di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 6 marzo 2020
Quanto è spesso il soffitto di cristallo? Un rapporto Onu presentato in queste ore dal Development Programme (Undp) ci dice che quasi il 90% degli esseri umani del pianeta nutre un pregiudizio nei confronti delle donne. Il Gender Social Norms Index, pubblicato oggi, contiene dati da 75 Paesi e copre l'80% della popolazione.
Nonostante i progressi compiuti per ridurre il gap fra uomini e donne il 91% degli uomini e l'86% delle stesse donne coltiva tuttora almeno un elemento di "pregiudizio" verso l'universo femminile in relazione alla politica, all'economia, all'educazione, alla violenza sessuale. In totale risulta che un 80% del campione è convinto che gli uomini siano leader politici migliori delle donne, un 40% che siano meglio al vertice del business e un 28% addirittura che sia accettabile per i mariti picchiare le mogli. "Sono numeri che io considero scioccanti - ha commentato Pedro Conceicao, funzionario Onu e responsabile del rapporto - Vi sono progressi in molte realtà di base nella partecipazione e dell'empowerment delle donne, ma in altre continuiamo a sbattere contro un muro".
La politica - Gli uomini e le donne si recano alle urne nelle stesse percentuali ma poi gli eletti sono in maggioranza maschi. Solo il 24% dei parlamentari nel mondo è di sesso femminile, su 193 capi di governo le donne sono dieci. Le donne sono pagate meno nel mondo del lavoro. "Il più grande furto della storia" come lo ha definito Anuradha Seth, consigliera per il programma di sviluppo delle Nazioni Unite. Nelle 500 compagnia di S&P solo il 6% dei Ceo sono donne.
Il 2020 segna il 25simo anniversario della Piattaforma di azione approvata a Pechino, l'agenda più visionaria sull'empowerment delle donne che si ricordi. L'Undp si appella ai governi e alle istituzioni perché varino delle politiche per cambiare questi pregiudizi discriminatori e accrescere la consapevolezza delle persone.
Ristretti Orizzonti, 6 marzo 2020
A causa dell'emergenza coronavirus, seguendo le disposizioni del decreto firmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri il 4 marzo 2020, è annullata la mostra "Nel mezzo del cammin di nostra vita...", ultimo appuntamento della rassegna "TuttiDiritti - Carcere, Legalità, Persone" previsto dal 14 al 29 marzo nel Palazzo Banca d'Alba ad Alba.
di Antonella Rampino
Il Dubbio, 6 marzo 2020
I Decreti Salvini, eliminando l'accoglienza e opponendosi all'integrazione, hanno ampliato la zona d'ombra nella quale vivono 600mila migranti.
Viviamo in tempi in cui è la neopresidente della Commissione europea a correre sul luogo in cui l'Europa di Ventotene muore, come ha sintetizzato efficacemente in un titolo Il Dubbio commentando lo scempio che contro i migranti inermi avviene da parte del governo ultraconservatore greco con un "ringraziamo il governo di Atene che fa da scudo ai confini europei". Scudo, ha detto proprio così. Tutti sperano che le parole di Ursula Von der Leyen siano - oltre che la manifestazione di una leadership incongrua - solo sfuggite in una situazione di emergenza.
Ma purtroppo è probabile che non sia così. Il grave è che la delfina di Angela Merkel dà voce a un malinteso diffuso, e nel suo caso a quanto pare addirittura da chi, come presidente di Commissione Ue, proprio non può consentirsi di ignorare i diritti dell'uomo, ivi compreso il diritto di asilo, che sono scritti e ribaditi in tutti i Trattati: come principi inderogabili in quelli istitutivi dell'Unione, e anche operativamente nel Trattato che regola il funzionamento del l'Unione, il Tfue che affida la difesa dei confini extra- Schenghen a precisi organismi comunitari e non agli eventuali sceriffi dei singoli Stati. Semmai, dalla presidente Von der Leyen ci si aspetterebbe che promuovesse una riflessione sull'applicazione dell'articolo 6 del Trattato di Nizza: quello che mette in mora qualunque Stato violi i principi fondanti dell'Unione (e che è stato recentemente fatto valere contro l'Ungheria di Viktor Orban per violazioni della rule of law). Ma appunto, il tema della "difesa dei confini" viene brandito qua e là, e anche da personalità da cui, per ruolo, livello sociale e cultura, proprio non ce lo si aspetta, o è per funzione dovuto proprio l'esatto contrario.
