di Silvia Gusmano
L'Osservatore Romano, 1 marzo 2020
Storia dell'avvocato Bryan Stevenson e della sua Equal Justice Initiative. "La maggior parte delle cose importanti non possono essere capite da lontano, "Bryan. Ti devi avvicinare", mi ripeteva sempre mia nonna".
Un invito, un imperativo che ha guidato negli anni l'avvocato statunitense fondatore dell'Equal Justice Initiative, organizzazione senza scopo di lucro impegnata a porre fine all'incarcerazione di massa e alle punizioni eccessive, a sfidare l'ingiustizia razziale ed economica, e a proteggere i diritti umani delle persone più deboli e vulnerabili. Una vicenda vera, dolorosa e incredibile che lo stesso Bryan Stevenson racconta in Il diritto di opporsi. Una storia di giustizia e redenzione (Roma, 2019, pagine 446, euro 16), bestseller oltre oceano ora finalmente proposto al pubblico italiano da Fazi nella traduzione di Michele Zurlo.
Bryan Stevenson è un giovane avvocato da poco laureatosi a Harvard quando decide di trasferirsi a Montgomery, in Alabama, per fondare l'Equal Justice Initiative. Al racconto della sua formazione, Stevenson intreccia le storie delle persone che ha difeso e che lo hanno introdotto in un groviglio di cospirazioni, macchinazioni politiche, inganni legali e razzismo diffuso, costringendole a modificare radicalmente e definitivamente la sua concezione della giustizia.
Il libro si apre con il caso di Walter McMillian, un afroamericano condannato a morte per l'omicidio di una ragazza bianca, nonostante innumerevoli prove dimostrassero la sua completa estraneità ai fatti. E si chiude con Anthony Ray Hinton, rimasto in isolamento per tre decenni all'Istituto correzionale di Holman in una cella di un metro per due, proprio in fondo al corridoio che porta alla camera in cui, nel periodo da lui trascorso nel braccio della morte, vennero giustiziati oltre 50 detenuti. Hinton che in un caldo mattino del venerdì santo 2015 uscendo di prigione divenne la 152a persona a essere scagionata dopo un'ingiusta condanna a morte.
Il diritto di opporsi - divenuto anche un film ora al cinema con Michael B. Jordan, Jamie Foxx e Brie Larson - è la storia della vita di Stevenson, e di un progetto volto a perseguire una giustizia più equa ("prima la facoltà di legge mi era sembrata astratta e avulsa da tutto il resto, ma dopo aver incontrato chi era imprigionato e non aveva speranza, ogni cosa divenne rilevante e di estrema importanza"). Perché equo non è un sistema che continua a trattare meglio le persone ricche e colpevoli rispetto a quelle povere e innocenti; che nega agli indigenti l'assistenza legale di cui hanno bisogno; che rende la ricchezza e la posizione sociale più importanti della colpevolezza.
Cresciuto nel Delawre, "un luogo in cui la storia razziale del nostro Paese aveva proiettato un'ombra lunga", Stevenson sa benissimo cosa significhi essere condannati prima ancora di aver a che fare con la legge. Nella terra della sua infanzia gli afroamericani vivono segregati in ghetti isolati dai binari della ferrovia, in piccole città o all'interno dei "settori di colore" nelle campagne. "Sono cresciuto in un insediamento rurale in cui c'erano persone che vivevano in baracche minuscole; famiglie sprovviste di impianti idraulici interni e che erano costrette a usare i gabinetti all'esterno. Le nostre aree di gioco all'aperto le dovevamo condividere con i polli e i maiali. I neri intorno a me erano gente forte e determinata, ma esclusa ed emarginata. (...) Era come se tutti avessimo addosso una veste non gradita fatta di differenza razziale, che ci vincolava, ci confinava e ci limitava".
Alternandolo con il racconto della sua vita, Stevenson esamina le incarcerazioni di massa e le pene estreme in America, racconta la facilità con cui le persone sono giudicate e l'ingiustizia che viene regolarmente commessa "quando consentiamo che siano la paura, la rabbia e il distacco a dare forma al modo in cui trattiamo i più vulnerabili tra noi". Non solo. Stevenson è convinto che negli ultimi decenni le cose negli Stati Uniti siano peggiorate: viviamo in un periodo drammatico della storia recente americana "che ha segnato in maniera indelebile la vita di milioni di americani di ogni razza, età e genere, e la psiche del Paese nel suo complesso".
