di Marco Belli
gnewsonline.it, 1 marzo 2020
Venti tensostrutture per gli istituti penitenziari della Lombardia. Sono state messe a disposizione oggi dalla Protezione Civile per essere ritirate e saranno presto montate all'ingresso degli istituti grazie alla collaborazione dei volontari della Regione e in coordinamento col Provveditorato regionale dell'Amministrazione Penitenziaria della Lombardia.
Si tratta di 20 tende autostabili a quattro campate di circa 40 mq, dotate di doppio ingresso e relativo impianto elettrico. Saranno montate all'ingresso degli istituti penitenziari lombardi allo scopo di permettere i necessari controlli previsti dalla legge sui detenuti cosiddetti nuovi giunti, sugli arrestati e su quelli provenienti da altri istituti, come previsto dalla circolare emanata dal Capo Dap nei giorni scorsi con le disposizioni per la prevenzione del contagio da coronavirus.
di Nicola Galati
extremaratioassociazione.it, 1 marzo 2020
Il 27 febbraio la Camera dei Deputati ha convertito in legge il decreto-legge 30 dicembre 2019 n. 161 recante modifiche urgenti alla disciplina delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni. Ecco le novità: più trojan, intercettazioni a strascico, nessun limite per la gogna mediatica. La principale innovazione prevista riguarda la disciplina del trojan horse, il cui uso per le intercettazioni di comunicazioni tra presenti è stato esteso ai procedimenti riguardanti i reati contro la pubblica amministrazione commessi dagli incaricati di pubblico servizio. Rientrano in questa
ampia e variegata categoria, ai sensi dell'art. 358 c.p., coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio (dal custode del cimitero al bidello della scuola). Già la legge c.d. "Spazza-corrotti" ne aveva esteso l'utilizzo ai delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni. In precedenza, invece, tale invasivo strumento investigativo era ammesso soltanto per i reati di criminalità organizzata e terrorismo. I delitti contro la pubblica amministrazione sono esclusi esplicitamente da quelli per i quali è necessario indicare "i luoghi e il tempo, anche indirettamente determinati, in relazione ai quali è consentita l'attivazione del microfono".
Mentre, quando si procede per i delitti di cui all'art. 51, commi 3-bis e 3-quater, l'uso del trojan per intercettare comunicazioni tra presenti che avvengano nel domicilio è sempre consentito, quando si procede per un delitto dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio contro la p.a. con pena della reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni l'uso del trojan è consentito solo "previa indicazione delle ragioni che ne giustificano l'utilizzo anche nei luoghi indicati dall'articolo 614 del codice penale".
La sostanziale parificazione tra reati contro la pubblicazione amministrazione commessi da pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio e reati di criminalità organizzata e terrorismo è
frutto di una precisa decisione politica ma è una scelta opinabile e discutibile. Porre sullo stesso piano categorie di reati così diverse è irragionevole considerata la differente gravità dei fenomeni criminali ed il non paragonabile allarme sociale provocato. Soprattutto, si è aperta la porta a future nuove estensioni dell'applicabilità della disciplina del trojan ad altre categorie di reati.
La fallacia dell'emergenza continua consiste proprio nel rendere regola l'eccezione. Gli strumenti eccezionali, che dovevano avere attuazione limitata nel tempo e riguardante casi particolarmente gravi, sono divenuti strumenti stabili e sempre più estesi (è emblematica l'estensione del regime carcerario ostativo e delle misure di prevenzione ai reati contro la p.a.).
La politica, i media e l'opinione pubblica trovano sempre una nuova emergenza per la quale invocare misure eccezionali in ossequio al populismo penale ed al panpenalismo che caratterizzano la nostra epoca. Adesso è il turno della corruzione, altra seguirà (ad es. l'evasione fiscale). In nome di un presunto pericolo pubblico e delle superiori esigenze di salvezza della collettività si accettano continue limitazioni dei diritti fondamentali dell'individuo. L'applicazione sempre più estesa di norme liberticide anziché provocare una reazione preoccupata e contraria ha
indotto all'assuefatta e tacita accettazione. Tale logica ha trovato applicazione anche nel caso dell'utilizzo del trojan horse. Pur di non rinunciare alla possibilità di reperire una mole immensa di informazioni, sono state trascurate le criticità legate all'uso di uno strumento investigativo così invasivo.
Con tale nome epico, infatti, si indica un malware, un captatore informatico, inoculato nei dispositivi elettronici che ne consente il controllo da remoto, la raccolta e la modifica dei dati, l'attivazione del microfono e della videocamera, l'individuazione della posizione e degli spostamenti, la registrazione delle comunicazioni scritte ed orali ed in particolare la registrazione delle conversazioni tra presenti. Peraltro, la normativa si riferisce alla sola captazione di comunicazioni tra presenti mediante captatore in dispositivi portatili, rimanendo quindi prive di esplicita disciplina le altre funzioni del trojan.
Bisognerà attendere un decreto del Ministro della giustizia che stabilisca "i requisiti tecnici dei programmi informatici funzionali all'esecuzione delle intercettazioni mediante inserimento di captatore informatico su dispositivo elettronico portatile".
Il legislatore ha precisato che "i requisiti tecnici sono stabiliti secondo misure idonee di affidabilità, sicurezza ed efficacia al fine di garantire che i programmi informatici utilizzabili si limitano all'esecuzione delle operazioni autorizzate". I numerosi dubbi avanzati circa l'affidabilità dei soggetti esterni coinvolti nelle operazioni di captazione, anche alla luce di alcuni episodi di cronaca, restano al momento in attesa di risposta. Altra significativa novità introdotta dalla riforma riguarda l'utilizzazione delle intercettazioni in altri procedimenti.