A inizio settimana sul Dubbio, Ginevra Cerrina Feroni ha lamentato che "lo Stato italiano" nel dopo- Salvini sia tornato a salvare i migranti in mare, e debba "ancora farsi carico del mantenimento, della salute, dell'identificazione e collocazione logistica". E per giunta, aggiunge, si annuncia pure una retromarcia sui "decreti sicurezza" di chi si è tanto adoperato "per difendere i confini italiani". Non vorremmo essere noi a ricordare che il decreto legislativo 300/ 99 che assegna i compiti ai ministri non prevede la difesa dei confini per quello dell'Interno (e nemmeno per altri, in verità), e tantomeno l'inequivoco articolo 10 della Costituzione italiana in materia di diritto d'asilo, oltre a numerose leggi e trattati internazionali che l'Italia ha sottoscritto, e che sono essi stessi leggi dello Stato.
Non vorremmo essere noi a ricordare che si tratta di semplici norme di civiltà, operative durante tutta la storia repubblicana, dalle quali solo l'apparizione del sovranismo e del populismo sulla scena politica italiana ha cercato di deviare, nella presa di distanza professata in ogni dove e con ogni mezzo, missive comprese, dal Capo dello Stato. Peraltro, il primo dei ricorsi per incostituzionalità dei "decreti sicurezza" è all'esame della Consulta giusto in questi giorni.
Ci limitiamo soltanto a farci venire un dubbio. Se è umano - troppo umano - l'istinto a chiudere porte e alzare muri ("Cancellare Schengen!" era stata l'immediata richiesta di Salvini, alle prime notizie del diffondersi Covid- 19), basta il semplice esercizio della razionalità per comprendere che è solo aprendo le porte della collaborazione tra le Nazioni e le comunità scientifiche, lasciando altresì libera la circolazione delle merci e delle persone non ammalate, che si può evitare il diffondersi di isterie e psicosi, continuando intanto a frenare l'espandersi dell'epidemia di un nuovo virus. Ma con un dubbio, appunto: i decreti Salvini, eliminando le strutture d'accoglienza, opponendosi per legge all'integrazione, hanno ampliato la zona d'ombra nella quale in Italia si calcola vivano circa 600mila migranti. Siamo sicuri che la loro condizione di emarginati e di clandestini, ai sensi della Bossi- Fini che proprio per questo andrebbe abolita, sia nell'interesse nazionale, nell'interesse degli italiani e non semplicemente di chi lucra posizioni di potere sulla paura?
Chiudere il mondo a chiave, buttare a mare i migranti o sparar loro addosso non si può. In situazioni complesse, non si può essere emotivi né dar sfogo alla meschinità: si può solo essere razionali. Non solo l'Italia ma l'Europa tutta dovrebbe mettersi al lavoro per un serio piano di immigrazione, a flussi controllati. Non è compassione, è interesse degli europei. Lo dicono i dati demografici, di forza lavoro, e pure di bilancio. Quanta integrazione si sarebbe potuta fare, aiutando la convivenza civile, con quei miliardi dati ad Erdogan perché tenesse in Turchia i 3 milioni e mezzo di rifugiati che oggi usa come arma di ricatto?
di Andrea Nicastro
Corriere della Sera, 6 marzo 2020
La procuratrice capo della Corte Penale Internazionale dell'Aia ha avuto l'autorizzazione che chiedeva da tre anni per indagare su casi sospetti di omicidi di massa, stupri e torture. Ma non sarà facile. Si può indagare sui militari americani? E sulla Cia? Accusare Washington di crimini di guerra? Di violazione dei diritti umani? Si può questionare il comportamento del "gendarme del mondo"?
La Corte Penale Internazionale dell'Aia, ieri, ha deciso di provarci. La Procuratrice capo Fatou Bensouda ha avuto l'autorizzazione che chiedeva da tre anni. Rovesciando l'orientamento precedente della stessa Corte, ora potrà indagare su casi sospetti di omicidi di massa, stupri e torture che inducono a puntare il dito contro le forze talebane (e, fin qui, nessuno aveva fatto obiezione), contro il legittimo governo afghano (che è tra i firmatari della Convenzione che ha istituito la Corte nel 1998) e anche contro (ecco la novità) le forze armate degli Stati Uniti d'America. Se la ghanese Bensouda riuscisse a portare alla sbarra qualche accusato a stelle e strisce, sarebbe una prima volta assoluta.
