di Eleonora Biral
Corriere Veneto, 21 gennaio 2020
Sono le undici del mattino. Il viavai nel piazzale antistante il tribunale dei minori di Venezia è continuo. Avvocati che entrano ed escono dal palazzo per le udienze insieme ai loro clienti, residenti che passeggiano sotto la scalinata. Entra una donna. Chiede di acquisire dei fascicoli in segreteria e di poter incontrare il magistrato che ha seguito il caso dell'affidamento di sua figlia a una comunità.
Deve aspettare, ci vuole tempo, ma lei di pazienza non ne ha. Esce dal tribunale e torna quasi un'ora dopo. In una mano ha un cartello, lo pianta sull'aiuola all'ingresso. Nell'altra ha una tanica di benzina, se la getta addosso: "Mi do fuoco", dice. Chi è lì vicino grida aiuto, le guardie giurate cercano di fermarla ma lei aziona l'accendino e tempo pochi attimi si trasforma in una torcia umana. Si inginocchia, poi crolla a terra.
Gli addetti alla sicurezza non perdono tempo. Prendono gli estintori e spengono il fuoco. La donna, 49enne di origini marocchine, è priva di sensi, viene caricata in ambulanza e portata all'ospedale dell'Angelo, dal quale poi viene trasferita al Centro Grandi Ustionati di Padova, dove si trova tutt'ora ricoverata. Le sue condizioni sono gravissime.
Nell'attesa di sapere se si risveglierà, la polizia ha avviato un'indagine sulla vicenda, che risale a ieri mattina. Gli agenti della scientifica hanno sequestrato il cartello che la donna ha lasciato all'ingresso del palazzo di giustizia che ritraeva la figlia, di otto anni, e il papà della piccola. Sotto, una scritta: una sorta di pubblica denuncia nei confronti dell'uomo. "A. è il padre di mia figlia - si leggeva nel cartello.
È un tipo di padre che ha violentato l'infanzia della sua bambina e ha fatto il più possibile per allontanare la piccola in una comunità". Per comprendere l'origine di questo gesto estremo è necessario fare un salto indietro. I due si conoscono quando la donna comincia a lavorare come colf a casa di A. Nasce una relazione che non viene ufficializzata perché lui è sposato. Poi, la donna rimane incinta. L'uomo prende una casa per lei e per la piccola, a Mestre, e per anni consegna alla donna un assegno mensile. Conduce una doppia vita all'insaputa della sua famiglia. Gli equilibri cominciano a vacillare quando la 49enne chiede di più.
Non solo soldi, ma che lui riconosca la figlia. Lo perseguita, lo minaccia, tanto che lui la denuncia. "La situazione è seguita da tempo da questo tribunale e dai servizi sociali con vari interventi di supporto alla genitorialità e da ultimo per una verifica delle capacità dei genitori di dare alla figlia le cure di cui ha bisogno per la sua crescita e per tutelare quest'ultima da una madre con disturbo di personalità, seguita da uno psichiatra e di cui la bambina ha paura", ha spiegato la presidente del tribunale dei minori di Venezia, Maria Teresa Rossi.
Vista la situazione, il giudice affida la bambina a una comunità. Il padre nel frattempo la riconosce, ma preferisce non tenerla con lui perché teme altre persecuzioni. La madre lotta per riaverla con sé ma secondo il giudice non ci sono le condizioni. Di recente, parte la procedura di adottabilità della piccola. La madre non ci sta e ieri, come aveva già fatto altre volte prima, raggiunge il tribunale. "È venuta in cancelleria chiedendo di parlare con il giudice, ha chiesto copia degli atti e, senza attendere che le venisse consegnato quanto richiesto, è uscita dal palazzo e 50 minuti dopo è tornata e si è data fuoco", ha raccontato Rossi. I primi a intervenire sono stati i vigilanti, ma non sono riusciti a fermarla.
Il Centro, 21 gennaio 2020
Il Pd in visita al San Donato, annunciate interrogazioni a Roma e alla Regione Blasioli e Giampietro: il malessere è causa di aggressioni, risse e autolesionismo. Il Partito democratico porta il caso San Donato in Parlamento e in Regione. Ieri mattina il consigliere regionale Antonio Blasioli è stato nel carcere di Pescara insieme al consigliere comunale Piero Giampietro: "Daremo seguito alla visita", assicura Blasioli, "incontreremo i sindacati degli agenti penitenziari e articoleremo tutte le funzioni ispettive sia in Regione sia in parlamento".
La visita è stata decisa dopo gli ultimi episodi, "che dimostrano il malessere", sottolineano i due esponenti del Pd, "che si vive nella struttura, e che accomuna detenuti e agenti penitenziari".
L'istituto di pena dovrebbe accogliere duecento detenuti ma ce ne sono almeno il doppio. La pianta organica prevede 170 agenti, ma tra quelli in malattia o in distacco sono in realtà un centinaio. Inoltre negli ultimi anni sono andati in pensione circa cinquanta agenti, quasi trenta dei quali nel biennio appena trascorso.
Secondo gli esponenti del Pd, sovraffollamento e carenze di personale a parte, ci sono anche casi che potrebbero essere affrontati e risolti nell'immediato. "Uno su tutti riguarda l'ospedale di Pescara che, all'ottavo piano, ha un reparto dedicato ai detenuti", spiegano, "capita però che questo non venga utilizzato per carenza di infermieri, e così si verificano due distorsioni: ogni detenuto deve avere una scorta di due agenti, che sui 4 turni quotidiani richiede la presenza di 8 agenti.