Ha subito una modifica l'art. 270 c.p.p. che adesso prevede che "I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino rilevanti e indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza e dei reati di cui all'articolo 266, comma 1".
Inoltre, è stata consentita l'utilizzabilità delle intercettazioni tra presenti operate per mezzo del trojan, anche per la prova dei reati diversi da quelli per i quali è stato emesso il decreto di autorizzazione, qualora risultino indispensabili per l'accertamento dei delitti contro la pubblica amministrazione puniti con la reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni o di delitti attribuiti alla competenza della procura distrettuale.
Il legislatore è prontamente intervenuto in materia di "intercettazioni a strascico" depotenziando una recentissima pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. La sentenza Cavallo del 2 gennaio 2020 aveva stabilito che: "Il divieto di cui all'art. 270 c.p.p. di utilizzazione dei risultati di intercettazioni di conversazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali siano state autorizzate le intercettazioni - salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza - non opera con riferimento ai risultati relativi a reati che risultino connessi ex art. 12 c.p.p. a quelli in relazione ai quali l'autorizzazione era stata ab origine disposta, sempreché rientrino nei limiti di ammissibilità previsti dalla legge".
Il Supremo Collegio aveva voluto limitare il ricorso a tale strumento ai soli casi di reati gravi e connessi a quelli per i quali si procede. Con la riforma, invece, si è estesa nuovamente l'utilizzabilità delle intercettazioni in altri procedimenti purché siano rilevanti ed indispensabili (criteri alquanto generici) all'accertamento dei delitti per cui è obbligatorio l'arresto in flagranza e sono consentite le intercettazioni (categoria molto più estesa di quella prevista dalle Sezioni Unite).
La riforma ha, inoltre, affidato al pubblico ministero (e non più alla polizia giudiziaria come originariamente previsto dalla riforma Orlando) il compito di dare indicazioni e vigilare affinché nei verbali non siano riportate espressioni lesive della reputazione delle persone o quelle che riguardano dati personali definiti sensibili dalla legge, salvo che risultino rilevanti ai fini delle indagini.
Così come sarà gestito secondo le indicazioni e sotto la responsabilità del Procuratore Capo l'archivio unico centralizzato nel quale confluiranno tutte le intercettazioni disposte dall'ufficio e gli atti ad esse relativi. Un nuovo comma, il 2-bis, è stato inserito nel corpo dell'art. 114 c.p.p., in base al quale "è sempre vietata la pubblicazione, anche parziale, del contenuto delle intercettazioni non acquisite ai sensi degli articoli 268, 415-bis o 454".
Questa è l'unica misura adottata per evitare la diffusione e la pubblicazione di intercettazioni di comunicazioni non aventi rilievo penale (che era tra le finalità dichiarate della riforma Orlando).
Appare lecito nutrire più di un dubbio sulla efficacia di tale misura. Non sarà certo sufficiente l'introduzione di una nuova norma, peraltro priva di strumenti sanzionatori, a fermare un fenomeno così diffuso, soprattutto in considerazione del fatto che i divieti legislativi sono già in vigore da anni ma sono di fatto disattesi e disapplicati.
Si poteva sicuramente sperare in un intervento più deciso sul punto ma resta la consapevolezza che soltanto l'introduzione e la successiva applicazione di sanzioni più incisive unite ad una diversa sensibilità ed attenzione degli operatori interessati potrà produrre gli effetti sperati.
La novella nulla ha previsto con riguardo alle intercettazioni delle comunicazioni tra il difensore ed il proprio assistito, pertanto entrerà in vigore una modifica dell'art. 103 c.p.p. prevista nella riforma Orlando riguardante l'introduzione del divieto di trascrizione, anche in forma riassuntiva, delle comunicazioni con il difensore casualmente captate.
Non ha trovato seguito, purtroppo, la proposta avanzata dal Consiglio Nazionale Forense di prevedere l'immediata interruzione dell'intercettazione così da evitare qualsiasi ascolto della
conversazione. Nel complesso la riforma è deludente e criticabile. Deludente perché non vi è stata l'ampia e profonda riforma della disciplina delle intercettazioni invocata da anni e promessa da ogni governo. Le modifiche sono poche e poco incisive. Non si ha avuto il coraggio di affrontare alla radice le annose problematiche della materia: il ricorso spropositato allo strumento delle intercettazioni delle comunicazioni (dato confermato dai numeri in particolare se comparati con quelli di altri Paesi occidentali), la diffusione illecita sui media, la pervasività del trojan horse.
Nel tempo le intercettazioni hanno assunto un peso eccessivo al di là del ruolo originario di mero mezzo di ricerca della prova, di per sé non decisivo in quanto soggetto ad inevitabili fraintendimenti e strumentalizzazioni (una frase trascritta non conterrà mai il senso dell'oralità, soprattutto se decontestualizzata).
