di Ornella Favero*
Il Riformista, 4 marzo 2020
Alla fine di luglio del 2006 nelle carceri italiane erano rinchiusi 60.710 detenuti, a fine settembre 2006 per effetto dell'indulto i detenuti erano 38.326, il picco più basso. Oggi i detenuti sono 60.791, abbiamo già superato il livello di guardia che aveva spinto la politica a decidere un rimedio così impopolare, ma anche così importante come l'indulto.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 4 marzo 2020
Un ragazzo di 15 anni finisce a terra, morto, dopo una tentata rapina con una pistola giocattolo a Santa Lucia, quartiere in agonia da decenni, da quando è finito il contrabbando di sigarette che lo aveva reso "la Fiat di Napoli". Da un lato i palazzi della burocrazia, i condominii borghesi, dall'altro il quartiere popolare, che arranca tra affitti ai turisti e disoccupazione cronica.
È l'alchimia della città che costringe a vivere vicini ricchi e poveri, magistrati e criminali, onesti lavoratori e disonesti, laureati e persone che a stento hanno un diploma di terza media. Tutti insieme a tifare Napoli negli stessi bar, a giocare a pallone nelle stesse piazze: figli della borghesia e figli della strada. Un'origine comune del proprio sentire che è svanita in quasi tutte le capitali occidentali e che invece a Napoli resiste, rendendola speciale: l'uomo si affanna a creare barriere ma poi ci pensano le strade e le piazze, l'accesso al mare e la comune minaccia del mansueto Vesuvio ad azzerare tutto, a rendere la vita fluida, vera, promiscua, comune.
Un ragazzo di 15 anni finisce a terra, morto, colpito da un carabiniere fuori servizio che doveva essere la "vittima" a cui sottrarre il bottino e che invece diventa il carnefice. Ugo Russo non sapeva che il 23enne a bordo della Mercedes e con il Rolex al polso era un carabiniere: come avrebbe potuto? Era Ugo a essersi travestito da cattivo; era lui a dover fare paura, anche se con una pistola giocattolo. Non poteva immaginare che si sarebbe trovato di fronte un carabiniere che avrebbe impugnato un'arma, che avrebbe sparato e ucciso.
Questa è una tragedia di cui Napoli è responsabile. Questa è una tragedia di cui siamo responsabili tutti noi che ci occupiamo e preoccupiamo di ciò che accade al Sud, di ciò che accade a Napoli. Questa è una tragedia che dimostra, senza possibilità di smentita, che abbiamo fallito ancora e che dobbiamo cambiare passo.
"Noi non siamo Gomorra!" sento ripetere all'infinito. Ma Gomorra è la descrizione di un sistema economico: quando manca tutto, investimenti, opportunità, istruzione, lavoro, risorse, imprese, quando le infrastrutture lottano con la perenne mancanza di fondi, lì c'è Gomorra. Gomorra non è sinonimo di camorrista; essere Gomorra non significa impugnare armi, minacciare, spacciare, uccidere. E non essere Gomorra non significa indignarsi, incazzarsi, ma lavorare per curare, non smettere di cercare l'antidoto al veleno, creare un sentiero, non il nulla, non la devastazione, non l'incuria, non le macerie.
Ugo Russo era iscritto a un istituto tecnico che non frequentava. Non si può a 15 anni, a Napoli, lasciare la scuola. Se lasci la scuola, in generale, avrai più difficoltà ad avere accesso a un lavoro dignitoso, ma se poi in un contesto economicamente depresso lasci la scuola, se a Napoli lasci la scuola, sei fottuto, perché perdi l'unica opportunità che avrai nella vita per non essere schiavo non solo delle organizzazioni criminali, ma soprattutto del lavoro nero e mal retribuito, schiavo di datori di lavoro senza scrupoli che approfittano della disperazione per pagare poco e pretendere tutto.
