di Valentina Stella
Left, 22 gennaio 2020
Un rapporto pubblicato il 21 gennaio dal Comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura (Cpt) fotografa una situazione molto critica delle nostre carceri sotto diversi punti di vista. Innanzitutto da quello del sovraffollamento: "La popolazione carceraria italiana totale ha continuato ad aumentare in modo progressivo. Il Comitato invita nel suo rapporto le autorità italiane a garantire che ogni detenuto disponga di almeno 4 mq di spazio personale vitale nelle celle collettive e ad adoperarsi per promuovere maggiormente il ricorso a misure alternative alla detenzione".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
Bonafede porta al vertice un piano per sveltire i processi ma restano le distanze con gli alleati. Era stato troppo ottimista, Giuseppe Conte, ieri mattina: "Confido che si possa trovare la piena condivisione. Ho riletto il progetto che metterà sul tavolo il ministro Bonafede, e mi sembra molto persuasivo".
Nel pomeriggio, quando con il Guardasigilli hanno incontrato a Palazzo Chigi gli esperti di giustizia dei partiti di maggioranza, ha capito che la condivisione non c'era. E continua a non esserci: sulla prescrizione abolita dopo la prima sentenza per volontà grillina e sui rimedi immaginati per renderla più digeribile agli alleati.
"Un processo senza fine è la fine della giustizia - dichiarava Matteo Renzi alla radio mentre i delegati di Italia viva discutevano con premier e ministro. Il lodo Conte non è una soluzione, inserire una distinzione tra assolti e condannati in primo grado viola i principi costituzionali". Negli stessi momenti, il segretario democratico Nicola Zingaretti aggiungeva in tv, rivolto ai Cinque Stelle: "Un grande Paese non si governa con le bandierine. Se non saremo soddisfatti nel punto di caduta noi faremo approvare la nostra proposta (che reintroduce la vecchia prescrizione, ndr), ma andremo fino in fondo per costruire una soluzione. Se sfasciamo l'attuale maggioranza ognuno se ne prenderà la responsabilità".
La maggioranza per ora non si sfascia, Conte invita a evitare strappi e al termine del vertice Pietro Grasso spiega, a nome di Leu: "La riunione è andata bene, ma il cantiere di lavoro è ancora aperto". Il ministro Bonafede gli fa eco: "Numerose sono le convergenze sulle misure per abbreviare i tempi. Rimangono alcune distanze sulla prescrizione; la distinzione fra assolti e condannati non è la mia proposta di partenza, ma ricordo che è stata già introdotta nella scorsa legislatura da qualcuno che adesso solleva profili di incostituzionalità".
Della riforma del processo penale presentata dal Guardasigilli (nella quale è inserito il "lodo Conte" che blocca la prescrizione in appello e Cassazione solo per i condannati) si continuerà dunque a discutere, e pure il pd Walter Verini sottolinea i passi avanti.
In effetti, a parte tempi più stretti e prefissati per le indagini e le varie fasi dei giudizi (al massimo cinque anni complessivi), ci sono novità procedurali studiate per accelerare i provvedimenti: dalla cancellazione dell'obbligo di ripetere alcuni atti quando cambia un giudice a processo in corso all'introduzione del giudice monocratico anche in secondo grado, passando per meccanismi che dovrebbero deflazionare le corti d'appello. I magistrati responsabili del mancato rispetto delle scadenze saranno passibili di procedimento disciplinare.
Resta però il nodo delle garanzie per gli imputati in caso di tempi sforati, che la deterrenza di ipotetiche sanzioni disciplinari non scioglie: un problema che contribuisce ad alimentare le divisioni sulla prescrizione. A parte Iv, anche Pd e Leu chiedono delle contromisure per i condannati (ma anche per le vittime dei reati) esposti al rischio "fine processo mai". L'ultima versione partorita dai tecnici del ministero della Giustizia prevede che se entro due anni dall'inizio dell'appello o uno dal ricorso in Cassazione non arrivano le sentenze, "le parti o i loro difensori possano presentare istanza di immediata definizione del processo".
A quel punto entro sei mesi deve arrivare un verdetto, ma tutti questi termini "possono essere definiti in misura diversa dal Consiglio superiore della magistratura in relazione a ciascun ufficio, con cadenza biennale, tenuto conto delle sopravvenienze e dei dati risultanti dai programmi di gestione". Vuol dire che la durata prefissata dei processi potrà avere un termine diverso da una città all'altra, a seconda del carico di lavoro e dell'organizzazione degli uffici giudiziari; una situazione che suscita perplessità nel Pd e in altre forze della maggioranza.
