di Cristina Lacava
Corriere della Sera, 18 gennaio 2020
Al carcere minorile Beccaria, a Milano, è stato appena inaugurato l'unico teatro all'interno di un istituto, ma aperto alla città. Un esperimento, il primo in Europa, che si sta rivelando vincente.
Silenzio, si prova. Mentre si spengono le luci, sul palco salgono due ragazze: sono Antigone e Ismene. I loro fratelli si sono uccisi a vicenda ma Antigone ha appena saputo che il re di Tebe, Creonte, ha permesso la sepoltura solo a uno di loro, Eteocle. Lei non ha dubbi: nonostante la contrarietà della sorella, sfiderà la legge pur di seppellire anche Polinice.
Nell'ombra il coro, che entrerà poco dopo, da protagonista. In questa versione della tragedia di Sofocle la scena è essenziale. Al centro c'è una grande pedana in legno, dove gli attori salgono e scendono, corrono, fanno capriole. Durante lo spettacolo, spiega il regista, si apriranno alcune botole, rivelando il "mondo di sotto". I protagonisti sono tutti giovani, molto attenti, motivati. Bravi. Dopo un po', lo stop: è arrivato un gran vassoio di focaccia genovese, è il momento della pausa.
Siamo nel teatro Puntozero del carcere minorile Beccaria, alla periferia di Milano, non lontano dalla linea del metrò 1. È l'unico teatro in carcere in tutt'Europa aperto direttamente all'esterno: un progetto partito parecchi anni fa, arrivato adesso in porto dopo mille traversie. Una scommessa senza precedenti, vinta. Dopo un'anteprima prenatalizia con un sold out da 2800 presenze per Romeo & Juliet Disaster, la prima vera e propria è dal 22 gennaio con l'Antigone; una tragedia che parla di legge divina e umana, di libertà e obbligo morale, ma soprattutto di gioventù. Un testo che non può non farsi amare da questi ragazzi, detenuti ed ex detenuti, italiani e stranieri, affiancati dagli operatori dell'associazione Teatro Puntozero/Beccaria, da 25 anni presente nell'istituto penitenziario.
C'è molta attesa per lo spettacolo; le matineé sono già tutte prenotate dalle scuole. Chi vuole assistere, può comprare i biglietti online (su puntozeroteatro.org). Per assistere allo spettacolo si entra da una porta sulla strada e si sale di un piano fino a una comoda sala da 200 posti, con bel le poltroncine rosse donate dal Teatro alla Scala. Sembra un qualunque teatro cittadino, ma all'interno, dalla parte opposta, un'altra porta si apre invece verso la casa di reclusione.
Poco prima della pausa arrivano Cosima Buccoliero, direttrice del Beccaria (oltre che del carcere di Bollate), Mimma Belrosso, responsabile del Centro di prima accoglienza (il servizio che accoglie per 96 ore i ragazzi dopo l'arresto, in attesa della decisione del giudice minorile), e il cappellano don Gino Rigoldi. I ragazzi li salutano con calore, sono contenti che assistano alle prove. Ci sono abbracci, pacche sulle spalle. Cosima Buccoliero è arrivata al Beccaria da poco più di un anno, la maggior parte dei lavori erano stati già fatti. Ma è stata lei a dare gli ultimi permessi, a imprimere lo scatto decisivo per arrivare all'apertura.
"Ci siamo battuti per un'assoluta indipendenza del teatro dal carcere, così come per la chiesa a fianco, che abbiamo aperto ai fedeli. Alla messa di Natale si poteva entrare direttamente dall'esterno, senza controlli", spiega. A spingere in questa direzione è l'idea che "il carcere chiuso possa fare ben poco, soprattutto per i giovani. La pena è qualcosa di cui tutta la comunità dovrebbe farsi carico, perché se un ragazzo viene recuperato, è una vittoria per tutti. Non si può dire: chiudiamo questo qua in cella e buttiamo via le chiavi. Al contrario, noi dobbiamo pensare a un percorso che permetta a lui, o a lei, di essere autonomo e rifarsi una vita". Che sia la strategia giusta lo dimostrano i risultati del carcere per adulti di Bollate: un 18 per cento di recidiva contro la media nazionale del 68/70 per cento. Sicuramente un modo per aumentare la sicurezza sociale.
Al Beccaria ci sono 35 detenuti, tutti maschi (la sezione femminile è a Pontremoli), tra i 14 e i 25 anni (conta l'età al momento del reato), rinchiusi per reati anche gravi contro il patrimonio e la persona. C'è la scuola dell'obbligo, un laboratorio di cucina, la manutenzione del verde, due ditte esterne (prodotti da forno, quadri elettrici) che offrono lavoro.
Nel laboratorio di teatro sono impegnati 7/8 ragazzi, che ricevono un piccolo stipendio da 500 euro al mese: "Imparano tutti i mestieri che servono; recitano, fanno i tecnici ma anche le pulizie", dice il regista Giuseppe Scutellà. C'è Stan, rumeno, in Italia da 14 anni, ora in affidamento, che sarà libero tra 5 mesi. C'è Christian, albanese, che ha finito di scontare la pena, la mattina si alza alle 5, va a fare il muratore ed è "contentissimo", poi nel tardo pomeriggio arriva al Beccaria e si trasforma in attore. La sera scrive canzoni; pare sia un rapper molto in gamba. Spera di ottenere la carta di soggiorno e trovare una casa sua; per ora, è ospite del regista e della sua compagna Lisa Mazoni, attrice (è lei Creonte) e socia fondatrice di Puntozero/Beccaria.
