di Antonio Mattone
Il Mattino, 24 gennaio 2020
Questa volta è stato superato ogni limite. Le immagini della baby gang che ha affrontato i poliziotti intervenuti per spegnere il falò di Sant'Antonio Abate, lanciando cassette della frutta, petardi e tutto quello che capitava sotto tiro, non si erano ancora viste. Mai fino ad oggi bande di ragazzini avevano osato affrontare gli uomini in divisa. Il furore violento si era sfogato verso immigrati anziani e clochard, tuttalpiù contro altri ragazzini indifesi o inermi passanti.
Tuttavia, bisogna andare oltre la sacrosanta indignazione e tentare di capire cosa passa per la testa di questa gioventù bruciata. Provo a farlo ragionando assieme a Ciro, un ragazzo che proviene da quel quartiere, uscito da qualche anno dal carcere che adesso fa il cameriere in un ristorante del Centro storico di Napoli. Subito va diritto al problema e mi dice che quegli adolescenti non accettano il fatto che in un rione dove tutto è illegale, tra spaccio, contrabbando, racket e prostituzione, dove non si vedono mai forze dell'ordine, proprio quando loro accendono il fuoco devono venire i poliziotti. "Certo - afferma deciso - io credo che questo modo di ragionare sia sbagliato ma è quello che pensano loro. Ci hanno messo settimane per accatastare la legna e in un attimo gli è stato tolto quello per cui hanno tanto faticato".
Anche Ciro da piccolo andava in giro a raccogliere le pedane di legno dai salumieri, le cassette di frutta e i rami secchi che venivano tagliati nell'Orto botanico e messi da parte dai giardinieri. Era un gioco ma anche una tradizione molto sentita proprio nel quartiere che prende il nome dal Santo del fuoco, una memoria che abbraccia il sacro e il profano. Il discorso poi va a cadere sulla violenza, sull'uso dei coltelli. Il giovane è perentorio: oggi i ragazzini hanno i telefonini e niente è più filtrato, possono vedere di tutto. Soprattutto nei quartieri degradati, dove c'è un'alta dispersione scolastica e le famiglie disagiate tirano avanti tra stenti e attività illegali, le rappresentazioni di chi emerge con la prepotenza e la crudeltà sono l'unico modello vincente. E chi riesce ad imporsi diventa un mito e suscita un grande fascino.
"Certe immagini di Gomorra vanno oltre la realtà, - mi dice - e non ti nascondo che talvolta ho provato un senso di nausea nel vederle". La definisce una forma di fanatismo, cioè di autoesaltazione. Le rapine una volta si facevano per necessità, oggi per trasgressione. Perché i ragazzi portano un coltello in tasca invece di un pallone sotto al braccio? "Noi non vedevamo l'ora discendere da casa nella speranza di incontrare gli amici e fare una partita a pallone, oggi invece ci sono i gruppi whatsapp e subito si fanno gli appuntamenti, magari per marcare un territorio o per minacciare dei presunti rivali".
Allora capisco che si tratta di disagio, identità, marginalità sociale, uso distorto dei social, ostentazione di modelli violenti, un mix di motivazioni che si intrecciano tra loro. Insomma è un fenomeno complesso di cui si parla solo quando ci scappa il morto o avviene un fatto grave come il ferimento del povero Arturo. E si invocano fantomatici maestri di strada, scuole aperte di pomeriggio e d'estate. O all'opposto si richiedono misure estreme e nello stesso tempo inutili come l'abbassamento dell'età imputabile o l'allontanamento dei minori dalle famiglie. Poi una volta che si spengono i riflettori tutto passa nel dimenticatoio. Che fine ha fatto il documento dei minori a Napoli trasmesso dal Csm al Parlamento, come ricordava l'altro giorno Antonello Ardituro nell'intervista rilasciata a "Il Mattino"? Non ci sarebbe bisogno di un tavolo permanente per monitorare il fenomeno e prendere iniziative opportune come auspicava lo stesso magistrato?
Ciro intanto mi racconta che con i pochi risparmi messi da parte è stato ad Amsterdam per una breve vacanza, una città dove i tram sono in perfetto orario e non c'è la spazzatura fuori dai cassonetti come quella che vediamo mentre prendiamo il caffè a piazza San Domenico maggiore. Poi mi dice che è contento perché il suo datore di lavoro oggi gli ha fatto da garante alla banca per comprare a rate un motorino.
"Sai - dice con orgoglio - non era facile per uno che ha i precedenti, ma lui ha avuto fiducia in me e ci ha messo la faccia". Allora penso che Napoli è un città matrigna che non è capace di prendere sul serio i suoi figli. E nel momento in cui mi viene un senso di vergogna di e di scoramento mi sussurra: "Ma sono ottimista, se ce l'ho fatta io non ce la possono fare anche questi ragazzi?".