Nel caso del caccia americano che tranciò i cavi della funivia del Cermis uccidendone i passeggeri, nei casi di violenza sessuale sull'isola giapponese di Okinawa, nelle guerre, nelle rivoluzioni, nei colpi di Stato che hanno visto gli Usa protagonisti, mai nessun americano è stato giudicato da tribunali stranieri. Washington ha sempre invocato la giurisdizione esclusiva sui propri cittadini.
E lo farà di sicuro anche in questo caso, opponendosi in ogni modo alle indagini. La reazione a caldo del segretario di Stato Mike Pompeo è stata esplicita: "Si tratta di un'azione sconsiderata da parte di un'istituzione politica mascherata da organo giudiziario". Il sogno di un mondo in pace regolato da un governo mondiale sembra scomparso, gli Stati più forti non si curano più dell'Onu e non riconoscono l'autorità della Corte. Il processo potrebbe trasformarsi in uno spettacolo di antiamericanismo o magari in uno show di giustizia internazionale che manca da troppi anni. Un nuovo inizio. O l'inizio della fine.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 6 marzo 2020
L'Aia, una data storica. Secondo il Tribunale di appello della Corte penale internazionale le vittime - afghane e non solo - potranno forse trovare giustizia. "La procuratrice è autorizzata a iniziare un'inchiesta sui presunti crimini compiuti sul territorio afghano a partire dall'1 maggio 2003, così come su altri presunti crimini legati al conflitto armato in Afghanistan". Le parole pronunciate ieri all'Aja dal giudice Piotr Hofmanski, presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, segnano una data storica: le vittime - afghane e non solo - di crimini di guerra e contro l'umanità potranno forse trovare giustizia.
Per il Dipartimento di stato Usa, però, si tratta di "un'azione scioccante presa da un'istituzione politica mascherata da organismo giuridico". Un attacco durissimo, quello del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che l'anno scorso già aveva deciso di negare il visto degli Stati uniti alla procuratrice capo della Corte, Fetou Bensouda.
La decisione della camera di Appello della Corte ribalta il giudizio della camera di pre-dibattimento, che lo scorso aprile aveva respinto la richiesta, avanzata dalla procuratrice Bensouda nel novembre 2017, di aprire un'inchiesta sui crimini commessi in Afghanistan. Secondo le indagini preliminari condotte per quasi dieci anni, c'erano prove sufficienti per credere che tutti gli attori del conflitto - forze afghane, americane, anti-governative - avessero compiuto crimini di guerra o contro l'umanità, dalle torture agli abusi sessuali, dalle uccisioni indiscriminate di civili agli omicidi extra-giudiziari. Ma i giudici della camera di pre-dibattimento dell'Aja hanno sostenuto che aprire un'inchiesta non sarebbe stato "nell'interesse della giustizia": l'inchiesta avrebbe potuto naufragare, a causa della riluttanza a cooperare del governo afghano e dell'aperta ostilità del governo degli Stati uniti. La procuratrice Bensouda ha così fatto appello e, dopo le testimonianze dei primi di dicembre, incluse quelle dei rappresentanti delle vittime, ieri è arrivata la decisione: la giustizia vada avanti. Contano le prove accumulate, non i presunti esiti dell'inchiesta.
La sentenza è stata accolta con entusiasmo dagli attivisti e attiviste della società civile, in particolare da quelli che fanno parte del Transitional Justice Coordination Group, un movimento che raccoglie una ventina di associazioni locali che si battono per la giustizia in Afghanistan. Preoccupa invece il governo di Kabul, che ha sottoscritto lo statuto di Roma nel febbraio 2003, aderisce dunque alla Corte penale, pur avendo adottato nel 2008 una legge di amnistia e avendo scelto l'impunità come politica istituzionale.
Fa letteralmente infuriare, infine, il governo degli Stati uniti, che non aderisce alla Corte, e che anzi considera le sue attività una minaccia alla propria sovranità e sicurezza nazionale. Da qui, la reazione del segretario di Stato Pompeo, che ieri ha dettato un comunicato ufficiale: l'inchiesta va contro gli sforzi di pace e "gli Stati Uniti faranno di tutto per proteggere i propri cittadini da questa cosiddetta corte, fuorilegge".
di Massimiliano Nespola
Il Dubbio, 6 marzo 2020
Il caso Zaki desta notevole preoccupazione nell'opinione pubblica: l'Egitto, non da oggi, attua una feroce repressione dell'opposizione con ogni mezzo e il caso Regeni, ancora irrisolto, lo testimonia in pieno. In quale direzione può orientarsi l'impegno dell'Italia e dell'Europa, che ripudiano la guerra, che condannano la pena di morte, i trattamenti disumani e degradanti, che si pongono a difesa dello Stato di diritto? Ne parliamo con l'on. Giuliano Pisapia, europarlamentare membro della Commissione esteri e della sottocommissione per i diritti umani a Strasburgo.