In Antigone, i detenuti interpretano il coro, mentre le parti femminili sono affidate alle operatrici dell'associazione, studentesse universitarie o liceali. Sulla scelta dell'opera, il regista spiega che "è molto importante, perché parla di giustizia giusta e sbagliata, di libertà e di legge morale, di trasgressione. Aiuta questi ragazzi ad avere maggiore consapevolezza. Stando insieme tutto il giorno per le prove, detenuti e studenti riflettono, è un arricchimento reciproco. I detenuti capiscono che c'è un modo per stare insieme più sano rispetto all'unico che conoscono: lo sballo. Almeno, proviamo a farglielo capire".
Antigone arriva dopo il comico Romeo & Juliet Disaster, ma in programma c'è anche una versione integrale e più classica di Romeo e Giulietta: "Speriamo che entri in cartellone nella prossima stagione del Piccolo Teatro", dice Scutellà. "Abbiamo molti progetti; se vogliamo andare avanti, dobbiamo creare più opportunità, sia per i ragazzi, sia per la compagnia".
L'obiettivo della direttrice è, intanto, quello di concludere la ristrutturazione del Beccaria perché accolga più ragazzi: ora molti vengono dislocati in altre strutture. "Non ha senso avviare un percorso di recupero in un luogo lontano dove i detenuti, una volta usciti, non andranno a vivere". L'altro, ancora più impegnativo, è "incidere sulla quotidianità, coinvolgere le famiglie, preparare il futuro". Scommettere sulla speranza.
chietitoday.it, 18 gennaio 2020
Il Garante firma un protocollo con la d'Annunzio e la Casa circondariale per valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti ad un determinato stimolo. Maurizio Acerbo (Rc): "Grazie a destra e M5S ci ritroviamo un imitatore di Lombroso".
Fa discutere il protocollo d'intesa firmato dal garante regionale dei detenuti Gianmarco Cifaldi con l'università d'Annunzio e la casa circondariale di Chieti per promuovere una ricerca che mira a valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti a un determinato stimolo.
Ieri, venerdì 17 gennaio, la sottoscrizione di Cifaldi con il rettore della d'Annunzio Sergio Caputi e il direttore della casa circondariale di Madonna del Freddo Franco Pettinelli del progetto che verrà svolto attraverso la collaborazione del Dipartimento di Scienze Giuridiche e Sociali nella persona dello stesso Cifaldi, del Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologichee del Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche.
"La ricerca - ha spiegato Gianmarco Cifaldi - volge a verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto. Gli stessi test verranno eseguiti su una popolazione esterna eterogenea come gruppo controllo. Si andrà a verificare se c'è o meno un cambiamento posturale in soggetti dotati di una particolare aggressività in funzione di stimoli somministrati attraverso immagini visive utilizzando apparecchiature non invasive".
Il test sarà suddiviso in tre fasi: il soggetto, durante le registrazioni posturo-stabilometriche e termografiche, verrà sottoposto alla visione di immagini emotivamente significative ed emotivamente neutre; ad un questionario di anamnesi medica ed odontoiatrica; infine verrà testato col protocollo posturale del professor D'Attilio mediante pedana posturo-stabilometrixa e termocamera. "Il confronto statistico tra il gruppo test e controllo e tra i vari esami ci darà informazioni circa l'obiettivo del nostro studio" conclude Cifaldi.
Un progetto che non convince tutti: tra i 'delusi' c'è il segretario nazionale di Rifondazione Maurizio Acerbo, promotore e autore della legge che nel 2011 istituì in Abruzzo la figura del garante dei detenuti: "Siamo di fronte a un novello Lombroso - dice riferendosi a Cifaldi - che insieme ad altri colleghi farà i suoi esperimenti sui detenuti.
Siamo di fronte alla palese distorsione del ruolo che dovrebbe avere il Garante che non è certo quello di retribuire un professore già stipendiato dall'Università per emulare Cesare Lombroso. Tra i compiti che la legge affida al garante - ricorda Acerbo - non c'è quello di trasformarli in cavie! Ho lottato per anni affinché si istituisse il garante affinché qualcuno si occupasse degli ultimi. Con il massimo rispetto per il professor Cifaldi mi sembra che sia in una situazione evidente di conflitto di interessi. Si dimetta e poi presenti a un nuovo garante le sue proposte di sperimentazione".
quinewsfirenze.it, 18 gennaio 2020
Firmato un accordo tra Città Metropolitana, Tribunale e Procura per consentire l'accesso alla messa alla prova presso gli uffici giudiziari. Lavori di pubblica utilità presso l'autorità giudiziaria ma solo a precise condizioni previste da una convenzione sottoscritta questa mattina tra la Città Metropolitana e Comune, Tribunale, Procura della Repubblica, Uiepe, Ordine degli Avvocati, Camera Penale e Fondazione Solidarietà Caritas.