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 24 gennaio 2020
Nel giallo della morte del 38enne georgiano Vakhtang Enukidze neanche le cartelle cliniche sono chiare. Gli investigatori della procura di Gorizia, che indaga per omicidio volontario, hanno trovato documentazione sanitaria "caotica e frammentaria" negli uffici del Centro di permanenza per il rimpatrio di Gradisca, dove l'uomo sabato scorso è stato trovato in stato di incoscienza nella sua cella.
E mettendo a confronto quei fogli con quanto certificato prima dai dottori del carcere di Gorizia (dove Enukidze ha passato le notti del 14 e 15 gennaio, fermato per una lite con un altro ospite del Cpr) e poi dall'ospedale dove è morto, emergono incongruenze sospette. Non si capisce bene quali antidolorifici e ansiolitici avessero prescritto ad Enukidze i medici e i paramedici del Centro, né perché glieli avessero dati visto che - dicono i famigliari - stava bene.
Sarà l'autopsia di lunedì prossimo a stabilire la causa della morte di Enukidze. Tre le ipotesi: cause naturali, abuso di farmaci, pestaggio. Alcune testimonianze, raccolte dal deputato Riccardo Magi, parlano di un intervento violento ("colpi alla nuca e alla schiena") da parte degli agenti chiamati a sedare il litigio del 14 gennaio: circostanze da verificare ma che hanno spinto Magi al paragone col caso Cucchi.
Secca la replica del capo della Polizia, Franco Gabrielli: "Fare parallelismi a dir poco arditi tra una vicenda che non è stata ancora definita con un'altra per la quale sono stati impegnati anni e processi è offensivo". Anche il Garante dei detenuti Mauro Palma, pur ribadendo l'esigenza di far luce sull'accaduto, invita alla cautela. Mentre un portavoce della Commissione europea si dice fiducioso che le autorità italiane "indagheranno e garantiranno il seguito appropriato".
di Stefano Galieni
Left, 24 gennaio 2020
Non passa giorno senza che i tribunali rigettino quanto scritto nelle leggi simbolo dell'ex ministro dell'Interno. Liberarsi del peso materiale e simbolico dei decreti Sicurezza ormai convertiti in legge (il primo 132/2018 e il bis 53/2019) sembra a tratti possibile.
Poi basta un tentennamento, la perenne campagna elettorale, le difficoltà ad uscire da decenni di narrazioni tossiche e ci si ferma. Da queste pagine ne abbiamo scritto spesso, affrontando non solo gli aspetti più crudeli dei provvedimenti attuati nei confronti dei richiedenti asilo ma anche quelli che direttamente vanno ad incidere nella vita quotidiana di ognuno.
Un esempio. Il 17 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che disciplina l'utilizzo del taser, la pistola elettrica, da parte delle forze di polizia. Dopo un periodo di sperimentazione in 12 città ora occorrerà solo l'avallo del Consiglio di Stato ed un ulteriore passaggio in Cdm per rendere ordinario l'utilizzo di tale strumento, che negli Usa miete vittime ogni giorno e che pare incomprensibile di fronte ad un continuo calo dei reati.
Nel dibattito pubblico, a partire da quanto affermato dalla ministra Luciana Lamorgese che ha sostituito l'ideatore dei decreti Sicurezza, emerge l'ipotesi di una loro modifica, almeno per quanto riguarda gli aspetti più incostituzionali, soprattutto quelli riguardanti l'immigrazione. Non passa quasi giorno che le sentenze dei tribunali e le difficoltà ad applicare alcune norme portino a dover smentire quanto già pubblicato in Gazzetta ufficiale.
Il 19 dicembre è stata dissequestrata la nave della Ong Sea Watch che ha vinto il processo d'appello al tribunale di Palermo, lo stesso giorno veniva emanata dal Viminale una circolare che, se applicata, avrebbe messo in strada, entro il primo gennaio, migliaia di richiedenti asilo presenti negli ex Sprar (Sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati, ora sostituito dal Siproimi, ndr) che avevano perso il diritto all'accoglienza in virtù delle norme sull'immigrazione volute da Salvini.
Al ministero quando si sono resi conto del fatto che si stava utilizzando in maniera retroattiva una legge, si decideva di sospenderne l'esecuzione, e si fa strada ora l'ipotesi di estendere ad ulteriori categorie vulnerabili una protezione speciale e temporanea.