On. Pisapia, qual è l'approccio - e, verrebbe da chiedersi, lo stato d'animo - della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo al caso Zaky?
In un mondo in cui le violazioni dei diritti umani sono purtroppo in continuo aumento, il ruolo della commissione esteri e della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento Europeo è sensibilizzare l'opinione pubblica e la comunità internazionale anche su gravi casi specifici. È importante monitorare la politica estera europea affinché siano rispettati i principi e i valori dei Trattati fondativi. Per chi crede nella democrazia e nello stato di diritto è fondamentale impegnarsi senza tregua per il rispetto dei diritti umani, ovunque. In questi primi mesi di impegno a Bruxelles, ho preso atto del fatto che le risoluzioni e le condanne del Parlamento Europeo contro soprusi dei diritti umani sortiscono qualche effetto solo se accompagnate da azioni concrete sul piano commerciale e da minacce di riduzione degli aiuti economici. Certo, non sempre si raggiungono gli obiettivi auspicati ma non dobbiamo mai scoraggiarci. Alle sconfitte seguono spesso vittorie del diritto e dei diritti sulla violenza e sull'autoritarismo. Condizionando l'apertura del mercato comune europeo al rispetto dei diritti umani, l'UE riesce a proiettare a livello globale i valori su cui si fonda.
Per esempio?
L'Uzbekistan è un paese poco conosciuto e affetto dalla piaga del lavoro minorile forzato. Fra i primi produttori di cotone al mondo, l'Uzbekistan nel 2011 ha firmato un'intesa commerciale con l'UE, mercato fondamentale per le sue esportazioni. Il Parlamento Europeo si è rifiutato di ratificare l'accordo in attesa che il governo uzbeko collaborasse con l'Organizzazione Internazionale del Lavoro e approvasse leggi contro il lavoro forzato e il lavoro minorile nelle piantagioni di cotone. Cinque anni dopo, l'agenzia ONU per il lavoro ha certificato la completa abolizione del lavoro minorile e un netto calo del lavoro forzato. In pochi mesi, è seguita la tanto agognata ratifica da parte del Parlamento Europeo che ha riconosciuto lo sforzo ratificando un accordo fondamentale per l'economia uzbeca.
Quali ritiene che possano essere gli effetti della vicenda di Zaki sulle relazioni tra Europa ed Egitto?
Purtroppo, temo che la vicenda non sortirà grandi effetti. La forza dell'Unione Europea è condizionata dalla sua unità e quando si tratta di paesi cruciali come l'Egitto, gli Stati membri commettono l'errore fatale di agire in solitaria. Tendiamo a dimenticare che la nostra rilevanza internazionale è molto limitata se raffrontata a quella dell'Ue che parla a nome delle 27 nazioni che la compongono. Tanto più che la politica commerciale, strumento sentito anche dai regimi più sordi, è materia di competenza esclusiva europea. I governi nazionali - si pensi alla grandeur francese- spesso credono che i singoli interessi strategici differiscano da quelli europei. Ma muovendoci in ordine sparso, siamo poco efficaci e screditiamo l'azione europea. L'UE è dotata di un'ottima rete diplomatica e della forza negoziale che discende dalla ricchezza del mercato unico. Sarebbe ora di metterle a frutto, abbandonando gli egoismi nazionalisti e cercando mediazioni alte con i nostri partner europei.
Questa vicenda contribuisce a tener alta l'attenzione sulla storia di Giulio Regeni. Il nostro Paese ha avuto pazienza, ma il caso non è stato risolto. Quali passi potrebbero contribuire a fare giustizia?
Serve un deciso cambio di rotta non solo diplomatico ma anche economico. I pozzi egiziani di gas naturale hanno importanza strategica? Sicuramente sì e sono oltre 130 le aziende italiane che hanno interessi in Egitto che si traducono in lavoro e fatturato in Italia. Ma i commerci e l'economia non possono prescindere dal rispetto dei diritti umani, dai valori della nostra Costituzione e dagli obiettivi di politica estera. Un peggioramento delle relazioni economiche con l'Egitto ha sicuramente un costo ma credo che sia arrivata l'ora di assumerselo. Nello scorso esercizio di bilancio, l'UE ha sostenuto lo sviluppo in Egitto con fondi per un totale di 1,3 miliardi di euro. Dovremmo rivedere queste cifre e lavorare di concerto con l'UE e i suoi Stati membri anche per fermare la vendita di armamenti.