Non si considera l'incidenza delle intercettazioni nel delicato rapporto tra cittadino ed autorità. La disciplina delle intercettazioni deve bilanciare il diritto dei singoli individui alla libertà e alla segretezza delle loro comunicazioni (sancite dall'art. 15 della Costituzione) con l'interesse pubblico a reprimere i reati e a perseguire i loro autori. L'importanza primaria dei diritti protetti dall'art. 15 può ammettere compressioni limitate ed eccezionali non una violazione sistemica e diffusa. La scarsa attenzione per la tutela della libertà e della segretezza delle comunicazioni
dell'individuo è spesso frutto di una consolidata visione autoritaria e collettivista che subordina i diritti dell'individuo agli interessi dello Stato.
La diffusione illecita delle intercettazioni sui media ha un ruolo fondamentale nell'oleato ingranaggio del processo mediatico e della gogna pubblica eppure in troppi hanno tacitamente interesse al perdurare dello status quo. Infine si è persa l'occasione di introdurre nell'ordinamento una ampia regolamentazione e limitazione dell'uso del trojan horse nei suoi aspetti multiformi. Probabilmente è stato inutile ed ingenuo aspettarsi di più dall'attuale legislatore, sostenitore convinto di una visione autoritaria ed illiberale del Diritto.
di Andrea Amata
Il Tempo, 1 marzo 2020
La Camera dei Deputati ha convertito in legge il Decreto legge "Intercettazioni" facendo prevalere il modello con l'occhiuto Grande Fratello ad ispezionare il privato dei cittadini italiani. In sostanza si inserisce nella legislazione la subcultura giustizialista dei Cinque Stelle estendendo l'utilizzo dei trojan, i captatori informatici da infiltrare nei telefonini o nei dispositivi portatili, peri reati contro la pubblica amministrazione commessi dai pubblici ufficiali e dagli incaricati di pubblico servizio.
Un range di intercettabili generico ed ampio che avrà l'effetto di frenare l'attività amministrativa su cui incomberà l'inquietudine di essere esplorati da occhi invadenti. Il sistema di intrusione informatico era circoscritto ai crimini che procurano un alto allarme sociale come quelli attinenti alla malavita organizzata e al terrorismo, mentre con la norma che disciplina l'uso delle intercettazioni si dilata la possibilità di origliare le conversazioni e di scrutare le immagini detenute negli archivi personali dei suoi titolari.
Il Cavallo di Trojan dei giustizialisti è stato installato nella legislazione italiana per penetrare le difese della privacy, equiparando i reati, fra loro ineguali nella gerarchia della pericolosità, per la captazione delle informazioni.
Il diritto alla riservatezza giustifica una sua compressione dinanzi alla tutela della sicurezza nazionale che autorizza l'intercettazione dei colloqui fra soggetti indiziati per crimini di terrorismo e mafia, ma consentire di utilizzare dispositivi intrusivi per una estesa platea potenziale significa rinunciare a quei criteri selettivi che mantengono inalterata l'integrità della nostra civiltà giuridica.
Inoltre, sono stati evidenziati i limiti tecnici dei trojan, in fase di perfezionamento, che non assicurano l'integrità della documentazione censita e non escludono azioni illecite di pirateria per immettere nel telefono inquisito indizi falsi inducendo in errore l'autorità giudiziaria. La filosofia barbara dei grillini, distruttiva delle garanzie di uno stato di diritto, viene celebrata in una legge che ritiene l'innocente in carcere un danno collaterale e sacrificabile per la loro idea pacchiana di giustizia.
A differenza delle intercettazioni ambientali, che sono vincolate ai luoghi in cui si consuma il delitto, i trojan pedinano l'imputato con una sorta di guinzaglio elettronico che ne sorveglia ogni espressione, anche di intimità, risultando un dispositivo eccessivamente invasivo che solo i reati di stampo mafioso e di terrorismo rendono accettabile.
I fenomeni corruttivi nella pubblica amministrazione vanno perseguiti con rigore e inflessibile severità, ma estendere i captatori informatici ai sospettati di reati contro la Pa con le connesse fughe di notizie, che catalizzano la gogna mediatica delle intercettazioni pubblicate sui giornali, anche di quelle irrilevanti sul piano penale, equivale a consegnare le carriere amministrative alla disponibilità delle Procure.
Il giurista Cesare Beccaria, considerato uno dei padri fondatori del diritto penale, affermava che "Ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall'assoluta necessità è tirannico". Quale necessità soddisfa l'autorità di una legge, peraltro imposta da una rappresentanza parlamentare non più rappresentativa del Paese, che autorizza a violare i confini che delimitano la proprietà sacra della propria libertà espressiva?
Nessuna, se non quella di appagare la vocazione manettara di una minoranza politica che andrebbe resa innocua con libere elezioni, superando la "quarantena democratica" che ne ha isolato per il momento la volontà.
di Massimo Krogh
Il Mattino, 1 marzo 2020
Dai media abbiamo appreso giorni addietro che sulla riforma delle intercettazioni, dopo molte polemiche, sarebbe stata raggiunta una intesa dalle forze politiche del Paese, in vista dell'annunciata e più generale riforma del processo penale. In questo girotondo di cose che vanno e vengono, la parola "riforma" brilla come il lumino funebre dei progetti su cose defunte.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 1 marzo 2020
Gli argomenti del leader turco con l'Unione sono pretestuosi, persino provocatori. Ma alla Ue e alla Nato chiede sostegno per frenare Putin in Siria. Non è certo la prima volta che le masse di migranti desiderose di raggiungere l'Europa sono strumentalizzate e abusate per fini politici, economici o strategici. Avviene quotidianamente in Libia. E adesso si ripropone drammaticamente nelle ultime mosse di Recep Tayyip Erdogan.