Il 17 gennaio la Terza sezione della Corte di Cassazione, dando un altro colpo alle azioni intraprese con i decreti, ha respinto il ricorso presentato dalla Procura di Agrigento contro l'ordinanza che il 2 luglio scorso aveva rimesso in libertà la comandante della Sea Watch Carola Rackete. Il Gip che non aveva convalidato allora l'arresto aveva motivato la decisione col fatto che il reato di cui era accusata, resistenza a pubblico ufficiale, era avvenuto in nome di un interesse sovrastante, salvare vite umane.
Le perplessità evidenziate all'atto dell'approvazione del decreto bis dal Presidente Sergio Mattarella paiono dunque addirittura superate dall'inapplicabilità concreta di gran parte delle misure previste. Nonostante gli attacchi delle destre sovraniste ci sarebbero oggi le condizioni per ulteriori interventi, ad esempio risposte efficaci (non i rimpatri), alle tante persone che lavorano e sono costrette nell'irregolarità da una legge fallimentare come la Bossi-Fini, quindi azioni per incidere anche più a fondo, oltre il perimetro dei decreti sicurezza.
Nel frattempo, pur essendo diminuita la pressione nei confronti dei migranti, almeno a livello mediatico, complice anche la temporanea diminuzione degli arrivi, i decreti continuano ad essere utilizzati pesantemente. Sia negli articoli che riguardano il contrasto all'immigrazione che in quelli inerenti generali questioni di dissenso sociale.
Tanti gli elementi che lo comprovano, quello più evidente - nonostante i tentativi di mettere la sordina alle notizie - riguarda il peggioramento delle condizioni di vita nei Centri permanenti per i rimpatrio. Il "Salvini 1" ha riportato a 6 mesi i tempi massimi di trattenimento e questo ha fatto salire le tensioni. Il risultato: rivolte, atti di autolesionismo, tentativi di fuga a Torino, Bari, Palazzo S. Gervasio, Caltanissetta, Gradisca D'Isonzo.
E mentre lunedì ha aperto il nuovo Cpr di Macomer, in provincia di Nuoro, il 12 e il 18 gennaio si sono verificati due decessi rispettivamente a Caltanissetta (un cittadino tunisino che sembra non abbia ricevuto assistenza sanitaria adeguata) e a Gradisca, riaperto il 16 dicembre, dove è morto un ragazzo di 20 anni della Georgia. In entrambi i casi sono stati aperti fascicoli per appurare le cause dei decessi.
Per quanto accaduto nel Cpr friuliano l'ipotesi è pesante: omicidio volontario. Il Garante per i diritti dei detenuti, dopo una ispezione, ha dichiarato che intende costituirsi come parte civile. Con una circolare si potrebbe riportare almeno a tempi più congrui i trattenimenti ma ad oggi tutto tace. 211 gennaio è stata comminata l'ultima multa del "Salvini bis": a Claus Peter Reisch, comandante della nave dell'Ong Lifeline è stato chiesto di pagare 300mila curo, per ingresso illegale nelle acque territoriali italiane.
Per smontare il peso dei decreti bisognerebbe agire su più fronti ma sono rimasti in pochi, in Parlamento a chiederne tout court l'abrogazione. Vanno eliminate le misure contenute nei testi con cui si estende la possibilità di infliggere Daspo, punire con pene che oltrepassano i confini del fascista Codice Rocco chi esprime dissenso e si fa protagonista di lotte sociali.
Le multe inflitte ai lavoratori di Prato e Genova, i provvedimenti contro i pastori sardi, sembrano trovare scarso interesse fra forze politiche, sindacati e associazioni, tranne apprezzabili eccezioni. Come se ci fosse un tacito accordo per rendere pressoché impraticabili mobilitazioni non compatibili col quieto vivere.
A creare paura sono i rumori francesi e delle periferie del Medio Oriente che rischiano di raggiungere e contaminare un Paese ancora privo di prospettive e in balia di una crisi non superata. E paradossalmente l'attenzione resta concentrata sull'ex inquilino del Viminale. Lunedì 20 gennaio si è riunita la Giunta per le autorizzazioni a procedere, per deliberare in merito all'accusa di sequestro di persone, relativa ai 6 giorni in cui alla nave della Marina militare italiana Gregoretti venne impedito l'attracco al porto di Siracusa pur avendo a bordo, in condizioni pessime, 119 richiedenti asilo salvati.
Accadeva a fine luglio, pochi giorni dopo la crisi di governo e l'evoluzione inaspettata del quadro politico. In giunta i senatori della maggioranza e del gruppo misto non hanno partecipato al voto, dei 22 aventi diritto erano presenti in 10.
Il presidente della Giunta ha chiesto che non si procedesse contro l'ex ministro ma, in chiave puramente legata alla propaganda elettorale, i rappresentanti della Lega si sono opposti e, in parità, l'autorizzazione a procedere è stata concessa. Se ne discuterà in aula, dopo le elezioni in Emilia e Calabria, ma ancora con i decreti perfettamente in vigore?