La convenzione "per la messa alla prova presso l'autorità giudiziaria" di durata triennale è stata siglata stamani in Palazzo Medici Riccardi dal sindaco Dario Nardella e il presidente del Tribunale Marilena Rizzo, insieme ai rappresentanti degli altri soggetti firmatari: Luca Tescaroli, Sostituto Procuratore della Repubblica; Salvatore Nasca, dirigente l'Uiepe-Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna di Firenze; Andrea Simoncini, costituzionalista e coordinatore del Piano strategico della Città Metropolitana; Lapo Gramigni, su delega del Presidente dell'Ordine degli Avvocati; Luca Bisori, Presidente della Camera Penale; Vincenzo Lucchetti, Presidente del Consiglio direttivo della Fondazione Solidarietà Caritas Onlus-Firenze.
"Facciamo un ulteriore significativo passo avanti - ha detto Dario Nardella - nella promozione di azioni volte all'educazione alla legalità. È un obiettivo strategico, di grande civiltà, che abbiamo inteso sottolineare già nel Patto per giustizia firmato nel 2017 con il Tribunale, l'Università, la Camera di Commercio di Firenze e la Fondazione Cassa di Risparmio. È possibile e doveroso reintegrare nella vita comune persone che hanno sbagliato, attraverso percorsi educativi che portano in sé la dignità del lavoro e il segno di un servizio portato alla collettività".
"L'obiettivo della presente convenzione - ha detto Marilena Rizzo - è costituito dalla creazione di un partenariato per garantire una giustizia penale che eviti i danni della carcerazione, prevenga la recidiva e nel contempo ripari la collettività del danno ricevuto dalla commissione del reato con una prestazione lavorativa gratuita volta a velocizzare e favorire la realizzazione del processo penale telematico e quindi a rendere un servizio alla collettività e alla Giustizia".
Sulla base delle Regole europee e del Codice di procedura penale, il giudice, sentito l'imputato e il pubblico ministero, può applicare la sospensione del procedimento con messa alla prova, subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità, che consiste nella prestazione di un'attività non retribuita in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni o presso Enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato.
Nell'ambito della convenzione l'indagato - imputato sottoposto alla messa alla prova presso gli uffici giudiziari verrà individuato sulla base di specifiche condizioni: l'assenza di precedenti penali e di altri procedimenti iscritti a carico dell'indagato/imputato; l'assenza di misure cautelari o di sicurezza in atto; la buona conoscenza della lingua italiana se il titolo di studio è stato rilasciato all'estero; l'assenza di condizioni di marginalità estrema qualora siano preclusive per il rispetto degli orari, per esigenze di spostamento o per altri motivi che possano pregiudicare le sue stesse aspettative; l'assenza di forme di dipendenza da sostanze.
Il lavoro di pubblica utilità reso presso gli uffici giudiziari non riguarderà in nessun caso i compiti istituzionali dell'autorità giudiziaria, ma avrà ad oggetto principalmente l'attività di digitalizzazione dei procedimenti penali, contribuendo così ad una più celere realizzazione del processo penale telematico. L'obiettivo è quello di rafforzare nelle persone accusate di condotte illecite sentimenti di legalità e accentuare la percezione da parte della cittadinanza dell'impegno dell'autorità giudiziaria verso una giustizia prossima ed efficace.
Quali sono i compiti di ciascun soggetto sottoscrittore della Convenzione? Il Tribunale e la Procura presso il Tribunale assumono l'impegno di accogliere parte degli indagati-imputati presi in carico dal Comune di Firenze e dalla Fondazione Solidarietà Caritas Onlus Firenze per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità. Il Tribunale e la Procura si impegnano altresì a favorire un percorso educativo e formativo di questi soggetti, che preveda contatti con la magistratura, con le forze dell'ordine, con strutture di tipo detentivo o riabilitativo, con esperti nelle materie psicologiche nonché con le vittime che manifestino disponibilità all'incontro.
L'Ordine degli Avvocati di Firenze e la Camera penale di Firenze si impegnano a far conoscere ai propri iscritti e associati la presente Convenzione e lo spirito che la anima in modo che il singolo avvocato qualora condivida con il cliente la richiesta di sospensione del processo con messa alla prova compia una prima valutazione sull'opportunità di un lavoro di pubblica utilità presso l'autorità giudiziaria e, in caso positivo, la inserisca nella richiesta di programma all'Uiepe (Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna. L'Uiepe di Firenze, attraverso le sue articolazioni locali, si impegna, all'atto della richiesta di programma di messa alla prova da parte dell'indagato/imputato, a valutare l'opportunità della effettuazione del lavoro di pubblica utilità presso l'autorità giudiziaria.
La Città metropolitana di Firenze si impegna a promuovere l'istituto della messa alla prova presso i Comuni del suo territorio, il Comune di Firenze e la Fondazione Solidarietà Caritas Onlus Firenze si dichiarano disponibili a inserire presso il Tribunale e la Procura della Repubblica di Firenze nei limiti quantitativi da essi indicati imputati/indagati da loro presi in carico per la messa alla prova.