Costretto con le spalle al muro dalla sanguinosa offensiva militare nell'enclave di Idlib lanciata brutalmente dal regime siriano, sostenuto dalle milizie sciite filo-iraniane e soprattutto da Vladimir Putin, il presidente turco non esita a sfruttare la questione migranti per spingere l'Europa e con essa l'intera comunità internazionale ad ascoltare le sue ragioni. Ma è proprio la flagrante e repentina violazione degli accordi firmati con la Ue nel 2016, per cui Bruxelles s'impegnava a pagare 6 miliardi di euro affinché la Turchia trattenesse i migranti all'interno dei suoi confini, che rivela le gravi difficoltà di Erdogan.
I suoi argomenti sono pretestuosi, persino provocatori. Senza alcun preavviso accusa l'Europa di ritardare i pagamenti e di "non rispettare i patti". Dichiara che 18.000 disperati sono già partiti in direzione di Grecia, Bulgaria e Ungheria. E potrebbero diventare presto 30.000. Tuttavia, il suo vero obbiettivo è un altro: occorre che l'Europa contribuisca a bloccare il sostegno russo a Bashar Assad. Quella stessa Europa, che lui ha tra l'altro sfidato violando gli accordi internazionali per lo sfruttamento dei giacimenti energetici nel Mediterraneo, ora torna utile per fermare la guerra in Siria. E così per la Nato, di cui la Turchia è membro, ma a sua totale discrezione. L'anno scorso Erdogan abbracciava Putin per l'acquisto dei sistemi antiaerei S-400, scatenando le rimostranze Usa e atlantiche. Adesso però chiede l'appoggio del Pentagono per frenare il presidente russo, con cui tuttavia non vorrebbe lo scontro diretto. La contraddittorietà di tali mosse mette in luce debolezze estreme. Su cui l'Europa può lavorare.
Corriere Fiorentino, 1 marzo 2020
Tre in pole position per il ruolo di Garante regionale dei detenuti: Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria, Roberto Bocchieri, collaboratore dell'assessore Stefania Saccardi in materia di carcere e l'avvocato ed ex sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani. A decidere sarà la Commissione Affari istituzionali il prossimo 3 marzo. Si tratta di una figura di garanzia importante che, scaduto ormai da tempo il mandato di Franco Corleone, è ancora vacante.
di Enrico Tata
napoli.fanpage.it, 1 marzo 2020
Per il direttore del carcere di Poggioreale, Carlo Berdini, nominato poco più di un mese fa, "ogni azione concreta per la salvaguardia della salute di tutti sarà messa in campo con l'ausilio delle forze previste e disponibili senza remore alcuna in sinergia con tutte le figure competenti. Non è detto che a breve non siano prese misure ulteriormente drastiche".
Per il momento non c'è nessun caso positivo di coronavirus all'interno delle strutture penitenziarie campane, ma la situazione delle carceri è monitorata e controllata 24 ore su 24. Non solo gli operatori sanitari a contatto con detenuti affetti da patologie gravi sono stati dotati di mascherina, ma sono stati predisposti dispenser di disinfettante in tutti i luoghi affollati. Come per gli ospedali, a Poggioreale sarà installata una tensostruttura per i nuovi ingressi e per tutti coloro che presentano sintomi sospetti. È possibile, inoltre, che vengano sospesi i colloqui per la tutela della salute dei detenuti in caso la situazione si aggravi ulteriormente.
"Possibile stop ai colloqui a Poggioreale" - "La prevenzione premeditata è sinonimo di buon senso e di una presa di coscienza dell'epidemia in atto, che non deve creare solo critici allarmismi, ma determinare quel lavoro sinergico di squadra tra le varie forze, per la tutela della sicurezza di tutti", hanno dichiarato Luigi Castaldo, segretario Provinciale del sindacato di polizia penitenziaria Osapp Napoli e Vincenzo Palmieri, segretario regionale Osapp.
Per il direttore del carcere di Poggioreale, Carlo Berdini, nominato poco più di un mese fa, "ogni azione concreta per la salvaguardia della salute di tutti sarà messa in campo con l'ausilio delle forze previste e disponibili senza remore alcuna in sinergia con tutte le figure competenti. Non è detto che a breve non siano prese misure ulteriormente drastiche, come la sospensione dei colloqui per la tutela della salute dei detenuti, qualora dovesse aggravarsi la situazione".
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 1 marzo 2020
Idlib, la strage degli innocenti. La mattanza di bambini, condotta nel silenzio complice della comunità internazionale mentre è ormai guerra totale tra Ankara e Damasco. "Ancora una volta siamo scioccati da un'ondata di violenza inarrestabile che ha visto almeno nove bambini e tre insegnanti uccisi mentre 10 scuole e asili sono stati attaccati due giorni fa a Idlib, nel nord-ovest della Siria - dichiara Ted Chaiban, direttore regionale dell'Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa -. Almeno quattro di queste scuole erano sostenute dai partner dell'Unicef.
Arrivano notizie secondo cui almeno 40 donne e bambini sarebbero rimasti feriti in questi attacchi. Questi attacchi arrivano in un momento in cui l'aumento della violenza nel nord della Siria ha costretto più di mezzo milione di bambini a fuggire. Quasi 280.000 bambini hanno subito un'interruzione della loro istruzione. Almeno 180 scuole della zona non sono operative perché sono state danneggiate, distrutte o ospitano famiglie di sfollati. Condanniamo fermamente - rimarca Chaiban - l'uccisione e il ferimento dei bambini. Le scuole e le altre strutture didattiche sono un rifugio per i bambini. Attaccarle è una grave violazione dei diritti dei bambini".
