Gazzetta del Mezzogiorno, 20 gennaio 2020
Tra i minori detenuti con orchestrali della Chicago Symphony. "Avevo detto ai nostri ospiti che questa è la città del sole ma ieri pioveva. Ho parlato con il Signore, spiegandogli che avrei fatto una brutta figura". Ed è un angolo di paradiso Nisida, che ha accolto il maestro Riccardo Muti, accompagnato dai musicisti Jennifer Gunn, Charles Vernon e Gene Pokorny della sua Chicago Symphony orchestra, in visita ai ragazzi dell'Istituto penitenziario minorile napoletano.
L'incontro ha preceduto di qualche ora il concerto del San Carlo, prima tappa italiana con la Chicago che dirige da dieci anni. "Volutamente ho portato qui gli strumenti estremi, il più piccolo e acuto e quello più grave, 'o gruoss e 'o piccirill", scherza in napoletano il maestro presentando l'originale performance ai ragazzi raccolti sul Belvedere in una mattinata di sole. Si parte con 'Oculus non vidit' di Carlo Santino, per flauto, trombone e tuba, segue il Concerto in Do minore per due violini di Bach. Ad accogliere gli ospiti è stato il direttore Gianluca Guida.
bisceglielive.it, 20 gennaio 2020
Lunedì 20 gennaio 2020, alle ore 18,00, a Bisceglie nel Palazzo Tupputi, in via Cardinale Dell'Olio n. 30, si svolgerà l'incontro conclusivo del corso organizzato da Agromnia Soc. Coop. per "Giardiniere (operatore per la realizzazione e la manutenzione di giardini)".
L'iniziativa nasce nell'ambito dell'Avviso 1/2017 - Linea 1 "Iniziativa sperimentale di inclusione sociale per persone in esecuzione penale." Il Progetto finanziato dalla Regione Puglia - P.O.R. Puglia - Fesr - F.S.E. 2014 - 2020 - rilancia la collaborazione istituzionale tra Istituti penitenziari, Enti di formazione e terzo settore, fondamentale per l'efficacia dei percorsi di crescita personale e di reinserimento lavorativo e sociale della persona detenuta.
Il corso di formazione è stato svolto in stretta collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale maschile di Trani con l'intento di creare continui momenti di osmosi, interazione e interrelazione con la comunità esterna al fine di ridurre quanto più possibile il fossato fra la società e la comunità della Casa Circondariale e per agevolare il ritorno dei detenuti alla loro vita sociale, civile e culturale.
"I percorsi formativi sono essenziali per il recupero dei soggetti detenuti e una loro reintegrazione nel tessuto sociale - sostiene il dr. Mauro Guglielmi, agronomo di Agromnia". Interverranno il dott. Antonio Montillo, rappresentante dell'Assessorato all'Istruzione, alla Formazione e al Lavoro della Regione Puglia.
È previsto il saluto del sindaco di Bisceglie, Angelantonio Angarano, e di Roberta Rigante, Assessore alle Politiche Sociali dello stesso Comune. In rappresentanza del Comune di Trani interverrà Patrizia Cormio, Assessore alle Politiche Sociali. Giuseppe Altomare, direttore della Casa Circondariale maschile di Trani, spiegherà come è scaturita la comunione di intenti tra istituzione ed ente di formazione per offrire ai detenuti una concreta possibilità di riscatto. L'incontro sarà moderato da Lucia De Mari, giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno. L'ingresso è libero. Sarà possibile registrarsi a partire dalle ore 17.30.
La Repubblica, 20 gennaio 2020
I bambini presenti nel carcere fiorentino di Sollicciano insieme alle madri detenute avranno la possibilità di uscire dalla struttura detentiva accompagnati dagli operatori del "Telefono Azzurro" per frequentare parchi, giardini o ludoteche pubbliche. Lo prevede un progetto, finalmente esecutivo a partire dal prossimo mese, promosso insieme da ministero della giustizia. Amministrazione penitenziaria e Comune di Firenze, con la collaborazione essenziale di "Telefono Azzurro".
Il servizio, subordinato alla richiesta e alla conseguente autorizzazione da parte della madre del bambino interessato e rivolto anche ai minori in tenera età, sarà dunque disponibile a partire dai primi giorni di febbraio. I luoghi ricreativi verranno raggiunti dai bambini, insieme ai loro accompagnatori, utilizzando esclusivamente il trasporto pubblico. A tal
proposito è stato richiesto un intervento al Garante comunale per le persone detenute affinché il Comune di Firenze consenta ai bambini e agli operatori del "Telefono Azzurro" di viaggiare gratuitamente. "Si tratta di un passo importante per risolvere una questione delicata e a cui è stata dedicata tutta l'attenzione possibile - spiega il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede -. Tutelare il percorso di crescita dei bambini è fondamentale".
Soddisfazione anche negli uffici del Comune, dove l'assessora Sara Funaro si è impegnata per la realizzazione di un progetto che ha definito "una priorità assoluta, affinché tutti i bambini, senza alcuna differenza, possano avere accesso a spazi educativi e ricreativi esterni a quelli del carcere. E i bambini di Sollicciano devono avere gli stessi diritti di quelli fuori".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 20 gennaio 2020
Esce in Italia il 13 febbraio il documentario di Waad al-Kateab candidato agli Oscar. Lei, con la figlia e il marito, adesso vive a Londra e racconta: "Ho girato tutto questo perché voglio che Sama un giorno possa rivederlo". "Sama, ti ricordi di Aleppo? Mi biasimerai per non averti portato via subito? O mi darai la colpa per essere venuta via?".