Ritiene che la repressione attuata dall'Egitto rappresenti il sintomo di una regressione delle libertà democratiche al suo interno? Oppure che sia causata dall'estremo tentativo di un sistema politico di reggersi, a fronte di una accresciuta consapevolezza delle libertà democratiche da parte del popolo?
Sono convinto che l'attuale repressione in Egitto non abbia nulla a che fare con una regressione culturale interna. Non dimentichiamo che la cittadinanza egiziana si è resa protagonista di un grande sforzo democratico, animata dal desiderio di libertà durante la Primavera Araba. Credo invece che la causa della repressione sia imputabile all'ossessione di uomini violenti che esercitano il potere con la violenza e il disprezzo per lo stato di diritto.
Il caso Zaki è solo quello più conosciuto; in Egitto - e non solo - la repressione del dissenso avviene con il carcere e con mezzi anche crudeli. Preoccupa che anche gli avvocati e i magistrati siano a rischio, in contesti simili. In qualità di giurista, lei come commenterebbe questa situazione?
L'arresto di avvocati e magistrati è di estrema gravità e purtroppo comune a tanti paesi. Si pensi alla Turchia, all'Iran, alla Russia e alla Cina. Ma non è un problema che ci vede solo spettatori. Assistiamo all'estensione di questo fenomeno anche in Ungheria e Polonia, parte integrante dell'UE, ove è stata abolita l'indipendenza della magistratura, uno dei tre pilastri dei sistemi liberal democratici. Imbavagliare gli avvocati e asservire i magistrati cancella le basi della democrazia e apre le porte alle barbarie.
di Laura Cappon
Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2020
Lo studente egiziano dell'università di Bologna è stato portato nel penitenziario di Tora, dove è passato il foto giornalista Shawkan e dove è morto l'ex leader dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi. Tra due giorni il tribunale deciderà se allungare di altri 15 giorni la detenzione per Zaki, come già avvenuto una prima volta il 22 febbraio.
Marize è una ragazza minuta dai capelli corvini. È seduta in un caffè alla moda di New Cairo, quartiere trendy della capitale egiziana. Il suo sguardo parla da solo: dallo scorso 7 febbraio, quando suo fratello Patrick Zaki è stato arrestato all'aeroporto cairota, le sue giornate sono diventate un incubo. "Quel giorno lo stavamo aspettando agli arrivi, ci ha telefonato mentre era ancora sull'aereo dopo essere atterrato. Poi ha richiamato e ci ha detto che qualcosa non andava" racconta. "Dalle 4 del mattino all'una di notte del giorno dopo abbiamo aspettato all'aeroporto, cercando di capire. Alla fine abbiamo scoperto che era stato preso in custodia dalla sicurezza nazionale e che non si trovava più là ma a Mansoura". In quelle 21 ore, mentre scompariva dai radar senza poter contattare nessuno, Patrick è stato torturato dagli uomini dell'intelligence del Ministero dell'Interno.
Dopo aver cambiato due stazioni di polizia, quella di Mansoura e quella di Talkha, e essere passato dal carcere di Mansoura Patrick ora si trova nel penitenziario di Tora, sempre al Cairo, il più duro in Egitto, dove sono stati reclusi l'ex leader dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi, il foto giornalista Shawkan e dove stanno scontando la pena tantissimi attivisti politici. Un passaggio che fa diventare in maniera conclamata il suo caso politico. Il 7 marzo il tribunale deciderà se prolungare per il giovane studente egiziano la custodia cautelare di altri 15 giorni, come già avvenuto una prima volta il 22 febbraio. "Le accuse per noi sono spaventose, come è possibile, fino a ora non riusciamo a capire perché è successo questo, e perché proprio a lui" insiste la sorella.