"La prima volta che ho messo piede nel braccio della morte, nel dicembre 1983, gli Stati Uniti muovevano i primi passi verso una trasformazione radicale che ci avrebbe resi una nazione inclemente e punitiva senza precedenti, e il cui esito sono state incarcerazioni di massa che non hanno corrispettivi storici. Oggi noi deteniamo il più alto tasso di carcerazione al mondo". I dati non lasciano scampo: si calcola che un bambino di colore su tre, tra quelli nati in questo secolo, verrà incarcerato.
Le pagine che Stevenson dedica ai minori in carcere sono decisamente le più dure. "Ho rappresentato ragazzini vittime di abusi e abbandonati, che sono stati perseguiti come adulti e che hanno subito ancor più abusi e maltrattamenti dopo essere stati mandati in strutture destinate agli adulti". Alcuni stati americani non prevedono un'età minima per perseguire i minori come adulti: un quarto di milione di bambini sono stati mandati nelle prigioni e nei penitenziari destinati agli adulti a scontare pene a lungo termine. E alcuni di loro non hanno neppure dodici anni. A lungo, infatti, gli Usa sono stati l'unico Paese al mondo a condannare i bambini all'ergastolo senza neanche la libertà condizionale. Quasi tremila minori - chiosa Stevenson - sono stati condannati a morire nelle carceri.
Un risultato molto concreto, però, l'avvocato l'ha raggiunto: nel 2012 in seguito a quanto da lui argomentato nel caso di Kuntrell Jackson, la Corte suprema degli Stati Uniti ha vietato la condanna all'ergastolo obbligatorio senza condizionale per tutti i minori di 18 anni. Sono dunque state centinaia le persone che nel Paese hanno ottenuto finalmente la scarcerazione dopo essere state condannate a morire in prigione per crimini commessi quando erano ragazzini.
A fronte di una spesa per prigioni e penitenziari salita da 6,9 miliardi di dollari nel 1980 ai quasi 80 miliardi di dollari oggi, quel che colpisce delle pagine di Stevenson è il ritratto di un ordinamento che nega una seconda possibilità a chi sbaglia. Con effetti a catena deleteri. Se ad esempio sono già state condannate per droga, viene negata alle donne povere, e inevitabilmente ai loro figli, la possibilità di accedere ai buoni spesa e alle case popolari. Ciò ha dato vita a "un nuovo sistema di caste che costringe migliaia di persone a vivere senza un tetto, che proibisce loro di stare con la propria famiglia e nelle loro comunità, e che le rende virtualmente non idonee al lavoro". Alcuni Stati privano definitivamente del diritto di voto chi è stato condannato per un reato penale; il risultato è che nel sud del Paese la privazione del diritto di voto tra gli afroamericani ha raggiunto livelli che non si vedevano più da prima del Voting Rights Act del 1965.
Gli Stati Uniti - prosegue Stevenson - hanno rinunciato al recupero, all'istruzione e ai servizi per i carcerati, "perché a quanto pare fornire assistenza è troppo gentile e compassionevole". Hanno istituzionalizzato politiche che riducono le persone ai loro atti peggiori, bollandole per sempre come criminali, assassini, stupratori, ladri, spacciatori, molestatori sessuali, delinquenti; "identità che non possono cambiare, indipendentemente dalle circostanze in cui sono avvenuti i loro crimini o da tutti i miglioramenti che possono aver compiuto nella propria esistenza".
Come se tutto ciò non bastasse, tra i condannati il numero di innocenti è altissimo. La somma di presunzione di colpevolezza, povertà, pregiudizi razziali e complesse dinamiche sociali, strutturali e politiche ha dato vita a un sistema costellato di errori in cui migliaia di innocenti soffrono in prigione.