E dove non c'è lavoro, dove non ci sono opportunità, dove c'è dispersione scolastica, dove andare a scuola e istruirsi è considerato un lusso, o una perdita di tempo, dove non ci sono risorse per riportare a scuola i minorenni che decidono di abbandonare gli studi senza altra prospettiva, senza alcuna alternativa alla strada, proprio lì c'è Gomorra. E c'è nella peggiore delle derive possibili perché nessuno aveva mai pensato che oltre Gomorra potesse esserci qualcosa di peggio.
Chissà, mi sono chiesto, se di Ugo Russo si ricorderà qualche assistente sociale. Chissà se qualcuno si era premurato di capire perché Ugo avesse lasciato la scuola. E mentre scrivo so che, oltre alla famiglia, oltre agli amici, c'era chi pensava a Ugo, chi a Ugo ancora ci pensa e immagino non riesca a darsi pace per quello che è successo. L'Associazione Quartieri Spagnoli Onlus posta su Facebook una foto di Ugo impegnato, credo, in attività laboratoriali. Insieme alla foto c'è un verso straziante di Dietrich Bonhoeffer: "Oh, se sapessi dov'è la strada che torna indietro, la lunga strada per il paese dei bambini".
La foto ritrae Ugo bambino, quando tutto era ancora possibile. Prima di abbandonare la scuola, prima di crescere pensando che puoi solo ottenere strappando ad altri ciò che vuoi, perché altri strappano e strapperanno a te ciò che vogliono. E non ci accorgiamo che tutto questo è davvero troppo perché possa gravare su famiglie che non ce la fanno, su associazioni di volontari che aiutano perché sanno che manca tutto? Non ci accorgiamo che serve aiuto vero, costante, perenne? Sembra una banalità, ma dalle 8 del mattino alle 4 del pomeriggio, dai 3 almeno fino ai 14 anni bambini e ragazzi devono stare a scuola, perché solo standoci, vivendola, decideranno di non abbandonarla, di continuare quel percorso, che poi è l'unico che può generare emancipazione dai contesti più difficili. La conoscenza è un diritto che abbiamo, un diritto inalienabile e gratuito, un diritto a cui non dobbiamo rinunciare. Un diritto che dobbiamo pretendere e per cui dobbiamo lottare. La conoscenza è padre e madre di tutti i diritti.
Se non c'è conoscenza non esiste consapevolezza di ciò che siamo, di ciò che potremmo essere, di ciò che vogliamo o che non vogliamo essere. Senza conoscenza non c'è passato e non c'è futuro, ma solo le necessità del momento. Senza conoscenza siamo prede anche se ci travestiamo da carnefici. Quando finalmente daremo alla scuola l'importanza vitale che merita, con soldi veri e non parole, capiremo che pronto soccorso e ambulanze sono di tutti e che non vanno devastati, che vanno anzi presidiati, protetti, soprattutto oggi che stiamo tutti insieme vivendo un momento delicato per la diffusione del coronavirus. A Napoli c'è un sentire comune che però non ci consente di comunicare davvero. C'è diffidenza da un lato, paura dall'altro; manca una lingua comune che va cercata, imparata ed esercitata sui banchi di scuola.
Napoli è una città che ama guardarsi in uno specchio deformante per vedersi normale. Napoli è La cupa di Mimmo Borrelli, un capolavoro mostruoso, opera teatrale di un genio disperato. Napoli è città avvelenata, come la cava di Giosafatte 'Nzamamorte, dove tutti sono in guerra con tutti. Napoli è Giosafatte 'Nzamamorte e cioè un padre che non riesce a fare il padre, è città immobile anche se sembra in continuo movimento. Napoli è Maria delle Papere, ragazza ingenua, cieca, quasi ferina. Napoli è Tummasino Scippasalute, che rovina la vita degli altri solo perché è la sua vita a essere stata compromessa per prima e per sempre.