Andrà rivista insieme al resto della riforma, nella quale Bonafede ha introdotto anche un nuovo sistema elettorale del Csm (maggioritario a doppio turno) e il divieto di tornare nei ruoli della giurisdizione per i magistrati entrati in politica. "Un fritto misto indigesto", commenta Enrico Costa di Forza Italia, il quale aspetta di vedere quel che faranno i renziani la prossima settimana, a Montecitorio, quando si voterà il suo disegno di legge che ripristina la prescrizione prima della modifica varata un anno fa da Lega e Cinque Stelle. Che fu un errore anche secondo il vicepresidente del Csm David Ermini: "Anticipare la riforma senza una revisione di sistema è stato un punto di partenza sbagliato".
di Liana Milella
La Repubblica, 22 gennaio 2020
Un processo penale intero in soli 4 anni, e, entro due anni quando la riforma andrà a regime, addirittura in 3 anni. Per ora un anno in primo grado, due in appello e uno in Cassazione. E poi, tra due anni, un solo anno per ogni grado di giudizio. Quindi 3 anni. È questa la proposta che il Guardasigilli Alfonso Bonafede presenterà oggi al tavolo sulla giustizia iniziato a palazzo Chigi nel tardo pomeriggio. Una vera rivoluzione dei tempi che dovrebbe spegnere le polemiche sull'entrata in vigore della, prescrizione dopo il primo grado, ma solo per chi viene assolto.
Trenta pagine. Ultimate dal Guardasigilli in mattinata. Inviate ai partner della maggioranza poco dopo l'ora di pranzo. Prima del vertice sulla giustizia in programma per le 17. Contengono la nuova riforma del processo penale. Ecco i punti cardine.
Tempi del processo. Un anno in primo grado (ma c'è più tempo per i reati più gravi e nessun limite per quelli di mafia e terrorismo), due in appello, uno in cassazione. Ma il Csm, valutata la situazione di ogni ufficio in base al numero dei processi pendenti e sopraggiunti, potrà modificare la previsione. Regola che vale anche per gli illeciti disciplinari per punire i giudici "lumaca". Lì si potrà mettere sotto inchiesta disciplinare, ma anche in questo caso tenendo conto dell'ufficio in cui lavorano e del peso dei processi.
Prescrizione. Sarà bloccata dopo il primo grado ma solo in caso di condanna, con possibilità di riprenderne il corso se l'imputato è assolto successivamente. La prescrizione resta bloccata per due anni quando viene impugnata la sentenza di proscioglimento. Ma con possibilità di proroga di atri due anni.
Le notizie di reato. Saranno le procure a selezionarle seguendo il criterio di scegliere quelle più rilevanti e che hanno quindi diritto a una corsia preferenziale.
Stretta sull'appello. L'avvocato potrà presentarlo solo se dispone di uno specifico mandato del suo cliente rilasciato dopo la sentenza di condanna.
Cambio di un componente del collegio. Il processo va avanti e non è più obbligatorio riascoltare i testimoni già sentiti.
Appello. Se non viene fatto entro due anni il difensore ha diritto di chiedere che venga fissato subito.
Nuovo sistema di elezione del Csm. Il futuro Csm sarà composto da 30 componenti, 20 togati rispetto ai 16 attuali e 10 laici rispetto agli attuali 8. Bonafede abbandona il sorteggio. Il voto dei togati avverrà in 19 collegi che saranno definiti tre mesi prima dal ministero della Giustizia. Avverrà in due fasi. L'elettore avrà a disposizione tre preferenze. Sarà eletto al primo turno chi avrà ottenuto la maggioranza assoluta dei voti validi espressi. Se nessuno viene eletto si procederà con il ballottaggio tra i due che hanno ottenuto più voti al primo turno.
Prima ancora che cominci il vertice, da Firenze, dice il premier Conte: "Ho riletto il progetto che metterà sul tavolo il ministro Bonafede: mi sembra molto persuasivo e che tutte le misure proposte per accelerare i tempi della giustizia possano, nel complesso, garantire tempi più ridotti e quindi un servizio più efficiente a favore dei cittadini. Confido che si possa trovare finalmente la piena condivisione". A questo punto tutto dipenderà non solo dal Pd, ma soprattutto dai renziani di Italia viva che sembrano sempre di più fare sponda con Forza Italia e il responsabile Giustizia Enrico Costa, che ha appena presentato altri due emendamenti al decreto Mille Proroghe nel tentativo di bloccare la prescrizione "corta" di Bonafede (stop al suo corso dopo la sentenza di primo grado). Nel primo si chiede che la norma slitti di un anno e sei mesi rispetto alla sua entrata in vigore; nel secondo si chiede che il governo si impegni a presentare in tempi rapidi la riforma del processo penale. Anche Italia viva, sempre nel Mille Proroghe, chiede che la prescrizione slitti. E dopo quattro voti dei renziani sulla prescrizione (due astensioni e due voti contro il governo), in dissenso con il resto della maggioranza e d'accordo con Costa, c'è il rischio di un serio e definitivo incidente parlamentare che potrebbe avere conseguenze serie sulla stabilità del Conte Due.