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 24 gennaio 2020
Hanno la mimetica, non le mostrine. Tutti a Tripoli li cercano. In realtà tanti sono siriani. "Sei turco?". Aeroporto di Misurata, coda "non libyans". Da oggi s'atterra solo qui. Neanche cento ore dopo la conferenza pacificatoria di Berlino, i Grad di Khalifa Haftar hanno abbattuto un drone turco sulle piste di Mitiga, rotto la tregua e pure gli indugi: guai a chi solca il cielo sopra Tripoli, avverte il feldmaresciallo, abbatteremo qualsiasi cosa ci voli, fosse anche un Boeing come in Iran. Tutti a Misurata, dunque: tre ore e mezza d'auto dalla capitale.
Gli ultimi aerei della sera scaricano in Tripolitania malati che rincasano da Tunisi e pellegrini di ritorno dalla Mecca, sfollati africani e spioni europei, quiete famigliole e dormienti tagliagole. I soldati misuratini hanno gli occhi aperti. E qualche riguardo, se intravvedono i loro nuovi amici: ai controlli s'avanza un ragazzone tarchiato e tatuato di femmine e disegni d'esplosioni, la pelle scheggiata, carico di borse e d'un giubbotto antiproiettile. "Sei turco?", la rispettosa domanda. Come chiedere: sei per caso uno dei valorosi combattenti venuti ad aiutarci contro il traditore criminale Haftar? No: il passaporto è rosso Ue, niente amaranto Türkiye Cumhuriyeti, e nelle sacche ci sono solo obbiettivi da fotoreporter, mica armi da mercenario. I doganieri sono un po' delusi. Un italiano... In coda con gli altri, allora. Anzi, più in coda degli altri.
I filoturchi ci sono, ma non li vedi. Hanno le mimetiche, non le mostrine. Parlano arabo, ma l'accento è siriano. Li manda Erdogan, si raccomandano a Dio. "Sono 35 nostri addestratori militari e consiglieri militari - minimizza il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar - che danno il sostegno alla formazione dei fratelli libici". "Sono tremila paramilitari siriani mandati via da Raqqa - spiegano quelli di Haftar - e ne arriveranno presto altri tremila per aiutare il governo terrorista di Tripoli: gliene abbiamo già ammazzati una trentina". Atterrano con voli speciali della Turkish, viaggiano da Misurata alla capitale su pullman scortati dalla polizia tripolina. In tasca, un mensile di 2 mila dollari. In mano, le armi per uccidere i cirenaici e i loro "addestratori" russi. In testa, la promessa d'un passaporto turco rilasciato a fine 2020.
Ci sono, ma dove sono? Molti, nella base militare Salahaddin e a Tajura, dov'è la cinquecentesca moschea ottomana Murad Agha che il neo-ottomano Erdogan venne a visitare quattro anni fa. La "khad", la linea dell'assedio iniziato il 4 aprile da Haftar, è su otto grandi strade venti chilometri a sud di Tripoli. Sta nella zona di Mashrua (il Progetto), la periferia modello della capitale che l'era gheddafiana numerava via per via e voleva riempire di fabbriche, oggi stracolma di miliziani: nelle strade 4, 5 e 6 hanno piantato le camerate e le cucine; nella 7, si combatte spesso; nella 8 c'è il fronte caldissimo di Khalla Tat, i cadaveri fra i cementifici abbandonati. "Se cammini oltre il carcere di Abu Selim - dicono qui -, puoi morire e nessuno lo saprà". Fino a un mese fa, a Mashrua s'andava a proprio rischio. Da quando sono comparsi loro, i siriani filoturchi, una rete di check-point fedeli al premier Sarraj li protegge bloccando chi s'avvicina: "Militari professionisti - li descrive un miliziano che ha a che fare con loro -, gente seria, non esaltati".
