveva essere sotto controllo. Oggi sono molto zen, non gli somiglio". Cambiare cognome non serve. "La mia persona la faccio con le mie azioni. Vorrei vederlo per sapere la verità su quella giornata ma penso che non dirà nulla, è convinto di aver fatto la cosa giusta". Pasquale vorrebbe che il padre fosse allontanato una volta libero, non è disposto a cambiare città. "Gliel'ho detto in faccia: "Non farò mai scelte in base a te, ho creato la mia vita e tu non la distruggerai"". Sensi di colpa per non aver protetto la madre? Nessuno. "Se l'avessimo salvata quel giorno sarebbe successo lo stesso, era premeditato".
Maria è stata inseguita dal marito al parco, mentre stringeva in braccio la sua bambina, Paola. stata raggiunta, presa per i capelli, trascinata, malmenata. L'hanno salvata al Pronto Soccorso dove i medici hanno iniziato a prendersi cura delle sue ferite, almeno quelle esteriori, più evidenti. Paola in ospedale non c'era, ma è come se ci fosse stata. Basta guardare il suo disegno, con al centro una bella dottoressa sorridente e rassicurante. "Oggi madre e figlia stanno bene; Maria si è separata, lei e la bambina sono seguite con attenzione, sono serene. Hanno ricominciato a vivere". Anna Verdelocco le conosce bene: è un'educatrice della cooperativa Befree presso lo Spazio Donna dell'associazione Weworld a San Basilio, a Roma.
Nel disegno di Paola, di Roma, la dottoressa che ha salvato la mamma ha un sorriso rassicurante. una porta aperta ai bisogni, all'ascolto, ai progetti. C'è chi viene per avere info pratiche, chi solo per socializzare, chi per ricevere un supporto alla genitorialità. Ci sono le italiane, le straniere, arrivano con il passaparola o su suggerimento dei servizi sociali. E con loro, i figli. Vengono per giocare o disegnare, mentre le mamme seguono una lezione d'italiano o di benessere corporeo, o hanno invece un colloquio individuale con una psicologa. La porta è aperta a tutte, con l'obiettivo che recuperino il senso perduto del proprio valore. Si cerca di prevenire gli abusi, ma ci si riesce solo se c'è consapevolezza.
I tre centri di Weworld, tutti nelle periferie delle grandi città, funzionano nello stesso modo: prendono in carico la coppia mamma/ figlio con un approccio integrato. Si lavora insieme, con attività di coppia, o anche separatamente. E ci sono i momenti di svago, con la merenda, le chiacchiere, il caffè. Le mamme sanno che lì non si fa baby parking e basta, ma si ascolta, si osserva, si viene incontro ai bambini. Non sempre le donne raccontano quel che succede in casa, almeno non subito. Ancora più difficile è capire cosa i figli hanno subito o visto in famiglia (il termine corretto, in questi casi, è violenza assistita). Il lavoro con loro è lungo, indiretto ma, diciamolo subito, nella stragrande maggioranza dei casi raggiunge buoni risultati. Come nel caso di Paola: in un altro disegno ha rappresentato tutta la famiglia ma solo il papà ha la bocca all'ingiù. Ora lei e la mamma sono finalmente lontane da quell'uomo che non sorrideva.
di Alfredo Bazoli*
Il Foglio, 29 febbraio 2020
Il Partito democratico non ha mai considerato di per sé esaustivo o sufficiente il compromesso sulla prescrizione. E continuerà a lavorare, con equilibrio, per raggiungere risultati apprezzabili sul funzionamento del nostro sistema giudiziario. Non c'è troppo da stupirsi che il tema della giustizia costituisca un tema di forte contrapposizione e fibrillazione politica. Da sempre il rapporto tra lo stato e il cittadino, che sul terreno della pretesa punitiva trova la sua frizione maggiore, rappresenta uno snodo decisivo nell'idea della società che le forze politiche intendono rappresentare.
agrigentonotizie.it, 29 febbraio 2020
Sono stati sottoposti all'accertamento tutti coloro che sono venuti in contatto con il detenuto malato di Tbc che è stato recluso - nella casa circondariale - dal novembre del 2019.
Venti persone fra detenuti, personale civile e agenti della polizia Penitenziaria in servizio alla casa circondariale "Di Lorenzo" di Agrigento, sono risultati positivi al test della tubercolosi. Non significa che i venti siano malati, ma occorrerà che vengano sottoposti ad ulteriori indagini diagnostiche come ad esempio una radiografia polmonare.