Sama sta giocando in cucina a Londra. A 4 mila chilometri da lei settimana scorsa sono morti 8 bambini in un raid ordinato dal presidente siriano Bashar Assad. Sama non si ricorda di Aleppo. È venuta via la notte del 21 dicembre 2016, in automobile, mentre faceva freddo ed aveva la febbre. E ora la casa, dove ha camminato e sorriso per la prima volta, non c'è più.
"Ho iniziato a filmare e documentare proprio perché volevo che mia figlia un giorno avesse la possibilità di rivedere tutto questo". Quando scoppia la rivoluzione in Siria, nel 2012, Waad al-Kateab ha 18 anni. Studia marketing alla Aleppo University. Incontra un giovane medico di nome Hamza. Gioia, rabbia, amore, paura e odio. Manifestano insieme, si innamorano, fanno politica, anche quando il regime ricorre alla violenza per soffocare le rivolte, gettando la città nel baratro della guerra.
Alcuni dei loro amici muoiono e loro stessi sfuggono per un soffio ai cecchini, agli attacchi aerei e alle bombe. Ma Waad non smette mai di riprendere. Con la macchina fotografica, con il cellulare. Poi, nel mezzo di tutto ciò, Hamza chiede a Waad di sposarlo.
E mentre i barrrel bomb, i barili bomba imbottiti di chiodi ed esplosivo, cadono sulla città, il 1° gennaio 2016 nasce Sama. Avanti veloce di quattro anni, la storia di quei ragazzi e di quella bambina è diventata un documentario :- For Sama - distribuito da Wanted Cinema, già presentato a Cannes e proiettato alle Nazioni Unite. E che il 13 febbraio esce in Italia con il patrocinio di Amnesty International e la voce di Jasmine Trinca.
For Sama è la lettera di una madre a una figlia, una ninnananna, la stessa che canta alla piccola per distrarla dalle bombe. Perché ha deciso di renderla pubblica?
"Ho iniziato a raccontare la mia storia senza un piano, filmando le proteste in Siria sul mio cellulare, come facevano tanti altri attivisti. Fin dall'inizio ho capito che ero più affascinata dal catturare storie di vita e umanità, piuttosto che concentrarmi sulla morte e la distruzione. E da donna, pur vivendo in una parte molto conservatrice di Aleppo, sono stata in grado di accedere alle esperienze di donne e bambini, tradizionalmente vietate agli uomini. Questo mi ha permesso di mostrare la realtà invisibile dei siriani".
Quando è nata Sama aveva già iniziato a documentare gli orrori di Aleppo per Channel 4. I suoi reportage sul conflitto in Siria hanno ricevuto quasi mezzo miliardo di visualizzazioni e hanno vinto 24 premi - incluso l'Emmy Award nel 2016...
"Quando siamo riusciti a venire a Londra nel 2016, a Channel 4 mi hanno accolto come in una famiglia. Mi sono messa a lavorare con Edward (Watts, coregista del documentario, ndr) e guardando tutto quel materiale - erano più di 500 ore di girato - è nata l'idea del documentario. L'obiettivo, oltre a raccontare a Sama della sua infanzia, è di tenere accesa la luce sulla Siria".
In queste ore in Siria è in corso un'altra sanguinosa battaglia, quella di Idlib, l'ultimo bastione dell'opposizione, che Assad sta cercando di espugnare con il sostegno di Mosca. Perché ne parliamo così poco?
"Non riesco a capacitarmi di questo buio. Ma la speranza - proprio come accaduto per la guerra in Vietnam - è che le immagini possano fermare il sangue. For Sama vuole anche essere un appello all'impegno: conoscere è una forma di resistenza ai regimi. Non so se sia il termine giusto ma non mi sento solo una regista, ogni tanto penso a me come ad un'influencer delle ingiustizie".
Parte degli oppositori sono passati con le milizie jihadiste e hanno commesso crimini di guerra. Come vive questa contraddizione?
"Non condivo quella scelta ovviamente. Ma troppe persone in Siria hanno visto talmente tanto orrore da non poter sopportarlo. E allora hanno deciso di usare gli stessi metodi. Io sono stata fortunata. Ma chi può dire cosa avrei fatto se qualcuno avesse ammazzato Sama o Hamza... Inoltre ci sono tante persone che sono rimaste buone nonostante tutto. Ed è a loro che va il nostro supporto".
Lei e la sua famiglia avete ottenuto asilo politico in Gran Bretagna. Come ci siete riusciti?
"Grazie al mio lavoro per Channel 4, dopo un anno che eravamo in Turchia, ho ricevuto il visto. Così a maggio 2018 siamo arrivati all'aeroporto di Heathrow e abbiamo richiesto asilo lì. La mia seconda figlia Taima, che all'epoca aveva quasi un anno, non aveva documenti. Ho chiesto aiuto all'ambasciata siriana, ma non ci hanno aiutato perché Hamza era ricercato dal regime. Così ho lasciato Taima in Turchia per cinque mesi fino a quando non ci è stato concesso l'asilo e abbiamo potuto portarla in Gran Bretagna".