Se i detenuti fossero tutti ricoverati nel reparto riservato, basterebbero 8 persone per tutti. Ciò non avviene, e così dal 14 gennaio per i due detenuti ricoverati in reparti diversi ci sono 16 agenti al giorno impegnati. Se il reparto per detenuti è stato messo su, è indispensabile che funzioni: è una condizione che porremo all'assessore regionale alla Sanità Nicoletta Verì.
A oggi, i detenuti sono nelle stesse stanze degli altri malati, e così capita che questi e i loro familiari siano costretti a imbattersi con agenti armati nei reparti". Su quest'ultima questione, il Partito democratico è invece intenzionato a presentare un'interpellanza parlamentare. Altro problema che causato dall'esiguità del personale è "che solo in pochi possono partecipare alle attività formative come scuola di formazione lavorativa, e la noia è spesso causa di scontri, sia tra detenuti e agenti sia tra detenuti stessi".
C'è poi la questione dei pazienti psichiatrici: "A fronte dei sette posti assegnati per detenuti psichiatrici", ricordano Blasioli e Giampietro, che insistono inoltre sulla mancanza di una camera di isolamento: "Spesso si utilizza la parte riservata ai collaboratori di giustizia, ma se questa è occupata non se ne può fare utilizzo".
"Insomma gli episodi di autolesionismo, i materassi bruciati e i detenuti scappati sul tetto sono degli allarmi che non possono restare inascoltati", continuano i due esponenti del Pd, "e la sensazione è che spesso i problemi del carcere siano oggetto di poca attenzione da tutte le istituzioni.
Per quel che riguarda il sovraffollamento, le sezioni diventano polveriere, in quanto oltre ai pochi spazi a disposizione dei detenuti, diventa difficile per l'operatore far fronte alla richieste quotidiane e pressanti degli stessi: da qui il malcontento", concludono Blasioli e Giampietro, "che può sfociare in aggressioni, risse, tumulti, autolesionismo e proteste in generale".
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 21 gennaio 2020
Viaggio nella cooperativa che da dieci anni lavora per l'integrazione. Il coordinatore Glauco Iermano è l'unico italiano ad aver vinto il premio "Child 10". E gli ex utenti rimangono per fare i mediatori.
Dal Gambia al caos di piazza Garibaldi, il flusso delle auto aggrovigliato, la tettoia della nuova metropolitana, arrivi, partenze, un intreccio indecifrabile di nazionalità, lingue, commerci; cinque euro in tasca che in una rara cabina telefonica bastano appena a dire "pronto".
"Ma sono stato fortunato", racconta adesso Sulayman. Perché tra i vicoli possibili a Napoli ha imboccato quello che porta al Centro Nanà, Cooperativa sociale Dedalus, "sono come un loro figlio". Venuto su bene, elegante, sorridente, ex minore non accompagnato che oggi, 21 anni da compiere a giorni, lavora a sua volta con i ragazzini migranti: "Tutto l'affetto che volevo l'ho trovato qui"
Da utente a operatore. È una delle specialità del centro, che è valsa al coordinatore Glauco Iermano il prestigioso premio internazionale "Child 10" (unico italiano) "per aver sostenuto negli ultimi dieci anni più di 4000 minori non accompagnati. Sotto la sua guida i ragazzi sono condotti verso un cammino di legalità, inclusione e opportunità, e in questo modo protetti dal rischio di sfruttamento. Concentrandosi sull'integrazione dei giovani migranti Glauco costruisce una società dove gli "stranieri" sono considerati una risorsa e non una minaccia". Dilal, dal Bangladesh a Napoli, lo spiega con parole sue e in italiano perfetto: "Diamo il cento per cento, se troviamo qualcuno con un grande cuore".
Però non basta recuperare dalla strada o dalla piazza della stazione un adolescente perso, spiega Iermano a Buone Notizie. La sfida è dotarlo di tutti gli strumenti. E il più velocemente possibile, perché le tutele che ha da minore si perdono in un giorno, al compimento dei 18 anni. Quindi trovare il modo (bandi del Comune, finanziamenti europei e ogni altra possibile fonte) di farsi carico anche dei neo-maggiorenni, abbandonati dalla burocrazia in un momento particolarmente fragile e rischioso.
Il Centro Nanà con le pareti colorate e un allettante calcetto appena all'ingresso, conta su una decina di operatori, assistenti sociali, esperti legali, insegnanti di lingua, volontari. In più gestisce quattro appartamenti, due per minori, altri due per neo-maggiorenni, nell'idea di avviare gli "ospiti" all'autonomia. "I ragazzi di oltre 18 anni che non riusciamo a prendere in carico - continua Iermano - cerchiamo comunque di renderli più forti, dal punto di vista della burocrazia ma anche della consapevolezza. Escono di qui con un codice fiscale, ma anche con una discreta padronanza dell'italiano e con alcune competenze che possono aiutarli a trovare un lavoro".
Laboratori, lezioni, computer. Tutto semplice ma lindo e colorato. Una partita di calcetto improvvisata. Un ragazzino del quartiere che s'affaccia e magari decide di partecipare. Al "Buvero", il vecchio Borgo Sant'Antonio Abate tra la Ferrovia e la lunga arteria di via Foria, è una presenza importante. Così come è significativo che la sede principale della Cooperativa Dedalus sia poco più in là, all'ex Lanificio di Porta Capuana: "ventre" napoletano di antica sofferenza dove nei decenni si è innestata un'immigrazione spesso irregolare che irradia dalla piazza della Stazione (Garibaldi) verso il Centro Storico o poi su in direzione della Sanità. In quest'area, in particolare al Vasto, si sono registrati scontri tra abitanti e nuovi arrivati, commistioni tra criminalità locale e africana, disagi che rischiano di accendere tensioni. La Cooperativa lavora anche su questo, aprendosi alle seconde generazioni, ai giovani migranti ma anche ai bambini del quartiere, dialogando e favorendo (con successo) la convivenza.