Al momento al carcere di contrada Petrusa, fra detenuti, agenti della polizia Penitenziaria e docenti, sono stati fatti circa 150 test. Ad essere controllati sono stati tutti coloro che sono venuti in contatto o che possano essere venuti in contatto con il detenuto malato di Tbc che è stato recluso - nella casa circondariale agrigentina - dal novembre del 2019. Ma non è finita perché, a quanto pare, almeno altri 150 test verranno eseguiti nei prossimi giorni. Intanto, a quanto pare, polizia penitenziaria di Agrigento e direttore della Casa circondariale sono stati convocati - il prossimo 13 marzo - dal Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 febbraio 2020
Il 23 aprile l'udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio per i 5 agenti. Il 23 aprile ci sarà l'udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di cinque agenti penitenziari accusati, tutti, di 613 bis (il reato di tortura) per la presunta violenza commessa nel carcere di San Gimignano e un medico per omissione d'atti d'ufficio.
La vicenda è nota. Gli agenti avrebbero abusato dei poteri o comunque violato i doveri inerenti alla funzione o al servizio svolto, con il pretesto di dover trasferire coattivamente il detenuto tunisino in isolamento da una cella ad un'altra, con minaccia grave, violenza e "agendo - si legge nell'ordinanza - con crudeltà e al solo scopo di intimidazione nei confronti del medesimo e degli altri detenuti in isolamento, cagionavano a quest'ultimo acute sofferenze fisiche e lo sottoponevano ad un trattamento inumano e degradante".
Il fatto sarebbe - come riportato in esclusiva su Il Dubbio su segnalazione dell'associazione Yairaiha Onlus - avvenuto l'11 ottobre del 2018. Il malcapitato è un tunisino, classe 1988, condannato - non in via definitiva a un anno di pena da scontare. In realtà è finito in custodia cautelare in carcere, perché aveva trasgredito alle misure domiciliari. A ricostruire i fatti sono stati quelli del Nic, il Nucleo Investigativo Centrale istituito con il decreto ministeriale del 14 giugno 2007. A tutti gli effetti un servizio di polizia giudiziaria che combatte i reati commessi in ambito penitenziario.
La ricostruzione dei fatti è stata agevolata dalle immagini estratte dal sistema di videosorveglianza installato nel reparto isolamento della Casa di Reclusione di San Gimignano. Il sistema si compone di quattro telecamere, due per il lato A e due per il lato B installate in maniera contrapposta. Si evince, dalla ricostruzione del Nic, che l'11 ottobre del 2018 quattordici soggetti appartenenti alla Polizia penitenziaria che in precedenza, a più riprese, erano sopraggiunti nel reparto isolamento, capeggiati da due ispettori, si sono diretti verso la cella del detenuto tunisino. C'è anche il quindicesimo agente che si trovava nell'altro lato del reparto isolamento di fronte alla cella n. 19 del lato B destinata al detenuto vittima dei pestaggi. Quest'ultimo, dopo l'apertura del cancello della sua cella da parte di un soggetto appartenente alla Polizia penitenziaria, si affacciava spontaneamente sulla porta.
Egli vestiva una tuta scura e ciabatte infradito e portava nella mano destra una confezione di bagnoschiuma e nella mano sinistra un asciugamano ed un altro indumento, verosimilmente una maglietta o un asciugamano, di colore nero. Il detenuto, a questo punto, veniva preso per le braccia dai due ispettori, che lo indirizzavano con la forza verso il lato B dell'isolamento. Sempre dalle immagini si vede che il tunisino, pur se calzava delle ciabatte infradito, era costretto a correre.
All'improvviso un agente penitenziario corpulento, con una maglia bianca a maniche corte, calvo, rimasto nelle retrovie, si faceva largo tra i colleghi e, giunto in prossimità dei tre, sferrava dall'alto verso il basso un pugno con il quale colpiva violentemente il detenuto. In quel momento, tirato giù anche dall'ispettore oltre che dal pugno sferratogli dall'assistente capo, cadeva a terra. Sempre dall'informativa del Nic, emerge che in questo frangente si notava l'assistente capo, del peso di circa 120 chili, montare addosso al malcapitato con le ginocchia (poste all'altezza della vita e delle gambe) mentre l'ispettore lo teneva per il braccio destro e un altro agente lo prendeva per il collo, contribuendo alla forzata immobilizzazione del detenuto. A questo punto il tunisino veniva completamente circondato da tutti i soggetti appartenenti alla Polizia penitenziaria intervenuti, che creavano una sorta di "copertura" rispetto alle telecamere. Dalla visione delle immagini "appare - scrive il Nic - possibile distintamente osservare dei movimenti di piedi e dei movimenti concitati delle braccia, che rendono altamente verosimile la circostanza che il tunisino sia rimasto vittima di un vero e proprio pestaggio".