Sperate di tornare in Siria, un giorno?
"Ovviamente. Non solo perché significherebbe rivedere la casa dove sono nata. Mi piacerebbe portare le bambine nel mio giardino, far sentire loro il profumo delle rose".
Siete arrivati a Londra in un momento particolare, proprio in questi giorni la Gran Bretagna si sta organizzando per uscire dall'Europa. Com'è la vostra vita ora?
"Tutti sono stati molto gentili. Dopo che i miei vicini hanno visto il film, mi hanno lasciato una montagna di biglietti davanti alla porta. Ho ottenuto una borsa di studio universitaria per un master in comunicazione. Hamza sta lavorando per una società che fornisce servizi bancari nelle aree di conflitto e quest'anno inizia un master in medicina. Arrivati qui Sama ha avuto parecchi incubi, la guerra deve averla sicuramente traumatizzata. Ma ora sta molto meglio. Entrambe le bambine parlano l'inglese con l'accento britannico e vivono come due bambine inglesi. Ma non abbiamo mai smesso di rivolgerci a loro in arabo. Non vogliamo che dimentichi. Non vogliamo che nessuno di noi lo faccia".
di Laura Alteri
ilcaffe.tv, 20 gennaio 2020
Confermati i finanziamenti regionali anche quest'anno all'associazione PerAnanke di Pomezia. L'associazione è attiva da 6 anni con progetti di teatro presso il carcere femminile di Rebibbia di Roma. Così con questi fondi, le compagnie "Donne del muro alto" (con le detenute di massima sicurezza) e "Più Voci" (con le detenute comuni), potranno proseguire le attività almeno fino a giugno 2020. "Per noi è importante la continuità dei nostri progetti che hanno scopo non solo ludico, ma soprattutto di reinserimento nella società - spiega a il Caffè la regista Francesca Tricarico, da anni impegnata con PerAnanke per progetti teatrali in carcere.
Il teatro ha un effetto benefico su tutto l'ambiente carcerario: le detenute-attrici, spesso con problemi psichiatrici di instabilità emotiva e aggressività, migliorano la qualità della loro vita grazie alle attività che quotidianamente svolgiamo con loro. Il nostro impegno è legato all'intera compagnia, ma anche alla singola detenuta: le donne, attraverso un lavoro di introspezione, ascolto di sé, imparano a capirsi e a capire le altre donne.
È evidente come, negli anni, sia migliorata la comunicazione tra le detenute e con gli agenti di polizia penitenziaria". Il teatro diventa così valvola di sfogo, via di fuga e centro di ascolto per le detenute, che nelle 6 ore settimanali di corso, trovano ascolto e sostegno per il loro dolore, i problemi personali, i disagi quotidiani della vita da recluse.
"Abbiamo un rapporto diretto e sincero con queste donne, riusciamo a cogliere sfumature che altrimenti sfuggirebbero. Lavoriamo costantemente anche con gli psicologi della struttura per confrontarci sui loro cambiamenti". Quest'anno, in primavera, le donne di Rebibbia porteranno in scena la replica dello spettacolo "Ramona e Giulietta", una rivisitazione del Romeo e Giulietta di Shakespeare, che racconta l'amore tra donne, all'interno e fuori dal carcere.
"Una storia forte, un tema difficile che le detenute hanno voluto raccontare con fermezza. Con le ragazze stiamo anche lavorando su una scrittura drammaturgica ispirata alle opere di Pier Paolo Pasolini e Alda Merini, verrà fuori un lavoro originale e intenso", conclude Francesca.
Quella del teatro e di PerAnanke è una vera e propria storia di amore e comprensione che va oltre il muro di costrizioni e pregiudizi che troppo spesso si crea attorno alle donne detenute.
di Francesca Sforza
La Stampa, 20 gennaio 2020
A Berlino siglata l'intesa politica. Un comitato intralibico monitorerà il cessate il fuoco. Resta il nodo degli Emirati. La Conferenza di Berlino sulla Libia si è conclusa sotto il segno di un accordo, ma saranno le prossime 48 ore a mettere il sigillo sulla sua effettiva riuscita.
Nel momento stesso in cui sul terreno si riprenderà con la violenza e con i morti, l'impegno della diplomazia internazionale potrà dirsi ricondotto al punto di partenza. Allo stesso tempo bisogna riconoscere alla cancelliera Angela Merkel e al segretario gnerale dell'Onu Antonio Guterres, sostenuto dal suo inviato speciale per la Libia Ghassam Salameh, di essere riusciti nell'impresa non facile di tenere insieme per quattro ore tutti i maggiori player dello scacchiere libico e di ottenere da ciascuno di loro un impegno a tener fede al cessate il fuoco.