L'esperienza è di lunga data e molto radicata, Dedalus è dagli anni Ottanta punto di riferimento per l'indagine sul fenomeno migratorio, ben oltre Napoli. "Dagli anni Novanta - spiega la presidente Elena de Filippo - alla ricerca scientifica affianchiamo la "ricerca-azione". All'inizio per promuovere e sollecitare politiche pubbliche sull'immigrazione". Poi sono scesi sul campo, occupandosi concretamente di vittime di tratta, minori non accompagnati, violenza familiare, e così via.
La linea di coinvolgere come mediatori gli ex utenti è una costante. Dietro una scrivania del Centro Nanà può testimoniarlo Edlir, sbarcato in Italia dall'Albania nel 1991. "Avevo 16 anni e facevo il primo anno di liceo". Salì a bordo della nave come in una gita improvvisata: "Lasciai lo zaino a una compagna di classe" e partii. Si ritrovò in Salento senza mezzi né famiglia. "So che cosa significa dormire fuori, essere senza una rete di sostegno, sentire la solitudine e piangere. Se trovi le persone giuste, tutto diventa più facile". "Mi piace - dice Amadou, 22 anni - aiutare chi ha bisogno: a me i ragazzi raccontano storie che ad altri non raccontano, perché io posso capire". Perché ci è passato in prima persona. Partito pure lui adolescente dal Gambia, pescato nel Mediterraneo dalla Marina italiana attaccato a una bottiglia di plastica come boa, mentre attorno a lui la gente affogava bevendo acqua e benzina. Di Napoli conosceva solo la squadra di calcio, dice. E adesso eccolo qui, sul divano di pelle e lo sfondo verde, maturo e diplomato. L'orgoglio di Margherita, 34 anni, che insegna italiano per stranieri e che qualcuno addirittura riesce a portarlo con le scuole serali fino alla "maturità": "Due ragazzi si sono anche iscritti all'università!". Sorride: "È il lavoro più bello che esista, è come avere il mondo in classe".
Per Hawa, 54 anni, arrivata ragazzina dalla Somalia, è come avere "diecimila figli maschi", scherza, oltre alla figlia che ha mandato a studiare in Olanda. Babysitter, badante, "lavoravo giorno e notte", finché non ha risposto a un bando per un corso di mediatore culturale, e ha cambiato vita. "Voglio aiutare il prossimo ad avere quello che non ho avuto io, accogliere chi è venuto dopo di noi. Per i ragazzi sono come una mamma. È bello, ma ti fa male quando qualcuno non riesce a seguire il progetto, scappa, o siamo costretti a farlo uscire. In tanti casi, in compenso, è una grande soddisfazione".
toscanaeventinews.it, 21 gennaio 2020
Il Comune di Livorno e Lav - Lega Anti Vivisezione martedì 21 gennaio 2020 alle ore 11.00 presso Sala Postconsiliare "Vitiello" - Palazzo Comunale, firmeranno il Protocollo d'Intesa per la revisione delle attività di riabilitazione presso la Casa Circondariale dell'Isola di Gorgona, in chiave di sostenibilità economica ed ambientale e di valorizzazione del rapporto dei detenuti con gli animali presenti sull'isola, che verranno salvati dalla macellazione. Il Protocollo d'Intesa, risultato di una proficua collaborazione tra Ministero della Giustizia, Amministrazione locale, Università e Associazioni, verrà sottoscritto dal Comune di Livorno, dalla Direzione della Casa Circondariale di Livorno, dalla Lav e dal Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, con gli auspici dell'Università degli Studi di Milano Bicocca - Dipartimento di Giurisprudenza.
La firma del Protocollo inaugura un iter di rilancio e di aggiornamento dei percorsi di riabilitazione dei detenuti, basato sull'attivazione di buone prassi di economia circolare, di sostenibilità e di valorizzazione ambientale e sul recupero e lo sviluppo delle passate virtuose esperienze nella relazione tra detenuti e animali, che non potrà più concludersi con la macellazione. Alla firma del Protocollo d'Intesa prenderanno parte: Luca Salvetti, sindaco del Comune di Livorno; Carlo Mazzerbo, direttore della Casa Circondariale di Livorno e Gorgona; Giovanni De Peppo, garante delle Persone Private delle Libertà Personali del Comune di Livorno; Gianluca Felicetti, presidente Lav.
di Iolanda Cosentino
valdinievoleoggi.it, 21 gennaio 2020
Il progetto, di cui si sottolinea l'alto valore civico, è rivolto in modo particolare agli allievi delle classi quarte del triennio e porrà a tema la vita nelle carceri italiane, tenendo in mente l'art. 27 della nostra Costituzione e i grandi fautori dell'Illuminismo italiano da Voltaire a Cesare Beccaria del quale si ricorda: "Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino deve esser essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi" (cap. XLVII, " Dei delitti e delle pene", 1764).
Siamo convinti, infatti, che la scuola debba creare luoghi di conoscenza e di dibattito, mirati a formare nei futuri cittadini una sensibilità atta a tutelare i diritti della persona umana anche nei luoghi di pena, poiché solo in tal modo si potrà difendere un modello di società inclusiva, sicura, democratica e davvero libera.