Il caso di Zaki, che dallo scorso settembre studiava all'Università di Bologna, ha mobilitato l'opinione pubblica europea che ha collegato immediatamente la vicenda al caso di Giulio Regeni, lo studente di Fiumicello trovato morto il 3 febbraio del 2016 nella periferia del Cairo dopo essere scomparso nel nulla per 9 giorni. Le vicende sono diverse ma la cornice in cui si sono svolte è sempre la stessa: ossia la draconiana repressione del presidente egiziano Adel Fattah el-Sisi. Al Cairo, a poche centinaia di metri dalla storica piazza Tahrir, c'è la sede dell'EIPR, (Egyptian Initiative for Personal Rights), l'organizzazione dove Patrick lavorava. All'interno degli uffici ospitati in un grande appartamento stile liberty, gli attivisti studiano la strategia per liberarlo ma sono consci che non sarà facile.
Il team legale ha sporto querela per le torture subite da Zaki e soprattutto sta cercando di fare chiarezza sui verbali di arresto, secondo i quali il giovane sarebbe stato arrestato a Mansoura l'8 febbraio e non all'aeroporto del Cairo il giorno precedente.
"Abbiamo chiesto alle autorità dell'aeroporto di fornirci filmati delle telecamere del 7 febbraio, e non quelle relative all'8 come viene riportato dai verbali della polizia", spiega Hoda Nasrallah, l'avvocato a capo del team legale dell'EIPR. "Siamo andati a recuperare il fascicolo relativo al caso dai servizi di sicurezza nazionale, ma siamo riusciti ad avere solo il numero del caso, e non i contenuti dell'ordinanza. Speriamo di ottenerli non appena inizierà il processo davanti al tribunale". Senza i documenti del caso è impossibile anche capire quali siano i post di Facebook sui quali si basano le accuse.
Non è chiaro ancora se siano stati presi davvero dal profilo di Patrick o da un profilo fasullo. "In un paese che rispetta i diritti umani non importerebbe che cosa ha scritto sul suo profilo" spiega Gasser Abdel-Razek, presidente dell'EIPR. Ma in questo momento in Egitto basta la condivisione di un qualsiasi video di attualità per finire nel mirino e gli avvocati lo sanno. "Chiaramente Patrick è vittima dell'ennesimo giro di vite che è seguito alle proteste antigovernative di settembre" afferma un suo collega. "L'opinione pubblica europea ha reagito subito perché si sente colpevole di quello che è successo a Giulio Regeni e perché nessuno è mai stato punito".
Disporre delle carte con cui la magistratura egiziana ha costruito le accuse è l'unico modo per poterle decostruire. Le autorità egiziane lo sanno e per questo tardano nella consegna dei faldoni. A Mansoura, cittadina a 150 chilometri dal Cairo i genitori del giovane studente si erano trasferiti in pianta stabile nella casa di famiglia per poter visitare loro figlio ma ora torneranno nella capitale. Per ora hanno deciso di non rilasciare più dichiarazioni sino alla prossima udienza fissata per il 7 marzo. Wael Ghally ha lavorato al caso nelle prime settimane prima di passare il testimone a un suo collega che collabora con gli altri 3 avvocati dell'EIPR.
Dal suo ufficio al pianterreno di una strada soffocata da palazzi abusivi sostiene la campagna internazionale sperando che aiuti a fare pressioni sulla presidenza egiziana. Anche se tra alcuni attivisti si teme che il clamore suscitato dal caso possa invece portare il governo egiziano a essere ancora più duro. "Se si continua a tenere alta la pressione si potrebbe mirare alla grazia presidenziale" aggiunge. Il braccio di ferro tra gli avvocati e la magistratura egiziana continua, ma come spiega Hoda Nasrallah "a livello legale non ci sono motivi per cui Zaki debba essere tenuto in custodia cautelare. Purtroppo il suo rilascio non è ancora avvenuto".
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 6 marzo 2020
Jihad in Africa. Sequenza dei attacchi firmati Boko Haram con decine di morti. Il senatore e attivista Shehu Sani denuncia "il silenzio e l'inerzia delle autorità". Non accenna ad esaurirsi la spirale di violenze sta colpendo gli stati settentrionali della Nigeria. È di 14 morti (8 poliziotti e 6 militari) e circa 50 feriti il bilancio di un attacco avvenuto questo mercoledì nel nord-est della Nigeria, a Damboa, vicino al confine con la foresta di Sambisa, rifugio del gruppo jihadista Boko Haram. Secondo quanto riporta la stampa locale "l'esercito ha respinto l'attacco dopo due ore di combattimento durante le quali i miliziani hanno utilizzato armi pesanti e missili".