Un risultato acquisito con fatica: mesi di lavoro da parte delle diplomazie coinvolte durante le sessioni preparatorie; messa a punto di un documento che riuscisse a tenere l'equilibrio tra i diversi interessi in campo; discussione fino all'ultima parentesi quadra nella giornata che ha preceduto la Conferenza; approvazione del documento da parte dei partecipanti; spola della cancelliera Angela Merkel dalla stanza dove si trovava il premier di Tripoli Al Sarraj a quella del generale Haftar per comunicare loro i contenuti del documento definitivo (pare che si sia utilizzata una procedura di comunicazione con auricolari perché Haftar si sarebbe collegato dall'albergo rifiutandosi di andare in Cancelleria per non incontrare Sarraj), infine la dichiarazione conclusiva della cancelliera e del segretario generale dell'Onu Antonio Guterres, in presenza anche dell'inviato delle Nazioni Unite in Libia Ghassam Salameh e il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas.
La commissione militare - Il punto fondamentale della Conferenza di Berlino ai fini di una tregua duratura è la creazione di una commissione militare intralibica "5+5", composta cioè da cinque membri nominati da Al Sarraj e cinque da Haftar, che secondo il piano di azione Unsmil, avrà il compito di monitorare il cessate il fuoco e stabilire la linea degli schieramenti. Fino a oggi il generale Haftar si era sempre rifiutato di offrire la sua partecipazione al formato, e anche se è vero, come ha detto Merkel, che "le divergenze fra i due leader libici sono numerose e non si parlano fra loro, il grande progresso è che hanno capito che si devono comportare in modo costruttivo". Il comitato militare si riunirà a Ginevra il 27 gennaio, con l'obiettivo, ha dichiarato Guterres "di risolvere la crisi in Libia", perché solo un meccanismo di monitoraggio costituito in accordo con le parti in conflitto può essere garanzia di successo nel tempo.
Non si è parlato invece di sanzioni per chi viola l'embargo delle armi perché, stando a fonti qualificate, non è sembrato opportuno, in questa fase, forzare la mano ai diversi partecipanti su un tema che, come ha detto la Cancelliera, "sarà affrontato nel caso in cui la tregua sarà violata". Sia la Turchia che la Russia hanno avuto un atteggiamento costruttivo mostrandosi disponibili ad accogliere i punti del documento finale, chiedendo in cambio che fosse riconosciuto il loro ruolo nel negoziato e, in particolare, nell'ottenimento di una tregua di fatto dopo il vertice di Mosca di una settimana fa.
Più intransigente è sembrato invece l'atteggiamento degli Emirati, fermi nel condannare l'ingerenza della Turchia e allarmati dell'intesa russo-turca (dunque non favorevoli a tributare troppi riconoscimenti all'azione di Mosca e Ankara). Anche il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha ritenuto di dover intervenire con il ministro degli Esteri emiratino per ribadire la necessità di un cessate il fuoco duraturo.
L'Europa più unita - Per quanto riguarda gli europei, se il presidente francese Macron ha lasciato Berlino subito dopo la fine dei lavori dichiarando soltanto che "deve finire immediatamente la presenza di combattenti stranieri", il premier britannico Boris Johnson si è detto disponibile a inviare "persone ed esperti" per garantire il rispetto del cessate il fuoco.
Angela Merkel, a chi le chiedeva se l'Europa questa volta è stata capace di parlare con un'unica voce, non ha rinunciato al suo consueto pragmatismo: "Non sempre gli europei hanno parlato con una voce sola, ma c'è stata la disponibilità a farlo, sia del presidente francese, sia del premier italiano e sia di Boris Johnson. Per quello che io ricordo - ha aggiunto - lo stato del dialogo è molto migliore di due o tre anni fa".
di Anna Volpicelli
L'Espresso, 20 gennaio 2020
Cliniche specializzate, club di pensionati-consumatori e ricerche sugli effetti curativi nelle malattie senili. La nuova frontiera dell'erba negli Stati Uniti sono gli over 65. Che in questo modo combattono dolori di ogni tipo. Più di un milione e mezzo di over 65, negli Stati Uniti, hanno fatto uso di marijuana nell'ultimo anno. Ed è un fenomeno in crescita progressiva, come documenta un recente studio della New York University. Non è così strano: gli effetti terapeutici dei cannabinoidi sono ormai evidenti per una grande quantità di patologie tipiche proprie della terza età, dalla lombosciatalgia al glaucoma, dalle alterazioni del sonno all'artrite, dal Parkinson alla demenza - e molto altro.
È quindi ancora meno strano che, con l'invecchiamento della popolazione in Occidente, il rapporto prevalente con la marijuana stia cambiando: non più "droga trasgressiva" dei ragazzi ma strumento di miglioramento della qualità della vita degli anziani, quindi da incentivare o quanto meno accettare. Di qui i cambiamenti anche nelle legislazioni: dagli Stati americani in cui la marijuana è stata legalizzata (ormai una ventina, tra uso ricreativo e terapeutico) fino al nostro Paese, dove prosperano i negozi di erba light e poche settimane fa la Cassazione ha depenalizzato la coltivazione in casa o in giardino per uso personale.
Laguna Woods è una soleggiata località della contea di Orange, in California, dove da decenni si trasferiscono, una volta pensionati, molti anziani americani di ceto medio e medioalto. Non a caso questa è stata la prima città americana - nel 2008 - a offrire marijuana medica e qui è nato anche il Laguna Woods Medical Cannabis Club, un'associazione fondata da Lonnie Painter, 74 anni, pensionato ed esperto del settore "spinelli per anziani".