In data 20 gennaio, dalle ore 14.30 alle ore 17, presso l'aula Gamma del Liceo Salutati, si darà inizio al progetto con un'attività di cineforum relativa al film di Paolo e Vittorio Taviani: "Cesare deve morire". In tal modo si porrà a tema l'argomento dell'intero percorso formativo, costruendo opportune traiettorie dialogiche anche alla presenza di Sauro Gori, volontario dell'associazione "Delfino" di Pistoia e della cooperativa "In cammino" di Pistoia. In data 21 gennaio seguirà l'incontro con Rosa Cirone, funzionario dell'organizzazione e delle relazioni della casa circondariale di Pistoia, che presenterà il suo ultimo libro: Storia della legislazione della giustizia e del sistema penitenziario in Toscana, da Pietro Leopoldo alla nascita della nuova Scienza penitenziaria.
La dott.ssa Cirone fonderà storicamente l'evolversi del sistema penitenziario toscano, ponendo in essere un'analisi comparativa sospesa tra le innovazioni del passato e le criticità caratterizzanti l'attuale universo carcerario. Interverranno all'incontro Loredana Stefanelli, direttrice del carcere di Pistoia e Francesco Lisci, Ispettore superiore di Polizia presso il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria toscana e umbra con sede a Firenze.
In data 22 gennaio seguirà, infine, una tavola rotonda (15:30-19), organizzata in collaborazione con le Acli Don Giulio Facibeni di Montecatini Terme, con il patrocinio del Lions Club Massa Cozzile Valdinievole, aperta alla cittadinanza, alla quale parteciperanno Roberto Filippini, vescovo di Pescia, già cappellano della casa circondariale Don Bosco di Pisa e Don Vincenzo Russo, direttore dell'Opera Madonnina del Grappa di Firenze e cappellano della casa circondariale Sollicciano di Firenze, esponente del comitato di presidenza delle Acli "Don Giulio Facibeni".
I ragazzi avranno modo di incontrare ex-detenuti esempi di riscatto sociale. Si sottolinea la collaborazione alla realizzazione del progetto della prof.ssa Laura Diafani del dipartimento di lettere, che ha curato l'organizzazione della seconda giornata prevista dall'iter progettuale.
di Francesco Antonelli
Il Manifesto, 21 gennaio 2020
"La rabbia e l'imbroglio" di Fabrizio Battistelli, per Mimesi. Un volume che smonta la retorica di quella destra che si riconosce nelle tesi dell'ultima Fallaci. Tra i temi, un'analisi di quanto accaduto nel 2014 intorno al centro Spar di Tor Sapienza. Riappropriarsi del senso delle parole e dei fenomeni che esse sottendono è una delle sfide più urgenti che ci troviamo di fronte. Questo vale in particolare per il razzismo, l'antisemitismo, la xenofobia, il neo-fascismo. Termini e soprattutto fenomeni resi opachi ed edulcorati all'interno della retorica (a-politica) della lotta all'odio e all'hate speech. Animata si dalle migliori intenzioni ma che trasportando su un piano tutto emotivo la rappresentazione e il contrasto a quei comportamenti e movimenti, favorisce involontariamente sia il terreno "irrazionalista" sui quali proliferano sia il loro sdoganamento nell'opinione pubblica.
Al contrario, occorre tornare alle persone, alle cose e alle parole, in un'espressione alla realtà, se si vogliono impostare sia politiche all'altezza delle sfide del mondo di oggi sia ridare senso al discorso critico. Questo compito, tipico delle scienze sociali, è quello che si assume Fabrizio Battistelli nel suo ultimo libro La rabbia e l'imbroglio. La costruzione sociale dell'immigrazione (Mimesis, pp. 148, euro 12,00).
Articolato in cinque agili capitoli il volume, che sin dal titolo si propone di smontare la retorica semplificatrice e tutta ideologica di quella destra europea che riconosce la propria genesi culturale nelle tesi dell'ultima Fallaci, si muove principalmente su tre piani. Il primo punta ad analizzare il fenomeno delle migrazioni e quello dei rifugiati riportando al centro i dati empirici dai quali si apprende, ad esempio, come i paesi che ospitino più rifugiati nel mondo siano quelli meno sviluppati; come i flussi migratori dall'Africa verso l'Europa siano in crescita e non siano stati minimamente governati in modo davvero concertato tra i paesi dell'Unione.
Il secondo piano affrontato, strettamente connesso al primo, riguarda invece il rapporto tra sicurezza, insicurezza e migrazioni. Il terreno sul quale sono cresciuti il discorso dell'estrema destra e i successi elettorali di forze come la Lega. In questo caso, Battistelli non utilizza solo i dati ma, dopo aver ribadito che il senso d'insicurezza è per varie ragioni un dato strutturale delle soggettività contemporanee - mentre sono di "destra" o di "sinistra" le risposte, molto diverse tra loro, che si possono dare a questo sentimento collettivo - si concentra su un'operazione di elaborazione teorica volta ad inquadrare gli attori del processo di costruzione sociale dell'insicurezza attraverso l'immigrazione: i politici e i mass media da una parte, i conflitti sociali e i contesti urbani dall'altra.
Da questa analisi risulta che la città con le sue contraddizioni e sperequazioni è il terreno sul quale matura, soprattutto tra i ceti popolari, quel disaggio e quel senso di insicurezza strumentalizzato (anziché governato) da una certa classe politica e da una parte significativa del sistema mediatico. E qui veniamo direttamente al terzo tema affrontato dal libro: l'analisi del rapporto tra periferie, conflitti e costruzione sociale dell'immigrato come nemico.