L'occasione potrebbe già essere quella del voto sulla proposta di legge Costa - via la prescrizione di Bonafede - che cadrà la prossima settimana in aula alla Camera tra il 27 (discussione generale) e il 28 gennaio (voto in aula). Dove c'è il precedente dei renziani che già in commissione, una settimana fa, hanno votato a favore della Costa spaccando la maggioranza.
Il Pd, questa volta, guarda positivamente al vertice ed è intenzionato a chiudere la partita della giustizia. Dice Walter Verini, responsabile della materia per i Democratici: "L'ex ministro Giulia Bongiorno aveva definito la prescrizione di Bonafede "una bomba sul processo penale in assenza di tempi certi del processo". Ebbene, se questi tempi certi vengono ottenuti, e stiamo parlando di un processo che dovrebbe durare non più di 5 anni, avremmo raggiunto davvero un obiettivo epocale, e soprattutto la bomba atomica non esisterebbe più".
Certo, resta ancora il problema di quando far entrare in vigore la differenza tra condannati e assolti per la prescrizione, cioè il cosiddetto "lodo Conte". Considerato che la prescrizione riguarda soltanto i reati commessi dopo l'entrata in vigore della legge gli effetti si vedranno non prima di 3-4 anni. Ma, come dice lo stesso Verini, "conta anche il segnale politico". Quindi la soluzione, che però va verificata tecnicamente, potrebbe essere quella, ipotizzata dallo stesso Pd, di inserire la modifica della prescrizione per assolti e condannati subito nel decreto Mille Proroghe. Ma va verificata, cosa che sarà fatta nel vertice di oggi, la compatibilità tecnica della soluzione. Certo è che, anche in vista del voto in aula sulla legge Costa, far passare la differenza del meccanismo potrebbe risolvere i dubbi dei renziani ed evitare un problema alla maggioranza.
comune.modena.it, 22 gennaio 2020
Si avvia a conclusione il secondo premio letterario per i penitenziari italiani promosso da Comune, Ministero della Giustizia, Giunti, Bper Banca. Premiazioni il 20 febbraio. Prosegue, con la scrittrice Viola Ardone al carcere Sant'Anna venerdì 24 gennaio, il percorso della seconda edizione del premio letterario nazionale per le carceri "Sognalib(e)ro".
Diretto in collaborazione col Comune da Bruno Ventavoli, giornalista responsabile dell'inserto Tuttolibri del quotidiano La Stampa, il Premio è promosso dal Comune di Modena con Direzione generale del ministero della Giustizia - Dipartimento amministrazione penitenziaria, Giunti editore, e con il sostegno anche per la seconda edizione di BPER Banca.
La finalità esplicita di "Sognalib(e)ro è promuovere lettura e scrittura nelle carceri come strumento di riabilitazione, dando espressione compiuta all'articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana. Di particolare rilievo umano, culturale e sociale, il progetto consiste in un concorso letterario che prevede l'assegnazione di due premi, uno a un'opera letteraria valutata e votata dai detenuti, l'altro a un elaborato prodotto dai detenuti stessi, che potrà, essere pubblicato da Giunti editore.
Per la seconda edizione di Sognalib(e)ro sono stati individuati dal ministero della Giustizia 15 istituti, dove sono attivi laboratori di lettura o di scrittura creativi: la Casa Circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, quella di Modena, la Casa di Reclusione di Milano Opera, quelle di Pisa, Brindisi, Verona, Saluzzo, Pescara, Firenze Sollicciano, Napoli Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna; quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli.
Come già nell'edizione 2018, il Premio Sognalib(e)ro si articola in due sezioni. Nella Sezione Narrativa italiana (che comprende anche il Premio speciale Bper Banca), una giuria popolare composta dagli aderenti ai gruppi di lettura degli Istituti attribuisce il premio valutando il migliore di una rosa di tre romanzi: "La straniera", di Claudia Durastanti (La nave di Teseo, 2019); "Fedeltà" di Marco Missiroli (Einaudi, 2019); "Le assaggiatrici" di Rosella Postorino (Feltrinelli, 2018). La Giuria è composta da gruppi di detenuti in ogni istituto.
Ogni componente dovrà esprimere la preferenza attribuendo 3 punti al libro migliore, 2 al secondo e 1 punto al terzo. Ogni gruppo è seguito da un operatore incaricato, che raccolti i voti della giuria interna (sono stati complessivamente oltre 100 i lettori votanti) li trasmette al Comune di Modena.