L'attività non retribuita in favore della collettività sarà svolta secondo le modalità indicate nell'ordinanza di sospensione del processo con messa alla prova nella quale il giudice indica il tipo e la durata del lavoro di pubblica utilità. Mentre è fatto divieto di corrispondere alle persone ammesse ai lavori di pubblica utilità una retribuzione, in qualsiasi forma, per l'attività svolta, è invece obbligatoria ed è a carico del Comune di Firenze e della Fondazione Solidarietà Caritas Onlus Firenze l'assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali nonché riguardo alla responsabilità civile verso i terzi.
torinoggi.it, 18 gennaio 2020
L'uomo è stato ricoverato in ospedale, nel reparto di rianimazione: le condizioni sono gravi. Un caso di legionella riscontrato nel carcere di Ivrea preoccupa e non poco detenuti e lavoratori presso la casa circondariale. Un 50enne detenuto è stato ricoverato d'urgenza nel reparto di rianimazione dell'ospedale cittadino a seguito di un'infezione da legionella. L'uomo è in condizioni gravi.
Stando a una prima verifica, si tratterebbe di un uomo probabilmente già alle prese con alcuni problemi di salute, che lo hanno predisposto alla malattia. Il servizio di igiene e sanità pubblica dell'Asl To4 sta effettuando alcuni accertamenti per risalire all'origine dell'infezione, che non si trasmette da persona a persona ma, per via respiratoria, mediante inalazione e aspirazione. Intanto, in via precauzionale, sono in corso controlli sugli impianti dell'acqua e dell'aria della struttura circondariale.
"Si faccia luce al più presto sulle cause del caso di legionella nel carcere di Ivrea. Ne va anche della incolumità della salute dei nostri agenti di polizia penitenziaria". Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, commenta così il ricovero di un detenuto in ospedale per legionella. "La sicurezza dei luoghi di lavoro - aggiunge Beneduci - è una priorità dalla quale non si può prescindere, a tutela di tutti. Sia del personale di polizia penitenziaria e del personale del comparto funzioni centrali, sia della popolazione detenuta".
di Attilio Bolzoni
La Repubblica, 18 gennaio 2020
L'aggressione del boss all'agente in cella rompe i codici sull'uso del corpo. Dai baci in bocca alle "taliate" mute, così comunicavano fedeltà e potere.
La mafia di Corleone l'avevamo dichiarata estinta il 17 novembre del 2017 con la morte di Totò Riina ma (anche se gli storici forse riporteranno quella data come epilogo della stirpe criminale più sanguinaria della Sicilia) la cronaca ci sta raccontando qualcos'altro di molto interessante. E cioè che la scomparsa antropologica di quella razza mafiosa si è consumata per davvero il 16 gennaio 2020, giorno in cui Leoluca Bagarella ha preso a morsi un agente di custodia.
Un "muzzicuni", che in siciliano vuole dire appunto morso, all'orecchio di un operatore della polizia penitenziaria che lo stava scortando dalla cella alla sala delle videoconferenze del carcere di Sassari, per presenziare al processo palermitano sulla trattativa Stato-mafia.
È il gesto banale e finale, l'atto che rivela sino in fondo l'impietosa fine dei Corleonesi, l'impotenza che trasforma uno degli uomini più pericolosi d'Italia - ideatore delle stragi Falcone e Borsellino e di quella di Firenze, l'assassino del commissario Boris Giuliano e del colonnello Ninni Russo, l'esecutore materiale dei delitti contro il boss Giuseppe Di Cristina e dell'esattore Ignazio Salvo - in una sorta di Hannibal the Cannibal dei poveri che può sfogarsi ormai solo addentando qualcosa o qualcuno.
Cognato dello "zio Totò" che ne ha sposato la sorella Ninetta, incarcerato al 41 bis dal giugno del 1995, Leoluca Bagarella con quell'atto così poco mafiosamente "corretto" ha messo una pietra tombale sul regno di Corleone. Lui che faceva paura perfino a Bernardo Provenzano quando reggeva la Cosa Nostra dopo le bombe di Capaci e di via D'Amelio, che irrideva il vecchio padrino titubante sulla strategia del terrore portata avanti e gli diceva: "Allora, se non ci vuoi seguire appenditi un cartello al collo con su scritto "Io, Provenzano, non sono d'accordo con le stragi".
Provenzano non replicò intimidito. Lo Stato non ha perso e la mafia non ha vinto come scrivono i professori Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo che alla vicenda hanno dedicato una pregevole pubblicazione (per mafia indichiamo esclusivamente quella Corleonese) e in effetti il "gesto" del disperato Bagarella rappresenta il capolinea per quell'anomala generazione di boss. Gesti. La mafia che ha sempre parlato senza parlare, ne ha fatto largo uso. Del bacio per esempio.