Morti che si aggiungono alle oltre 55 vittime di altri due attacchi, avvenuti tra domenica e martedì, in una serie di attentati simultanei contro i villaggi dello stato settentrionale di Kaduna. "Un gruppo di cento uomini armati, sospettati di appartenere a formazioni jihadiste e a bande specializzate nel furto di bestiame e nei rapimenti, ha attaccato i villaggi di Kerawa, Zareyawa e Marina nel distretto di Igabi, sparando sui residenti, saccheggiando e bruciando case" ha dichiarato il portavoce della polizia di stato Mohammed Jalige all'Afp.
"Finora sono stati trovati 50 corpi, ma la cifra non è definitiva e probabilmente aumenterà poiché le operazioni di recupero sono ancora in corso" ha affermato il governatore regionale, Nasiru El-rufai, durante una visita sui luoghi presi d'assalto. "I banditi hanno attaccato i villaggi mentre i fedeli lasciavano le moschee dopo la preghiera, sparando e colpendo a caso" ha aggiunto.
Violenze e attacchi che, secondo il quotidiano The Punch, sono una risposta alle operazioni militari in corso contro i nascondigli di banditi e gruppi jihadisti nella vicina foresta, una ritorsione contro gli abitanti dei villaggi colpiti "perché colpevoli di aver fornito informazioni sui loro nascondigli ai soldati".
Già lo scorso febbraio 21 persone, tra cui 16 membri della stessa famiglia, erano state uccise in un attacco simile contro il villaggio di Bakali nel vicino distretto di Giwa, dopo che le autorità nigeriane avevano affermato di aver ucciso "250 persone tra banditi e miliziani jihadisti del gruppo terroristico di Ansaru, affiliato a Boko Haram" in un'operazione di polizia nelle foreste dello stato di Kaduna. Non sono mancate le polemiche delle opposizioni nei confronti del presidente Muhammadu Buhari che ha rilasciato una dichiarazione sugli attacchi, esprimendo dolore per le uccisioni e preoccupazione sullo stato della sicurezza nel Paese.
Il senatore dello stato di Kaduna, Shehu Sani (attivista per i diritti umani e presidente del Congresso dei diritti civili della Nigeria) ha denunciato "il silenzio e l'inerzia delle autorità di fronte all'insicurezza che sta devastando il nord, la parte più povera del Paese", sottolineando il sentimento di abbandono delle popolazioni. "Omicidi e rapimenti sono diventati comuni negli stati di Kaduna, Katsina, Zamfara, e Borno - ha aggiunto Sani - i governatori del Nord continuano a nascondere la testa nella sabbia, temendo di opporsi al governo federale e di adottare misure indipendenti per proteggere il loro popolo".
"Il paese deve trovare al più presto una soluzione riguardo al problema della sicurezza - ha dichiarato Atiku Abubakar, principale oppositore e leader del Partito democratico del popolo (Pdp) -, è assolutamente necessario lottare per contenere le insurrezioni islamiste nel nord-est, i conflitti etnici tra pastori nomadi fulani (musulmani) e contadini (cristiani) e i gruppi militanti nel delta del Niger a sud-est". Una guerra "quotidiana" che, secondo un recente report di International Crisis Group, ha causato oltre 35mila vittime in dieci anni, spinto più di 2 milioni e mezzo di profughi ad abbandonare le proprie case con oltre 700 attacchi contro civili nel solo 2019.
di Rocco Cotroneo
Corriere della Sera, 6 marzo 2020
Intervistata dal medico tv in prima serata, la transessuale Suzy de Olivera è stata sommersa poi di lettere e richieste di visite da tutto il Paese. Una trans reclusa in un carcere maschile, in Brasile, il peggior posto al mondo dove finire in galera e soffrire umiliazioni e violenze legate alla propria diversità. Senza ricevere una sola visita di un amico, o un parente, da otto lunghi anni. Quando il medico tv Drauzio Varella, che è andato a trovare Susy per un reportage tv, l'ha infine abbracciata dopo una intervista emozionante, l'effetto è stato immediato.
Un tam tam sui social e la transessuale simbolo della solitudine è stata sommersa dal calore dei brasiliani: decine di richieste al carcere di San Paolo per andarla a trovare, e centinaia per inviarle un messaggio, o una lettera. Il dottor Drauzio Varella - che pure qui era già assai famoso come divulgatore scientifico al pari di un Piero Angela - anch'egli coperto di messaggi e complimenti per il gesto. Una società insomma, quella brasiliana, che sta passando per un momento difficile sul piano dei diritti civili a causa delle politiche reazionarie del governo di Jair Bolsonaro; ma che in questa vicenda sembra riallinearsi su un aspetto importante della sua anima nazionale, quello della tolleranza generosa.