Quella vicinanza suggeritagli dalla nonna, ha pertanto insegnato una lezione fondamentale all'avvocato Stevenson: ognuno di noi è ben di più dell'atto peggiore che possa aver commesso. "Il lavoro che ho svolto con i poveri e con i carcerati mi ha persuaso che il contrario della povertà non è la ricchezza. Il contrario della povertà è la giustizia".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 1 marzo 2020
Dopo l'accordo con gli Usa, incognite e ferite: che ne sarà degli afghani che si sono battuti a fianco degli occidentali e ora sono esclusi dai negoziati con i Talebani? È una pace zoppa quella firmata ieri per l'Afghanistan, ma è pur sempre una pace dopo diciotto anni di massacri e di guerra senza vincitori.
È la pace di Donald Trump, che vuole avere il tempo e il modo di ritirare dalla "Tomba degli imperi" afghana quasi tutti i suoi 13.000 soldati prima delle elezioni presidenziali di novembre, e che già tra 135 giorni potrà esibire agli elettori statunitensi una riduzione del contingente a 8.600 uomini. Quanto dovrebbe bastargli per rimanere alla Casa Bianca.
Già tra 135 giorni il Presidente potrà esibire agli elettori statunitensi una riduzione del contingente a 8.600 uomini. Quanto dovrebbe bastargli per rimanere alla Casa Bianca. È la pace dei Talebani, ai quali per tornare al potere viene chiesta soltanto la stessa pazienza che ebbero i nordvietnamiti quando gli statunitensi cominciarono a ripiegare, fino a quell'ultimo sovraccarico elicottero in partenza nel 1975 dal tetto dell'ambasciata di Saigon. Forse si può sperare che sia anche la pace delle popolazioni civili afghane, che hanno pagato un prezzo esorbitante alla ferocia o alla mancanza di cautela di entrambi gli schieramenti.
Ma non è la pace, questa, degli afghani che si sono battuti con enormi perdite a fianco degli occidentali, e che ora sono stati esclusi dai negoziati con i Talebani in cambio di un vago "dialogo inter-afghano" che proprio ieri ha fatto emergere un primo contrasto sul numero di prigionieri che il governo di Kabul dovrebbe liberare (cinquemila?) in cambio dei mille lasciati andare dai Talebani. E non è nemmeno la pace, questa, delle popolazioni urbane che durante la presenza degli occidentali hanno conquistato margini di libertà individuale impensabili prima che l'attacco alle Torri Gemelle nel 2001 provocasse la risposta armata dell'America. È un bene che i talebani abbiano promesso agli Usa di impedire che terroristi sul modello di al-Qaeda tornino a minacciare gli Stati Uniti dal suolo afghano. Ma cosa accadrà alla società che in quasi due decenni è nata e cresciuta, alle donne orgogliosamente affrancate seppur nei limiti delle tradizioni, ai giovani, alle minoranze? Le promesse fatte sono vaghe, e colpisce che i Talebani continuino a parlare, per il futuro anche prossimo, di un "Emirato Islamico dell'Afghanistan" che non può essere considerato di buon auspicio.
E come non ricordare, proprio oggi, i nostri morti tra tanti altri morti, i 54 militari italiani che in quella terra lontana hanno lasciato la vita combattendo sì ma cercando anche di fare del bene. E noi del Corriere, possiamo forse dimenticare la collega Maria Grazia Cutuli che alla fine di quel 2001 in Afghanistan fu uccisa perché voleva raccontarci orrori evidenti e orrori nascosti?
Oltre a essere zoppa, questa road map per la pace afghana tocca cicatrici profonde. Ma alla fine sarà come sempre una storia fredda e cinica a decidere se la pace ci sarà davvero, e se sarà giusta, o almeno tollerabile per chi lì si è battuto tanto a lungo.
I talebani hanno ottenuto ieri scadenze precise davanti alle quali gli americani ancora nello scorso settembre storcevano la bocca: non solo le forze Usa saranno ridotte a 8.600 uomini entro 135 giorni e di pari passo dimagriranno i contingenti alleati (gli italiani sono oggi circa novecento, con compiti di istruttori), ma entro quattordici mesi tutte le forze straniere, statunitensi, italiane o di altri Paesi, saranno fuori dall'Afghanistan.