Nelle borgate palermitane fra di loro si baciano ancora in bocca "ma senza lingua", antica consuetudine ai più ignota sino a quando è arrivata la storia nel 1987 del famoso bacio (molto presunto) fra il capoclan Balduccio Di Maggio e l'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
Lo raccontò lo stesso Balduccio ai procuratori ma i giudici non gli credettero. Un incontro a casa dei Salvo, una specie di trattativa misteriosa che non si capì mai sin quando non ci venne in soccorso con la sua intelligenza lo straordinario attore Ciccio Ingrassia. Con parole che sono oro: "Io non lo so se si siano mai incontrati Andreotti e Riina, ma sono sicuro di una cosa: se si sono incontrati si sono baciati".
Gesti. Anche più recenti, giugno 2017, Locride, San Luca. C'è il latitante Giuseppe Giorgi detto "La Capra", ricercato dal '94 arrestato dai carabinieri a casa sua. Lo trascinano fuori e un uomo - legato a lui con il "San Giovanni", che significa una parentela acquisita - si precipita verso l'ammanettato per inchinarsi e baciargli la mano.
A nome di tutta la famiglia. Anche "mezza parola" a volte è troppo. Basta la "taliata", la guardata. Come quella dei detenuti del maxi processo riservata al grande pentito di Cosa Nostra Tommaso Buscetta, quando per la prima volta entra nell'aula bunker dell'Ucciardone come testimone. Nessuna invettiva, nessun "gran cornuto" gridato dalle gabbie, solo silenzio.
Un po' paura e un po' rispetto. La mafia è fatta anche così, di queste cose che si mischiano. E poi i patti e i ricatti. Le mani che s'intrecciano e poi si confondono. Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano negli anni 70 e negli anni 80 che sono una sola persona, la politica e il sangue, il profumo e la merda, le sale damascate e le borgate, la legge e l'impunità.
Mani sudate e volti invisibili. C'è tutta una letteratura che va da fine '800 ai nostri giorni. Dove tutto è indistinto, il bene e il male, i buoni e i cattivi. Ecco perché quel "muzzicuni", quel morso, segna la fine di un'epoca. È l'afflizione, l'angoscia di chi non ha più speranza. Leoluca Bagarella, la tua storia finisce qui.
di Gianmario Leone
Il Manifesto, 18 gennaio 2020
L'allarme della Dia. La relazione: "C'è la consapevolezza di una mafia che punisce chi si ribella". L'invio di un contingente straordinario di forze di polizia nella provincia di Foggia e, dal 15 febbraio, l'attivazione nel capoluogo dauno di una sezione operativa della Dia con venti unità. È la risposta dello Stato all'escalation di episodi che dall'inizio dell'anno ha visto ben dieci attentati a danno di imprenditori e commercianti.
Una situazione che oramai appare ogni giorno più grave e che è stata descritta con dovizia di particolari dalla stessa Dia nella relazione semestrale al Parlamento. Nella provincia di Foggia "il forte legame dei gruppi criminali con il territorio, i rapporti familistici di gran parte dei clan foggiani e la massiccia presenza di armi ed esplosivi favoriscono un contesto ambientale omertoso e violento" si legge. "L'assoggettamento del tessuto socio-economico, quando non è direttamente connesso agli atti intimidatori perpetrati dalle cosche, è il risultato della diffusa consapevolezza che la mafia di quella provincia è spietata e punisce pesantemente chi si ribella".
Secondo la relazione "la mafia foggiana vuole assumere nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in ottica espansionistica, la 'ndrangheta", nonostante "la peculiare eterogeneità della mafia foggiana, suddivisa nelle tre distinte articolazioni della società foggiana, della mafia garganica e della malavita cerignolana".
Il tutto grazie al fatto che anche in provincia di Foggia si sta consolidando "un'area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori, liberi professionisti e apparati della Pa". Una vera e propria 'terra di mezzo' dove "affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi, fino a confondersi". Lo scioglimento dei Consigli comunali di Monte Sant'Angelo e Mattinata, nonché quelli di Manfredonia e Cerignola avvenuti nel mese di ottobre 2019, sono per la Dia "indicativi di questa opera di contaminazione".
Nella città di Foggia continuano le dinamiche di rimodulazione tra le tre batterie della società foggiana. Attraverso il "rapporto federativo" tra le tre batterie dei Pellegrino-Moretti-Lanza per la conduzione di affari particolarmente rilevanti, tra cui la gestione di una cassa comune ed il controllo condiviso delle estorsioni. Lo scenario criminale del Gargano continua invece ad essere contraddistinto da una forte instabilità sulla quale incide in modo determinante la cruenta contrapposizione tra i clan Romito e Li Bergolis, clan dediti al traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, rapine ai portavalori e riciclaggio di denaro di provenienza illecita in attività commerciali.
In questo clima però, c'è gran parte della comunità che non vuole soccombere e continua a ribellarsi. Lo dimostrano le oltre 20 mila persone scese in piazza la scorsa settimana alla mobilitazione #foggialiberafoggia promossa da Libera per rispondere alla violenza mafiosa dopo l'escalation registrata in questi primi giorni del 2020.
E soprattutto la grande partecipazione di ieri al Comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica convocato dal prefetto Raffaele Grassi e aperto alla cittadinanza. Oltre 500 partecipanti e più di 10.000 spettatori in streaming hanno aderito all'iniziativa, promossa dal commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura Anna Paola Porzio.