Presentando i risultati di una vasta indagine sociale da lui sviluppata nel quartiere romano di Tor Sapienza, protagonista nel 2014 di gravi disordini legati alla presenza del centro Spar, Battistelli mostra come nelle periferie la "rivolta contro i rifugiati" in quanto tale sia non solo portata avanti da una piccola minoranza ideologicamente orientata; ma come essa trovi un certo sostegno nel momento in cui canalizza su un classico capro espiatorio il degrado, la carenza di servizi pubblici e l'abbandono cronico da parte delle istituzioni di vasti territori delle grandi città. Non è la troppo semplicisticamente sbandierata "guerra tra poveri" quella che ci si trova di fronte (perché non esistono due attori organizzati "l'un contro l'altro armati") ma un vasto disaggio sociale e territoriale che se da una parte imbarbarisce, dall'altro non trova altre narrazioni disponibili se non quella xenofoba per esprimersi.
Attraverso il metodo della "giuria dei cittadini", con il quale gli abitanti del quartiere Tor Sapienza vennero coinvolti dai ricercatori in un processo di discussione e razionalizzazione dei loro problemi e del loro rapporto con i rifugiati presenti, Battistelli mostra il valore della partecipazione e dell'informazione corretta come antidoto alla crescita dell'insicurezza e dell'intolleranza. Rimettendo così al centro della scena quel tema dell'emancipazione delle persone (indipendentemente da nazionalità ed etnia) senza il quale né la sinistra né le società europee possono davvero sperare di sopravvivere, di fronte alle sfide e alle minacce portate alla convivenza civile da un'estrema destra sempre più aggressiva.
palermotoday.it, 21 gennaio 2020
Dopo il Debutto Nazionale a Messina dello scorso dicembre, arriva a Palermo il nuovo spettacolo di Francesco Romengo "Cicoria" con Francesco Bernava e Alice Sgroi prodotto dalla fervida compagnia catanese MezzAria Teatro. Lo spettacolo andrà in scena il prossimo 24 e 25 gennaio 2020 (21.00) inserito all'interno del programma di Scena Nostra allo Spazio Franco dei Cantieri Culturali alla Zisa.
Scena Nostra ha alla base della sua direzione il primario interesse di dare spazio a quelle realtà del territorio siciliano che, pur meritandolo e mietendo risultati in giro per l'Italia, non trovano in Sicilia e a Palermo la meritata attenzione, il giusto spazio e il relativo interesse.
Una scelta di campo coraggiosa, che non si limita a guardare alle giovani e nuove proposte ma registi e autori con un percorso professionale consolidato, che hanno sviluppato nuove drammaturgie e nuovi linguaggi scenici con ottimi risultati, magari fuori dai circuiti mainstream e/o istituzionali ma comunque portatori di sguardi e approcci differenti e di qualità di cui il Teatro ha sempre bisogno e del quale non dovrebbe mai dimenticarsi se mira a un rinnovamento e restare al passo coi tempi.
È il caso di Francesco Romengo, regista native e operante a Altavilla Milicia (Pa), diplomatosi alla Scuola di Recitazione del Teatro Biondo, che da più di 10 anni opera tra Palermo e provincia, sviluppando una sua scrittura originale che, ispirandosi a Franco Scaldati, di lui Maestro e con il quale ha più volte lavorato, si incanala con l'uso di una particolare lingua siciliana all'interno di storie borderline che restituiscono al contempo attualità e poeticità, personaggi estremi che vivono situazioni estreme e dal quale confronto scaturisce un urlo poetico che necessità di umanità.
A pochi giorni da Natale, in un carcere del Sud, un detenuto ed una detenuta si svegliano e si ritrovano dentro la stessa cella. Inizia, dopo l'inevitabile stupore di entrambi, una discussione che dapprima è scontro ma che lentamente diventa amicizia. Angelo, poliziotto coinvolto nella morte di un giovane durante una manifestazione, e Rosa, arrestata perché spaccia per dare da mangiare ai suoi bambini, si confidano e parlano della loro vita. I loro racconti sono spontanei e amari come la cicoria. Cicoria oltre a volere fare da eco al malessere che accompagna la vita carceraria, è soprattutto un racconto denso di emozioni, un invito alla vita. Insieme Rosa e Angelo, coi loro gesti quotidiani, semplici eppure intensissimi, ci conducono in un dialogo appassionante, oltre ogni tempo.
Fra realtà e visione si muovono due mondi distanti accomunati dalla solitudine nella quale vivono e dalla quale si difendono. È la solitudine, quindi, la comune radice, che nutre la disperazione nella quale entrambi si trovano. Eppure dietro gli sguardi disperati di questi "fantasmi" che sembrano destinati a restare prigionieri della rinuncia, c'è ancora la luce di chi vuole spiccare il volo e tornare ad essere anima libera; esplode l'inarrestabile forza della speranza.
Cicoria ha una drammaturgia asciutta. Una lingua poetica e al contempo cruda, ricca di elementi vividi, di "sicilianitudini", che danno efficacia umoristica ad uno spettacolo pieno di momenti onirici. Il tutto in una scena pressoché nuda, con solo qualche elemento dal valore simbolico; poi ci sono le incursioni musicali, svariate, diverse, che vanno da Arvo Part a Lola Marsh, da Puccini ai The Album Leaf. Ognuna descrive un quadro diverso, con emozioni sempre nuove. Vogliamo provare ad affrontare alcuni temi di cui si parla troppo poco, senza retorica né scontati moralismi, abolendo ogni falso pudore, parlando con onestà, mirando dritto al cuore. Cicoria ha ricevuto la menzione special alla XII edizione del Premio "Il Racconto nel Cassetto - Premio Città di Villaricca".