A Tripoli, turchi & turcomanni sono affettuose conoscenze. Quelli che ci vivono da sempre, fanno mobili e infissi dalle parti di Dahra. Quelli appena arrivati, hanno subito i loro ristoranti di riferimento: "Quando levano la divisa - sussurra il cameriere del Sultan Ahmet -, vengono a mangiare qui". I turchi hanno viaggiato a lungo senza visto, qui, ma Gheddafi non li amava molto: ai tempi del re, l'Economist ne lodava "la fantastica fedeltà a Tripoli", così ci pensò il Colonnello a consigliare l'Ue di tenere fuori Erdogan ("attenti - diceva -, sarà il cavallo che distruggerà tutta Troia..."). "Voi italiani ci avete scaricato e Sarraj ha fatto bene a chiedere l'aiuto dei turchi - commenta ora Othman Salem Ben Amara, 60 anni, padre d'uno dei cadetti uccisi nella strage del 5 gennaio -. Ma ci bastavano le loro armi: gli uomini, ce li possiamo mettere noi". Fra le case dietro l'aeroporto di Mitiga, odore di galline morte e auto accartocciate, camere da letto sventrate e alberi spiumati, è dove piombano i razzi di Haftar. La gente se n'è andata via, ha intuito il peggio. Su un muro della Noflim Street, uno spray invoca la "Syria horra", Siria libera in arabo. Tre settimane fa, non c'era.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 24 gennaio 2020
L'ong: "Almeno 140 bambini gravemente malati rischiano di morire sulle isole". E chiede il trasferimento delle persone affette da malattie croniche. "Vediamo molti bambini colpiti da malattie, come gravi problemi di cuore, diabete o asma, costretti a vivere in rifugi di fortuna, in condizioni orribili e antigieniche, senza accesso alle cure mediche specialistiche e ai farmaci di cui hanno bisogno".
A lanciare l'ennesimo allarme sulle condizioni sempre più disperate nelle quali vivono i migranti chiusi nei centri che si trovano sulle isole greche è Medici senza frontiere che denuncia come in almeno uno dei campi in questione, quello di Moria sull'isola di Lesbo, il governo greco stia seriamente mettendo a rischio la vita di oltre cento minori. Le autorità di Atene, denuncia infatti l'ong, "stanno deliberatamente negando ad almeno 140 bambini con malattie croniche, complesse a potenzialmente mortali la possibilità di ricevere cure mediche adeguate", spiega Vittoria Zingariello, responsabile del team degli infermieri di Msf a Lesbo. L'ong sta trattando con il governo per ottenere il trasferimento sul continente almeno dei bambini, tra i quali alcuni neonati, senza però aver ottenuto risultati, almeno finora. "La riluttanza del governo - avverte Msf - non è solo vergognosa, ma rischia anche di determinare danni irreparabili ai loro stati di salute, se non di condurli addirittura alla morte".
I campi di rifugiati che si trovano a Lesbo, Samos e Chios sono da anni al centro dell'attenzione delle organizzazioni umanitarie per le condizioni di estremo sovraffollamento nelle quali i migranti sono costretti a vivere. Soltanto a Moria si contano 19 mila persone, quando potrebbero entrarcene solo tremila, e per di più praticamente senza servizi igienici e con forti problemi di sicurezza. In un video diffuso dall'ong una donna originaria della Somalia chiede aiuto per i suo bambino. Abdul, 7 anni, è paralizzato ed epilettico. "Mi hanno detto che non ci sono specialisti e che va trasportato in un ospedale più grande", spiega nel filmato. "A oggi non ho trovato una sola persona che mi abbia aiutato con il mio bambino. Ho lasciato altri tre figli a casa per poter aiutare mio figlio". Storie drammatiche, come drammatico è il racconto di un uomo proveniente dall'Afghanistan: "Mia figlia di 6 anni, Zahra, soffre di autismo e viviamo in uno spazio minuscolo, praticamente senza elettricità - spiega. Spesso nel cuore della notte ha convulsioni e non c'è nessuno che ci aiuti".
Atene sta di fatto abbandonando i rifugiati al loro destino, cercando solo di rimandarli indietro in Turchia. "Da giugno dell'anno scorso il governo ha revocato l'accesso all'assistenza sanitaria pubblica ai richiedenti asilo e alle persone senza documenti che arrivano nel Paese, lasciando 55 mila uomini, donne e bambini senza possibilità di cura", denuncia Msf.
A peggiorare le cose ci sono poi le proteste della popolazione delle isole contraria alla presenza dei migranti. Mercoledì scorso i governatori regionali e sindaci hanno organizzato una giornata di sciopero nella quale cittadini e imprenditori hanno chiesto al governo di intervenire allontanando i rifugiati, come se il problema del sovraffollamento dipendesse da loro e non ne fossero invece vittime. La risposta alla protesta del ministro dell'Immigrazione Notis Mitarachi è stata di voler decongestionare i centri favorendo i ritorni verso la Turchia.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 24 gennaio 2020
Quattro anni senza Giulio Regeni. Quattro anni di mancate risposte da parte del capo del governo egiziano Al Sisi e quattro anni di insabbiamenti e depistaggi. I genitori di Regeni qualche giorno fa ospiti nella trasmissione di Fazio hanno parlato di fuffa per descrivere l'atteggiamento delle autorità egiziane e sono (fortunatamente) in molti a chiedere giustizia: ad oggi sappiamo che le forze di polizia egiziane hanno torturato Giulio fino a ucciderlo tentando (e non riuscendo) poi goffamente di fare passare tutto per un incidente.