"Dall'inizio del 2020, sono già 22 le scuole bombardate, di cui quasi la metà in questa giornata", denuncia Save the Children. "È ora di dire basta alla guerra sui bambini. Le scuole dovrebbero essere luoghi sicuri dove i bambini possono imparare e giocare, anche in una zona di conflitto. Colpire scuole e asili usati per scopi civili è un crimine di guerra", fa eco Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. "Nove anni dopo l'inizio della crisi, il governo siriano continua a mostrare profondo disprezzo per le leggi di guerra e per la vita dei civili. Gli attacchi alle scuole fanno parte di una politica sistematica di attacchi contro le popolazioni civili e costituiscono crimini contro l'umanità e crimini di guerra", ha sottolineato Morayef.
"Chiediamo alle forze siriane e russe di porre fine a tutti gli attacchi diretti contro i civili, agli attacchi indiscriminati e alle altre gravi violazioni dei diritti umani in corso. Coloro che hanno ordinato o commesso crimini di guerra dovranno essere portati di fronte alla giustizia" aggiunge Morayef. Quante madri dovranno ancora tenere in braccio il loro bambino mentre le bombe cadono ovunque? Quanti padri dovranno rassicurare i loro figli e farli ridere, mentre gli spari esplodono tutto intorno?" si chiede Cristian Reynders, coordinatore delle operazioni di Medici Senza Frontiere per la Siria nord-occidentale. "C'è una cosa in cui le persone in Idlib continuano a sperare: preservare la vita. Ma le loro speranze si abbassano ogni minuto, di giorno in giorno". A Idlib il "Banksy siriano" ha dipinto un murale: "Oltre un milione di bambini a Idlib stanno affrontando lo stesso destino della piccola fiammiferaia. Salvali", recita la scritta.
La situazione dei civili è sempre più drammatica. L'ufficio Onu per il coordinamento umanitario (Ocha) ha aggiornato i dati della crisi umanitaria e fa sapere che sono 950mila i civili siriani sfollati nella regione di Idlib. Ocha precisa che gli sfollati dal 1 dicembre a oggi sono 948mila e che di questi 569mila sono minori, 195mila sono donne. Donne e bambini compongono l'81% dell'intera comunità di sfollati siriani a Idlib.
L'Onu ha avvertito che i combattimenti si stanno avvicinando "pericolosamente" ai loro campi, rischiando un "bagno di sangue". L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi si è detto inorridito delle condizioni in cui sopravvivono questi poveri sfollati, molti dei quali accampati all'aperto nella neve e nel freddo gelido. "Non devono essere migliaia di persone - ha ammonito Grandi - a pagare il prezzo delle divisioni della comunità internazionale, la cui incapacità di trovare soluzioni a questa crisi costituirà una macchia indelebile sulla coscienza di tutti".
Appelli accorati che cadono nel vuoto. Davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite riunito martedì scorso a Ginevra, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov detto che in questo momento una tregua equivarrebbe "ad una resa davanti ai terroristi". Il principale alleato del presidente siriano Bashar al-Assad ha aggiunto che un cessate-il-fuoco "sarebbe considerato persino un premio ai terroristi per le loro violazioni dei trattati internazionali e di numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu". E un "no" alla tregua umanitaria viene anche dal "Sultano" di Ankara. "A Idlib non faremo il minimo passo indietro.
Faremo arretrare il regime siriano dietro i limiti definiti" della zona di de-escalation negli accordi con la Russia "e permetteremo il ritorno dei civili nelle proprie case", proclama il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in un discorso al gruppo parlamentare del suo Akp. E Idlib è anche il teatro di una guerra globale tra Ankara e Damasco. Almeno 33 soldati turchi sono stati uccisi da un raid dell'aviazione siriana nella provincia di Idlib. L'attacco è arrivato nella tarda serata di giovedì, dopo il fallimento dei colloqui russo-turchi ad Ankara. È il più grave incidente che coinvolge le truppe turche dal 19 dicembre, quando è cominciata l'offensiva di Bashar al-Assad per riconquistare la provincia ribelle. Ci sarebbero anche molti feriti, portati subito negli ospedali militari in patria, come ha confermato il governatore della provincia turca confinante di Hatay, Rahmi Dogan.
Le forze armate di Ankara hanno reagito con bombardamenti massicci di artiglieria, "su tutte le postazioni" governative nell'area, ha precisato il portavoce Fahrettin Altun. L'Osservatorio siriano per i diritti umani, vicino all'opposizione, ha fornito un bilancio di 34 morti. Erdogan ha convocato un vertice d'emergenza e ha annunciato che la sua guardia costiera e l'esercito non fermeranno più i profughi siriani diretti verso l'Europa, se non riceverà aiuto e sostegno dagli alleati occidentali. Il ministro della Difesa Hulusi Akar ha detto che l'artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto "5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni semoventi, due sistemi di difesa anti-aerea Sa-17 e Sa-22" e "neutralizzato", cioè ucciso e ferito "309 soldati del regime siriano".