"Noi non siamo Gomorra" e mentre lo diciamo, abbiamo dimenticato cos'è Gomorra e quindi abbiamo dimenticato cosa non vogliamo essere: un cancro che si nutre del sangue dei suoi ragazzi e delle sue ragazze, e degli errori che non hanno soluzione.
di Alessandro Galimberti
Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2020
Che cos'è la giustizia? Un servizio reso ai cittadini o piuttosto un rito chiuso, autoreferenziale e "perfetto"? È un percorso con regole chiare e certe, o sono regole inintellegibili ai più e che assorbono anche il senso percorso?
Attorno a queste due domande, che possono apparire retoriche, ma non lo sono per nulla, si sta giocando - e ripensando - il futuro di tante professioni, non ultima quella dei giudici e degli avvocati. A spingere una rivoluzione silente, qui come in ogni altro ambito delle relazioni socio-economiche dell'era digitale, è la crescita esponenziale del machine learning e dell'intelligenza artificiale.
"Cosa si aspetta un consumatore quando acquista un trapano? Di praticare un foro nella parete, nulla più" sostiene Richard Susskind, professore a Oxford, consulente indipendente di studi professionali internazionali e governi nazionali, vero guru dell'AI (intelligenza artificiale) applicata al mondo di toghe e parrucche, recentemente ospite di Deloitte a Milano per dialogare con il mondo forense sul suo ultimo "Online courts and the future of justice".
E cosa si aspetta un cittadino che si rivolge alla giustizia? "Di risolvere il suo problema, nulla più" ribadisce Susskind per spiegare la disruption digitale che sta travolgendo e travolgerà sempre più il mondo delle Corti.
Anche perché il futuro è gia iniziato: ogni anno eBay gestisce 60 milioni di contenziosi tra utenti senza lasciare strascichi, senza ricorso a legali e senza mai varcare la soglia di un tribunale. Del resto quale tribunale?, considerato che la dematerializzazione dei contratti e la "a"-localizzazione digitale dei contraenti pone dei problemi enormi in tema di giurisdizione, prima ancora che di competenza territoriale.
L'esperienza del sito di scambi peer-to-peer forse più famoso e utilizzato apre lo scenario sulle Odr - le Online dispute resolution - evoluzione digitale delle Adr (Alternative dispute resolution). Oggi negli Usa e in Uk le Odr stanno diventando la regola, e non solo per motivi di celerità. "L'ambiente della rete ha sviluppato anche su temi giuridici un linguaggio semplificato, accessibile, condiviso" argomenta il professore oxfordiano, e forse non è un male se il cittadino capisce di poter esercitare i suoi diritti in piena consapevolezza (almeno apparente) e senza dover investire tempo e denaro in quantità incerte e sempre difficilmente prevedibili.
Perché tra l'altro, spiega Susskind, il 54% della popolazione mondiale (anche) per questi motivi non ha accesso al servizio giustizia (che peraltro nelle forme tradizionali ha costi non sempre e non da tutti affrontabili), mentre il restante 46% a volte ne rimane incagliato. A questo proposito, cita il professore britannico, in Brasile ci sono oggi 100 milioni di fascicoli giudiziari arretrati, in India sarebbero 30 milioni, ma anche in Italia - dato non citato da Susskind nelle sue presentazioni internazionali - secondo l'ultimo rapporto del Ministero giacciono 3,3 milioni di procedimenti civili e 2,7 penali, pur in sensibile recupero rispetto al passato.
La digitalizzazione delle dispute muove quindi su tre piani, alcuni dei quali già sperimentati e da lungo tempo in Inghilterra e Galles (con il Money Claim online del 2002): dalle Odr appunto - che rappresentano la prevenzione del contenzioso giudiziario, dispute avoidance - alla dispute containement (il ricorso al giudice specializzato) fino all'estremo, affascinante ma ancora acerbo utilizzo dell'algoritmo per la definizione dei processi, futuri ma anche passati (quelli pendenti).