A condizione che i Talebani tengano fede ai loro impegni. Una condizione fragile, verrebbe da dire, perché non è immaginabile che il Trump che conosciamo, oppure un Trump rieletto a novembre, oppure ancora un suo successore, vogliano ri-coinvolgere l'America in una guerra afghana. E lo stesso vale per gli alleati. Per questo i talebani fanno fatica a non gridare vittoria, oggi. Per questo i talebani faranno del loro meglio per non deludere Washington, per incoraggiare Trump a non aspettare tutti i quattordici mesi e per favorire la sua rielezione: lui, di sicuro, non potrebbe contraddirsi e tornare indietro.
La Casa Bianca, delusa dalla Corea del Nord, trova in Afghanistan il successo di politica estera di cui il Presidente aveva bisogno. Ma nessuno può nascondersi che le insidie sono già in attesa. Questa è una pace singolare, che non ha stabilito nemmeno un cessate il fuoco ma soltanto una approssimativa "riduzione della violenza".
Come giocherà la feroce rivalità politica tra il presidente Ghani e il suo premier Abdullah quando Kabul dovrà "dialogare" con il fronte compatto e sprezzante dei talebani? Quante clausole degli accordi sono state tenute segrete, e potrebbero esplodere come mine lungo il cammino che porta alla scadenza dei quattordici mesi da oggi (per esempio, i militari Usa vorrebbero garantire a Kabul la copertura aerea contro i talebani anche dopo il ritiro)? E i talebani, a loro volta, si mostreranno uniti, come in realtà non sono mai stati? La pace zoppica, e le sentenze definitive sono rinviate senza ottimismo. Come accade sempre nelle guerre che non si riesce a vincere.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 29 febbraio 2020
Frontiere aperte per 72 ore. Centinaia di profughi in marcia verso le frontiere. Subito blindate da Grecia e Bulgaria. Per i governi europei l'allarme scatta nella notte tra giovedì e venerdì quando, al termine di un consiglio di sicurezza straordinario, Recep Tayyip Erdogan decide che la Turchia non fermerà più i migranti che vogliono lasciare il Paese. "Non siamo più in grado di trattenere i profughi", annuncia un portavoce del governo. Una decisione che nelle intenzioni di Ankara dovrebbe durare solo 72 ore, che però sono più che sufficienti per popolare di incubi la notte di molti leader del Vecchio continente.
L'apertura delle frontiere è una ritorsione per l'uccisione di 33 soldati turchi avvenuta poche ore prima a Idlib, in Siria, colpiti dagli aerei di Bashar al Assad con il via libera della Russia. Un tentativo disperato, con cui Erdogan cerca di deviare l'attenzione di un'opinione pubblica interna stanca di vedere la Turchia sempre più isolata a livello internazionale, oltre che dei quasi quattro milioni di profughi presenti da anni nel Paese. Ma la decisione di aprire le porte ai migranti - più volte minacciata in passato da Ankara - è però anche un modo per tornare a ricattare l'Unione europea, che ha preso di mira la Turchia anche per le trivellazioni nel Mediterraneo.
La reazione dell'Europa alle minacce è immediata e, ovviamente, non tiene conto delle sorti dei migranti che intanto, fin da ieri mattina, hanno preso a marciare incolonnati verso i confini europei e ad affollare le stazioni degli autobus comprando biglietti per le linee dirette al confine. Come è successo a Istanbul, dove nella notte decine e decine di profughi hanno acquistato biglietti per i pullman diretti a Edirne, città vicina sia al confine greco che a quello bulgaro.
E proprio la Grecia è stata la prima a muoversi, preoccupata da un ulteriore aumento degli arrivi e con le isole dell'Egeo già sovraffollate all'inverosimile di profughi costretti a vivere in condizioni disperate. E lo fa con durezza annunciando un rafforzamento dei confini con la Turchia: "Non tollereremo ingressi illegali nel Paese", dice il premier Kyriakos Mitsotakis annunciando l'aumento delle pattuglie composte da poliziotti e militari lungo il fiume Evros e il confine terrestre con la Turchia, nel nord del Paese. Ma anche l'uso massiccio di filo spinato per rendere ancora più difficili i tentativi di attraversamento.