Italia, gennaio 2020: al Centro rimpatri di Gradisca Vakhtang Enukidze, 39enne georgiano, il 18 gennaio muore dopo essere stato portato d'urgenza in ospedale. Vakhtang Enukidze era rientrato nella struttura il 17 gennaio, dopo essere stato per un giorno e mezzo nel carcere di Gorizia: non riusciva già a parlare, camminava a fatica e la sera precedente aveva perso conoscenza, i suoi compagni di stanza hanno dovuto adagiarlo sul letto. Le zone d'ombra riguardano ciò che è successo a partire dal 14 gennaio: alcuni parlano di un coinvolgimento dell'uomo nella rissa ma altri testimoni raccontano di uno scontro con un altro migrante e di un successivo pestaggio di una decina di agenti di polizia intervenuti per sedare la lite.
Riccardo Magi, deputato di +Europa, ha visitato la struttura il 18 e il 19 gennaio e racconta: "Appena sceso dalla macchina, ho sentito urla provenire dall'interno. Ho avvertito un'impressione di tensione palpabile, un poliziotto ha detto ad un collega che c'era tanto sangue in giro. Mi è stato spiegato che quella sera c'era stata una "bonifica", erano stati sequestrati i telefonini a tutti gli ospiti della zona verde, il settore dove fino al giorno prima si trovava il georgiano".
La "rissa" invocata dagli operatori del Cpr non ci sarebbe mai stata. Racconta Magi: "Le persone che ho ascoltato, ospiti, operatori e un poliziotto negano che ci sia stata una rissa. Parlano di una colluttazione tra Vakhtang e un cittadino nordafricano. Ma da questo scontro non sarebbero potute derivare lesioni gravi, né tantomeno mortali". Quindi le ferite di Vakhtang Enukidze potrebbero essere dovute al fatto che il giovane - racconta sempre Magi - "sarebbe stato picchiato ripetutamente da circa 10 agenti nel Cpr di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), anche con un colpo d'avambraccio dietro la nuca ed una ginocchiata nella schiena, trascinato per i piedi come un cane. Morto dopo essere stato riportato nel Centro, al termine di una notte d'agonia".
Finita qui? No. I testimoni che hanno assistito alla rissa che non era rissa e al pestaggio dei poliziotti che forse è stato davvero un pestaggio sono stati rimpatriati in fretta e furia. Il procuratore di Gorizia Massimo Lai assicura: "Abbiamo sentito quattro testimoni diretti prima del rimpatrio, solo un quinto era già stato espulso. Indaghiamo su tutte le fasi della vicenda, compresa la permanenza in carcere".
Eppure sfugge il motivo per cui i testimoni proprio nel pieno delle indagini siano stati rispediti di fretta a casa quando potrebbero essere utili alla raccolta di informazioni. Il deputato Magi parla del rischio che si ripeta un altro caso Cucchi e i sindacati si preparano subito alle barricate parlando di "solite incaute accuse all'operato degli agenti di Polizia" (del resto furono considerate incaute anche le accuse della sorella di Stefano Cucchi, ricordate?) E puntano il dito sulla struttura che "a poco più di un mese dalla sua apertura ha già fatto registrare numerosi incidenti".
L'assessore regionale leghista Pierpaolo Roberti invece sembra non avere dubbi sull'innocenza dei poliziotti e anzi annuncia una visita nel Cpr di Gradisca "non, come fanno altri, per valutare la situazione degli ospiti - ha affermato - ma per accertarmi che i nostri ragazzi in divisa siano in condizione di svolgere al meglio il proprio lavoro" aggiungendo che "chi oggi fa vergognose illazioni non merita menzione piuttosto è utile ricordare lo sforzo di chi contiene una situazione difficile, dove decine e decine di persone, in gran parte già segnate da trascorsi con la giustizia, vivono con l'unico obiettivo di evadere per vivere in clandestinità e condurre una vita di espedienti". Insomma siamo alle solite: se è successo qualcosa significa che se l'è cercata.
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Riformista, 24 gennaio 2020
L'inferno è lasciare le persone al freddo nel Mediterraneo o abbandonate a loro stesse nei centri di accoglienza, alla mercé della disperazione, della noia, della mancanza di prospettive, delle procedure burocratiche infinite, degli altri immigrati o, peggio, di abusi da parte di chi dovrebbe tutelare e proteggere. Le condizioni inumane che a volte si verificano nei Cpr (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) non rispettano spesso la dignità della persona. Un paese europeo dalla lunga tradizione civile, giuridica e cristiana può e deve garantire uno standard di trattamento degno del valore di ogni singolo individuo.