Ma siccome lo sviluppo degli applicativi dell'AI ha una velocità ultrasonica, la questione di "arginare" la toga totalmente automatica va affrontata ora, senza dimenticare che un alleato potente alla dematerializzazione di corti e processi potrà essere (se già non lo è) la tecnologia blockchain. Contratti automatici, criptazione dei processi di formazione degli atti, totale "a"-territorialità degli accordi tra persone (o tra computer?) sembrano già spingere oggi verso una soluzione ineluttabile, dove la presenza di una giurisdizione "terza" - e cioè affidata agli Stati (che tra l'altro dal 1997 ad oggi hanno già perso tutta la partita dell'Internet 2.0, stravinta dagli oligopolisti di rete) - appare totalmente svincolata dalle stesse aspettative della generazione nativa digitale.
L'ultimo baluardo dl processo novecentesco, "fisico", rituale e professionalizzato probabilmente sarà - e neppure nella sua interezza - il processo penale, quantomeno nella forma solenne dei maestosi procedimenti per fatti di grande impatto sociale e, spesso proprio per questo, di grande rinomanza dei protagonisti. Una sorta di zona franca dove, più della performance dei dati, continuerà a prevalere l'idea di una giustizia che sappia essere equa e, entro certi limiti, anche innovativa.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezioni Unite penali - Sentenza 3 marzo 2020 n. 8544. Non tutti i condannati per concorso esterno in associazione di stampo mafioso possono invocare la sentenza europea "Contrada" per azionare la cosiddetta "revisione europea" della sentenza italiana o l'incidente di esecuzione della pena. Così le sezioni Unite penali della Corte di cassazione con la sentenza n. 8544/2020, depositata ieri, hanno risolto il dubbio giurisprudenziale sugli effetti dispiegati sul caso singolo dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Le decisioni "pilota" della Cedu - Le sezioni Unite penali affermano che due sono i presupposti per l'invocabilità in altre controversie di una pronuncia europea pronunciata su un caso italiano:
- l'essere stata definita nell'ambito della giurisprudenza sovranazionale come sentenza "pilota" e - il riscontro di una lacuna strutturale all'interno dell'ordinamento nazionale rilevata dal giudice europeo. In assenza di tali presupposti - spiegano le sezioni Unite - la via principale resta quella del rinvio pregiudiziale alla Corte costituzionale italiana. O la proposizione direttamente alla Corte europea dei diritti dell'Uomo della specifica vicenda.
Il reato in questione - Tornando alla vicenda concreta risolta con la sentenza di ieri, la Cassazione esclude l'applicazione estensiva della decisione del 2015 sulla causa Contrada contro lo Stato italiano "nei confronti di coloro, che estranei a quel giudizio, si trovino nella medesima posizione quanto alla prevedibilità della condanna per il reato di concorso esterno in associazione a delinquere di tipo mafioso, in quanto la sentenza non è una sentenza pilota e non può considerarsi espressione di una giurisprudenza europea consolidata". Non passa neanche l'argomento sulla prevedibilità della responsabilità penale di una condotta tenuta dall'agente affinché sia stata rilevata la sua antigiuridicità. Infatti, non basta invocare un'oscillazione giurisprudenziale per affermare l'incertezza di una fattispecie penale.
Il reato che viene in questione con la pronuncia delle sezioni Unite è frutto dell'incrocio tra l'articolo 416 bische istituiva un reato a sé per colpire le associazioni "mafiose" in Italia (voluto dai giudici antimafia di allora) e l'articolo 110 del codice penale che prevede la punibilità per chi concorre in un reato. Non si tratta quindi - come sostenuto dal ricorso - di un'illegittima elaborazione giurisprudenziale che ha codificato una fattispecie di reato.