Pizzetto bianco e camicie aperte sul petto, Painter rivendica il suo lungo attivismo a favore della diffusione della marijuana per i "senior citizens", obiettivo per il quale ha coinvolto anche medici, botanici e biologi. "Come collettivo abbiamo cominciato a offrire ai nostri membri Cbd, la parte più pura della pianta, già sette anni fa. Oggi posso dire di aver lavorato con centinaia e centinaia di anziani", spiega Painter, specificando che "il nostro iscritto più vecchio ha 103 anni" e l'ingresso nel collettivo è riservato a chi ne ha compiuti almeno 55. "Io la uso da quando ne avevo più o meno sessanta e ho cominciato a studiarne scientificamente gli effetti nel 2010", continua. "Quando sei vecchio, la cannabis ti può aiutare in molti modi. Io per esempio soffro di osteoporosi e artrite. Ho avuto anche un'operazione a una mano e grazie alla marijuana medica non ho mai avuto dolori. E, soprattutto, la mia condizione generale è ottima per la mia età".
Ogni mese Lonnie organizza per il suo club una conferenza dove vengono invitati a parlare diversi dottori, scienziati ed esperti del settore che affrontano tematiche specifiche relative ai trattamenti a base di marijuana specifici per gli anziani. Il presidente del Lw Medical Cannabis Collective considera la sua una missione sociale non così diversa da quando tanti anni fa, proprietario di un bar a Laguna Beach, assumeva senzatetto e disperati per insegnare loro un mestiere.
Quello che però Painter dice di temere, adesso, è l'eccessivo successo industriale della cannabis, che sta portando sul mercato "prodotti di varie marche sui cui ingredienti noi non abbiamo alcun controllo", mentre finora i suoi anziani hanno "sempre consumato la marijuana locale, da noi coltivata e testata", insomma roba buona. Dopo l'approvazione della Proposition 64, conosciuta come The Adult Use of Marijuana Act, che in California ha legalizzato l'erba, molte compagnie farmaceutiche ne stanno sperimentando l'utilizzo per prodotti riservati agli anziani, di cui Painter tuttavia diffida.
Il fatto è che la marijuana può aiutare i vecchi, è vero, ma non è un gioco: "Per chi ha più di 60 anni e vuole consumare cannabinoidi è fondamentale rivolgersi a persone specializzate", ci dice Eloise Theisen, oncologa e cofondatrice di Radical Health, studio medico specializzato nella terapia a base di marijuana con sede a Walnut Creek, sempre in California. "Ci sono sempre tanti fattori di rischio da considerare negli anziani, in particolar modo l'interazione con gli altri farmaci che i senior spesso devono prendere".
Anche la dottoressa Theisen ormai è un'esperta: in sei anni - dal lancio della sua clinica - ha lavorato con circa 6.000 pazienti con un'età media di 75 anni. "Di solito", spiega, "la terapia a base di marijuana è un po' l'ultima spiaggia a cui i malati si rivolgono. Cercano la cannabis dopo aver sperimentato varie cure contro il dolore, l'insonnia e l'ansia o per alleviare alcuni sintomi legati al Parkinson e all'Alzheimer". In molti casi, assicura la dottoressa, il tremore e la rigidità fisica di chi ha il Parkinson diminuiscono con una buona terapia a base di cannabinoidi mentre "per quanto riguarda l'Alzheimer il problema è il dosaggio: ogni corpo risponde in modo diverso in base ai geni, al genere e all'interazione con altre medicine assunte regolarmente. Gli uomini, per esempio, reagiscono in modo più veloce rispetto alle donne. La buona notizia comunque è che quasi sempre bastano due milligrammi per stare meglio e fra gli effetti più immediati vediamo una migliore gestione dell'ansia, dell'agitazione e il miglioramento della comunicazione con i familiari".
Intanto i programmi terapeutici per anziani a base di cannabis medica destinati ad anziani si diffondono in diverse città americane e non solo in California, dalla costa est al Colorado. Con le relative statistiche: l'American Academy of Neurology per esempio ha condotto uno studio su 204 pazienti attorno agli 80 anni di età iscritti al programma di cannabis medica di New York e ha riscontrato che dopo 4 mesi di assunzione di gocce di THC e CBD il 69 per cento dei partecipanti ha dichiarato la diminuzione o sparizione dei loro dolori, il 49 per cento ha detto di dormire meglio, il 18 per cento non dava più alcun segno di problemi neurologici e il 15 per cento ha dichiarato di non soffrire più di attacchi d'ansia.
Un altro recente paradiso della marijuana per anziani è Israele, dove la Ben Gurion University ha appena pubblicato uno studio secondo il quale l'uso terapeutico della cannabis può essere molto più sicuro ed efficace nelle cure per un'ampia gamma di sintomi cronici legati a varie malattie neurologiche nei pazienti più anziani. Inoltre, può ridurre in modo drastico l'uso di altri farmaci, fra cui gli antidolorifici.