Tutti i voti trasmessi riferiti alla medesima opera, sommati determinano il vincitore. Il premio consiste nell'invio di titoli scelti dall'autore a tutti gli Istituti partecipanti, accrescendo così il loro patrimonio librario. Lo scrittore vincitore, inoltre, potrà presentare il proprio libro nelle carceri partecipanti.
Nella sezione Inedito, invece, una giuria di esperti presieduta da Bruno Ventavoli e composta dal disegnatore satirico Makkox, con gli scrittori Barbara Baraldi e Paolo di Paolo affiancati da Antonio Franchini, editor Giunti, attribuirà il premio a un'opera inedita (romanzo, racconto, poesia) prodotta da detenuti o detenute sul tema "Ho fatto un sogno...".
La giuria sceglierà a maggioranza il miglior testo (tra i 62 presentati da 60 autori detenuti) esprimendo la valutazione con un giudizio sintetico. Il premio consiste nella donazione di libri alla biblioteca del carcere dove è recluso il vincitore, da parte della editrice Giunti.
Qualora i testi vincitori possiedano le caratteristiche necessarie, saranno pubblicati dalla medesima casa editrice in un'antologia tematica. Il Comune di Modena si riserva ulteriori iniziative di divulgazione dei testi in concorso, come pubblicarli con casa editrice civica digitale il "Dondolo", diretta da Beppe Cottafavi).
La partecipazione al Premio è stata aperta ai cittadini italiani e stranieri, comunitari ed extracomunitari, senza limiti di età, attualmente detenuti negli istituti penitenziari individuati dal Ministero della Giustizia. A ogni detenuto è stato consentito partecipare a una o a entrambe le sezioni.
La serata finale di Sognalib(e)ro con le premiazioni e la partecipazione dell'autore o dell'autrice vincitori si svolgerà a Modena il 20 febbraio al Teatro dei Segni in via San Giovanni Bosco 150, a cura di Bruno Ventavoli e del Teatro dei Venti.
In programma la lettura pubblica delle riflessioni e dei commenti dei detenuti che hanno votato le opere in concorso; la cerimonia di premiazione dei partecipanti alle due sezioni; la presentazione dello studio scenico sull'Odissea, realizzato dal Teatro dei Venti con alcuni degli attori detenuti della Casa Circondariale di Modena e della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia.
di Rita Bernardini
Il Riformista, 22 gennaio 2020
In quest'epoca di sdoganamento da parte dei rappresentanti della politica istituzionale dei peggiori sentimenti e comportamenti umani, ci tocca anche di apprendere la notizia che il Garante abruzzese delle persone private della libertà, il Prof. Gianmarco Cifaldi, abbia firmato un protocollo di collaborazione con l'università di Chieti e il direttore del locale carcere per "valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti ad un determinato stimolo", sperimentazione volta a "verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2020
Quattro Istituti nel mirino del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Un quadro sconvolgente quello dipinto dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) nel rapporto pubblicato ieri relativamente alle visite effettuate dal 12 al 22 marzo dell'anno scorso. Lo scopo della visita ad hoc del Cpt era di riesaminare la situazione dei detenuti collocati nei regimi di alta sicurezza, il regime speciale 41bis e prigionieri sottoposti a varie misure di isolamento e segregazione come l'isolamento (definito "anacronistico" dal comitato) imposto dal tribunale ai detenuti condannati all'ergastolo.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 22 gennaio 2020
"Fugit irreparabile tempus" ricordava Virgilio nelle Georgiche. A meno che. A meno che qualcuno particolarmente fortunato non si trovi tra le mani la boccetta con dentro l'elisir di lunga vita, la pozione tanto ricercata dagli alchimisti di ogni tempo. Qualcosa di simile all'ambrosia che pasceva gli immortali dei dell'Olimpo è stata trovata e dal primo gennaio nutre i reati commessi in Italia i quali - benché appena nati alle soglie di questo nuovo decennio - grazie alla riforma della prescrizione hanno in dote il gene dell'immortalità. O, quanto meno, della potenziale immortalità, visto che devono avere la possibilità di arrivare alla sentenza di primo grado, dopo di ché nulla potrà scalfirne la vita e per sempre. Per sempre si badi bene.
Ognuno dei reati appartenente a questa magica super razza geneticamente modificata potrà contemplare, con "olimpico" distacco è il caso di dire, le vicende degli uomini e dei processi. Potranno cambiare giudici e cancellieri, avvocati e pubblici ministeri, ma il novello Dorian Gray manterrà intatta la propria fresca giovinezza.