Anche se gli orientamenti dei giudici non sono affatto privi di rilievo nell'applicazione del diritto e anzi la realizzano, anche s e non in maniera sempre univoca. E la stessa Corte europea dei diritti dell'Uomo - dando rilevanza al ruolo della giurisprudenza nella sentenza Contrada - indica il 1994 come anno spartiacque sulla ravvisabilità del reato di concorso esterno ed è l'anno della decisione sul caso Demitry risolto dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione: non alla condanna per fatti precedenti quell'anno.
di Valter Vecellio
Il Riformista, 4 marzo 2020
In piena facoltà, Signor Presidente, parafrasando Boris Vian - che pure si riferiva a vicende ben più tragica e terribili - le scrivo la presente, che spero leggerà. Anch'io ho ricevuto una cartolina, che "terra terra" mi dice che non sono un cittadino di questo Stato, come per svariate decine d'anni ho creduto d'essere; sono piuttosto un suddito di un'entità che mi considera solo per i doveri, e non mi riconosce diritto. È una storia non breve, Signor Presidente. Una storia che comincia nel lontano 1996. Si tratta di spese sostenute per una vicenda cominciata nel 1996. Quel giorno Erich Priebke, uno dei responsabili dell'eccidio alle Fosse Ardeatine, viene assolto da un tribunale militare; dopo la guerra si è rifugiato in Argentina. Il Centro Wiesenthal, specializzato nella caccia ai nazisti, lo rintraccia a San Carlos de Bariloche; un giornalista dell'americana "ABC", messo sull'avviso, lo intervista. Scoppia il caso: Priebke viene espulso, estradato in Italia.
Processato per il massacro alle Ardeatine, un tribunale militare lo assolve. Mezza città di Roma si ribella. Il tribunale per tutta la notte è come cinto d'assedio, fino a quando non interviene il ministro della Giustizia di allora, Giovanni Maria Flick; trova un marchingegno giuridico che consente di riprocessare Pribke; che alla fine di un lungo iter giudiziario è riconosciuto colpevole, condannato all'ergastolo (data l'età, lo sconta ai domiciliari). Per ragioni imperscrutabili Priebke ritiene chi scrive e l'allora capo della comunità ebraica Riccardo Pacifici, responsabili di quello che definisce un sequestro di persona.
Siamo assolti in primo, secondo, terzo grado. Per quello che mi riguarda, la storia finisce. Pago di tasca mia l'avvocato, non chiedo un centesimo di risarcimento: ne avrei avuto ribrezzo. Qui subentra il teatro dell'assurdo. Anni dopo i fatti si fa via l'Agenzia delle Entrate: bisogna pagare le spese processuali. Ho vinto, perché devo pagare? La risposta: "Priebke risulta nullatenente". E allora? "Allora lo Stato non può rimetterci: paga chi vince". Danno e beffa: "Se crede però si può rivalere nei confronti di Priebke".
Per farla breve: lo Stato non riesce a farsi pagare, si rivale sull'innocente; poi l'innocente se la veda lui con il colpevole. Ecco, Signor Presidente: da questa risposta, "Lo Stato non può rimetterci", ho cominciato a prendere coscienza che io - sia pure in parte infinitesima, non faccio parte dello Stato, non ne sono un piccolissimo membro. Io devo pagare, lo Stato, il "mio" Stato, non può rimetterci. Mi ribello; mi rivolgo a quelle istituzioni in cui ancora credevo; sollevo il caso mediaticamente. Qualcuno allora s'inventa un escamotage: un anonimo benefattore paga per noi. Non è vero: non c'è nessun anonimo benefattore. È una bugia, raccontata per metterci a tacere.
Quest'anno arriva una nuova ingiunzione; c'è anche da pagare una mora. Il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Beppe Giulietti si schiera al mio fianco; mi rivolgo ai presidenti di Senato e Camera, al ministro della Giustizia, ai leader di partito presenti in Parlamento; chiedo: è giusto quello che accade? Devo davvero pagare? Silenzio. Indifferenza.