Proprio in Israele tre anni fa è stata fondata NiaMedic, una clinica che fornisce terapie basate sulla marijuana per la cura esclusiva di anziani, con un "approccio olistico", come ci dice Alon Blatt, direttore dello sviluppo del business della clinica. Ai vertici della quale c'è la cofondatrice Inbal Sikorin, che si è avvicinata alla cannabis terapia lavorando con gli anziani di un kibbutz dove era a capo del reparto di infermeria, per poi avviare una ricerca sull'effetto della marijuana medica sulla demenza senile e i vari disturbi che affliggono le persone anziane.
Così è nata la prima clinica NiaMedic in Israele e un anno dopo ha fatto seguito l'apertura di due filiali negli Stati Uniti, una in California, a Beverly Hills e una in Orange County, a Laguna Hills. "Il nostro obiettivo è quello di integrare la terapia a base di marijuana all'interno di una cura più completa, che include anche metodi classici", spiegano i responsabili. "Abbiamo anche un team di farmacisti che studiano l'interazione fra le medicine tradizionali e la marijuana. Così la somministrazione varia da paziente a paziente, ma ciò che accomuna ogni programma è il micro-dosaggio, fondamentale per comprendere come rispondono alla cura i ricettori presenti nel sistema endocannabinoide, uno dei più importanti per lo sviluppo e mantenimento dell'omeostasi nel nostro organismo. Noi cominciamo sempre con una dose di dieci milligrammi che poi viene a mano a mano aumentata in base alla risposta dei pazienti".
Più rare ma non dissimili sono le sperimentazioni in Europa: a Ginevra per esempio c'è una casa di riposo che da due anni somministra olio di marijuana agli anziani, sulla base di un programma dell'Ufficio Federale di Sanità Pubblica in collaborazione con gli Ospedali Universitari della città elvetica.
E in Italia? Per adesso non esiste nulla di simile, anche per la legislazione più severa. Un pugno di farmaci a base di marijuana può essere acquistato in farmacia con ricetta medica, come l'Fm2, basato sull'erba coltivata dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze: è consigliata per la terapia del dolore in caso di sclerosi multipla, lesione del midollo spinale o per placare i sintomi dovuti a chemioterapia, radioterapia o terapie per Hiv, come il vomito e la nausea.
Finora tuttavia la diffusione in Italia di questo farmaco e di altri simili è stata ridotta, anche perché pochissimi medici li prescrivono (c'è ancora un forte ostacolo culturale, nel nostro Paese) e non tutte le Regioni li rimborsano. In compenso crescono i clienti over 60 nei negozi di marijuana light (scarsi gli effetti terapeutici, ma aiuta a rilassarsi, a fugare le ansie e a prendere sonno). Ed è presumibile, dopo la sentenza della Cassazione, che sui balconi dei bilocali dei pensionati, accanto ai gerani d'ordinanza, inizino presto a vedersi anche delle belle foglie verdi a punta con inflorescenze appena più chiare, il cui profumo avvolgerà serenamente tutto il cortile.
di Claudia Guasco
Il Messaggero, 20 gennaio 2020
L'annuncio del portiere di calcio pugliese Giovanni Custodero, morto a 27 anni, è arrivato come un fulmine: "Domani mi faccio addormentare". E detta così, fa notare Italo Penco, presidente della Società italiana cure palliative, sembra la decisione improvvisa "presa da una persona lucida, mentre il giovane era malato di sarcoma e pativa dolori che non riusciva più a sopportare".
La sedazione profonda è solo una parte del percorso di cure palliative ed è "una pratica necessaria quando non ci sono altre possibilità", ma non centra nulla con l'eutanasia: "Non è un atto che provoca la morte, ma la somministrazione di farmaci che consentono al paziente di perdere coscienza del dolore".
È l'altra strada del fine vita, un percorso che compiono sempre più persone: in Italia i malati terminali sono ogni anno 400-500 mila, numero in progresso per effetto della crescita delle demenze senili. Già nel 2017 l'Organizzazione mondiale della sanità sottolineava come "la necessità di cure palliative non è mai stata così grande, in relazione all'invecchiamento della popolazione e all'aumento delle malattie croniche e degenerative".
C'è una legge, la 38 del 2010, che ne fissa le regole eppure ben due cittadini su tre la ignora e gli hospice sono ancora pochi, circa 230. Obiettivo di queste cure - il cui nome deriva dal latino pallium, mantello che scalda e protegge - è cancellare la sofferenza e dare dignità alla morte. "La sedazione profonda è una procedura che può essere messa in atto su persone che hanno una malattia in fase terminale, laddove vi sia un sintomo refrattario a tutti gli altri trattamenti di tipo palliativo", spiega Luigi Riccioni, anestesista e responsabile del comitato etico del Siaarti.
Non aiuta solo chi soffre dolori intollerabili, "ma anche chi patisce per altri sintomi, come ad esempio la fame d'aria". E "non è finalizzata ad abbreviare la vita, anzi spesso la sedazione profonda non solo non determina la morte, ma anzi prolunga la vita di qualche opera o qualche giorno".
Non è un'iniezione letale, sottolinea Riccioni, eppure "alcuni medici mostrano ancora alcuni timori a ricorrervi, perché viene praticata con farmaci che solo gli anestesisti sono abituati a utilizzare e c'è la paura che possa essere confusa con l'eutanasia".