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 21 gennaio 2020
Migrante georgiano muore dopo un pestaggio nella struttura friulana. La versione ufficiale: ucciso durante una rissa. Non si doveva cambiare rotta? Il nuovo Governo non doveva modificare significativamente la scellerata gestione dei migranti imposta da Salvini? Sono passati mesi ma niente si è mosso. Non bastano le comprovate condizioni carcerarie, le rivolte quotidiane, le denunce anche di quanti operano nelle strutture, siano Cara o Cpr: uno dopo l'altro ci sono pure i morti ammazzati, si susseguono le indagini giudiziarie, ma dal Governo continuano a non arrivare né fatti né parole.
Sabato è morto Vakhtang Enukidze, migrante georgiano di 37 anni, rinchiuso nel Cpr di Gradisca con altri 47 adulti e 12 minorenni, per la maggior parte afgani e pakistani. La versione ufficiale ipotizza una rissa tra reclusi conclusasi tragicamente. I vertici locali della polizia dichiarano che il migrante deceduto era stato arrestato martedì scorso per avere aggredito un altro ospite del Cpr e successivamente anche alcuni poliziotti intervenuti. Il prefetto di Gorizia Marchesiello ha ritenuto di escludere ci possano essere eventuali colpe delle forze dell'ordine. Il procuratore di Gorizia Massimo Lia ha aperto un'indagine contro ignoti per omicidio volontario; già sequestrati i cellulari a tutti i profughi ospiti del Cpr ed i video delle telecamere di sorveglianza (200 all'interno dell'area perimetrale!). Altre voci, altre versioni si sono però fatte sentire e subito dopo la notizia della morte di Enukidze, domenica pomeriggio, duecento persone hanno sfilato davanti all'alto muro di cemento che circonda la struttura per gridare la propria solidarietà ai migranti: da dentro il Cpr sono arrivate grida di saluto e richieste di aiuto, poi il fumo acre di materassi incendiati. Aperto da poche settimane, il Cpr di Gradisca è una polveriera.
Drammatica la cronaca dell'ultima settimana. Sabato 11 gennaio c'era stato l'ennesimo presidio contro l'apertura del Cpr e si era realizzato un contatto telefonico tra i migranti dentro e i manifestanti fuori: più di un recluso aveva gridato la propria disperazione e la propria rabbia, denunciando le condizioni invivibili in cui si trovava. Secondo "No Cpr - No Frontiere", nella notte, le forze dell'ordine sarebbero entrate in assetto antisommossa per una azione punitiva contro i migranti messisi in contatto con l'esterno e da questo sarebbe nata la rivolta: vetri rotti, materassi incendiati, il tentato suicidio di un ragazzo marocchino, letti divelti per salire oltre il muro, cinque migranti scappati.
Dopo giorni di proteste e ancora polizia e/o carabinieri a menar botte, domenica scorsa, quando la notizia della morte di Enukidze arriva ai giornali, sul sito "nofrontierefvg" viene diffuso un video e una testimonianza registrata che negano ci fossero state risse tra migranti e descrivono le modalità con cui Vakhtang Enukidze sarebbe stato pestato, immobilizzato e portato via perché si rifiutava di rientrare in cella avendo perduto il cellulare. Questa la versione "antagonista" in un diario documentato giorno per giorno fino alla morte di Enukidze.
La federazione sindacale della polizia di Stato "al netto delle solite incaute accuse sull'operato degli agenti" chiede che "non si aspettino altri drammi. Servono protocolli chiari e garanzie per la sicurezza". I politici locali battibeccano attorno al nodo "Cpr": il presidente Fedriga, sceso dal palco di Maranello, dichiara al quotidiano il Piccolo che quanto è successo "è un motivo in più per potenziare la struttura. È la conferma che nel Cpr, al contrario di quel che dice la sinistra, non ci sono persone che perdono il permesso di soggiorno.
Quando il centro fu chiuso da Serracchiani gli ospiti avevano tutti dei precedenti penali" facendo finta di non sapere che, secondo normativa, i Cpr esistono esclusivamente per ospitare quegli extracomunitari che, non possedendo un documento amministrativo che permetta loro di soggiornare in Italia, sono in attesa si essere rimandati, prima o poi, nel loro Paese di origine. Sembra non ricordare, ancora, che la gestione dell'allora Cie di Gradisca, chiuso nel 2013 "gravemente danneggiato dagli ospiti", ha portato a processo, assieme al Consorzio appaltatore
"Connecting People", prefetti, viceprefetti, funzionari e dirigenti, con un ventaglio di ipotesi di reato che vanno dalla sovrafatturazione, alla truffa, alla turbativa d'asta, al concorso esterno in associazione a delinquere, e chi più ne ha più ne metta, riguardo una struttura dove agli ospiti veniva negato tutto, persino l'acqua.
Nel Cpr di Gradisca è entrato ieri pomeriggio, assieme al prefetto di Gorizia, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute: è lo stesso Mauro Palma che a dicembre scorso, a ridosso dell'apertura, aveva stigmatizzato la progettazione troppo claustrofobica della struttura e dichiarato "Ha le caratteristiche di un carcere di massima sicurezza più che da luogo di detenzione amministrativa". Fuori dalle spesse inferriate il deputato di +Europa Riccardo Magi che, dopo aver visitato il Cpr domenica aveva raccontato di "ospiti abbandonati, prostrati e qualcuno in evidente disagio, anche mentale" e Debora Serracchiani con la combattiva sindaca di Gradisca Linda Tomasinsig che già domenica sera aveva commentato "cronaca di una morte annunciata" chiedendo fosse fatta piena luce "sulla morte di una persona affidata allo Stato".