Mentre Bruxelles (Nato) e Washington si schierano, almeno a parole, con Ankara, dalla televisione di Stato, Bashar al- Assad ha annunciato che non si fermerà: "La battaglia per la liberazione delle province di Aleppo e Idlib continua, indipendentemente dai discorsi vuoti e allarmisti che vengono dal nord". In una Norimberga siriana, lo Zar del Cremlino (Vladimir Putin), il Sultano di Ankara e il Rais di Damasco avrebbero un posto in prima fila. Sul banco degli imputati.
di Sergio Troisi
La Repubblica, 1 marzo 2020
Una lunga striscia di stoffa attraversa gli ambienti dei depositi dei pegni di Palazzo Branciforte, si innalza e ridiscende come un anelito ogni volta frustrato e ogni volta rinnovato; le strisce che la compongono recano scritte parole che raccontano il sentimento e l'idea della libertà, e questo reticolo serpentinato ("Il buco nella rete", è il titolo) proietta la sua griglia sul fitto ordito delle scaffalature dove venivano custoditi i poveri pegni di corredi e masserizie.
Accoglie così il visitatore "L'arte della libertà", la mostra (a cura di Elisa Fulco e Antonio Leone, sino al 29 marzo) che mette in scena gli esiti di un workshop lungo un anno che Loredana Longo ha tenuto con detenuti e operatori dell'Ucciardone su tracce e segni che sono di tutti e che nella detenzione si caricano di significati diversi e talvolta imprevedibili: cos'è la libertà, ovviamente, ma anche che significano dentro e fuori, che direzione e il camminare, come contiamo il tempo o misuriamo lo spazio.
Temi e modalità operative particolarmente congeniali all'artista siciliana, da sempre attenta a indagare le dinamiche sociali di spazi, oggetti e linguaggi. Ma anche un lavoro (sostenuto dalla Fondazione Sicilia, dalla Fondazione per il Sud e in collaborazione con l'Asp di Palermo) che si immagina difficile, e dai risultati non scontati, a cui le sale dei depositi offrono non tanto una ambientazione congeniale ma un vero e proprio moltiplicatore di senso: come istituendo un parallelismo e un possibile ribaltamento di opportunità tra lo spazio di controllo del carcere borbonico e il dispositivo di custodia sociale a cui indirettamente assolveva il Monte di Pietà.
In entrambi i casi gli attori sono i corpi, i loro movimenti e le loro tracce fisiche e mentali che il workshop ha elaborato in quattro video in un bianco e nero appena sgranato e un po' sporco proiettati tra le scaffalature sugli schermi già attraversati dai segni di grafite, e sono i momenti forse più potenti della mostra.
In "Avanti e indietro" due schiere di detenuti avanzano l'una verso l'altra e subito indietreggiano, lasciando impresse sulla tela le lettere incise sui tacchi e sulle suole; ne "Il tempo del tempo libero" le tracce sono quelle delle passeggiate durante l'ora d'aria, in diagonale o a ghirigori o anche circolari come nella celebre "Ronda dei carcerati" dipinta da Van Gogh.
Ne "Il muro di carne" un cerchio di persone ne trattiene a spinta all'interno altre bendate, con un passo al ralenti che non attenua e anzi accentua la violenza del contatto; e ne "La mappa dell'abitudine" due coppie di detenuti di continuo si sovrappongono mutando posizione. Qui la ripresa è dall'alto: noi, al contrario, lo vediamo dal basso, lo schermo appeso sopra le nostre teste, con un moto del collo e degli occhi che raddoppia la torsione dello sguardo.
Tutt'intorno, i disegni con cui i detenuti hanno riproposto lo spazio reale o immaginario delle loro celle; uno di loro ha apposto accanto al nome di battesimo il titolo, tutto in maiuscolo, di Utopia. C'è ancora dell'altro, in questi ambienti insieme così spogli e così carichi.
Una tenda-calendario per esempio, fatta da altre strisce di stoffa su cui i partecipanti hanno iscritto il loro conteggio del tempo, con le iniziali dei giorni della settimana, con le visite di un parente o ancora con la ripetizione alternata di segni elementari, e si tratta di una tenda ("Il tempo che rimane") che non si attraversa né si apre, e i cui elementi semmai si accarezzano o si fanno scorrere tra le dita, come con la pioggia o i grani di un rosario.
E c'è, infine, anche una grande scritta al neon, rosso fuoco, che recita "Volare per una farfalla non è una scelta", ed è stata scelta dai partecipanti all'inizio workshop dopo una discussione che sarà stata intensa e satura di implicazioni su cosa significhi volare via, e verso dove. La scritta è stata stampata su delle magliette, il neon sarà installato all'Ucciardone.
di Francesca Joppolo
wsimag.com, 1 marzo 2020
Intervista a Massimo Altomare. "Con loro riesco a essere felice". La vita non finirà mai di sovvertire le regolette che, annaspando nel dramma fin dalla nascita, l'essere umano stila per cavarsela e, fra un tiro mancino e l'altro, elargisce sprazzi di gioia nelle situazioni più impensate. Massimo Altomare è felice in carcere.
Diamine, va chiarito che non è un galeotto. Ma passa giorni dietro le sbarre e frequenta un manipolo di reclusi che fa cantare e suonare nella sua Orkestra ristretta. Cantante, in duo con Checco Loy negli anni Settanta, poi solista, poi sul palco con Stefano Bollani, poi ancora solista, da una ventina d'anni lavora con i detenuti di Sollicciano, a Firenze e dice: "Quando mi esibisco io, e ancora mi esibirò, non ho intenzione di appendere l'ugola al chiodo, anche nelle serate di più grande successo, perfino con Bollani, c'è sempre qualcosa dentro di me che non è andata bene. Invece se sento loro che fanno la cosa giusta e vedo il pubblico che li ama, ho una sensazione di profonda felicità".