La dimensione umana di accoglienza dei più deboli è un principio fondante dell'umanità. Se manca, è una tragedia per tutti. La presenza dei migranti crea problemi da affrontare per cui cercare soluzioni condivise tra tutte le forze politiche italiane ed europee. Siamo tutti europei e l'intero continente non potrà esimersi dal sentire la presenza dei migranti anche come una opportunità, non solo come un problema. È ovvio che non c'è alcuna emergenza, non c'è una invasione, se si ha l'onestà di guardare ai dati effettivi. C'è un allarme sociale creato ad arte, amplificato per fini specifici, che sta trasformando l'Italia e gli italiani in un paese inospitale, un paese che dimentica le radici umane e la grande tradizione umanistica. E dimentica di essere stato a sua volta un popolo di migranti.
Serve chiarezza: come essere umano, come vescovo, come credente, sottolineo che l'emigrazione è un fenomeno universale. Gesù e la sua famiglia sono stati emigranti, gli ebrei erano una popolazione nomade, l'Europa del Medioevo è stata fondata dalle popolazione provenienti dalle steppe asiatiche. Le migrazioni, gli spostamenti dei popoli, sono alla base della civiltà umana, della presenza dell'uomo e della donna sul pianeta.
La politica ha una responsabilità nel costruire e garantire modalità di convivenza uguali per tutti, opportunità per tutti. Un salto in avanti sarebbe avere la legge sullo ius culturae. Nelle vicende come il centro di Gradisca, prima di dire che non devono accadere, dobbiamo essere sicuri che la legalità, il rispetto delle persone, la capacità di accogliere, vengano scolpiti come princìpi indelebili negli operatori e in tutti i cittadini. La sfida portata dalle migrazioni ci fa capire che il mondo è complesso e non si risponde con i muri, con le barriere, con i Cpr ma con rapide procedure di identificazione, inserimento, prospettiva lavorativa e integrazione, rispondendo così alle facili scorciatoie del razzismo, del massimalismo, dell'indifferenza.
Un episodio doloroso come questo di Gradisca deve diventare occasione per riflettere sull'Italia che vogliamo costruire. Siamo un paese nominalmente ancora cattolico, dove tuttavia misericordia e pietà vengono meno. Quando Papa Francesco esorta ad accogliere gli altri, dice che prima di tutto dobbiamo aprire la nostra mentalità, dobbiamo renderci disponibili verso gli altri: non solo i migranti ma tutte le persone vicine a ognuno di noi che con uno sguardo cercano aiuto. La politica dal canto suo ha una forte responsabilità: una vera rivoluzione culturale sarebbe poter realizzare una vera unità su alcuni princìpi - né di destra né di sinistra - ma semplicemente umani: accogliere, prendersi cura, guardarsi negli occhi, ascoltarsi. Nessuno è venuto a "rubare" la mia casa, il mio lavoro, il mio denaro. E i Centri vanno superati: con l'integrazione, con procedure rapide, efficienti, sicure, si sconfigge la povertà umana ed economica, si danno risposte, si chiude la bocca ai tentativi di sfruttare e strumentalizzare complesse e difficili situazioni. Siamo un grande paese civile. Dobbiamo impegnarci per continuare ad esserlo. Papa Francesco lo ricorda e a noi tocca interrogarci ed impegnarci.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 24 gennaio 2020
"Il governo Conte bis non solo non ha abrogato il primo decreto Sicurezza, voluto dall'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, ma lo sta applicando nella sua forma restrittiva e addirittura in modo retroattivo" è l'accusa che arriva dagli attivisti dell'Ex Canapificio che gestiscono il progetto Siproimi (ex Sprar) di Caserta.
"Un anno fa - spiegano - lo Stato diceva a 56 persone accolte nel nostro Sprar: "Costruisci qui il tuo futuro, studia, impara un lavoro, contribuisci alla crescita del territorio. Oggi lo Stato caccia queste stesse persone cui aveva chiesto di entrare nel nostro tessuto sociale. Lo Stato dice ai migranti che stanno aspettando risposta alla loro richiesta di protezione internazionale e a chi è in fase di ricorso: mentre si decide che fare del tuo permesso di soggiorno ti sposto come un pacco in un Centro di accoglienza straordinario senza più scuola, formazione professionale, inclusione sociale".
Il ministero dell'Interno, infatti, ha inviato una circolare lo scorso 19 dicembre che prevede l'espulsione di questa fetta di migranti verso i Cas predisposti dalle prefetture e, intanto, impone lo stop ai servizi: "Dal primo gennaio - si legge nel testo - nei confronti dei richiedenti asilo temporaneamente accolti nel Siproimi, nella more della conclusione dell'iter dei trasferimenti, non dovranno essere erogati e, quindi, rendiconti i servizi per l'integrazione".