Nel frattempo arriva la terza ingiunzione. A questo punto, mi arrendo. Vergognandomi come un ladro, pago. Sono stato accusato per qualcosa che non ho fatto; sono stato riconosciuto innocente; devo pagare al posto del colpevole: un criminale nazista condannato all'ergastolo per le Ardeatine. Mi brucia, non lo nascondo; ma più di tutto il silenzio, l'indifferenza di chi avrei voluto trovare al mio fianco e invece mi ha voltato le spalle. Ecco perché mi "dimetto" da cittadino, mi considero parte della folta legione dei sudditi di questo disgraziato Paese.
Colgo l'occasione per ringraziare Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica di Roma: volevano pagare loro al mio posto. Preferisco che quella somma sia dirottata verso qualche ente che assiste i membri più bisognosi della comunità. Ringrazio i colleghi che mi sono stati vicini. Assicuro che ricordo bene quanti hanno taciuto, voltato la testa senza muovere un dito. È un ricordo che porterò sempre con me. L'ultimo gesto è rivolgermi a Lei, Signor Presidente, che finora non mi sono sognato di scomodare, sapendola impegnata in cose molto più urgenti, necessarie, importanti. La mia vuol essere solo una notifica.
Da oggi nel mio studio campeggia, incorniciato, il modulo dell'"Agenzia delle entrate" che intima, pena il sequestro, di pagare 302 euro e 23 centesimi per le spese processuali sostenute.
Ora non chiedo più nulla. Non mi sento più cittadino con doveri che osserva (il pagare, per esempio le tasse al centesimo; credere che votare non sia solo una facoltà, ma anche un atto di rispetto verso le istituzioni); da oggi mi considero un suddito oppresso da una entità nemica. Vinto e preda di radicale amarezza; vittima di quello che ritiene essere un sopruso consumato in nome del popolo italiano. Mi scusi per il tempo che le ho sottratto. Le auguro buon lavoro e buona giornata.
di Daniela Borghi
La Stampa, 4 marzo 2020
Al via sopralluoghi della Protezione civile negli istituti penitenziari di Sanremo e Imperia, fino a La Spezia. Il sindacalista Fabio Pagani (Uilpa Pp): "Impedire contagio all'interno delle carceri". "Ieri la Protezione civile ha iniziato il sopralluogo negli istituti penitenziari della Regione Liguria, compresi Sanremo e Imperia, per l'installazione di tende mobili per il Triage sanitario riservato prevalentemente agli arrestati", dice Fabio Pagani, per la Uilpa, Polizia penitenziaria.
Aggiunge: "In seguito ai chiarimenti e alle indicazioni del Ministero della Salute e alla Circolare del Capo Dap Ministero della Giustizia, ribadiamo di non voler creare allarmi, ma chiediamo che non ci sia alcuna sottovalutazione del fenomeno e si faccia tutto il possibile per impedire l'arrivo nelle carceri del nuovo coronavirus, che sarebbe evidentemente devastante".
Nel frattempo, l'altro pomeriggio, a Sanremo, ha fatto ingresso un detenuto arrestato a Milano e trasferito in seguito ad ordinanza del Gip di Savona: è isolato sanitario in via precauzionale al Piano Terra (Nuovi Giunti) del carcere di Valle Armea "Ci auguriamo che il triage sia stato rispettato. Noi, sia come operatori sia come sindacato - conclude Pagani - siamo disponibili a fare la nostra parte con lo spirito di servizio e l'abnegazione di sempre, ma è necessario, appunto, che vi sia una regia istituzionale e univoca che si muova su solide basi scientifiche".