Altomare è nato a Verona, figlio di una veneziana e di un pugliese. Il padre era direttore di dogana e quindi la famiglia girava. Nel 1970, in piena epoca di beat, di swinging London, strinse un patto con la madre, suo padre non c'era già più: "Faccio la maturità, però dopo me ne vado a Londra".
A Londra incontrò "un tipo che si chiamava Francesco Loy detto Checco con il quale è nato un affiatamento pazzesco dal punto di vista musicale. Checco è più giovane di me: aveva sedici anni e io diciotto quindi eravamo ragazzi anche se allora a trent'anni s'era 'omini'. Abbiamo cominciato a scrivere canzoni e il nostro obiettivo era quello suonare a Portobello road per fare due soldi. Come vedi non avevamo ambizioni sfrenate".
Per mantenersi Massimo faceva il barman e Checco il dj nella stessa discoteca: "All'inizio pensava di essere sistemato meglio di me, in realtà sbagliava perché il dj era chiuso in un angoletto, non era un divo come oggi. Mentre il barman era circondato da donne che volevano cocktails per cui era molto vantaggioso".
Si pensa Giorgio Gaber: "No, per ora va bene, m'arrangio, lavoretti qua e là, saltuari, che se un domani uno fa lo scrittore, li mette nella biografia". Anche se uno fa il musicista o l'attore di Hollywood, luogo che pullula di ex barman. Non c'è che dire, Altomare è un artista anche per quanto riguarda il "colore".
Il sogno di esibirsi in Portobello road fu ampiamente surclassato perché, rientrati alla base, i due amici si fecero sentire da un discografico che li incoraggiò: "Ci hanno detto che dovevamo ancora lavorare, ma eravamo guardati di buon occhio perché siamo in Italia e contava che Checco fosse er fijo de Nanny Loy". Tornai a Verona a studiare all'Università, poi mi trasferii a sociologia a Trento, mentre Checco rimase a Roma però dopo un anno mi stufai. Lui ebbe un'occasione e gli serviva un cantante".
E nacque il duo Loy e Altomare?
Sì, abbiamo fatto un primo disco nel 1972, un altro nel '74 e l'ultimo nel '79. Pur non avendo avuto mai successo, Loy e Altomare hanno avuto un pubblico di nicchia molto affezionato. Eravamo un po' snob, faccio autocritica. Abbiamo venduto poco, ricordo la delusione del primo disco che dopo sette, otto mesi aveva venduto diecimila copie. Oddio, rispetto alle vendite di adesso eravamo Michael Jackson! Oggi con diecimila copie ci sarebbe il disco di platino. A un certo punto Checco si innamorò di una fiorentina, ebbe un'eredità, comprò un fondo a Firenze e mi propose di fare uno studio di registrazione insieme. Io mettevo me stesso e lui metteva i soldi. Lo studio si chiamava Gas ed è stato molto famoso negli anni Ottanta, quando esplodeva la new wave a Firenze: ci hanno registrato tutti, a partire dai Litfiba, che abbiamo anche prodotto. Collaboravamo con Ernesto De Pascale. Ho fatto anche due dischi, diciamo belli, con Roberto Terzani, nel suo intermezzo fra i Windopen e i Litfiba. Tutti i miei dischi hanno il karma di non vendere però diventano rarissimi e costosi.
Perché il duo si sciolse?
Diversità di valutazione. Negli anni Ottanta ho fatto tre dischi da solista molto mandati da Videomusic. Nei Novanta mi sono avvicinato al jazz ed è nata la mia fraterna amicizia con Stefano Bollani. Insieme con lui ho creato molti spettacoli, poi abbiamo fatto un'incisione di cui sono estremamente orgoglioso, la Gnosi delle fanfole, dalle poesie di Fosco Maraini, persona straordinaria, che ho avuto il privilegio e la fortuna di conoscere. Maraini aveva scritto queste poesie in una lingua inventata, però credibile. Molto sofisticato. Nella prefazione del libro, scriveva che avrebbe desiderato che le fanfole fossero recitate o meglio ancora cantate. Allora io telefonai, era sull'elenco, gli feci sentire registrazioni con Bollani per piano e voce. Fu entusiasta e abbiamo fatto un sacco di concerti, Stefano ed io.
Ora spalanchiamo le grate della gattabuia...
Verso il Duemila un amico mi suggerì di fare un ciclo di lezioni sulla canzone italiana nella sezione femminile del carcere di Sollicciano. Non ebbi reazioni di rigetto, di noia, di angoscia. Anzi, mi sembrava di essere utile. Rimasero colpiti dal mio approccio e mi proposero di passare a un programma più corposo. Sempre con la sezione femminile perché allora era molto diverso. Ci sarebbe da fare un discorso lunghissimo.
Accenniamolo...