Si tratta di un evento a sostegno della comunità che conclude una serie di attività, avviate dal prefetto di Foggia e dal commissario antiracket, a dimostrazione della vicinanza dello Stato agli abitanti del capoluogo pugliese e allo scopo di spingere alla denuncia chi è oggetto di attenzioni da parte della criminalità organizzata. "La presenza delle forze di polizia sul territorio - ha dichiarato il prefetto Porzio - è senza dubbio importante, ma è altrettanto importante che ci sia una riscossa sociale che coinvolga la società civile".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 18 gennaio 2020
La "pistola elettronica" è classificata come arma di ordinanza. I Sindacati: "In caso di lesioni gravi o mortali l'operatore è responsabile penalmente". Ottantanove casi di utilizzo registrati dal 5 settembre 2018 a oggi: per 30 volte la pistola ha "sparato" impulsi elettrici attraverso i due dardi, per il resto è stato sufficiente brandirla per ottenere la deterrenza.
Finita la sperimentazione, è stato autorizzato in via definitiva l'uso della pistola elettronica, il cosiddetto taser, per le forze di polizia anche in Italia. Il consiglio dei ministri ha dato il via libera ieri al regolamento che disciplinerà l'uso della pistola elettronica. Ma c'è un ma. Pure se a impulsi elettrici, il taser resta una pistola.
E infatti è classificato come "arma di ordinanza". Come tale, Amnesty International avverte che non è affatto inoffensiva. Il Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, è altrettanto perplesso e ne ritiene "giustificato" l'uso solo in un ambito limitatissimo di casi. Anche i sindacati dei poliziotti nutrono dubbi. Non sulla pistola elettrica in sé, perché riconoscono che è un ottimo deterrente per i malintenzionati, e che protegge i poliziotti o i carabinieri quando sono alle prese con energumeni, peggio se armati di coltelli, ma per le possibili conseguenze civili e penali su chi lo utilizza.
Dicono i sindacati: sicuramente meglio gli impulsi elettrici dell'arma di ordinanza, che deve restare un'estrema risorsa. "Questo strumento consentirà, senza il contatto fisico con i violenti, di bloccarli evitando che le loro azioni possano produrre pregiudizio o danni alla sicurezza dei cittadini. Il Siulp lo richiedeva da anni proprio per queste ragioni e anche per l'escalation delle aggressioni delle donne e degli uomini in uniforme, che ormai si registrano ogni 4 ore", afferma ad esempio il segretario generale del Siulp, Felice Romano.
Il problema nasce dalle possibili ricadute sull'agente o sul carabiniere che ne facciano uso. Già, perché in Italia l'operatore deve vedersela con la magistratura, qualora ecceda nell'uso della forza. E il regolamento stabilisce che il suo impiego "dovrà sempre avvenire nel rispetto delle necessarie cautele per la salute e l'incolumità pubblica e secondo principi di precauzione condivisi con il ministero della Salute".
Qui però salta su il Silp-Cgil: "Si tenga davvero conto di due diritti inalienabili che vanno bilanciati: la sicurezza dell'operatore di polizia e quella del cittadino", dice Daniele Tissone, segretario generale del sindacato. "In particolare occorre un parere vincolante del ministero della Salute e soprattutto un protocollo operativo che dica con chiarezza come e quando usare la pistola elettrica. Un parere che non ci è mai stato fornito nonostante l'avessimo richiesto".
Il nodo è il pericolo per chi viene colpito dalle scariche elettriche. Si consideri che nelle linee-guida ministeriali, c'è un'avvertenza: non usare con un cardiopatico, con una donne incinta, se il soggetto può farsi male cadendo.
Il Silp teme la fregatura. "Nel nostro ordinamento giuridico, che ci piaccia o meno, la responsabilità penale è sempre personale e nessuno può garantire che non ci siano conseguenze per l'operatore di polizia se dovessero verificarsi lesioni gravi o mortali a causa dell'utilizzo della pistola elettrica. Stare realmente e concretamente dalla parte dei poliziotti significa anche questo, non cedere alla facile demagogia che rischia solo di danneggiare l'operatore in divisa".
Sulla stessa falsariga il sindacato Coisp: "I limiti troppo stringenti - ragiona Domenico Pianese - rischiano di trasformare questa novità in un boomerang. Le linee guida prevedono l'obbligo di considerare la "visibile condizione di vulnerabilità" e i rischi "associati" alla caduta della persona. Valutazioni complesse, difficili se non impossibili nelle situazioni di particolare rischio e concitazione, quando tutto avviene in tempi brevissimi.
Il rischio è che i poliziotti vengano esposti a richieste di indennizzo da parte dei soggetti colpiti per eventuali lesioni. E questo è inaccettabile". Entusiasta invece è Matteo Salvini, che ha voluto fortissimamente la sperimentazione e si considera il padrino del taser in Italia. I leghisti sono anzi polemici contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che non ha dato la pistola elettrica alla polizia penitenziaria.
di Marianna Donadio
informareonline.com, 18 gennaio 2020
Pietro Ioia presenta il suo libro di denuncia: "La Cella Zero. Morte e rinascita di un uomo in gabbia". "La Cella Zero" è la prima pubblicazione di Pietro Ioia, ex detenuto che ha scontato in carcere una pena di 22 anni per narcotraffico.