Mentre a invecchiare sarà inevitabilmente il suo sfortunato ritratto, ossia l'imputato costretto a fare i conti (anche economici) con un fardello immutabile e imperturbabile. E insieme a lui la parte offesa e lo Stato pure loro costretti a convivere anni con cittadini la cui innocenza o colpevolezza non è accertata in tempi ragionevoli. Ridotto all'osso è questo quel che accade quando il legislatore immagina di poter somministrare - in una macchina giudiziaria ai limiti del collasso - la pozione dell'eterna gioventù all'oggetto del processo, rendendone potenzialmente perpetuo il fine che è quello di accertare le responsabilità personali.
Sia chiaro nulla di trascendentale, accade già così per il processo civile (iniziato il quale, nulla lo arresta) di cui però è leggendaria nel mondo l'epocale durata e che distrugge una parte consistente del Pil nazionale e degli investimenti privati.
Solo che mentre il processo civile può, molte volte, restare compatibile con la sua tendenziale voracità temporale senza snaturarsi oltre misura, il nuovo modello penale divora i suoi figli in modo totale e senza scampo e, alla fine, vive per se stesso. Da Teodosio II - che nel 424 regolò la prescrizione e "l'usucapio libertatis" (lemma straordinario) - sino a Beccaria e oltre, tutti sono consapevoli che il fuggire del tempo affievolisce i diritti, quelli civili e quelli penali. Se così non fosse il costituzionalismo moderno non avrebbe dovuto coniare la categoria dei diritti fondamentali e di quelli inviolabili, ossia coesistenti a ogni persona umana e, come tale, imprescrittibili.
Ci sarebbe da chiedersi se possa la pretesa dello Stato di punire i colpevoli assurgere a questa dignità assoluta e comprimere ogni altro diritto inviolabile (la presunzione di innocenza) o principio costituzionale e convenzionale (la ragionevole durata del processo). Sembra questa, al di là delle convenienze dei singoli o delle corporazioni in gioco, la vera partita che si sta disputando nei lunghi tempi supplementari che la riforma Bonafede, malgrado ogni scomposta polemica, ancora garantisce alla politica prima che il nuovo regime produca i propri effetti. Il ché rende il dibattito meno urgente, e come ha autorevolmente chiarito il professor Giorgio Spangher sulle pagine di questo giornale, consente di provvedere a quel reset della discussione che è indispensabile per affrontarla in modo serio.
Ci sarà un'altra occasione per discutere delle ragioni per cui i reati si prescrivono e su chi ne tragga vantaggio, ma ora è il momento di riportare i punti di vista nell'alveo dei principi generali per attuare quella ragionevole ponderazione degli interessi che la Consulta indica come imprescindibile faro e dovere dell'azione legislativa. Come in tutte le partite serie occorre evitare il doping e non pensare di vincere somministrando al reato pozioni magiche e frettolosi elisir che gli consentano di correre più a lungo e di vivere, se occorre, in eterno. In Italia gli unici reati imprescrittibili sono quelli puniti con l'ergastolo, e la sentenza di primo grado non appare una fatto processuale idoneo per equipararvi la costruzione abusiva di un balcone.
di Antonio Martusciello
Il Riformista, 22 gennaio 2020
A distanza di più di settant'anni dall'entrata in vigore della Carta costituzionale appare quanto mai attuale il contenuto dell'art. 21 a tutela della libertà di espressione e dell'informazione. Il riferimento, poi, nel richiamato articolo, a "ogni altro mezzo di diffusione", consente di estendere ad ampio raggio la portata del principio costituzionale, elemento essenziale nell'equilibrio tra i pesi contrapposti della democrazia. Il demos sociale e politico, per realizzarsi concretamente, richiede un contesto fondato su un concetto di libertà non completamente illimitato, ma che sia basato sull'informazione, intesa - secondo l'insegnamento aristotelico - come strumento di accesso ai meccanismi di controllo del potere.
Oggi però, nell'era digitale, con il passaggio dalla carta stampata ai bit, si delinea un panorama in cui le notizie sono sì libere, ma anche disordinate, disorganizzate e non filtrate. Il cittadino si affida, non al miglior risultato in termini di attendibilità, ma a quello che ottiene più successo, popolarità e collegamenti da altri siti o pagine social, con la conseguenza di consegnare la "verità" alla Search Engine Optimization, ovverosia a un motore di ricerca, o ad altri sofisticati strumenti; diversamente i giornali sembrano aver subito una profonda trasformazione: da attivi "veicolatori" della realtà a soggetti passivi, dipendenti dagli algoritmi.
Del resto, i rapporti di forza tra operatori online e quelli tradizionali sono inevitabilmente mutati. Non solo perché gli algoritmi sono in grado di orientare il successo di una notizia, ma anche perché, in questo sistema, gli editori, che distribuiscono le proprie news all'interno della piattaforma, rischiano di veder crollare la notorietà del "brand" della propria testata giornalistica in favore di quello dell'intermediario attraverso il quale viene presentata la notizia. Il problema riguarda quindi la composizione del mercato e la sua sostenibilità. La progressiva difficoltà a "diffondere" contenuti di qualità da parte dei media tradizionali accresce sempre più il potere della Rete.