Nel frattempo non si va certo per il sottile per convincere chi non è desiderato a restarsene dall'altra parte della frontiera dove, non distante dalla città di Orestiada, nel corso della giornata si è creato un accampamento con 500 profughi. Gas lacrimogeni vengono usati dalla polizia che carica un gruppo di migranti, tra i quali anche donne e bambini, che approfittando dell'improvvisa sparizione delle guardie di frontiera turche nel pomeriggio prova ad attraversare il valico di Edirne-Pazarkule. "La Grecia non ha alcuna responsabilità per i tragici aventi in Siria e non sconterà le conseguenze delle decisioni prese dagli altri", annuncia Mitsotakis. Stessa linea inflessibile adottata anche dalla Bulgaria, altro paese confinante con la Turchia. "Siamo preoccupati dal fatto che le guardie di frontiera turche sono state ritirate", dice il premier Bjko Borisov che autorizzato l'invio di mille soldati lungo i 300 chilometri di confine con la Turchia. Misura che, come spiega il ministro della Difesa Krassimir Karakachanov, servono "per non far entrare neanche un singolo immigrato irregolare nel territorio bulgaro".
Come sempre, anche questa volta Erdogan alterna il bastone alla carota. E così l'apertura delle frontiere viene fatta seguire da dichiarazioni più rassicuranti come quelle con cui una nota del ministero degli Esteri assicura che la politica di Ankara nei confronti dei migranti non cambierà. Parole che servono a tranquillizzare l'Unione europea dalla quale la Turchia ha già preso sei miliardi di euro per impedire ai profughi di partire e dalla quale vorrebbe come minimo un altro miliardo.
Le prime reazioni di Bruxelles sono improntate al rigore: "Dal nostro punto di vista, l'accordo sui migranti del 2016 è sempre valido e ci aspettiamo pertanto dalla Turchia che rispetti i suoi impegni", annuncia un portavoce della Commissione europea. ma poi è tutto un susseguirsi di telefonate con esponenti del governo turco utili a cercare rassicurazioni promettendo un maggiore impegno nella ricerca di una soluzione al dramma siriano.
"Ho parlato con il ministro degli Esteri turco, Mevlud Cavusoglu. La de-escalation resta la chiave per affrontare con efficacia le sfide sul terreno. La sofferenza umana e la perdita di vite devono finire", annuncia a metà pomeriggio Joseph Borrell, rappresentante della politica Estera dell'Ue. "Ho ricevuto rassicurazioni sul fatto che la Turchia resta impegnata nell'accordo Ue-Turchia".
di Rossella Guadagnini
MicroMega, 29 febbraio 2020
Lungaggini dibattimentali e procedure barocche hanno trasformato il processo in un percorso accidentato, pieno di ostacoli, insidie e cavilli, osserva il magistrato. Un "brodo di coltura" per avvocati spregiudicati, grazie anche alla prescrizione che non si interrompe mai. Nel nostro sistema penale coesistono due distinti codici: uno per i 'galantuomini', l'altro per i cittadini comuni.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 febbraio 2020
Per il presidente emerito della Consulta, l'uso dei trojan a strascico nega l'inviolabilità delle comunicazioni, cioè la base della civiltà. "Sa, in una democrazia è importante stabilire le regole del gioco. Invece a me sembra che da un po', anche con il decreto intercettazioni, si indulga troppo nel gioco delle regole".
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 29 febbraio 2020
Nel messaggio per la Quaresima dell'Ispettore dei cappellani delle carceri, don Raffaele Grimaldi, inviato a diaconi, religiosi e volontari tutto il rischio che l'emergenza sanitaria sta comportando nell'ambito della detenzione. In seguito all'emergenza da Coronavirus, in molte carceri italiane è stato interdetto l'ingresso dei volontari, incontri e celebrazioni eucaristiche sono state annullate e perfino ridotti i colloqui con i familiari.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 29 febbraio 2020
In un momento in cui razionalità e ragionevolezza andrebbero potenziate in ogni ambito, è ancor più fondamentale che la facciano da padrone nella conduzione delle carceri. Se mai il virus dovesse entrare in un penitenziario, specie se di grandi dimensioni, la gestione dello spargersi del contagio diverrebbe difficilissima. Ben lo sanno le persone che in carcere lavorano e quelle che vi sono detenute, le quali tra l'altro, nell'isolamento dal mondo circostante, vedono inevitabilmente aumentata quell'ansia che ha colpito grande parte della popolazione esterna.