Tra i 20 diversi istituti penitenziari nei quali è stato trasferito c'è anche il carcere di Poggioreale, dove Pietro per la prima volta incontra la realtà della Cella Zero, nella quale ha subito torture di una violenza inaudita.
"Noi la chiamavamo O' Zer. Era una cella non numerata dove la polizia penitenziaria ci spogliava e ci picchiava con manganelli, calci e pugni. Nell'arco di 30 anni ci sono passati oltre 50.000 detenuti". Spiega Ioia durante la presentazione del suo libro, tenutasi a Napoli il 13 gennaio.
La cella zero non esiste solo a Poggioreale ma, come confermano numerose denunce, in svariati carceri italiani. Pietro in quella cella ci è stato due volte e ha deciso di rompere il silenzio sulle violenze che ha subito in prima persona e che continua a subire chi si trova ora al suo posto. Nel suo libro ha scelto infatti di parlare di tutto quello che ha visto e vissuto negli anni di detenzione, nei quali ha raccolto storie difficili da raccontare.
"La seconda volta che finii allo Zero fu perché ci trovarono delle armi. Ci portarono al piano terra, ci spogliarono e ci fecero correre per un corridoio, buttandoci i cani addosso. Uno dei detenuti venne morso nelle parti intime". Questa è solo una delle storie che Pietro ci racconta, che ci apre gli occhi su una realtà che, afferma, ricorda quella di un campo di concentramento.
Sono questa e le tante esperienze di questo genere vissute nel carcere di Poggioreale che lo spingono ad iniziare la sua lotta per i diritti dei detenuti, denunciando nel 2014 le torture subite in carcere. Dopo la sua, di denunce, ne arrivano più di 150. Da allora Pietro ha continuato con coraggio la sua battaglia, riconosciuta e premiata anche dal sindaco De Magistris, che gli ha recentemente affidato l'incarico di garante per i diritti dei detenuti.
"Per me questo incarico è una missione" commenta l'autore, raccontandoci delle sue recenti visite nei carceri napoletani e di come il suo operato sia continuamente intralciato dalle interferenze della penitenziaria. Poggioreale, tra tutti gli istituti, resta il più invivibile. Le condizioni di vita che ci vengono descritte, tra sovraffollamento, strutture fatiscenti e diritti negati, sono davvero inumane.
"Io ho pagato. Ora, forse, è il turno dei carnefici" Queste le parole con cui si conclude "La Cella Zero", che racchiudono il senso di rivalsa non solo personale ma collettiva che ha spinto e spinge Ioia a portare avanti la sua missione, con la speranza che la giustizia possa finalmente vincere sul potere. A presentare il libro di Pietro Ioia è presente anche Giuseppe Ferraro, docente di filosofia morale alla Federico II che da anni lavora come volontario in carcere, a stretto contatto con i detenuti. Il professore analizza la situazione carceraria da un punto di vista sociale.
"Il grado di democrazia di un Paese si misura in base alle condizioni delle sue scuole e delle sue carceri" afferma, sottolineando come entrambe le istituzioni dovrebbero svolgere un ruolo educativo. Pessime notizie per l'Italia che, in entrambi gli ambiti, non fa di certo una bella figura. Di quanti altri Stefano Cucchi c'è bisogno prima che la polizia penitenziaria paghi per le proprie responsabilità? Di quante altre vittime, prima che il sistema carcerario venga riformato partendo da zero?
di Alessandro Ricci
Il Messaggero, 18 gennaio 2020
Situazione fuori controllo nel carcere di Pescara. Sovraffollamento, personale sotto organico, risse, casi limite come quello di un detenuto di origine italiana che, in segno di protesta, nei giorni scorsi si è inchiodato lo scroto allo sgabello. Richiedendo l'intervento del 118, per la rimozione del chiodo di ferro e le cure. La denuncia arriva da Sabino Petrongolo segretario regionale Unione sindacati di polizia penitenziaria. "Siamo in agitazione da maggio scorso - spiega. Rischiamo il collasso".
Il "San Donato" ospita 408 detenuti, ha una capienza per 270. Il sovraffollamento aumenta il malessere e acutizza la situazione. "Le tre sezioni più grandi hanno 80 detenuti ognuna - prosegue Sabino Petrongolo -. Un solo agente fronteggia la situazione, se il servizio è coperto. Può capitare di dover tenere sotto controllo anche più sezioni insieme". La lista degli episodi di questo periodo è lunga. Poco prima di Natale, gli agenti - che non hanno dotazioni specifiche per questi casi - hanno fronteggiato un principio di incendio causato da due detenuti algerini che hanno appiccato il fuoco al materasso, non dopo aver creato scompiglio e risse. Tre poliziotti intervenuti sono stati medicati nell'infermeria dell'istituto.
sassarioggi.it, 18 gennaio 2020
Il Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Sassari (Pup) supera per la prima volta i 60 studenti iscritti. "Un traguardo che conferma e rafforza quanto già ottenuto negli scorsi anni, in cui siamo passati dai 40 ai 50 studenti - afferma Emmanuele Farris, delegato del Rettore per il Pup - "Dei nostri 66 studenti, ben 35 sono nuovi immatricolati. Per la prima volta siamo presenti contemporaneamente in 5 istituti penitenziari sardi (Alghero, Nuoro, Oristano, Sassari e Tempio) e in 5 istituti peninsulari (Cuneo, Regina Coeli, Rossano Calabro, Sulmona e Tolmezzo), dove abbiamo studenti in tutti i circuiti di detenzione, dalla media sicurezza al 41bis. I nostri studenti in regime di detenzione studiano in 15 corsi di laurea diversi, afferenti ai dipartimenti di Agraria, Scienze Economiche e Aziendali, Giurisprudenza, Storia Scienze dell'Uomo e della Formazione e Scienze Umanistiche e Sociali".