La situazione delle donne in prigione era migliore. Erano più disponibili a partecipare alle attività, meno infelici, facevo le parodie e in tante venivano, si divertivano. Non è che in carcere si trovi gente che legge Cechov, ma in questo momento siamo ai minimi storici, culturalmente c'è stato un abbassamento ulteriore. Sollicciano è fatto a semicerchio e c'è lo spicchio femminile con più di cento detenute che è rivolto verso quello dei sette/ottocento i maschi. C'è una tradizione che si chiama panneggiare per cui donne e uomini si parlano da lontano muovendo dei panni. Quando una è innamorata mette un panno rosso: poi chiedono i colloqui per incontrarsi e alcuni di loro si fidanzano, ma molto spesso i detenuti non hanno una mentalità svedese, magari sono arabi quindi impediscono alle ragazze di venire al corso con me. Negli anni Novanta facevo solo il femminile, i maschi neanche lo sapevano. Poi ho cominciato anche il maschile e il problema è nato quando li ho fatti esibire insieme.
Lavoravi molto con Bollani: avevate progetti sugli anni Trenta, Quaranta, Sessanta. Il tempo per il carcere lo trovavi sempre?
Sempre. Anche se non ci mettevo l'impegno che ci metto oggi. Avevo bisogno di un'associazione che mi rappresentasse perché il Ministero di Grazia e Giustizia non pagava i singoli e, essendo storicamente di sinistra, mi sono affidato all'Arci. Nel 2011 fondai Orkestra ristretta. Dal 2014 ho cominciato a collaborare invece con Tempo Reale (Centro di ricerca Produzione e Didattica n.d.r.), al principio con un progetto loro che si chiamava Sollicciano tour o Leit motiv Sollicciano. Portavo dei piccoli gruppi di pubblico in giro per la prigione, biblioteca, scuola, al seguito di un marching band. E a un certo punto Orkestra ristretta ha veramente decollato.
Nel 2016 Orkestra ristretta ha inciso anche un disco, finanziato dalla Regione Toscana, Otto. Com'è?
Rap anche se non canonico. Il rap canonico è basato quasi unicamente sull'elettronica ed è molto semplice armonicamente, a volte anche uno o due accordi: ha una sua cifra particolare. Questo è un rap da galera perché c'è una parte di suono dal vivo. Live spacchiamo, come direbbe Sfera Ebbasta.
Date le circostanze in Orkestra c'è un bel via vai?
Tutti gli anni cambiamo. Sollicciano non è una casa penale, è una casa circondariale. Quindi sono pochissimi quelli che hanno condanne lunghe da scontare. Quasi tutti sono di passaggio per due o tre anni, al massimo. Però il repertorio ormai c'è. Ora sto lavorando con un rapper nero super e un nigeriano che sembra un cantante americano soul, voce stupenda, alla Otis Redding.
Come scegli i componenti?
Faccio una sorta di casting all'inizio di ogni stagione chiedendo: sapete suonare o cantare? Quest'anno il 10 settembre ci sarà un concerto serale per il pubblico, quindi farò il casting a ottobre. Penso che la musica sia un deterrente per il crimine: in galera sanno suonare pochissime persone. Si trovano percussionisti, ma la gente che suona strumenti armonici è rara. Poi magari invito qualcuno quasi sempre nell'ambito di Tempo Reale. Mi trovo bene con loro, con Francesco Giomi, sono molto professionali.
E chi non ha esperienza ma è attratto?
Lo faccio provare. Se non prendono nemmeno il tempo, magari li tengo e danno una mano con i microfoni. Perché sono severo, veramente una carogna. Con il buonismo di "poverino, sta in galera" diventa una roba da dama di San Vincenzo. Gli agenti amano tantissimo questa mia intransigenza. Io non sono né un giudice né una guardia: o mi fai star bene con la musica o non mi interessa tanto. Invece nel volontariato a volte la mentalità del 'poverino' è dannosa. La mia severità, l'essere rompiscatole termina al concerto. Divento San Francesco d'Assisi, faccio passare qualsiasi magagna, cerco di sorridergli. Oltre a essere il capobanda, compongo, e suono con loro. Il mio strumento è la voce, ma le canzoni le scrivo al piano, suono la chitarra e un po' la batteria. Non mi sarei mai dedicato a uno strumento con questa cura se non fosse stato per loro. Soprattutto sono entrato nel mondo del rap, fatto che alla mia generazione di solito non capita.
Il pubblico?
Impazzisce. È pronto ai "poverini" e quando sente questi che spaccano, lì per lì è allibito, poi trascinato. I ragazzi delle scuole urlano, delirano.
Ci sono dei reati che impediscono la partecipazione alla band?
I detenuti non vogliono pedofili e violentatori. È anche un pregiudizio perché alcuni di questi hanno delle facce da poveri cristi. Ma qualcosa sta cambiando: è stato appena ammesso nel gruppo uno che proviene dalla sezione dei reati sessuali.
Ogni quanto vai a Sollicciano?
Tre volte alle settimane, due dai maschi una dalle femmine. Ma essendo un artista -per artista intendo dire uno che lavora con l'arte, non significa che sia bravo, tengo a chiarire questo equivoco - con la mia capoccia sto sempre sul pezzo. L'impegno mentale in questo momento è costante. Per esempio, e lo dico in anteprima: vorrei fare un album-concept sul carcere in cui mettere le nostre canzoni e anche momenti musicali, a cura di Tempo Reale. Per l'occasione vorrei scrivere un pezzo che poi canterò anche io, mi farebbe piacere. Magari uscirà nel '21. In una fase in cui la discografia non esiste, questo progetto mi sembra culturalmente interessante: restituire il carcere come lo possono vedere musicisti professionisti e quelli che stanno dentro. Non voglio dire che è un disco necessario però non è inutile.
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