di Massimo Lensi*
Corriere Fiorentino, 4 marzo 2020
Caro direttore, ai tempi del Coronavirus può sembrare un'emergenza secondaria, ma quella dei nostri istituti penitenziari è una condizione che va messa ai primi posti della nostra attenzione sociale. La città - la sua comunità - è composta di vari e complessi elementi di fragilità sui quali l'attenzione delle istituzioni deve mostrare una particolare sensibilità: luoghi dove i diritti sono minori, e gli obblighi gravati da finalità imposte dalle leggi. Il percorso rieducativo del detenuto è forse il principale obiettivo su cui una società che desidera uscire dalla paura dell'altro dovrebbe investire. Un percorso che va di pari passo con la tutela dei suoi diritti. Mercoledì 4 marzo la Commissione Affari Istituzionali della Regione si riunirà, ormai per la terza volta, per indicare al Consiglio uno o più nomi scelti tra le numerose autocandidature a ricoprire il ruolo di Garante regionale dei diritti dei detenuti. Una figura importante che, terminato ormai da tempo il mandato di Franco Corleone, è ancora vacante nonostante i ripetuti appelli di numerose associazioni, tra cui Progetto Firenze.
La Toscana è una regione particolarmente complessa, gli istituti penitenziari sono numerosi e seri problemi non mancano. L'aspetto che più di altri richiede urgente attenzione è la sanità penitenziaria. Materia di cui è certamente competente Francesco Ceraudo, specialista e direttore per tanti anni dell'ospedale penitenziario di Pisa.
Conoscendolo personalmente sono convinto che opererebbe con la sua ben nota professionalità, aggiungendovi quell'umanità saggia che è patrimonio esclusivo di coloro che hanno a cuore il percorso rieducativo dei detenuti e ben conoscono le difficoltà dell'operare negli istituti di pena.
Invito, quindi, i Consiglieri a valutare con attenzione i profili dei candidati, scegliendo di procedere a questa importante nomina esclusivamente sulla base del profilo di professionalità e competenza specifica. Anche perché, come disse Honoré de Balzac, è soprattutto in prigione che si crede a ciò che si spera.
*Associazione Progetto Firenze
cagliaripad.it, 4 marzo 2020
I detenuti delle carceri di Oristano-Massama (287 per 265 posti), Cagliari-Uta (598 per 561) e Sassari-Bancali (469 per 454), superano il limite massimo consentito. A Badu e Carros, nel nuorese, i numeri sono in crescita e si avvicinano, con 293 presenze attuali, ai 381 posti disponibili.
"I dati diffusi dalla sezione statistica del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria continuano a presentare una realtà detentiva in sofferenza, soprattutto nelle sedi più grandi. Emblematiche le situazioni nelle case circondariali di Sassari e Cagliari, dove si registra peraltro un'alta percentuale di stranieri (rispettivamente 36 e 26%).
Non molto dissimile la condizione dei ristretti nelle case di reclusione di Oristano e Tempio Pausania, anche se in queste realtà il numero degli stranieri è poco significativo", afferma Elisa Montanari, presidente di Socialismo Diritti Riforme. "Le presenze numericamente più importanti di stranieri sono come sempre nelle case di reclusione all'aperto. In particolare a Is Arenas (72 su 86), Mamone (137 su 170) e Isili (37 per 77).
Registriamo il positivo arrivo a Sassari del nuovo direttore Graziano Pujia a cui facciamo gli auguri di buon lavoro, ma non possiamo dimenticare che i responsabili degli istituti in Sardegna sono solo 5. Permane quindi un forte disagio per gli operatori penitenziari, oltre che per le persone private della libertà, non potendo contare sulla presenza esclusiva e costante del responsabile della struttura. Il problema però non sembra interessare il Ministero che continua a non tenere nella giusta considerazione la realtà dell'isola", denuncia Montanari.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 4 marzo 2020
Era il 1988 quando Armando Punzo entrò per la prima volta nella stanza del carcere di Volterra assegnatagli dalla direzione per poter iniziare a fare teatro con i detenuti. Da allora e per oltre trent'anni, quasi ogni giorno, è entrato in quella ex cella di tre metri per nove dove è nata la Compagnia della Fortezza e dove sono nati spettacoli che hanno fatto la storia del Teatro-carcere, raggiungendo una dimensione che è andata ben oltre lo spazio originario. Trentasette opere rappresentate nei più prestigiosi teatri italiani ed europei, premi, riconoscimenti e, soprattutto, migliaia di spettatori.