Il crollo dei ricavi editoriali non comporta solo un problema di ordine economico e finanziario, ma può rappresentare una criticità per l'intera società civile. Infatti, una delle forme più pericolose di annichilimento è la censura "per moltiplicazione": quando cioè si annegano le notizie in un contesto di informazioni irrilevanti. È anche questo il meccanismo che dobbiamo contrastare: la Rete non può incarnare quel "Funes el memorioso" che disdegnava Borges, quell'uomo che, pur ricordando tutto, è bloccato dalla sua incapacità di selezionare e di buttar via.
Per arrestare questo declino, potrebbe essere utile prendere atto concretamente del ruolo dei new media e immaginare una sorta di "news quality obligation" a loro carico, pur se sotto la supervisione di un regolatore: migliorare la comprensione dell'origine degli articoli e l'affidabilità delle notizie. D'altra parte, in un sistema dove i cittadini sono esposti a un overload informativo, le fonti tradizionali diventano un faro. Sostenerle appare dunque essenziale. Certo la progressiva riduzione, fino alla totale abolizione dall'annualità 2023, introdotta dalla legge di bilancio 2020, delle sovvenzioni all'editoria non agevolerà un settore già in crisi, ma porrà anche in discussione il ruolo che si vorrà dare al bene pubblico "informazione".
Possiamo rimanere inermi e lasciarlo nelle mani di un mercato, ormai alla mercè dei meccanismi pubblicitari imposti dai Big Tech? In questo senso, uno scossone ci arriva da Oltreoceano, nel messaggio trasmesso dal Washington Post, nell'ultima edizione del Super Bowl. Lo spot recitava "quando andiamo in guerra, quando la nostra nazione è minacciata, c'è qualcuno che racconta i fatti a ogni costo", mentre scorrevano le foto di cronisti catturati o uccisi durante l'esercizio della loro professione, ciò a dimostrazione dell'importanza del ruolo dei giornalisti nella ricerca delle notizie, anche a rischio della propria vita.
Ecco che allora se "la democrazia muore nell'oscurità", dobbiamo combattere quel rumore di fondo, quel brusio che confonde le nostre idee. Come affermava Alexis De Tocqueville, "la stampa è per eccellenza lo strumento essenziale della libertà" e allora un plauso e un forte incoraggiamento va proprio a questa testata, Il Riformista, che, portavoce di libertarismo e garantismo, incarna quella necessaria esigenza di giornalismo di qualità, elemento fondamentale di ogni democrazia.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 22 gennaio 2020
L'incontro dell'Osservatorio Informazione giudiziaria dell'Ucpi insieme alle Camere penali di Milano, Roma e Napoli, per ragionare sulla nascita del processo mediatico.
"Il processo mediatico tra diritto di cronaca e presunzione di innocenza" è il titolo del convegno organizzato dall'Osservatorio Informazione giudiziaria dell'Ucpi insieme alle Camere penali di Milano, Roma e Napoli, e moderato dal giornalista Alessandro Barbano. Se il contesto istituzionale dell'evento è la decisione di qualche mese fa del Procuratore capo di Napoli Giovanni Melillo e del suo omologo di Milano, Francesco Greco, di permettere ai giornalisti di avere parte degli atti giudiziari "di rilievo pubblico" - espressione alquanto contestata perché arbitraria - tali però da non danneggiare il segreto istruttorio, il contesto più popolare lo ricorda l'avvocato Cesare Placanica, presidente dei penalisti romani: nel caso Meredith Kercher "il ribaltamento dalla sentenza di condanna di primo grado aveva provocato quasi dei tumulti popolari; le pietre e gli insulti non li indirizzavano agli imputati né agli avvocati ma ai giudici, cioè si ribellavano alla mancata conferma nella sede propria del giudizio popolare", spesso alimentato dalle distorsioni mediatiche della narrativa processuale.
La genesi del processo mediatico è caratterizzata da due elementi: la pubblicazione dell'ordinanza cautelare, in cui, come sottolinea Melillo avviene quello 'scambio moralè in cui la magistratura "o gli avvocati di parte civile passano le carte confidando in una rappresentazione dei fatti" a loro favorevole; e la conferenza stampa di procure e forze dell'ordine verso cui lo stesso Melillo ha manifestato la sua "idiosincrasia perché si rischia di scivolare in una eccessiva enfasi", accompagnata dalla "convinzione che l'ufficio del pubblico ministero debba fare un passo indietro sul versante della visibilità mediatica" anche "per tessere le fila di un nuovo rapporto con l'avvocatura fondato sulla condivisione di alcuni principi".