Ma l'alto numero di studenti, costantemente in crescita negli ultimi 5 anni, la loro distribuzione geografica in Sardegna e sulla Penisola, e l'eterogeneità dei circuiti detentivi, pongono notevoli problemi gestionali. Come affrontare questa domanda crescente, e come dare risposte adeguate a utenti così differenti e talvolta così lontani dalla sede universitaria? "La qualità si costruisce anno dopo anno - spiega il professore Farris - Noi stiamo investendo su tre assi principali: il rafforzamento del partenariato istituzionale; l'incremento delle risorse umane; l'introduzione di servizi informatici negli istituti in cui operiamo".
Il modello Pup si basa su un partenariato istituzionale diffuso, costantemente arricchito e rinforzato. "Al centro vi è l'intesa tra Università e Amministrazione Penitenziaria, con la quale abbiamo stabilito negli anni un'interazione davvero proficua e stimolante, un bel modello, a nostro modo di vedere, di collaborazione tra istituzioni ed efficientamento della macchina amministrativa statale - prosegue Farris - In particolare con il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria di Cagliari, oltre ad un Protocollo d'Intesa del 2014, che sarà rinnovato e implementato nei prossimi mesi, abbiamo convergenza di vedute e di intenti, pur nel rispetto dei diversi ruoli.
Contemporaneamente, data la nostra presenza in molti istituti penitenziari peninsulari, e soprattutto perché siamo il Pup italiano con il più alto numero di studenti detenuti in Alta Sicurezza e regime 41bis, abbiamo un dialogo costante e molto positivo con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria di Roma. A queste partnership che possiamo definire strutturali, se ne aggiungono altre essenziali per la riuscita del progetto, con il Tribunale di Sorveglianza di Sassari, Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e il nostro Ente per il Diritto allo Studio Universitario, ERSU Sassari - partner fondamentale di questo progetto - che da anni eroga fondi per l'acquisto di libri di testo destinati agli studenti detenuti".
I detenuti che vogliono intraprendere un percorso di studi universitari manifestano il bisogno di un'interazione diretta con il personale universitario. L'Università di Sassari anche quest'anno ha garantito da parte di docenti e amministrativi dell'ateneo tre servizi avviati lo scorso anno: l'Orientamento per diplomati nel mese di luglio 2019, il supporto amministrativo per le iscrizioni in carcere nei mesi di ottobre e novembre 2019, l'accoglienza in ingresso dei nuovi studenti nei mesi di dicembre 2019 e gennaio 2020. Un'azione capillare che ha visto l'adesione di un numero elevato di docenti (15 referenti dei dipartimenti e dei corsi di laurea) e di personale amministrativo dell'Università (16 unità).
Ma la vera novità rispetto allo scorso anno è l'attivazione, a partire da luglio 2019, della Segreteria del Pup: si tratta di un servizio importantissimo per supportare gli studenti detenuti nella gestione della propria carriera universitaria, reso possibile dall'utilizzo delle risorse derivanti dal fondo premiale da 220.000 euro ricevuto (unico ateneo in Italia) nel 2018 dal Miur.
Su questo fondo, dopo le 23 posizioni per tutor bandite lo scorso anno, che hanno permesso di erogare complessivamente 1700 ore di tutoraggio a 34 studenti, quest'anno si replica con un nuovo bando per 17 tutor (33 studenti beneficiari per un totale di 1542 ore), con scadenza il 20 gennaio alle 13.00, pubblicato sul sito dell'Università di Sassari.
Per il Rettore Massimo Carpinelli, "il Polo Universitario Penitenziario è un presidio di inclusività, che l'Università di Sassari intende implementare anche in futuro, in un'ottica di miglioramento continuo delle proprie politiche di apertura e radicamento territoriale, destinate ad utenze con esigenze specifiche, tra le quali appunto gli studenti in regime di detenzione.
Il PUP è anche uno strumento per potenziare le sinergie con gli altri 30 atenei italiani che realizzano attività didattica in ambito penitenziario, riuniti da aprile 2018 nella Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari (Cnupp), in cui il nostro Ateneo ha un ruolo di coordinamento, facendo parte insieme a Torino, Pisa, Padova e Napoli Federico II del direttivo nazionale in carica". Prossimamente, il Polo universitario penitenziario dell'Università di Sassari si impegnerà per la realizzazione di aule didattiche nei penitenziari e l'introduzione di servizi informatici.
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