Il Mattino, 29 febbraio 2020
Colloqui tra detenuti e parenti solo via web, sospensione dei permessi d'uscita e degli ingressi, l'istituzione di un'unità di crisi del Provveditorato e dotare gli operatori di mascherina e altri dispositivi di protezione. A chiederlo, al provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone, è Ciro Auricchio, dell'Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria, al fine di tutelare la salute dei carcerati e del personale in servizio negli istituti di pena.
"In un clima di tensione come quello che stiamo vivendo, con agenti e detenuti preoccupati - dice il sindacalista - è bene calmierare ma soprattutto prevenire la diffusione del contagio secondo le linee dettate dal Ministero della Salute: chiediamo l'individuazione di spazi nelle sezioni detentive da dedicare a eventuali soggetti in quarantena e, per eventuali casi più gravi che richiedano l'ospedalizzazione, aree dedicate esclusivamente alla popolazione carceraria".
di Adriano Sofri
Ristretti Orizzonti, 29 febbraio 2020
Il Garante Regionale dei detenuti per la Toscana, Franco Corleone ha completato il suo mandato, compresa la proroga prevista dalla Legge. Bisogna consultare le Associazioni e i movimenti che si occupano di Giustizia e carcere. Ora la nomina incombe, e bisogna sperare che la candidatura prescelta appartenga alla persona dal curriculum e dai titoli più appropriati alla responsabilità che assumerà.
Mi auguro vivamente che i Consiglieri Regionali se ne ricordino e si guardino dal far prevalere calcoli di opportunità di partito e di correnti. Si tratta di andare nelle galere a vedere e auscultare i giorni e le notti degli esseri umani detenuti. Non di un titolo in più da stampare sul proprio biglietto da visita.
Conosco bene Francesco Ceraudo, già Direttore del Centro Clinico Don Bosco di Pisa. Non immagina per sé una realizzazione migliore di quella che lo ha sempre tenuto dalla parte dei detenuti e dei diritti, a cominciare da quello alla salute.
Se il Garante regionale dei detenuti dovesse essere uno intenzionato ad auscultare le pareti sudate e i pavimenti macchiati delle celle nude, uno capace di presentarsi a San Gimignano, così da essere temuto all'inizio, amato poi, allora quello buono è Ceraudo. Ha il profilo umano e professionale appropriato.
di Antonella Rossi
Corriere della Sera, 29 febbraio 2020
Sono le vittime indirette dei crimini contro le donne. Hanno assistito alle botte, qualche volta all'omicidio della madre. Hanno imparato a convivere con il dolore e chiedono giustizia. C'è chi li aiuta. Che la morte si sconti vivendo, come scriveva Ungaretti, è un dato di fatto. Per gli orfani di femminicidio però, la pena è amplificata. Dall'avere una famiglia a perdere entrambi i genitori - perché l'assassino si è suicidato, o è in carcere - è un trauma devastante.
"Un bambino è tradito nel suo bisogno di accudimento, e privato della persona più cara" spiega Emanuela Iacchia, psicoterapeuta dell'età evolutiva che collabora con Il Giardino Segreto, onlus fondata dall'avvocata Patrizia Schiarizza.
Le maggiori criticità? "Paura dell'abbandono, disturbi post traumatici da stress, distacco emotivo, scarsa concentrazione e attaccamento ansioso" spiega la psicologa Vincenza Cinquegrana, che ha lavorato assieme alla psicologa e criminologa Anna Costanza Baldry, esperta di livello internazionale (prematuramente scomparsa nel 2019), al progetto di respiro europeo Switch-off, che ha fornito linee guida di intervento per i figli del femminicidio (i risultati nel libro Orfani speciali, di Anna Costanza Baldry, Franco Angeli Editore).