Per Greco invece "il problema non è se dare l'informazione ma come darla" e polemizza con le Camere Penali: "da parte vostra non è mai arrivata in tal senso una proposta, a meno che non sia quella del silenzio assoluto che sarebbe ridicola". Inoltre per il Procuratore "il processo mediatico sfugge al dominio del pubblico ministero o degli avvocati perché è un problema che riguarda le logiche dell'informazione". Se fosse così, ma non lo è, potremmo sperare in una coscienza istituzionale dei giornalisti - obietta Barbano ad Enrico Mentana - "per cui non la quantità di notizie né la concorrenza rappresentino i nostri valori bensì la capacità di indipendenza"?
Per il direttore del Tg La 7, "se in un mondo etico decidiamo ad esempio di non fare il nome del politico interessato da un provvedimento giudiziario poi però non possiamo garantirci che altri non lo facciano". E a Mentana, che ha paragonato la stampa ad un lavandino dove arrivano dai rubinetti le notizie, ha risposto il professor Luca Marafioti: "il perverso rapporto tra il lavandino e la magistratura, ossia il rubinetto, ha dimostrato che il lavandino, trasformando e ripetendo le notizie che dal rubinetto arrivano, ha alimentato una sorta di fastidio verso i ritmi del processo, verso la nozione di prova, ha confuso la notizia investigativa con il giudizio".
Una risposta è giunta anche dal professor Ennio Amodio: nella rappresentazione di Mentana "è come se il giornalista fosse vittima di questa esondazione di notizie e non potesse fare niente; ma noi sappiamo che non è così, noi sappiamo che la notizia è lavorata, che la notizia può essere presentate in mille modi, sappiamo che c'è una saldatura molto netta tra ciò che fa la Procura e ciò che pubblica il giornale".
Invece per Carlo Verna, Presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, che ha ricordato il nuovo protocollo sottoscritto con il Cnf "quando arriva una notizia dobbiamo capire se ha una rilevanza sociale; non c'è solo l' azione penale obbligatoria, c'è anche la pubblicazione obbligatoria di notizie che hanno rilevanza pubblica e noi dobbiamo rispondere a questa logica: questa è la nostra via maestra. I nostri paletti sono il rispetto della verità e il rispetto della persona e in questo vado incontro alle esigenze del professor Amodio".
Giusto, tuttavia, come ha sintetizzato il presidente dei penalisti milanesi, l'avvocato Andrea Soliani, "secondo uno studio dell'osservatorio informazione, tutti i contributi della stampa che attengono alla fase dell'indagine sono nella quasi totalità contributi colpevolisti. E ciò potrebbe andare ad influenzare i giudici del dibattimento e i testimoni". Sempre sul versante delle molteplici conseguenze del processo parallelo a quello dell'aula giudiziaria si è espresso l'avvocato Giorgio Varano: "il processo mediatico costante contro i condannati" è una delle cause "della mancata approvazione della riforma dell'ordinamento penitenziario nel 2018", così come "la vicenda terribile della strage di Viareggio ha comportato una tale terribile enfatizzazione da mettere in discussione il tema della prescrizione.
È partito tutto da quando i reati di lesione e incendio colposi sono stati prescritti". Ci vorrebbero però delle risposte culturali ha detto l'avvocato Ermanno Carnevale, presidente dei penalisti napoletani: "il vero antidoto non è solo normativo - rispondendo a chi proponeva un intervento del legislatore o dei consigli disciplinari - ma è culturale; occorre costruire una cultura del linguaggio condivisa perché non ci sono leggi che possono risolvere il problema della descrizione di una vicenda giudiziaria; l'obiettivo, salvo il diritto dovere di informare, dovrebbe essere quello di utilizzare un linguaggio che non leda la dignità delle persone, a prescindere dal ruolo che si ricopre".
Ma la questione è anche politica come evidenziato dall'avvocato Luca Brezigar per cui "per molti politici, dinanzi al giudice arriva per forza un colpevole, non avendo loro né conoscenza delle regole processuali né cultura delle garanzie".
A concludere l'incontro l'avvocato Paola Savio, il cui intervento breve ma pungente potrebbe rappresentare la chiave di lettura di un prossimo incontro sul tema, dove la prudenza lasci il posto alla reale raffigurazione della situazione e definisca seriamente le responsabilità di un fenomeno dilagante - quello della gogna mediatica - dato sfortunatamente per scontato: "ciascuna figura chiamata in causa ha il suo ordine, è vero che cane non mangia cane ma finiamola con questa farsa.