Mauro Palma ha dichiarato che si costituirà parte civile nel eventuale processo per quanto avvenuto a Gradisca. Vakhtang Enukidze è stato brutalmente percosso, questo è certo, sarà l'autopsia a definire le cause della morte, la magistratura a stabilire le responsabilità, ma questa tragedia ha squarciato il silenzio sui Centri che ospitano migranti. Il Governo, la Ministra Lamorgese, vorranno dire qualcosa?
di Daniela Fassini
Avvenire, 21 gennaio 2020
La morte in condizioni sospette di un migrante di origine georgiana nel Cpr di Gradisca d'Isonzo apre nuovi interrogativi sulle strutture. Picco di proteste e rivolte. L'Asgi: sono un buco nero.
Dopo le tre rivolte di Torino e la morte di un cittadino tunisino a Caltanissetta, c'è di nuovo un centro per i rimpatri sotto i riflettori. Si tratta del centro di Gradisca d'Isonzo, nel Goriziano, dove sabato scorso è morto un ragazzo straniero. L'ospite della struttura, Vakhtang Enukidze, un cittadino georgiano di 38 anni, si era sentito male sabato mattina nella sua stanza del Cpr. Il giovane era stato coinvolto in un pestaggio tra migranti avvenuto all'interno della struttura il 14 gennaio scorso. Nella rissa, sedata poi dalle forze dell'ordine intervenute con caschi, scudi e manganelli per riportare l'ordine, il ventenne aveva riportato lesioni che avevano richiesto il suo trasferimento in ospedale. Successivamente il giovane era stato dimesso, arrestato e processato per direttissima con l'accusa di lesioni, infine portato in carcere. Tornato al Cpr, le sue condizioni si sono aggravate tanto da richiedere un nuovo il ricovero. Ma una volta in ospedale, sempre a Gorizia, è deceduto.
C'è preoccupazione, intanto, sulla condizione delle persone detenute all'interno dei centri per i rimpatri. Soprattutto dopo le vicende delle settimane scorse. Fra cui, appunto, la morte "per cause naturali" di un giovane cittadino tunisino di 34 anni nel Cpr di Caltanissetta, per il quale il deputato Leu, Erasmo Palazzotto aveva auspicato la chiusura per le "condizioni igienico-sanitarie" e la "inadeguatezza strutturale del centro". Ma Palazzotto non è l'unico. Il deputato Radicali più Europa, Riccardo Magi, che ieri ha visitato il centro di Gradisca denuncia: "È peggio di un carcere per la totale negazione dei diritti dei detenuti: non ci sono spazi di socialità, dovrebbe essere prevista una mensa ma non è mai entrata in funzione. Sono delle gabbie con 200 telecamere. I Cpr devono essere chiusi, è da dieci anni che se ne parla ma non succede nulla, addirittura se ne aprono di nuovi".
Attacca il sistema anche Gianfranco Schiavone, presidente di Asgi (l'Associazione per gli studi giuridici sui migranti). "I Cpr? Un buco nero, un non luogo - spiega Schiavone - mettersi in contatto con un detenuto diventa un'impresa impossibile. Inoltre, il sistema non prevede alcun tipo di garanzia per gli "ospiti". Non hanno i diritti dei detenuti perché semplicemente non esiste una normativa chiara".
La Procura di Gorizia intanto ha aperto un fascicolo per il reato di omicidio volontario contro ignoti. Sul corpo della vittima del Cpr di Gradisca, dovrebbe essere compiuta l'autopsia per stabilire l'esatta causa della morte. Gli investigatori, starebbero visionando le immagini delle numerose telecamere che sorvegliano l'interno e l'esterno della struttura.
Critica l'associazione "No Cpr e no frontiere Fvg", secondo cui Vakhtang Enukidze sarebbe stato picchiato dalle guardie, martedì, intervenute dopo una rissa tra la vittima e un compagno di stanza. Gli attivisti hanno diffuso una testimonianza audio, raccolta telefonicamente, di un altro detenuto del Cpr, che avrebbe assistito al pestaggio. "È un caso su cui è bene che siano fatti tutti gli approfondimenti e che non sia in qualche modo archiviato tout court" ha affermato il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, al termine di un sopralluogo al Cpr di Gradisca. Il Cpr isontino è aperto da poco più di un mese e già tante sono state le proteste dei detenuti, le fughe e gli episodi di autolesionismo. Attualmente ospita 62 persone, tutte senza permesso regolare sul territorio italiano. "Stiamo lavorando per superare le criticità strutturali del Cpr che si sono evidenziate e siamo persuasi di concludere positivamente il percorso a breve" ha dichiarato il Prefetto di Gorizia Massimo Marchesiello.
di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi
La Repubblica, 21 gennaio 2020
In attesa di una svolta verde decisiva, le disuguaglianze sul pianeta aumentano. Perché, come spiega il saggio del sociologo Mario Salomone, coscienza ambientale e sociale coincidono.
L'anno concluso è stato, per molti versi, quello della coscienza ecologica, la copertina di Time dedicata a Greta Thunberg è solo la più recente conferma di un innegabile dato culturale e sociale. Sia chiaro: ciò non costituisce ancora una pur minima garanzia che la nuova sensibilità produca quel cambiamento radicale delle politiche ambientali ormai indifferibile. Ma può indurci a una più approfondita riflessione che, nel tempo lungo, non può non dare risultati tangibili sul piano delle scelte collettive e degli stili di vita condivisi. È importante, dunque, conoscere ed è essenziale farlo anche in una prospettiva storica. È quella che suggerisce Mario Salomone, nel suo ultimo libro Giustizia. Sociale e ambientale (Doppiavoce), tracciando una sintetica storia e un'efficace mappa delle diseguaglianze socio-ambientali. La svolta cruciale indicata da Salomone, sociologo dell'ambiente, è quella della metà del XVIII secolo, quando l'ingegnere scozzese James Watt, osservando le nuove macchine a vapore, scoprì uno spreco di lavoro meccanico potenziale. Le perdite di vapore costringevano la macchina a lavorare inutilmente e a non sfruttare per intero l'energia prodotta.