"Nelle vite di questi bambini c'è un prima e un dopo, la ripresa è sempre in salita" prosegue Iacchia. "Bisogna ridare positività, inserirli in un ambiente socializzante, invitare e accettare gli inviti, far capire che sono diversi dal loro padre, educarli al rispetto". In genere hanno paura della violenza, anche se il progetto Switch-off ha riscontrato episodi di emulazione contro bambole o animali. Peggio è la negazione, ma spesso sono proprio i piccoli a fornire la chiave. "Una volta uno mi ha detto: "Sai che papà ha ammazzato la mia mamma?". La mamma era sua, il papà non più. "Nell'assenza di quel mio c'era già distacco" aggiunge Iacchia. Come racconta chi ci è passato.
Nonno Renato - Mentre il padre massacrava la madre, il nipotino più grande di Renato, 6 anni, prendeva per mano la sorellina di 3 e bussava alla porta della vicina. "Un miracolo, perché in questi casi il bambino resta paralizzato o fugge da solo. Secondo gli psicologi i miei nipoti erano destinati a impazzire o a troncare i rapporti con il mondo: ora siamo certi che questo rischio è superato, anche se restano criticità" spiega il nonno, che li ha in affido.
"Vivono nella paura di essere uccisi, specie il maggiore, tanto che l'ho dovuto portare davanti a un carcere per fargli capire che da lì non si può uscire. Vedeva i maschi adulti come nemici, convinto che i parenti del padre potessero ucciderlo perché lui non era riuscito a farlo". Per ridargli fiducia, sono uomini lo psicologo e l'istruttore in piscina.
"La piccola ha risentito meno perché assisteva alle violenze senza subirle, ma aveva molte paure: della fiamma del gas, di salire in macchina, di chiunque bussasse alla porta e della sera, il momento dell'assassinio". Renato non guarda la tv e non può mostrarsi debole davanti ai nipoti. "Hanno la psicosi dell'abbandono. La bambina ha vissuto come una perdita persino il pensionamento della maestra". Tante le spese. "Faremmo qualsiasi cosa per loro, ma per lo Stato non esistono". La figlia di Renato, invece, nelle istituzioni credeva, ma i processi sono finiti tre anni dopo la sua morte. "Spesso penso che almeno ha smesso di soffrire".
Vanessa Mele - Vanessa, 27 anni, lavora a Manchester con criminali ad alto rischio. "Controllo che rispettino le loro condizioni, sia quando sono in libertà vigilata, sia in carcere". La passione per la criminologia è frutto della sua esperienza personale; a 6 anni è rimasta orfana di madre, a 18 ha cambiato cognome. "Volevo appartenere totalmente alla mia nuova famiglia, da piccola quando le amiche mi chiedevano perché avessimo cognomi diversi mi feriva, non mi sentivo come gli altri. Mi sarebbe piaciuta una famiglia "normale", anche se poi ne ho avuta una bellissima: i miei zii, che sono i miei genitori, sono riusciti a ricostruire un porto sicuro. Poi non volevo avere più niente a che fare con il mio padre biologico, che aveva fatto domanda per la pensione di reversibilità di mia madre e l'avrebbe ottenuta se non mi fossi opposta. Dopo l'omicidio, è stato il momento più difficile, come rivivere tutto a distanza di anni". Il padre di Vanessa oggi è libero. "La mia strada è completamente separata dalla sua, ma mi piacerebbe avere una conversazione adulta e delle scuse. Penso che un confronto non lo si debba negare a nessuno, ma la richiesta dovrebbe arrivare da lui".