Prima dell'entrata in vigore della legge 219/2017 sul biotestamento, non tutti i medici erano convinti della possibilità di operare la sedazione profonda. Con questa norma è stata data la possibilità al malato di rifiutare o sospendere qualsiasi terapia, comprese quelle che possono salvargli la vita. Ma spesso la morte, con il rifiuto dei trattamenti, è lenta e dolorosa e qui interviene l'addormentamento.
Con le disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ogni persona maggiorenne e capace di intendere e volere può consegnare ai medici un foglio nel quale indica gli interventi che, in futuro, intende accettare o rifiutare in caso di malattia irreversibile.
Con sentenza 242/2019 la Corte costituzionale, pronunciandosi sul caso di Marco Cappato che ha aiutato Dj Fabo a morire in Svizzera, ha riconosciuto anche il diritto al suicidio medicalmente assistito per malati in piena lucidità, con patologia irreversibile, insopportabili sofferenze fisiche o psichiche e tenuti in vita da macchine. Ma una legge, nonostante le sollecitazioni dei magistrati, non c'è ancora.
di Barbara Ardù
La Repubblica, 20 gennaio 2020
In Italia l'1% più ricco detiene quanto il 70% della popolazione. A pagare il prezzo più alto sono donne e giovani. Oltre il 30% dei ragazzi guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese mentre il 23% degli under 29 versa in condizioni di povertà lavorativa. Crescono gli abbandoni scolastici: peggio di noi solo Spagna e Romania.
Jeff Bezos, patron di Amazon, nel 2018 perse per un po' lo scettro di uomo più ricco del mondo, riconquistandolo poco dopo. Tutto riconducibile a un sali e scendi delle azioni in Borsa. Se non fosse per questa variabile, prontamente registrata dai media, il quadro delle diseguaglianze di ricchezza e reddito nel mondo non è che sia cambiato di molto da un anno all'altro, anzi forse è peggiorato e peggiora per le nuove generazioni. Ce lo ricorda puntuale come ogni anno Oxfam alla vigilia del meeting annuale del World economic Forum a Davos dove si incontreranno a giorni gli uomini più ricchi o più potenti del pianeta. Un antidoto, quello di Oxfam, al rischio di una assuefazione di massa alle diseguaglianze.
E sì perché a scorrere i numeri i Paperoni di Forbes son sempre lì. In 2153, forti di un patrimonio di 2.019 miliardi (dati di metà 2019), vantano una ricchezza superiore a quella complessiva di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale.
Una ricchezza quindi tutta concentrata al vertice della piramide sociale. Un esempio? Tutte le donne del continente africano messe insieme, hanno più o meno la ricchezza dei 22 uomini più ricchi del mondo. Numeri spaziali. E sì perché se il patrimonio di una delle persone più ricche del mondo fosse impilato con banconote da 100 dollari bucherebbe lo spazio suborbitale terrestre, superando i cento chilometri d'altezza.
Immagini forti che tali rimangono perché negli ultimi tre decenni la crescita economica su scala globale che pur c'è stata, non ha avuto affatto un carattere inclusivo. Reddito e ricchezza salivano, ma si fermavano al top della piramide. Non solo. Appena il 4% degli introiti fiscali deriva da forme di tassazione della ricchezza. Ben diversa da quella sul reddito. È un po' pochino. Certo le cose cambiano da Paese a Paese, ma che la redistribuzione sia lontana da un livello equo è evidente.
E in Italia? Esistono e persistono diseguaglianze. Ecco i dati. A metà 2019 la quota di ricchezza in possesso dell'1% più ricco superava la quota di ricchezza complessiva detenuta dal 70% degli italiani più poveri sotto il profilo patrimoniale. Ricchi e poveri. Ma ciò che colpisce è che nell'ultimo ventennio la ricchezza dei più facoltosi è salita del 7,6%, quella del 50% dei più poveri si è ridotta del 36,6%. Una redistribuzione al contrario. E non è che in fatto di reddito le cose stiano diversamente. D'altra parte le retribuzioni in media son tutt'altro che salite (anche se non tutte). Tant'è che nel 2018 l'indice di Gini, che misura le diseguaglianze, collocava l'Italia al 23° posto nella Ue a 28. Paese ineguale insomma.
E a pagare queste nuove diseguaglianze, questo ci mostra Oxfam ma in parte lo vediamo tutti i giorni, sono le nuove generazioni. E le donne. Più povere in fatto di ricchezza, retribuzioni e pensioni. Perché? Perché l'Italia è caratterizzata da una persistenza delle condizioni economiche da una generazione a quella successiva. Un Paese immobile, anche sotto il profilo patrimoniale. Come dire che l'ascensore sociale è rotto. E per ora non è in riparazione. Il figlio di un dirigente ha un reddito annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato anche se hanno avuto gli stessi percorsi formativi. Sempre che a scuola e all'università quest'ultimo ci arrivi, perché il fenomeno degli abbandoni scolastici è in crescita da due anni dopo un decennio di discesa. Peggio di noi in Europa fanno solo Spagna, Malta e Romania.
"Siamo indietro rispetto all'Europa - sostiene Elisa Paciotti, direttrice campagne Oxfam Italia- le famiglie a basso reddito in Italia non possono supportare e sostenere un figlio nel percorso scolastico soprattutto quando si presenta un intoppo, un problema. Non ci sono supporti scolastici pubblici capaci di occuparsene sostenendo le famiglie.