Salvini ha abbandonato il governo da agosto eppure il decreto Sicurezza continua a produrre effetti e, come racconta il report I sommersi dell'accoglienza curato da Marco Omizzolo per Amnesty International Italia, sta generando ghettizzazione e povertà, con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali. I 56 migranti presenti a Caserta che il ministero trasferirà nei Cas erano arrivati nello Sprar prima del 5 ottobre 2018, cioè prima che la norma salviniana entrasse in vigore. Spiegano gli attivisti: "Questo significa che il Viminale continua ad applicare il decreto in modo retroattivo, malgrado la sentenza della Cassazione, a sezioni unite, del 24 settembre scorso che condanna l'applicazione retroattiva del decreto".
La maggior parte dei migranti che usciranno dal progetto di integrazione gestito dall'Ex Canapifico vengono dal Ghana e dalla Costa d'Avorio, età media 25 anni. Ci sono persone vulnerabili e irrimpatriabili come Hamed, 39 anni, che è cieco: "La sua richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi umanitari è stata rigettata - raccontano. Per questo dovrà lasciare lo Sprar e fare a meno dell'assistenza degli operatori. A noi ha detto "Mi sento impotente e sperduto. Finirò in mezzo a una strada e non vedendo nulla. Ho paura".
Sanogo Abdulahi viene dalla Costa d'Avorio: a causa della guerra civile è finito per tre anni in carcere, ha perso la famiglia e ha anche subito una menomazione a un orecchio. "Anche a lui è stata bocciata la richiesta di asilo anche se a noi sembra un caso chiaro di irrimpatriabilità - spiega Virginia Crovella. Eppure Sanogo è integrato nella comunità: è custode di una villetta, accompagna gli alunni a scuola attraverso il nostro progetto Pedibus. Quando la prefettura ci invierà le lettere di uscita, ai primi di febbraio, saremo costretti a lasciarli andare al loro destino".
nessunotocchicaino.it, 24 gennaio 2020
I tribunali indiani hanno emesso 102 condanne a morte nel 2019, oltre il 60% in meno rispetto alle 162 condanne a morte del 2018. I tribunali hanno in particolare sanzionato gli omicidi con violenza sessuale - la percentuale di condanne a morte emesse nel 2019 per omicidi che coinvolgono reati sessuali è stata del 52,94% (54 su 102 condanne capitali), la più alta degli ultimi quattro anni.
Il 2019 ha visto anche il maggior numero di conferme da parte delle Alte Corti negli ultimi quattro anni; 17 delle 26 conferme (65,38%) riguardano reati di omicidio con violenza sessuale. La Corte Suprema, principalmente durante il mandato del precedente capo della magistratura indiana Ranjan Gogoi, ha ammesso e trattato 27 casi capitali, il numero più alto in un anno dal 2001.
Questi sono i dati principali contenuti nella quarta edizione di The Death Penalty in India: Annual Statistics, presentato dal Progetto 39A presso la National Law University (Nlu), Delhi. Il Progetto 39A è un'iniziativa di ricerca focalizzata sul sistema giudiziario penale e in particolare sulle questioni di assistenza legale, tortura, pena di morte e salute mentale nelle carceri. Il Rapporto contiene notizie di condanne a morte pronunciate da tribunali pubblicate online da testate giornalistiche in inglese e hindi e ha verificato questi numeri con quanto pubblicato su siti Web di alte corti e tribunali distrettuali.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 24 gennaio 2020
Tito Magoti è uno dei più noti avvocati per i diritti umani della Tanzania. Fa parte del Centro per i diritti umani e giuridici, una spina nel fianco di un governo negli ultimi quattro anni si è distinto per la costante persecuzione delle voci critiche. Magoti è stato arrestato il 20 dicembre 2019 nella capitale Dar es-Salaam da agenti in borghese e accusato, ai sensi della Legge sulla criminalità economica e organizzata, di una serie di reati per i quali - guarda caso - non è prevista la libertà su cauzione. Insieme a un programmatore informatico, Theodory Giyan, Magoti dovrà rispondere in un processo di "direzione di un'impresa criminale, possesso di un programma informatico creato per commettere reati e riciclaggio di denaro sporco".
Poco prima dell'arresto, Magoti aveva espresso appoggio tramite Twitter ad altre persone che avevano espresso critiche nei confronti del governo. La sua vicenda somiglia a quella del giornalista Erick Kabendera. Arrestato il 29 luglio 2019, è comparso di fronte a un giudice ben 12 volte solo per vedersi prorogata la detenzione per un asserito "proseguimento delle indagini".
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