Laddove ci sono delle regole, queste potrebbero essere implementate a livello ordinistico. Non dobbiamo dimenticare quei profili disciplinari che probabilmente potrebbero colpire di più, in più breve tempo e molto meglio quelle sciagurate occasioni in cui il diritto di difesa e soprattutto il principio di innocenza viene vituperato: i talk show imperversano, ogni venerdì (riferendosi ad una nota trasmissione televisiva che si occupa di cronaca nera, ndr) - siamo assolutamente profanati nella nostra intelligenza nel vedere determinate ricostruzioni".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 gennaio 2020
Il caso a L'Aquila: la battaglia per garantire i rapporti con il papà con serenità. Nelle sale colloquio per i detenuti al 41bis, non di rado si verificano le scene più penose: bambini in tenera età che - staccati dalla madre che non può accompagnarli - piangono, urlano, scappano dal padre che non hanno mai visto o non riconoscono più.
Per ovviare a questo problema, prima della famosa circolare del Dap che ha uniformato le regole per tutti gli istituti che ospitano il 41bis, ai detenuti del Carcere di L'Aquila era consentito acquistare qualche dolciume e qualche giochino da portare a colloquio per intrattenere i minori. Questi beni venivano ovviamente controllati e privati della confezione così da scongiurare qualsiasi possibilità di veicolare messaggi all'esterno. Queste autorizzazioni concesse dalla direttrice si erano rivelate fondamentali per un detenuto al 41bis, il quale grazie ai giochini è riuscito pian piano ad intrattenere la sua piccola di 3 anni dal suo lato, a non farla piangere, a creare con lei un contatto e ad invogliarla a tornare da lui.
Sì, perché lei è nata quando il padre era già al 41bis. Dunque, ha conosciuto il papà all'interno del carcere e lo ha vissuto esclusivamente in detto contesto. Non è stato facile per i due instaurare un minimo rapporto essendo fondamentalmente due sconosciuti. A ciò si aggiunge il fatto che la piccola, per raggiungere il padre, deve compiere delle ore di viaggio.
Ma poi accade che la direzione del carcere emette il divieto dello scambio di dolci. Il motivo è da ritrovare nella circolare del Dap dove si evidenzia che "i generi, dolci e giocattoli acquistati per i figli e familiari saranno trattenuti al magazzino fino alla consegna, che verrà effettuata dal personale preposto a conclusione del colloquio visivo o per invio tramite pacco alla famiglia". Ciò ha creato un vero e proprio trauma.
Il venir meno di tale autorizzazione, proprio in questo momento in cui è consentito ai minori stare con il genitore per tutta la durata del colloquio, ha minato profondamente non solo la serenità dello svolgimento del colloquio stesso ma anche la serenità del rapporto tra padre e figlia. La bambina, infatti, nell'ultimo colloquio effettuato, ha profondamente risentito della spiacevole novità, annoiandosi dopo pochi minuti dall'ingresso dal lato del padre, chiedendo di tornare dalla madre o addirittura a casa prima della fine delle due ore di colloquio consentite.
Per questo motivo il legale del detenuto al 41bis, l'avvocata Nicoletta Ortenzi del foro de L'Aquila, ha fatto reclamo e l'ha vinto. "Come si può pretendere, infatti - ha scritto l'avvocata Ortenzi nella memoria del reclamo, che una piccina di soli tre anni resti per due ore sola con il padre, visto peraltro così di rado, in uno spazio ridottissimo ed asettico, senza la madre e senza avere alcun intrattenimento se non il padre stesso che, nel contempo, dovrebbe anche effettuare il colloquio con i familiari al di là del vetro? Come si può pretendere che una bambina così piccola, anche tornando dalla madre, riesca a sostenere due ore di colloquio senza potersi distrarre ed intrattenere con nulla?".
L'avvocata ha voluto sottolineare soprattutto che l'infanzia dei figli dei detenuti al 41bis non ha tutela. Un colloquio, tra l'altro, che avviene in un ambiente già angusto. "Minare e ostacolare il buon andamento di questo incontro, che già avviene in modo innaturale, appare davvero crudele ed ingiusto", ribadisce l'avvocata Ortenzi.
Il magistrato di sorveglianza ha accolto il reclamo, il Dap ha fatto ricorso, ma è stato respinto. Il tribunale di sorveglianza de l'Aquila, tra le motivazioni, ha evocato le osservazioni della Corte costituzionale: le compromissioni dei diritti nel regime del 41bis sono costituzionalmente legittime soltanto se serve a escludere contatti dei detenuti con il gruppo criminale di riferimento. Tutto il resto, quindi, sono misure afflittive inutili.
Ancor di più se distruggono la serenità dei fanciulli. Da ora in poi, grazie all'avvocata Ortenzi che opera nello studio legale aquilano di Barbara Amicarella, Benedetta Di Cesare e Gianluca Monopoli, almeno i bambini possono ridurre il trauma con lo scambio dei dolci e giocattoli.
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