Watt brevettò quindi un sistema di trasmissione del movimento dei pistoni, passato alla storia come il parallelogramma di Watt, capace di rendere più efficiente quel sistema meccanico. Per Watt "il vapore era il primo esempio di Dio che si sottomette all'uomo", e non stupisce che Salomone riconduca - simbolicamente - la data di inizio dell'Antropocene (l'attuale era geologica profondamente condizionata dall'attività umana) proprio al giorno in cui l'inventore scozzese fece la sua scoperta. Salomone racconta di come questo miglioramento consentì un rapido sviluppo della macchina a vapore e un crescente utilizzo dei combustibili fossili.
In luogo di "Antropocene", altri autori hanno proposto di chiamare questo periodo Capitalocene, "individuando non tanto nella generica azione dell'homo sapiens, ma nel modo di produzione capitalistico", la vera causa dei radicali cambiamenti registrati sul pianeta. È una tesi motivata. Pensare alla questione ecologica come a una conseguenza dell'antropocentrismo (l'umanità, tutta, colpevole e la natura sua vittima) è diverso dal considerare la crisi ambientale come conseguenza dei rapporti di capitale, dove una parte dell'umanità è sì colpevole, ma l'altra parte ne è vittima.
"Il capitalismo - dice Jason W. Moore, colui che coniò il termine "Capitalocene" - è un regime ecologico, cioè un modo specifico di organizzare la natura". L'uomo ha piegato la natura al suo volere, è vero, ma quale uomo? Nel saggio di Salomone viene definito "debito ecologico" quel debito contratto dalle nazioni più ricche verso altri paesi, a causa dello sfruttamento delle risorse naturali, dei danni ambientali esportati e del libero utilizzo dello spazio in cui vengono scaricati i rifiuti. Da un'inchiesta del New York Ti mes emerge drammaticamente la questione del riciclo e smercio dei residui - in questo caso elettronici - dei paesi più ricchi verso i paesi più poveri, in particolare nel sud-est asiatico.
Secondo l'Onu ogni anno in tutto il mondo si producono circa 50 tonnellate di rifiuti elettronici e il cosiddetto e-waste, ossia lo smaltimento di apparecchi come laptop e telefonini, implica un processo di combustione che, se non viene fatto a temperature sufficientemente elevate, può provocare effetti dannosi per la salute. In Thailandia, scrive il New York Times, molti lavoratori presentano ferite e bruciature su tutto il corpo a causa delle sostanze prodotte dallo smaltimento di questi rifiuti. Lo scambio economico ineguale si traduce in uno scambio "ecologicamente" iniquo. Diseguaglianza che viene calcolata annualmente con l'Overshoot Day, il giorno in cui si può considerare esaurita la biocapacità del pianeta, ossia la capacità degli ecosistemi di rinnovarsi nell'arco di un anno e continuare quindi a fornire "servizi" indispensabili all'umanità. Per l'Europa l'ultimo Overshoot Day è caduto cinque mesi dopo l'inizio del 2019, ciò significa che per far sì che il cittadino europeo conservi il suo attuale stile di vita avremmo bisogno di 2,8 Terre.
In uno studio della Stanford University su come il riscaldamento globale ha aumentato le diseguaglianze economiche, Noah Diffenbaugh e Marshall Burke affermano che i cambiamenti di temperatura causati, dagli anni '60 a oggi, dalle crescenti contrazioni di gas serra nell'atmosfera terrestre "hanno arricchito paesi freddi come la Norvegia e la Svezia, mentre rallentavano la crescita economica in paesi caldi come l'India o la Nigeria". Per i ricercatori quindi, i paesi più poveri della Terra sono adesso molto più poveri di quanto lo sarebbero stati senza il riscaldamento globale.
Ad andare in crisi, oltre alla biodiversità e all'equilibrio climatico, secondo Salomone è l'idea che l'ambiente sia uno solo degli aspetti dello scenario mondiale, non il principale, il più urgente e il più drammaticamente ineludibile. Per l'autore di Giustizia. Sociale e ambientale, è irrinunciabile una conversione ecologica che orienti gli strumenti di sostenibilità ambientale verso le fasce più deboli della popolazione.
Ma tale conversione non può prescindere dalla costruzione di una sensibilità che richiama al proprio ruolo gli intellettuali, intesi nel significato più ampio di operatori della cultura, dei media, della formazione e dell'educazione. In tempi recenti lo scrittore Amitav Gosh ha sottolineato come la letteratura presti poca attenzione alla questione del cambiamento climatico, quasi che la narrativa potesse disinteressarsi del mondo del quale si nutre. La cultura e la scuola, dunque. Come scriveva nel 2009 il maestro elementare Franco Lorenzoni in Con il cielo negli occhi (Edizioni La Meridiana): "un'educazione ecologica comporta il tessere una parentela con animali e alberi, terra e acqua. E comporta l'ascolto di chi non ha parole per accorgerci della trama invisibile che lega la nostra vita al pianeta che abitiamo".
Vale la pena ricordare che, due secoli fa, Giacomo Leopardi nel suo Dialogo tra un folletto e uno gnomo, immaginava come quelle due creature fantastiche avrebbero sbeffeggiato l'uomo, scioccamente convinto che il mondo fosse stato creato solo per sé. E che "le stelle e i pianeti fossero moccoli da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far lume alle signorie loro". A proposito di cielo, ecco, per concludere un testo davvero ecologico: il critico letterario Franco Brevini ha pubblicato Il libro della neve (il Mulino), illustratissimo. È come buttarcisi dentro.
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