Non mancano le testimonianze dei detenuti in alta sicurezza. Uno sarebbe stato minacciato perché avrebbe gridato di farla finita. "Mi ha aperto il blindo e mi ha detto... ora mi hai rotto i coglioni!!... La fai finita?..., urlando, e poi con un gesto violento ha inserito la mano e il braccio nel blindo e mi ha colpito sulla fronte. Io di scatto sono indietreggiato e sono caduto all'indietro e sono rimasto stordito per qualche secondo o minuto.
Mi sono ripreso e sentivo che le guardie, nel corridoio, offendevano e minacciavano noi detenuti con frasi del tipo... Sei un infame, il canterino di San Gimignano! Questo per fare sentire agli altri detenuti e per metterci gli uni contro gli altri...", testimonia un detenuto di alta sicurezza. Quattro sono i testimoni ristretti in isolamento. In quel reparto, si evince sempre dall'ordinanza, regnava un clima di tensione da almeno due mesi antecedenti all'episodio, "al quale - si legge - non era certamente estraneo l'atteggiamento aggressivo, provocatorio, vessatorio ed intimidatorio tenuto dai soggetti appartenenti alla Polizia penitenziaria a far data dal 23.8.2018".
C'è l'esempio di un altro detenuto straniero che spesso si autolesionava e - secondo una testimonianza - "non gli mandavano mai i soccorsi. Una volta dalle due del pomeriggio i soccorsi sono arrivati alle otto di sera. Il dottore non andava mai da lui...". In questo contesto è stata importante la professionalità di una dottoressa che ha stilato i referti medici, riportando anche le testimonianze. Ciò non sarebbe andato giù all'ispettore e per questo motivo avrebbe mostrato un profondo risentimento nei confronti del medico. Si legge che l'ispettore avrebbe preteso, in maniera del tutto ingiustificata e scorretta, che le dichiarazioni provenienti dai detenuti fossero riportate nei referti medici soltanto ed esclusivamente laddove "le stesse non fossero potenzialmente pregiudizievoli per i soggetti appartenenti alla Polizia penitenziaria".
C'è un episodio spiacevole riportato dalla dottoressa. Durante un'accesa discussione, l'ispettore le avrebbe involontariamente urtato con una mano il suo seno. Allora lei, visto che la discussione si faceva con toni più accesi, presa dalla rabbia, gli ha detto che l'avrebbe denunciato per violenza sessuale se non se ne andava subito dall'area sanitaria. Dopodiché, alla presenza di tutti gli agenti che accompagnavano i detenuti, nonché delle infermiere, l'ispettore avrebbe iniziato a dirle: "Dottoressa, lei mi deve chiedere scusa anche perché lei non è manco bella... e poi a me non mi manca, anzi ne ho troppa".
Questo era il clima che si sarebbe respirato. Violenze, minacce e rimproveri anche nei confronti di chi svolgeva con professionalità il proprio lavoro. Però non mancano, come si evince dalle testimonianze, anche gli imbarazzi da parte di altri agenti penitenziari che avrebbero addirittura incoraggiato alcuni detenuti a denunciare tale situazione.
Nei giorni immediatamente successivi alla notizia divenuta di dominio pubblico, a ripercorrere le vicende che hanno portato alle indagini della magistratura è stato proprio il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, durante una conferenza stampa. Sono almeno due gli elementi evidenziati.
Il primo riguarda l'avvio delle indagini: se le presunte torture sono venute alla luce è per merito della stessa polizia penitenziaria che ha condotto le indagini. Il secondo riguarda l'importanza per l'amministrazione penitenziaria di avere una direzione stabile. È stato infatti durante un periodo di assenza della figura del direttore che i fatti incriminati si sono svolti. Il 23 aprile si deciderà per il rinvio a giudizio.
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