Pasquale Guadagno - Voce allegra, 23 anni, Pasquale ne aveva 14 quando la madre è stata uccisa dal padre. Cresciuto con la nonna paterna e la famiglia di una zia, lo ha sempre visto. "Obbligato, altrimenti a casa era l'inferno, non potevo uscire con gli amici, non mi davano soldi, una prigione. Non sono mai andato da uno psicologo, nessuno mi ha mai chiesto: "Stai bene? Hai bisogno di qualcosa?". Nessuno mi ha considerato una vittima, ho tirato fuori l'uomo che era in me e mi sono arrangiato. Ringrazio solo per il tetto e il cibo. Mi dicevano che mio padre aveva fatto bene e che mia madre era una prostituta". Pasquale ha continuato a vedere il padre anche da maggiorenne, quando usciva in permesso. "Non so perché, era routine, sai quando ti inculcano una cosa e finisci col credere che sia giusta? Dopo l'ennesima lite, ubriaco, mi ha messo le mani addosso e ho capito che era sbagliato. Ora non lo vedo da un anno". Tante difficoltà, dagli attacchi di panico superati da solo ("Mi sentivo la morte, stare in mezzo alla gente mi uccideva, non riuscivo a prendere un autobus"), al pensiero di poter essere come il padre: "Avevo scatti di ira, mi arrabbiavo, tutto doveva essere sotto controllo. Oggi sono molto zen, non gli somiglio". Cambiare cognome non serve. "La mia persona la faccio con le mie azioni. Vorrei vederlo per sapere la verità su quella giornata ma penso che non dirà nulla, è convinto di aver fatto la cosa giusta". Pasquale vorrebbe che il padre fosse allontanato una volta libero, non è disposto a cambiare città. "Gliel'ho detto in faccia: "Non farò mai scelte in base a te, ho creato la mia vita e tu non la distruggerai"". Sensi di colpa per non aver protetto la madre? Nessuno. "Se l'avessimo salvata quel giorno sarebbe successo lo stesso, era premeditato".
Maria è stata inseguita dal marito al parco, mentre stringeva in braccio la sua bambina, Paola. stata raggiunta, presa per i capelli, trascinata, malmenata. L'hanno salvata al Pronto Soccorso dove i medici hanno iniziato a prendersi cura delle sue ferite, almeno quelle esteriori, più evidenti. Paola in ospedale non c'era, ma è come se ci fosse stata. Basta guardare il suo disegno, con al centro una bella dottoressa sorridente e rassicurante. "Oggi madre e figlia stanno bene; Maria si è separata, lei e la bambina sono seguite con attenzione, sono serene. Hanno ricominciato a vivere". Anna Verdelocco le conosce bene: è un'educatrice della cooperativa Befree presso lo Spazio Donna dell'associazione Weworld a San Basilio, a Roma.
Nel disegno di Paola, di Roma, la dottoressa che ha salvato la mamma ha un sorriso rassicurante. una porta aperta ai bisogni, all'ascolto, ai progetti. C'è chi viene per avere info pratiche, chi solo per socializzare, chi per ricevere un supporto alla genitorialità. Ci sono le italiane, le straniere, arrivano con il passaparola o su suggerimento dei servizi sociali. E con loro, i figli. Vengono per giocare o disegnare, mentre le mamme seguono una lezione d'italiano o di benessere corporeo, o hanno invece un colloquio individuale con una psicologa. La porta è aperta a tutte, con l'obiettivo che recuperino il senso perduto del proprio valore. Si cerca di prevenire gli abusi, ma ci si riesce solo se c'è consapevolezza.
I tre centri di Weworld, tutti nelle periferie delle grandi città, funzionano nello stesso modo: prendono in carico la coppia mamma/ figlio con un approccio integrato. Si lavora insieme, con attività di coppia, o anche separatamente. E ci sono i momenti di svago, con la merenda, le chiacchiere, il caffè. Le mamme sanno che lì non si fa baby parking e basta, ma si ascolta, si osserva, si viene incontro ai bambini. Non sempre le donne raccontano quel che succede in casa, almeno non subito. Ancora più difficile è capire cosa i figli hanno subito o visto in famiglia (il termine corretto, in questi casi, è violenza assistita). Il lavoro con loro è lungo, indiretto ma, diciamolo subito, nella stragrande maggioranza dei casi raggiunge buoni risultati. Come nel caso di Paola: in un altro disegno ha rappresentato tutta la famiglia ma solo il papà ha la bocca all'ingiù. Ora lei e la mamma sono finalmente lontane da quell'uomo che non sorrideva.
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