Ecco perché l'abbandono scolastico è così alto e perché abbiamo un così alto numero di giovani che non studiano e non lavorano. O se lavorano, e questo è un altro problema, lavorano per una paga risibile e meditano di partire in cerca di un futuro migliore. Oltre il 30% dei giovani occupati guadagna meno di 800 euro al mese mentre il 13% degli under 29 versa in condizioni di povertà lavorativa". Poi ci si stupisce che il tasso di natalità in Italia sia così basso.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 20 gennaio 2020
Sono sempre più violenti gli scontri che vanno avanti da ottobre. È iniziato tutto dalle tasse, ma la crisi è politica: "Siamo stanchi di partiti settari e confessionali, vogliamo una società laica".
Lo chiamano "lo sciopero delle tasse". L'aumento del costo della vita, l'economia in ginocchio e l'inflazione alimentano le proteste. "Non se ne può più. I prezzi folli non risparmiano nulla e nessuno. Persino la Nutella è alla stelle. Nelle ultime tre settimane il costo di un barattolo è passato da 7 mila lire libanesi a 13. Neppure i bambini possono più godersi la vita come prima", ironizzano i manifestanti in Piazza dei Martiri, il centro storico della Beirut ricostruita dopo gli orrori della guerra civile dal 1975 al 1990.
La crisi è politica. Ma le sue origini sono economiche. Il Libano in ginocchio guarda sempre più preoccupato alle manifestazioni che bloccano le sue strade dal 14 ottobre scorso. Quasi 400 feriti solo sabato nel cuore della capitale, 114 ieri, di cui 47 in ospedale. "Non solo le banche sono paralizzate, l'intera economia non gira. Lo Stato non funziona più, occorre un cambiamento radicale. Siamo stanchi di partiti settari e confessionali, vogliamo una società laica che premi il merito individuale", sostiene Michel Hajji Georgiou, giornalista locale che segue le sommosse sin dall'inizio. Suo terrore sono le politiche dell'Hezbollah sciita pro iraniano che accusa i leader delle piazze di essere "agenti pagati da Usa e Israele", teme le alleanze tra una parte della minoranza cristiana e le fazioni pro siriane, vorrebbe che il premier dimissionario da fine ottobre, il sunnita Saad Hariri, se ne andasse davvero, ma paventa il vuoto di potere che ne seguirebbe.
L'altra sera il centro città era paralizzato. "È stata la giornata più violenta di questi 96 giorni di scontri. Il presidente Michel Aoun ha voluto inviare alcune unità scelte dell'esercito. E la tensione è salita alle stelle", ripetevano nelle piazze. Gli scontri non sono neppure lontanamente paragonabili a quelli che insanguinano il cuore di Bagdad e delle città del sud Iraq.
Qui non ci sono i cecchini delle milizie sciite, ma gli slogan sono simili: "Via i partiti tradizionali, abbasso i politici corrotti, vogliamo lavoro e infrastrutture". Però nelle piazze irachene dai primi di ottobre si contano circa 600 morti e almeno 22.500 feriti. In quelle libanesi quattro morti in tre mesi e un migliaio di feriti, molti leggeri. I manifestanti sono dispersi con l'utilizzo massiccio dei lacrimogeni. Ogni tanto lo sparo di un proiettile di gomma dura, che può comunque provocare ferite dolorosissime.
Le strade lussuose attorno al parlamentosono coperte di detriti. Gli spazzini a tarda notte provano a ripulire. Ma già a metà mattinata la situazione torna caotica, con sassi e mattoni sparsi sul selciato, vetrine infrante, barre di ferro e copertoni in fiamme a fungere da barricate. I manifestanti più determinati trascorrono le notti in grandi tende erette a poche centinaia di metri dal parlamento, l'immondizia ammorba le aiuole.
"La nostra rivolta covava da tempo e corrisponde con la crisi strutturale della nostra economia che causa disoccupazione e povertà. Ma quando dalla fine dell'estate le banche hanno iniziato a bloccare i nostri risparmi e cessato la distribuzione di contanti la situazione è precipitata drammaticamente", racconta John Achar, attivista 29enne che è tra coloro che coordinano le folle. Una delle figure pubbliche più odiate è quella di Riad Salamè, il noto governatore oggi settantenne della Banca Centrale eletto nel 1993.
Una volta era considerato una sorta di salvatore della patria, l'uomo che sapeva garantire oltre il 25 per cento di interessi ai risparmiatori anche nei momenti più bui, ma che oggi viene visto come l'ideal-tipo di una classe dirigente corrotta, anziana e da sostituire.
"Non ne possiamo più di leader quasi novantenni. Vogliamo un governo neutro di tecnocrati e tecnici che ci accompagni verso una transizione capace di dare al Libano partiti e politici nuovi", urlano decisi tra le tende. È stato Salamè a limitare i prelievi in contanti. Va da banca a banca. Ma in genere non si possono ritirare oltre 350 euro al mese. Uno shock per i piccoli risparmiatori in questo Paese abituato a commerciare liberamente col mondo, visto che di fronte a quattro milioni di cittadini residenti in Libano un'altra dozzina vive all'estero.