"Un'idea più grande di me" autobiografia umana e artistica di Armando Punzo, nata proprio dal bisogno di indagare il perché di una scelta che lo ha portato a vivere tanto tempo "oltre il limite" e dall'esigenza di approfondire le sue implicazioni personali e politiche. Un'autobiografia insolita, composta da conversazioni serrate, durate otto anni, con Rossella Menna, scrittrice e studiosa di teatro, che alla fine assume il carattere di un romanzo di formazione sui generis, con due protagonisti che interpretano visioni della vita diverse e complementari.
Dopo una prima serie di incontri tenutisi nel 2019, gli autori hanno in programma un nuovo ciclo di venti presentazioni itineranti: prima tappa il 6 marzo a Firenze (ore 18:45), nella sala-cinema "La Compagnia" (via Cavour, 50).
"Un'idea più grande di me" sarà presentato con performance di Armando Punzo e Rossella Menna e un dialogo aperto con il pubblico. A seguire, la proiezione del corto "Liberi di creare- 30 anni di teatro della Compagnia della Fortezza" di Lavinia Baroni e Nico Rossi. Alla presentazione, promossa da Stefania Ippoliti, responsabile area cinema di Fondazione Sistema Toscana, parteciperanno, oltre agli autori, il Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, l'ex Garante dei diritti dei detenuti della Toscana, Franco Corleone, e la docente di Storia del teatro e dello spettacolo, delegata del Rettore dell'Università di Firenze, Teresa Megale.
dire.it, 4 marzo 2020
"Questo modulo ci lascia perplessi, e affronteremo il tema nel Consiglio dell'Ordine". Così l'avvocato Ercole Cavarretta, componente del Consiglio dell'Ordine bolognese, commenta la decisione di far sottoscrivere ai legali e al pubblico, per entrare nell'aula bunker del carcere della Dozza in cui si svolge l'appello del processo Aemilia, un'autocertificazione in cui si dichiara di non presentare i sintomi del contagio da coronavirus, di non "provenire o di non aver soggiornato, negli ultimi 14 giorni, in Paesi ad alta endemia o territori nazionali sottoposti a misure di quarantena" e di "non essere a conoscenza di aver avuto contatti" con persone contagiate.
Il documento, che come precisa la Corte costituisce "un provvedimento preso dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria", è stato contestato in aula da diversi legali, che lo hanno bollato come assurdo, evidenziando anche che "non garantisce che tra le persone che lo sottoscrivono non ci sia qualcuno contagiato".
Dunque, pur "apprezzando la decisione della Corte di rinviare l'udienza odierna al 18 marzo", che si pone anche in controtendenza "rispetto ad altre situazioni che viviamo a Bologna, evidenziate dall'Ordine degli avvocati (il riferimento è al fatto che in alcune aule del Tribunale si stanno tenendo le udienze nonostante, per i legali, non sia garantito il rispetto della distanza di sicurezza, ndr)", Cavarretta ribadisce che intende portare in Consiglio dell'Ordine la questione dell'autocertificazione. Anche perché, conclude, "mi sembra assurdo che solo avvocati e pubblico debbano sottoscriverla, mentre altri possono accedere liberamente".
Non solo aule di tribunale. il problema sulle misure contro il coronavirus si affaccia anche in carcere. A breve in Emilia-Romagna potrebbero arrivare strutture per controllare gli arrivi al di fuori dei penitenziari. "Siamo in contatto col ministero della Giustizia per valutare l'opportunità e la necessità di strutture di triage fuori degli istituti penitenziari", ha spiegato l'assessore regionale alla Protezione civile Irene Priolo. La Regione aggiorna anche il conteggio dei moduli al di fuori degli ospedali: sono 14 quelli installati finora.
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