Il servizio, mandato in onda in uno dei programmi più visti della tv Globo, alla domenica sera, raccontava con gli occhi del dottor Varella, una vita da volontario nelle prigioni, come vivono i 700 detenuti transessuali nelle carceri maschili dello stato di San Paolo. Violenza, abbandono e umiliazioni sono il destino riservato in carcere a queste donne intrappolate in corpi maschili, soprattutto all'inizio della detenzione, o quando non è possibile riservare loro delle sezioni separate. Susy de Oliveira Santos, 30 anni, racconta che solo dopo quattro anni di reclusione, quando ha finalmente ottenuto un lavoro, è riuscita ad evitare di doversi prostituire per qualunque cosa, da un tubetto di dentifricio a qualcosa di decente da mangiare.
Ma i lunghi anni di isolamento dalla società avevano reso Susy un fantasma, là fuori non c'era più nessuno che si ricordasse di lei. "Quando mi ha detto che da sette o otto anni non riceveva una visita ho visto una tristezza nel suo sguardo tale che è stato impossibile non emozionarmi", racconta Varella. "È stato spontaneo alzarmi e abbracciarla. Solo dopo che il servizio è andato in onda mi sono reso conto di quello che avevo fatto, e mi ha stupito tanta ripercussione, come se fosse assurdo abbracciare un altro essere umano".
A quel punto la direzione dei penitenziari di San Paolo è intervenuta su Twitter, indicando l'indirizzo per mandare lettere a Susy. Varella ha ammesso che è stata accesa la discussione sull'opportunità o meno di mandare in onda in un programma per famiglie in prime time un tema così scottante. "Poteva scatenare una ondata di indignazione, perché in Brasile su questi temi esistono forti pregiudizi. Invece l'effetto è stato totalmente l'opposto". Sempre lo stesso reportage ha fatto scattare una colletta nazionale per aiutare finanziariamente un'altra detenuta, Lolla Ferreira Lima, che ha appena ottenuto la libertà condizionata e ha ricominciato una vita vendendo bottigliette d'acqua negli incroci di San Paolo vestita da pagliaccio.
di Rita Bernardini, Sergio d'Elia, Elisabetta Zamparutti*
Il Riformista, 5 marzo 2020
Di fronte all'emergenza legata al Coronavirus in carcere e alle misure restrittive con cui la si sta affrontando, come associazione "Nessuno tocchi Caino" chiediamo che il principio di prevenzione della "rarefazione sociale", come affermato dal vice ministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, volto a evitare ogni forma di aggregazione, trovi applicazione anche in carcere.
Attualmente la situazione delle carceri è in uno stato di gravissimo sovraffollamento con 61.230 detenuti per 47.231 posti effettivi disponibili. Questi dati lo connotano come un luogo di concentramento e segregazione sociale, di per sé fuori legge, dove ogni rischio, anche quello sanitario, è amplificato.
Se si chiudono scuole o stadi per evitare che troppe persone stiano insieme, allora la principale misura da adottare anche in carcere deve essere quella di una moratoria immediata dell'esecuzione penale volta a ridurre drasticamente i numeri della popolazione carceraria con provvedimenti che potrebbero riguardare, ad esempio, i casi di detenzione per brevi pene o residui di pena da espiare.
In questo momento, in Italia ci sono 8.682 detenuti che hanno un residuo pena da scontare inferiore ai 12 mesi e altri 8.146 che devono scontare pene tra 1 e due anni. Non è infatti chiudendo ai colloqui, alle attività esterne o alle misure alternative che si può fronteggiare il rischio di epidemia in carcere.
Anzi, la sospensione di norme fondamentali dell'ordinamento penitenziario aggrava ulteriormente la situazione strutturale di illegalità nell'esecuzione della pena nel nostro Paese. Moratoria dell'esecuzione penale e provvedimenti come amnistia e indulto si confermano quindi essere le uniche misure idonee a riportare le carceri e la giustizia nell'alveo dello Stato di diritto, l'unica alternativa a tutte le emergenze.
La crisi legata al Coronavirus conferma quanto la soluzione della costruzione di nuove carceri - anziché il sistematico ricorso alle misure alternative - sia assolutamente inadeguata ad affrontare i problemi legati alla recidiva.
*Associazione "Nessuno tocchi Caino"
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